Scarafaggi come me. Il critico Marco Camerini su “Lo scarafaggio” di Ian McEwan

Recensione di Marco Camerini 

 

downloadDopo il colto, perspicace, ironico feto di Nel guscio e il dolente, umanissimo androide di Macchine come me, ancora una voce narrante anomala e spiazzante nell’opera narrativa di Ian McEwan, quella dal retroterra più blasonato: Lo scarafaggio (Einaudi 2020) condivide con il protagonista della Metamorfosi il nome tronco (Jim/Gregor) e un cognome graficamente identico eccettuata la “a” finale (Sams/Samsa), ma l’incipit del libro, sino a pag. 18 – a parte, evidentemente, l’aspetto inverso della trasformazione insetto-uomo che nell’autore praghese assume valenza meramente allusiva – è una ripresa fedele del racconto kafkiano che non trova, vedremo, coerente sviluppo quando l’artropode acquisirà (troppo naturalmente, pur nel contesto surreale del plot) fattezze e atteggiamenti del Primo Ministro inglese. Entrambi si svegliano da “sogni inquieti” (in McEwan compare paradossalmente la connotazione psicologica “tipo perspicace, ma niente affatto profondo”, attribuibile comunque anche a Gregor che tale appare quantomeno sul lavoro), verificano la spropositata grandezza del proprio nuovo corpo (lo scrittore inglese sceglie, sul solco della tradizione, l’aggettivo “immane”, sinonimo dell’enorme/gigantesco con il quale quasi tutti i traduttori hanno reso ungeheueren preferendolo a “mostruoso”, che è tuttavia l’accezione di natura morale del sostantivo tedesco da cui l’attributo deriva),[1] osservano costernati e distesi sul dorso rispettivamente “le numerose zampe miserevolmente sottili” e “appena quattro arti pressoché inamovibili”. In due stanze egualmente piccole – ma della tana kafkiana, in una giornata piovosa, è descritta semplicemente una fotografia (la madre?) laddove, in un “mattino di sole”, sul luogo dello scarafaggio Jim sono presenti un tavolo, delle bottiglie, un telefono…proprio l’assenza della cornice rompe la simmetria descrittiva – mentre Samsa inizia tragicamente presto la riflessione sul suo gravoso impiego di commesso viaggiatore culminante nel “farò tardi”, omettendo di fatto quella assai più logica su di una metamorfosi assurdamente accettata, Sams continua il meticoloso scandaglio del proprio involucro (“lingua ripugnante, denti infiniti, colorito azzurrino/smorto della pelle, ridotto campo visivo”) prima di giungere, con puntuale parallelismo, al “farò tardi”, ovviamente ad una ben più gratificante riunione del Parlamento di Sua Maestà. Con la verifica complementare di ambedue circa la difficoltà nel movimento e l’impossibilità a fidarsi della propria voce – nel rispondere l’uno alla madre e al procuratore, l’altro alla premurosa assistente identico è l’elemento del “pigolio” e del lamento/dolore nella faticosa emissione – si conclude la quasi testuale, intrigante parafrasi della prima parte della Metamorfosi e il modello de Lo scarfaggio diviene quello della letteratura distopica e della satira politica di J. Swift. La blatta, i cui gusti non sono certo quelli del raffinato feto citato ma “rimasugli di pizza margherita consumata vicino a sani scarichi” (con olive, possibilmente), canaline di scolo e tracce assai poco nobili dei blasonati cavalli della Guardi Reale, vittima del timore congenito per il trapestio di piedi provocato da “masse di incivili per strada a far baccano” (non contano le finalità ideali delle rivendicazioni di massa) ma anche di temibili tacchi a spillo over 10 e micidiali aspirapolveri da moquette, affezionata frequentatrice di boiserie cariate e battiscopa in legno un po’ consumati (meglio se in ambienti a luci soffuse) si ritrova, “in piedi ad un’altezza vertiginosa” e messa di buon umore dalla toilette mattutina, nelle vesti dell’affabile, esitante, bipartisan primo uomo dell’attuale scena politica britannica: il riferimento non è affatto casuale in questo velenoso, schieratissimo pamphlet anti-Brexit per il quale, alla fine, non era forse nemmeno necessario scomodare l’autore del Processo, visto che i due piani si saldano a fatica, se si eccettua la scelta del ripugnante animale come esemplificazione simbolica del disgusto dello scrittore per la linea politica di Boris Johnson. Rimane l’attrazione per  il caffé (meglio i fondi), lo zucchero, i mosconi appena morti ma immediata risulta la destrezza dell’ex-parassita nell’adattarsi alla visione “multicolore, binoculare, non composita” di una vita pubblica deformata e avvelenata da liberatorie menzogne, intrighi, bassezze, “arsenale simbolico di trappole, frecce avvelenate, mine antiuomo” e trasformare il conciliante inquilino di 10 Dawning Street in un “moderno Pericle”, scaltro e spietato leader degli Inversionisti. Orwellianamente contrapposti ai Cronologisti filoeuropeisti, da “individui eccentrici e lupi solitari” questi ultimi sono assurti, cavalcando la stanchezza diffusa e la strisciante paura dell’ignoto di chi ha affidato loro il proprio voto, a epigoni dell’idea “semplice, bella” e patriottica che orientare il flusso monetario non in direzione dell’accumulo ma di un reimpiego frenetico dei capitali affranchi il popolo inglese da una detestabile schiavitù, lo corrobori con “il dono sacro di una esaltante autostima”, elimini le disuguaglianze, il divario Nord/Sud, la stagnazione dei salari: i backbenchers (promotori dell’Inversionismo estremo) si troveranno, alla fine, d’accordo con frange significative della “vecchia” Sinistra e questo costituisce l’ultimo, peggiore tranello. La mistificazione che la vittoria autarchica risponda al grido collettivo forte e sincero di emancipazione culturale prima che economica (quanto inquietante la somiglianza degli scarafaggi con gli esseri umani “che celano dietro le varie tonalità di grigio, verde, marrone degli occhi l’essenza cangiante della loro natura blattoidea”) è la “polvere magica” del populismo, temibile composto di irrazionalità, xenofobia, cinismo mascherato da nostalgia per certe forme di purezza nazionale[2] che il protagonista, a capo di un Gabinetto improvvisamente decisionista, sparge a piene mani chiudendo i negozi il 25 dicembre per rilanciare il PIL, favorendo il quantitative easing (aumento forzoso della moneta a debito in circolazione), incrementando assunzioni nel pubblico impiego, progetti pubblici e importazioni (favorite dal presumibile crollo della sterlina post-Brexit), sancendo addirittura la perseguibilità penale per i malcapitati risparmiatori rei di non immettere denaro nell’incessante, vorticoso flusso del circuito produttivo. E mentre vengono messi in riga gli (ex)alleati francesi e tedeschi, con l’eccezione del Presidente americano (se non altro perché “uomo tutto d’un pezzo e di solide certezze morali” ricorre spesso a Twitter, “versione primitiva dell’inconscio feromonale”: strepitoso il ritratto-macchietta di Tupper/Trump), viene scelto anche l’inno – Wolking back to happiness di Helen Shapiro (?) – per una scommessa che, entro il 2050, garantirà all’Inghilterra tutta un futuro pulito, verde, fiorente, libero dagli asfissianti cavilli anti-impresa del moloch statale e transnazionale.

Scritto in punta di penna e “tanta rabbia”, per ammissione dello stesso McEwan, durante le presentazioni di Macchine come me, Lo scarafaggio è un divertissement in bilico tra fantapolitica e caustica, a tratti godibile, disamina di un presente politicamente inaccettabile per un convinto progressista di rango che, fra le brillanti, riconosciute qualità narrative, conferma la sua non comune abilità nella costruzione dei finali: svanito rapidamente, l’ingombrante riferimento alla Metamorfosi ritorna in un epilogo prevedibile ma spettacolare, sul quale non anticipiamo veramente nulla.

MARCO CAMERINI

 

[1]    Ci riferiamo alla traduzioni storiche della Metamorfosi di E. Pocar, G. Zampa, F. Fortini e Andreina Lavagetto (Mondadori, 1991), cui facciamo riferimento per questa analisi comparata. Peraltro proprio la dimensione dell’insetto, coincidente all’apparenza inizialmente con l’intero corpo, viene costantemente smentita da Kafka nel corso della narrazione, a conferma che la mutazione è del tutto metaforica e non reale. Ma il discorso sarebbe ampio e non pertiene alla presente recensione.

[2]    Cfr. pag. 106 dell’illuminante postfazione.

 

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“Quando le macchine “vedono cose che noi umani….” Il retro-futuro di Ian McEwan nel nuovo romanzo “Macchine come me”, recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

317Dk9l3noL.jpgLa “letteratura ucronica” (suggestiva variante del filone fantascientifico), nella quale si prospetta un passato avveniristico alternativo al presente della realtà storica, vanta una ricca tradizione novecentesca – da La svastica sul sole di Ph. Dick al Complotto contro l’America di Roth, da IQ84 di Murakami allo splendido, dimenticato Ada di Nabokov – e ancor più consolidato è il topos dell’umanoide/cyborg[1] che annovera illustri precedenti ottocenteschi quali il Frankenstein di M. Shelley (McEwan riprende in chiave parodistica il momento dell’attivazione/risveglio della Creatura, sostituendo ad “Allora funzioni!” un significativo “Come stai?”), L’uomo della sabbia di Hoffmann e, al femminile, Eva futura di A. de L’Isle-Adam, attraversando l’intero “secolo breve” con Meyrink (Golem), Wells e ancora il Ph. Dick de Il cacciatore di androidi, spunto per il capolavoro filmico Blade runner. Senza timori reverenziali lo scrittore inglese, nel suo ultimo libro Macchine come me (Einaudi 2019) tenta – riuscendovi – di rileggere in chiave colta, attualissima, struggente ed ironica insieme il genere e la tematica, non facendo certo rimpiangere il precedente Nel guscio: in entrambi, comunque, due “entità” che paiono saperla assai più lunga dei comuni mortali.

Anni ’80: in un’Inghilterra bipolare che registra alti tassi di disoccupazione, inflazione, scioperi, diffusione della xenofobia, vertiginosa crescita di suicidi ma anche incremento dell’istruzione universitaria, quote rosa in Parlamento e casi clinici risolti con l’innesto di cellule staminali, mentre sei premi Nobel in due anni vengono assegnati a cittadini britannici, si moltiplicano speranza e disperazione, frustrazione e buone occasioni (“C’era di più in ogni cosa”). Intanto viene proclamato il lutto nazionale per i 2920 soldati morti nella guerra, perduta, delle Isole Falkland (dimissioni per la Thatcher? Le chiedono anche i “centristi non pavidi”, inaccettabile la sconfitta dell’Invincibile Armata), i giovani rappresentanti del “baby boom” votano il laburista Tony Benn, che finisce ucciso in un attentato dell’IRA, Kennedy non è morto a Dallas, gli attempati Beatles, ricostituitisi dopo dodici anni, interpretano brani dal “sentimentalismo robusto” (incisi con orchestre sinfoniche!) e Sir Alan Turing – “espressione del volto nervosa, famelica, feroce in un volto aperto e infantile” – scoppia di salute. In un retro-futuro che ha declassato a residui di modernariato interfaccia cervello-macchina, caschi di potenziamento cognitivo e frigoriferi parlanti dotati di olfatto, proprio il glorioso inventore del Codice Enigma, codificatore dell’intuito artificiale conseguente al deep learning di software complessi in possesso di reti neuronali superiori, potenzialità decisionali di tipo probabilistico e consapevolezza emotiva, acquista uno dei primi umanoidi in circolazione (12 Adam e 13 Eve) grazie ai quali “non si poteva escludere la tragedia” susseguente al loro ramificato impiego nel tessuto lavorativo (diritti tutelati?), ma certamente la noia. Un esemplare (lo sceicco di turno se ne è regalate tre per ampliare l’harem) può permetterselo, in seguito ad una eredità, anche Charlie Friend, cinico narcisista confesso, “adolescenza senza favole della buona notte, poesia, mitologia, curiosità” e “personalità in stand by”: “né appagato né mesto, pochi rimpianti, ancor meno inquietudini sul futuro, semplicemente vivo” in un presente di fallimenti professionali, interessi ondivaghi (elettronica, antropologia), atonia umorale, schizofrenia lavorativa, esercizio sistematico – questo sì riuscito – della sperpero di quanto fortunosamente guadagnato con rocambolesche transazioni on line. Per sé, certo, ma anche per conquistare definitivamente (grave errore, il lettore avrà già capito…”curiosità, frutto proibito da Dio, M.Aurelio e S.Agostino”) la misteriosa, razionale, pensosa e seducente  Miranda, amica dal nome shakespeariano, “occhi che parevano stringersi nello sforzo di mascherare l’allegria […] teorema, ipotesi, magnifico gioco di luce sull’acqua” e vittima (vittima? non per l’androide) di torbidi eventi intorno ai quali l’autore – maestro in tale meccanismo narratologico – costruisce una magnifica “storia nella storia” della quale non sveleremo nulla. Dunque, “con” e “fra” i due protagonisti, Adam, figlio/amico/ domestico-robot/altro? di ultima generazione, uno dei caratteri (a pieno titolo) più felici dell’autore di Espiazione, dopo il feto “pensante e parlante” del citato Nel guscio. Esemplare artificiale assolutamente realistico nell’aspetto fisico (ampia gamma di etnie, modello arabo poco distinguibile dall’ebreo, caratteri turchi quello di Charlie), alimentato con spina da 13 ampere, pelle morbida e tiepida al tatto, suoni prodotti da fiato, lingua, denti e palato non microfonici, corporatura solida, cedevole compattezza dei muscoli, viso affilato capace di 40 espressioni facciali, occhi celesti “pensosamente socchiusi” dotati di battito palpebrale calibrato per reagire a umori/gesti anche altrui (avrebbe superato l’infallibile test oculare di H. Ford in Blade runner, del resto vive 15 anni in più dell’evoluto modello NEXIUS 6) e riflesso cigliare per proteggersi da corpuscoli in volo (!), non ha sangue, (ma “una pulsazione regolare e placida nella parte sinistra del petto simula il ritmo giambico del cuore”) e parla con accento da inglese middle class “appena colorito di cadenze vocaliche del sud-ovest” ricorrendo – c’era da aspettarselo – ad un lessico variegato e alto. Alla fine – inseriti taluni parametri comportamentali attraverso opzioni/combinazioni suggerite dal monumentale manuale di istruzioni (livello di socialità, estroversione, apertura mentale…il rischio è creare un doppio ideale) e grazie all’elaboratissima capacità di apprendimento dati (nessuna fonte gli è preclusa) – Adam evolve, per la gioia di Turing, in sistema operativo caratterialmente autonomo e, ben presto, riflette sul concetto di trascendenza, cita Schopenauer, compone Haiku, applica la reticenza e il sarcasmo, simula emozioni (la fascinosa replicante Rachel/Sean Young ne era priva, purtroppo), scopre la riservatezza e l’autocontrollo, ha nozione della bellezza disinteressata dell’arte – il Barocco, Artemisia Gentileschi, i 37 drammi del Bardo e i relativi debiti con Montaigne non hanno segreti per lui – medita, a tempo perso, su questioni di dinamica quantistica e sui limiti della letteratura contemporanea che “sembra descrivere solo varianti di fallimenti umani a livello di buon senso  e solidarietà”. Non rinuncia ai sentimenti più intimi, a chiudere gli occhi sulle ingiustizie e gli orrori cui il genere umano pare essersi assuefatto – convertendosi nella sua scomoda coscienza – tantomeno ad innamorarsi (di Miranda, letterariamente inevitabile…corrisposto, questo è il problema: ha impostato lei, di nascosto, un amante ideale?) trasformando Charlie “nell’ultimissimo modello di cornuto”, capace com’è, fra l’altro, di trasferire nel rapporto intimo la sua infaticabilità di automa. Clamorosamente infranta la Iª legge della robotica di Asimov[2] diviene, da intrigante, esclusivo gadget, “individuo” che, con responsabile libero arbitrio, non accetta di essere “spento” (accessibile il pulsante dietro la nuca), sogna la palingenesi di un mondo rigenerato dall’altruismo e dalla solidarietà, percepisce – non programmato com’è a cogliere le contraddizioni planetarie – la sofferenza, soprattutto la sua inaccettabilità quando è causata dall’egoismo di una collettività assai poco solidale, ottusa e violenta. Al punto di…

Macchine come me, con toni anche di raffinato umorismo (memorabili la scena del tradimento, i consigli eno-gastronomici di Adam e amaramente sarcastico suona il titolo), affronta originalmente problematiche oggi nodali: la prospettiva regressiva di una società schiava dell’inazione per l’impiego su larga scala di dispositivi meccanizzati, le conseguenze etiche legate alla messa a punto di congegni sorretti/guidati da principi morali e imperativi categorici afferenti la possibilità di scelte immediate sottratte alla labilità psichica dell’uomo, i rapporti fra deontologia e personalità, i limiti del pensiero e le modalità del pensare. Una curiosità: il film di R. Scott, cui abbiamo più volte accennato, risale al 1982, anno nel quale è ambientato l’intreccio narrativo…quello dell’azione filmica era l’allora futuribile 2019. Non una coincidenza, forse, e ha ragione Antonio D’Orrico: “Accademici svedesi, che tanto avete bisogno di riscattarvi, cosa aspettate a premiare McEwan? Non creiamo un altro caso Philip Roth”.[3]

Marco Camerini

L’autore della recensione acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere a seguito di riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

 

[1] I termini non sono sinonimi perfetti e l’argomento meriterebbe ben più ampia analisi. Rimandiamo in proposito all’esaustiva, preziosa Guida alla letteratura fantascientifica di C. Bordoni, Odoya 2013.

[2] “Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danni”…inclusi quelli morali? N.d.A

[3] A. D’Orrico, Il male di vivere sbaraglia l’algoritmo, “La lettura”, 6 ottobre 2019.

“Da un altro mondo” di Evelina Santangelo. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio 

'.jpgDa un altro mondo di Evelina Santangelo (Einaudi) è un romanzo denso di pietà umana e tensione civile, ambientato nel 2020. Questa datazione ha la funzione di conferire ai fatti narrati il carattere di una minaccia incombente, come chiarisce l’autrice in un’intervista su Letteratitudine. La dedica “a chi non è arrabbiato”, individua lettori non accecati dalla passione, dalla rabbia e perciò atti a comprendere l’altro mondo, distante dal loro, ma costituito da un’umanità inconsapevole e dolente. Il romanzo non ha una trama unica, ma un’articolazione di trame che si svolgono a Bruxelles e a Palermo, con una appendice nella Pianura Padana emiliana. A Bruxelles Karolina, disperata per l’assenza del figlio, probabilmente affiliatosi al terrorismo islamico, lo cerca incessantemente ma invano. Per caso in un hard discount incontra Khaled un ragazzo siriano e commossa dal vederlo così sperso gli compra degli oggetti, tra cui un trolley rosso. Khaled approfitta della generosità della donna per fare le provviste necessarie ad affrontare il viaggio da nord a sud fino al mare, l’inverso di quello compiuto qualche tempo prima. A Palermo intanto avvengono in una scuola fatti misteriosi, improvvisi aumenti e diminuzioni di alunni, che inquietano la maestra Giovanna e il maresciallo Vitale, combattuto tra l’osservanza della legge e la voce della coscienza. Intanto le forze dell’ordine indagano su un  ragazzo con un trolley rosso, accusato di avere aggredito un camionista in una piazzuola d’autostrada, e sugli episodi allarmanti di Palermo. Le notizie, diverse dai fatti già noti al lettore informato dal narratore onnisciente, rimbalzano, sempre più gonfie di minacce, in televisione e sui giornali prima, poi sui social vicini alla politica, che ha eletto a suo tema peculiare la “sicurezza della gente per bene”, suscitando e orchestrando la paura nei confronti degli immigrati. L’eco dilaga nella Pianura Padana emiliana, “quell’invasione di clandestini stava compromettendo la vita della gente”, giunge fino al solitario e burbero Orso e agli altri anziani avventori di un bar convincendoli del pericolo. Le notizie sempre più inquietanti strombazzate dai media accendono gli animi dei ragazzotti violenti e sfaccendati, capeggiati da Rambo 2, che si lasciano trascinare fino a incendiare il vicino accampamento Rom. Ma la vita sorprende Orso, come gli altri personaggi, e senza che se ne accorga si ritrova in casa un bambino immigrato a cui con sempre minore riluttanza dà cibo e cure, esponendosi alla violenta vendetta di Rambo 2. Quando si riprende dalle botte e non trova più il bambino dice al fido Lupo: Andiamo a cercarlo. Con questa battuta che fa presagire un qualche scenario futuro, e una tenue speranza di umanità ritrovata, si chiude il romanzo. La società contemporanea appare nel racconto fluida e incompiuta; nessun personaggio ne coglie il senso complessivo. Tutti sono inseriti in una trama fitta di relazioni, osservate dalla scrittrice con sguardo preciso ma radente, per scelta privo di scavi psicologici e di profondità di sfondo. Soltanto le date, i luoghi, le circostanze sono dichiarati con zelo. Ne risulta una prospettiva plurale e caotica dove ogni personaggio cerca invano di affermare le sue ragioni. La scrittura scorre con naturalezza in una lingua limpida e vivace.  Soltanto Orso usa il dialetto padano nelle imprecazioni. L’effetto complessivo è quello del rispecchiamento dell’oggi non soltanto italiano, ma europeo, realizzato mescolando la concretezza alle cose quotidiane con elementi fantastici a volte surreali. Da un altro mondo interroga la nostra coscienza, ci carica di responsabilità di fronte ai  grandi temi attuali , per questo è un libro civile.

GABRIELLA MAGGIO

 

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“Il segreto, l’attesa, Penelope ed Enrico V: “Berta Isla” di Javier Marías” di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini  

Sullo sfondo di una Spagna in cui si consuma l’interminabile fine del Franchismo, tra minacce golpiste, attivismo dell’Eta, omicidi di stato dei temibili “Sociales” alimentati dal vento del Maggio francese e radicato perbenismo borghese filo-monarchico, si accende, con “ardente, precoce e risoluta passione”, l’amore di una vita, “definizione che si dispensa assai spesso ad un prescelto quando questa non ha fatto che cominciare e non si ha la minima idea di quanti amori potrà albergare né di quanto potrà essere lunga”.

978880623743HIG.JPGDi Tomás Nevison (padre inglese, madre spagnola), occhi inquieti ed inquietanti, ironico, brillante, impenetrabile, fascinoso come (a scelta) un pilota anni ‘40/un musicista/un attore alla G. Philipe, miracolosamente versato nelle lingue e destinato a sicuro successo in (a scelta) finanza, diplomazia, politica, carriera universitaria si innamora al liceo, con la cieca, primitiva cocciutaggine di una passione “elementare e arbitraria, estetizzante e presuntuosa”, Berta Isla, protagonista dell’ultimo, omonimo romanzo di Javier Marías (Einaudi, 2018).

Madrilena da cinque generazioni, di una “bellezza mora, temperata, dolce e imperfetta”, non abbagliante ma capace di turbare, sprigiona tutto il magnetismo di un’allegria spontanea, impaziente, anche sfacciata, capace di convertirsi repentinamente in tristezza o rabbia e, comunque, convivere con un carattere risoluto e coraggioso che la condannerà ad “insediarsi indefinitamente nell’attesa” di un uomo tenacemente desiderato e incomprensibilmente spinto (per sua scelta? Che significa scegliere? Chi è veramente libero di farlo?) a trascorrere un’esistenza “itinerante, logora, clandestina, finta, vicaria, usurpata, ingannevole, confinata…defunta”.

Vera, moderna Penelope, impossibile per lei  “chiudere definitivamente con ciò che non sarà mai limpido né sgombro, ma sempre oscuro e fumoso” e che nemmeno, forse, è mai realmente stato. Durante il lungo fidanzamento la Musica del caso (P. Auster) prima che una consuetudine diffusa in contesti sociali altolocati anni ’60, induce Berta a vivere il primo rapporto fisico con il mai dimenticato, candido, non sfuggente né mortificato banderillero “sciolto” Esteban Yanes e Tomás – talentuoso studente ad Oxford – ad incontrare chi, meno seducente di Calipso, suonerà sullo spartito del suo destino come una tragica, inattesa stonatura. Troppo versatile il giovane nell’imitare gli altri (gesti, sfumature dialettali, sorta di Zelig che rinvia al J. L. Romand de L’avversario di Carrère) per non attirare l’attenzione dei Servizi di Intelligence britannici i cui agenti possono nascondersi dietro paludati docenti oxoniani (MI5, MI6 e quanto rimane del PWE di Delmer e della sua temibile “guerra sporca” antinazista), troppo ingenuo per non illudersi che “il segreto sia una forma suprema di intervento nel mondo – una realtà priva di tenebre è destinata a sparire per sempre e chi agisce nell’ombra “lo turba e lo pungola il mondo” – e condurre una vita fittizia significhi, su questa terra, aggiungere o levare, sommare o sottrarre: “un filo d’erba, un granello di polvere, una guerra, un po’ di cenere, un vento, dipende. Ma qualcosa”.

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L’autore del libro, lo spagnolo Javier Marías

Di fronte ad un evento che rimanda palesemente a Domani nella battaglia pensa a me (non è l’unica affinità), alla fine troppo impaurito per non (dover) comprendere che i servizi segreti sono “una convenzione che si accetta come si accettano senza obiezioni gli accidenti, le malattie, le catastrofi, le fortune”…e le disgrazie, soprattutto quando, incolpevoli, si vuole evitarle anche a costo di perdere – amandola quasi quanto lei ama lui – la sua donna, nell’istante stesso (1974) in cui la sposerà.

Ci fermiamo qui negli accenni al plot narrativo cercando, semmai, di evidenziare perché Berta Isla è, probabilmente, il miglior romanzo di un autore straordinario e molto amato. I temi programmatici della sua poetica, da Un cuore così bianco a Gli innamoramenti compaiono tutti: il tempo, che scorre inesorabile anche quando crediamo ci attenda, agisce sulla nostra coscienza desta o dormiente, consuma, snatura e deforma i volti, (con)fonde luoghi ed oggetti affidati ad istantanee che ostracizzano/cancellano contorni e lineamenti, l’illusorietà dei rapporti sentimentali (“tutto ciò che prova l’amato appartiene al campo dell’immaginazione. Non lo si può mai sapere con certezza […] non si può sapere neppure se le dichiarazioni più ardenti siano verità o convenzione, se siano sentite o siano quello l’altro crede di provare o è disposto a dire”), il potere ipnotico del sogno, quello devastante del caso, l’attesa come ineluttabile condizione di sopravvivenza (“quando si aspetta per troppo tempo si scopre di essere ormai abituati ad aspettare: forse è meglio che tutto rimanga incerto e fluttuante per coltivare la speranza che la nostra esistenza possa tornare ad essere come vorremmo, o avremmo voluto, fosse”), il sottile confine fra la vita e la morte, la persistenza/necessità del ricordo – “la pessima memoria del mondo, labile, dubbiosa, mutevole ce ne porge la possibilità su un piatto d’argento” – e, fra tutti, il mistero che, per lo scrittore, costituisce il nostro status naturale: “non sapere nulla, muoversi a tentoni, essere ingannati e, ancor più, mentire”. Talmente ossessivo questo archetipo, che azzardiamo l’ipotesi sia, per Marías, alla fine necessario in amore e non ne costituisca un limite: per alimentarne l’intensità, salvarne il fascino, mettere in fuga la stanchezza della perfezione e far sì che il legame non divenga “un baule o un secchio della spazzatura o un mobile”.

Mentre, però, lo sviluppo di queste tematiche, nelle precedenti opere, era affidato per lo più alle monologanti riflessioni introspettive dei singoli personaggi, rese attraverso uno stile “vertiginoso e ricco”, come ha ben sottolineato Mario Fortunato, non esente da un certo “narcisismo”[1] a tratti criptico e involuto (a detta di molti lettori, che ora non hanno più alibi), qui viene da un lato tradotto in una avvincente e ben congegnata struttura noir (una sola pecca – trovatela! – del resto nessuno esige il rigore del giallista, ci mancherebbe…anche la sceneggiatura de La donna che visse due volte faceva acqua e non citiamo a caso il gioiello di Hitchcock), dall’altro assume un respiro storico del tutto inedito.

Così la vicenda dello struggente “innamoramento in assenza” della protagonista viene scandita dagli accadimenti dell’ultimo trentennio del XX secolo: il contraddittorio post-franchismo del “macellaio di Malaga” Arias Navarro e di Adolfo Suarez (nomina regia), l’era pre-thatcheriana di Callaghan, Wilson e Heath, la sanguinosa questione irlandese con il “Bloody Sunday” di Londonderry del 1972 e “L’uccisione dei Caporali” a Belfast nel 1978, la “piccola guerra” delle Falkland e quella immane del Vietnam, lo scandalo Watergate e la caduta del Muro dello scandalo, ma anche dai risvolti culturali, dalle icone filmiche, dai miti musicali degli intensi anni ’80 (Beckett e Cassavetes venerati entrambi) nonché dalla persistente presenza di scrittori e testi evidentemente cari all’autore: Melville, Faulkner, i classici della “Letteratura del ritorno” (Il Colonnello Chabert, La moglie di Martin Guerre, Dumas e il più autorevole, Omero…lo strano caso di Mattia Pascal lo aggiungiamo noi d’ufficio alla lista) con Eliot e Shakespeare a svolgere il ruolo di virtuale coro che lega gli snodi dell’intreccio. Stavolta non Riccardo III ma – felicemente – l’Enrico V che, travestito, si infiltra fra i suoi soldati per spiarne umori e pensieri.

Non ci meraviglieremmo se avesse pensato prima al riferimento che alla struttura della trama…grandezza del Bardo. In conclusione un’osservazione sullo stile che – come ben sa chi lo conosce – è spesso aforistico (abbiamo riportato molte citazioni testuali, che assumono valenza assoluta…imbattibili quelle sull’amore), sontuoso, ipotattico. Il narratore è, alternativamente, esterno onnisciente (compare una felice definizione di questa funzione narratologica, brillantemente legata al ruolo dell’agente segreto)[2] e interno (focalizzazione sulla protagonista, che riporta solo il poco che sa, altra geniale intuizione), mentre alcune scene vengono descritte, come ne L’amante di Yehoshua – maestro in questo – da entrambe le ottiche, spesso assai diverse. Carver o Franzen, De Lillo o Kent Haruf non spenderebbero due righe per descrivere capelli e occhi di un personaggio: secondo gli esponenti della narrativa americana – e qui il discorso si farebbe lungo – sono i fatti narrati a determinarne l’aspetto anche fisico, oltre che psicologico. Marías vi indugia con una raffinatezza unica, che accresce il piacere della lettura e di cui non possiamo rendere conto se non, brevemente, in nota:[3] anche questo fa di Berta Isla (insieme a Giuda di Amos Oz) uno degli esiti letterari più interessanti ed intriganti degli ultimi anni. Già un classico.

 MARCO CAMERINI 

 

NOTE

[1] M. FORTUNATO, “Incantesimo di coppia”, L’Espresso, 24 giugno 2018, p.96.

[2] “Non ha nome e non è un personaggio, viene creduto e ci si fida di lui. Si ignora perché sa quello che sa, perché omette quello che omette e come mai ha il potere di determinare il destino di tutte le sue creature, c’è ma non esiste, è evidente che esiste ma è introvabile, è indiscernibile e neppure l’autore, che se ne sta a casa sua, può spiegare come mai sa quello che sa”, pp. 107-108.

[3] “Agli occhi chiari mancava solo un minimo di curvatura per risultare sporgenti, e se fossero stati di un tono più chiari sarebbero stati color vino bianco passito, giallastri”!

 

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Si è spento lo scrittore Sebastiano Vassalli

La morte improvvisa di Sebastiano Vassalli di recente candidato al Nobel

È stato stroncato da un male incurabile. La chimera del 1990 è il suo capolavoro tradotto nel mondo e adottato a scuola accanto aiPromessi sposi. Aveva appena terminato un nuovo romanzo, Io, Partenope, in uscita il 12 settembre, quando avrebbe ritirato il premio Campiello alla carriera. Nelle sue opere, pubblicate da Einaudi, Interlinea e Rizzoli, viaggi nel tempo e metafore della società contemporanea alla ricerca del carattere nazionale degli italiani. Mercoledì dalle ore 10 camera ardente alla Biblioteca civica negroni di Novara e funerali civili alle ore 17,30 al Broletto di Novara, con una lettura no stop dei suoi testi a cura della sua casa editrice novarese.

Sebastiano Vassalli

È mancato improvvisamente per un male inguaribile lo scrittore novarese Sebastiano Vassalli che di recente aveva ricevuto notizia della candidatura ufficiale dell’accademia svedese al premio Nobel 2015 per la Letteratura. L’autore della Chimera, romanzo nel 1990 premio Strega da poco riedito nella “Bur”, tradotto in tutto il mondo e molto adottato nelle scuole superiori accanto ai Promessi sposi, è nato a Genova nel 1941 ma fin da piccolo ha vissuto a Novara; viveva da anni in un’antica casa in mezzo alle risaie in località Marangana dove conduceva un’esistenza sobria e riservata, quasi eremitica, dedicandosi alla scrittura. L’annuncio è stato dato dalla moglie e dal Centro Novarese di Studi Letterari. I suoi libri sono pubblicati da Einaudi, Rizzoli e Interlinea. Aveva appena terminato un nuovo romanzo, Io, Partenope, in uscita il 12 settembre, quando avrebbe ritirato il premio Campiello alla carriera.

Mercoledì dalle ore 10 camera ardente alla Biblioteca civica negroni di Novara e funerali civili alle ore 17,30 nell’antico al Broletto di Novara, luogo di memoria storica e letteraria dove trascorse l’ultima notte di dolore la giovane Antonia protagonista della Chimera.Nell’occasione Interlinea ricorderà l’autore invitando a un reading no stop del suo capolavoro durante l’apertura della camera ardente in biblioteca, di cui vassalli è stato testimonial.

I maggiori dati biografici di Vassalli sono raccolti nel sito dello scrittore www.letteratura.it/vassalli. Negli anni anni ’60 e ’70, dopo la laurea in Lettere con una tesi sull’arte contemporanea e la psicanalisi discussa con Cesare Musatti e durante un primo periodo di insegnamento, spicca l’attività di pittore ed esponente della neoavanguardia nell’ambito del Gruppo 63. Ha infatti esordito con testi poetici affermandosi con alcune prose sperimentali (tra cuiNarcisso del 1968 e Tempo di màssacro da Einaudi) travasando nella pagina, attraverso un furore linguistico e una satira culturale, le inquietudini politico-sociali di quegli anni. Rispetto a queste esperienze giovanili, Abitare il vento del 1980 segna il primo tentativo di un distacco e di una svolta. Il protagonista, come nel successivoMareblù, si sente incapace di cambiare il mondo con metodi trasgressivi e rivoluzionari (e poi si chiede: contro chi?). Vassalli cerca quindi nuovi personaggi o, meglio, una letteratura pura (in questo senso è per lui emblematico il poeta Dino Campana, la cui vicenda è ripercorsa nella Notte della cometa, la prima opera della stagione narrativa matura) e una dimensione esistenziale anch’essa pura, come la fanciullezza, che è al centro della ricerca delle origini della società odierna nel romanzo L’oro del mondo, ambientato nel dopoguerra. Intanto Vassalli non smette di indagare il mondo con eclettismo intellettuale (si pensi ai pamphlet Sangue e suolo e Il neoitaliano). L’investigazione letteraria delle radici e dei segni di un passato che illumini l’inquietudine del presente e ricostruisca il carattere nazionale degli italiani è quindi approdata prima al Seicento con La chimera, un successo editoriale del 1990, poi al Settecento diMarco e Mattio, uscito l’anno dopo, quindi all’Ottocento e agli inizi del Novecento prima con Il Cigno nel 1993 e successivamente conCuore di pietra, dove ricrea un’epopea della storia democratica dell’unità d’Italia fissando come protagonista una grande casa di Novara. Nei libri a cavallo del Duemila lo scrittore si è avvicinato al presente riscoprendo anche il genere del racconto, soprattutto con La morte di Marx e altri racconti del 2006 e L’italiano dell’anno successivo, prima del ritorno al romanzo fondato sulla storia con Le due chiese, del 2010, anno in cui, alla vigilia dei settant’anni, ha dato alle stampe un’autobiografia in forma di intervista, Un nulla pieno di storie, presso Interlinea, la casa editrice dove è uscita anche la raccolta di saggi e letture Maestri e no e vari testi.

Attenzione privilegiata ha sempre dedicato al territorio novarese ricevendo anche il premio alla carriera Dante Graziosi/Terra degli aironi per la narrativa di pianura. Tra i suoi atti d’amore per i suoi luoghi vanno ricordati almeno Il mio Piemonte, con fotografie di Carlo Pessina, e Terra d’acque. Novara, la pianura, il riso, con presentazione di Roberto Cicala, con fotografie a colori, editi da Interlinea, come Il robot di Natale e altri racconti, Natale a Marradi. L’ultimo Natale di Dino Campana e di recente Il supermaschio da Alfred Jarry. Interventi militanti di Vassalli sono stati pubblicati sui quotidiani “La Repubblica”, “La Stampa” e “Corriere della Sera”, negli ultimi anni con la rubrica “Improvvisi”. Nel 2014 con Terre selvagge è passato a Rizzoli, che a fine primavera ha pubblicato Il confine. È del maggio 2015 la candidatura ufficiale dall’accademia svedese al premio Nobel per la Letteratura.

Un profilo video dello scrittore su YouTube:https://www.youtube.com/watch?v=wuofOCuOExw

Scheda biobibliografica su Sebastiano Vassalli: http://www.novara.com/letteratura/bibliografia900/vassalli.htm

Il sito dello scrittore: http://www.letteratura.it/vassalli/

Vassalli su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Sebastiano_Vassalli

Una battuta dello scrittore sulla sua terra di risaie: https://www.youtube.com/watch?v=R41b8eU4K0c

(Testo ricevuto via mail dall’Ufficio Stampa Interlinea in data 27-07-2015)

“Consigli a un giovane ribelle” di Christopher Hitchens, recensione di Lorenzo Spurio

Consigli a un giovane ribelle
di Christopher Hitchens
Einaudi, Torino, 2008
ISBN: 978-88-06-19298-7
Numero di pagine: 116
Costo: 12€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

In ogni epoca ci sono persone che in qualche modo si tengono fuori. E non si esagera dicendo che l’umanità è molto in debito con queste persone, che si sia disposti o meno a riconoscere il debito (in ogni caso, non aspettarti di essere ringraziato. La vita di chi è contro, a quanto pare è difficile) (pp. 4-5).

 

sChristopher Hitchens, scrittore, giornalista e saggista di origini inglesi, è considerato uno dei maggiori opinionisti del giornalismo liberal americano. Nacque nel 1949 a Portsmouth in Inghilterra, paese nel quale esordì con i primi scritti attorno al “gruppo letterario” londinese creato con gli amici e colleghi Martin Amis e Ian McEwan. Resta celebre per le sue pungenti critiche e per le aspre polemiche nei confronti di personaggi del calibro di Madre Teresa, Lady Diana, Bill Clinton, solo per citarne alcuni. Dal temperamento irruento e dalla critica mista a satira estremamente spietata, Hitchens si è aggiudicato negli anni ’90 un posto all’interno della letteratura contemporanea come uno degli scrittori più controversi e contestati. Si ricordi, inoltre, la sua ferma difesa nei confronti dell’amico Salman Rushdie che, nel 1989, alla pubblicazione dei Versetti satanici, venne praticamente minacciato di morte dalla comunità islamica fondamentalista che proclamò contro di lui una fatwa per la ritenuta blasfemia del suo libro.

Provocatore, ribelle, contestatore, intellettuale arrabbiato, scrittore critico e meticoloso. Un uomo che, per dirla in altre parole, se non fosse nato nel nostro secolo di sicuro avrebbe fatto una brutta fine. Perché quando si dissente su qualcosa –di qualsiasi cosa si tratti- il popolo è pronto a darti contro. E’ ovvio, poi, che più si attaccano dei personaggi alti, celebri o addirittura “mitizzati”, più è difficile non perdere i sostenitori della prima ora. Ma Hitchens non è uno spavaldo provocatore. E’ una mente ribelle, è vero, che, però, si è sempre battuto in ciò in cui credeva, fino alla sua morte avvenuta prematuramente nel 2011.

In Italia non mi risultano che a tutt’oggi siano stati portati avanti studi su di lui, un autore che, più che scrittore, può essere considerato un giornalista, per la sua pervasiva attenzione nei confronti di una serie di realtà sociali di rilevante importanza: la guerra, la religione cattolica e quella islamica, il fondamentalismo, la politica americana e tanto altro.  Due le opere ritenute più grandi: Consigli a un giovane ribelle e Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, in Italia tradotti e pubblicati entrambi da Einaudi.

Già dai titoli delle opere citate ci si rende conto che Hitchens sfugge a quella che è la tradizione letteraria, quasi sfidandola. Consigli a un giovane ribelle, pubblicato in America nel 2001, è una raccolta di lettere che l’autore scrive e finge di inviare a un ipotetico ragazzo. In realtà sono dirette a tutti i ragazzi e, dunque, a una intera generazione. Con queste lettere l’autore cerca di aiutare il giovane spaesato in questa nostra attualità a farsi strada partendo dal presupposto che è imprescindibile farsi valere, esporre il proprio io, anche se questo può a volte portare a situazioni scomode o addirittura perseguibili. Le lettere utilizzano un linguaggio semplice e facilmente fruibile e l’autore inserisce qua e la riferimenti ad autori e testi da lui letti con particolare attenzione, primo fra tutti il rimando al J’accuse di Emile Zola.

Si parla di conformismo, tacito consenso, populismo e facile convincimento e, al contrario, di atteggiamenti ribelli, scontrosi, autonomisti, dissidenti: «Il nobile appellativo di “dissidente” deve essere guadagnato piuttosto che proclamato; esso connota sacrificio e rischio, e non semplicemente disaccordo, ed è stato consacrato da tanti uomini e donne esemplari e coraggiosi. “Radicale” è un termine utile e onorevole –sotto molti profili è il mio preferito-  ma bisogna avvalersene con mille precauzioni di cui ti parlerò in un’altra lettera. Le espressioni che restano – “cane sciolto”, “mina vagante”, “ribelle”, “giovane arrabbiato”, “rompiscatole” –hanno tutte qualcosa di affettuoso e di riduttivo, e forse per questo suonano un po’ condiscendenti. Se ne potrebbe dedurre che la società, come una famiglia benevola, tollera e addirittura ammira l’eccentricità» (p.3).

gty_christopher_hitchens_nt_111026_wgIl tutto viene fatto portando ad esempio degli episodi realmente accaduti dall’autore nei quali fa numerosi riferimenti alla storia, alla politica e alla letteratura (non quella di impostazione classica ossia che “tutti dovrebbero conoscere”, ma alle sue letture di genere). Si parla di individuo e di alterità, della personalità e della società sottolineando come spesso possano sorgere disparità di visioni, incongruenze e veri e propri conflitti i cui prodotti finali non sono che la supremazia di un’idea sugli altri (dittatura, totalitarismi, censura) e, dall’altra la marginalizzazione e prevaricazione: «Spesso il “battesimo” di un futuro dissenziente avviene in maniera imprevista, in virtù di una resistenza spontanea a un episodio di fanatismo o di prepotenza, o come sfida a qualche idiozia psicologica» (p. 11).

Questo libro, che pure è stato considerato come un manifesto al ribellismo, è un pacato proclama del rispetto delle idee altrui, un carteggio piacevole che fa riflettere e che ci chiama a giudicare noi stessi, gli altri e il mondo. Hitchens rianima il nostro orgoglio e fa assopire la nostra disistima. A termine della lettura, il giovane sarà più conscio del suo posto nel mondo.

Ascoltare gli altri, sì, ma non dimenticare mai l’importanza di dover essere ascoltati.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 19-01-2013

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Domani esce “Miele”, nuovo romanzo di Ian McEwan

a cura di LORENZO SPURIO

Esce domani in Italia presso Einaudi il nuovo libro di Ian McEwan, Sweeth Tooth, tradotto in Miele. Lo scrittore britannico, che è stato recentemente insignito del Jerusalem Prize e che è stato in Italia, a Pordenone,  per ritirare il Premio “La storia in un romanzo”, regala al lettore un “romanzo di idee”, come piacque a lui riferirsi a una nuova stagione della sua produzione narrativa a partire dal 1997, inaugurata con Enduring Love, tradotto in Italia con L’amore fatale, contenente la storia di un inguaribile erotomane.

McEwan, grande amico e collega di quel gruppo di scrittori affermatisi soprattutto a partire dagli anni ’80 tra cui Martin Amis, Salman Rushdie e Christopher Hitchens, è considerato uno dei maggiori scrittori al mondo e spesso ritenuto come papabile per il premio Nobel per la letteratura. Esordì alla fine degli anni ’70 con due raccolte di racconti, First Love, Last Rites (Primo amore, ultimi riti) e In Between the Sheets (Fra le lenzuola) con le quali presentava l’uomo contemporaneo alle prese con i danni della psiche con le sue nevrosi e manie non mancando di tratteggiare squarci di infanzia deviata e aberrazioni sessuali. Un esordio che gli valse il poco felice nickname di “Ian Macabre” dal quale, però, nel corso della sua lunga carriera è andato distanziandosi. Celeberrimo il romanzo Atonement (Espiazione) pubblicato nel 2001  e portato sulle scene da un fortunatissimo adattamento di Joe Wright. Con quell’opera McEwan è stato a ragione considerato e inserito nel filone della grande tradizione del romanzo inglese, da Jane Austen passando alle Bronte, sino a Dickens e Lawrence. Per un’analisi più approfondita sul romanzo, è consigliato il mio recente saggio dal titolo Flyte & Tallis. Cliccare qui per saperne di più.

Il nuovo romanzo, Miele, propone una detective story ambientata negli anni ’70. Non è la prima volta che l’autore inserisce le sue storie in una cornice storica precedente al nostro oggi: si ricordi ad esempio il clima pesantemente moralista e pieno di tabù degli anni ’60 in On Chesil Beach o la violenza della guerra fredda in Black Dogs (Cani neri). La protagonista del nuovo romanzo, Serena Frome, è una spia che durante la sua attività segreta si innamorerà dell’opera e poi della persona di un giovane scrittore, Tom Haley. Ci sono vari riferimenti biografici all’autore nell’opera a partire dal personaggio di Serena Frome basato, come l’autore stesso ha rivelato, su una sua vecchia ragazza, deceduta nel 2003. Nell’opera figura anche l’amico-collega Martin Amis ed è dedicata in apertura all’altro grande amico, Christopher Hitchens, recentemente scomparso per un tumore.

Niente depravazione se si pensa alle opere d’esordio dell’autore, dalle quali spesso ha preso distanza osservando che erano “lavori giovanili”, anche se pure in questo romanzo si parla abbondantemente di sesso, sessualità e relazioni. Questo aspetto costituisce un filo rosso nell’intera produzione dell’autore se si pensa ad esempio ai recenti romanzi Saturday (Sabato) dove il personaggio Henry Perowne, nonostante le varie vicissitudini di una singolare giornata di lavoro, riscopre la bellezza di fare l’amore con la moglie e in Solar dove il protagonista, il poco affidabile fisico Micheal Beard, non è altro che uno stanco collezionatore di esperienze amorose.

Ampia la critica giornalistica sul romanzo uscito in lingua inglese appena due mesi fa. C’è da augurarsi che in Italia abbia altrettanto successo. La storia, come è stato sottolineato da varie recensioni, interseca il genere spionistico con la storia d’amore, non mancando di mostrarsi al lettore particolarmente avvincente per la consueta e consolidata abitudine dell’autore di narrare facendoci entrare direttamente in scena.

a cura di LORENZO SPURIO

11/11/2012