“Spirito e corporalità: la poesia di Nichi Vendola”, saggio di Stefano Bardi

Saggio di Stefano Bardi 

Bari, città di 319.482 abitanti dislocata su un territorio che inizia a nord nella città di Giovinazzo e termina a sud-ovest, nella città di Loseto. Territorio il barese costituito da fasce pianeggianti denominate conche che si espandono fino nelle città di Capurso, Triggiano, Bitritto, Modugno e Bitonto. Città accarezzata da un clima mediterraneo con inverni miti ed estati calde, afose e temporalesche; la cui economia è principalmente basata sull’agricoltura orto-frutticola, sull’industria chimica, petrolchimica, tessile, meccanica e sui servizi. Città che si dispiega nelle prossimità delle note Murge, altopiani carsico-tettonici inizianti nel barese e terminanti nel territorio della città di Matera. Il territorio murgese è costituito da rilievi collinari calcareo-rocciosi, da doline, da gravine e, nel caso dell’interno del territorio provinciale barese, da rilievi montuosi al di sopra dei 600 metri, dalla scarsezza di fiumi e dalla presenza di corsi d’acqua sotterranei.           

La città di Bari, come mostra il critico e accademico Daniele Maria Pegorari, è dal punto di vista letterario e poetico, rappresentata da due principali correnti stilistiche: la poesia sperimentale nata alla fine degli anni Sessanta per arrivare fino ai giorni nostri, rappresentata dai poeti Lino Angiuli e Francesco Giannoccaro. Angiuli poetizza la sua natalità geografica, antropologica, in chiave comico-irreale dove i reminiscenziali manufatti e gli intimi luoghi cari al poeta si uniscono fra di loro per creare un nuovo mondo animato da ombre e corporalità. Il dialetto è concepito da Angiuli come un gigantesco campo in cui la lingua italiana e il dialetto si fondono fra di loro in modo così da creare una nuova lingua poetica dai toni elegiaco-liturgici. Giannoccaro, invece, concepisce la poesia come un cammino nel quale incontrare nuovi amici in grado di capire, patire, conservare gli altrui patimenti spirituali ma anche, come desolato e triste pianto di ribellione contro la società dei suoi tempi governata dall’assenza dei valori. Un pianto, infine, in grado di liberare gli intimi affetti del poeta imprigionati in forme di tenebrosità sociale. La seconda corrente poetica si basa, invece, sulla poesia del quotidiano e sulla poesia impegnata raccolte nell’esperienza della rivista barese Vallisa dal 1981 ai giorni nostri. Poesia ben rappresentata dalla lirica proletaria e operaia in chiave etica di Daniele Giancane, dalla poesia intesa come una fotografia della quotidiana decomposizione sociale di Enrico Bagnato, dalla poesia popolare in chiave angelico-evangelica di Anna Santoliquido e dalla poesia cosmica, antropologica, corporale e filosofica di Fortunato Buttiglione[1].

Accanto a queste due correnti poetiche ne andrebbe aggiunta una terza basata sulla spiritualità e sulla carnalità trattata dal poeta Nicola Vendola detto Nichi Vendola (Bari, 1958), maggiormente noto per essere stato Governatore della Regione Puglia dal 2005 al 2015 (aspetto che qui non ci interessa, in nessun modo, trattare). La sua attività poetica, che si sviluppa nel periodo 1973-2003, è stata raccolta nell’opera Ultimo mare (2003).

51CEzcMbOVL._SX351_BO1,204,203,200_Il 1983 fu l’anno della raccolta Prima della battaglia contente le poesie scritte nel periodo 1973-1983. Opera in cui la battaglia simboleggia il cammino terreno verso le braccia della Morte. Cammino che, come mostra Vendola, rivela la Vita per quello che in realtà è ovvero, una nave popolata da spettri dagli occhi versanti lacrime, dalle nostalgie brumosamente[2] luminose e dalle carni “musicalmente paradisiache”[3]. Spettri che altro non sono che i riflessi della nostra anima dannatamente alla ricerca di verginei e ambigui amori[4]. Spettri che simboleggiano gli Uomini poiché condannati a conservare nel loro cuore i palpitanti, frenetici, passionali, fugaci, dolorosi amori da loro consumati durante la loro terrena esistenza[5] e ormai mutati in nostalgie dalle sacre parole e dalle infettanti lacrime, che, si lasciano stringere dalle calorose braccia della Morte[6]. Un’altra condanna per gli Uomini durante il loro cammino, è quella di vedere i propri sogni mutare in vacue e anonime fotografie dagli infettanti visi femminili[7] ma anche in flash-back capaci di mostrarci il terreno corpo come un mondo animato da depravate carni[8] e ansiosi profumi[9]. Carni, infine, che lanciano urla colme di un arcaico dolore in grado di uccidere i più luminosi pensieri e allo stesso tempo declamanti canti purificatori, in grado di trasformare i nostri amori in chimeriche visioni durante l’eterno riposo[10].

Il 1997 è l’anno della raccolta La debolezza contenente le poesie del periodo 1983-1997. Debolezza qui poetizzata da Vendola come la fragilità degli Uomini divisa in cinque sezioni: La debolezza, L’alba di poi, Angeli, Dissipazioni e Filo rosso. Fragilità declamanti timide e impaurite parole innanzi alla Morte che acceca i loro taciti e ancestrali sguardi[11] che vengono accarezzati e schiaffeggiati nel loro silenzio, da un vento colmo di gioie[12]. Fragilità dalle brumose ombre e dall’incerto cammino pari al terreno cammino poiché seguono le folli strade che conducono nelle braccia di Satana[13]. Fragilità, infine, dalla paurosa voce che si nutre dei suoi stessi dolori, in grado di infettare le verginità e le puerilità della sua anima[14]. Debolezze quelle umane che, secondo Nichi Vendola, non sono solo destinate al patimento più lacerante, ma anche alla divina purificazione in modo da poter rinascere in dilucoli[15] bagnati da umide brezze, in grado di far fiorire a nuova vita rimpianti cosmico-ancestrali[16]. Dilucoli poetizzati da Vendola come dei mondi non illuminati da intensi colori e animati da palpitanti emozioni, ma come universi popolati da scheletrici fiori d’acciaio, coccolati da funerei requiem in grado di mutare i timidi sogni in sanguinanti incubi. Anima, quella degli angeli vendoliani, in eterno cammino all’interno di riflessi che riproducono abbracci e pianti di commiato intrappolati in interminabili viaggi di spettrali velieri[17]; angeli dalle membra emananti aspre e fuligginose ombre rappresentanti perfette nudità terrene del tutto estranee ai loro velati sguardi[18]. Membra, infine, destinate a consumare la loro esistenza in un cammino di sangue che muta le loro reminiscenze, in insipidi flash-back psichici, insignificanti ombre prive di vita e destinato a concludersi in un dolce commiato dalle reminiscenziali nostalgie diventate ormai affetti, parole, sguardi e voci insignificanti[19].             

Il 2001 è l’anno del poemetto Lamento in morte di Carlo Giuliani dedicato all’attivista no-global deceduto il 20 luglio 2001, durante gli scontri del G8 a Genova. Poemetto dai toni denunziatori ed epici, poiché mostrano la città di Genova come un luogo governato dall’avido sangue della Legge[20] che inquinò la Democrazia[21]. Legge totalitaria da Vendola condannata attraverso la voce degli innocenti ingiustamente incarcerati poiché solo la loro voce è in grado di mostrarci che cosa realmente significa il potere totalitario. Attraverso questa opera Vendola, con la denuncia di quei fatti di sangue, vuole simboleggiare la conquista della Libertà[22].

Il 2003 è l’anno della raccolta Ultimo mare inserita nell’opera omnia ricompilativa, sempre delle stesso anno, insieme alle raccolte poetiche fin qui analizzate. Opera, quest’ultima, dal poeta intesa come una guida di viaggio per gli uomini attraverso i punti cardinali incominciando dalle estremità profumate di morte e di silenzio[23] per giungere alle ignude, misteriose, confuse ed erotiche quotidianità animate da incomprensibili partenze, assenze, ritorni sterili, arrugginite emozioni, affannate fughe e ombre confuse[24].                                          

    STEFANO BARDI

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Bibliografia:

CATALANO ETTORE, Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Bari, Progedit, 2009.

VENDOLA NICHI, Ultimo mare, San Cesario di Lecce, Manni, 2003.

 

NOTE

[1] DANIELE MARIA PEGORARI, La poesia in Terra di Bari in ETTORE CATALANO, Letteratura del Novecento in Puglia 1970-2008, Bari, Progedit, 2009, pp. 154-156, 158-159, 161-163, 165-166.  

[2] Con l’aggettivo brumosamente si rimanda alla nebbia. 

[3] NICHI VENDOLA, Ultimo mare, San Cesario di Lecce, Manni, 2003, p. 119. “[…] Domani morirò con triste grazia. / Domani, ieri / e mordo nei ricordi. / Ai corpi vili, s’adattano gli accordi”. 

[4] Ivi, p. 121. “[…] Ignaro di orologi / vago tra la palude ed il deserto / in cerca di cristalli / di rose. / Amo anche le ombre”.

[5] Ivi, p. 124. “[…] Tu che corri che fuggi che inciampi / che vivi”.

[6] Ivi, p. 127. “[…] Amor mio, amor mio / parlami ancora le tue parole d’incenso / e di neve struggenti  / stringi questa mano che stringe la tua morte […]”.

[7] Ivi, p. 138. “[…] gocce di chemio / e di rimmel. / Questa donna che spacca il muso / pure gli angeli”.

[8] Ivi, p. 137. “[…] questo tuo corpo emigra / da lampione a lampione / senza tregua”. 

[9] Ivi, p. 143. “Black-out dell’odore / e un letto che muore sudore. / Perle, schizzi di nulla: […]”.

[10] Ivi, p. 135. “[…] Il cerchio disperante / della roccia / si chiude attorno al tempo mio / che non ha tempo / come una spirale di nulla / che sfiora ma non rompe / la tua rotondità”.

[11] Ivi, p. 45. “[…] al collo meridiano dei silenzi / al punto estremo della mia / radice”.

[12] Ivi, p. 47. “[…] al battito di brezza / del lutto permanente”.

[13] Ivi, p. 51. “[…] a passi svelti / come un’impostura”.

[14] Ivi, p. 57. “[…] di fughe di cicoria e anfetamina / è come sfinge sotto un temporale: / finge, seduce e – sibillina – / alla Nube sacrifica i ragazzi”.

[15] Dilucoli = sinonimo di albe.

[16] Ivi, p. 63. “[…] Germogliano rimpianti / mattutini”.

[17] Ivi, p. 94. “[…] di specchi / vorticosi / narciso mio / straniero / tramonto e congettura / d’un veliero”.

[18] Ivi, p. 96. “[…] dei nudi corpi in nuda prospettiva / lungo una gotica siepaglia […]-[…] (arato amato annerito / rinnegato)”.

[19] Ivi, p.112. “[…] Sognare, forse Nino / come perduto dentro il suo maglione / come fanciullo dentro un’equazione / e gli occhi gli occhi / dopo ogni perché”.

[20] Ivi, p. 21. “[…] la morte all’imbrunire / lontano dal cancello / chiuso dentro l’imbuto / di un altro carosello / di carri armati e irati / di un celerino a uccello / ti spezzano i carati / del sogno tuo degli anni / l’ora del manganello / rintocca nei tuoi panni / l’ostia di nuovi giorni / si frange a questo luglio […]”.

[21] Ivi, pp. 28-29. “[…] Una maglietta sporca / Un grido senza soglia / Cova una morte porca / La sua più viva voglia / Lasciate questa stanza / Lasciate i ragazzini / Lasciate quei capelli / Lasciate gli orecchini / Lasciate gli occhi belli / L’idrante non li spegne / Piange il termosifone / Mattanza dei calzini / Urlano i rubinetti / Crocifissi assassini / Scappano le pagelle / Inciampano i volantini / Volti di casco nero / Guanti senza più tatto / Spezzare braccia al pero / Pisciare in faccia al gatto / Strappare i riccioloni / Ammutolire il matto / Al Diaz questi bambini / Imparano lo sfratto / L’igiene dei celerini / Il fascio al suo contatto […]”. ; Ivi, pp. 31-33. “[…] Grida non supplicare / Vola con le falene / Nudo da scorticare / Nella palestra oscura / Morire di paura / Ore da cavalcare / Sibila triste notte / Tenebra muta e botte / Sull’occhio tumefatto / Dal guanto che ti fotte / Olfatto / Non sentire / Il sangue che raggruma / La vita e le sue spire / La fine a spuma a spuma /Mamma vieni che sfuma / L’alba delle mie ire / Mi sento di morire / Mi portano lassù / Nel bianco corridoio / In piedi a nessun gesù / Ecco ora muoio muoio / Mamma non vieni più / Mi strappano gli anelli / Mi segano nel cuoio / Ancora manganelli / Presto presto che muoio / Mi sputa nella bocca / Mi sputa nella bocca / Mi sputa nella bocca / Saliva d’albicocca / Saliva che mi fende / Straripa tra le tende / Ogni mio corpo tocca / Tracima ficca offende / Saliva come un veto / Nell’atrio a Bolzaneto / Che lenta al dopo ascende / Guardiana nel pineto / Rotoli come onde / Di un mare scolorato […]-[…] Lasciami tacere / Lascia ch’io non ti veda / Ascia ascia e colpire / La nuca il mento il cuore / È lunga lunga strada / Io non cammino più / Mi fermo a Bolzaneto / Non grido e scendo giù”.         

[22] Ivi, p. 27. “[…] non dire al carabiniere / cos’è la verità / morta con l’estintore / è un guizzo d’autorità […]-[…] nel cielo tuo a spirale / nella tua morte lesta / nel lutto che ci desta / al corpo tuo che sale”.

[23] Ivi, pp. 15-16. “[…] le ossa dei bambini disseccati / i nostri geroglifici laccati / delle macerie all’ora della cena / la polvere da sparo e le trielina / il cielo imploso e rosso e bianco e nero / e questo rutilante cerchio assiro / che chiude i conti dell’eternità […]-[…] quando resta la nostra carcassa / tu ti calcoli un rapido sonno […]”.

[24] Ivi, p. 18. “[…] Fu un secolo avvolto nel telo / di troppe partenze spartite partite / sparite / e ritorni penitenze astinenze / dal sogno. / Giorni di bassa marea / di astri ossidati nel volo / di corse braccate dall’asma / a sgranare le ombre di sabbia […]”.

“Fatture” di Massimiliano Chiamenti, con un commento di Lorenzo Spurio

“Fatture” di Massimiliano Chiamenti[1]

 

le uniche lettere che ricevo

sono ormai solo richieste di pagamenti

multe bolli sanzioni minacce

mai un messaggio con un invito a cena

o a leggere le mie poesie

da qualche parte

o un editore che mi voglia pubblicare

da me il mondo vuole solo soldi

che non ho più neanche per mangiare

allora ogni giorno mi alzo

spero di riuscire a trovare cibo

e attendo il momento del sonno

che mi liberi dall’incubo della mia vita

non cerco più niente

ho perduto tutto

e più niente mi interessa

tiro solo avanti

senza mai un aiuto

e attacchi sempre più omicidi

mi faranno morire tutti di fame

e di crepacuore

ma io continuo il mio cammino

anche se questo inferno

non si può chiamare vivere

eppure è così

nella vita ci vuole prudenza e senso pratico

o si perisce

e i guai non hanno mai rimedio

basta un attimo a commetterli

e poi non si rimedieranno mai

perché non mi uccido?

perché anche per togliersi la vita

ci vorrebbe un bello slancio di vitalità

 

Commento di Lorenzo Spurio

Il presente testo poetico del poeta fiorentino Massimiliano Chiamenti, assieme ad altri, fa parte di un ciclo definito in maniera quanto mai drammaticamente anticipatoria “Suicidal Poems”. L’intero componimento, pur girando attorno al tema della difficoltà economica, ha senz’altro un’eco maggiore a voler trasmettere un disagio che non è solo materiale bensì radicato nella psicologia del Nostro. Il poeta parla della noia di essere tartassati da scadenze e pagamenti di vario tipo, dell’insofferenza verso una corrispondenza ricevuta negli ultimi tempi che è di natura prettamente merciologica, contrattistica e priva di qualsiasi contaminazione emotiva. L’autore in questa fase critica della sua vita, forse adombrato anche dalla possibile fine o fuga di un amante sul quale molto aveva investito e in preda a un delirio persecutorio, affronta l’invalidante realtà che chiama “l’incubo della mia vita”. La chiusa è stringente e perentoria: il poeta domanda a un ipotetico uomo, lettore, spettatore delle sue vicende. Quello che sembrerebbe a prima veduta un interrogativo retorico, in realtà mostra paurosamente la natura incipitaria del gesto, dissacrante eppure salvifico che di lì a poco si appresta a compiere. Il distico finale richiama, però, ancora la vita nella sua sprizzante foga ed energia descritta in un “bello slancio vitale” quale pre-requisito cogente per proiettarsi nello spazio senza tempo. Slancio che il poeta ha colto nella sua casa di Bologna nel 2011, vestito con caparbietà e forse con una pretesa di fondo: quella della denuncia della solitudine che può celarsi nell’uomo e fagocitare chi, abbandonato, malato e in crisi con se stesso, ha già deciso di inscenare l’ultimo atto performativo.

 

L’autore

12-massimiliano-chiamenti.jpgMassimiliano Chiamenti nacque a Firenze nel 1967. Amante della poesia, traduttore e dantista molto apprezzato, pubblicò il saggio Dante Alighieri Traduttore (Le Lettere, 1995) e curò l’edizione Comentum super poema Comedie Dantis (Arizona Center for Medieval and Renaissance American Studies, 2002). Noto per lo più come poeta performativo e cantante (due cd pubblicati, Emme e Storyboard 1999 rispettivamente nel 1998 e 1999), fece parte della vita culturale degli ambienti underground della Firenze degli anni ’80 e ‘90 per spostarsi poi a Bologna. Stimato da autori quali Lawrence Ferlinghetti (col quale collaborò), Mariella Bettarini, Novella Torregiani, Massimo Acciai e Marco Simonelli; nel 1995 Edoardo Sanguineti gli consegnò il Premio “Città di Corciano”. Numerose le opere poetiche tra le quali Telescream (Cultura Duemila Editrice, 1993), alla quale seguirono User-friendly (David Seagull, 1995, x/7 (Dadamedia, 1996), p’t (post)(Gazebo, 1997), Schedule (City Lights Italia, 1998), Maximilien (City Lights Italia, 2000), le varie edizioni de le teknostorie (Edizioni Segreti di Pulcinella, 2003; Zona, 2005); free love (Giraldi, 2008), Adel &c (Fermenti, 2009), Paperback writer (Gattogrigio, 2009), evvivalamorte (Le Cariti, 2010), egiemme (Polìmata, 2011) e la raccolta di racconti Scherzi? (Giraldi, 2009). Nel capoluogo emiliano, complice una vita dissoluta e la condizione di sieropositivo, commise il suicidio nel settembre del 2011. La sua ultima opera, Di/e con Daniele, composta da 33 canti, venne inviata in pdf a mezzo mail agli amici più stretti poco prima di morire e rimane a tutt’oggi inedita ad eccezione di qualche brano pubblicato in rete da qualche suo amico.

 

 

 

[1] La poesia è tratta dall’articolo di Marco Palladini “I versi postremi: ‘le voci dissonanti’” apparso sulla rivista “Le reti di Dedalus” nell’ottobre del 2011, http://www.retididedalus.it/Archivi/2011/ottobre/LUOGO_COMUNE/4_chiamenti.htm

“Sfinito”, poesia di Lorenzo Spurio

SFINITO
POESIA DI LORENZO SPURIO
imagesCA2LQSE5Ma poi le avevano detto che era tutto vero:
 poche speranze
 e l’apice dei pianti, ormai pietrificati.
 L’enigma era stato svelato.
 Nubi corpose di dubbio
 mi sovraccaricavano;
 il mio intelletto inquinato da quelle voci
 s’era assuefatto.
 Stordendosi,
 non era più stato quello di una volta.

 

FOTO: “GRIEF” DI JANOS ANDRASSY KURTA

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A favore delle biblioteche modenesi: “La luce oltre le crepe”. Recensione di Lorenzo Spurio

La luce oltre le crepe
di AA.VV.
Curatori: Roberta De Tomi e Luca Gilioli
Prefazione a cura di Giuseppe Pederiali
Bernini Editore, 2012
ISBN: 978-88-95822-07-5
Pagine: 65
Costo: 10€
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Un profondo, cupo brontolio
di nostra, amata, madre terra
e più nulla sarà come prima:
perch’io qua… non son più!
(“Il muto fantasma” di Tommaso Campera, p. 10)

 

ImmagineLa luce oltre le crepe raccoglie poesie di numerosi poeti contemporanei che si sono uniti in questa esperienza lodevole per un fine umanitario: quella di finanziare e salvaguardare le biblioteche modenesi dopo il forte sisma che la provincia emiliana ha subito nel maggio del 2012. I proventi derivanti dalla vendita di questo libro, infatti,  verranno interamente dedicati a questo fine benefico (nel colophon, inoltre, è riportato il codice IBAN sul quale è possibile inviare del denaro per questa causa).

I curatori del testo, Roberta De Tomi e Luca Gilioli, hanno deciso di fare un lavoro di qualità: ce ne rendiamo conto guardando l’immagine di copertina, semplice e significativa, quella di un muro scrostato, rotto e infranto dalla grande forza della natura. L’interno è altrettanto curato e si susseguono liriche potenti in versi per lo più asciutti, scarnificati, dai quali il lettore non farà difficoltà a percepire la sofferenza del poeta che ne ha steso sulla carta quei versi. Perché una crepa è sempre sinonimo di qualcosa che divide, si rompe, che ci conduce a una realtà diversa dalla precedente, poiché ogni rottura in fondo non potrà essere mai più risanata completamente. Rimarranno segni, cicatrici, tracce indelebili nel tempo e soprattutto nella memoria di chi quei traumi li ha vissuti sulla propria pelle. L

’intero progetto che sta alle base di questa pubblicazione, come ricorda egregiamente Giuseppe Pederiali nella nota di prefazione, è quello di “non essere dimenticati, perché qualcuno non faccia finta di non conoscere la gravità di quanto è accaduto”. Il libro si apre con una bellissima poesia di Giuseppina Abbate che tratteggia il misto di sensazioni di quella notte tremenda in cui “il buio divenne veglia e morte” e poi la terra che trema, le macerie, le urla e la polvere tanto da far pensare che sia davvero arrivata la fine del mondo, “come se il maestro avesse rotto l’incanto” (p.2). La poetessa conclude speranzosa che la notte che si succederà sia “senza paura di scosse e lamelle” (p.3), ma sappiamo che non lo sarà: tanto il terrore di chi ha ancora la morte negli occhi che non consentirà nel breve e forse mai di non aver paura: “Mi addormenterò ancora,/ ma chi ho fatto sussultare/ vivrà sempre con quel singulto/ nel cuore” scrive Miriam Ballerini in “L’Italia che trema” (p.5).

Perché la natura si accanisce sull’uomo? C’è una ragione? C’è un disegno che sottende alle calamità naturali? Il poeta Alfredo Bruni in “Terremoti” fa sue queste considerazioni chiedendosi se eventi come questi siano “legg[i] di natura” (p.8) per passare a vedere poi nell’uomo stesso e nella sua attività spregiudicata l’origine di catastrofi come queste, mentre Roberta De Tomi, riferendosi alla natura, si chiede: “E’ davvero matrigna?” (p. 21). L’immagine della madre natura come divinità del Creato, florida e fertile, lascia il posto a un’arcigna creatura degli inferi che genera male e dolore: “madre terra diventi maligna/ più non ci abbracci/ ma di dosso ci scrolli/ come fastidiosi insetti” scrive Giovanni Degli Esposti in “Ricominciare a contare ancora” (p. 22). Daniela Gregorini in “Ricostruire” scrive: “S’arrende, questa pianura/ all’autorità della Madre. Despota” (p. 39).

finale_emilia_torre_orologio4_1Luca Artioli nella sua “E siamo stati come case” sottolinea l’inesistenza e la perdita stessa d’identità dell’uomo privato della sua dimora, il complesso di affetti, ricordi e speranze. L’elemento fisico e materiale è ormai perduto, infranto, deteriorato tra le macerie; rimane lo spirito abbattuto dell’uomo: “le poche cose rimaste/ora si radunano in gesti” (p.4), e Marzia Carocci nella sua “Tutto tace” ci da’ l’immagine di un paese nel quale non si ode più nessun rumore dopo la tragica scossa che ha prodotto un atroce boato e fatto crollare case. C’è silenzio e assenza: la poetessa cerca di dare senso all’esistenza, ma i chiari simboli della normale vita dell’uomo sono ormai violentati e scomparsi: “Le case senza tetti,/ le chiese senza Croci/ la Croce che tu invochi/ per riveder la luce” (p.12).

Respiriamo i colori e i profumi di un territorio locale, quello della Bassa, della provincia modenese  (“quella terra che amo/ e che mi ha tradito” per usare i versi di Maria Michelina Castelli, p. 13) in uno scenario desolante dove sembra che non ci sia più speranza e possibilità di rialzarsi. Quelle suggestioni che questa terra infonde in chi l’ha vissuta, l’ha conosciuta o tutt’ora la vive, sono esse stesse motivo per andare avanti a testa alta, rifuggendo spiccioli atteggiamenti vittimistici che non porteranno a niente.

Il terremoto non è solo morte e desolazione, ma anche una riflessione sulla vita per chi rimane su questo mondo, una chiamata non-voluta a riscrivere se stessi, una sfida potente lanciata dalla natura che violentemente detterà per sempre l’esistenza della società. Le macerie, la polvere, le grida, il sangue e le lacrime sono immagini ricorrenti in questo scenario apocalittico dove ogni certezza è ormai sfumata per sempre lasciando l’uomo in un inquietante limbo alla mercé del freddo, della mancanza di riparo, della privazione di cari e del delirante dubbio alla ricerca della ragione per la quale la natura prima da’ all’uomo, per poi togliergli tutto, compresa la vita stessa. Il sisma è così sinonimo di cesura tra un prima e un dopo, tra la spensieratezza e la depressione, tra la felicità e l’angoscia. Anche se la terra ha tremato per una manciata di secondi, gli uomini rimarranno scossi per sempre: “Mentre la vita cambia,/ il dopo prevale sul prima/ di una serenità incrinata/ come un bicchiere di cristallo” (“Dopo” di Roberta De Tomi, p. 21).

La forza destabilizzatrice che si sprigiona dal centro della terra, il terremoto, viene descritto dai poeti nelle forme più varie, utilizzando parallelismi, metafore o analogie: per Pierina Cilla è  “il dubbio che corre nel filo del tempo” (p. 15), per Vincenzo Ciminello è “[l’] attimo prima del boato” (p.16), per Giovanni Degli Esposti è “un sisma universale delle anime” (p. 22), per Andrea Garbin è  “una sorta di tonfo” (p. 31), per Giorgio Mancinelli è “il rimuginare della Terra” (p. 46), mentre per Pietro Pontieri è “un’anteprima d’Apocalisse” (p. 55).

In “Tremuli pioppi” di  Pietro Erasmo Fasani (p. 25) il poeta mette in luce la cattiveria umana che si sprigiona in un momento tragico come quello del dopo-sisma: lo sciacallaggio tra i detriti delle case mentre in “Terremoto”, Silvano Fini (p. 27) ricorda l’impegno umanitario di civili e forze dell’ordine per cercare di salvare vite: “Tanti angeli si sono prodigati/ rischiano la medesima vita/ per soccorrere, aiutare e salvare” (p. 27). E sono queste due poesie, poste una di seguito all’altra a mostrare la doppiezza dell’animo umano di fronte alla tragedia e alla distruzione di tutto: chi si è salvato e furtivamente ruba qualcosa tra le macerie o si introduce nelle case dichiarate inagibili e chi, invece, consapevole del rischio che corre, si dona alla società cercando di salvare vite.

C’è voglia di fare e di ricostruire.

Ricostruire una casa è come ricostruire se stessi e rinascere: “Bambino mio, sogna ancora/ e non piangere non piangere/ c’è tanto da rifare/ dal sorriso alla carezza/ ricostruire tutto nuovo” (“!SPACCA CASCA SPACCA!” di Serse Cardellini, p. 11). Maria Grazia Fabbri in “La tua Finale” (Finale Emilia fu la città più interessata dal sisma) chiude la lirica con speranza, voglia di andare avanti, come uno spiraglio di luce che, seppur fioco, riesce a rompere le tenebre: “Appena la terra smette di tremare/ ci mettiamo tutti d’accordo/ e pietra dopo pietra/ con le nostre braccia/ lo tiriamo su il nostro paese.// La torre dell’orologio e il castello/ il duomo, il municipio e il teatro/ e vedrai papà che lo torniamo a fare/ ancora più bello” (p. 24). Forte è il bisogno di ricostruire il passato per dar senso al presente e per affidarsi al futuro.

Questo libro è un mattone importante nel processo di ricostruzione delle coscienze del dopo-sisma emiliano che può e deve essere preso come modello di quel desiderio insanabile dell’uomo di celebrare la vita anche quando sembra che la disperazione sia ormai padrona di tutto.

 

La terra ha urlato
-ma oggi ha ancora il suo domani-
avvolto il cuore nell’abbraccio
siamo vivi –vivi!-
Figlio.
(“29 Maggio” di Sara Bellingeri, p. 6)

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 14-02-2013

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