Premio alla Carriera a Guido Oldani, padre del “realismo terminale” nella Repubblica Popolare Cinese

In occasione della Terza edizione dell’International Festival of Poetry &Liquor, nella settimana dell’Arte della città di Luzhou, in collaborazione con il Governo Cinese, la Union of Writers of China, la prestigiosa rivista Huakai Xinhe, co, ltd, la China National Opera, la China Poetry Net, con la sponsorizzazione della China Liquor Brewery; il Maestro Guido Oldani riceverà l’ “International Poetry Award 1573”.

Il premio verrà consegnato a Guido Oldani l’8 Ottobre P.V nella città di Luzhou,  in occasione della cerimonia di apertura del Festival, alla presenza del grande poeta cinese, Presidente del comitato organizzatore Jidi Majia, del Console Davide Castellani.

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L’occasione sarà unica per suggellare l’amicizia tra i nostri due mondi poetici , che grazie a ponti culturali di questo genere non può che approfondirsi, altresì è significativo l’apprezzamento che viene dimostrato dalle Istituzioni cinesi nei confronti della letteratura italiana contemporanea, rappresentata dal Maestro Oldani e dal suo movimento de “Il Realismo Terminale”.

Al poeta Guido Oldani è stata dedicata l’apertura del n°28 della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe con la pubblicazione di alcuni suoi inediti e un profilo critico curato da Lucia Bonanni, consultabile e scaricabile cliccando qui.

“L’uomo che non conosceva la libertà. (Voci inascoltate della Cina Moderna)” di Iris Versari – Segnalazione volume

Iris Vasari - L 27uomo che non conosceva.... Copertina -page-001.jpgIl mio viaggio e quello della protagonista comincia in Italia e, come un moderno Marco Polo, prosegue fino in Cina attraversando l’antica via della seta, l’Asia centrale. È lì che la protagonista incontra il proprio destino nell’uomo che determinerà per sempre il suo futuro. Lui e lei sono dei senza nomi, ma rappresentano due mondi a confronto, quello occidentale e avanzato, quello orientale e tradizionale. S’incontrano perchè entrambi non possono fare a meno l’uno dell’altra, così come i due mondi, che per raggiungere la perfezione, devono essere collegati e interconnessi. Queste sono le parole dell’autrice del nuovo ed appassionante libro scritto da Iris Versari intitolato L’UOMO CHE NON CONOSCEVA LA LIBERTA’ edito da edizioni Helicon e disponibile sul sito della casa editrice www.edizionihelicon.it ed Amazon.

Iris ha trascorso molti anni della sua vita in Cina e parte della sua famiglia è di origini uigure, una popolazione centroasiatica, musulmani e turcofoni. Iris è costretta a mantenere l’anonimato in quanto gli argomenti che tratta sono estremamente delicati.

La storia di un amore tra due persone che appartengono a mondi lontanissimi e per certi versi antitetici è l’occasione per tracciare un ritratto della Cina moderna, un paese in continua evoluzione, che in pochi anni ha avuto un’enorme crescita economica tanto da imporsi come potenza mondiale. Tuttavia l’Autrice, ambientando la storia nella regione più occidentale del paese dove vive una popolazione fortemente discriminata, riesce a mostrare il lato oscuro di questo sviluppo impetuoso, fino a mettere in dubbio l’idea stessa di progresso: troppo alto è il prezzo da pagare se si calpestano i diritti dei più deboli e si distrugge l’identità di intere popolazioni ed etnie che pure possono vantare una storia millenaria.

Un libro appassionante in cui l’amore ed il sentimento si confondono con la lotta e la rivoluzione. Alla continua ricerca di libertà. Voci inascoltate di una Cina moderna.

La letteratura cinese: alcune nozioni – a cura di Rita Barbieri

A CURA DI RITA BARBIERI
docente di lingua e letteratura cinese
 

36stratagemmiIn Cina, il carattere con cui si traduce più efficacemente la parola ‘letteratura’ è wen che etimologicamente ha vari significati ma tutti comunicanti l’idea di uno schema che si ripete (come per esempio in un tessuto). Può avere anche il significato di ‘linea, vena, venatura’ e si presenta come la forma visibile del li, il ‘principio’: ciò che sta alla base del mondo.

Il wen era dunque, effettivamente, la chiave di lettura e di interpretazione del mondo: il tramite attraverso cui capire il codice dell’universo e delle sue innumerevoli manifestazioni.

Inoltre, per la sua natura logografica, nellalingua cinese il carattere non solo rappresenta ma è di fatto l’oggetto che indica. In questo senso il wen è espressione del ‘principio’ sottostanteed è proprio per questo che di esso deve parlare: la letteratura deve descrivere l’ordine del mondo, deve rendere manifesto ciò che è implicito e soggiacente.

Il testo (wen) rivela il li presente nel mondo e per questo lo rende comprensibile, di conseguenza la letteratura non può che essere didattica: la Storia, la letteratura non erano una semplice cronaca dei fatti, ma descrivevano e traducevano in parole quello che era (o quello che si voleva far credere fosse) l’ordine ‘naturale’ e giusto delle cose. Per questo motivo ciò che non rientrava nella letteratura ‘corretta’ (ovvero nella corretta interpretazione delle leggi del mondo) veniva messo al bando o, nel peggiore dei casi, messo a rogo: famoso per esempio quello ordinato da Qin Shihuangdi nel 213 a.C., in cui si bruciarono perfino i Classici confuciani.

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“K L’arte dell’amore” di Hong Ying, recensione di Rita Barbieri

K, L’arte dell’amore
di Hong Ying
Traduzione di B. Bagliano
Garzanti, Milano, 2007
Pagine: 222

Recensione di RITA BARBIERI

Nella creazione di un romanzo credo si debba seguire un unico criterio di base: un romanzo dovrebbe essere ‘una buona storia ben raccontata’ (…)” (1)

copQuesto romanzo dell’autrice cinese Hong Ying, pubblicato in Italia per la prima volta nel 2005, prende spunto da una storia realmente accaduta. La scrittrice, nella postfazione al libro, che negli anni ’80, periodo in cui in Cina si svilupparono numerose correnti letterarie, avanguardie e nuove tendenze stilistiche sull’onda anche dell’influenza della letteratura occidentale, aveva iniziato per curiosità a frequentare numerosi circoli letterari clandestini e ufficiali.

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“Sorgo rosso” di Mo Yan, recensione di Anna Maria Balzano

Sorgo Rosso di Mo Yan (premio Nobel 2012)

Recensione di ANNA MARIA BALZANO

 

8806178520Non è semplice per chi ha una visione eurocentrica del mondo, sia pure scevra da pregiudizi e aperta allo studio e all’analisi di culture diverse,  cogliere le sfumature e i significati reconditi di un’opera come Sorgo Rosso di Mo Yan.

Siamo di fronte a un romanzo epico, la cui struttura si basa sulla divisione in cinque libri, Sorgo Rosso, Vino di sorgo, Le vie dei cani, Il funerale del sorgo, Pelli di cane, ognuno dei quali è quasi un romanzo a se stante. La scelta di dividere l’opera in libri, all’interno dei quali vi è un’ulteriore suddivisione in capitoli, rispetta i canoni dell’epica classica: si pensi anche solo all’Iliade, all’Odissea e all’Eneide. D’altra parte come nei poemi greci e latini si raccontavano le gesta eroiche, i miti, le tradizioni dei popoli e delle genti, al fine di conservarne e tramandarne la storia e la civiltà, così in questo romanzo contemporaneo, si raccontano le vicende di una famiglia e dei suoi componenti  sullo sfondo di fatti storici reali, arricchiti e integrati da storie tratte dalla tradizione popolare, spesso esagerati per la presenza di superstiziose credenze e di fobie materializzate.

Il racconto è affidato all’ultimo discendente che in prima persona rievoca la vita e le esperienze dei suoi avi. La progressione narrativa non è lineare, ma si svolge attraverso numerose digressioni che riportano al passato e proiettano continuamente nel futuro. Così vediamo che personaggi di cui si descrive la morte già nei primi capitoli, ritornano continuamente, per vivere e morire di nuovo. E’ il caso dello zio Liu, scorticato vivo, o della nonna del narratore.

Più che ad una progressione temporale orizzontale, dunque, qui siamo di fronte ad una progressione verticale, come se l’autore avesse scelto di creare dei bozzetti, degli studi, con tecnica pittorica, componendo dei veri e propri quadri, delle scene, per poi poter raggiungere una sintesi finale, nell’assemblaggio delle varie parti.

Ogni parte, dunque, ha la caratteristica di un romanzo nel romanzo.

Non ci è ovviamente possibile apprezzare le sfumature linguistiche, senza conoscere la versione originale dell’opera, ma se, come lo stesso autore ha dichiarato, l’intento è stato quello di usare un cinese classico contaminato da termini derivati da lingue occidentali, l’opera di sintesi compiuta appare ancora più ardua e ambiziosa.

Tra i personaggi sono di grande spicco quelli femminili: la nonna, che appare risoluta e emancipata, pur provenendo da una società contadina arretrata, fa scelte personali autonome e dalle parole del narratore traspare tutta la sua ammirazione. Anche la seconda nonna di cui si sottolineano maggiormente le qualità estetiche appare come un’eroina ed è vittima degli avvenimenti tragici che la travolgono. 

Il bandito Yu Zhan’ao, ora eroe, ora vile, ora combattente in difesa del proprio paese, viene descritto talora con ironia, talora con tacita disapprovazione.

Sullo sfondo del racconto, o meglio dei racconti, vi è sempre l’elemento naturale: il sorgo rosso è il letto su cui si concepisce la vita, su cui si nasce e su cui si muore. La natura è vista nella sua dimensione idillica e al tempo stesso crudele.

L’elemento animale è altrettanto polivalente: il cane è il fedele amico, ma è anche il feroce attaccante pronto a sbranare, a mangiare il cadavere dell’uomo, per finire esso stesso pasto per i poveri e gli affamati e la sua pelle servirà a coprire dal freddo. Il mulo è ora il mezzo di trasporto affidabile, ora l’ottusa e recalcitrante bestia, ostacolo alla salvezza del padrone. In questa evidente complessità narrativa si innestano i riti e le tradizioni del popolo cinese: il rito del matrimonio, con il trasporto della sposa sulla portantina, e il rito del funerale, raccontato in più riprese; se si tiene conto degli sconvolgimenti sociali e politici che il popolo cinese ha subito nel ventesimo secolo, si capisce come anche questi riti siano radicalmente cambiati, a volte siano stati persino soppressi.

Ciò che colpisce in questo romanzo è come tutta l’azione si svolga prevalentemente all’esterno e non siano presenti descrizioni d’interni: questo conferisce maggiore spessore alla narrazione epica. Non mancano episodi ansiogeni e claustrofobici, come quello in cui si descrive l’esperienza di colei che diventerà la madre del narratore abbandonata con il fratello dai genitori in fondo ad un pozzo perché possano sfuggire alla violenza del nemico. Un racconto che, per l’atmosfera che crea, ricorda molto da vicino “Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe.

Il premio Nobel conferito a Mo Yan è motivato dal “magico realismo che mescola racconti popolari, storia e contemporaneità”, per cui qualcuno ha voluto accostarlo a “Cento anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez. Le due opere, però, sono, a mio avviso, molto lontane, soprattutto per la visione e la concezione del mondo totalmente diverse, visione più cruda e pessimistica in Mo Yan, più leggera e fantastica, pur nel suo profondo significato, in Marquez. 

DI ANNA MARIA BALZANO

 

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Discorso di Mo Yan alla consegna del premio Nobel per la letteratura 2012

foto (1)Distinti membri dell’Accademia di Svezia, Signore e Signori:

Immagino che attraverso la televisione e internet vi siate fatti almeno una vaga idea della lontana zona nordorientale di Gaomi. Magari avete visto mio padre novantenne, come avrete visto i miei fratelli, mia sorella, mia moglie e mia figlia, persino mia nipote che adesso ha un anno e quattro mesi. Ma la persona a cui penso di più in questo momento, mia madre, non la vedrete mai. Molti hanno condiviso con me l’onore di questo premio, tutti ma non lei.

Mia madre nacque nel 1922 e morì nel 1994. La seppellimmo in un pescheto a est del villaggio. L’anno scorso siamo stati costretti a spostare la tomba ancora più lontano dal villaggio per far posto alla costruzione di una linea ferroviaria. Quando abbiamo aperto la tomba abbiamo visto che la bara era marcita e il suo corpo si era fatto uno con la terra umida che lo circondava. Così abbiamo raccolto un po’ di quella terra, un atto simbolico, e l’abbiamo portata nel nuovo luogo di sepoltura. In quel momento mi sono reso conto che mia madre è diventata parte della terra, e ogni volta che, in piedi sulla terra, io racconto una storia, è a mia madre che mi rivolgo.

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“Sorgo rosso” di Mo Yan, recensione di Rita Barbieri

Sorgo rosso

di Mo Yan

Torino, Einaudi, 2005

ISBN: 8806178520

Costo: 13,50 €

Recensione di RITA BARBIERI

 

“-Il sorgo è diventato rosso…i giapponesi sono arrivati… compatrioti preparatevi a combattere… con fucili e cannoni-“

 

Recentissima la notizia dell’attribuzione del Nobel per la letteratura a Mo Yan, uno dei più importanti scrittori cinesi contemporanei. In realtà giàGao Xingjian, autore di origine cinese ma con cittadinanza francese, aveva vinto lo stesso premio nel 2000.

Sorgo Rosso, di Mo YanMo Yan, pseudonimo che significa “senza parole/colui che non parla”, è il nome d’arte di Guan Moye, nato 57 anni fa nel villaggio rurale di Gaomi:

“Ho amato profondamente la zona a nord-est di Gaomi, e l’ho odiata profondamente. Divenuto adulto mi sono immerso nello studio del marxismo e ho capito che è senza dubbio il posto più bello e più orribile del mondo, il più insolito e il più comune, il più puro e il più corrotto, il più eroico e il più vile, il paese dei più grandi bevitori e dei migliori amanti.” (1)

È proprio a Gaomi che Mo Yan ambienta il suo romanzo più intenso e famoso: “Sorgo Rosso” (Hong gaoliang), storia epica e al contempo realistica di una famiglia e di un paese in un periodo storico sanguinoso e violento che va dagli anni ’20 agli anni ’70, passando attraverso la fase cruenta dell’invasione giapponese.

 

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“Segnaletica cinese lungo la strada verso Roma” di Rita Barbieri

Tre città, tre decenni e una ragazza che diventa donna. Lanbo ha poco più di vent’anni quando lascia la Cina per trasferirsi a Parigi. L’Europa ai suoi occhi di orientale ha mille colori (e alcune ombre). Sarà un nuovo amore che la porterà fino a Roma, dove tutt’ora vive e lavora. Per l’integrazione.

Ci aveva già provato con “La strada verso Roma“. Se l’era pubblicato con i pochi mezzi che aveva e oggi esce per un editore un po’ più conosciuto (Barbera) e con un altro titolo. In ogni caso è il primo romanzo scritto direttamente in italiano da un’autrice cinese. Si tratta di un romanzo autobiografico che ripercorre, in maniera intensa e commovente, le tappe più significative della vita dell’autrice, Hu Lanbo. 

Oggi la parola ‘successo’ ha assunto per me un altro significato: penso che il fatto di vivere secondo le mie idee, e di poter rappresentare una nuova immagine della donna cinese all’estero, un’immagine di donna coraggiosa, indipendente e cosmopolita, costituisca per me un grande successo.

“Mille anni di preghiere” di Yiyun Li, recensione di Rita Barbieri

Il fatto che ci siamo incontrati e chiacchieriamo… sicuramente ci è voluto parecchio tempo di fervide preghiere per farci arrivare fin qui.”

Mille Anni di Preghiere” è una raccolta di dieci racconti brevi della scrittrice cinese Yiyun Li, che ha vinto nel 2005 il premio Frank O’Connor International Story Award.

Mille Anni di Preghiere, di Yiyun LiYiyun Li nasce a Pechino nel 1972 e risiede in Cina fino al 1996, anno in cui si trasferisce in America per specializzarsi in medicina. Della Cina di quegli anni ha vissuto e sperimentato tutto: come l’esperienza di un corso di rieducazione politica per tutti coloro che volevano iscriversi all’Università di Pechino, dopo i fatti di Piazza Tian’an men. Una volta laureata, emigra negli Stati Uniti ed è in questo nuovo contesto, padrona di una nuova lingua che sente come sua, che finalmente riesce a raccontare le storie del suo Paese di origine, scrivendole direttamente in inglese.

 

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“Vita di donne” di Su Tong, recensione di Rita Barbieri

“Vita di donne”

di Su Tong

Recensione a cura di Rita Barbieri

Quando esordisce, a metà degli anni ’80, Su Tong è inserito nella corrente letteraria dell’avanguardia, che sostiene l’autonomia della letteratura dalla realtà e dà la massima importanza alla libertà creativa dello scrittore e alle infinite possibilità dell’artificio. Non c’è più l’obbligo di rappresentare la realtà secondo i canoni del realismo socialista e, inoltre, gli scrittori avanguardisti sono anche biograficamente e psicologicamente svincolati dal peso della Rivoluzione Culturale.

Nonostante questo, Su Tong ambienta la maggior parte delle sue opere nel passato, definito come il ‘luogo principe dell’immaginario’. Infatti è indubbio che il passato gli conceda maggiore libertà espressiva, non costringendolo al confronto con il reale. Ed è anche indubbio che il passato possa fornire la chiave per la ricostruzione di un’identità culturale comune dopo il trauma della Rivoluzione Culturale e che serva anche a riscrivere la Storia, raddrizzandone i torti.

Vite di donne, di Su tong[…] L’edizione italiana di Vite di donnecomprende due racconti: Vite di donne(Funü Shenghuo) e Altre Vite di donne(Lingyi Zhong Funü Shenghuo).

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 http://blog.chinaitaly.info/consigli/vite-di-donne-di-su-tong/ 

Recensione a cura di RITA BARBIERI

“La Cina in dieci parole” di Yu Hua, recensione a cura di Rita Barbieri

DIECI PAROLE

recensione a cura di RITA BARBIERI

 

“A volte per incontrare una parola serve l’occasione giusta. Ciascuno di noi nel corso della vita entra in contatto con tantissime parole: alcune si comprendono immediatamente, altre restano impenetrabili anche dopo un’intera esistenza”

     L’ultimo libro di Yu Hua, La Cina in dieci parole, edito in Italia da Feltrinelli, riesce nel titanico tentativo di restituire un’immagine non stereotipata  della Cina attuale: fuori da luoghi comuni, sinocentrismi  e da ottiche pseudorientaliste. Per farlo si serve di ricordi, immagini, personaggi, fatti e luoghi evocati, come spiriti di una tradizione senza tempo, dal potere suggestivo delle parole. Parole che, come formule di un incantesimo comunitario arcaico, richiamano alla mente concatenazioni di eventi che non seguono un ordine cronologico, quanto piuttosto quello di una logica strettamente personale e autoriale. Una parola è così in grado di riferirsi sia al periodo maoista, sia a quello tumultuoso degli anni ’90, sia a quello attuale: assumendo significati e connotazioni diverse a seconda dei tempi e delle interpretazioni.

È il caso, per esempio, della parola “popolo”(renmin): declinata in ogni sua accezione e occorrenza perché, se il termine non cambia, l’oggetto che contrassegna cambia eccome. Ancora più significativa è “rivoluzione” (geming), associata tanto alla Rivoluzione Culturale (fase più acuta del maoismo), quanto al periodo di trasformazioni economiche che hanno inizio a partire dagli anni ’80 con la politica della porta aperta.

Ma accanto a queste troviamo anche parole che scardinano le serrature chiuse dell’autore: “lettura”, “scrittura”, “Lu Xun”. Chiavi d’accesso a un mondo intimo, privato che consentono a Yu Hua di analizzare la propria storia personale in prima istanza come ‘cinese’ e solo in secondo luogo come ‘scrittore’. Finalmente in queste pagine troviamo svelato il percorso che ha portato il dentista di una piccola cittadina del Sud della Cina a diventare uno dei più importanti romanzieri contemporanei: “Ho cominciato a scrivere a ventidue anni, mentre cavavo denti. Cavavo denti per mantenermi e scrivevo per non cavarne più. (…) La scrittura è come la vita: se ti sottrai alle esperienze, non ne capirai mai il senso. Per lo stesso motivo, se non scrivi, non saprai mai cosa sei in grado di creare.” Sembra dunque di vederlo questo ‘dentista obbligato’ (ai tempi, come sottolinea lo stesso autore, era il governo stesso ad assegnare un impiego e cambiarlo era estremamente difficile, se non impossibile) che, senza nessuna preparazione medica, inizia a praticare la professione sotto l’occhio neanche tanto vigile di un dentista più anziano. L’autore racconta, con l’ironia che gli è consona, il panico delle prime estrazioni e l’invidia provata per coloro che giù in strada passeggiavano liberamente in qualità di membri del Centro culturale. Da lì il desiderio di entrare a far parte di quel circolo ristretto tanto più che, in  epoca socialista, ogni lavoratore percepiva sempre lo stesso stipendio qualunque fosse la sua mansione: “in ambulatorio ero un poveraccio che faticava, al Centro culturale ero un poveraccio libero e felice.”

Così Yu Hua comincia a scrivere: non seguendo una vocazione o un desiderio irrefrenabile, ma valutando pragmaticamente pro e contro. I suoi primi testi (tra quelli tradotti in italiano possiamo citare “Torture” e “Cronache di un venditore di sangue”) sono tutti intessuti di sangue, violenza, crudeltà, traumi. Sono fatti di trame visionarie, allucinate, splatter dispiegate con uno stile sintetico, breve e talvolta derisorio: tendono a scioccare il lettore più che a coinvolgerlo nella narrazione. Fino ad arrivare a “Brothers” libro che, secondo molti critici, segnala la definitiva svolta stilistica: qui violenza e sangue non sono più i ritornelli standard di un pentagramma lineare, ma momenti topici di una storia struggente e bellissima che prosegue nel successivo “Arricchirsi è glorioso”. Su questo improvviso cambio di marcia si è molto dibattuto e solo adesso Yu Hua si sente di avere e dare una risposta specifica. Racconta di sogni terribili che lo perseguitavano in notti insonni e agitate, esorcizzati durante il giorno con la scrittura. In particolare descrive l’ultimo, ancora più tremendo (anche perché chiaramente collegato al suo vissuto), che gli fa maturare la decisione di smettere di scrivere di sangue e violenza: i mostri suscitano solo altri mostri.

Ecco dunque come La Cina in dieci parole sia allo stesso tempo un album di ricordi personali e una sorta di ordinato archivio in cui, sotto ogni parola/etichetta, sono raccolti fatti pubblici e privati, pezzi di storia e di cronaca antica e recente, tracce di percorsi emotivi e di personaggi veri o inventati. Dieci parole soltanto che però bastano a farci da punti cardinali e da guida per non perdere di vista la traiettoria e per trovarci infine a essere, come  l’autore, dei “pescatori di ricordi seduti sulla riva del tempo, in attesa che il passato abboccasse”.

a cura di Rita Barbieri

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.