Esce il volume critico-poetico su F.G. Lorca “Il canto vuole essere luce” a cura di Lorenzo Spurio

Nelle ultime settimane e dopo più di due anni di ricerca, lavoro, approfondimento, studio e coordinazione, è stato pubblicato – per i tipi di Bertoni Editore di Perugia – il volume collettaneo dal titolo Il canto vuole essere luce. Leggendo Federico García Lorca” a mia cura.

Il volume si compone di tre parti: una prima parte con interventi critici sull’opera letteraria (poetica e drammaturgica) di Federico García Lorca scritti da me, Lucia Bonanni, Cinzia Baldazzi e Francesco Martillotto.

Nella seconda parte stono presenti vari testi poetici di autori classici – coetanei e amici di Federico García Lorca – che gli dedicarono poesie e composizioni commemorative. Vengono riportati testi in lingua originale (e tradotti in italiano) di Rafael Alberti, Manuel Altolaguirre, Luis Cernuda, Miguel de Unamuno, Miguel Hernández, Antonio Machado e Pablo Neruda.

Nella terza e ultima sezione, invece, sono presenti una serie di poesie scritte da autori contemporanei ispirate/dedicate a Federico García Lorca (vi sono testi di Lucia Bonanni, Luisa Ferretti, Emanuele Marcuccio, Michela Zanarella, Daniela Raimondi, Giorgio Voltattorni e del sottoscritto). Non meno influente, per chi è appassionato dell’universo lorchiano, è una nutrita bibliografia sulla sua vita e opera, utilizzata nel corso della stesura del presente volume e alla quale si rimanda per eventuali e ulteriori approfondimenti.

Un ringraziamento particolare per alcune delle traduzioni presenti nel volume a cura di Lucia Cupertino e Hebe Munoz e all’artista campano Franco Carrarelli “L’Irpino” che già, con alcuni suoi schizzi a china, aveva impreziosito con sue illustrazioni grafiche sul mondo lorchiano la mia plaquette “Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico García Lorca (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) e che anche questa volta non ha fatto mancare la sua importante collaborazione (il disegno che compare in copertina, assieme a vari altri all’interno del volume è suo). Grazie anche al poeta e critico letterario Antonio Spagnuolo che ha curato la prefazione e, chiaramente, a Jean Luc Bertoni, l’editore, per aver concretizzato il tutto.

Ringrazio tutti gli autori delle varie componenti, che felicemente hanno preso parte al progetto, collaborando attivamente nel corso di questi due anni, dandoci appuntamento – presto – per una presentazione del volume… virtuale e – speriamo altrettanto presto – in presenza.

Per chi fosse interessato può trovare le informazioni nel sito dell’Editore a questo link

Sabato 2 giugno a Isernia la premiazione del V Memorial “Nicola e Cinzia di Nezza”

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Sabato 2 giugno alle ore 16, nella sala congressi dell’Hotel Europa di Isernia, il Lions Club di Isernia terrà la cerimonia finale di premiazione del noto Memorial “Nicola e Cinzia Di Nezza”, premio letterario nazionale per poesia e narrativa giunto alla sua quinta edizione. Il tema di questa edizione era “Ovunque io abiti è casa”.

Molte sono state le opere sottoposte al giudizio della giuria presieduta da Ida Di Ianni e composta da esperti in campo letterario (Raffaele Urraro, Lorenzo Spurio, Anna Paolella, Maria Santucci – Segretaria: Celeste Meo) che ha selezionato, anche quest’anno, le più significative.

La cerimonia vedrà la partecipazione degli autori premiati e menzionati e la presentazione dell’antologia “Ovunque io abiti è casa”, a cura di Ida Di Ianni (Volturnia Edizioni).

Dopo i saluti del presidente Davide Tagliaferri, seguiranno gli interventi “In memoriam” di Enrico Corsi e Antonio Sorbo. La Lectio Magistralis “Terzio millennio: poesia tra immaginazione e robotica” è affidata a Filippo Salvatore prof. emerito Concordia University di Montreal. A condurre i lavori sarà Anna Paolella.

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Uno scatto della cerimonia di premiazione: da sx: prof. Raffaele Urraro (membro di giuria), Maria Domenica Santucci (membro di giuria), Lorenzo Spurio (membro di giuria), Davide Tagliaferri (Presidente Lions Club di Isernia), Antonio Spagnuolo (vincitore 1° premio assoluto sezione poesia), Ida Di Ianni (Presidente di Giuria), Anna Paolella (membro di giuria) e Celeste Meo (Segretaria del Premio)

“Da mozzare” di Antonio Spagnuolo, prefazione di Lorenzo Spurio

Antonio Spagnuolo, Da mozzare, PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016.

Prefazione di Lorenzo Spurio

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Da mozzare, l’ultimo libro di poesie di Antonio Spagnuolo, edito da PoetiKanten Edizioni

Dopo Ultimo tocco nel quale Spagnuolo tesseva le fila attorno a un tema cardine ossia quello del lutto doloroso e della memoria claudicante ed assonnata della sua lunga esistenza con la moglie Elena, l’insigne poeta napoletano ritorna in Da mozzare ad ampliare il suo senso di tormento al mondo dovuto dall’inadeguatezza figlia della lancinante mancanza della sua dolce metà.

Le poesie che compongono il presente volume sono in qualche modo tutte profondamente legate tra loro perché è il destinatario, l’oggetto di interesse e il dedicatario, ad essere sempre il medesimo. Non c’è però in questo, in quella che potrebbe essere percepita come una ridondanza contenutistica, nulla di pleonastico o di eccessivo. Spagnuolo apre le porte del suo cuore rendendoci partecipi della sua vita di istanti fatta di riflessioni amare, incursioni nella memoria, pedisseque ricerche di elementi che permettano di rivitalizzare il vissuto. Come già osservato in una nota critica al suo precedente volume si staglia netta una linea invisibile che demarca l’irraggiungibile distanza tra il mondo concreto, fisico e tangibile ravvisabile nella materia e nella corporeità con l’universo mentale fatto di sogni e desideri, pensieri e divagazioni, assilli mentali, ricorrenze riflessive e quant’altro. L’uomo anela al recupero di un qualsivoglia contatto fisico con l’amata, una carezza, un bacio, un “tocco” anche fugace, mancanza che non solo lo indebolisce ma ne ossessiona le sue giornate. Di contro, da uomo illuminato, cultore della poesia e dell’arte creativa non fa altro che partire dalla sua condizione di isolamento e solitudine nella stesura di liriche dove è la pregnanza sensazionale e l’accecante sentimentalismo a primeggiare.

Alla sua veneranda età e con il carico della sofferenza per l’addio della donna con la quale ha condiviso l’intera esistenza, il Nostro non manca di appigliarsi con foga agli impulsi vivi ed edificanti di un passato di gioia, condivisione e unità proprio per non cadere nella costernazione più cupa che ne annienterebbe ogni speranza. La memorialistica del rapporto di coppia, nelle convenzionalità tipiche e nelle consuetudini di un rapporto pluridecennale fanno capolino con compostezza tra i vari componimenti dove la profonda carenza dell’uomo è sempre amplificata da una condizione di spossatezza, abbandono, spoliazione e addirittura annichilimento.

Se da una parte il lucido punto di vista dell’uomo non si sottrae alla registrazione puntuale della realtà (“Non c’è rimedio alcuno per averti”) dall’altra è proprio nella fugacità delle sfumature, nella percezione frugale ed estemporanea delle immagini vissute (“Ora nel buio ancora resta intatta la tua figura”) che permettono al Nostro di non cadere nel baratro dell’auto-annullamento e della depressione propriamente detta. Il poeta ricerca nei bagliori intensi del passato il sostentamento a un presente difficile e tormentato dove, se la luce non tornerà ad abbagliare come una volta, non sarà neppure così fioca da piombarlo nel buio pesto. Parole-chiave del volume diventano così la solitudine ed il silenzio a cui non di rado si associano anche gli epiteti di un vivere affaticato, nostalgico, che fa difficoltà a risalire la china, sprofondato in un cromatismo di grigi pesanti che si nutrono dell’angoscia e della desolazione.

Proprio il colloquio intimo con sé, la rievocazione del passato, il tentativo di rimestare nella mente per rompere la solidità granitica di un presente senza aspettative e gioie finisce per mostrarsi il salvacondotto per recuperare un senso all’esistenza: “Il silenzio rinnova le memorie”. Serve allora tacere, rifugiarsi nel suo antro di solitudine, specchiarsi e auto-interrogarsi con una dialettica che non è fatta dal verbo ma dalle immagini, nel loro impulsivo apparire e lento fruire. Vivere di ricordi è possibile perché significa aver condotto con se stessi un profondo interrogatorio della coscienza e dunque essersi messi alla prova: chi lo fa ha il coraggio del combattente e Spagnuolo mostra chiaramente di esserlo. Non si tratta di una vita illusoria che ricerca rabdomaticamente il passato per aggrapparsi strenuamente a qualcosa di già conosciuto ed esperito con il timore invece di aprirsi al futuro (il presente liquido dei giorni) che è inconoscibile e pressante. Il poeta mostra con vividezza quanto l’eredità del passato possa confluire nell’ampia risma dei nutrimenti fondamentali a dar sostegno ed energia non al corpo ma all’anima.

La donna allora, dacché non può essere carne ed ossa, si configura come immagine, una icona non idealizzata ma coerentemente sentita come presente e pulsante. Il compito del poeta sembra allora quello di adoperarsi con i suoi pochi e rudimentali mezzi per riuscire a percepire sempre meglio una visualizzazione della donna-icona e con essa colloquia, immagina di trovarsi, ma più spesso anela alla sua mancanza di corporeità vissuta come assillo insostenibile: “Vorrei toccare le curve come mite fughe/ e rintracciare la gioventù perduta”. Gli attributi dell’icona non sono solo visivi e dunque direttamente figurativi ma si legano anche alle altre sfere sensoriali come quando il Nostro non manca di percepire la dolorosa assenza del “fruscio della [s]ua gonna”.

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Antonio Spagnuolo, autore del libro

Della prematura chiamata di sua moglie alla casa del Padre Spagnuolo parla nella lirica “Pianto” probabilmente, come lo stesso titolo non manca di ravvisare, la più dolorosa e toccante. In essa, rimembrando il giorno dell’addio il Nostro sostiene “Dio ha giocato/ uno sgambetto prima del tempo/ e mi ha raggirato nell’attimo dei frantumi”. La morte della moglie è descritta con una tecnica profondamente sintetica per mezzo di una sintassi semplice dove la vita non è altro che un gioco e la morte uno sgambetto, dunque uno scherzo amaro improvviso, un trucco grottesco. Della morte come appuntamento ultimo insondabile Spagnuolo si riferisce in varie liriche quando con un animo pacificato parla dell’attesa del “passo falso del destino”, lucidamente convinto che la morte, quale maggior imprevisto del genere umano, sia la peggiore delle viltà, per la quale non esistono mezzi efficaci di conforto (“preghiere che non hanno il senso”).

La casa si fa “nuda”, spoglia di presenze concrete e piena di emozioni sottaciute, pulsioni azzerate, ricordi antiquati ai quali si desidera essere calamitati con sprizzante carica, il Nostro nella desolazione e nell’appiattimento dei giorni affida alla poesia il suo tormento e l’angoscia di vivere nell’assenza “ingann[ando] il tempo nella melodia dell’aurora”.

Se la memoria diventa l’unico legame saldo a una vita vissuta, bagaglio di gioie e ricchezze che hanno permesso l’evoluzione e il soddisfacimento della persona, d’altra parte il suo recupero diventa spesso difficile, intiepidito dall’avanzata età, confusionario e poco nitido, privo di tutti quegli effluvi speziati che avevano contornato il momento nel suo sviluppo al presente. Il disagio di cercare di vivere puntando su nuove mete e interessi, cioè di sopravvivere a se stessi, potrebbe in tal senso incontrare la minaccia del lento obnubilamento che conduce alla letargia della coscienza. Ad esso il Nostro contrappone la saggezza di un intellettuale di elevata caratura e la comprensione attenta di un presente che cambia, con i suoi densi accumuli di passato.

Jesi, 5 Dicembre 2015

LORENZO SPURIO

Aldo Palazzeschi (ri)letto ed approfondito

Il secondo volume della iniziativa della rivista di letteratura “Euterpe”

1599_10208217645622215_3109353557930082694_nAll’insegna della riscoperta dei geni della letteratura italiana, quegli esponenti che spesso vengono studiati in maniera semplicistica alla scuola dell’obbligo riducendone la reale cifra letteraria, la rivista di letteratura “Euterpe” ha organizzato il secondo volume della iniziativa letteraria “Stile Euterpe”  dedicato quest’anno alla riscoperta e allo studio attento del poliedrico Aldo Palazzeschi. Il volume, dal titolo di Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista e l’ironico, è curato da Lorenzo Spurio, Martino Ciano e Luigi Pio Carmina e pubblicato dalla casa editrice fiorentina PoetiKanten Edizioni (pagg. 228, Costo: 10 €, ISBN: 9788899325275).

Dopo la nota critica introduttiva scritta da uno dei curatori, il siciliano Luigi Pio Carmina, si susseguono testi poetici ispirati all’impetuosità lirica del Palazzeschi poeta-funambolo o a lui dedicati. Tra di essi figurano opere di Lucia Bonanni (San Piero a Sieve/Scarperia – FI), Corrado Calabrò (Roma), Luigi Pio Carmina (Palermo), Maria Salvatrice Chiarello (Palermo), Osvaldo Crotti (Almenno S. Bartolomeo – BG), Rosanna Di Iorio (Cepagatti – PE), Valentina Giua (S. Pietro Clarenza – CT), Emanuele Marcuccio (Palermo), Francesco Mazzitelli (Policoro – MT), Patrizia Pierandrei (Jesi – AN), Margherita Pizzeghello (Rosolina – RO), Sebastiano Plutino (Messina), Enrica Santoni (Schorndorf – Germania), Francesca Santucci (Dalmine – BG), Antonio Spagnuolo (Napoli), Teresa Spera (Ruvo del Monte – PZ), Rodolfo Vettorello (Milano), Michela Zanarella (Roma), Marta Zirulia (Quartu Sant’Elena –CA).

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Aldo Palazzeschi

Per la sezione narrativa breve l’antologia contiene i racconti di Luisa Bolleri (Empoli – FI), Francesco Paolo Catanzaro (Palermo), Cristina Giuntini (Prato), Gianluca Guillaume (Moncalieri – TO), Samuele Mazzotti (Cesena) ed Antonio Merola (Roma).

Un’ultima, importante, sezione del volume è costituita dalla saggistica e contiene articoli, saggi e critiche letterarie che numerosi studiosi, critici ed amanti della letteratura hanno voluto dedicare ad Aldo Palazzeschi. In questa sezione sono presenti i saggi “Palazzeschi: Vita Vs Letteratura” di Angelo Ariemma (Roma), “Palazzeschi, incendiario assennato” di Marco Ausili (Ancona), “Prospettive storiche per un umorismo… mancato” di Raffaele Guadagnin (Feltre –BL), “Palazzeschi il sovversivo: il corpo come rivoluzione e rimozione del “ di Iuri Lombardi (Firenze), “Palazzeschi: Chi sono?” di Francesco Martillotto (Lago – CS), “Luce alla lanterna” di Antonio Melillo (Almese – TO),  “Stasi e dinamismo ne ‘I cavalli bianchi’ di Aldo Palazzeschi” di Valentina Panarella (Aversa – CE), “Il ‘buffo’ e l’umorismo: l’indagine sulla vita di Aldo Palazzeschi” di Luca Rachetta (Senigallia – AN), “Il tiepido grigiore e il fuoco incandescente: Aldo Palazzeschi” di Lorenzo Spurio (Jesi – AN).

A chiudere il volume sono uno scritto del professore e critico d’arte Armando Ginesi (San Marcello – AN) dal titolo “Internazionalità del futurismo delle arti visive” che dedica particolare attenzione all’avanguardia futurista letta all’interno delle arti figurative e la nota di postfazione firmata dal poeta e critico Antonio Spagnuolo.

(*) Il primo volume di Stile Euterpe era dedicato, invece, a Leonardo Sciascia e il suo titolo è Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà. 

Il volume è disponibile alla vendita sul portale IBS e le altre librerie online. Può essere richiesto anche alla Casa editrice scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com

Antonio Spagnuolo su “La parola di seta” di Lorenzo Spurio

Lorenzo Spurio: “La parola di seta”

PoetiKanten Edizioni, 2015 – pagg. 316 – €  15,00

cover la parola di seta-page-001Una attenta ed approfondita ricerca (o disamina) che diviene un tracciato sapiente e puntuale di una indagine sociologica, culturale, ideologica, il cui sondaggio investe le aspettative di un lettore attento, dell’uomo fuori dalla massa, l’importanza della comunicazione poetica in questo mondo contemporaneo, e la diffusione della cultura attraverso un rielaborato critico puntuale e verificabile, attraverso la poesia che sia degna di lettura.

“L’esigenza di pubblicare un  volume di interviste, forma testuale per altro abbastanza difficile da collocare all’interno di un genere letterario venendo a rappresentare uno strumento che più propriamente è paraletterario, è nata recentemente – scrive Lorenzo Spurio nella introduzione – quando ho compreso che le risposte dei poeti, i loro discorsi, le loro definizioni di poesia e, con una sola parola, le loro esperienze letterarie potessero essere utili non solo a me ma a tutti coloro che amano la scrittura.”

In ordine alfabetico i poeti si alternano con vivissimi interventi: Corrado Calabrò, Marzia Carocci, Ninnj Di Stefano Busà, Fausta Genziana Le Piane, Dante Maffia, Francesco Manna, Fulvia Marconi, Julio Monteiro Martins, Nazario Pardini, Franco Pastore, Renato Pigliacampo, Ugo Piscopo, Anna Scarpetta, Luciano Somma, Antonio Spagnuolo, Rodolfo Vettorello, Lucio Zinna. In appendice quattro nuove voci: Iuri Lombardi, Emanuele Marcuccio, Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella. La prefazione, a firma di Sandro Gros Pietro, riesce a puntualizzare questo riferimento ad un laboratorio artigianale di notevole qualità, e di utilissima impostazione, meritorio di realizzare proposte ed illusioni , esperienze e memorie, introspezioni ed illuminazioni.

Particolarmente riuscita l’elaborazione di un  percorso che realizzi un panorama multicolore e variegato, nella proposta di personali immaginazioni  e originalissime rivisitazioni.

ANTONIO SPAGNUOLO

A Bagheria (PA) la presentazione dell’antologia su Sciascia promossa dalla rivista “Euterpe”

Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà

Curatore: Martino Ciano

Prefazione: Nazario Pardini

Postfazione: Antonio Spagnuolo 

Editore: PoetiKanten Edizioni

Anno: 2015

Pagine: 122

ISBN: 9788894038859

Costo: 10,00 €

 

stile euterpe_cover frontSinossi: La presente antologia, primo volume dell’iniziativa lanciata dalla rivista di letteratura “Euterpe” per una nuova cultura, volta a dedicare ogni anno una edizione collettanea a un dato autore, è stata dedicata a Leonardo Sciascia e porta quale sottotitolo “cronista di scomode realtà”. Il volume si apre con una nota di Martino Ciano (redattore di “Euterpe” e curatore del volume) alla quale segue la prefazione del poeta e scrittore Nazario Pardini.

Nella sezione poesia sono raccolti testi di Emanuele Marcuccio, Daniele Barbisan, Giorgina Busca Gernetti, Lucia Rita Carfagno, Osvaldo Crotti, Michela Zanarella, Sebastiano Impalà, Valentina Sensi, Maria Antonietta Filippini, Leonardo D’Amico, Catello Di Somma, Davide Lucarelli; nella sezione racconto sono presenti testi di Pasquale Faseli, Samuele Mazzotti, Corrado Calabrò, Sebastiano Plutino, Francesco Paolo Catanzaro, Luisa Bolleri, Nicola Giannini, Enrica Santoni, Giuseppe Barcellona; per la sezione saggistica interventi di Luca Rachetta, Lorenzo Spurio e Iuri Lombardi.

Il volume si chiude con una preziosa nota critica del poeta e scrittore Antonio Spagnuolo.

Domenica 19 aprile 2015 a Bagheria (PA) presso Palazzo Cutò, ospiti della Associazione Bagnera, si presenterà il volume antologico dedicato a Leonardo Sciascia. L’evento è libero al pubblico che è caldamente invitato a partecipare e intervenire. Durante la serata sarà possibile acquistare il summenzionato volume.

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FOTO DELLA PRESENTAZIONE (scatti di Enzo Lo Coco)

Marcuccio, Spurio, Carocci, Calzolari, Celestini, … nella raccolta poetica “Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio

Comunicato Stampa

Qual è lo spirito di un dittico poetico? Perché creare un dittico poetico a due voci?

Per trovare corrispondenze di significanti nei versi di due poesie di due poeti, accomunate dal tema simile, per trovare affinità elettive nella loro poesia, oltre le distanze e il tempo; quando ciò accade, si riesce ad ascoltare la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta, ed è stupore e meraviglia.

 

Emanuele Marcuccio

 

Dipthycha 2_cover_frontTraccePerLaMeta Edizioni ha pubblicato Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…,[1] opera critico-antologica su progetto e cura editoriale del poeta palermitano Emanuele Marcuccio, ivi presente con trenta titoli e con le note critiche del poeta e critico letterario bresciano, Luciano Domenighini. Impreziosisce l’opera una postfazione a cura del noto poeta Antonio Spagnuolo.

Scrive Marcuccio nell’introduzione: «È trascorso poco più di un anno dalla pubblicazione della non solita Antologia poetica, Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…, ed eccomi a presentarvi un secondo Volume, Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…

Dipthycha, termine derivato dall’originale latino diptycha (-orum), con contaminazione in chiave moderna e riadattamento del dittico, la tavoletta cerata in uso presso gli antichi Romani per scrivervi con lo stilo, in chiave poetica.

Un’Antologia critica, da me ideata e curata, innovativa nel suo genere, in cui ogni dittico poetico è seguito da una nota critica di Luciano Domenighini.

[…] Il progetto di Dipthycha 2 è nato quasi per caso, mai avrei pensato a dei commenti critici su dei dittici poetici a due voci; […] questo tipo particolare di dittico, da me ideato nel 2010 (grazie al primo intercorso con l’amica poetessa Silvia Calzolari), è davvero qualcosa di nuovo. Trattasi di una composizione di due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica.

[…] Infine, una parola sulla foto di copertina che ho scelto. Essa ritrae una fanciulla magnificamente agghindata, che tiene con la mano sinistra un dittico e con la destra lo stilo alle labbra, un particolare del famoso affresco pompeiano del I sec. d.C., la cosiddetta Scriba o Saffo, conservato presso il Museo archeologico Nazionale di Napoli. Ritengo sia questa una meravigliosa sintesi immaginifica del presente lavoro, dallo stilo alle labbra si intuisce studio e dal dittico in mano scrittura: dunque, critica e dittici poetici, mutatis mutandis

Luciano Domenighini nella prefazione scrive: «[…] In questo libro commento ventisei dittici, in cui diciotto autori diversi si confrontano con testi poetici di Emanuele Marcuccio.

Compaiono poi tre dittici particolari: nel primo un testo di Marcuccio è accostato a un frammento del lirico greco Mimnermo da Colofone; nel secondo, su proposta di Marcuccio, si confrontano le liriche di due poetesse contemporanee, Maria Rita Massetti e Giusy Tolomeo; nel terzo, infine, il confronto è fra due maestri della poesia italiana, Carducci e Pascoli, dove il fattore di affinità riscontrato è la capacità di comprendere e descrivere la natura compenetrandosi in essa. Il magistero linguistico e compositivo dei due grandi poeti dimostra una volta di più che la qualità della forma letteraria è il fattore principe di traduzione, evidenziazione e di tutela dell’afflato ispirativo.»

Scrive Antonio Spagnuolo nella postfazione: «[P]regevoli ricami sono tutti gli accostamenti che Marcuccio riesce a costruire poesia dopo poesia, da Silvia Calzolari, con omaggio indelebile a Giacomo Leopardi, diversi per stile ma accomunati dall’eco di Recanati, a Ilaria Celestini, nel limpido e affettuoso dettato, a Ciro Imperato, nel vigoroso impeto civile, a Grazia Finocchiaro, nelle segrete emozioni della memoria, a Rosalba Di Vona, vivificante nel tratto intimistico, a Donatella Calzari, nella limpida espressività emotiva, ad Aldo Occhipinti, dalla suggestiva strofa cosmica, a Maria Rita Massetti, dall’ampio respiro corale, a […] Grazia Tagliente, negli occasionali frammenti di rime e nella ricca sequenza di metafore, a […] Anna Alessandrino, fra il tempo inteso come sequenza e il sogno come elemento verginale, a Lorenzo Spurio, con la sua imprevedibile incisione musicale.

[…] Febbrile e singolare modernità di accostamenti, offerta dalla capacità immaginativa del palermitano, poeta dal multiforme profilo e dalla instancabile volontà di sperimentazione.

Infine, scrive Francesco Martillotto nella quarta di copertina: «[…] In quest’antologia critica i temi che accomunano i dittici sono svariati: da quelli sociali e civili ai sentimenti, da quelli in cui si contemplano natura e creato a quelli pertinenti la sfera intimistico-riflessivo-filosofica. Viene indagata in queste corrispondenze, con moduli espressivo-linguistici eterogenei e personali, la memoria culturale e collettiva nel suo complesso, partendo da topoi comuni (intesi con Curtius come “unità tematiche” che hanno attraversato e unificato la letteratura occidentale), andando al di là di “distanze” e “tempo” e creando, come scrive Emanuele Marcuccio, “stupore e meraviglia”.»

In questa non solita opera critico-antologica sono presenti poesie di Emanuele Marcuccio, Silvia Calzolari, Ilaria Celestini, Ciro Imperato, Grazia Finocchiaro, Rosalba Di Vona, Donatella Calzari, Aldo Occhipinti, Marzia Carocci, Lorenzo Spurio, Francesco Arena, Maria Rita Massetti, Giorgia Catalano, Giusy Tolomeo, Grazia Tagliente, Rosa Cassese, Daniela Ferraro, Antonino Natale, Anna Alessandrino, Teocleziano Degli Ugonotti.

 

 

Info:

marcuccioemanuele@gmail.com

www.facebook.com/Dipthycha

www.tracceperlameta.org

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

 

TITOLO: Dipthycha 2

SOTTOTITOLO: Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…

AUTORE: Emanuele Marcuccio e AA.VV.

CURATORE: Emanuele Marcuccio

PREFAZIONE E NOTE CRITICHE: Luciano Domenighini

POSTFAZIONE: Antonio Spagnuolo

NOTA CRITICA DI QUARTA: Francesco Martillotto

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

GENERE: Critica Letteraria

PAGINE: 184

ISBN: 978-88-98643-25-7

COSTO: 12 €

Link diretto alla vendita

 

 

[1] D’accordo con tutti gli autori presenti nell’antologia, si procederà per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite a AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro, così come si è già fatto con il primo volume, Dipthycha (Photocity Edizioni, 2013).

Intervista al poeta: Lorenzo Spurio colloquia di poesia con Antonio Spagnuolo

LS: Il poeta romantico inglese John Keats (1795-1821) in uno dei suoi aforismi scrisse: «Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente». Che cosa ne pensa della poesia intesa come atto creativo e prodotto finale di ispirazione, ricerca e voglia di rappresentarsi?

AS: Se la poesia non nasce dal momento spontaneo della percezione, è meglio lasciare la pagina in bianco. Sono perplesso sulla parola “ispirazione”, perché io ho sempre incontrato la poesia nel momento della sensazione psicologica del recepire un verso, un verso improvviso, che tormenta l’orecchio e le circonvoluzioni cerebrali. Da quel verso si dipana tutta la creatività, che possiamo anche interpretare come ricerca del “dettato” migliore. La voglia di rappresentarsi è forse una mera figura di vanagloria, mentre il comporre poesia per me non è altro che urlare al mondo sentimenti, illusioni, dolcezze, amarezze, ideali, amori che ci attanagliano nella quotidianità.

 

LS: Da napoletano verace nella sua ampia produzione si ravvisa una grande predilezione per il colore nelle sue tinte forti, a volte addirittura contrastanti, tanto che Plinio Perilli ha osservato: «Spagnuolo […] potrebbe nascere come pittore, nonché poeta “visivo”»[1]. Riferimenti alla luce, ai bagliori o al buio, ai diversi piani visuali, all’arcobaleno e alle ombre, che si ravvisano nelle sue opere sono, forse, ancor più esplicite se si prende in considerazione i titoli di due delle sue sillogi: Graffito controluce (SEN, 1978) e Ingresso bianco (Glaux, 1983). Quanto è realmente importante secondo Lei il colore che come sappiamo è il risultato dell’attività percettiva dell’uomo in base alle varie lunghezze d’onda?

AS: I colori sono l’espressione visiva della vita stessa. Senza i colori il mondo sarebbe una triste monotonia del grigio, adatta alla depressione. I colori sono tenacemente legati ad Eros, perché nell’amore si sprigiona tutto l’arcobaleno dei sentimenti. Ora più di un critico mi ha generosamente catalogato come probabile “pittore”, e qui ricordo che mio padre è stato un ottimo pittore del secolo scorso. Forse nel mio DNA serpeggia qualche pennellata da imprimere nel riverbero della luce solare che inonda il mare di Napoli. Anche Gilberto Finzi nella sua prefazione al mio Fugacità del tempo[2] mi appella “Luminoso, rutilante”.

 

LS: Alda Merini (1931-2009) viene considerata unanimamente una delle maggiori voci poetiche del secolo passato. Eclettica e combattiva, romantica e critica nei confronti della società, la Merini ha lasciato un grande bagaglio culturale di un nuovo modo di fare poesia, più pratico e concreto che l’uomo ha sentito più suo. Nella sua lunga carriera ha mai avuto l’occasione di incontrarla e di parlarci? Se sì, può raccontarci la sua prima impressione che ebbe dalla donna? Le propongo, poi, di seguito una sua lirica che riflette sul ruolo del poeta nei nostri tempi[3] per chiederle una sua interpretazione personale:

E tutti noi costretti dentro
le ombre del vino
non abbiamo parole né potere
per invogliare altri avventori.
Siamo osti senza domande
riceviamo tutti
solo che abbiano un cuore.
Siamo poeti fatti di vesti pesanti
e intime calure di bosco,
siamo contadini che portano
la terra a Venere
siamo usurai pieni di croci
siamo conventi che non hanno sangue
siamo una fede senza profeti
ma siamo poeti.
Soli come bestie
buttati per ogni fango
senza una casa libera
né un sasso per sentimento.

 

AS: Sinceramente non amo molto la poesia di Alda Merini, che ho incontrato furtivamente in un’occasione non troppo felice. Lo scambio di frasi e di idee fu rapido, e piuttosto sulle corde, a causa di alcune divergenze. Donna senza alcun dubbio tenace e forte, ma palesemente toccata dalla sua troppo devastante malattia psicologica. La sua poesia ha risentito positivamente del suo stato patologico e ne ha assorbito il taglio.

Il testo che mi proponi è una strana poesia che vorrebbe presentare il poeta come oste capace di ubriacare il lettore, e vede il poeta nello scorcio di negatività senza sangue. Io personalmente non mi sento affatto una “bestia buttata nel fango, senza una casa libera né un sasso per sentimento.” Il poeta è un semplice elemento di eleganza e di delicatezza, e non mi sembra confortevole la visione della Merini.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un’analisi è “I coltelli del desiderio”[4] tratta dalla silloge La strada sconnessa di Dante Maffia[5]:

 

I coltelli del desiderio non si cancellano mai,
lasciano una scia lunga incolmabile
su tutte le cose che hanno sfiorato, e tu sai
che io sono stato nel fuoco irrecuperabile
delle emozioni fino a farmi male.
 
Entravo e uscivo dal fondo del tuo essere
come un mago che però non ha più l’energia
di fondere in sé il miracolo a cui è destinato.
Tutto mi restava dietro i passi in cumuli così alti
che a volte mi sembrava d’avere perduto la via.
 
Ciò che è passato dovrebbe essersi dissolto
e invece mari lettere carezze
sono echi imperiosi che m’inseguono
e parlano dolcemente ricostruendo il senso
di certe giornate che ricordo vuote.
 
Sono voragini oppure sensi di colpa
per la mia viltà, per il mio passo incerto
d’uomo sempre bastonato dalla vita?
Niente s’è disperso; ancora arrivano tuoni
da chissà dove a ridarmi il tuo nome.

 

AS: Dante Maffia è un ottimo amico con il quale ho trascorso diverse ore di interesse culturale e di impegni editoriali, sempre nell’ottica della positività. Qui, nella poesia proposta, egli si presenta come pellegrino del gioco dell’amore e del fuoco dei desideri. Il ricordo e l’illusione sono palesemente delle vertigini che stordiscono il poeta, il quale non ha vergogna a presentarsi come vile per un suo “passo incerto”, anche se bastonato violentemente dalla vita. Le sfocature trascorrono rapide per la magia di un destino che segna ogni perdita. Il ritmo incalzante delle proposizioni rende musicalmente calda la creatività.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo la poesia “Cattivi pensieri”[6] della poetessa fiorentina Sandra Carresi[7]:

Cattivi pensieri
per i giganti
che colpiscono
alle spalle,
 
per la follia del Mondo,
e gli sguardi
indifferenti,
 
per quello specchio
interno
che ci parla di noi
e degli altri.
 
Voglio
buttare via
per tempo
tutto questo,
 
prima che,
il pensiero inaridisca
il cuore,
 
prima che,
il ghiaccio e il sole
riescano a baciarsi.

 

AS: Una poesia rapida, semplice, realizzata con versi brevi, ove il ritmo incalza per una sua necessaria frequenza, che vorrebbe coinvolgere il lettore nella irrequietezza del poeta. Sinceramente non approvo troppo la realizzazione di poesie giocando esclusivamente sugli “a capo”, perdendo così la musicalità del verso lungo, in particolare dell’endecasillabo. Se fai attenzione in questa poesia ritrovi proprio l’endecasillabo se leggi alcuni versi uniti in un sol fiato : “…per quello specchio interno che ci parla…” o “…prima che ‘l pensiero inaridisca il cuore…”

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 LS: Nella sua ultima silloge, Il senso della possibilità (Kairòs, 2013), è presente una lirica dal titolo “Bugie”[8] nella quale si parla velatamente di un amore tormentato («mi sorprendo ogni volta ad inseguire/ inquietudini»; «sotto il labbro l’oro delle ferite/ rimpiange il ritmo disperso di moine») per concludere nel verso finale con un riferimento all’arte poetica: «L’ultimo accento è ancora la poesia». Come dobbiamo interpretare questo “accento”? Come salvezza, porto franco, emblema del tempo-senza-tempo? Può spiegarci?

AS: In questo periodo purtroppo sono angosciato per l’improvvisa perdita di mia moglie Elena, morta a 76 anni lo scorso novembre, dopo fulminante malattia. La nostra unione è stata una delicata e calda storia di amore che è durata nella sua pienezza ben sessantadue anni. Ora la solitudine opprime e devasta, e l’unico rifugio per non impazzire è la poesia. Poesia come salvezza, poesia come ricordo di momenti luminosi, poesia come sopravvivenza nel tempo fuori del tempo, nella illusione che il verso possa toccare quella che noi chiamiamo eternità. L’accento finale che la poesia pone all’individuo è il sussurro che il subconscio suggerisce in un vortice di coriandoli multicolori, per sospingere verso un atto di liberazione che contemporaneamente è vincolo verso l’empireo.

 

LS: Oltre alle sue varie pubblicazioni di poesia e narrativa, va ricordato che si è dedicato anche all’opera teatrale; nel 1995, infatti, ha pubblicato Il Cofanetto.[9] Qual è la ragione scatenante che motivò la decisione di scrivere un’opera teatrale? Ha scritto anche altre opere di questo genere che per ora restano inedite?

AS: Il tentativo, non so se ben riuscito o meno, di scrivere qualcosa per il teatro nasce dalla irrequietezza che mi distingue nel campo delle lettere. Mi sono detto: “Perché non provare anche qualche scritto per il teatro? Ne sono capace?” Ed ho provato. Io, nello stendere il testo teatrale, mi sono visto proiettato direttamente sul palcoscenico, ed ho sentito viva la percezione dei vari attori immaginati, a mano a mano che li realizzavo. Ho scritto anche una farsa in vernacolo napoletano, non pubblicata, ma rappresentata con grande successo di pubblico.

  

LS: In molti paesi del mondo esistono ancora dei prepotenti sistemi di censura e di restrizione delle libertà di espressione che limitano e impediscono agli intellettuali di esprimersi liberamente senza essere accusati, perseguitati, condannati o addirittura uccisi. Questo avviene ancora in Cina e in numerosi altri paesi che sono retti da forme di governo dittatoriali o falsamente democratici. Cosa ne pensa di queste realtà delle quali si parla molto raramente? Ha avuto modo di conoscere intellettuali che sono stati stigmatizzati, ostacolati e tenuti a distanza perché ritenuti in qualche modo “pericolosi”?

AS: Le dittature sono la peggiore iattura che possa capitare ad un popolo. Ne abbiamo vissuto negli anni del fascismo una prova determinante. Ora in alcuni paesi (dell’Oriente in particolare) sopravvivono forme di censura, di persecuzione degli intellettuali, di condanne violente, che rendono impossibile le espressioni libere e valide della letteratura. Sarebbe necessario un intervento radicale da parte del mondo libero, ma purtroppo le “guerre” sono altro motivo di indecenza e di prepotenza. Non ho avuto occasione di conoscere personalmente poeti perseguitati, e me ne dolgo.

  

LS: Negli ultimi anni si sono diffusi due diversi sistema di pensiero circa l’utilizzo della metrica nella poesia contemporanea. C’è chi, legato alla tradizione, è particolarmente incline all’osservanza della metrica e dà una grande attenzione nei confronti della strutturazione dei propri componimenti. Dall’altra parte –ed è la tendenza che predomina almeno nelle nuove generazioni- è diffusa la convinzione che la metrica rappresenti un sistema limitante e di ingabbiamento del libero fruire delle emozioni del poeta che non si coniuga con il carattere istintuale e inafferrabile dell’atto poetico. Che cosa ne pensa Lei a riguardo? Come considera la metrica?

AS: La poesia, la vera poesia è anche musica, ritmo, variazioni del suono, ricchezza di parole, scelta dei segni. Io sono assolutamente certo che l’endecasillabo è l’unica possibilità per entrare nelle armonie delle scansioni. Pur tenendo sempre da conto la tradizione, che è e rimane un punto di partenza validissimo per il bagaglio di ognuno, ciò che non reputo più necessaria è la ricerca della rima a tutti i costi, o la costruzione del venerabile “sonetto”, anche se in ultima analisi sono sempre delle utili esercitazioni per l’elasticità mentale.

 

LS: La diffusissima di letture pubbliche nata nei paesi anglosassoni e denominata reading è una realtà culturale in cui vari poeti si incontrano e, spesso attorno a un determinato tema, realizzano serate poetiche. Questo è uno dei modi che permette agli intellettuali di riunirsi, condividerne le ragioni e si propone come valido momento di incontro, scambio di idee e quindi come serio veicolo di cultura. Quali altre iniziative secondo Lei dovrebbero essere incrementate o create ex-novo per stimolare lo studio, l’analisi e la diffusione della Poesia? Quali crede che debbano essere gli spazi deputati a queste attività e perché?

AS: Utile senza dubbio la pratica delle letture pubbliche, anche se difficilmente si trova un “pubblico” ben disposto ad ascoltare poesia, così come difficilmente troviamo lettori di poesia. Per lo più, come esperienza personale, credo che la riunione di numerosi poeti intenti a leggere i loro testi sia una specie di fiera della vanità, perché si finisce sempre con il riunire gli stessi elementi e leggere a vicenda – (vicendevolmente) – le proprie poesie, senza una evidente capacità di “crescita”. Rimane però il valido apporto culturale, per scambio di idee, e proposte di ricerca, che tali riunioni dovrebbero e potrebbero realizzare. Almeno a Napoli una tale proposta rimane lettera morta!

 

 

Napoli, 29 maggio 2013

 

 

[1] Plinio Perilli, Come l’ombra di una nuova sull’acqua. Per Antonio Spagnuolo, frantumato ed affranto di luce, Napoli, Kairòs, 2007, p. 13.

[2] Antonio Spagnuolo, Fugacità del tempo, Faloppio (CO), LietoColle, 2097.

[3] La poesia si intitola “Poeti” ed è inserita in Alda Merini, Il canto ferito, Milano, RCS, 2012, p. 154.

[4] Dante Maffia, La strada sconnessa, Firenze, Passigli, 2011, p. 25.

[5] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[6] Sandra Carresi, Le ali del pensiero, Avola (SR), Libreria Editrice Urso, 2013, p. 16.

[7] Sandra Carresi è nata a Firenze nel 1952. Poetessa e scrittrice con una lunga attività all’ARCI provinciale di Firenze, è in pensione dal 2011. Affida i suoi scritti con regolarità al sito Racconti Oltre e al suo blog personale. Per la poesia ha pubblicato Una donna in autunno (Ilmiolibro, 2010), Dalla vetrata incantata (Lulu, 2011), L’ombra dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012) e Le ali del pensiero (Libreria Editrice Urso, 2013). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti Non mi abbraccio, mi strizzo (Il miolibro, 2009), Ritorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate, 2012) -scritto assieme a Lorenzo Spurio- e Battito d’ali nel mondo delle favole (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013) -scritto assieme a Michele Desiderato-. Sue poesie sono presenti in numerose antologie di concorsi, ai quali partecipa ricevendo lusinghiere attestazioni.

[8] Antonio Spagnuolo, Il senso della possibilità, Napoli, Kairòs, 2013, pagg. 104

[9] Antonio Spagnuolo, Il Cofanetto – due atti –  L’assedio della poesia, Napoli, 1995.

Intervista a Franco Pastore. A cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Franco Pastore
A cura di Lorenzo Spurio 
 
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LS: Quando cominciò a scrivere i primi versi? La sua prima produzione era influenzata da poeti e scrittori che ha letto durante l’adolescenza? Quali?

FP: Cominciai a scrivere versi alle scuole medie, ma erano più satire che poesie. Ne ricordo, infatti, una sul mio paese, che evidenziava l’assenza di strutture e la scarsa igiene delle salumerie. Dopo una pausa piuttosto lunga, iniziai a scrivere versi al liceo, ispirato dai classici greci e latini. Ricordo che  polarizzarono la mia attenzione le traduzioni delle brevi poesie di Saffo ed Alcmane: «εδουσιδʼρέωνκορυφαίτεκαὶφάραγγες dormono le cime dei mon-ti, le vette e le valli…»; per non parlare di Pindaro: « luomo è lombra di un sogno ». La poesia latina invece faceva riflettere, ma comunque impazzivo, dell’Eneide, per i magnifici versi sulle nozze di Didone ed Enea. E che dire dei canti di Catullo, dove esterna il suo amore per Lesbia: «Dà mi bàsia mìlle, dèinde cèntum,… dammi mille baci, poi ancora cento…».  Fu  molto più tardi che fui attratto dalla poesia di Montale, dopo che avevo dedicato circa un quinquennio  al Leopardi. Verso i ventisei anni, mi dedicai alla letteratura russa, che abbandonai poco dopo il servizio militare, il mio preferito era Puskin. A trent’anni iniziai ad avvertire il fascino della poesia dialettale, soprattutto per i versi in romanesco ed in napoletano: Trilussa, Guglielmo Somma ed Antonio De Curtis. Oggi mi piace molto anche il dialetto siciliano, tanto che molti amici mi inviano le loro composizioni.

 

LS: Oggigiorno sono in molti a definirsi “poeta” per il semplice motivo di scrivere in versi o di spezzare frasi con gli “a capo”. Qual è un suo giudizio qualitativo sulla grande produzione poetica che si è sviluppata negli ultimi anni e quale tendenze/espressioni preferisce di più?

FP: Tutti oggi scrivono poesia, un po’ è una moda, ma forse è un escamotage per non essere annullati come persone umane. Il valore poetico? è rapportato alla superficialità della cultura e ad un “lavoro scolastico” sempre più povero di contenuti. Ma non mancano intuizioni liriche notevoli, magari espresse con mezzi espressivi inadeguati, ma pur sempre notevoli. Là dove è presente la cultura, anche la poesia si tracima in atmosfere ricche di toni e di pispigli. Tuttavia, non ho molta simpatia per i fraseggi e  gli assembramenti di fonemi ritmati e non, che chiamano in modi diversi, ma sono sciocchezze assurde alcuni, altri pura follia.

 

LS:  Uno degli esponenti di spicco della celebre “generazione del ‘27” assieme a Rafael Alberti, Luis Cernuda e Federico García Lorca, fu Pedro Salinas (1891-1951), importante anche per il suo impegno sociale. Salinas viene ricordato come uno dei maggiori “poetas amorosos” grazie a una serie di sillogi di importante levatura quale La voz a te debida (1933), Razón de amor (1936) e Largo lamento (1938). Le propongo la lettura di “Per vivere non voglio” (“Para vivir no quiero”) tratta dalla silloge La voz a te  debida:

Per vivere non voglio

isole, palazzi, torri.
Che grandissima allegria:
vivere nei pronomi!
Ora togliti i vestiti,
i connotati, i ritratti;
io non ti voglio così,
travestita da altra,
figlia sempre di qualcosa.
Ti voglio pura, libera,
irriducibile: tu.
So che quando ti chiamerò
in mezzo a tutte le genti
del mondo,
solo tu sarai tu.
E quando mi chiederai
chi è colui che ti chiama,
colui che ti vuole sua,
seppellirò i nomi,
le etichette, la storia.
Strapperò tutto ciò
che mi gettarono addosso
prima ancora che io nascessi.
Poi, tornando all’eterno
anonimo del nudo,
della pietra, del mondo,
ti dirò:
“Io ti voglio, sono io”.

 

FP: Se fosse possibile liberarsi di ogni preconcetto, di ogni ipocrisia, se fosse possibile liberarsi di mode, aggettivazioni che allontanano e distinguono, che grande cosa sarebbe l’uomo, nel suo relazionarsi con l’altro, con se stesso e con il mondo! E’ un po’ il concetto del nosce te ipsum, quella conoscenza del sé, nudata di ogni struttura fuorviante, di quello che è stato imposto da subculture e dottrine finalizzate, o da ignoranze ataviche, inculcate per tradizione, un γίγνωσκε σαυτὸν, alla maniera degli esoterici. Ecco come i poeti sognano e proiettano sull’anima i propri sogni.

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta alcune liriche di poeti contemporanei viventi, per richiedere un proprio commento-interpretazione. La prima poesia che Le propongo è “Rami di mirto”[1] di Antonio Spagnuolo[2] 

 

Nel triste regno dei fantasmi il tuo fantasma

è straniero, quale fantasia che cambia colori,

sorpreso a beffare la vecchiaia,

che intorpidita sospende i miei segreti.

Qualche rimorso mi sollecita ancora:

ripiombare nel tempo abbandonato…

Come il nero che in verticale

a fatica ingombra il precipizio,

che per caso è ferita di una verità,

Basta il bagliore di un rapido tramonto,

il riflesso che abbandona lì orizzonte

per ricostruire il lamento delle manchevolezze.

Ormai poche parole inutilmente

percorrono il vermiglio sgranato,

per il sangue che ricuce i frammenti

io ho soltanto del mirto.

 

FP: E’ la liricità che preferisco: infatti, scaturisce dall’animo, come acqua pura di sorgente e ti entra dentro recando una malinconia soffusa, che lentamente si apre, come un fiore sotto il sole di maggio ed espande il profumo tipico del canto, che, dal tramonto rapido, esonda nel rimpianto e nel vivere di … poesia. Alla fine, solo il rimorso per qualcosa che non hai fatto, o che non dovevi fare, ti costringe al ricordo, ma non più di tanto, tutto scompare con il tramonto e le ombre divengono una lunga notte, ricca di silenzio essenziale.

 

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia della poetessa Elisabetta Bagli[3] intitolata “Tortura”[4], di stile e contenuto molto diverso dalla precedente e sulla quale sono a chiederLe un suo commento:

Nuda, umiliata,

martoriata,
supina sull’asfalto
del mio tunnel,
aspetto.
La sua oscurità mi avvolge,
voglio liberare
la mia esistenza
con pneumatici pietosi
oscillanti sul mio corpo,
macellare la mia carne,
polverizzare le mie ossa.
Speranza incompiuta.
Sei arrivato tu.
Suadente voce
non mi hai permesso
di andare.
Mi hai preso per mano,
portandomi dentro te
nel tunnel buio
della tua anima
costellata di stelle velate
che vuoi scoprire con me.
Pizzichi la mia fantasia
come le corde di quel violino
che non vibrano senza te.
I tuoi ritmi sono dolci e irruenti
come le tue parole,
leggeri aliti di vento sul mio collo,
come il tuo vegliare su di me
mentre annusi la mia essenza.
Mia lenta,
inesorabile tortura.

 

FP: E’ sempre l’amore che vince sul buio della più nera malinconia. Chi ti ama ha il potere di tracimarti oltre ogni incomprensione di te ed oltre quell’abbandono che si fa muro tra noi ed il mondo. Ma non un amore semplice, fatto di profumi e di musica, come quello di una margherita sui fili verdi del prato, bensì un sentimento più forte, generoso ed intimo, dolce ed irruente, che parla con la musica delle parole e l’armonia del respiro, un amore che diviene eco, nel silenzio notte. Un amore fisico ed intellettuale, che ti entra dentro e, concretizzando i sogni, si impone “ come tortura inesorabile” alla mente, togliendo pace all’anima.

 

LS: Quali sono secondo lei le condizioni migliori per dedicarsi alla scrittura di una poesia? C’è un momento della giornata che predilige per “confessarsi” e trasmettere agli altri le sue considerazioni, pensieri o paure?

FP: Non vi è un momento particolare, né penso che la poesia sia una confessione. Ogni momento è fertile per esternare quell’idea che nasce improvvisa e che nemmeno tu sai dove vuole andare a parare. Spesso, può accaderti anche nel dormiveglia della notte, ma sei troppo pigro per alzarti e ti riprometti di realizzarla più tardi, quando si accenderanno le luci del mattino, ma non ricordi più nulla e stai male tutto il giorno. Che strana condizione quella che ti porta a scrivere versi, anche nei momenti di malat-tia, o dopo gravi accadimenti, a volte anche funesti! Basta un lampo nel diverticolo della memoria ed ecco che  una vecchia sensazione, un ricordo si fa presente.

Un presente misterioso, che emerge dalle ombre del mistero, dopo che tutti i frastagli del contorno reale si sono mitigati; un ricordo nudo che ti parla dentro e, con l’animo, muove la mano, mentre la poesia si concretizza. Successivamente interviene il cervel-lo, che va a verificare la musica delle parole e l’efficacia della trasmissione.

  

LS: C’è una sua silloge poetica alla quale si sente più legato? Se sì, quale è e perché ne è particolarmente legato?

FP: Non posso rispondere a questa domanda, perché una sorta di maledizione mi fa amare in modo irrazionale, sempre l’ultima silloge che vado a realizzare, togliendomi persino il ricordo delle precedenti e l’ultima è quella che s’intitola OLTRE LE STELLE e verrà pubblicata nel 2014. E’ dedicata al paese dell’amore S. Valentino Torio, in provincia di Salerno, dove sono nato 69 anni fa. Questa è la dedica: Ricordi Incessanti, / come  pispiglianti aneliti,/ l’animo catturano /ed il cuore. / Rarefatte dal tempo, / emozioni riemerse / rinnovano la mia storia. / Come ombre di memoria / sovviene l’infanzia / con l’umido delle strade / di basalto e, più in alto, / i balconi di rose, / dove m’attendeva / mamma mia … / Era l’amor di casa / e della terra mia, / che contornava / tutto di poesia. / Torna il passato / nel canto del silenzio, / ma i morti / non hanno più voce!

  

LS: Secondo lei per poter carpire al meglio il messaggio e la musicalità della poesia straniera è bene leggerla in lingua originale laddove si comprenda la lingua oppure è sempre opportuno ricorrere alla traduzione in italiano. Perché?

FP: Certamente, se si conosce la lingua, è opportuno leggere la poesia nella lingua in cui è stata composta. In caso contrario, ci si dovrà accontentare della traduzione, che non potrà mai offrire tutte quelle emozioni e sfumature, a volte così evanescenti, che sicuramente coglieremmo nella lingua di scrittura, ma spesso, la nostra limitatezza non ci permette un connubio più proficuo con l’opera.

  

LS: Il poeta galiziano Mario Villar (1965) in una sua poesia riflette sulla condizione del poeta e osserva:

Il poeta è un fingitore

ma lo fa di nascosto

quando si tratta d’Amore

per rimanere come una tortora

nell’attimo del distacco.[5]

 

Che cosa ne pensa di questa interpretazione del poeta e in che modo, invece, intende lei la figura del poeta nella nostra contemporaneità?

FP: Il poeta, oggi come ieri, è colui che vede al di là di ogni impostura, guidato si, quale esteta, a cogliere il bello, ma nel suo contorno di giustizia e di vero universale. Per questo, “fare poesia” non si può racchiudere in un assioma, né in un schema razionale; fare poesia è della persona umana, che si interessa dell’uomo, perché vive tra gli uomini in modo fertile (homo sum et nihil humani a me alienum puto), guidato da una sensibilità che lo porta a guardare gli eventi, super partes, facendo sentire la propria voce, chiara come l’acqua di una fonte, penetrante come il pianto di un bambino, forte, più di quella del demonio che è in ogni uomo della terra.

 

LS: Cosa si sente di dire ai giovani poeti che seriamente si impegnano nella letteratura cercando di trovare attenzione da parte di un pubblico sempre maggiore, rischiando il più delle volte di non trovare voce e rimanere un’ esperienza di nicchia?

FP: Bisognerebbe dire ai giovani che la poesia è una cosa seria. Non è una moda, né una sorta di scrittura a rigo stretto. Bisognerebbe pure dire che la scuola, oggi, è solo una occasione di impegno, ma che spetta ad essi formarsi, attraverso una volontà personale ed un duro lavoro di tavolino. Oggi, scrivono milioni di giovani e meno giovani, per un pubblico già refrattario alla lettura; quando poi si offrono stoltezze e masturbazioni di pensiero, allora viene a scadere ancora di più l’interesse per la poesia, tanto che oggi se ne è smarrito il senso. Allora, come si fa ad offrire agli altri i nostri “versi”, quando noi medesimi ignoriamo i grandi della poesia: i lirici greci, le tragedie di Euripide, Dante, Foscolo, Leopardi, Carducci ed ancora Jaques Prévert, Montale, Gatto e così via? Alla fine, penso che quando il messaggio della nostra anima è valido, prima o poi verrà comunque recepito da chi ama leggere poesia.

 

 Salerno, 3 gennaio 2014                                                                               

 

[1] Antonio Spagnuolo, Misure del timore – Antologia poetica 1985-2010, Napoli, Kairós, 2011, p. 170.

[2] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[3] Elisabetta Bagliè nata a Roma nel 1970. Vive a Madrid dal 2002. Ha pubblicato le raccolte poetiche Voce (ilmiolibro, 2011) e Dietro lo sguardo (ArteMuse Editrice, 2013). Si è occupata, inoltre, di narrativa per l’infanzia e ha pubblicato Mina, la fatina del Lago di Cristallo (Edizioni Il Villaggio Ribelle, 2013). Molte sue poesie sono, inoltre, presenti in varie opere antologiche.

[4] Elisabetta Bagli, Dietro lo sguardo, Gruppo Editoriale D & M, 2013, p. 106.

[5] cit. in traduzione italiana in Hebenon, Rivista internazionale di letteratura, anno XIX, quarta serie nn. 3-4, speciale Aprile-Novembre 2009, p. 45. In lingua originale in Miro Villar, 42 décimas de febre, A Coruña, Toxosoutos, 1994, p. 27.

E’ uscito “Euterpe” n° 8, rivista a tema “Panta Rei: Tutto scorre”

LOGO COLORISiamo felici di comunicarvi dell’uscita del numero 8 della rivista di letteratura Euterpe e siamo a ringraziarvi per la vostra grande partecipazione. Il numero a tema “Panta Rei: Tutto scorre” raccoglie poesie, racconti, saggi, recensioni, interviste ed altri testi critici, oltre a varie segnalazioni.  

Nella rivista sono presenti testi di Lorenzo Spurio, Monica Fantaci, Massimo Acciai, Maria Rosaria Di Domenico, Fiorella Carcereri, Anna Maria Folchini Stabile, Monia Minnucci, Fabrizio Bregoli, Cristina Biolcati, Veronica Liga, Antonella Troisi, Annamaria Pecoraro, Giorgia Catalano, Sandra Fedeli, Felice Serino, Anna Alessandrino, Simona Verrusio, Maria Urbano, Carla De Falco, Luisa Bolleri, Alessandro Dantonio, Michela Zanarella, Giuseppe Bonaccorso, Sandra Carresi, Giuseppe Gambini,  Cristiana Conti, Pietro Rainero, Nadia Bertolani, Gianmario Camboni, Ilaria Celestini, Angela Crucitti, Gianluigi Melucci, Cinzia Baldini, Mauro Biancaniello, Valentina Mattia, Antoine Fratini, Umberto Del Negro, Francesco Paolo Catanzaro, Antonio Spagnuolo, Marzia Carocci, Barbara Lo Fermo, Emanuele Marcuccio, Apostolos Apostolou, Benedetta Toti, Miriana Di Paola, Iuri Lombardi, Luigi Pio Carmina, Martino Ciano, Veruska Vertuani, Claudia Piccinno, Anima e Oceano (Cristina Lania), Stefano Caranti, Giuseppe Guidolin, Lorenzo Campanella, Ivan Pozzoni, Vesna Andrejevic, Clemente Condello, Fiorella Fiorenzoni, Rita Stanzione.   

La rivista può essere letta e scaricata in formato pdf, cliccando qui.

Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “Disagio psichico e sociale”. I materiali dovranno essere inviati a lorenzo.spurio@alice.it (Oggetto: Euterpe) entro e non oltre il 15 Settembre 2013.  

Cordiali saluti  

Lorenzo Spurio

Direttore Euterpe  

A Roma la presentazione de “L’evoluzione delle forme poetiche”

13.05.13 invitoantologia Roma (1)

Lunedì 13 maggio alle ore 18,30

presso la libreria Ready

Cavour/Arion

via Cavour 255, Roma,

presentazione dell’antologia

L’EVOLUZIONE

DELLE FORME

POETICHE

La migliore produzione poetica

dell’ultimo ventennio (1990-2012)

 
– ARCHIVIO STORICO –
 
a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo
 
Kairòs edizioni
 
All’incontro interverranno Corrado Calabrò, Franco Campegiani, Plinio Perilli, Ninnj Di Stefano Busà e Claudio Fiorentini

È uscito “Evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio”

Evoluzione delle forme poetiche
di AA.VV.
Edizioni Kairòs, 2013
ISBN: 9788898029174
Pagg. 784
A cura dei critici Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo.

 

coverantologiaDalla quarta di copertina:  L’evoluzione delle forme poetiche vuole essere un consuntivo, un archivio storico realizzato per le scuole. Raccoglie una vasta scelta di autori che operano nel settore “poesia” al fine di poterne studiare le modalità di oggi, attraverso gli stili e l’evoluzione che hanno subìto negli anni le forme poetiche; mettere a confronto i poeti stessi e le loro diverse posizioni di fronte alla parola scritta che ha attraversato il tempo e le sue varianti. Una testimonianza, questa, della nostra tradizione poetica quale percorso significativo di una cultura contemporanea, configurata nei suoi tracciati differenziati, alla ricerca di prospettiche novità del linguaggio, quale forza segreta di una sostanza esistenziale che la rappresenti.

Tra le voci note della poesia italiana contemporanea trovano posto in questa Antologia: Mario Luzi, Giovanni Giudici, Alda Merini, Edoardo Sanguineti, Andrea Zanzotto, Elio Pecora, Umberto Piersanti (candidato al Nobel per la letteratura), Davide Rondoni, Giovanni Raboni, Luciano Erba, Giancarlo Pontiggia, Giuseppe Conte, Maria Luisa Spaziani, Giovanna Bemporad, Franco Buffoni e tanti altri.

Nel Volume figurano anche voci forse meno note al grande pubblico, ma parimenti significative, tra cui: Nazario Pardini, Sandro Angelucci, Leopoldo Attolico, Luigia Sorrentino, Maria Grazia Calandrone, Roberto Maggiani, Paride Mercurio, Carla de Falco, Emanuele Marcuccio e tanti altri.