“Fare poesia oggi è una fede” – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

“Fare poesia oggi è una fede”

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

Fare Poesia oggi è essenzialmente una <fede>; qualcosa che rasenta la religiosità e la continuità di un misterioso cammino che inavvertitamente allo stato inconscio portiamo dentro, senza sapercene spiegare il perché, senza saper trovare una ragione plausibile.

Cos’è questo segno che si manifesta solo in certe persone e non in altre? e ci differenzia dagli altri esseri umani. È un fuoco che divampa? E’ qualcosa che cova dentro e ci arricchisce? O ci divora e basta, ci tormenta, ci innalza e ci disarma, ci piega e ci investe come una fiamma perenne, demolitrice ma, anche, sostenitrice di un bene, quello dell'”intelletto del cuore” che ci qualifica come essere vivi e <pensanti>.

 È amore per la parola? Per il senso comune dell’umanità imbrigliata in elementi contraddittori, alienanti, difficilmente comprensibili? È un rifugio? Una nicchia dove ripararsi dalle temperie contemporanee? E’ un piano predestinato per dare quel minimo di eternità che disperatamente si va cercando?
È la parola che torna al suo linguismo primigenio, al suo capitale etico/spirituale avendo bisogno di rigenerarsi/rinnovarsi alla luce del pensiero? 

Poiché di Luce si tratta, infine. anche se viene stimata un “optional”, una perdita di tempo, quale appare dal martoriante e assillante battage denigratorio, dal protagonismo sconnesso, esponenziale dei nostri giorni.

È qualcosa che ci accomuna al cielo o alla dannazione? alla nostra solitudine? 

Eppure sembra indurci a progredire, a venir fuori dal buio delle nostre impotenze o inadeguatezze, cui siamo tenacemente aggrappati malgrado tutto.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà

Una zattera di salvataggio del movente biologico/culturale che ci allontana dal dolore, allora? È la spirale chiusa delle nostre contraddizioni più eclatanti? oppure è la grande molla, l’unica via che ci resta per dialogare, per camminare a fianco della Storia e dentro di essa con il bagaglio spirituale, morale e intellettuale  al quale essa stessa (storia) ci espone. Nella vita convulsa e avulsa da ogni ragionevole intelligenza e logica, apparentemente depauperata da ogni slancio, da ogni fermento, da ogni  passione, i poeti si mostrano come reperti primitivi; archeologia di un passato analogico che li ha sconfitti. L’informatica e la telematica, il tecnicismo e il meccanicismo imperanti di una società in pieno declino, ci porta a riflettere sulle vere ragioni del far poesia oggi.

Il tempo del poeta si è esaurito, surclassato dal tecnicismo satellitare, dalle rampe telematiche globalizzate, sepolto da un cumulo di macerie fumanti che si porta dietro, fin da quando si è imposto un nuovo modello che sostituisse le vecchie formule classiche del pensiero “poetico”.  L’ultimo ossigeno si sta consumando…

L’Uomo moderno è passato dai disagi delle due guerre, dalla metamorfosi irriducibile di un progresso “sui generis” che lo ha lasciato non proprio indenne da scorie e da  rifiuti  delle neoavanguardie trascorse ma non del tutto obsolete,  fino al minimalismo e al solipsismo di oggi.

Quasi aliena,  la voce della Poesia, se da una parte ha creato la modernità del pensiero e dell’azione, dall’altra ha generato mostruose incongruenze, inquietudini, ha mostrato il volto deturpato della società dei consumi facili e aleatori, delle assenze che sono la caratteristica principale di questo nonsense moderno, di questa esistenza gracile e fragile, senza punti fermi, né certezze. Ogni poeta vero o presunto sa bene che si trova ad un bivio, continuare o abbandonare la trasgressione, (perché tale la definisce l’illecito giudizio della comunità più aliena).

 La libera circolazione della parola che oggi viene superata dai sistemi digitali di trasmissione dell’immagine satellitare, e dunque anche del linguaggio <metainformatico> che non gli riconosce il merito, non gli riserva il benché minimo  rispetto, la benché minima logica di esistere. Verrebbe da dire, cosa ci fa su questa terra diseredata il fantasma di una Poesia che non si ama, che non rende economicamente nulla? continuamente rinnegata, derisa, bistrattata e ignorata?
Che conta oggi essere poeti, se nessuno, dico nessuno, è sicuro di essere annoverato nella pagina Letteraria del secolo? Perché il poeta si dà tanto da fare a sciorinare parole messe in fila, parole in libertà (come dicono i detrattori), parole in disuso, parole…parole che non portano a nessun risultato, se non a quello di un logoramento e, paradossalmente, di un allontanamento dalla società che, gli preferisce qualsiasi altra attività ludica e, consapevolmente ne ignora la presenza?

Sono venuta alla conclusione che la Poesia è davvero una sfida, una <fede> ultima di una deontologia fuori moda, non più avvertita, ma non del tutto stremata, né inquinata, che una missione di trascendenza fa salda nei cuori e nella mente di pochi adepti, di cui non abbiamo consapevolezza alcuna. Vi è dentro di noi un tarlo, o piuttosto un folletto che ci grida e ci prospetta la follia di pochi attimi di luce, che resteranno a trascrivere la nostra storia.

È un atto di coscienza, una proclamazione di innocenza e di disponibilità verso quelle forme di elezione che ci fanno diversi. Vi è un sottofondo masochistico nella produzione di Poesia oggi? Chissà.

Sta di fatto che, malgrado sia bandita dai circoli elitari e dal giro delle grandi Case Editrici Elitarie, essa persiste a voler fornire il segno di una profonda e inalienabile istanza culturale, che è il marchio vero della nostra umanità pregressa: una sorta di vademecum che recita pressappoco così: “Poeta fosti il pazzo di turno? ora vai, invadi i tuoi spazi, i tuoi luoghi/ semina a livelli di fede il tuo linguaggio( e proteggilo, fanne vicenda di Luce/ percorso di un livello spirituale superiore/ non importa se il mondo t’ignora o ti ama/ non è necessario che lo faccia…/Tu, poeta, persegui l’utilizzo della parola alta/ fanne strumento deontologico della tua avventura terrena/ non demordere, insisti…/Questo è un mio personale giudizio. (sono miei i versi) Ecco, come può interagire la poesia col mondo circostante. Il mondo ne può fare a meno, ma egli (poeta) non può desistere dal credere nell’adesione incondizionata al suo microcosmo, che lo porta a creare dal nulla l’elevazione del pensiero.

Perciò, si proietta nella capacità inventiva, nella ricchezza inalienabile del suo virtuale riscatto, e rende fecondo e unico il mistero che lo ha privilegiato. Perché, credetemi, essere poeti non è una sottrazione, è, invece, un’addizione a (ri)creare in un mondo fantastico le condizioni migliori per dire io c’ero. Un progetto un po’ ambizioso di immortalità per chi ci crede. 

Essere un poeta oggi è come  voler redigere e tramandare un attestato di verità conclamata da principi naturalistici, che infiammano il cuore, la mente dell’uomo, il cui  linguaggio diventa un idioma per non morire, per principiare, ancora e ancora, il risultato di una potenzialità amara che, seppure disgiunta, da un suo concatenamento sillogico, come lo può essere l’estremismo minimalista e arido offerto dal panorama degli ultimi decenni, preme e insiste per restare un obiettivo di equilibrio, una forza moderatrice di tanti, di troppi mali e lacerazioni. A fronte di essi si staglia grande, immensa, come un sole d’estate, il principio di una costruzione fantasiosa, bizzarra e irriducibile, quale può essere la pretesa di fare poesia.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

Francesca Luzzio su “Anima di Poesia” di Emanuele Marcuccio

“Anima di Poesia” di Emanuele Marcuccio (2014)

Recensione di Francesca Luzzio

115_Anima_di_Poesia_Emanuele_Marcuccio900Il titolo “Anima di Poesia” della seconda raccolta poetica di Emanuele Marcuccio è emblematico, poiché tende a sottolineare le ripercussioni interiori che il vivere determina nella sua anima. La realtà esterna pertanto, non è proposta nella sua oggettività, ma nella valenza semantica che essa assume nello spirito e nella emotività sentimentale dell’autore. Anche il frequente richiamo a poeti romantico-decadenti (Leopardi, Pascoli) dei quali vengono riportati o parafrasati versi, sintagmi e movenze poetiche, non sono banale sfoggio culturale, ma espressione di sintonia empatica del sentire che trova nell’affinità interiore o nelle occasioni di vita, l’origine. Ad esempio, la lirica “Per una strada d’un’alba d’autunno”, dedicata a G. Pascoli, presenta movenze (e che canti/ e che suoni) di un noto canto leopardiano,
“A Silvia” (che speranze, che cori […]), su cui s’innesta la presenza della congiunzione “e”, tipica di alcune liriche del destinatario. Secondo Contini, essa nel poeta romagnolo esprime una continuità col mondo che precede, con il non detto, nel poeta siciliano, invece ci sembra che proponga l’espandersi del risveglio alla vita, cantato nei versi precedenti: per quella strada, nonostante la stagione, l’alba richiama all’agire e solo gli alberi senza fronde sembrano non parteciparvi. Così questi ultimi sembrano incarnare il corrispettivo simbolico di Pascoli, Leopardi e  Marcuccio, infatti essi appaiono come uniti da una sorta di timida solitudine di fronte a un diverso travaglio esistenziale che li rende
“[…] alberi senza fronde/per una strada d’un’alba d’autunno”. Rilevante nella lirica citata è anche la strutturazione formale, che presenta coppie di versi di uguale lunghezza: due endecasillabi (Ci sono gli alberi senza le fronde/per una strada dʼunʼalba dʼautunno); due quinari (si rincorrono/ si confondono), etc…, rime, come nei due ultimi versi citati ed assonanze ([…] volo/si rincorrono); né sono da trascurare le occorrenze del secondo verso, presente cinque volte, al fine di sottolinearne la pregnanza semantica. L’analisi di un solo testo basta a rilevare la profondità sentimentale, meditativa e culturale da cui nasce l’ispirazione  di E. Marcuccio che considera la poesia il suo sole, “un sole diverso/un sole che ci illumina/anche di notte”; egli di conseguenza in qualità di poeta è un girasole che si volge come il fiore, verso la sua fonte d’ispirazione e di vitalità. Le metafore del sole e del girasole per indicare la poesia e il poeta sono di lontana ascendenza mitica (Ovidio, Le Metamorfosi) e le ritroviamo nel commento di Contini alle Rime di Dante (sonetto a G. Quirini) e anche in Montale, il quale chiama “Clizia” una donna da lui amata, Irma Brandeis, nota dantista dell’epoca. Nel mito Clizia amata dal Sole, per gelosia aveva provocato la morte di Leocotoe e, per questo, abbandonata dal dio, si trasformò in eliotropo o girasole, che si volge sempre verso il sole, cioè verso Apollo, dio della cultura, manifestando nel suo costante mirarlo, l’eternità del suo amore. Considerata l’alta considerazione che Marcuccio ha della poesia è naturale che egli si ricolleghi a così rinomati ascendenti e che per esprimere tutto il suo amore per la poesia, cerchi nello stesso tempo moduli espressivi nuovi che maggiormente si confanno al suo sentire e gli consentano contemporaneamente di entrare meglio in comunicazione empatica con il lettore. La sua capacità di fare intuire più che descrivere e dire, gli permette di lasciare a chi legge ampia libertà immaginifica e di tendere, molto più che il suo amato Pascoli,  all’essenzialità espressiva, tipica dell’Ermetismo. Tuttavia l’essenzialità espressiva del nostro poeta non elimina mai la comprensione semantica ed eliminando progressivamente nella seconda parte della raccolta, parole, ma anche punteggiatura e infine la maiuscola nell’incipit della poesia, risponde semplicemente ad un’urgenza innovativa, infatti sostiene E. Marcuccio “La poesia di un poeta deve essere sempre in evoluzione”, assecondando, aggiungiamo, il variare e il mutare dell’essere e del sentire.

Francesca Luzzio

Palermo, 20 luglio 2015

Squarci taurini e la potenza del duende in “Alla piazza di sangue” di Lorenzo Spurio

Squarci taurini e potenza del duende nella poesia “Alla piazza di sangue” di Lorenzo Spurio

Commento critico di Lucia Bonanni

ALLA PIAZZA DI SANGUE

di Lorenzo Spurio

En las esquinas grupos de silencio/ a las cinco de la tarde

(FEDERICO GARCÍA LORCA, Llanto por Ignacio Sánchez Mejías)

Un vecchio registrava affanni

e claudicante ricercava

il suo posto all’ombra.

¡Hola!

Il sole scottava,

le lamiere roventi

mandavano fugaci sorrisi

ingannando bontà.

Il clarino suonò dolciastro,

la folle estasiata

si godeva quei terzi

nell’arena appiattita.

¡Aca toro!

Due veroniche congiunte;

la gente tratteneva il fiato

preoccupata

pronta al peggio

e ingiuriava con giuoco il bravo

inveendo motteggi

e sputando sfottò

animaleschi.

¡Olé!

Le mosche infastidivano

e rompevano la poca calma

di un pomeriggio

iniziato alle cinque.

Il borbonico scudo stinto

volteggiava depresso

e costernato

riconosceva legalità

al disprezzo dell’uomo.

¡Ay!

Qualcuno avrebbe mangiato una coda

in una taverna vicina alla plaza

L’avrebbe condita con patate,

come pregiatissime medaglie

di un bottino ritrovato.

Quel pomeriggio, però,

l’abito del torero

non aveva luccicato.

¡Malditos sean los hombres!

(C) Lorenzo Spurio 

Commento critico di Lucia Bonanni 

“Alla piazza di sangue”, “Piazza Tahrir” e “L’aiuto non dato (Maidan)” sono i tre componimenti poetici, inseriti nella silloge Neoplasie civili che Lorenzo Spurio dedica alla piazza, luogo principe della vita cittadina dove si manifestano accadimenti diversi nello spazio e nel tempo. Passaggi di storia, attualità e tradizioni popolari si intrecciano e si esplicitano in un compendio narrativo che fa dell’agorà, sito di aggregazione pacifica, ma anche di rivolta. Mentre in “L’aiuto non dato” l’autore racconta, come egli scrive nella nota a margine della poesia, delle “manifestazioni di protesta e di resistenza del popolo ucraino” e in “Piazza Tahirir” ci dice della “rivolta che nel luglio del 2013 scoppiò ad Al Cairo, in “Alla piazza di sangue” riprende il cerimoniale della temporada taurina con esplicito riferimento alla poesia che Federico García Lorca dedicò a Ignacio Sanchéz Mejías.

Quello che scrive Lorenzo Spurio, è un componimento assai complesso e articolato e non solo per le implicazioni di carattere emotivo, quanto per i contenuti, la costruzione sintattica e i continui rimandi alla poetica e agli studi compiuti da F.G. Lorca. Ciò che si nota nel testo di Spurio è una serie di quadri scenici che vanno a comporre una coreografia più ampia. Sono quadri dalle immagini vivide, fissate sulla pagina  attraverso pennellate di metafore, personificazioni e allusioni di senso. In essi si ritrova ammirazione per la “festa taurina” come pure l’ardore di quel “fuoco creativo”, denominato gioco del duende con enunciati evocanti il cante jondo e gli studi sulla chitarra.

“Va fatta una distinzione essenziale riguardo all’antichità, alla struttura, allo spirito delle canzoni”, puntualizza F.G. Lorca durante la conferenza de “El cante jondo”, rilevando la differenza tra i due termini. Per cante jondo il poeta intende un gruppo di canzoni andaluse il cui archetipo è riconducibile alla siguriya gitana da cui derivano altre canzoni popolari. Le strofe di queste canzoni che prendono anche la denominazione di malagueñas e peteneras, sono consequenziali alle altre e la differenza risiede nel ritmo e nell’architettura musicale. Sono queste le canzoni che Lorca definisce flamencas “Colore spirituale e colore locale”, ecco la profonda differenza, dice ancora Lorca, precisando che il termine jondo è la deformazione dell’ebraico “jom tob”, giorno festivo, per cui il significato viene ad essere quello di canto liturgico. “L’ellisse di un grido/va da monte/ a monte” ed il momento in cui “si rompono i calici/ dell’alba (e) comincia il pianto/della chitarra” e proprio la chitarra è un altro degli argomenti che Lorca trattò nella conferenza del cante jondo. “Il maestro Falla afferma che la siguriya gitana è l’unico canto che il nostro continente abbia conservato in tutta la sua purezza” e appartiene alla categoria del cante di cui fanno parte anche i fandangos. “Nella casa bianca muore/la perdizione degli uomini/(mentre) la corda di una chitarra/si rompe” (F.G. Lorca, “Bordón”) e la petenera viene ad essere l’espressione leggendaria del cante jondo e sembra che per antonomasia derivi dalla cantante “la Petenera” che ha fatto nascere la superstizione che cantare peteneras dia di malaugurio per i cantanti e i musicisti gitani.

Ay”, interiezione spagnola che corrisponde all’ahi italiano, ma coincide anche con l’uso di ah quale sospiro, preghiera , meraviglia; l’ay è l’elemento caratteristico dell’arte flamenco, utilizzato per intonare la voce, mentre l’ayeco, ripetizione di ay, è l’elemento con cui si giudica la capacità del cantor, il cantante. “I giorni di festa/vanno sulle ruote./La giostra li gira/ e li rigira” (F.G. Lorca, “Giostra”).

La “festa taurina”, il ballo collettivo e  la Gigantera, la processione, chiudono le feste patronali che si concludono con “il toro di fuoco”, oggi sostituito con una carcassa metallica e fuochi artificiali. Durante la corrida le gradinate dell’arena esigono il contrasto  tra le persone in abiti eleganti che vanno ad occupare la gradinata d’ombra e il pubblico che riempie la gradinata di sole. Tali gruppi, detti peñas, fanno baldoria, rallegrando le feste taurine con la gazzarra di canti e balli; la merenda, uno dei momenti tipici della corrida, è costituita da vivande forti, innaffiate con vino e altri alcolici. “La corrida non è una gara tra un toro e un uomo. É piuttosto una tragedia: la morte del toro, recitata dal toro e dall’uomo insieme e in cui c’è pericolo per l’uomo, ma morte sicura per l’animale”. Al toro, già fiaccato con picas e banderillas, quando è ancora vivo, vengono tagliate coda e orecchie, macabri trofei di uno spettacolo che “non è uno sport nel senso anglosassone del termine”.

“Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi” ed è un qualcosa di intraducibile perché non è una facoltà, bensì stile di antica cultura e “quando un artista mostra il duende non ha più rivali” e non esistono esercizi per poterlo imparare. Nella musica araba viene salutato con espressioni del tipo “Allah! Allah”, “Dio Dio” assai prossimi all’ “Olè” della corrida mentre nei canti della Spagna meridionale l’apparizione del duende è anticipata dal grido “Viva Dios” quale evasione poetica dal mondo reale.

laVolendo stilare un’analisi comparata tra l’esposizione poetica di Spurio e gli argomenti fin qui enunciati, è d’obbligo tracciare una sinossi esplicativa in grado di evidenziare impalcatura e contenuti letterari del componimento in esame. In questi versi la plaza de toros si connota nelle espressioni tipiche della corrida quali “hola, aca toro, olé, ay”, qui poste a compendio di ciascuna strofa e che fanno da ponte verso la chiusa dell’intero componimento dove la frase “Malditos sean los ombres”, diventa quasi un dardo di maledizione. Nella terzina iniziale, proemio del componimento, l’immagine delle gradinate si delinea attraverso la figura temporale del vecchio che, carico di vecchiezza e affanni, ricerca un posto sulle gradinate d’ombra.

Nella strofa successiva, composta di otto versi, si evidenzia il quadro della “folla estasiata”, assimilabile ai gruppi delle peñas che fanno baldoria al suono “dolciastro” di un clarino che ha sostituito quello della chitarra  mentre sotto il sole rovente la superficie dell’arena risulta una figura piana, “appiattita” anche  dai sorrisi ingannatori, emanati dalle lamiere baluginanti di sole.

Ancora una strofa di otto versi a richiamare la petenera quale figura di malaugurio che si assimila alle “due veroniche congiunte” nella mediazione evocativa della morte che si delinea nell’intercalare di versi puntuali ed efficaci con l’uso di espressioni lessicali, mutuate dalla lingua spagnola come ad esempio “bravo” ad esporre l’atteggiamento coraggioso del torero, ma anche il suo fare superbo e sprezzante. Intanto la folla dopo aver consumato la classica merenda, inveisce e sputa insulti “animaleschi”. “Le ferite ardevano come soli/ e la folla rompeva le finestre/alle cinque della sera” (F.G. Lorca, “Lamento per Ignacio Sanchéz Mejías”). Una strofa di nove versi, la quarta in successione logica, mostra l’insegna borbonica che volteggia depressa, riconoscendo “legalità/ al disprezzo dell’uomo” e l’interiezione “ay” anticipa il dramma già annunciato nei versi precedenti.

Chiude il componimento, una specularità di immagini contrapposte, quasi una legge del contrappasso in nove versi, in cui da una parte si nota “l’abito del torero (che) non aveva luccicato” e dall’altra ci sono persone “in una taverna vicino alla plaza” che seguendo un’antica usanza mangiano coda con patate, facendo delle vivande un bottino di guerra da esibire come “pregiatissime medaglie”. “Non voglio vederlo/ Dillo alla luna  che venga,/ che io non voglio vedere il sangue/ d’Ignacio sull’arena” (F.G. Lorca, op. cit.).

Pur nella sua complessità concettuale e nella sua ampiezza letteraria, il componimento di Spurio attua una teoria creativa che costringe il lettore ad un passaggio di lettura attento e ragionato, anche grazie agli  spazi bianchi tra una strofa e l’altra che danno modo di soffermarsi e riflettere su quanto è stato già letto, continuando  a centellinare l’iter narrativo in un apprendimento di fatti e agganci alla sua poetica e a quella del poeta spagnolo. Mi è sembrato, volendo guardare il numero dei versi di ciascun gruppo strofico, che l’autore non si è affidato alla casualità, bensì ha seguito un certo rigore matematico. Infatti il tre è un numero perfetto mentre il nove è suo multiplo e potenza del tre al quadrato; l’otto è multiplo di due e  potenza del due elevato alla terza, ed è anche il doppio di quattro, schema che si assimila alla seguidilla, strofa formata da quattro versi brevi proprio come usa fare Spurio nel suo componimento che riesce ad accorpare due strofe e a scandire un ordine logico di basi e potenze letterarie e poetiche per un racconto che incanta, si fa medium di  profonde emozioni e mostra il colore spirituale del duende.

Lucia Bonanni

15-07-2015

“Poesia come groviglio che si dipana dal mistero” di Ninnj Di Stefano Busà

Poesia come groviglio che si dipana dal mistero

di Ninnj Di Stefano Busà

Vi sono molti modi per sgrovigliarsi dalla morsa della Poesia, che come Mistero pervade e assolve. Senza colpa alcuna, si entra nel meccanismo poetico e se ne viene a tal punto travolti, da non poterne più fare a meno. Chi scrive Poesia, la fa per sempre. Non vi è percorso più obbligato di quel sentiero impervio, scosceso, ai limiti dell’isolamento.
Come un calco nell’argilla la parola del poeta s’innesta, s’incista al centro di un mistero fittissimo. Perché facciamo poesia? perché scriviamo in versi? quale forza ci spinge a decifrare segnali dell’oltre? interpretare una lingua aliena che ci scruta dentro l’anima e ci fa pronunciare ai limiti del sogno.
Vi sono imponderate ragioni per farlo.
poesia-amore-victor-hugoPrima d’ogni altra cosa, l’inclinazione. Vi è nella poesia una sorta di predisposizione, un input di cui sconosciamo la ragione, che ci permette di collegarci con la parte più profonda e abissale di noi stessi.
Il poeta sa che ogni parola origina ab interiore ed è il risultato della sua indagine conoscitiva, del suo percorso umano, del suo sentire acuto e impaziente che cerca il dialogo con l’esterno, si fa testimonianza di una presenza spirituale che comprende la forza e le finalità del suo intendimento, le quali spesso corrispondono all’esatto richiamo della coscienza e dell’intelletto: vi è uno strano connubio tra il pensiero poetante e la liturgia verbale del linguaggio lirico, fatto di premonizioni, di sensazioni, emozioni, suggestioni mai placate, spesso sdrucciole, impermeabili a qualsiasi altro richiamo che non sia il significato irrisolto della propria ragione insondabile, quanto mutante, il segno inconfondibile della propria identità.
In poesia si può trovare l’evidenza di un tragitto che paradossalmente appare normale, ma che a ben vedere è ostico, difficile, tragico e quasi sempre implacabile. Ci pone interrogativi, ci indica la sua irriducibilità, come atto di fede, che si articola nel sentimento e nell’abbandono a parole desuete, come se l’assillo inquietante di un significato “oltre” ci pervadesse.
La natura stessa cangiante e mutevole ci fa da sfondo, è il cimento ininterrotto del poeta, il suo vivaio d’immagini, di passioni, di riferimenti pulsanti, vi fa da sonda interagendo con ogni accelerazione, che riesce a muovere le corde intime e ben controllate del cuore.
La scrittura poetica è quasi sempre l’imprevedibile espressione che sollecita con lucidità e senso tutte le pulsioni.
La Poesia si confronta con le perturbazioni del mondo, con le sue assenze, le sue varianti, le eccedenze, le contraddizioni. Essa è perciò la molla di un cimento ininterrotto tra l’ego e il suo contrario, la presenza materica della sua necessità ne prende atto come di un evento irriducibile, che si dipana dal mistero per proiettarsi dentro e fuori da ogni tautologia, infondendo alla consapevolezza del pensiero la necessaria forza per redimere la bellezza minacciata dalle brutture del mondo, quasi catarsi, dunque, evocativa di meraviglie e metamorfosi.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

Squarci cavallereschi nella poetica di Fausta Genziana Le Piane. A cura di L. Spurio

Squarci cavallereschi nella poetica

di  Fausta Genziana Le Piane

 

 Poeta

visita con me

antiche brughiere,

per scoprire nuovi sentieri

e creare nuovi paesi.

A cavallo tra il 2010 il 2011, quando decisi di venire allo scoperto con qualche mio racconto breve, cominciai a proporli ad alcune riviste i cui riferimenti trovai online: fu così che conobbi la rivista fiorentina Segreti di Pulcinella e il suo direttore Massimo Acciai, col quale poi divenni amico, la rivista Parliamone di Bartolomeo Di Monaco e vari altre riviste, anche cartacee, come Kenavò[1], il cui nome mi incuriosì subito. Documentandomi trovai molte informazioni tra cui un articolo di Tommaso Patti nel quale parlava della rivista: «[Fausta Genziana Le Piane[2]] incontra artisti e ve li propone, luoghi e li descrive per voi, gusti e ve li fa condividere, talenti e ve li regala a piene mani; incontra pure il mondo, Fausta, e l’amore per la cultura francese, che genera frequenti riferimenti, ne è una prova. La sede di questi incontri, il castello di cui è regina incontrastata in termini culturali, magici e fantastici al tempo stesso, è “Casa Duir”. Idealmente un angolo di terra celtica trapiantato in Sabina, per la precisione in una bellissima campagna nei pressi di Casperia. E già! Perché se la Sabina è il luogo reale, amato intensamente dall’autrice e vissuto con spirito bucolico, oltre che come rifugio per ogni fuga da Roma, il mondo celtico rappresenta la dimensione ideale di riferimento, l’insieme di suggestioni che trasfigurando ogni cosa la rendono elemento d’arte e di poesia, la cifra un po’ esotica di cui si nutre il bisogno di magia».[3]

Fausta Genziana Le Piane
Fausta Genziana Le Piane

Riuscii a contattare la responsabile di questa rivista, Fausta Genziana Le Piane, con la quale inaugurai un veloce e frenetico scambio di mail che da subito perse ogni formalità per diventare ben presto una conversazione spigliata e interessante. Pubblicai un raccontino su questa rivista che poi mi venne gentilmente inviata a casa con mia grande soddisfazione. Nella stessa si dava principalmente spazio a notizie o ad appuntamenti legati al clima culturale che si concentra attorno a Casa Duir, a Casperia, in provincia di Rieti. Ho ben presto scoperto che Fausta Genziana Le Piane è aperta e sensibile alle varie arti: a partire dalla poesia, sino al racconto, dalla critica letteraria alla recensione, fino all’articolo giornalistico per non dimenticare anche il suo grande impegno nel campo della traduzione dal francese. Un’artista, dunque, impegnata a tutto tondo e compromessa con le varie forme artistiche ed espressive della quale, poi, nel tempo ho avuto modo di conoscere e leggere alcuni suoi testi: recensioni di libri, di film e qualche poesia che di tanto in tanto pubblicava sul suo blog letterario.

Nel 2010 la poetessa curò un libro contenente una serie di interviste fatte a grandi poeti della nostra epoca contemporanea, lavoro che di certo si è rivelato importantissimo e una delle fonti di ispirazione per un mio progetto antologico di interviste commentate ai poeti del secondo Novecento, di prossima pubblicazione.

Devo confessare che delle varie sillogi della poetessa ho avuto l’occasione di leggerne solo una, Gli steccati della mente (Penna d’Autore, 2009), una delle più recenti, oltre ad aver letto altre poesie pubblicate sul suo sito. Il commento che, dunque, mi sento di fare sulla sua poetica sarà principalmente concentrato su questa opera, conscio del fatto che una singola lettura può risultare insoddisfacente per dare un giudizio il più preciso possibile, ma sicuro anche del fatto che ogni poeta mette se stesso in ogni sua produzione: in ogni libro, in ogni poesia, in ogni verso.

“Gli steccati della mente” di Fausta Genziana Le Piane

Innanzitutto va detto che questo libricino –non arriva neppure alle quaranta pagine- è risultato vincitore del Premio “Le rosse pergamene” con questa motivazione di Anna Manna, Presidente del Premio: “Il verso di Fausta è quello dello sguardo adulto capace di smantellare gli steccati della psiche e scavare l’anima bambina”, ma va anche detto che si apre con una ricca nota introduttiva di Italo Evangelisti nella quale si analizza il tema del labirinto come rappresentazione della coscienza.

La poesia di Fausta Genziana Le Piane è lucida ed evocativa, a tratti essenziale, ma sempre caratterizzata dal punto di vista delle ambientazioni: si respira un fascino nei confronti dell’arte e architettura pre-cristiana con riferimenti al folklorismo celtico (la pietra celtica) e medievale (la figura del falconiere) e rimandi a luoghi quasi mitici e che ci immettono nella grande tradizione cavalleresca: l’isola di Saint Kilda, la collina di Tara, e che evocano ambientazioni degne di Camelot (si parla di «isola selvaggia»[4], di «bosco sacro di querce»[5], del «cerchio magico»[6]). Ma la sua poesia non è solo questo perché nel libro si dà spazio anche a liriche più intimistiche e personali, come quella dedicata alla madre o quella che, dando una immagine della sua Calabria natia, è dedicata a Pina Majone Mauro.

Un poeta non è tale se si esime dal narrare la realtà che lo circonda con i suoi drammi e le sue esigenze. Un intento sociale, critico o di denuncia nei confronti della società in cui il poeta vive è necessario non solo per evidenziare il suo rapportarsi agli altri, ma anche e soprattutto per indagarne il percorso di analisi e di ricerca che l’animo poetico fa. E a questo riguardo troviamo una poesia dai contenuti forti in questa raccolta e non potrebbe essere diversamente in quanto parla di morte, strage e annientamento; essa è “Beslan” ed è il doloroso ricordo della strage compiuta dai ceceni in una scuola dell’Ossezia del nord nel 2004. Impressionante e struggente il contrasto che la poetessa gioca tra «il primo giorno di scuola»[7], cioè l’inizio del nuovo anno scolastico, e «l’ultimo viaggio»[8], cioè l’ultimo giorno di scuola, ma anche l’ultimo giorno di vita sulla Terra. Morte e puzza d’esplosivo sono delle idee che la lirica non fornisce esplicitamente, ma che aleggiano nell’aria mentre leggiamo e ricordiamo le tragiche immagini che la stampa ci fornì in quei dolorosi momenti.

Il libro si raccoglie attorno a un raffinato percorso concettuale che la poetessa fa e che si realizza a partire dall’utilizzo di termini-tematiche quali la solitudine, la segretezza, il senso di chiusura: Fausta Genziana Le Piane parla, infatti, di “barriere”, “recinti” e di “steccati”, come il titolo stesso del libro suggerisce, ma trascende la materializzazione fisica dei concetti per fornirci pensieri e divagazioni che si librano leggere e incorrotte, al di là di ogni restrizione.

Note

[1] La parola “Kenavò” in celtico significa “arrivederci” e fa riferimento a un saluto di distacco che invita, però, i due attori a re-incontrarsi. Per la rivista si tratta, dunque, dell’invito a continuarla a seguire numero dopo numero.

[2] Fausta Genziana Le Piane è nata a Nicastro (CZ) nel 1951, ma da molti anni vive a Roma. E’ poetessa, scrittrice e giornalista. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne con Specializzazione in Francese all’università “La Sapienza” di Roma nel 1974 e ha insegnato lingua francese per molti anni in ogni tipo di istituto, anche sperimentale. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore: Légendes bretonnes, La Maison Tellier, La Vénus d’Ille. Ha collaborato con Il Giornale d’Italia,  la rivista Poeti e Poesia diretta da Elio Pecora, Il Corriere di Roma, Corus e Calabria Online; ha fondato la rivista bimestrale Kenavò nel 2011 che viene distribuita a Roma e in Sabina e che contiene il diario delle attività culturali che si svolgono a Casa Duir, a Casperia (RI) e parallelamente ha dato alla luce una serie di quaderni intitolati “I Quaderni di Casa Duir” (Enrico Benaglia, Il pifferaio magico; Artisti calabresi a confronto; Le fave dei Re ecc.). Ha pubblicato vari libri di poesia: Incontri con Medusa (Calabria Letteraria, 2000), La notte per la maschera (Edizioni del leone, 2002), Gli steccati della mente (Penna d’Autore, 2009; anche e-book) e Stazioni/Gares (Eventualmente, 2011). Con Tommaso Patti ha pubblicato la raccolta di racconti Duo per tre (Edizioni Associate, 2005; anche in e-book Dante Alighieri) alla quale è seguita una nuova pubblicazione a quattro mani dal titolo Al Qantarah-Bridge – Un ponte lungo tremila anni fra Sicilia e Cariddi (Calabria Editore, 2007). Sempre per la narrativa, da solista ha pubblicato La luna nel piatto (Edizioni Associate, 2001) con annesso un sedicesimo dedicato alla pittura di Pinella Imbesi, autrice della copertina e per l’attività giornalistica –dato che è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2004– ha curato un’edizione di interviste a poeti contemporanei dal titolo Interviste ai poeti d’oggi (Eventualmente, 2010; anche in e-book Dante Alighieri)[2]; si è inoltre occupata di critica (La meraviglia è nemica della prudenza, Invito alla lettura de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Eventulmente, 2012; anche in e-book Dante Alighieri) mediante la scrittura di saggi, recensioni e articoli. E’ risultata vincitrice del Premio “Mediterraneo” per il libro edito Incontri con Medusa nel 2001; ha ottenuto il Primo Premio assoluto “Le rosse pergamene” per la silloge inedita nel 2005 e il Premio “Donna e Cultura”  per il Giornalismo nel 2007 e nel 2013; si è classificata quinta al XVI Premio Internazionale “Torre d’argento”, sezione Poesia, Comune Castelnuovo di Farfa (RI) nel 2002 ed ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio Nosside per la poesia nel 2005. Alcune delle sue poesie sono state musicate dal compositore Giorgio Fiorletta mentre altre sono state oggetto di studio del professore Patrick Blandin, docente della Facoltà di Lingua e Cinema Italiano dell’Università di Tolosa e di Bordeaux. Sulla sua produzione hanno scritto Dante Maffia, Italo Evangelisti, Plinio Perilli, Massimo Colesanti, Giorgio Barberi Squarotti e vari altri scrittori, poeti e critici.

[3] Tommaso Patti, “Parliamo del quindicinale Kenavò o di Fausta Genziana Le Piane?”, Calabria Online.

[4] Fausta Genziana Le Piane, Gli steccati della mente, Torino, Penna d’autore, 2009, p. 17.

[5] Ibidem

[6] Ivi, p. 19.

[7] Ivi, p. 37.

[8] Ibidem

Santina Russo sull’antologia “Dipthycha 2” di Emanuele Marcuccio

Dipthycha 2 – Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…

Emanuele Marcuccio e AA. VV.

Recensione di Santina Russo

Dipthycha 2_original_front_cover_900A distanza di circa un anno dalla pubblicazione di “Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…” Emanuele Marcuccio ci sorprende con una nuova raccolta che della prima si nutre e si arricchisce.

Nella presente raccolta emerge con maggiore enfasi e convinzione la volontà di trasmettere, attraverso la poesia, la relazione empatica che naturalmente può instaurarsi tra artisti diversi che, inconsapevolmente, trattano lo stesso tema, seppur con stili, linguaggi e sensibilità diversi, anche in contesti sostanzialmente distanti.

Dopo un’interessante introduzione dell’autore, la raccolta presenta un “Manifesto dell’Empatismo”, la dichiarazione poetica di un nuovo gruppo di artisti che elegge “il dittico poetico a due voci e il pluricanto come forme per eccellenza di empatia poetica e come forme di poesia empatista per antonomasia”. I poeti empatisti vogliono che autori e pubblico vivano le stesse emozioni fin tanto che gli uni possano meglio comprendere ed esprimere la sensibilità dell’altro e viceversa, nel significato più autentico del termine empatia. L’empatia permette a ciascuno di noi di conoscere meglio sé stesso e la propria arte attraverso il confronto con gli altri.

È doveroso, innanzitutto, precisare con quale accezione il poeta Marcuccio utilizza il termine “dittico”: il dittico, esistente già nella tradizione letteraria come una coppia di composizioni poetiche dello stesso autore sul medesimo tema, nel progetto di Marcuccio si evolve e si apre al prossimo. Il dittico poetico ideato da Emanuele Marcuccio è costituito da due liriche di due diversi autori su una tematica comune, “in una sorta di corrispondenza empatica”. I poeti affrontano lo stesso tema con stili e linguaggi diversi, operano in contesti spesso assai distanti ma i frutti della propria creatività artistica riescono ad esprimere empaticamente la medesima ispirazione.

I dittici sono corredati da autorevoli commenti critici dello scrittore Luciano Domenighini che offrono ulteriori spunti di riflessione e rivelano gli aspetti tecnici e stilistici ai lettori privi di strumenti adeguati a individuarli autonomamente.

Un ulteriore elemento di novità è rappresentato dal fatto che, attraverso le nuove tecnologie multimediali, la relazione empatica tra artisti è resa possibile anche a distanza, attraverso quel “foglio di vetro impazzito” che diventa il canale di comunicazione privilegiato tra i poeti moderni. La poesia è un bene comune e l’appello che il poeta Marcuccio rivolge agli artisti è proprio quello di trovare le “affinità elettive” nei versi di altri poeti, di provare a creare dittici a due voci, di sperimentare un nuovo modo di fare poesia che liberi il poeta dallo stereotipo alquanto diffuso di personaggio inquieto e solitario.

Il messaggio di Dipthycha 2 è un inno alla poesia gioiosa, alla fraternità artistica e alla sperimentazione della tradizione letteraria in chiave moderna.

Santina Russo

Barrafranca (EN), maggio 2015

L’opossum nell’armadio

La particolareggiata nota critica di lettura di Valentina Meloni al mio libro di racconti “L’opossum nell’armadio” edito da PoetiKanten Edizioni nel 2015.
Grazie Vale!

Avatar di nanitananita

cover-front-opossum

“Nelle situazioni di pericolo, l’opossum adotta come mezzo di difesa la tanatosi, ossia finge di essere morto”[i]

L’opossum nell’armadio è l’ultimissima raccolta di racconti di Lorenzo Spurio edita per Poetikanten Edizioni: ventuno racconti brevi che hanno come denominatore comune l’opossum. L’opossum è un animale che patisce la luce[ii]: questa è una delle primissime citazioni scientifiche che aprono ogni racconto della raccolta. L’opossum è un alter-ego e quindi non il vero personaggio narrativo dei racconti anche se presenzia alla scrittura e alla lettura degli stessi. In realtà l’opossum è un espediente letterario che vorrebbe mimare il comportamento della nostra psiche mettendola in relazione attraverso l’armadio-Io con la coscienza morale che si trova all’esterno e che freudianamente possiamo considerare il Super-Io. Almeno… io l’ho inteso così.

Gregory Colbert opossum fotografia di Gregory Colbert (opossum)

Viene spontaneo il paragone con il famoso scheletro nell’armadio, che ci fa immaginare la psiche come qualcosa…

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Lucia Bonanni sull’antologia che la rivista di letteratura “Euterpe” ha dedicato a Leonardo Sciascia

LEONARDO SCIASCIA, Cronista di scomode realtà.

Raccolta antologica a cura di Martino Ciano

PoetiKanten Edizioni, 2015

Recensione di Lucia Bonanni

  

«Mio nonno si chiamava Leonardo, come me; era un gran lombardo alla Vittorini  dagli occhi azzurri. (Come io non sono) un settentrionale. Ho trovato suoi biglietti da visita: Leonardo Sciascia- Alfieri. Alfieri è un nome del nord, che aveva ereditato da sua madre insieme agli occhi azzurri, mentre Sciascia è un cognome propriamente arabo, che fino al 1860 sui registri anagrafici veniva scritto Xaxa, e che si leggeva Sciascia. In arabo, dice Michele Amari, vuol dire “velo del capo” e per indicare un’amicizia strettissima si parla di “due teste in una stessa sciascia”. Mio nonno era stato caruso, uno di quei ragazzini che nelle zolfare siciliane venivano adibiti al trasporto del materiale. Imparò a leggere e scrivere e fino a qualche anno fa molti lo ricordavano per le sue  collere terribili, il suo rifiuto a scendere a patti con la mafia nonostante le minacce. “Tu sei Leonardo? Tuo nonno era una persona onesta».

(in Leonardo Sciascia, La Sicilia come metafora).

 

La copertina dell'antologia
La copertina dell’antologia “Stile Euterpe vol. 1 – Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” curata da Martino Ciano e pubblicata da PoetiKanten Edizioni (2015)

La figura del nonno, quell’onestà, “gran virtù soffocata di molti siciliani”, il rifiuto a scendere a patti con  la criminalità organizzata sono punti fermi nel racconto “Nient’altro” in cui “eroe d’altri tempi” per gli uomini onesti è un uomo stanco e solo, un anziano con “radi capelli canuti, lisci” che si considera “un niente mischiato con nessuno”, ma che in realtà è un personaggio di spicco nella trama del racconto e persona degna di gran rispetto nella realtà vissuta.

“Mio nonno dice che a vossia dovrebbero fare il monumento; io lo metterei al centro  di questa piazza… ma perché mio nonno dice che vossia è stato un eroe di altri tempi?”. Una moltitudine di ricordi agitò la mente di zi Ni mentre un’immagine si mescolava ad altre immagini in un crescendo di pathos emozionale. La promessa fatta al ragazzo s fece idea avvolgente dei suoi pensieri. “Cosa gli racconto?”, pensò l’anziano, “a me sembra di essere nato ieri o di non essere nato affatto” E forse era vero! La sue vicissitudini di uomo e di libero cittadino potevano essere raccontata con poche parole. Quello della sua vita era un racconto breve. Una narrazione con pochi personaggi e fatti scarnificati come parole messe ad essiccare nelle saline dei pensieri nel “paese del sale/che frana/dall’altipiano a una valle di crete”(L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese) Alla luce degli accadimenti  non c’era “Nient’altro” da raccontare, se non che dopo mezzo secolo di detenzione era tornato in libertà , una libertà duramente conquistata e che onorava  suo nonno, ucciso per non aver voluto cedere a nessun tipo di ricatto. “Nell’inventar storie vere” è qualità innata di Sciascia ed egli ricerca, insegna, investiga, partecipa attivamente alla vita culturale e sociale italiana e soprattutto scrive libri di denuncia, mostrando il “baratro della storia”. “A ciascuno il suo”, titolo in cui è palese quella figura retorica, detta ellissi, nell’avere di ciascuno “traspare un dolore sommerso”.

“I bambini poveri si raccolgono silenziosi/sui gradini della scuola/addentano il pane nero/gli altri se ne stanno chiusi/ nel bozzolo caldo delle sciarpe” (L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese). E se il sale “diventa morte,/ pianto di donne nere nelle strade,/fame negli occhi dei bambini?”(L. Sciascia, Due cartoline dal mio paese). Povertà, disuguaglianze di classe, abusi di potere, corruzione, marginalità, omicidi, rapine, attività lecite e illecite si consumano e si reiterano, come scriverà il giudice Giovanni Falcone come “Non frutto abnorme del solo sotto- sviluppo, ma prodotto delle distorsioni dello sviluppo”. E nel corso del tempo e nel ripetersi degli eventi “quella piovra/dal giorno della civetta/alla scomparsa di Majorana” continua, come scrive Bufalino, nella logica della “liturgia scenica (e) fra le sue mille maschere, possiede anche l’alleanza  simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra” e “uocchiu d’e gghenti”, l’occhio della gente, è anche l’occhio della civetta, animale dallo “sguardo scintillante”, dal grido acuto e stridulo ed anche simbolo di denaro. I glauks erano le monete ateniesi e la civetta di Minerva, dea della sapienza, è simbolo della conoscenza e della saggezza; gli occhi e il becco ricordano la lettera dell’alfabeto greco “fi”, ma è anche immagine controversa e contraddittoria perché, essendo un uccello notturno, richiama l’idea di morte, isolamento, solitudine, oscurità, come di miseria, di malefici, disgrazie e cattivi presagi.

Leonardo Sciascia
Leonardo Sciascia

“Ridono gli altri uccelli tra le fronde/per la strana presenza del rapace/notturno in pieno giorno”, ossimorica presenza, antitesi tra buio e luce, contrasto tra suono e silenzio in una perifrasi narrativa che rimanda all’omicidio del sindacalista ad opera della mafia. Ma nel “giorno che irrompe ciarliero” gli uomini vanno verso i campi, obliando tutte le facoltà dei sensi e “con scarse propensioni di dignità” si chiudono nel più aspro silenzio. Intanto “i morti vanno, dentro il nero carro/incrostato di funebre oro, col passo lento dei cavalli” (L. Sciasci, I morti) mentre le donne  al loro passaggio chiudono le imposte e i negozianti lasciano appena aperto uno spiraglio per poter spiare il dolore dei parenti. “Le cose dei morti, i pupi, la frutta di pasta di mandorle che i bambini la mattina del due novembre cercano e trovano in qualche angolo della  casa . I morti che portavano i doni; i vivi che tra loro, a catena si ammazzavano” (L. Sciascia, Novembre a Palermo).Qua e là nei versi degli autori presenti in antologia, echeggiano i versi di Quasimodo “ride la gazza, nera sugli aranci”, “tra muschi grami, a supplizio/splende la pietra livida”, “dove mi hai posto/amaro pane a rompere”, come echeggiano quelli di Sciascia, “il silenzio è vorace sulle cose./S’incrina, se flauto di canna/ tenta vena di suono, e una fonda paura dirama” ma echeggiano anche quelli di Pavese “sei la terra e la morte./La tua stagione è il buio/ e il silenzio”. Il silenzio… parlare a cenni è arte che i siciliani inventarono a seguito della proibizione fatta da Jerone che, temendo qualche congiura, vietò ai siracusani di parlare fra loro. “Il parlar co’ cenni, con un moto del capo, della bocca, delle spalle, e soprattutto delle mani, è arte propria dei Siciliani che senza profferir parole, anche a notabil distanza, con un sol cenno spiegano i concetti della mente” scrive A. Mongitore in “Parlare a cenni”, “Il signor padre tutto fici per farti parlari portandoti cu iddu perfino alla Vicaria che ti giovava lo scantu ma non parlasti perché sei una testa di balata, non hai volontà…” dice D. Maraini in “Il silenzio di Marianna”. E di queste cose io stessa mi meravigliai, quando ancor bimbetta per volere del destino, passai dalle mie montagne innevate all’isola “arsa dal sol fecondo”. Fu allora che iniziai a respirare aria siciliana, che nacque la mia predilezione per le piante grasse, che imparai a sbucciare i frutti dei fichi d’India, che volli gustare ‘a manciata ‘i ricotta, la colazione di ricotta, che  ascoltai quei “suoni greci arabi  latini”e ancora adesso mi piace acquistare gli agrumi con le foglie e tenerli nel paniere di castagno come usano intrecciare in terra di Mugello.” Ci vuol coraggio a sbucciarli (i fichi d’India), rischiando di ferirsi con le spine”. Ricordo che gli uomini passavano intabarrati nei loro mantelli neri, con la coppola tirata sugli occhi, salutavano con un cenno del capo e i loro cavalli lasciavano impronte sulle trazzere assetate e nei vigneti . Spesso sentivo raccontare di brigantaggio e morti ammazzati e soltanto negli anni della mia autoformazione imparai il significato del termine “separatismo” e seppi della “rivolta del pane”, della tragedia dei carusi, “giovani fiori gialli tra pietre vendute ai padroni”, e dei fatti di Portella della Ginestra. Anni dopo i media mi mostrarono immagini crude e mi sentii derubata dall’usura del tempo lineare e dallo scempio del tempo ciclico. Sentivo la libertà quale elemento fondante di ciascun  uomo;  per questo anch’io volli contare i miei 100 passi e scrivere versi di pace mentre in  via Notarbartolo  lasciai un biglietto insieme ad altri biglietti su quell’albero, emblema di legalità e voglia di cambiamento. Ma di cosa è fatta quella “sicilitudine” di cui parla Sciascia  in una realtà storica dove popoli diversi, non dissimili dai rapaci che volano “Sotto le rocce di Tindari”, si spartirono le bellezze dell’isola e la paura “storica” divenne paura “esistenziale”. Certo la posizione geografica dell’isola al centro del Mediterraneo è un punto strategico che la rende aperta ad ogni azione di conquista e come scrive ancora Sciascia “lo sbarco degli eserciti anglo-americani nell’isola, il 10 luglio del 1943, avveniva in condizioni quasi identiche a quelle dello sbarco degli arabi il 6 giugno dell’827 con l’isola come sempre sguarnita di difese, lo spirito pubblico prostrato da un’amministrazione rapace e corrotta”. E, se è vero che “a furca è fatta p’o poviru”, la forca è fatta per il povero, è anche vero che l’isola è chiusa nel guscio di se stessa e si lascia travolgere da idee che non affermano nessuna verità ed è sempre più assetata di certezze, sempre più affascinata dalle contraddizioni e dalla sofferenza come dalla simulazione e dalla maschera. Le fonti della sua passione intellettuale sono da ricercarsi in Demetra, Core e Aretusa, in Ciullo d’Alcamo e Giacomo da Lentini, nella pietra lavica del maestoso Etna, nei mosaici di Monreale e nel mito della roba  come nelle “grotte aride (dove a volte) vengono rinvenuti corpi privi di anima”.

Bandiera e stemma della Trinacria (Sicilia)
Bandiera e stemma della Trinacria (Sicilia)

“Già. Le due donne hanno reagito. Non sanno che da queste parti non si scherza…” perché in questa terra “più si fa finta di non sapere e meno si rischia la pelle” come è successo al notaio Manni, alla maestra Livato e a Michele che è tornato a casa , interrato in un vaso di fiori. “ma lo sguardo di Sciascia andava oltre” così tanto oltre da scrivere che “Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma”. In quelle “Isole nell’isola” esiste una radice di tristezza e quel senso tragico della vita che talvolta sfocia nel sentimento di solitudine che fa sentire stranieri in patria. “Diciam dunque che l’isola di Sicilia è la perla del secolo per abbondanza e bellezze… e vengono da tutte le parti i viaggiatori e ad una voce la esaltano” (Edrisi, Della Sicilia) e en esaltano ance la fiera bellezza delle donne,  ne lodano il ruolo in seno alla famiglia, ne ammirano la posizione centrale nelle responsabilità sociali, donne che osano parlare con voce rude e misurarsi con gli uomini nel dramma popolare delle faide tra famiglie, del  delitto passionale e gli amori impossibili, amori incarnati nel verismo di Alfio e Mena, di Gesualdo e Diodata.

Tuttavia c’è anche da dire, come ebbe a scrivere Gramsci, che “la Sicilia conserva una sua indipendenza spirituale e questa si rivela più spontanea e forte nel suo teatro (che) è vita, è realtà, è linguaggio che coglie tutti gli aspetti dell’attività sociale, che mette in rilievo un carattere di vitalità.

Della “questione” meridionale si continua ad avere l’impressione di una carte-souvenir e a prenderne nota a margine della pagina della partecipazione sociale.

 “Sto a far camorra sulle cose, seduto/ al sole d’aprile che in me torna/a un suo azzardo di sentimenti e di inganni/Il paese, non lontano,  sembra affondare/ nel verde: di là di questo gioco/pieno di voci, è solo un paese di silenzio” (L. Sciascia, Aprile). Scrive Lorenzo Spurio a riguardo delle “Favole della dittatura”: “Simile attestazione alle “favole” sciasciane secondo me vale di più di ciascun saggio, libro, studio, o guida di lettura sul testo in questione in quanto Pasolini con strepitosa chiaroveggenza e una disarmante predisposizione ermeneutica ne affresca il contenuto con onestà, connotandone anche la forma… Pasolini gioca con le parole “favole” e “dittatura” chiamando il lettore alla riflessione”, “Ecco allora che la scrittura rafforza l’amore per la democrazia, se pur ammalata  da sistemi corrotti e devianti e non di ordine piramidale bensì di natura reticolare (in) un carnevale di maschere che dividono quell’esserci ontologico tra il subire e il fare, tra protagonismo e antagonismo”, conclude Iuri Lombardi  nel suo saggio antologico mentre per Martino Ciano,  curatore del volume,  “c’è chi costruisce progetti che magari non finiranno sui tavoli dei baroni ma che danno testimonianza ai posteri che c’è altro.”

“Leonardo Sciascia. Cronista di scomode realtà”, sono convinta che si è sempre cronisti di scomode realtà allorché si coltivano idee di libertà, giustizia e uguaglianza e il potere della scrittura si fa denuncia; quando si dà  ampio respiro a idee di vera fraternità, non si seguono mode  e si diventa voci fuori dal coro; quando si ha paura e non si cede a vessazioni e ricatti; quando si è in stretto contatto con la nostra solitudine di Uomini reclusi nel gorgo dell’indifferenza; quando i nostri ideali sono macigni sul cuore per chi cuore non ha  e le speranze fino allora coltivate sembrano svanire; quando si è lasciati soli nel presente; quando si è ben consapevoli che per la  fede di onestà anche altri prima di noi sono stati lasciati soli e altri dopo di noi lo saranno  ancora perché “la verità è (sempre) ai margini dove pochi la cercano”. 

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve, 3 giugno 2015

Considerazioni sui “Numeri primi” di Rita Barbieri

NUMERI PRIMI

di Rita Barbieri

Ammetto di non aver mai avuto un gran rapporto con la matematica….Tra amore e odio, la bilancia ha sempre virato, senza troppe incertezze, verso l’odio. I conti non mi sono mai tornati e i numeri, di per sé, mi sono sempre sembrati troppo rigidi: sbarre robuste dentro cui ingabbiare formule apparentemente semplici e concretamente complicate.

Tutto il contrario rispetto alle parole che, invece, ho sempre percepito come entità libere, fluide, mobili, fluttuanti corsi d’acqua percorribili in modi diversi e tutti creativi.

Le parole erano i continenti del mio mondo; i numeri forse solo alcune disparate isolette su cui approdare in caso di emergenza o per un atto di estremo coraggio. Su una di queste isole però, scoprii che abitavano i numeri primi.

imagesI numeri primi, nella loro gamma di specificità e particolarità, non nascondo che mi fecero un certo effetto. Mi affascinava la loro esclusività, la loro intrinseca capacità di non essere divisibili altro che per sé stessi e per uno. Mentre gli altri numeri potevano trovare molti modi per essere frazionati, divisi, scomposti e poi ricompattati, loro no: se ne stavano lì, tronfi e sicuri di sé nella loro interezza. O tutto o niente insomma. In più, erano anche prevalentemente numeri dispari e, dovendo scegliere, questi erano senza dubbio la categoria con cui simpatizzavo di più.

I numeri primi mi sembrarono per la prima volta, assolutamente interessanti. Forse perché descrivevano un modo diverso di essere numero: una maniera particolare di distinguersi dal resto, pur condividendo le caratteristiche basilari. Erano un po’ come le parole palindrome: un’eccezione che interrompeva e rendeva interessante uno schema altrimenti troppo ripetitivo e perfetto.

I numeri primi mi piacevano, decisi.

Forse perché anch’io mi sentivo (e mi sento ancora) un po’ un numero primo. Qualcuno di poco compatibile con il resto, che sa bastare a sé stesso. Qualcuno poi, che è dispari per natura: senza alcuna possibilità di scelta né di scampo. I numeri primi, spesso, sono solitari e erranti come l’ebreo del quadro di Chagall. Compaiono così, un po’ a random nella serie di numeri che tende a più infinito, come lo special di una canzone. I numeri primi sono la variazione alla regola ed è per questo che sono solidale con loro.

Mi piacciono le variazioni, i cambiamenti, mi piacciono le mosche bianche e le pecore nere. Mi piace ciò che è atipico, distinto, differente, alternativo, strano, originale. Mi piace chi colora fuori dai bordi, per crearne di nuovi. Mi piace chi, con un dettaglio fuori posto, racconta sé stesso e il suo modo di essere.

Perché ci sono davvero infiniti modi di essere diversi e di essere, appunto, numeri primi. Essi restano individuali anche quando sono in gruppo: sé stessi, assoluzione e condanna al contempo.

Tra loro non si cercano quasi mai ma, se qualche volta per sbaglio si incontrano, allora tirano un gran sospiro di sollievo: capiscono di essere primi ma non unici. Non soli. Basta scorrere un po’ avanti nella serie per scovare, nascosto in mezzo a noiose e ripetitive cifre ben meno interessanti, un altro numero primo. D’altronde la sequenza dei numeri è infinita, come l’elenco di tutte le possibilità possibili anche se poco probabili. Ecco, perfino la matematica non è una scienza del tutto esatta: prevede sempre una variazione allo schema. Per fortuna.

 

Rita Barbieri

“Versi in-versi” di Ciro Imperato, commento del poeta E. Marcuccio

Versi in-versi di Ciro Imperato

TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, pp. 110

ISBN: 978-88-98643-21-9

 

Commento di Emanuele Marcuccio[1]

130_Versi_in-versi_900Poesia dal ritmo spezzato ma ricca di respiro quella di Ciro Imperato. In questa sua silloge di esordio, la punteggiatura è ridotta all’osso assurgendo a funzione espressiva e non semplicemente di pausa sintattica. Frequenti sono le strofe in monoverso, a volte anche con incipit in monosillabo, a sottolineare un dolore sommerso, come di un cuore spezzato, come nel “Tu,” di “Assassino!”, incipit in monosillabo della seconda strofa.

Tra i numerosi titoli presenti, vorrei qui ricordare la lirica che dà l’avvio all’intera raccolta, “A mio padre morente”, la quale ho già avuto modo di leggere ed apprezzare, non conoscendone ancora l’autore, durante i lavori di giuria del concorso “Libera Verso”.

Poesia che l’autore scrive ricordando gli ultimi istanti di vita dell’amato padre.

In questa lirica il dolore, quasi un leitmotiv dell’intero libro, giunge al suo culmine, nel momento in cui leggiamo “e con il cuore stretto in una morsa,”, termine della terza strofa e vertice emozionale dell’intera lirica, se non vertice letterario dell’intera silloge. Procedendo, Imperato opera un’operazione magistrale di sintesi e di respiro, consapevole che l’anima della poesia è la sintesi, nessun verso in più né uno in meno che pregiudichi il suo respiro. Sì, è essenziale che una poesia abbia respiro, senza respiro essa soffoca nelle secche della discorsività o, peggio, nelle sabbie mobili del luogo comune e della banalità.[2]

In “A mio padre morente”, Imperato, come è solito fare, spezza il ritmo in un dolore singhiozzante, inserendo ben cinque strofe in monoverso e giungendo alla chiusa con un ritmo ostinato: “doloroso tramonto.”, in cui il suono scuro della vocale “o” perdura, interrotto solo per un attimo dal suono chiaro della vocale “a”, siglando così una composizione commossa e ricca di pathos.

 

Emanuele Marcuccio

 

Palermo, 25 giugno 2014

[1] Il commento, espressamente richiesto dallʼautore a Marcuccio, è edito con il titolo di “Analisi critica” in Imperato, Ciro, Versi in-versi, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, pp. 95-96.

[2] Penso alla strofa in monoverso, “a doppia mappa” di “Echi infiniti”, un inciso avverbiale notevole per invenzione letteraria, ottenuto tramite un procedimento neologico per parafonia della consolidata locuzione avverbiale di modo, “a doppia mandata”.

Gabriella Pison su Ninnj Di Stefano Busà

STA PER USCIRE L’ENNESIMA MONOGRAFIA SULL’ ATTIVITA’ LETTERARIA DI UNA GRANDE SCRITTRICE: Ninnj Di Stefano Busà

UN ANTICIPO SULLA PERSONALITA’ ARTISTICA DI QUESTO PERSONAGGIO

di Gabriella Pison

Che dire? Non è una calma piatta quella che ci appressiamo a descrivere, è un vulcano di idee che rivoluzionano i canoni, è poeta, narratrice, giornalista, critico, aforista. Ninnj – E’ -, Ninnj sarà nella Storia del futuro. Di essa parleranno i libri di Letteratura…Non è più pensabile riferirsi a “Lei” alla maniera consueta con brevi recensioni, ma ormai giunta ad un livello tale da essere storicizzata, credo sia più opportuno parlare di lei in termini più semantici attraverso una critica che tutta la inglobi.
Non conosco di persona Ninnj Di Stefano Busà, ma solo attraverso gli scritti che ci scambiamo tramite i canali mediatici tipici della nostra epoca: il suo non è un nome nuovo data la sua vasta notorietà acquisita in campo artistico letterario, infatti ho percepito subito come si tratti dell’autentica personificazione-quasi di un mito, di un archetipo senza tempo, che porta con sé la voce del sapere umanistico, ispirata dalla musa della scrittura e della Poesia.

Ninnj Di Stefano Busà
Ninnj Di Stefano Busà

La sua figura è punto di riferimento e richiamo incessante ai più puri valori dell’arte poetica, sempre catarticamente ispirata e sostenuta da un prorompente coinvolgimento. I tratti aristocratici del suo essere comunicano sicuramente un’educazione d’altri tempi, caratterizzata da cultura e nobiltà d’animo e anche la sua tensione verso l’assoluto non può che considerarsi coerenza sia sul piano ontologico che su quello logico. Ninnj vive in una pregnante atmosfera metafisica, che le fa prefiggere di raggiungere e farci raggiungere a nostra volta la verità, conscia della sacralità della sua opera.
Rimane da chiedersi se la vocazione della scrittrice alla Bellezza, platonicamente intesa, non sia che un inevitabile cammino verso la dimensione superiore e la sua arte lo strumento con cui rafforza e vivifica la sua ricerca.
Senza esitazione colloco Ninnj D Stefano tra i grandi esegeti della nostra cultura chiamata a svolgere una funzione essenziale in questo mondo: ridare dignità alla Poesia, con la sua innata capacità di conferire pieno senso al proprio mondo, rielaborandolo con profonda riflessione e concretizzando l’elevazione, il significato metafisico dell’ascesa interiore, completando un percorso che si realizzi nel più puro ideale romantico essendo proprio tensione verso il bello e l’etica. Ideali che diventando atto di volontà hanno fatto grande la nostra Poetessa: il poeta è una via di mezzo tra il suo ego più permissivo e il suo riscatto dalla solitudine e dal dubbio, come ha scritto a proposito…la stessa autrice parlando di Giordano Bruno, riferendosi ad un filo conduttore tra il filosofo che aveva cercato di mettere ordine tra una teologia dilaniata ed in mano ai poteri forti, e la sua poetica che sembra un ammonimento a come l’uomo non impari mai la lezione dalla vita, persistendo nei suoi errori madornali, muovendosi tra il suo personale malessere e quello dei suoi simili con disinvolta disumanità, in un mondo che sembra diventato lo specchio della desertificazione delle coscienze, dell’annichilimento morale, della morte del pensiero libero e liberale nella corruzione della verità e di cui nessuno sembra accorgersene…

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