Oh you !! who escaped from the castle of my fortress
Come on!
Dance on the stage of my chest
So that the mawawil of my moaning will be silent.
Piangendo Mawawil
Traduzione di Claudia Piccinno
Troppo tempo durò la notte di dolore e l’urlo della distanza mi prese d’assalto E con la lacrima del lutto mi fustigò. Il tuo amore sta diventando così doloroso per me Il suo profumo mi ha stancato Una volta avvertito l’odore, vado d’accordo con me stesso.
Mi cerco E scoppio a piangere Esattamente come un funerale è diventata la mia vita dal momento in cui la luce del tuo sole è tramontata. Rinuncerò a me Portami da te perché io sia te stesso Il satana dell’abbandono non mi ingannerà mai Ogni volta mi seduce nel peccato sottotitolato gli angeli dell’amore mi salutano con te Oh tu !! che sei fuggito dal castello della mia fortezza Dai!
Danza sul palco del mio petto
Così che il gemito del mio Mawawil
Sarà silenzioso.
Commento di Michela Zanarella
Un canto di sofferenza e disperazione dove la poesia diventa esigenza per liberare tutto il dolore racchiuso nel cuore. La distanza, le lacrime, il lutto, sono le parole chiave che ci accompagnano a vedere e a percepire la dimensione ‘tormentata’ che vive il poeta, per la perdita di chi ama. In questo caso dobbiamo però fare una precisazione: il testo in inglese ha una sua musicalità ed intensità, la traduzione in italiano, pur essendo in linea con il contenuto della lingua originale, presenta giustamente un ritmo diverso. Malek Saleh ha comunque uno stile riconoscibile, nelle sue poesie mantiene un codice espressivo di semplicità, che gli consente di arrivare al lettore.
L’autore
Malek Saleh è un poeta, nato in provincia di Maysan, nel sud dell’Iraq. Ha vinto numerosi premi nel campo della poesia. E’ membro dell’ Organizzazione Internazionale della cultura araba in Finlandia. Ha ottenuto il primo posto nel “Concorso Lega araba”. Ha partecipato a numerosi festival di poesia, è tradotto in diverse lingue.
Il presente testo poetico del poeta fiorentino Massimiliano Chiamenti, assieme ad altri, fa parte di un ciclo definito in maniera quanto mai drammaticamente anticipatoria “Suicidal Poems”. L’intero componimento, pur girando attorno al tema della difficoltà economica, ha senz’altro un’eco maggiore a voler trasmettere un disagio che non è solo materiale bensì radicato nella psicologia del Nostro. Il poeta parla della noia di essere tartassati da scadenze e pagamenti di vario tipo, dell’insofferenza verso una corrispondenza ricevuta negli ultimi tempi che è di natura prettamente merciologica, contrattistica e priva di qualsiasi contaminazione emotiva. L’autore in questa fase critica della sua vita, forse adombrato anche dalla possibile fine o fuga di un amante sul quale molto aveva investito e in preda a un delirio persecutorio, affronta l’invalidante realtà che chiama “l’incubo della mia vita”. La chiusa è stringente e perentoria: il poeta domanda a un ipotetico uomo, lettore, spettatore delle sue vicende. Quello che sembrerebbe a prima veduta un interrogativo retorico, in realtà mostra paurosamente la natura incipitaria del gesto, dissacrante eppure salvifico che di lì a poco si appresta a compiere. Il distico finale richiama, però, ancora la vita nella sua sprizzante foga ed energia descritta in un “bello slancio vitale” quale pre-requisito cogente per proiettarsi nello spazio senza tempo. Slancio che il poeta ha colto nella sua casa di Bologna nel 2011, vestito con caparbietà e forse con una pretesa di fondo: quella della denuncia della solitudine che può celarsi nell’uomo e fagocitare chi, abbandonato, malato e in crisi con se stesso, ha già deciso di inscenare l’ultimo atto performativo.
L’autore
Massimiliano Chiamenti nacque a Firenze nel 1967. Amante della poesia, traduttore e dantista molto apprezzato, pubblicò il saggio Dante Alighieri Traduttore (Le Lettere, 1995) e curò l’edizione Comentum super poema Comedie Dantis (Arizona Center for Medieval and Renaissance American Studies, 2002). Noto per lo più come poeta performativo e cantante (due cd pubblicati, Emme e Storyboard 1999 rispettivamente nel 1998 e 1999), fece parte della vita culturale degli ambienti underground della Firenze degli anni ’80 e ‘90 per spostarsi poi a Bologna. Stimato da autori quali Lawrence Ferlinghetti (col quale collaborò), Mariella Bettarini, Novella Torregiani, Massimo Acciai e Marco Simonelli; nel 1995 Edoardo Sanguineti gli consegnò il Premio “Città di Corciano”. Numerose le opere poetiche tra le quali Telescream (Cultura Duemila Editrice, 1993), alla quale seguirono User-friendly (David Seagull, 1995, x/7 (Dadamedia, 1996), p’t (post)(Gazebo, 1997), Schedule (City Lights Italia, 1998), Maximilien (City Lights Italia, 2000), le varie edizioni de le teknostorie (Edizioni Segreti di Pulcinella, 2003; Zona, 2005); free love (Giraldi, 2008), Adel &c (Fermenti, 2009), Paperback writer (Gattogrigio, 2009), evvivalamorte (Le Cariti, 2010), egiemme (Polìmata, 2011) e la raccolta di racconti Scherzi? (Giraldi, 2009). Nel capoluogo emiliano, complice una vita dissoluta e la condizione di sieropositivo, commise il suicidio nel settembre del 2011. La sua ultima opera, Di/e con Daniele, composta da 33 canti, venne inviata in pdf a mezzo mail agli amici più stretti poco prima di morire e rimane a tutt’oggi inedita ad eccezione di qualche brano pubblicato in rete da qualche suo amico.
“HO SMESSO DI SORRIDERE” – POESIA DI ANNA ACHMATOVA
Ho smesso di sorridere, le labbra sono gelate, ad una sola speranza segue più di una canzone.
Senza colpa cederò il canto al riso e alla profanazione, ché al colmo del dolore per l’anima è il silenzio d’amore.
Commento di Michela Zanarella:
Una poesia breve, ma incisiva, che si fa canto autentico di amore e sofferenza. La vita della Achmatova è stata piuttosto tormentata e la sua scrittura si nutre di constatazioni dolorose, attraverso un linguaggio semplice ed essenziale. La profanazione indica l’annullamento di qualcosa di sacro ed è proprio la scelta di questo termine a dare una sferzata al corpo della poesia. Ma è l’anima a resistere e ad assistere ai mutamenti della vita, proprio come la poesia che diventa punto di forza e sostegno per affrontare le avversità.
L’autrice
Anna Andreevna Gorenko nasce il 23 giugno 1889 a Bol’šòj Fontàn, un elegante suburbio di Odessa, terza di cinque figli. A cinque anni parla perfettamente il francese, a dieci Anna supera una grave malattia, a undici scrive la sua prima poesia. Nel 1903 comincia la storia sentimentale con il poeta Nikolàj Gumilëv, maggiore tre anni di lei ed ex allievo di un insegnante ginnasiale di Anna – Innokentij À nnenskij. Gumilëv è innamorato a tal punto da tentare il suicidio per superarne le resistenze. Nel 1905 i genitori si separano; Anna si trasferisce a Kiev. Qui, nel 1907, termina il liceo e si iscrive alla facoltà di Legge. Nel frattempo compone e quando manifesta il suo desiderio di pubblicare il padre le suggerisce di scegliersi uno pseudonimo letterario; la scelta ricade sul nome della bisnonna materna, Achmàtova. Nel 1910 Gumilëv sposa Anna, e l’anno seguente fonda con Gorodeckij lo “Cech Poetov”, la Corporazione dei Poeti, da cui prenderà vita il movimento Acmeista. La prima poesia di Anna è datata 1900, la prima pubblicata (sulla rivista parigina “Sirus”, edita da Gumilëv) 1907. La prima raccolta di versi, “Sera”, esce nel 1912. Nello stesso anno viaggia a Parigi, dove conosce Amedeo Modigliani, che la ritrasse in numerosi disegni eseguiti a memoria di cui uno è conservato a S. Pietroburgo. La produzione poetica continua fervida negli anni seguenti, nel 1914 pubblica il secondo libro “Rosario”, con esso ottiene una vastissima popolarità. Divorzia da Gumil ëv, partito volontario per il fronte; finisce un rapporto importante che segnerà per sempre la vita e la produzione della poetessa. Dopo il divorzio, Anna lavora alla biblioteca dell’Istituto di Agronomia, e nel 1918 sposa il poeta e assirologo Vladimir Šilejko, uomo patologicamente geloso e possessivo; questa unione termina nel 1921, anno di pubblicazione di “Piantaggine” e, a breve distanza, “Proprio sul mare” e “Anno Domini” (1922). Nel 1925 nasce una nuova infelice relazione con Nikolàj Punin, critico e studioso d’arte; la poetessa si trasferisce (a causa della crisi degli alloggi) alla casa della Fontanka a Leningrado, dove convive con lo studioso, la sua ex moglie e la figlia e Lev. Alla vigilia della seconda guerra mondiale scrive “Nell’anno quaranta”-Nel 1941 incontra la poetessa Marina Cvetaeva. Il poemetto “Lungo tutta la Terra” risale a questo periodo. Nel 1941 la Germania invade la Russia. Nel 1944 l’Achmàtova torna a Leningrado, nella casa della Fontanka. La composizione “Poema senza eroe” si delinea nel 1942, ma la sua lavorazione continuerà fino al 1962. Nello stesso anno il figlio Lev viene liberato perché costretto ad arruolarsi nell’Armata Rossa; raggiunse la madre alla fine della guerra. In questo periodo Anna riprende a pubblicare su diverse riviste. Lev verrà arrestato di nuovo nel 1949, e la risonanza di una breve relazione di Anna con il primo segretario dell’ambasciata inglese Isaiah Berlin (1945), resa pubblica dal giornalista Randolph Churchill (il figlio di Winston), insieme con l’arresto e l’esilio in Siberia di Punin e all’espulsione della poetessa dall’Unione degli scrittori Sovietici, provocano in lei un periodo nero di isolamento, come è evidente in “Frantumi”. Nel 1964 la poetessa riceve il permesso di lasciare la Russia per venir insignita, in Sicilia, del premio “Etna – Taormina”. L’anno seguente presso l’università di Oxford riceve la laurea honoris causa. Le associazioni culturali russe la riabilitano come una dei massimi poeti sovietici del secolo; nel 1965 esce una nuova rccolta di poesie, “La corsa del tempo” che contiene fra l’altro le liriche degli ultimi anni e la prima parte del trittico “Poema senza eroe”. Anna Achmàtova muore di una crisi cardiaca a Domodedovo (Mosca), già sofferente di cuore, il 5 maggio 1966.
L’emigrante lascia la sua casa e la sua fanciullezza
per inseguire un sogno di rinascita e bellezza.
L’emigrante si adatta alla nuova vita,
ma resta col cuore sospeso fino alla sua dipartita.
Torna, ogni tanto, a visitare il paesello
vedendolo sempre come un gioiello.
Un paesello che perde un tesoro
se i suoi abitanti non hanno lavoro.
Commento di Lorenzo Spurio
La Tomasino dedica una poesia alla condizione drammatica, straniante e per certi versi inesorabile, dell’emigrazione. Lo fa toccando via via nei versi alcuni aspetti che connaturano questa situazione di sradicamento, lontananza e di spoliazione della propria identità. L’immagine richiamata è quella della valigia che, quale custode degli effetti personali, del mondo materiale che è possibile portare con sé da un luogo all’altro, diviene emblema di una condizione di transitorietà, di mancanza di certezze, di logorante sballottamento e di ansia emotiva. Se alla partenza fa seguito una traversata verso nuove frontiere, città, lingue che non si conoscono, vivo rimane l’amore custodito nel cuore verso le vestigia della propria nascita, le tradizioni, il proprio paese. Mentre si anela a qualcosa di migliore, la memoria del vissuto è così impetuosa al punto tale da rendere volitivo l’uomo nel ricreare un proprio ambiente, una propria esistenza di felicità o adattamento. Nei versi finali l’autrice ben richiama le ragioni del gesto migratorio, dettato, come spesso avviene, da ragioni di carattere economico e lavorativo.
L’autrice
Letizia Tomasino è nata a Palermo nel 1961. Dopo il diploma di ragioneria ha iniziato a lavorare nel campo ristorativo. Donna eclettica, dalle mille sfaccettature e amante dell’arte in tutte le sue forme. Cantante, fotografa e scrittrice. L’arte della scrittura la scopre dopo essersi ritirata a vita privata in campagna. Scrivere poesie e racconti che nascono da momenti del suo quotidiano, da incontri ed episodi fortuiti; trae ispirazione anche dalla sua grande fantasia. Ha pubblicato i libri di poesia Nel silenzio di un pallido mattino (Youcanprint, 2016), I colori della mia anima (Youcanprint, 2016), Sicilia mia Sicilia (poesie dedicate alla mia terra) (Youcanprint, 2016), Pensieri sparsi (PubMe, 2017), Una dolce amicizia (Youcanprint, 2017) e Adamo ed Eva e altre storie (Youcanprint, 2017); per la narrativa Un paesino tranquillo (Youcanprint, 2016), Palermo…in racconti (Youcanprint, 2016), Storie di provincia(Youcanprint, 2016), Lu scantu (Youcanprint, 2016),
F. Scott Fitzgerald e l’Italia di Antonio Merola, Ladolfi, Borgomanero, 2018.
Questo saggioripercorre la storia della ricezione editoriale e critica che il nostro paese ebbe nei confronti dell’opera dello scrittore americano: dalle prime traduzioni di Tenera è la notte e Il Grande Gatsby, che vennero ignorate dal pubblico, fino alla riscoperta autoriale nel secondo dopoguerra e alle nuove edizioni italiane che ne seguirono, per arrivare alla conclusione che «dal dialogo con se stesso e con Zelda nasce cioè tutta l’opera di Fitzgerald».
Dalla quarta di copertina: «Se esiste in Fitzgerald una doppiezza è proprio verso Zelda Sayre: il lavoro continuo contro la pazzia, ma anche il dialogo con essa; la sublime coincidenza tra uno spirito di conservazione e uno di distruzione. Era impossibile per lui proseguire la vita senza la compiutezza dell’amore: o meglio, Fitzgerald lavora, e lavora sodo (anche fino all’infarto), ma si muove nella società da allora in poi come il fantasma di se stesso; lavora per pagare la cura ormai senza speranza di Zelda. E se tornerà a scrivere con Gli ultimi fuochi, è per cercare lei in un mondo altro: lontano dalla clinica e ancora più lontano dalla realtà».
Chi è l’autore?
Antonio Merola, classe 1994, si è laureato in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. È cofondatore di YAWP: giornale di letterature e filosofie, per il quale ha curato inoltre la raccolta poetica L’urlo barbarico (A. V., Le Mezzelane, 2017) e ne gestisce la sezione Yawp Poesia. Si occupa insieme dei Quaderni Barbarici su Patria Letteratura, dedicati alle poesie inedite di giovani voci poetiche contemporanee e di Razzie Barbariche su Pioggia Obliqua: una rassegna dedicata alla poesia edita under 30. Suoi racconti, poesie e articoli critici sono apparsi su alcuni siti e riviste letterarie.
Poesia come postindustriale e narrativa come civiltà letteraria
di IURI LOMBARDI (*)
Uno degli spartiacque della storia possibilmente letta a più livelli (la realtà non è mai una sola, il tangibile stesso è linguaggio che si auto-corrompe) è certamente la questione dell’industriae il divario che intercorre tra l’età paleo-industriale e la stagione dell’avanzare di una certa industrializzazione di base. Per industria certamente non intendo quell’attività operaia e metallurgica, non intendo i grandi stabilimenti, né intendo la stagione che iniziò in Inghilterra agli inizi del XX secolo. Per industria mi riferisco all’età della edificazione dell’io – unico e possibile reale pilastro cui poter farne una storia letteraria − dell’ingegnarsi a costituire il contesto, quindi la storia. Un’età che pare nascere – almeno per quanto concerne l’Europa − dalla caduta del latino, quindi del romano e l’avanzamento di un nuovo stile all’insegna dell’io, quella industria (intesa per operatività) di poeti che scrivevano in una nuova lingua e sotto un modo di identificarsi completamente contrapposto all’età paleo-industriale o classica. Insomma a una età precedente. La nascita dell’io moderno, quindi il passaggio sostanziale tra la stagione paleo-industriale e quella dell’identità o industriale fa sì che la poesia assuma una posizione di prestigio e diventi unico genere magistris possibile; prima viene essa e dopo tutti gli altri generi. In altri termini, la poesia, o meglio la lirica, viene attorno all’io e a un nuovo modo di esprimersi, a una nuova lingua a costituire per secoli una sua civiltà. L’io presuppone quindi una scesa di un contesto spazio-temporale ben definito, determina una propria dinamica, prende coscienza della storia e al contempo, forse per un principio di imitazione come direbbe Aristotele, ricrea il tangibile, de-mistica il reale. Tutto sommato oggi questa civiltà – che possiamo definire dell’Io e della costruzione spazio-temporale−è stata soppiantata dal romanzo, nel tempo coevo il genere per eccellenza, che ha sostituito gli altri generi, ne ha smantellato il pubblico, l’io lo ha omesso e ne ha costruito una nuova civiltà. La cosa oggi, allo stato attuale, volendo proporre una storia letteraria va letta solo mediante la lente ontologica-esistenziale e pare non colmare il divario che passa tra gli altri generi e il romanzo. La nuova rivoluzione, che in parte si può ricollocare verso un ritorno paleo-industriale,cioè la caduta dell’io, non è altro che il preludio di una nuova età: il post-industriale. L’io omesso, caduto, smantellato (per fortuna) propone un nuovo orizzonte. In questo nuovo universo l’io caduto, che probabilmente diventa un noi, forse un voi, il concetto di storia pare essersi eclissato perché non più demistificato per per paradosso de-costruito. La decostruzione intesa come mistificazione della storia e dei fatti oggi nella poesia è uno degli elementi di spicco. La poesia stessa,che nel frattempo regge a stento una propria autonomia di genere, non ha più un pubblico,è diventata molto elitaria e quindi se prima era il trampolino di lancio di uno scrittore (la prova ars in cui prima si faceva poesia poi si giungeva alla narrativa e quindi alle altre scritture) oggi non è altro che una seconda possibilità artistica. Lo scrittore che per ragioni di pubblico è costretto – e forse per piacere − a esprimersi nella narrativa, usa la poesia come seconda ipotesi del proprio lavoro. D’altronde l’attività letteraria, o quella della scrittura in genere, presuppone un pubblico che la sorregga, che la supporti, che con essa interagisce e ne diventi complice. Questa complicità oggi nella poesia non c’è più e quindi essa diventa sempre più invisibile.
In secondo luogo è anche vero che l’età post-industriale, la stagione dell’omissione dell’io, la scrittura vive fuori dal genere e i generi in sé si sono amalgamati in una unica possibilità civile e politica del termine: la narrativa. Se di fatto la poesia, essendo un esercizio di stile lo scrittore la usa quasi come fosse un’attività privata e non più pubblica, può incarnare ancora oggi ontologicamente una istantanea di momenti vari – ecco la demistificazione della storia e del tempo − la narrativa pare compiersi in un prestigio maggiore e per forza di cose: A) ha la fortuna di avere ancora un pubblico (nonostante i gravi problemi che affliggono l’editoria e le produzioni) B) può assumersi le capacità della poesia; il romanzo riesce a mistificare lo stesso e con ottimi risultati C) compie da protagonista il passaggio dall’età industriale a quella post-industriale. La facoltà di essere ancora richiesta, di avere attenzione, di avere un pubblico fa sì chela narrativa – sia contemporanea sia dei classici − trovi un canale di espressione. Un romanzo è facile che venga pubblicato in volume come è facile che trovi una collocazione on-linee quindi oltre a esprimersi con i termini di una propria capacità espressiva, quelli della nuova civiltà letteraria cui sopra, dovuti e nati tramite l’omissione dell’io, determina uno svelamento del proprio essere. Attraverso la propria duttilità il genere narrativo si svela senza grandi problemi, così un classico tramite canali telematici lo conoscono tutti anche se non letto. Cosa che per la poesia è molto più difficile. In secondo luogo la narrativa dissimula quanto la poesia, mistica, imbroglia, ragione sull’errore storico e assembla elementi distanti apparentemente tra di loro. Questo avviene grazie alla caduta dell’io che ha permesso al genere e alla sua corrispettiva civiltà lo sviluppo di nuove tecniche e di un linguaggio sempre più ibrido. In terzo luogo, se l’io inteso come poesia dettò le linee del passaggio dall’età pre-industriale a quella moderna, oggi la rivoluzione l’ha compiuta il romanzo. La distruzione o caduta, l’omissione dell’io avviene attraverso la narrativa all’unisono in tutta Europa da Joyce a Celine, da Zola a Verga. Se in un primo momento assume un carattere di scientificità con l’avvento del positivismo europeo, in un secondo momento il suo linguaggio si fa impalpabile. D’altronde negli ultimi tre decenni la lingua stessa è mutata diventando una identità linguistica meta-significante. Fu Pasolini stesso in un suo intervento a dire che la lingua letteraria rimane – si riferiva all’Italia − solo una questione di stile, quindi di prestigio in quanto l’italiano non è più il fiorentino ma la lingua dei grandi centri industriali e quindi quella del consumo e quella – possiamo definirla oggi − della multimedialità. In conclusione, ben lungi da elargire un intervento storico (non più possibile come visto all’inizio) la poesia vive in un’area tutta sua, in un’isola inaccessibile ai molti, sta in bilico su di una soglia in attesa di salpare in mare. I tentativi che ci sono oggi restano isolati, spesso sommersi, non conosciuti ai più in quanto non ha più un pubblico e i poeti – gli scrittori di versi − sono spesso voci che parlano nel buio. Tutto sommato, questo non deve allarmarci né deve farci rinunciare alla poesia, ma quando facciamo poesia, quando scriviamo versi, dobbiamo essere coscienti che la civiltà letteraria oggi come oggi resta il romanzo e che facendo poesia accenniamo a quella realtà soggiornando nella sua premessa.
IURI LOMBARDI
(*) Questo testo è stato pubblicato in appendice nell’opera di Iuri Lombardi dal titolo Il sarto di San Valentino (Ensemble, Roma, 2018)
Iuri Lombardi (Firenze, 1979), poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha pubblicato per la narrativa i romanzi: Briganti e Saltimbanchi, Contando i nostri passi, La sensualità dell’erba, Il cristo disubbidiente, Mezzogiorno di luna. Per la Poesia: La Somma dei giorni, Black out, Il condominio impossibile, Lo zoo di Gioele, La religione del corpo. Per la saggistica: L’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La spogliazione, Soqquadro. Vive a Firenze. Dopo essere stato editore, approda con altri compagni nella fondazione di Yawp – l’urlo barbarico.
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Dopo la recente pubblicazione del n°26 della rivista di letteratura online “Euterpe” che proponeva quale tematica “Emigrazione: sradicamento e disadattamento”, contenente pregevoli contributi critici e non solo tra cui brani di Mario Vassalle, Asmae Dachan, Rosa Elisa Giangoia, Maria Grazia Ferraris, Paolo Saggese e Valtero Curzi.
La Redazione della Rivista ha diffuso nelle ultime settimane il comunicato relativo alla raccolta di materiali per il prossimo numero della rivista. Il nuovo numero monografico sarà aperto a contributi appartenente ai vari generi (aforismi, poesia, haiku, narrativa, saggistica, critica, recensioni, interviste) che abbiano relazione con il tema di riferimento: “Il coraggio delle donne: profili ed esperienze femminili nella storia, letteratura e arte”. Sarà l’occasione per approfondire le esperienze umane e gli itinerari culturali di poetesse, scrittrici, donne di scienza, eroine e di altre donne che, a loro modo e nei relativi campi d’appartenenza, si sono distinte in maniera rimarchevole. Nel banner che identifica l’invito a prendere parte al nuovo numero figurano i volti di alcune celeberrime donne della letteratura: la poetessa lombarda Antonia Pozzi (1912-1938), suicida giovanissima, la scrittrice sarda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926 Grazia Deledda (1871-1936), la romanziera modernista Virginia Woolf (1882-1941), punta di diamante della letteratura contemporanea e la pacificante poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886).
I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 15 Luglio 2018 alla mail rivistaeuterpe@gmail.com attenendosi alle “Norme redazionali” della rivista che sono consultabili cliccando qui. Su Facebook è già presente il relativo evento Facebook che si può seguire, anche per rimanere aggiornati sullo svolgimento della selezione, per raggiungerlo, cliccare qui.
Per consultare i vecchi numeri della rivista è possibile cliccare qui, mentre per chi voglia prendere visione dell’archivio storico contenente la lista sintetica di tutte le apparizioni in rivista, ordinate in ordine alfabetico dei rispettivi autori è possibile cliccare qui.
Pratico ed essenziale il volume di Elisa Ruotolo recentemente pubblicato da rueBallu di Palermo sull’ampia e pluri-evocata figura della poetessa lombarda Antonia Pozzi (1912-1938). Nel libro, curato nei dettagli grafici e compositivi in maniera pregevole e stampato su Materica (carta naturale realizzata con fibre di cotone riciclate di pura cellulosa provenienti dalla gestione responsabile delle foreste), la scrittrice ci propone un percorso intimo e amicale con una delle più grande poetesse del secolo scorso.
Il piccolo compendio finale del volume è dedicato a raccogliere una manciata di poesie di Antonia Pozzi tra cui la stupefacente lirica “Canto della mia nudità”: un canto soave di svelamento e di denuncia della propria disagiata condizione esistenziale. In essa, infatti, la vulnerabile poetessa di Pasturo (LC), annotava: “pallida è la carne mia/ […]/ E un giorno nuda, sola,/ stesa supina sotto la troppa terra,/ starò, quando la morte avrà chiamato”. La Ruotolo affida al lettore curioso e insaziabile l’intera vicenda personale della Pozzi, dell’Antonia in quanto donna, figlia e amante, ben più che quale poetessa sebbene, com’è noto, sia piuttosto impossibile adoperarsi a un’operazione di scissione tra le due componenti.
La caratteristica di questo volume è quella di accompagnare il lettore in un percorso umano, che è appunto quello della Pozzi, con precisione e grande rispetto delle vicende altrui. Gli apparati grafici e iconici che sono stati impiegati (opera dell’artista udinese Pia Valentinis) si delineano come pregnanti e insostituibili in un progetto che risulta essere lodevole – come già accennato – non solo per i contenuti – densi e nevralgici – ma per la cura editoriale, degli inserti, dei disegni, della composizione dei capitoli e di ogni minuzia che è studiata ad arte per compendiare al meglio un progetto che è vivo, multidisciplinare, interattivo e, pertanto, assai coinvolgente.
Non un saggio accademico, neppure un approfondimento monografico sulla grande penna lombarda che nel maledetto anno delle leggi razziali (1938) decise di trapassare la dimensione reale, piuttosto un pamphlet colorato e avvincente, un itinerario curioso e trattato con sapienza e profonda conoscenza della materia, reso, però, in forma appetibile, d’ampio approvvigionamento in un pubblico che non è di nicchia, ma trasversale, compreso quello giovanissimo che potrà trovare particolare giovamento anche dai notevoli inserti grafici.
S’inizia il percorso sulle pagine tinte da una cromia decisa e pulsante, quella dell’arancione, sebbene sia piuttosto vicino anche a una possibile sfumatura del cachi. Sono le pagine contrassegnate dal titolo “Tu con me, su questa terra nuda”. Sono pagine incipitarie, di fondamentale significazione per l’autrice del volume, che dettano le motivazioni-fondamenta di un’operazione editoriale di questo tipo. La Ruotolo, infatti, ci narra della sua conoscenza con la poetessa, di come avvenne, e del grande potere della parola della Pozzi che, da subito, l’affascinò notevolmente. Da lì nacque la sua esigenza di approfondire “La vicenda umana di questa straordinaria poetessa, che aveva consumato rapidamente i suoi anni agli inizi del Novecento”. Bella la definizione che la Ruotolo dà di questo tempo breve della Pozzi da lei “consumato rapidamente”: con impeto e desiderio, con voluttà e voglia d’amore che poi, dinanzi ai limiti imposti dai tempi e dalla morale, trovarono una fine diversa, impetuosa ed eclatante, definitiva e struggente, eppure voluta e creata. Difatti la Ruotolo non manca di parlare del grande amore per la vita tipico della Pozzi: “Antonia amò come di rado si riesce nella vita, fino a donarsi completamente, a svuotarsi, a sfinirsi”. La sua morte viene così richiamata, in queste prime pagine, quale atto ultimo di un processo fisiologico dettato dalla consunzione, dalla dissipazione del proprio animo interiore. Quello che oggi definiamo ‘suicidio’, parlando della sua persona, in realtà non sarebbe che il punto di limite della fine di quella vita felice, vissuta nella pienezza della totalità e del logorio per l’impossibilità di poterla continuare nel tempo. La consumazione di sé, che sembra ben diversa da una vera e propria fuga dal mondo e dunque ad un atto sovversivo portato alle estreme conseguenze, è più un gesto altruistico dettato dalla consapevolezza e dalla lucidità dinanzi all’incapacità di una prosecuzione nel reale.
La Ruotolo, con questo testo, ci consente di percepire quella stessa “angoscia del riporsi interni nelle mani altrui” che lei stessa ha sperimentato leggendo e approfondendo il percorso umano della Pozzi. Risulta importante anche sottolineare come la scrittrice abbia messo in luce, con impareggiabile resa e grande apertura, quanto la Pozzi fosse una donna viva e ardente (“non fu mai capace di tiepidezza, ma sempre e solo d’incendio”) abbattendo quella che può essere una facile e comune convinzione nel vedere nella poetessa di Pasturo una donna sottomessa e ritirata, sfiduciata e inetta, fredda, disinteressata alla vita. Le sue poche foto che circolano ce la trasmettono come un’anima trafitta da un disagio difficile da spiegare, dall’espressione mesta o preoccupata e, comunque, raramente è ritratta in uno stato di vera pace o equilibrio. La Ruotolo tiene a sottolineare in questo volume anche quegli aspetti che, nel trascorso di anni tesi a studiare la sua figura di intellettuale, hanno marcato molto sulla sua insofferenza, solitudine e istinti di morte. La scrittrice, infatti, ce la descrive fortemente attaccata alla vita, smaniosa di diventare madre, affettuosa con gli amici (meno con la famiglia, con eccezione della nonna), passionale e focosa, in cerca di quella libertà che le avrebbe concesso di vivere nella pienezza dei suoi desideri. “Antonia amava vivere, ma il suo era un amore straziante, che non s’adatta ai compromessi, né s’accontenta delle briciole”, scrive la Ruotolo in queste primissime pagine. In altre parole: un amore impossibile, di cui ha consumato gli esordi, vissuto platonicamente, agognato e nutrito privatamente, sino a che – dinanzi agli impedimenti irremovibili – s’è degradato lentamente, privandola di quell’energia autentica che le era propria e che l’aveva caratterizzata in quanto donna aperta, affettuosa, capace di credere in un rapporto d’amore.
Uno scatto di Antonia Pozzi alpinista
Il capitolo che segue, “Io, Antonia. Il tempo bambino”, è ben speso a fornire il contesto generazionale nel quale la Pozzi è collocata con particolare attenzione alla sua fase infantile nella quale sperimenta forme di scollamento e solitudine (che poi la fagociterà) a partire da un sentimento di nutrita diversità. La scuola, con insegnanti suore, sembra essere il luogo che sente maggiormente in sintonia, ed è anche piuttosto brava, ma anche lì non disdegna quell’innata solitudine che la fa “una cosa di nessuno”. L’istituto scolastico è percepito dalla Pozzi e ricordato dalla Ruotolo come positivo non in funzione di un ampliamento di conoscenze con persone terze e dunque in termini sociali, amicali ma semplicemente perché è il luogo che le permette di raggiungere ciò che cerca: la conoscenza. Per tutto il suo breve percorso di vita, infatti, la Pozzi sarà una grande studiosa di letteratura e non solo, arrivando a intrattenere importanti relazioni con noti esponenti della letteratura dell’epoca, quale il critico Dino Formaggio (1914-2008) o il poeta Vittorio Sereni (1913-1983). Già da ragazza la Pozzi sente che lo studio e, più in generale, la conoscenza sono ingredienti insostituibili, mezzi dei quali, seppur in dose e forme diverse, non potrà più farne a meno.
Segue così il capitolo che la Ruotolo ha voluto indicare in maniera netta e distintiva “Gli anni dell’obbedienza”; tale periodo fa riferimento a una trattazione in cui la scrittrice, calata negli occhi e nella persona di Antonia, descrive se stessa soprattutto in ambito familiare quale una presenza che “non fac[eva] rumore”. Ricorda così della dolcezza controllata della madre e della severità del padre, uomo mite ma austero, deciso e padrone, finanche insensibile: “Ogni suo sguardo mira a giudicare le mie mancanze”. Eppure, circondata da un contesto non così partecipe e costruttore dell’entusiasmo della giovane, che scopre la sua più grande amica, la poesia: “Le parole mi hanno vestita e poi abitata”. Paradossalmente sono le parole, che non hanno una vita propria e che sono creazione di qualcuno, che dànno alla Pozzi motivo, forma, ragione e senso alla sua vita. Un po’ come quei versi che Neruda diceva che lo toccavano al punto tale che era la poesia che lo chiamava, la Pozzi via la Ruotolo è un corpo nudo, un’entità vuota, un campo d’assenza che trova identità e significazione solo con l’atto di copertura, di vestizione, offerto dalla poesia. Abiti che sono versi, tessuti che sono parole allineate, copertura che è l’anima arricchita: “Ogni parola aggiungeva senso, sottraeva spazio al niente e lo riempiva”. La poesia per la Pozzi non è erudizione o sofisticazione retorica ma richiamo e necessità: forma di scoperta di sé e completamento, distruzione di quella penuria devastante, arricchimento e costruzione interiore e, al contempo, dialogo con la propria anima che si scorge, riaffiora, e ci scoperchia chi siamo. Ecco perché il pensiero che la Ruotolo pone, ovvero l’ossessione di Antonia che qualcuno la obblighi a smettere di scrivere, si configura come uno svilimento personale, un denudamento che la renderebbe vuota, debole, priva di quel senso intimo che ha scoperto nell’essenza della scrittura. “La poesia adesso mi guarda e mi completa”, scrive la Ruotolo poco dopo, a sottolineare ancora una volta quanto la parola, da entità vacua e astratta, possa avere una grande capacità materica da compenetrare, completare, vanificare quelle assenze, cucire quelle fenditure che fanno il corpo leso, indistinto e lacunoso.
Seguono le pagine dedicate ad Antonio Maria Cervi, l’insegnante del quale la Pozzi s’innamorò e dedicò varie poesie; è il tempo in cui si sente ormai lontana dall’infanzia di Pasturo, sebbene serbi il ricordo di ogni dettaglio dell’ambiente (“potrei dire quante foglie ha perduto il tiglio”) e sboccia quell’amore folgorante verso il professore, forse l’unico che, per citare Virginia Woolf nella sua lettera d’addio indirizza al marito Leonard, avrebbe potuto salvarla. Difatti il professore è la valvola di una sorta di rinascita in Antonia, la svolta luminosa che sembra riportarla alla leggerezza e al colore dei tempi andati; se in casa si respira pesantezza, verticismo e dunque inadeguatezza, col professore, col semplice avvicinamento alla sua persona o al colloquiare con lui, in Antonia si rafforza la speranza e nasce l’amore verso l’altro. È l’inizio di un cambiamento che, prima era stato cercato e voluto e ora avviene spontaneo, nella sua forma più bella, quella di un amore viscerale, inspiegabile eppure necessario, quel sentimento vorticoso e incircoscrivibile che le fa maturare l’idea di un nuovo cominciamento alla vita, di una primavera inaspettata. Con Cervi, la Pozzi rinasce e ritrova se stessa, l’amore e la poesia sono balsami a disagi e solitudini pesanti che ora sembrano relegati a un tempo lontano.
La sezione successiva, anticipata da una colorazione carta di zucchero, ha come tematica “La separazione” ed è, se vogliamo, l’esordio della nuova decadenza emozionale di Antonia. La Pozzi, via la Ruotolo, dice “durò un anno appena e andasti via da me”. Siamo nella presa di coscienza di un rapporto che è finito e nel clima di profonda nostalgia e rimpianto per i pochi bei momenti trascorsi insieme. Qualcosa è accaduto e le condizioni preesistenti, quelle che avevano visto il riaccendersi del desiderio alla vita di Antonia, sono venute meno: la loro relazione è stata bandita e tra di loro s’è imposta una distanza che non sarà più coperta. La figura autoritaria del padre di Antonia, con amicizie significative con esponenti del Regime, ha relazione con il trasferimento lavorativo del prof. Cervi? Non lo sappiamo con indubbia sicurezza ma, vista la sua posizione privilegiata, è possibile avanzare un’idea di questo tenore. La conclusione, comunque, è amara per la giovane Antonia: l’unica blanda concessione sarà la possibilità di conservare la relazione con l’insegnante a mezzo epistolare. “La vita prese a debordare da me, incapace com’ero d’abitare lo spazio breve della mia campana di vetro”.
Antonia Pozzi
Ripiomba così il tempo della solitudine, un’età amara priva di un varco di speranza che invece può essere configurata nei tempi dell’attesa. Antonia non attende né spera in un ritorno del prof. Cervi e in un loro congiungimento perché sa che ciò non potrà avvenire. Avendo elaborato questa impossibilità d’amore, questa lontananza che elude ciascun tipo di rapporto, la Pozzi scriverà: “Io ti porto con me dovunque io vada”. Si tratta di un autoconvincimento importante che ha il sapore amarognolo della sconfitta, il loro amore da reale passa a platonico per consumarsi poi in un niente dopo che avrà elaborato con lucidità la messa al bando dello stesso[1], in quel clima di sottomissione e divieti così naturale e caro all’augusto genitore, che tutto dispone come crede illudendosi che anche il sentimento possa essere delimitato da volontà e intransigenze personali. Vacilla anche l’affetto che ha sempre nutrito per i genitori e che ha dato per naturale e scontato: “So bene di amarvi, ma so per certo che l’amore non dovrebbe nutrirsi di paure e soggezioni; dovrebbe essere fiducia e confidenza, e io non ne ho mai avute al vostro pensiero” scrive la Ruotolo ricalcando fedelmente l’oppressione e la riluttanza della Pozzi dinanzi alla famiglia, in particolar modo il padre.
Ecco che nelle parti narrative che seguono la Pozzi via la Ruotolo non manca di esprimere il suo senso d’inadeguatezza al mondo familiare, la sua nullità, la sua insofferenza dovuta alla lontananza coatta dal suo amante che comincia a vagheggiare immagini di una precoce dipartita: “Sono ossessionata dal senso della fine e da questa emorragia di ore che mi vuole vecchia anzitempo”.
La speranza della nuova relazione con Dino Formaggio, pure osteggiata dal padre della Pozzi, produrrà un episodio grossomodo analogo rispetto a quello vissuto dalla ragazza con l’insegnante Antonio Maria Cervi e contemporaneamente s’inasprisce l’opposizione della donna nei confronti dello spadroneggiante fascismo, fautore di drammi e protagonista di lì a poco di una ecatombe paurosa.
Ci approssimiamo così alla stazione ultima di questa laica via-crucis, cammino di un sacrificio completo di Antonia Pozzi posta in un contesto socio-familiare vetusto e bigotto, destrorso e pieno di pregiudizi che in breve tempo l’hanno fatta sfiorire. Il riferimento al cammino cristologico della Passione è significativo e ricalcato dalla stessa Ruotolo che, tramite la Pozzi, dice “Ormai non conto più i tagli e so cosa vuol dire essere crocifissi in questa vita”. Ed è così, conscia che non è più in grado di sostenere tutto ciò che accade intorno a lei che esce di casa, abbandonando quelle “stanze nude in cui ancora si dorme” dileguandosi da questo “tempo breve” a lei concesso. A testimonianza del suo percorso lascerà scritti e poesie nei cassetti della sua camera ma, ancor più spavaldamente, il padre deciderà di distruggerne in grande quantità o di modificarli a suo modo; quelle “parole tenute sotto il bavaglio” di cui parla la Ruotolo in queste pagine ultime, di commiato di Antonia, che ha già ben in mente il volo che si appresta a compiere. Ultimo perché irreversibile. L’ultima chiamata è stata lanciata, ma non è un appello, forse ha più a che vedere con una sfida o una condanna.
“Sono stanca di pagare con l’obbedienza una felicità che non arriva. Stanca di questo disagio d’avere ciò per cui gli altri mi dicono fortunata e che mi pesa addosso come una lapide. Stanca per tutto l’amore che ho dato. Adesso sì, il cuore può sostare. […] E mentre la Nena[2] guarda altrove, anima mia, da questo fosso in cui il cielo s’è fatto lontano, io ti lascio andare”.
[1] Poco dopo la Pozzi, via la Ruotolo, scrive “Possibile mai vivere queste due vite senza impazzire, o morire?”
[2] Si tratta della nonna di Antonia Pozzi, la persona della famiglia a lei più cara in assoluto alla quale la lega ore di spensieratezza e giochi verbali.
LeVoci della Luna sono fiere (e liete) di invitarvi all’evento dedicato alla giornata internazionale della donna, inscritto all’interno del programma della città di Sasso Marconi. Durante l’evento sarà presentato il numero 70della rivista de Le Voci della Lunadedicato al tema dell’8 marzo.
Donne e critica letteraria in Italia oggi
Un punto sulla critica letteraria di poesia prodotta da donne o su opere di donne in Italia oggi.
Letture e riflessioni sulla poesia delle donne, anche a partire dagli interventi del pubblico.
L’incontro si svolgerà sabato 3 marzo alle ore 16.00 presso la Sala Giorgi in via del mercato 13 aSasso Marconi.
Non si dovrebbe ricorrere a questi espedienti, se ci fosse parità e intesa cristallina tra i sessi, se gli esseri umani non vivessero anche di scontri, conflitti e soprusi legati proprio a quella differenza, se il potere non avesse preso e prendesse quasi sempre dimora presso una delle due parti. Ma così è, e allora eccoci a un altro 8 marzo, a un altro numero della nostra rivista dedicato esclusivamente alle donne: quelle che si occupano di poesia, scrivendola; quelle che la studiano dal punto di vista critico; quelle che sperimentano la scrittura a trecentosessanta gradi; quelle che, con uguale passione, fanno arte.
In tutto lo scenario dei poeti pugliesi, quello che fu più legato alla sua terra fu senza dubbio il poeta e scrittore Cristanziano Serricchio (Monte Sant’Angelo, 1922-Manfredonia, 1 settembre 2012).
Il 1950 fu l’anno della sua raccolta Nubilo et sereno, opera che può essere considerata come un moderno cantico francescano in cui la Puglia ne è l’ambientazione e il personaggio principale. Una Puglia vista e concepita da Serricchio come una terra colma di speranza e giustizia, in cui ancora oggi si possono difendere e salvaguardare gli affetti familiari, come un luogo in cui il poeta rivive le reminiscenze della sua esistenza passata, attraverso frammenti memoriali, e sfoghi dell’Io.
Nel 1956 seguì L’ora del tempo in cui il lessema ora si riferisce, all’alba della campagne salentine, caratterizzata da una leggera e impercettibile foschia in cui si perdono le proprie origini. Poesia della dimenticanza, ma allo stesso anche delle gioie quotidiane e degli intimi affetti.
Diciassette anni passarono prima di una nuova raccolta, L’estate degli ulivi, che uscì nel 1973. Ancora la Puglia come protagonista. Qui, però, a differenza della raccolta del 1950, si vivono più intensamente gli affetti familiari, letti come sentimenti veri e compassionevoli. Inoltre in questa raccolta la Puglia è rappresentata in tutte le sue mistiche e meravigliose ambientazioni paesaggistiche. La Puglia, e più in generale il Meridione, vengono concepiti come degli strumenti per indagare le loro spazio-temporalità, ormai ferme e immobili nella vita e nel tempo, che in queste modo non riescono a oltrepassare la normale esistenza. Solo attraverso il canto dei sui elementi naturali la Puglia potrà liberarsi dal suo secolare ed eterno patimento sociale. Il Sud è concepito da Serricchio come l’unico custode e protettore di un universo epico immensamente “calmo” e “affettuoso”, grazie anche a una spirituale sacralità colma di moralità e di dogmaticità.
Nel 1978 uscì la raccolta Stelle daunie dove ancora la Puglia è protagonista. Regione che quest’opera è analizzata da Serricchio nella profondità delle sue vetuste radici, attraverso l’esaminazione di alcune stele ritrovate nella Capitanata (distretto storico-culturale)[1], che rappresentano immagini proto-statiche.
Nel 1991 uscì Questi ragazzi, opera nella quale stranamente non è presente la Puglia ancestrale e magica, bensì quella intima e giornaliera, attraverso poesie che il Serricchio dedica ai suoi figli, nipoti e alle nuove generazioni totalmente immerse, nella cultura anglo-americana degli anni Novanta.
Il 1997 è l’anno di pubblicazione della raccolta Polena-Riverberi di fine millennio in cui la Puglia è vista, come la via per un viaggio etico ed esistenziale, che rapporta il Serricchio con una terra nemica e oscura, che è composta da vite schizofreniche e da vetusti bagliori del passato.
Sempre nello stesso anno uscì la raccolta Lu curle che in italiano è traducibile come La trottola. Un’opera interamente scritta in dialetto che, per la precisione, è quello della sua Monte Sant’Angelo. Così l’autore ritorna al linguaggio delle sue radici ovvero al linguaggio della fanciullezza.
STEFANO BARDI
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Bibliografia di Riferimento:
G. Bertone, Inchiesta sulla poesia. La poesia contemporanea nelle regioni d’Italia, Foggia, Bastogi, 1978.
G. Zagarrio, Febbre, furore e fiele. Repertorio della poesia italiana contemporanea 1970-1980, Milano, Mursia, 1983.
M. Dell’Aquila, Puglia, Brescia, La Scuola, 1986.
M. Zizzi, A sud del sud dei santi. Sinopsie, immagini e forme della Puglia poetica. Cento anni di storia letteraria, Faloppio, Lieto Colle, 2012.
[1] Capitanata: distretto che corrisponde all’antica Daunia e all’attuale provincia di Foggia, che comprende il Tavoliere delle Puglie, il Gargano, e il Subappennino Dauno.
Angoscia, declino, ripiegamento e soffi di speranza nel ‘dittico poetico’[1] Leopardi-Marcuccio
SAGGIO A CURA DI LUCIA BONANNI
Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma “il cimento e l’armonia” nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di “studio matto e disperatissimo”, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra “vita strozzata” e pessimismo, ma divennero “strumento conoscitivo” del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.
Emanuele Marcuccio
Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.
Il 1828 è l’anno dei “grandi idilli”, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la “prigionia giovanile”. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.
Leopardi muore a Napoli nel 1836 e “finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima”, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di “filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo”. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola “idillio” assume significato di “visione” più che di veduta, infatti il paesaggio, il “colle” è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la “siepe” che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. “Spazi”, “silenzi”, “quiete” con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale (“[…] mi sovvien l’eterno”) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento (“[…] e la presente/ e viva, e il suon di lei”) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.
Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del “naufragar” è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».
E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.
Il canto XXVIII “A se stesso” appartiene al “Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.
Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «T’acqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come “ultima dea” che Foscolo enuncia ne I Sepolcri. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.
I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della “canzone libera” leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto “per l’infinita vanità del tutto” è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.
Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.
La lirica “A Giacomo Leopardi” di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all’ “eterno illuminator” affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.
L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito “cosmico” perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello “storico”. Lo stile dell’ “infaticabile poeta palermitano” è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.
La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione (“[S]pirto errante…// […] spira…”), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo “spirto”, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo “flebil” e al participio “errante”, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo “flebil”, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del “natio borgo selvaggio”, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.
Il participio “errante” non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagne del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.
Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la “vergine luna”, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un’ “aura divina”, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura “… spira…”, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.
Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.
LUCIA BONANNI
San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017
Bibliografia:
Cesare Segre; Clelia Martignoni (a cura di), Testi nella storia, Mondadori, 1992.
Angelo Marchese (a cura di), Storia intertestuale della letteratura italiana, D’Anna, 1990.
NOTE:
[1] Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente ‘dittico poetico’ è proposto da Emanuele Marcuccio per il prossimo quarto volume del progetto “Dipthycha”, in cui ogni dittico con autore classico sarà introdotto da un saggio breve.
[2] Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]
L’autore della poesia, Emanuele Marcuccio, acconsente alla pubblicazione del suo testo su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. L’autrice del saggio, Lucia Bonanni, acconsente alla pubblicazione del testo critico su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. La pubblicazione e la diffusione dei relativi testi – in forma integrale o di stralcio – non è consentita in assenza di autorizzazione da parte degli autori. Il gestore del blog è sollevato da eventuali problemi di plagio o furbeschi copia-in-colla possano presentarsi.
Non avrei mai potuto immaginare che il poeta siciliano Emanuele Marcuccio potesse cimentarsi anche con il dramma epico: un genere letterario sui generis, desueto e poco diffuso nella letteratura contemporanea. Marcuccio, noto poeta palermitano, ci consegna un’opera unica, incredibile, un affresco pittoresco di una civiltà a cavallo tra mito e realtà e come osserva acutamente il prefatore Lorenzo Spurio, “La materia utilizzata da Marcuccio è in parte storica e in parte fantastica, tanto che potremmo dire leggendaria”.
L’ambientazione è l’isola di Islanda del IX secolo d.C. dove si narra la vicenda umana e leggendaria del condottiero norvegese Ingólf Arnarson e dove l’ambientazione storica e suggestiva di sapore “fiabesco” è il pretesto per narrare una storia fantastica. Impossibile raccontare gli infiniti episodi, le vicende incalzanti di questo dramma; il tutto mescolato sapientemente da Marcuccio ai topos dell’epica germanica, e dove il protagonista rivela la sua virilità di eroe solitario, tradito dai suoi stessi compagni ma che assolve a una missione indicatagli dal fato.
La più antica epica medievale, nata in età pregermanica, cui il poeta attinge nella creazione dei suoi personaggi ed episodi, conserva ancora i caratteri dell’epopea greco-romana (basti pensare alle vicende di Sigfrido). E i modelli classici sono sempre alla base dell’ispirazione letteraria di Marcuccio. Ricordiamo i caratteri riguardo alla narrazione del “meraviglioso”, popolato da draghi, nani, streghe, divinità pagane, duelli, combattimenti che intervengono nelle vicende umane, oltre a conservare dell’epica classica il pathos di fatale predestinazione dell’eroe protagonista.
Ma è la fervida immaginazione del poeta, oserei dire, di sapore “salgariano” che evidenzia uno stile asciutto e vigoroso come insegna la lezione dello scrittore veronese, autore dell’indimenticabile ciclo malese e che ha fatto sognare generazioni di adolescenti e non. Sembrerebbe un accostamento azzardato, fuori luogo e poco pertinente. In effetti, come Emilio Salgàri viaggiava con la fantasia e nello stesso tempo si documentava minuziosamente prima di scrivere un romanzo delineando i suoi personaggi, frutto di pura invenzione, inseriti in un accurato contesto storico e che hanno sempre incarnato ideali di libertà, giustizia, indipendenza, così l’opera di Marcuccio affonda le radici non solo in un solido retroterra culturale di matrice classicheggiante ma mescola sapientemente episodi, personaggi leggendari con dovizia di particolari descrittivi tali da rendere vivo, attuale e “palpitante” il suo dramma epico, rinvigorendo ancor di più quegli ideali di libertà, giustizia e indipendenza, cari a tutti i popoli. Non più un dramma epico calato nella lontana e remota isola di Islanda del IX secolo d.C. ma quasi una metafora di una “meta-realtà”, una sorta di tentativo di riscatto dell’umanità intera da ogni forma di colonizzazione e soggiogamento fisico e morale. Un monito nei confronti dell’umanità intera nell’acquisizione di una nuova e moderna coscienza, senza mai dimenticare le proprie radici e la propria identità.
E in un’epoca cibernetica come la nostra popolata purtroppo non da fate, folletti e draghi ma da istrioni e demagoghi, “soloni” della cultura e dispensatori di false immagini patinate, ecco che il dramma epico Ingólf Arnarson potrà aiutarci a sognare l’ “isola che non c’e”.
MICHELE MIANO
Milano, 15 settembre 2017
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