“Roma mi somiglia” di Serena Maffia. Recensione di Lorenzo Spurio

Serena Maffia, Roma mi somiglia, Passigli, Firenze, 2017

Recensione di Lorenzo Spurio 

Non ci si ferma ad osservare la Capitale, la città nella quale Serena Maffia, di natali calabresi, vive da molti anni, nel suo nuovo libro. In Roma mi somiglia (Passigli, 2017) la poetessa, nota per una serie di iniziative e realtà culturali e poetiche che presiede e nelle quali è coinvolta in prima linea, ci fa respirare odori speziati e vedere attraverso prospettive diverse, come se le visive che qui vengono proposte fossero filtrate di volta in volta da una sorta di griglia al di là della quale il lettore viene chiamato a posizionarsi. Di Roma c’è l’antichità e il sublime, la ricchezza architettonica ed il mito, i fasti e il barocco, ma anche l’indefinitezza e il caos, la vastità e un senso di mancanza,  il sintomo di un’antinomia che si realizza e viene vissuta tra il contesto ambientale e il mondo introspettivo. Particolarmente meritorie di attenzione sono quelle liriche nelle quali si dà traccia di scavi psicologici, letture emotive ed attestazioni di amore; un amore che non di rado è vissuto nella forma della mancanza, vale a dire in quella sensazione di famelica sete che amplifica il desiderio ma spesso fiacca il quotidiano. Sicché l’unione fisica, il rapporto coronato, l’esplicitazione di una gioia concreta e duratura sembrano latitare nei versi che si susseguono per dar spazio, invece, all’amore ricreato per mezzo della memoria (quello dei bei momenti vissuti, ormai lontani dal qui ed ora) e metabolizzato proprio per mezzo dell’atto poetico: la trascrizione dell’assenza non è annunciatrice di una condizione perentoria ed asfittica ma dà modo, proprio grazie alla forza maieutica del canto lirico, di fugare la sofferenza, la rabbia, il disincanto che potrebbero degenerare in cupo scoramento.

la scrittrice italiana Serena Maffia
Serena Maffia

Il libro spazia nella toponomastica e nella geografia locale; esso non contiene solo liriche d’amore ma anche grandangoli favolosi, cartoline pittoresche di città del nostro Belpaese nelle quali la natura si fonde all’architettura, la scienza all’antichità, il sentimento alla voglia di indagare. Lo sguardo verso queste piazze (quelle di Firenze, Napoli e Palermo, solo per citarne alcune) è così puntuale ed esteso da produrre un effetto di autofagia che rincorre un desiderio della totalità: Roma è diluita negli scorci, è presente nell’aria, è introiettata nel modo di vivere, per divenire un denominatore comune, una costante che è però in grado di ravvedersi e mutare. Serena Maffia, nei tanti rimandi al Tevere, alle sue anse, ai ponti, alle rive di quel bacino dalle acque “aspre” fa della Città Eterna una città d’acqua: non solo una “metropoli scoperta”, ma una sorta di golfo equoreo, un villaggio dove “piove mare”, nel quale si odono sciabordii e flessuosità. Lo sguardo, è quello ammaliato e dubitativo, circospetto e passionale di una donna che osserva il mondo, il suo uomo, ciò che la rende donna e completa: “ti guardavo come si guarda l’acqua/quando è immobile”.

Nel grand tour di alcuni dei maggiori capoluoghi del nostro paese si sovrappongono trame di immagini dove il ricordo è la carta copiativa e i tracciati vergati sono gli itinerari percorsi. Vie in qualche modo irraggiungibili e impraticabili al presente alle quali si ripensa; nell’atto del riaffiorare alla memoria esse vivono di vita propria, come un prolungamento temporale, ma è una vacua  sospensione.

Il libro è ricco di immagini positive e lucenti ma non è restio neppure alle zone di buio, quegli antri in cui ci si rintana in maniera illusoria e che, al contrario, esacerbano dolori, mancanze, incomprensioni, difficoltà con le quali dover convivere incluso quelle preoccupazione di matrice esistenziale, rovelli psicologici che incalzano inquinando pensieri: “ora che so di essere nessuna/ nessuno è un bambino al buio”. Una silloge apparentemente inclinata a guardare il mondo di fuori, ciò che ci circonda, dove agiamo, lo spazio che ci vede crescere ma che in realtà è un almanacco di fatti privati trasposti in pensieri nei quali si nota in maniera distinta l’influente carico del vissuto, l’evocatrice forza espressiva, la liquidità dei momenti nei quali Serena, lunatica e stanca, con un procedimento mimetico, si è disciolta. La sua acqua è verbo dell’anima.

Lorenzo Spurio

Jesi, 14-03-2017

“Ambulatorio 62” di Ivan Caldarese, recensione di Lorenzo Spurio

Ivan Caldarese, Ambulatorio 62. L’inchiostro che parla di cancro, Marotta & Cafiero, Napoli, 2016.

Recensione di Lorenzo Spurio

Dovendo vivere per un tempo limitato, è un vero peccato lasciar scorrere via, nell’apatia o nell’indifferenza, così tanti momenti. La verità è che, il più delle volte, realizziamo l’importanza delle cose quando non ci sono più oppure quando iniziano a scarseggiare. (27)

Ambulatorio-62 (1).jpgIl romanzo di Ivan Caldarese, Ambulatorio 62, è uno di quei libri che non lasciano indifferenti chi si accosta ad esso e lo legge. Capita raramente che una lettura si dimostri sin dalle prime righe avvincente e persuasiva tanto da portare a fagocitare l’intero volume in un paio di ore. Capita, al di là del coinvolgimento nei viluppi narrativi che siamo intenzionati a conoscere come evolvano, quando –come nel caso del libro di Ivan- il lettore sperimenta una forma dialogica intima con l’autore, una relazione di prossimità e vicinanza che non gli consente di abbandonare né di tralasciare il personaggio della storia e di posticipare la lettura delle sue vicende in un tempo futuro. Romanzi del genere hanno la volontà di descrivere un’esistenza che non può né deve essere bloccata neppure dinanzi alla organizzazione lettoria di chi se ne appropria perché il flusso emotivo, la carica introspettiva e gli scavi dell’anima che vengono trasposti sulla carta hanno una forza talmente alta che il lettore non può sentirsi solamente tale, ma una sorta di sodale del nostro, di amico che, pur silente, accoglie con vicinanza il disincanto, la difficoltà e le problematiche esistenziali. Qui, in Ambulatorio 62, avviene tutto questo perché ci troviamo dinanzi a una sorta di diario delle vicende mediche che contraddistinsero il personaggio in prima persona, immagine dello stesso autore, in un difficile calvario tra la minaccia della morte e la rinascita. 

Con un linguaggio semplice e d’uso comune Ivan Caldarese ci narra, senza toni patetici, con confidenza il suo dramma psicologico che fa seguito l’indomani di un esame destabilizzante, quello dell’ago spirato. La nuova realtà che si prospetta ai suoi occhi, avallata dagli esami medici, è sconvolgente: quella di una malattia assai grave che va trattata con urgenza, ma anche con uno spirito sereno, speranza e grande voglia di combattere. Assistiamo così nelle varie pagine che contraddistinguono il romanzo, efficacemente raccolte in quattro sotto-sezioni a rappresentare gli elementi della natura che, analogicamente, hanno un riflesso diretto nelle vicende narrate, al tormento esistenziale di un uomo tra paura, insicurezza e una forma d’ansia perenne che ne mina la tranquillità, condizione dilaniante che lo porta, però, a una nuova conoscenza del mondo, ovvero a riscoprire la bellezza e l’importanza di ogni cosa, anche degli aspetti da sempre ritenuti rituali, domestici o banali. In questo approfondimento della coscienza risiede la chiave di volta che permette al Nostro di non cadere nel baratro della depressione e dell’auto-annullamento ma di intrattenere una battaglia costante contro quel male oscuro, quell’ospite malvagio che ha inopportunamente e vilmente occupato il suo corpo da minacciarlo in forma sempre più seria.

La vita così, se prima era rappresentata da un semplice e meccanico concatenarsi di azioni (alzarsi, andare a lavoro, mangiare, etc.), diviene ora il motivo di una più ampia esegesi, a tratti meravigliata nei confronti dei meccanismi della natura, mai osservati con tanto interesse e partecipazione, come quando il Nostro si siede sul balcone ed osserva il cielo o uno stormo di uccelli. L’evento minaccioso e in quanto tale traumatico è a sua volta portatore di una rivelazione del mondo, come il velo di Maya che copre i nostri occhi e che, dinanzi al timore e al pericolo, viene tolto svelandoci una realtà fatta di ricchezza e colore, sempre per lo più bistrattata o data come normalità.  La metafora del viaggio in treno aiuta a capire il tortuoso itinerario del nostro, camminamento aggravato da perplessità e forti paure che in qualche modo sviliscono la natura dell’uomo come se venisse denudato dinanzi l’esistenza.

Al cospetto della “inappellabile sentenza” (28) il mondo cambia di colpo: gli interessi che priva vedevano il Nostro legato alla comunità (famiglia, lavoro, amici) di colpo vengono soppiantati dal dominio della persona. Tutte le attenzione, smanie, ossessioni prevalgono e lo stato di salute diviene l’elemento cardine. Da subito Ivan contrappone, però, un animo pacato, una rilassatezza che, pur nello stato ansiogeno, è capace di intravedere la positiva possibilità, non facendo mai spegnere la labile fiamma della speranza. Così sperimenta, in un mondo di finzione, una terapia dalle sfumature ilari che gli consente di alleviare il morbo esistenziale, interessandosi al mondo ma in chiave esterna. Crea film mentali, possibili canovacci di esistenze della gente che incontra, costruisce racconti figurandosi le persone come personaggi in improbabili racconti cercando di indagare la natura dell’uomo, la complessità delle sue forme, di sviare il suo tormento. Questa immersione in un mondo inedito e sconosciuto rappresenta, però, come ben presto lo stesso personaggio rivelerà, una via di fuga illusoria. Creativa e seducente, ma surreale e inappropriata, come mettersi una maschera per mostrare chi non si è.

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Ivan Caldarese, l’autore del libro

La situazione si fa critica perché l’ansia e il timore sembrano non abbandonare il Nostro che così scrive: “Quando impari a conoscere e a riconoscere la fisionomia della tristezza e della paura, non puoi scordarti dei loro tratti distintivi. Mai più” (55). Ed è così che di soppiatto, non invitata, entra in scena il personaggio più triste che si potrebbe pensare, la Signora Morte, da Ivan rappresentata e richiamata come un essere quasi in carne ed ossa, talmente capace a percepirne la spiazzante presenza malefica. Essa è portatrice della vittoria nella battaglia tra la vita e la morte dell’amico Pietro che, in breve tempo, passerà all’aldilà a seguito di una grave malattia. Si tratta dell’incontro più doloroso, quello con la Morte, la nemica infame che Ivan vive come una sorta di nefando pronostico, quasi come una vigilia a più ampi e gravi dolori che seguiranno. In queste pagine pervade un senso di profonda costernazione: “la fisionomia della Signora vestita di nero. Desiderava il possesso carnale di una vita, aveva aspettato con pazienza e alla fine era riuscita nel suo intento” (61).

Con la recente perdita del caro amico i quesiti esistenziali e il dramma emotivo si fanno ancora più vivi, segno che la Signora vestita di nero non guarda in faccia nessuno e la sua inesorabilità e imbattibilità rendono l’uomo privo di un sano ragionamento. Lo scrittore, nella disanima di quei tremendi momenti, è in grado di approfondire il suo animo che risulta essere la fonte di considerazioni assai sagge: “il male ci sembra spesso lontano, come se non ci riguardasse mai, come se fosse qualcosa riservato sempre e solo agli altri e non a noi” (80).

Se la terapia di dar vita a livello finzionale alla vita degli estranei non funziona, ecco che al tormento e al senso di vaghezza il Nostro contrappone il recupero della memoria, vale a dire di quei momenti –soprattutto dell’infanzia- che hanno rappresentato un periodo felice, denso di attenzioni e di amore che ora, come un bambino, evoca quali baluardi di sicurezza. Interviene anche la religione e, sebbene il protagonista si dica in più punti non credente, arriverà a sentire la necessità di confidare a Dio il suo dolore chiedendone aiuto per mezzo della preghiera.

In questa decisa ed univoca scelta per la vita Ivan Caldarese mostra con acribia i vari meccanismi da lui attuati, in sintonia con una profonda fede nella speranza, per attuare se non un addolcimento, uno sviamento degli ineluttabili e ombrosi pensieri. Mostra, cioè, in linea con quanto hanno evidenziato anche studi scientifici, quanto possa essere rilevante in casi di tumore o di profonda malattia che lede la stabilità psicologica, un temperamento rilassato e positivo, tendenzialmente creativo e operoso, speranzoso e battagliero.

Seppure spesso faccia capolino una “costante sensazione di aver già vissuto tutto” (110) il Nostro non abbassa mai la guardia, non si lascia sprofondare da quello che potrebbe configurarsi come un lecito e comprensibile stato depressivo e di rifiuto dell’esistenza, ma è sempre animato alla proiezione nel futuro: “È uno scenario desolante, ma la forza che viene fuori un po’ a tutti, a chi prima e a chi dopo e la voglia di vivere che emerge sempre, sono un’altra grande lezione di vita” (121).

La narrazione si chiude con due asserzioni di importante contenuto che, se possono in qualche modo sembrare antitetiche, in realtà non lo sono ed evidenziano ancor meglio la complessità dello situazione post-operatoria che non viene a significare la conclusione della terapia. Ivan dice infatti “Sapevo di non aver finito ancora di combattere […] La mano gelida dello spettro della morte continuava a stritolarmi la gola, ero sempre lì, la vedevo e la sentivo costantemente” (126). Nella chiusa del libro, che intuiamo riferirsi a un periodo temporale successivo agli eventi precedentemente narrati, lo stesso autore così scrive, quasi fosse un grido liberatorio “Ti ho sconfitto, cancro” (130), suggello di una felice risoluzione di una patologia che ha dimensione e diffusione spaventosa e che, purtroppo, non sempre consente a chi l’ha vissuta di fornirne un racconto, scritto od orale che sia.

Il plauso va a Ivan Caldarese che non solo ci ha fatto dono di una vicenda assai personale aprendoci il suo mondo intimo per testimoniare quanto ardua sia la convivenza con un male che minaccia l’intero corpo, ma per averci mostrato quanto la speranza, vale a dire la proiezione di un senso di positività relativo a un prossimo futuro, possa significare nell’avvicendarsi di un periodo infausto e debilitante, quale è la malattia del cancro che spesso non dà motivo di sperare né di ricreare la vita, come lui ha fatto, riscoprendosi bambino.

Lorenzo Spurio

Jesi, 06-02-2017

“Eppure” di Amerigo Iannacone, recensione di Lorenzo Spurio

Amerigo Iannacone, Eppure, Edizioni Eva, Venafro, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

In ordine meramente cronologico il volumetto Eppure del noto poeta e scrittore di Venafro è uno degli ultimi arrivati. Pubblicato dalla casa editrice Edizioni Eva diretta dallo stesso Amerigo Iannacone nel 2015, la plaquette poetica si apre con una nota critica incisiva ricca di rimandi al testo dell’autore a firma di Giuseppe Napolitano. Tale testo, posto nella posizione preliminare della prefazione, porta il titolo al tempo descrittivamente chiaro quanto enigmatico di “L’immagine sullo specchio”. Il volume si trova volutamente ripartito dal Nostro in due sezioni, una prima parte più corposa per il numero dei componimenti che la rappresentano, sotto il titolo che è quello dell’intero libro e una più minuta sezione, in appendice, dal titolo “Nuptiae”, che presenta brevi testi poetici dedicati al figlio e alla sua futura vita matrimoniale proprio nel giorno delle nozze.

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Il poeta molisano Amerigo Iannacone, autore del libro di poesie “Eppure” (2015)

La poetica di Iannacone si contraddistingue per una linearità della forma assai palese, per l’affiatamento verso la costruzione e la trasposizione di immagini consuetudinarie, colte nel loro evolversi, per la riflessione serrata e reiterata condotta sul tema del tempo. Vi è un insopprimibile attaccamento materno verso Venafro, Isernia e la sua regione natale, ma anche una sollecitazione continua data dal riaffiorare di memorie e dalla ricerca, nostalgica, di momenti o di persone che non abitano più l’attualità.

L’andamento fortemente descrittivo ne fa una poetica visuale che si caratterizza, più che per la sofisticazione emozionale, per la restituzione di un mondo oggettuale, pure di provincia, ritratto però con enfasi e compartecipazione perché parte inscindibile dell’esperienza terrena del Nostro.

Non c’è asprezza né rabbia nelle liriche di Iannacone sebbene in molte di esse spesso fa capolino un’ombra, un’evanescenza che produce dolore, un’assenza lancinante o semplicemente l’elaborazione di un sentimento d’abbandono, di limitata gioia, di esistenza gravata spesso anche da dubbi, dolori, momenti non felici e, comunque, fasi dettate in qualche modo da un periodo ammorbato dalla tristezza. Non si cade mai nel baratro nero e senza fine perché Iannacone intravede anche barlumi di speranza, aperture positive, vagheggia provvidenziali ritorni, auspica il decisivo ritrovamento di uno stato di benessere. Quell’ “eppure” del titolo dà speranza permettendoci di comprendere che niente va visto nella forma della staticità e della compiutezza, piuttosto in un processo di continuo mutamento. Ecco perché nelle liriche di Iannacone la pesantezza emozionale di alcune immagini non degrada in vittimismo e c’è sempre, comunque, una sorta di scappatoia, seppur non ben descritta. Va ricordato, poi, che “eppure” è una particella assai impiegata nel comune utilizzo della lingua –soprattutto nel parlato- e che ha una duplice funzione: un valore avversativo, ossia simile alle subordinate introdotte da “ma”, ma anche un valore esortativo o di incitamento come avviene in esclamazioni del tipo “Eppure dovrò leggere!” In questa biunivoca possibilità d’intendimento del titolo credo che vadano lette anche le intenzioni, più o meno manifeste, che hanno portato il Nostro alla stesura di questo lavoro poetico.

Non mancano componimenti che si discostano leggermente da questa poetica di tipo impressionistico per situarsi su una dorsale che ha fatto suoi motivi di indagine psicologica, ontologica e filosofica propriamente detta come i dubbi e le considerazioni che spesso vengono snocciolate, il ricorso, a volte provvidenziale altre ad incitamento, verso la religiosità ed, ancora, l’adorazione verso la poesia, carme antico che traccia l’esperienza vissuta dell’uomo. Iannacone riconosce nella poesia doti ineguagliabili, difficilmente riscontrabili in altre discipline del sapere, vale a dire quelle di essere sintomo e apertura per la felicità, ma anche valido antro di protezione, baluardo di sicurezza, confidenza con sé stessi, forma pedagogica di conoscenza del proprio mondo interiore, nonché di quello esterno. Attribuisce, insomma, alla poesia il ruolo che essa ha avuto dalla notte dei tempi, vale a dire quella di fornire un tracciato emozionale e di dare la diagnosi di un’esistenza calata nel suo cosmo, microcosmo diluito in un non ben specificato universo liquido, spesso straniante.

Lorenzo Spurio

Jesi, 18-01-2017

“Migranti”, opera poetica di Anna Manna e Daniela Fabrizi, introduzione di L. Spurio

Anna Manna; Daniela Fabrizi, Migranti. A passi nudi, a cuori scalzi, Aracne, Roma, 2016. Introduzione a cura di Lorenzo Spurio, Saluto di Iole Chessa Olivares e Prefazione di Dante Maffia.

 Introduzione a cura di Lorenzo Spurio 

Anna Manna e Daniela Fabrizi hanno deciso di unire in un unico volume una serie di loro liriche accomunate dalla tematica civile relativa al fenomeno ormai planetario dell’immigrazione verso l’Europa vista da interi popoli che fuggono la guerra, la dittatura, la povertà e la disperazione, come un nuovo Eldorado. Le cronache degli ultimi tempi non mancano di narrarci di quanti morti ogni volta si contano nelle repliche delle tante tragedie per mare dove imbarcazioni di fortuna sovraccariche di persone stipate come animali finiscono per non reggere: il legno si incrina e il barcone si spezza, affonda nelle acque scure di un Mediterraneo indifeso che come una densa coperta ricopre i tanti lutti e fa sciabordare le onde nell’illusione di risollevare le vite assopite per sempre nei fondali.

migrantiEntrambe le poetesse hanno dedicato al tema la gran parte dei componimenti inseriti in questa raccolta ma lo hanno fatto in modo assai differente (ed è questo uno dei punti di forza di questo libro). Anna Manna Clementi, che apre la raccolta con la silloge dal titolo “Esodo”, si concentra sull’elemento equoreo ossia sul fenomeno migratorio visto nella fuga per mare verso le coste dell’Europa.

L’elemento sensoriale al quale la Nostra sembra essere particolarmente legata, quasi in maniera inscindibile, è quello sonoro: Anna Manna con i suoi versi ci fa sentire con nitidezza le urla rotte, le grida lancinanti, i rumori assordanti e impetuosi, i gorghi rumorosi e affannanti del mare, descrivendoci la tragedia dei barconi che si inabissano in maniera diacronica: dal giorno dominato da un sole all’apparenza timido allo scenario notturno, cupo e privo di conforto nel migrante alle prese con l’avaria del mezzo di trasporto. Così quelle urla, quegli SOS accorati finiscono ben presto silenziati quando l’acqua, pregna di sale, occupa in maniera opprimente  i polmoni dei poveri derelitti. Ciò avviene in maniera non molto diverso da ciò che la compagine europea ed internazionale fa: parla del fenomeno e si dice costernata per le tragedie impegnandosi in summit allargati per ovviare a decisioni veloci da prendere, salvo poi stanziare fondi ai paesi più coinvolti dal fenomeno lasciandoli in balia di sé stessi a gestire l’inarrestabile penosa avanzata.  L’incapacità di intervento, la mancata concretezza nella gestione del dramma finiscono per mostrare un’Europa disattenta, fredda, razzista e connivente in una certa maniera con la mercanzia delle anime, con il crimine etnico. Crimine che è ancor più spietato e schifoso per il fatto che è esso stesso merce di consumo nel circuito informativo dove l’immigrazione diviene spesso tema da talkshow nel quale dire tutto e il contrario di tutto, acconsentire o dissentire, mostrarsi o accaparrarsi la simpatia di fasce della popolazione, impiegare il tema, demagogicamente, quale impegno del proprio partito in una possibile campagna elettorale.

I vestiti degli sventurati si inzuppano di acqua e si fanno pesanti, l’umidità addosso infradicia le ossa, il cielo è lì, alto, come disegnato e sembra impossibile ricavarci una qualche consolazione.  Le carni sono pressate, il tormento invade le menti, l’angoscia di non farcela macchia il cammino della speranza  mentre i bambini piangono e le proprie madri si apprestano a dargli tutto ciò che possono, il loro latte fattosi ormai acerbo dal disprezzo nei confronti della vita.

La natura ambientale che accoglie la dipartita delle anime ha assunto anch’essa gli stilemi di una depravazione morale, di un’incompatibilità con la vita dell’uomo: colpiscono le “viscide alghe”, ne percepiamo quasi la loro ignavia e al contempo la vigliaccheria, il mare, pure, sembra assumere peculiarità umane e rendersi fautore di un “ghigno spaventoso”, bestiale e malefico, privo di redenzione. Un’acqua di morte che nega il ciclo di rinascita, si fa densa e piena di propaggini, mani che non aiutano né sollevano o facilitano il galleggiamento, ma che, pesanti e dalla presa diabolica, afferrano e trascinano nei fondali più infimi.  Una condizione apocalittica alla quale la Nostra contrappone il suo fiero disappunto con foga e con un dolore autentico che la conduce a vagheggiare istinti mortiferi e annullanti l’intera umanità (“se fossi forte vorrei spezzare il mondo”) per metter fine alla sperequazione della speranza tra fortunati e disperati, ed esser tutti fratelli, in un’angoscia comune che si può realmente conoscere solo se la si vive.

Se il mezzo identificativo delle poesie di Anna Manna Clementi è rappresentato da quel mare infingardo che diviene pozza mefitica di certezze e sepoltura di massa, l’altra poetessa, Daniela Fabrizi, si concentra in particolar modo sull’elemento terra. Anch’essa ci parla del fenomeno migratorio del nostro periodo storico visto, però, per mezzo delle lunghe traversate per terra, principalmente quella di siriani ed iracheni che sulle proprie gambe risalgono ampi territori, passando per la Turchia e cercando poi di immettersi nell’Europa attraverso la Grecia o, più frequentemente nelle ultime settimane, proiettandosi verso i Balcani quale meta finale per l’ingresso nei confini della Comunità Europea.  Per tali ragioni Daniela Fabrizi non può non parlare del fenomeno eclatante di divisione, una sorta di nuovo muro di Berlino, che il governo del conservatore Orbán in Ungheria ha fatto costruire a salvaguardia delle proprie frontiere.

Non solo viene negata l’assistenza e l’asilo al profugo di guerra ma anche il passaggio per una nazione che possa permettergli dopo settimane di duro cammino di poter entrare in Croazia e dunque in Europa.

immagineLa Nostra sottolinea con particolare enfasi nelle sue liriche questa durezza dei cuori che si esplica negli elementi di chiusura, recinzione, allontanamento che non fanno altro che esacerbare differenze tra etnie, culture e società contribuendo alla segregazione di alcune e al dominio di altre: “Un certo Abele mi chiamava fratello”, scrive nella poesia “Fratello”.

Il binomio di esperienze letterarie di Anna Clementi e Daniela Fabrizi in questo caleidoscopio di riflessioni amare su uno dei problemi sociali più cocenti e gravi del momento è senz’altro riuscito. In esso, meglio di qualsiasi pagina di giornale o foto di una qualche tragedia annunciata, è contenuta la sofferenza e lo scoramento di due donne che, pur appartenendo alla società civile di un mondo Occidentale, fanno propria l’esigenza della battaglia per la vita. Un esodo di dimensioni bibliche dove lo straniero viene visto come minaccia pericolosa, un esilio per nulla romantico, gravato da un desiderio impetuoso di fuga. Mentre la tv ruggisce notizie più o meno simili di barconi spezzatisi al largo del mare o di militari che sparano contro le orde migranti in uno stupido e deprecabile confine, non c’è più tempo di stare ad ascoltare. Per alcuni, per i cultori della dialettica verbosa e inconcludente forse non siamo ancora arrivati al collasso e –come dice la Fabrizi- “si sta [ancora] aspettando il boato”.

Esso, però, si è già prodotto e giorno dopo giorno lo percepiamo con sofferenza nella insanabile deflagrazione dei cuori.

Lorenzo Spurio 

Jesi, 4 Novembre 2015

“Le regole del controdolore” di Valentina Meloni, recensione di Lorenzo Spurio

nanita (pseudonimo Valentina Meloni), Le regole del controdolore, Temperino rosso edizioni, Brescia, 2016

Recensione di Lorenzo Spurio  

 

Tutte le parole

sono scivolate fuori

dalle tasche (27)

downloadComplicato approcciarsi in termini critici a un libro come questo recente di Valentina Meloni, la poetessa di origini romane oggi naturalizzata umbra, che ha dato alle stampe Le regole del controdolore (Temperino rosso edizioni, 2016) sotto eteronimo di “nanita” come è piuttosto nota nel web. Lo è non tanto per la vastità delle ambientazioni intime investigate o le tematiche che sottendono ai vari componimenti,ma proprio per un motivo basico, che si ravvisa alle fondamenta e che obbliga a una domanda di fondo: perché un libro come questo?

L’autrice in nota di apertura ci informa che forse questo non è neppure un libro di poesie quando, in realtà, esso lo è eccome. La poesia non si riconosce solo visivamente dall’organizzazione in versi che spezzano frasi ma dall’intensità del linguaggio che i contenuti evocano.

Le regole del controdolore è un libro divertente e giocoso, intimo e fanciullesco, scanzonato e proiettato verso il mito dell’infanzia, ma al contempo riflessivo, denso di immagini e pillole che consentono al lettore di riflettere e di riscoprire la sua componente meno razionale. Al suo interno il lavoro è stato diviso in numerosi raggruppamenti che non possiamo definire con esattezza vere e proprie sillogi ma che si configurano, piuttosto, come livelli progressivi di un gioco a fasi, intervalli di esperienze e approcci al mondo, raffronti riavvicinati con la propria genialità repressa che fuoriescono e che la Nostra ci consente di percorrere con soavità, privi di quell’aurea pesante e seriosa che spesso i lavori poetici impongono.

Dell’autrice c’è molto: l’amore forte e la profonda preparazione sugli aspetti fondanti a quella che –forse impropriamente ma in maniera generalizzata- possiamo definire la letteratura dell’infanzia (a renderlo palese una citazione della scrittrice Vivian Lamarque), ma anche di una letteratura che ha in qualche modo posto l’interesse sulla necessità di rompere il disincanto per allietare ed affabulare, arricchire in senso positivo e gioioso, sottolineando in maniera rimarchevole quanto un approccio di tipo ludico e spensierato dinanzi all’esistenza possa spesso costituire, se non la risoluzione pratica ed efficace ai problemi, di certo un lenitivo significativo.

Inevitabile il riferimento al “controdolore” del geniale Palazzeschi, esponente di spicco dell’avanguardia italiana ed europea che in quel manifesto audace e strampalato, di certo irriverente e pretestuoso, aveva stilato un programma –dai tratti anche macabri- di purificazione e ringiovanimento della società mediante il riso. Attraverso la riscoperta del divertimento e del ridere, anche dinanzi a situazioni sconvenienti e nelle quali il riso non sarebbe di certo la risposta più spontanea e riguardevole.

Palazzeschi, per gran parte della sua esistenza letteraria, è stato uno di quegli autori  ardimentosi che forse hanno tirato un po’ troppo la corda ma di certo ha operato a livello delle coscienze umane in maniera notevole: le estremizzazioni più repellenti di cui dava sfogo nel celebre manifesto erano invocazioni provocatorie, biechi tentativi di far rinascere autostima e motivare una risposta di sdegno e appropriazione di coscienza come, appunto, la società del periodo necessitava.

Il fatto che Valentina riprenda un autore come Palazzeschi è cosa assai curiosa; l’intero suo volume è in fondo un validissimo strumento avanguardistico dove con impulsività la voce più forte che si sente è quella dell’impavido ragazzino alle prese con scorribande o a salire grandi alberi nonché a stupirsi dinanzi alle stelle e alla morfologia delle nuvole. Ad accompagnare le varie riflessioni poetiche della Valentina bambina sono una serie di raffigurazioni grafiche a matita che completano il percorso che al lettore è consentito di fare tra cui un paio di disegni formati da tessuto sintattico che tanto fanno pensare alle celebri poesie visive di un altro avanguardista, Corrado Govoni.

La traiettoria principale di questo libro è forse quella di non avere nessuna traiettoria. Non vi sono binari che conducono in maniera ordinata e lineare un percorso tra le varie emozioni del narrato. In questo recondito mare di assenza di certezze e determinazioni –che è poi il setting ideale della fiaba o delle narrazioni per bambini- l’io poetico si perde e con esso anche il lettore si dimena in un bosco di difficile fuga (vien quasi da pensare, a tratti ad Alice di Carroll o a Pinocchio disperato che fugge i suoi spazi domestici per trovarsi poi, sbadatamente e colpevolmente, in situazioni di precarietà), vivendo un disorientamento che è dolce perché vivifica il tempo ormai annullato, quello della memoria dell’infanzia.

Queste poesie fuggono dal foglio nel momento in cui le leggiamo, si nascondono, prendono vita in oggetti animati, in presenze indistinguibili, popolano la nostra stanza. Ci accompagnano e ritornano: ad intervalli ritornano nella nostra abitualità, altre volte riaffiorano d’impeto e ci terrorizzano.

Le parole si intrecciano e scorrono veloci, si mischiano in maniera convulsa, si sciolgono e si dilatano, s’infiammano ed esplodono, si rincorrono e poi ancora, nel momento in cui avevamo creduto di afferrarle e farle nostre, ci sfuggono librandosi nel cielo, in forma di stella o diventano polvere.

Bisogna saper/ ridere/anche del dolore” appunta la Nostra in apertura a una delle liriche dall’aspetto filiforme, chiosando il già citato Palazzeschi. Non hanno, però, i suoi versi intenti arroganti e sconsiderati –come potevano apparire le enunciazioni del Palazzeschi del manifesto-, piuttosto racchiudono l’esigenza di una riscoperta, la voglia di ritrovare il cantuccio dell’infanzia, di poter credere che quella spensieratezza e gioia incontaminata degli anni verdi possano in qualche modo continuare nel presente spesso fosco di problemi e preoccupazioni. Il mito dell’eterna infanzia di cui Barrie in Peter Pan ci parla non è allora una scriteriata utopia, un progetto imbelle di inapplicabile forma, ma desiderio stesso di vivere la vita con il pennello in mano per colorare ogni cosa con le tinte più luminose e ridenti.

In questo modo quella “bambina/ -prigioniera-/ chiusa in un corpo/ di donna” (65) uscirà da una reclusione dolorosa e privativa del suo inderogabile diritto di essere. La chiusa del libro si apre con una citazione del Baudelaire dei nefasti e marci Fiori del male che, per una volta, ci dà un messaggio di apertura: “Felice chi […] comprende senza sforzo il linguaggio dei fiori e delle cose mute”. La Nostra, con il dono che le è proprio, con la sua genetica predisposizione al canto e all’osservazione, alla maliosa fuga dal reale, alla simbiosi vegetale e all’affratellamento al regno degli alberi, sembra esser una fata che comprende meglio di ciascun botanico il linguaggio della natura, tutta impegnata ad abbracciare bruchi e far il solletico ai variopinti funghi.

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-09-2016

Selezione di poesie per l’antologia civile “Non uccidere” a cura di L. Spurio e I.T. Kostka

ANTOLOGIA TEMATICA

NON UCCIDERE

CAINO ED ABELE DEI NOSTRI GIORNI

Selezione di materiali

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Si selezionano poesie di impronta civile per una antologia tematica dal titolo “Non uccidere. Caino ed Abele dei nostri giorni” che sarà pubblicata da The Writer Edizioni nei primi mesi del 2017.

L’intenzione è quella di proporre, mediante una serie di liriche selezionate dai curatori Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, un percorso concreto all’interno di difficili dinamiche sociali che caratterizzano la nostra contemporaneità dove la violenza, l’indifferenza e l’abuso verso le minoranze sembrano dominare in modo ancor più marcato da come ci viene dato di conoscere mediante la stampa.

Questa antologia parlerà di ciò che di nefasto ed imprevedibile accade nel mondo, di quelle notizie terribili che giungono alle nostre orecchie e che ci fanno star male anche se non vissute direttamente. Il volume darà voce al tormento e alla sfiducia, ma anche all’indignazione e ai moniti di ribellione, farà parlare gli animi di persone che non accettano le ingiustizie che dominano in un mondo gravato dalla corruzione, dal materialismo, dalla facile convenienza. Canti di denuncia, brani di disprezzo e voglia di verità, brani impegnati o semplici riflessioni dettate dal clima di allarmismo e sfiducia nel quale l’uomo purtroppo in questi tempi è piombato.

A seguire le indicazioni tecnico-logistiche per poter prendere parte al progetto antologico:

Tematica:

Si prediligeranno tutti quei componimenti che lasceranno parlare l’uomo stanco di episodi di violenza e discriminazione, casi di violenza domestica, stupri, femminicidi, incesto, pedofilia, abuso psicologico e fisico, bullismo, episodi di xenofobia, omofobia, fanatismo, violazioni dei diritti, tirannie, sistemi corrotti e antidemocratici, nonché si riferiscano a una azione malvagia dell’uomo contro i suoi simili: guerre, scontri civili, lotte di autodeterminazione, segregazioni, discriminazioni razziali, religiose, etc., stragi, terrorismo, minaccia nucleare, insensibilità e disprezzo nei confronti dei propri simili, degli animali e degli ecosistemi.

In base alle varie tematiche i curatori provvederanno ad istituire sezioni interne dedicandole a ciascun argomento/tema trattato.

Non verranno accettate poesie che presentino elementi razzisti o di incitamento all’odio, alla discriminazione e alla violenza, aspetti denigratori, offensivi, blasfemi, pornografici o politici.

Elaborati:

Ciascun poeta può inviare un massimo di tre poesie inedite in lingua italiana. Non verranno prese in considerazione poesie in lingue straniere o in dialetto, seppur accompagnate da relativa traduzione in italiano. Ciascun testo dovrà essere scritto e salvato in formato Word e dovrà avere una lunghezza massima di 30 versi (senza conteggiare gli spazi tra strofe, né il titolo). È gradito, in apertura a mo’ di dedica o in nota a piè di pagina, un accenno diretto al fatto storico/di cronaca al quale ci si riferisce con la lirica o da quale episodio è stata evocata. La nota dovrà essere breve e avere una lunghezza di non più di due righe.

Assieme alle tre poesie è richiesto l’invio della propria nota biobibliografica, in un altro file Word, che dovrà essere scritta in terza persona ed avere una lunghezza non eccedente le 15 righe.

Fotografie:

Si selezionano altresì immagini (fotografie) che richiamino o siano collegate ad una delle tematiche di cui sopra, affinché i curatori provvedano a scegliere tra quelle che perverranno l’immagine di copertina del volume. Ciascun autore può inviare un massimo di tre proposte. Le foto dovranno pervenire alla mail di cui sotto in formato .jpeg. Se di grande dimensioni potranno essere inviate mediante sistema di condivisione We Transfer e ciascuna dovrà avere l’indicazione del suo titolo.

Scadenza:

Gli elaborati dovranno pervenire alla mail proartem@yahoo.com   entro e non oltre il 10 dicembre 2016.

Selezione:

I curatori del progetto antologico, Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio, leggeranno tutti i materiali pervenuti e provvederanno a selezionare quelli che a loro discrezione e giudizio riterranno più pertinenti e di buona qualità. Entreranno nel volume un massimo di 40 poeti che potranno essere presenti –a seconda della selezione- con un unico testo, due poesie o tutte e tre.

I curatori provvederanno ad informare dell’avvenuta selezione entro il 10 gennaio 2017 mediante comunicato diffuso sui Social ed inviato a mezza mail a tutti i partecipanti.

La selezione operata dai curatori è insindacabile e non verranno fornite motivazioni circa l’esclusione al progetto di determinati testi od autori.

Pubblicazione:

Ogni autore selezionato si impegna, con successivo modulo-liberatoria che verrà poi inviato, all’acquisto minimo di 2 (DUE) copie della antologia al prezzo di 20€ (VENTI EURO) comprensivo di spese di spedizione mediante piego di libro ordinario. Il pagamento dovrà essere fatto verso The Writer Edizioni i cui riferimenti verranno forniti in un secondo momento.

Beneficenza:

Scopo dell’iniziativa è quello di sostenere economicamente con questo progetto una realtà di emarginazione, dando vicinanza e supporto anche materiale nei confronti di un ente che si occupa della difesa delle donne

I curatori del volume, d’accordo con The Writer Edizioni, hanno deciso che i ricavi derivanti dalla iniziativa antologica detratti le spese di stampa e i costi tecnici editoriali verranno destinati totalmente all’Associazione contro la violenza sulle donne “Pronto Donna” di Arezzo (www.prontodonna.it).  I curatori provvederanno a dare notizia dell’avvenuto versamento effettuato da The Writer con tale iniziativa antologica mediante i loro canali.

Presentazione:

L’antologia verrà presentata al pubblico in alcuni eventi in varie parti d’Italia durante il 2017 secondo un calendario di date e di eventi che verrà poi indicato per tempo e divulgato affinché i poeti partecipanti alla iniziativa possano intervenire per dar lettura ai propri componimenti.

Norme importanti:

I partecipanti inviando propri componimenti dichiarano automaticamente che le poesie/fotografie sono frutto del proprio unico ingegno e che ne detengono i diritti ad ogni titolo. Dichiarano altresì –per la sezione poesia- che esse sono inedite, dunque non pubblicate in altri volumi cartacei –personali o collettivi- dotati di codici ISBN. Qualora tali indicazioni non saranno rispettate, la responsabilità ricadrà direttamente su di loro.

Informazioni:

Per ciascun tipo di richiesta o di informazione, gli autori possono scrivere alla mail proartem@yahoo.com che verrà letta da entrambi i curatori o scrivere in Facebook nella pagina relativa all’evento, raggiungibile a questo link:

 

I curatori

Izabella Teresa Kostka

Lorenzo Spurio

Trittico poetico Bonanni-Spurio-Marcuccio sulla strage di Nizza

Il presente “trittico poetico” -naturale evoluzione del dittico a due voci perfezionato da Emanuele Marcucio- attorno al tema della strage di Nizza si compone delle poesie “Sulla Promenade des Anglais” di Lucia Bonanni, “L’ultimo battito” di Lorenzo Spurio e “Nice” di Emanuele Marcuccio. 

strage di Nizza_un sandalo rotto, con finti diamanti

SULLA PROMENADE DES ANGLAIS
DI LUCIA BONANNI

Iridescente

il suono delle parole

libertà-fraternità-uguaglianza

che nella sera si fonde

in giochi di polvere esplosiva

specchiati sulla battigia

edulcorata dalla festa.

Non sono insorti

i cittadini che annullano frontiere

sul lungomare illuminato

la Bastiglia, la prigione-fortezza,

è già stata presa in un martedì 14 di luglio

la carestia annullata e la miseria sconfitta.

Ma la violenza è cancrena inesorabile

e la verità che impatta gli occhi

ha vettori simili a punte acuminate

per reiterate stragi di innocenti.

Il mare vomita lo scempio.

La schiuma urla e si addensa.

Le stelle e le onde

hanno il volto distorto

da smorfie di dolore.

Sull’asfalto bagnato

insieme ad una nuvola di zucchero filato

è rimasto un sandalino rosa.

Dal giornale al teatro

dal museo alla Promenade des Anglais

il tricolore francese

è listato a lutto e la pietra scagliata

più non dà animo alla rivoluzione della Pace.

Il blu della bandiera si fa cielo

e il bianco è strada di campagna

invasa da primule rosse e silenzi senza peso.

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L’ULTIMO BATTITO
DI LORENZO SPURIO 

A chi darà la mano

la bambola nuova

acquistata ieri l’altro?

È appena diventata orfana.

L’invertebrata bambola

sfregiata dal secco asfalto

i capelli smossi da fiati:

ma non è vento.

Ogni corpo falciato è

piombato d’aria fradicia

a terra ancorato, greve

in pose turbolente.

Il fantoccio amico

non accetta il lutto

del pargolo padrone.

Lambisce il minuto indice,

gli sussurra una nenia,

gli strizza l’occhio:

anche il cuore di plastica

ha cessato il battito.

(Liquefatta la passeggiata inglese

In una pozione di odio fluido.)

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La Nike di Samotracia, conservata al Museo del Louvre a Parigi

 

NICE[2]
DI EMANUELE MARCUCCIO

e il carro d’acciaio

armato dalla furia

mieteva

in quella via

di una città

e l’azzurro

la costa

e sangue

e il suo nome

ricorda vittoria

Commento a “Nizza” di Emanuele Marcuccio –  a cura di Lucia Bonanni

Il verbo “mietere” è proprio del grano e dei cereali maturi. La mietitura richiama l’azione del tagliare a mano, fa vedere la fatica e l’impegno nel lavoro dei campi e il beneficio che ne deriva. Ma nella propria estensione lessicale il verbo “mietere” può indicare anche l’azione di una forza distruttrice quale può essere la furia della guerra oppure quella di eventi catastrofici.

Nel componimento “Nice” l’autore colloca il verbo “mietere” in un verso isolato dall’inarcatura proprio dopo la parola “furia”, personificazione della violenza qui attuata non da un carro agricolo, destinato al carico di mannelli del grano, ma da un carro d’acciaio, armato per distruggere.

La prima terzina introduce un’immagine di guerra, una desolazione aspra, consumata su un fronte dove non ci sono schieramenti opposti a fronteggiarsi col fuoco delle armi, ma persone inermi e del tutto ignare del pericolo incombente su quella costa lambita dalle onde.

[E] l’azzurro/ la costa/ e sangue” è questa strofa la chiave di volta dell’intero componimento, una terzina di analisi e sintesi, orchestrata su accostamenti cromatici e orientamento spazio-temporale dove sembra esistere una voce fuori scena a narrare il disastro degli eventi che sembrano essere rappresentati su un palcoscenico dove gli attori recitano, seguendo un canovaccio usuale. “[E] l’azzurro”, archetipo del cielo, è immenso, si flette e si fonde nell’elemento liquido e in quello aeriforme; “e sangue”, elemento vitale che vortica e fluisce, inzuppa il selciato mentre l’emoglobina si spezza in molecole perse nel vuoto di una sera riverberata dai fuochi d’artificio.

L’azzurro del cielo e quello del mare, il rosso del sangue, il bianco della costa che si fa sudario di pianto, formano il mosaico di una bandiera, costretta a patire ancora e di nuovo un lutto atroce.

«[E] il suo nome/ ricorda vittoria»: la denominazione di quella città è “Nice”, appellativo che deriva dal ben noto termine greco “Nike”col significato di “Vittoria”, un risultato conseguito non dopo una battaglia bensì in una contesa determinata a vincere le forze del male e conferire foglie di alloro a quel bene spesso usurpato alle umane genti.

Sono versi sintetici, essenziali, concreti, quasi scarni, sobri, ma non eterei e sfuggenti, quelli che scrive Marcuccio che in rappresentazioni di forte impatto visivo ed emozionale e con un lessico ben curato e ben misurato nella forma espressiva e di significato, pongono il lettore dinanzi ad un groviglio di sensazioni che occorre esaminare attraverso l’amore per la parola in un rapporto dialogico col Mondo affinché la bellezza cardine delle parole “libertà”, “fraternità” e “uguaglianza” sia sempre invitta nel percorso etico e sociale di ciascun Uomo.

 

 

NOTA:

I tre testi poetici vengono pubblicati su questo spazio per gentile concessione dei rispettivi autori e con la loro autorizzazione.

Le immagini presenti su questo post hanno fini esclusivamente culturali e non commerciali.

 

[1] Una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica.

[2] Scritta in memoria della strage di Nizza del 14 luglio 2016, in cui persero la vita 84 persone di varie nazionalità, tra cui 10 bambini.

Per il titolo ho preferito utilizzare la lezione francese del nome della città, perché etimologicamente più vicina al greco antico “νίκη” (nike), “vittoria”. [N.d.A.]

“Via Crucis” di Francesco Terrone, recensione di Lorenzo Spurio

Francesco Terrone, Via Crucis, Presentazione di Mons. Giuseppe Agostino, Ep. Em. Diocesi Cosenza-Bisignano, Disegni originali di Liana Calzavara Bottiglieri, I.R.I.S., Mercato San Severino, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio 

copertinaviacrucisIl poeta salernitano Ing. Francesco Terrone (Mercato San Severino, 1963) ha raccolto nel pregevole volume in sontuosa veste grafica Via crucis un numero consistente di liriche d’argomento religioso nelle quali si percepisce in maniera vivida il suo afflato emotivo, lo spessore della fede e la necessità di un colloquio accorato con la Divinità. La prima parte del volume –dopo una sostanziosa e pregnante nota d’apertura del Vescovo Emerito della Diocesi di Cosenza-Bisignano, Mons. Giuseppe Agostino- è dedicata al percorso cristiano più doloroso, quello della Via Crucis che Terrone affronta, tappa per tappa, dedicando una poesia ad ogni stazione del martirio di Gesù Cristo. Ciascuna lirica è accompagnata, nella pagina di sinistra, da immagini a colori forti e dall’espressività lancinante di pose del Cristo sofferente e morente, opere di valore prodotte da Liliana Calzavara Bottiglieri. Immagini che non solo arricchiscono il volume, già di per sé importante e per la fattura e per i densi contenuti, ma che lo completa rendendolo ancor più fruibile ed interessante nel lettore. Le liriche di dolore che descrivono i passi di Nostro Signore verso la denigrazione, le becere offese, la caduta, la crocifissione e la morte sono visivamente descritte, come in una fulminea foto, dai disegni della Calzavara Bottiglieri i cui tratti del viso del Cristo addolorato emergono con una nettezza sorprendente e una visività toccante.

Terrone impiega una poetica che rifugge da particolari schematismi metrici o retorici prediligendo un linguaggio basico e lineare dove sono la descrizione attenta, la raffigurazione degli spazi e del gruppo umano che contorna a quelle scene a dominare. Come dei sunti o delle sinossi quanto mai influenzate da un approccio fortemente empatico e vissuto, le poesie si susseguono cadenzate dal breve tempo dell’assurdo sacrificio imposto al Nazareno. Le vessazioni, l’indebolimento del corpo, le cadute e le ingiurie, l’offesa corporale sono fatti di inaudibile odio che il Nostro inanella nelle varie liriche che seguono descrivendoci, con i vari versi, con una grande forza espressiva e compartecipazione gli accadimenti più infausti dell’esistenza di Gesù.

Ci troviamo distanti mille miglia, o ancor di più, da manifestazioni ridondanti e spettacolari, farsesche e improbabili che spesso vengono fatte per celebrare gli ultimi istanti della vita di Cristo: non si ha un effetto di ribrezzo o di dolore rabbioso dinanzi al suo sacrificio come può avvenire dinanzi alla criticata pellicola di Mel Gibson, The Passion, dove la centralità del messaggio sembra ruotare attorno all’apologia della violenza piuttosto che sul martirio. Ci troviamo altresì distanti anche dalle celebrazioni folkloriche della Spagna andalusa che commemora la settimana Santa in colorate e carnevalesche processioni con rappresentazioni sceniche degli istanti mortali di Cristo. Terrone, pur servendosi delle immagini che corredano l’opera, impiega la parola, lo scritto, il verso, per cantare il dolore, per sconfessare la violenza, per far librare la sofferenza. Sofferenza che, pur con un procedimento di mimesi non sarà mai quella di Cristo ma che, comunque, le si avvicina molto essendo un dolore dinanzi alla violenza gratuita, all’ingiustizia, che si amplifica ancor più per la propria condizione di essere inerme.

A completare il tragitto della passione è un ampio apparato finale dove il Nostro ha raccolto una serie di poesie, anch’esse di matrice religiosa, che possono essere considerate delle vere e proprie preghiere, delle lamentazioni, dei canti accorati d’angoscia, delle riflessioni sul senso di finitudine e testi contemplativi sulla presenza di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio. Tra di esse, mi piace citare alcuni versi da una lirica dedicata alla figura paterna dove, seppur non è richiamata direttamente la dimensione cristologico-religiosa, il padre venuto a mancare, il genitore assente, l’uomo che vive nel ricordo, sembra assumere i caratteri di un amorevole Dio che sovrasta la sua esistenza, vivendo nel mondo incorporeo dove tutto perdura e non ha limiti: “Quel volto,/ reliquia sacra della mia vita,/ […]/ Il volto di mio padre…/ volto rapito da Dio, donatomi da Dio/ nella vita,/ nei frammenti di sogni,/ nell’immaginario” (80).

Lorenzo Spurio

Jesi, 09-06-2016

“Tra gli aranci e la menta” di Lorenzo Spurio, recensione di Francesca Luzzio

Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico Garcia Lorca di Lorenzo Spurio

con note critiche di Nazario Pardini, Velentina Meloni, Corrado Calabrò, Lucia Bonanni, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2016.

Recensione di Francesca Luzzio

COVER GARCIA_3_NEW-page-001Tra gli aranci e la menta è una plaquette composta di dodici liriche, create da Lorenzo  Spurio  per ricordare il grande Federico García Lorca.  

In apparenza, come si legge nel sottotitolo, è un recitativo dell’assenza,  ma di fatto, è un recitativo dell’immortalità  poiché  il poeta è eterno, è sempre presente, anche quando il corpo si scioglie in cenere o, ancora peggio, non si sa, come nel caso di Federico, dove i resti mortali siano stati sepolti.  La voce di García Lorca è sempre viva, canta sempre con i suoi versi e anche le sue ceneri,  in fondo, diventati linfa vitale della natura, non smetteranno mai di esistere: “io pronuncio la grammatica silvestre” (in “Non lontano dal limoneto”, pag. 54).

Lorenzo Spurio è consapevole di quanto suddetto, pertanto  il suo “recitativo dell’assenza” suona piuttosto come denuncia della triste sorte che spesso ancora oggi tocca ai sostenitori ed ai combattenti per la libertà. Così con il suo canto-denuncia Lorenzo consacra ulteriormente la presenza e l’eternità del grande poeta, soldato della libertà e condanna ogni forma di autoritarismo, limitante l’essenza libera dell’io. 

La funzione eternatrice della poesia è una verità ormai assiomatica della tradizione letteraria  e Spurio la esemplifica e  nello stesso tempo la soggettivizza attraverso García Lorca, con il quale vive una profonda consonanza esistenziale ed etico-morale che lo induce a rivivere in sé emozioni, stati d’animo e idee che furono del grande poeta spagnolo.  

È una immersione totale che lo porta  a riproporre anche le modalità linguistico-espressive di García Lorca, realizzando quella sintesi tra popolare e colta che è tipica della cosiddetta Generazione del  ‘27 a cui apparteneva anche il grande poeta andaluso. Così il suo avanguardismo surrealista è nello stesso tempo ancorato alle tradizioni popolari dell’Andalusia  che gli  offre immagini, atmosfere e contrasti cromatici.           

I versi di Lorenzo ripropongono quest’interazione culturale e la natura e i suoi elementi si umanizzano: “Le piante quel giorno hanno smesso di parlare:/ gli acuminati rami superbi imposero il silenzio” (in “Nella roccia vescovile”, pag. 23) e l’io diventa natura: “non ho imparentato  le mie cellule con la polvere/ ma con fremiti verdi, ansiti amari e lucori silvani”( in “Non lontano dal limoneto”, pag. 54), per cui in questo metamorfismo panico è inutile cercare la sua tomba: egli vive  in ogni elemento,egli è vivo, è natura, è soprattutto “poesia”.

Francesca Luzzio 

Palermo, 10-06-2016

 

“Maria Teresa Manta e il tempo dell’attesa”, a cura di Lorenzo Spurio

Maria Teresa Manta e il tempo dell’attesa

Recensione a Fisse le stelle in cielo, ilmiolibro, 2016

a cura di Lorenzo Spurio 

La salentina Maria Teresa Manta non è alla prima pubblicazione e, nel corso degli anni, ha avuto più volte occasione di raccogliere suoi testi –sia poetici che narrativi- in vari libri, oltre ad aver preso parte in collettanee di autori ed antologie. Una donna che fa poesia con il cuore, lasciando trasparire, pure nei riverberi d’angoscia e nelle ore di tormento, la sua femminilità e il disagio esistenziale di chi è destinato a vivere con un peso addosso. E’ questa l’impressione principale che si ha leggendo il suo ultimo libro, la silloge poetica Fisse le stelle in cielo dove, sin dal titolo, è difficile non notare l’elemento della fissità, dell’immobilità che non è una costernazione che prende piede nell’incomunicabilità, piuttosto una necessità di ancorarsi a un passato che, pur andato, è necessario rievocare e rivivere giorno dopo giorno, ora dopo ora.

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I libri pubblicati dalla poetessa salentina Maria Teresa Manta tra cui Fisse le stelle in cielo oggetto d’analisi della presente recensione.

La grande maggioranza delle liriche di Maria Teresa Manta raccolte in questa silloge sono contraddistinte da un dolore irrevocabile, da un canto di angoscia dovuto a una mancanza lancinante, quella di un figlio che l’imperscrutabile percorso della vita ha voluto a sé prima di ogni lecita scadenza.  I versi sono intrisi di quella desolazione emotiva che è propria di chi quotidianamente si arrovella sul perché di un accaduto tanto infausto nonché sui motivi per cui i destini si compiano in maniera tanto precipitosa senza aver il tempo di potersi prima salutare, tributare il giusto affetto. Tutto ciò crea un disagio emotivo assai pesante che è ancor più gravato dal rimorso dal non fatto o dal non detto a rimarcare ancor più quanto l’abitualità alla vita ci fa dimenticare anche delle cose più semplici che, in un batter d’occhio, possono diventare una condanna pesante con la quale dover sopravvivere.

La poetessa parla di questo figlio scomparso, allontanatosi da lei e dal ceppo familiare, non si capisce bene perché e in che modo, ma in fondo non è questo che interessa a livello poetico, piano comunicativo al quale la donna ha trasmesso il subbuglio emozionale, l’atarassia e l’ha condotta a rivivificare il passato, nelle tante schegge di ricordo, nei sorrisi ricevuti, nei momenti d’unione o semplicemente nella lieta convinzione di vivere in mancanza dell’assenza.

La morte allora si configura non tanto come momento accidentale di un percorso di vita che inesorabilmente si compie, non come fine delle speranze, piuttosto come consacrazione del tempo che non esiste. Con la morte del caro la Nostra sembra entrare in punta di piedi nel tempio dorato dell’assenza, dove tutto manca e niente ha la sua forma. Essendo l’uomo abituato per sua natura al materiale, al visibile, all’esperibile, il traghettamento forzoso alla dimensione dell’immateriale, dell’assenza del concreto non può che creare scompenso e confusione: ed è in questo limbo di pianti e incomprensioni che si attesta la lirica di Maria Teresa Manta. La poetessa fa vivere ciò che non è più, dà forma all’inesprimibile, costruisce il tempo che si è dissipato ed è in grado, con il calore materno e la pacatezza di una donna sensibile, di derogare alle scadenze imposte dall’Alto. Nessuno muore se vive nel ricordo di chi ha lasciato. Seppure non vi siano tracce che palesano il sentimento cristiano della Nostra, il messaggio che fuoriesce da questa silloge è proprio questo.

Siamo tutti in attesa di un tempo che non finisce. Un tempo che fluisce all’infinito e che è impossibile arginare, che non ha scadenze né può essere misurato. Ad esso si contrappone quell’asfittico tempo dell’attesa, un ragionare rimestato, un frenetico rincorrere a pillole di passato, l’attaccamento al mondo finito quando la vita continua e necessita che noi la viviamo al presente.

L’attesa, che è anch’esso tempo dell’immateriale, è costellata da continui atti di dolore e pentimento, ma anche fondi silenzi dove la confessione con sé stessi si struttura in un tormento afono che è impossibile fronteggiare con la nuda ragione.

Lorenzo Spurio

Jesi, 08-06-2016

LETTER FROM A SYRIAN CHILD TO HIS MOTHER, Poetry by Valentina Meloni

Una poesia di Valentina Meloni sulla guerra che si sta combattendo in Siria

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Genre: Kids, Life,Death, Family, Fear, War

LETTER FROM A SYRIAN CHILD TO HIS MOTHER
by Valentina Meloni

Mom, you never told me

that you can die even breathing

I believed that to die

it would take a wound,

a crack from which life

could come out along with the blood …

Mom, you never told me

that you can die playing

among the stones and the dust

of the road who saw me run.

You never told me

you’d greeted me from so far away

and that, crying, your soul

would come to claim me.

Mom, you never told me

that you can die breathing in a dream,

that the air can also be a poison.

You told me not

I’d be an angel of glass,

asleep, in a white shroud.

Mom you never told me

the death would make me bright and beautiful

sweeping away the fear of bombs.

View original post 60 altre parole

“Prima che spunti l’alba” di Anna Maria Boselli Santoni, Prefazione di L. Spurio

Anna Maria Boselli Santoni, Prima che spunti l’alba, Pragmata, Roma, 2016.

PREFAZIONE a cura di Lorenzo Spurio

Jpeg

L’amore non è atto di sfida, né mezzo di comando. Non dovrebbe essere l’arnese da impiegare con il fine di instillare avversità e ampliare tormenti che già, connaturatamente e fisiologicamente, la vita ci dà e con i quali dobbiamo sopravvivere. Nel nuovo romanzo di Anna Maria Boselli Santoni sembra quasi di percepire due mondi a confronto, antagonisti e in teoricamente lontani, che giungono di continuo a lambirsi, quasi a fronteggiarsi, nonché ad imporre un dialogo retto nella protagonista principale.
Se non abbiamo la capacità di poter riprendere il passato, annullare errori o rivivere certi momenti in cui, ad esempio, abbiamo scelto pensando molto a noi stessi e poco agli altri, di certo è nelle prerogative e nelle possibilità dell’uomo la speranza di un futuro migliore. Ciò è permesso grazie all’adozione, al presente, di una serie di atteggiamenti lucidi e di una spiccata consapevolezza che matura l’uomo ad interagire con il mondo, con la sua realtà sociale, con le persone che lo circondano in un dato modo.
Nei romanzi di Anna Maria Boselli Santoni la parola “mai” e tutto ciò che essa presuppone viene usata assai poco e di certo non con un tono perentorio e assertivo a descrivere con ineludibile certezza che una possibilità delle scelte, tra le tante, non è concepibile e dunque percorribile. Piuttosto la Nostra, grazie alla profonda contemplazione dell’esistenza e al suo sguardo empatico nei confronti di una sacralità mitico-religiosa, è portata a vedere sempre un spiraglio di luce anche quando l’abitualità crepuscolare, le tribolazioni e il senso di malessere sembrerebbero dominare sull’uomo tanto da vivere la sua esistenza subendola, e non come soggetto agente.
Se il mondo fosco e ottenebrato della morte, caratterizzato dal decesso di giovani tossicodipendenti e la frequentazione di due cimiteri, ci immettono in una narrazione pregna di mestizia e costernazione, tuttavia non percepiamo il pianto doloroso e accorato perché la sofferenza è sempre elaborata, somatizzata e neutralizzata per mezzo di un elevatissimo afflato con la vita stessa.
Ed è proprio il viaggio fisico, quello spostamento che la protagonista farà verso l’Argentina, che la porterà a una sorta di crisi introspettiva che vive non come crollo emotivo ma come mezzo di autoriflessione, di rivisitazione di sé e dunque di forza. Il viaggio più significativo e pregnante, allora, non è tanto quello Oltreoceano e il relativo ritorno nella vecchia Europa ma è piuttosto un viaggio della mente, una perlustrazione serrata della propria componente intima e psicologica.
Il personaggio maschile del romanzo, pur ammorbato da grandi pensieri, sarà in grado di farsi forza con l’aiuto e l’amore della Nostra e, pur non rinnegando la vita passata, si mette a nudo dinanzi alla nuova realtà venutasi a creare. E’ un uomo vulnerabile e ferito, ingiuriato dalla vita, che ritroverà, proprio grazie a quell’unione simbiotica del pensiero da poco suffragata nello scambio emozionale con la Nostra, una sua serenità, un suo senso.

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Anna Maria Boselli Santoni, autrice del libro

Se le esperienze negative sono inevitabili, esse possono servire per irrobustirsi anche se non tutti hanno la forza di credere in sé stessi o la fortuna di trovare una compagna con la quale dar compimento a tutti i desideri e sentirsi imbattibile dinanzi a tutto il mondo di fuori.
Se è l’uomo che in un certo modo costruisce la sua esistenza con le sue scelte o non scelte, non va dimenticato che spesso il silenzio, la solitudine e l’indifferenza possono essere i peggiori nemici nel percorso volto all’ottenimento di uno stato di pienezza della vita e di concordia con il proprio animo.
Sono abbastanza certo di aver localizzato la frase più bella del romanzo all’interno della Seconda parte quando Anna Maria Boselli Santoni scrive “I morti erano figli della vita”. Ed è proprio qui, nella desolante considerazione che chi vive ai margini dell’esistenza (come i tossicodipendenti del romanzo e in particolare Tiziano) e abbandonati a se stessi, pur nella malattia, nella devianza e nell’irrecuperabilità della condotta, è sempre figlio, ossia il prodotto, di un spirito di energia volto alla creazione, all’idea di congiungimento ed unità, all’esigenza di calore e conforto da poter ricevere senza doverlo richiedere.
Non è mai tardi per chiedere all’altro di accogliere il nostro appello né di concedere ai nostri simili il rispetto che ricerchiamo noi stessi ci venga mostrato. Il cambiamento è una concatenazione di piccoli gesti concreti e non di grandi parole. Altisonanti e accorate, ma vacue e indegne. C’è sempre tempo per poter sperare di rivitalizzare il proprio vissuto inaridito dalle asperità o allucinato dalla delusione, prima che spunti l’alba.

LORENZO SPURIO

16-01-2016

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