“Pietra e farfalla” di Paolo Mazzocchini, alcune note a cura di Lorenzo Spurio

A cura di Lorenzo Spurio

[H]o faticato un po’ a leggere il suo libro; […] questa non è minimamente una recensione, non ha nessuna velleità di mostrarsi come tale. Si evince dalle Sue liriche una netta predilezione per forme e immagini della classicità e ciò non potrebbe essere diversamente data la sua natura, la sua inclinazione e i suoi interessi che la vedono docente proprio in quella branca del sapere.

9788866443575_0_0_300_75Al di là della pregevole fattura del libro che testimonia come sempre la sopraffina cura editoriale di un editore quale Ladolfi, ho letto il suo libro in numerose riprese, ritornando spesso indietro, rileggendo anche due o più volte alcune liriche perché forse un’unica e sommaria lettura non poteva dirsi sufficiente nel permettere al lettore di avere gli arnesi interpretativi. Si tratta chiaramente di un’impresa che sempre si concretizza quando ci si pone dinanzi a un libro di poesia: da un lato si cerca di capire che cosa il poeta realmente intendesse, dall’altra si conclude spesso che la poesia è meramente una comunicazione pluri-evocativa, vale a dire che può – anzi deve – realizzarsi su più piani e dunque provvedere a varie chiavi esegetiche. Comprendere ciò che uno è in grado e vederci ciò quell’uno pensa di intravedervi.

La poesia contenuta in Pietra e farfalla s’inserisce in maniera ancor più vivida in questo approccio interpretativo e relazionale che il lettore intreccia ai vari righi. Il prefatore Giulio Greco credo che abbia delineato nelle sue note iniziali – con grande capacità – solo alcune delle angolature della sua opera poetica che, in effetti, risulta ben meno catalogabile e definibile di ciò che lo stesso – opinatamente – ha fatto. L’impalcatura volutamente ossimorica o manichea è ciò che ben salta subito all’occhio, sin dalla lettura del titolo, e da una serie di immagini, rimandi e riflessi che, lungo tutta l’opera, fanno capolino, ammiccano, s’intravedono e s’annunciano anche per mezzo di un linguaggio meno luminoso.

Alcuni versi che hanno colto positivamente il mio animo – e per la loro fattura e per la costruzione ficcante delle immagini – posso anche riportarglieli: “La notte è pure/ nuvola che dilaga imprevista/ per la ferita del monte” (p. 15); interessante anche la poesia “Ethos daimon” che, nel forgiare di un carattere, possiamo anche vedere la stessa natura primigenia dell’etimo del termine ‘poesia’ quale, appunto, atto creativo, di costruzione: “ti ho creato per gioco/ disperato bisogno” (p. 28).

M’impressiona molto quel “nulla che dilata” (p. 15), un ottundimento totale, un dominio della cofosi senza precedenti, uno squarcio netto su una tela che aspetta d’essere dipinta. Esso è anche un richiamo assordante e reiterato che minaccia le nostre orecchie nella società d’oggi divisa tra indifferenze e vocii, poco distante da un baratro non meglio definito né definibile. Di certo non è il ‘nulla’ in quanto tale a gettare nella cupa angoscia, piuttosto quell’anonima dilatazione, quell’apertura massiccia e ingestibile, quella voragine che s’amplia, quella macchia che si diffonde. Neppure la “pupilla nera” della notte che, pochi righi sotto la succede, è in grado di scalfire la durezza di quella costruzione che – mi sento in dovere di ripeterlo – è terrificante e al contempo imperiosa, indefinibile e tragicamente assurda.

RingraziandoLa ancora per il dono […] saluto sulle “punt[e] delle dita ai suoni/ che divampano sul frigido/ aplomb della tastiera” (p. 58) delle nostre “percezioni indirette”.

LORENZO SPURIO

 

Il presente testo è un estratto della lettera di lettura del volume inviata all’autore.  La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

L’AUTORE DEL LIBRO

paomazPaolo Mazzocchini (Castelfidardo, 1955), è insegnante di Lettere nei licei, studioso di filologia classica e leopardiana, autore di testi scolastici e scrittore. Nel suo settore di studi ha prodotto numerosi articoli raccolti ora, in gran parte, nella miscellanea Noctes vigilare serenas (Aracne, 2010); una monografia sulla rappresentazione virgiliana della guerra (Forme e significati della narrazione bellica nell’epos virgiliano, Schena, 2000); un’edizione critica commentata della Titanomachia di Esiodo di Giacomo Leopardi (Salerno, 2005). Autore di una raccolta di racconti (L’anello che non tiene, Prospettiva, 2007; Aracne, Roma 2013) e di libri di poesie: Zero termico (Italic Pequod 2014), Chiasmo apparente (Lietocolle, 2016) e Pietra e farfalla (Ladolfi, 2017). 

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