Emanuele Marcuccio, poeta palermitano, intervistato da Suroeste, rivista italo-venezuelana

Intervista internazionale (testo spagnolo a fronte) a Emanuele Marcuccio[1], la prima parte da pag. 116 a 123, del numero di aprile della web-magazine italo – venezuelana “Suroeste”, la seconda parte sarà online nel numero di maggio.


[1] EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974. Ha conseguito la maturità classica nel 1994. Coltiva dal 1990 con particolare dedizione il genere poetico; nel 2000 ventidue sue poesie sono apparse nel Volume antologico Spiragli 47 per l’Editrice Nuovi Autori di Milano. Varie poesie dell’autore sono apparse su Antologie poetiche e riviste nazionali e straniere e nel 2009 l’autore ha pubblicato la sua prima silloge di poesie intitolata Per una strada (SBC Edizioni) contenente la sua intera produzione poetica riguardante il periodo dal 1990 al 2006.

Dal giugno 2010 è collaboratore editoriale della casa editrice Rupe Mutevole dedicata alla scoperta di nuovi talenti; dall’ottobre 2011 è direttore onorario del blog di promozione culturale “Vetrina delle Emozioni”, curato dalla scrittrice e poetessa Gioia Lomasti e collaboratore della rivista online di letteratura Euterpe. Marcuccio ha scritto anche vari aforismi (di prossima pubblicazione nel Volume Pensieri minimi e massime), alcune poesie e pensieri ad argomento religioso, tuttora inediti e, negli ultimi tempi, ha curato una serie di interviste per “Vetrina delle Emozioni”. Sta terminando di scrivere un dramma epico in versi, ambientato in Islanda, a cui lavora fin dal 1990.

La poesia… nella sua real bellezza / Primavera (Dittico poetico di Monica Fantaci ed Emanuele Marcuccio)

La poesia… nella sua real bellezza

DI Monica Fantaci

Si schiude la verità

nel suo principio,

rinascita,

desìo,

incanti visti,

brillanti sfiorati,

vocalizzi di coristi,

di natura imbrattati,

canzoni dei musicanti

offerti dal creato,

allegri e andanti

nel sorriso soffiato,

si accresce,

si aggiorna,

fuoriesce,

ritorna

l’euforia,

la gaiezza,

la poesia

nella sua real bellezza.

© Monica Fantaci

 

 

Primavera

 DI Emanuele Marcuccio 

Olezzo di primavera,

fresca, aurata:

ascolto lo stormir di foglie

e il gentil chiacchiericcio

di uccelli festanti.

Canta la primavera,

nel pianto d’un bimbo

c’è la vita

e la silenziosa calma.

Canta la primavera

su per le fronde

e per gli arbusti accesi;

per i ponti e per le valli

s’innesta un ardore infinito,

ricco di luminosa calma.

 (5/10/1999)

© Emanuele Marcuccio

(Emanuele Marcuccio, Per una strada, p. 86, SBC Edizioni, 2009, pp. 100)

(Entrambe le poesie sono protette dai diritti d’autore. Pubblicate ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l’autorizzazione dei rispettivi Autori.

La riproduzione, anche parziale, senza l’autorizzazione dei rispettivi Autori è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge).

GLI AUTORI HANNO ESPRESSAMENTE CONCESSO LA PUBBLICAZIONE DELLE LORO DUE POESIE SU QUESTO SPAZIO INTERNET. 

“Ultimi pensieri di un robot” di Emanuele Marcuccio

a cura di Emanuele Marcuccio

Blade Runner è uno di quei film che ho iniziato ad apprezzare con il tempo, tanto da arrivare a metterlo nella mia top five personale.
È il capolavoro di Ridley Scott ed uno dei migliori sci-fi che siano mai stati girati; l’epica scena della morte di Roy mi ha sempre affascinato, chi non ricorda le sue ultime parole!

«Io ne ho… viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…

Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione…

 e ho visto i raggi “b” balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser…

 e tutti quei… momenti andranno perduti nel tempo…
Come… lacrime… nella pioggia…

 è tempo… di morire…».

Roy Betty, la vittima, salva la vita al proprio carnefice, vincendo in se stesso l’invidia e l’odio che ha sempre nutrito verso il genere umano; dimostra così la sua superiorità ed il livello massimo di conoscenza acquisiti, al punto da accettare la morte senza alcuna resistenza e la colomba che viene liberata e si libra in volo, a mio parere, sta proprio a significare la sua liberazione definitiva.

C’è un libro da cui è tratta l’ambientazione del film, ma non la trama; in questo caso Ridley Scott è andato oltre il libro, è uno di quei rari casi in cui è meglio il film del libro, infatti, è una delle opere minori di Philip K. Dick, il titolo letterale dall’originale inglese è Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, tradotto più liberamente con Il cacciatore di androidi.

Cito da wikipedia: “Lo scrittore morì poco prima dell’uscita del film, e poté vedere soltanto una proiezione privata composta da alcuni spezzoni di lavorazione. Inizialmente molto scettico sull’intera operazione, dato che la sua opera veniva di fatto stravolta, fu in seguito uno dei maggiori sostenitori del film, che non a caso è dedicato alla sua memoria. In particolare Dick rimase molto colpito dal set cinematografico, che a suo dire era stato costruito esattamente come lui aveva immaginato l’ambientazione del romanzo”.

Ispirata alla morte di Roy, nel 1995 ho scritto questa poesia, pubblicata nel marzo 2009, nella mia raccolta Per una strada.

Ultimi pensieri di un robot

O umano mondo avverso,

ch’io mi ribellai,

a ché continuare a lottare?

Il mio sogno elettrico

è morto per sempre.

(27/6/1995)

© Emanuele Marcuccio, Per una strada, SBC Edizioni, 2009, p. 71.

Poesia e commento pubblicato per gentile concessione dell’Autore.

È vietata la riproduzione e la diffusione di stralci o dell’intero articolo senza il permesso dell’Autore.

Recensione a “Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, a cura di Lorenzo Spurio

Petali d’acciaio

di Donatella Calzari

con prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Rupe Mutevole Edizioni, Collana Sopralerighe

ISBN: 978-88-6591-103-7

Costo: 10,00 Euro

Pagg. 48

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ tagliente e ad effetto il titolo della prima silloge di poesie di Donatella Calzari, poetessa che ha già pubblicato alcune poesie su alcune antologie, partecipando tra l’altro a vari concorsi letterari. La prefazione, a cura di Emanuele Marcuccio, indirizza subito il lettore verso un certo tipo di lettura, che deve essere attenta, precisa e aperta a significati e interpretazioni multiple.

La poetica della Calzari è semplice ma mai banale, diretta, concisa nel numero delle parole ma altamente evocativa, chiara e lineare. La poetessa apre la raccolta con un’immagine di doppiezza, quella del clown che nel suo aspetto esteriore è divertente, comico, e fa ridere gli altri ma che dentro è invece triste: “in fondo al cuore/ una collana di tristezza/ da sgranare lentamente/ in solitudine…” (pag. 15). Sono frequenti le immagini antitetiche che la Calzari fornisce con le sue poesie quasi a testimoniare che una cosa, emozione, sensazione, condizione, esiste anche perché ne esiste il suo contrario, come avviene appunto nella figura del clown divertente ma triste, del mare caratterizzato da alta o bassa marea (pag. 17) e il binomio buio-luce in “Ricerca” (pag. 24). L’universo della Calzari è un mondo di doppi, di contrasti, di opposti che mai sono, però, connotati negativamente e che, invece, vengono delineati per esprimere l’eterogeneità delle possibilità.

Tutta la silloge presenta continui riferimenti al mondo naturale, soprattutto alla flora, e la Calzari istituisce spesso paragoni tra l’essere e il mondo vegetale per sottolineare non solo la precarietà dell’uomo ma anche il suo essere continuamente in balia di eventi e condizioni di dimensione e forza maggiore a quelli del genere umano. Un rimando ai giardini inquietanti di Buzzati è presente in “Insidie” dove, però, la poetessa auspica la sua metamorfosi in vilucchio, una pianta rampicante. La poesia della Calzari è naturalista, primitivista nel suo volersi rifare agli elementi naturali, alle piante, agli animali; importantissima è la presenza del vento richiamato in varie liriche, il mezzo che porta cambiamento, “dilania/ conduce/ disperde […] distrugge/ feconda” (pag. 26).

E mentre le poesie della Calzari sfuggono via pagina dopo pagina, così come gli innamorati che depennano i petali di una margherita nel famoso gioco d’illusione e di speranza, siamo consapevoli che, al termine del libro, il lettore ne esce arricchito e che quei petali d’acciaio, quelle schegge di lamine pungenti e luccicanti che il titolo evoca in realtà non sono che profumatissimi e soavi lembi di un qualche fiore che, solo nell’unità, ci consente di apprezzare il tutto, fatto, appunto, di tante parti che insieme costituiscono l’essenza delle cose.

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

I Concorso Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

BLOG LETTERATURA E CULTURA

RIVISTA EUTERPE

RIVISTA SEGRETI DI PULCINELLA

BLOG INTINGENDO D’INCHIOSTRO

LETTERE ANIMATE EDIZIONI

Organizzano il

I Concorso Nazionale di Poesia “L’arte in versi”

Edizione 2012

BANDO DI PARTECIPAZIONE:

1. Il concorso prevede un’unica sezione di partecipazione, la poesia. All’interno della  sezione si distinguono due categorie:

  1. Poesia in lingua italiana
  2. Poesia in dialetto (accompagnata, però, da relativa traduzione in italiano)

2. Il tema del concorso, al quale ci si deve attenere, è “Filosofie, credenze e sistemi di pensiero”.

3. La partecipazione al concorso è gratuita.

4. Saranno accettati testi editi o inediti, non superiori ai 30 versi.

5. Ogni autore può partecipare presentando un massimo di due testi poetici con l’accortezza di inviare su file diversi ogni poesia. E’ possibile partecipare a entrambe le categorie di cui al punto 1 del presente bando.

6. Assieme al file contenente la poesia va allegato, pena squalifica dal concorso, un file contenente i seguenti dati informativi:

NOME E COGNOME

LUOGO E DATA DI NASCITA
INDIRIZZO DI RESIDENZA
E-MAIL DI CONTATTO
NUMERI DI TELEFONO FISSO E/O CELLULARE
TITOLO DEL TESTO

SEZIONE A CUI SI PARTECIPIA (vedi punto 1 del presente bando)

ATTESTAZIONE DELLA PATERNITA’ DEL TESTO CHE SI PRESENTA, copiando in calce questa attestazione: Attesto che la poesia che presento al suddetto concorso è frutto del mio ingegno, ne dichiaro la paternità e l’autenticità.

AUTORIZZAZIONE AL TRATTAMENTO DEI DATI, copiando in calce questa attestazione: Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi del D.Lgs. 196/2003 e successive modificazioni.
7. Non verranno accettate poesie che presentano elementi razzisti, pornografici, blasfemi o d’incitamento all’odio, alla violenza, alla discriminazione di ciascun tipo.

8. Non saranno accettate poesie da parte di parenti (fino al secondo grado) dei membri della commissione.

9. Eventuali poesie presentate che sono plagi o furbeschi “copia e incolla” non saranno pubblicate se la giuria se ne renderà conto e, comunque, la responsabilità della paternità dell’opera ricade sugli autori e non sugli organizzatori del concorso, secondo quanto stabilito dal punto 6 del presente bando.

10.L’invio dei materiali avverrà solamente via posta elettronica e gli elaborati dovranno pervenire in formato Word (.doc) o Adobe (.pdf) entro e non oltre il 15 Maggio 2012 all’indirizzo: blogletteratura@virgilio.it specificando nell’oggetto “I CONCORSO L’ARTE IN VERSI”.

11.I testi devono essere completi di tutte le informazioni richieste. La mancanza di qualche elemento richiesto significherà l’esclusione dal concorso. Ogni richiesta di informazione deve essere rivolta esclusivamente allo stesso indirizzo mail.

12. La commissione del concorso è composta da:

Lorenzo Spurio, critico, curatore Blog Letteratura e Cultura e Direttore Rivista Euterpe

Massimo Acciai, poeta e Direttore Rivista Segreti di Pulcinella

Monica Fantaci, poetessa, curatrice Blog Intingendo d’Inchiostro

Francesca Fiorletta, critico e redattrice di Le reti di Dedalus

Emanuele Marcuccio, poeta e curatore editoriale di Lettere Animate Edizioni

Marzia Carocci, poetessa e critico letterario recensionista

Patrizia Poli, scrittrice, recensionista e curatrice di Laboratorio di Narrativa

Martino Ciano, scrittore

Annamaria Pecoraro, poetessa, redattrice di Segreti di Pulcinella e Euterpe

Iuri Lombardi, scrittore e redattore di Segreti di Pulcinella e Euterpe

Luciano Somma, poeta, autore di canzoni e critico d’arte

13. La commissione selezionerà le migliori venti poesie. (Ulteriori testi considerati meritevoli potranno essere selezionati ma non più di venticinque in totale).

14. La commissione giudicatrice si occuperà di diffondere i nominativi dei selezionati e vincitori al concorso nel tempo di un mese dalla data di scadenza dello stesso tramite i rispettivi siti, blog, riviste i cui indirizzi sono riportati in calce a questo documento. Tutti i  partecipanti, inoltre, riceveranno una mail in cui verranno informati dell’esito del concorso.

15. Le poesie degli autori selezionati verranno pubblicate in un’opera unica a cura delle Lettere Animate Edizioni, diretta da Roberto Incagnoli, nella collana “Insieme” curata da Antonella Ronzulli. Il volume, a cui verrà assegnato regolare codice ISBN, verrà pubblicato entro sei mesi dalla data di consegna del file e reso disponibile all’acquisto mediante librerie tradizionali e online.

16. Gli organizzatori del concorso letterario potranno, inoltre, organizzare una giornata d’incontro con i partecipanti e i vincitori del concorso nella quale verrà presentata l’opera antologica del premio. In tal caso, tutti i partecipanti saranno previamente contattati con debito preavviso.

17. Eventuali proventi derivanti dalla vendita del volume antologico saranno regolarmente documentati e diffusi attraverso gli spazi in nostro possesso e saranno, comunque, destinati a finanziare future attività artistico-letterarie sempre all’interno dell’obiettivo principale della promozione culturale.

18. La partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento.

20/01/2012

 

www.blogletteratura.wordpress.com

www.rivista-euterpe.blogspot.com

www.segretidipulcinella.it

www.intingendodiinchiostroversiealtro.blogspot.com

www.lettereanimate.com

Intervista a Donatella Calzari, a cura di Emanuele Marcuccio

“Petali d’acciaio” di Donatella Calzari

Rupe Mutevole Edizioni, 2011, collana “Sopra le righe”

intervista a cura del Direttore Editoriale Emanuele Marcuccio

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere poesie?Cos’è per te la poesia?

DC: Per me la poesia è una magnifica forma espressiva, che io amo e coltivo dall’età di sei anni, quindi dai tempi della scuola elementare, periodo in cui la mia insegnante ci dettava poesie di noti autori su un apposito quadernetto. Ho avuto così modo di avvicinarmi ai grandi poeti del passato e di amare le loro splendide opere. A casa, poi, mi divertivo a creare semplici componimenti poetici, che scrivevo su un quaderno “segreto”.

EM: Cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?

DC: In una poesia credo non debba mai mancare il cuore dell’autore, le emozioni e i sentimenti più profondi che, veicolati da un’oculata scelta di vocaboli, possono raggiungere il cuore del lettore.

EM: E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?

Non deve mai mancare, secondo me, l’abilità di usare le parole come il prestigiatore fa con le carte da gioco, suscitando meraviglia, ammirazione e stupore nel lettore. È importante la struttura della vicenda narrata, ma lo è anche la forma, e questo gli scrittori classici lo sapevano bene.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna delle due e perché?

DC: Dal punto di vista stilistico sono vicina all’intimismo: mediante le mie poesie tento di esprimere le situazioni intime e i moti profondi dell’anima. In passato ho studiato la rima e la metrica, ma scrivo in versi liberi per puro gusto personale.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?

DC: L’idea di una poesia si annida nella mia mente e lì rimane per alcuni giorni, in gestazione. Successivamente, in momenti del tutto improvvisi, è pronta per venire alla luce e io sono costretta a procurarmi velocemente carta e penna per fissarla sul foglio. In questa fase esce di getto, però, impiego molto tempo (talvolta mesi) nella sua elaborazione e nella ricerca dei vocaboli più appropriati, rispetto a quanto intendo esprimere.

EM: Sì, la poesia, in fondo, è un cercare di esprimere quello che l’anima detta, personalmente dico che è anima che si fa parola, ma che rimane sempre un cercare di esprimere, un tentare di avvicinarci, come ci insegna Ungaretti in una famosa intervista televisiva del 1961, al punto che non potremmo mai arrivare all’espressione compiuta della propria anima.Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?

DC: È indubbiamente più semplice seguire una narrazione, che deve essere scritta secondo canoni precisi, che rispondono all’esigenza di essere compresa dal lettore. A mio parere, la poesia richiede un approccio differente, meno razionale e più emotivo. Chi si accosta alla poesia, infatti, dovrebbe lasciare in secondo piano l’esigenza di comprensione del testo, importante ma non così necessaria come per la prosa, e dare ampio spazio alle emozioni che le parole dell’autore fanno sgorgare nell’intimo. Come diceva T.S. Eliot “La vera poesia può comunicare anche prima di essere capita”. L’uomo di oggi è molto razionale e questo spiega il fatto che sia meno propenso a lasciarsi andare alle emozioni, accordando la sua preferenza, quindi, alla prosa, anziché alla poesia.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autrice?

DC: In passato, nel tempo libero organizzavo eventi culturali nella mia città, legati alla poesia e alla sua interazione con le altre forme d’arte. Ho anche fondato un’associazione di persone che si dilettavano a scrivere poesie. È stata un’esperienza veramente arricchente, sia dal punto di vista umano, che da quello artistico. Lo scambio di opinioni e commenti relativi ai propri e altrui testi, penso sia di fondamentale importanza.  Da due anni sono iscritta al social network “Facebook”, che permette, in termini più veloci e più ampi, il confronto fra gli autori, dilatandone le possibilità. Un’altra esperienza importante è stata la partecipazione all’Atelier delle Arti 2011, dove ho avuto la straordinaria possibilità di conoscere, ascoltare ed apprezzare, fra gli altri artisti intervenuti, scrittori e poeti di fama nazionale e internazionale: Umberto Piersanti (candidato al Nobel per la Letteratura nel 2005), Elisabetta Rasy, Alessandro Zaccuri, Isabella Leardini, Guido Conti, Milo De Angelis e molti altri…

EM: Perché proprio questo titolo Petali d’acciaio?

DC: Il titolo Petali d’acciaio è un ossimoro, che è poi un accostamento di parole dal senso apparentemente contrastante. Quando ho inviato le poesie a te, in qualità di curatore dell’opera, per partecipare alla selezione per la pubblicazione, avevo già in mente questo titolo, che mi è venuto così, spontaneamente. Curioso è invece l’aneddoto riguardante l’immagine di copertina. Dapprima ho pensato a un fiore, poi a una rosa, infine a una rosa rossa, ma non riuscivo a trovare la rosa che rendesse l’ossimoro del titolo. Un  giorno su “Facebook” mi sono imbattuta in una rosa rossa con un’evidente cristallizzazione sul bordo dei petali: faceva proprio al caso mio! È risultata appartenere a un blogger turco, ma alla fine, grazie al tuo prezioso aiuto, come ricorderai, ho ottenuto l’autorizzazione all’utilizzo dell’immagine, ed ecco la splendida rosa che potete ammirare sulla copertina!

EM: Sì, una copertina davvero splendida, temevo proprio di non riuscire a mettermi in contatto con l’autore di quella foto, un blogger turco! La poesia di Petali d’acciaio che ti è più cara o che ritieni più significativa?

DC: Tutte le poesie contenute in Petali d’acciaio, prima di superare la selezione per la pubblicazione, hanno dovuto superare la mia selezione personale, quindi sono quelle a me più care per svariati motivi: alcune mi ricordano particolari momenti della mia vita, altre mi hanno dato molte soddisfazioni ottenendo riconoscimenti a concorsi, altre ancora sono piaciute molto a coloro che le hanno lette. Posso dire, però, che ce n’è una che si distingue per essere l’unica dalla tematica sociale: si tratta di “Clochard”. Ricordo che era l’inverno del 2007 e spesso, tra le notizie del telegiornale c’era, purtroppo, quella del decesso di un senzatetto a causa del freddo. Io mi sono posta la stessa domanda che probabilmente si è affacciata alla mente di molti: “Com’è possibile che ai giorni nostri si possa ancora morire di freddo e di stenti in città ricche di ogni comfort, quali sono le nostre?” Per me è uno scandalo! Così, all’ennesima notizia del genere, mi è sgorgata dalla mente e dal cuore questa poesia.

CLOCHARD

A chi importa

se porto a spasso

brandelli di vita

rattoppata alla meglio

e buchi di coscienza

vuoti di solitudine

rotonde eclissi di sole?

A chi importa

se il contapassi dell’esistenza

segna centinaia di vite vissute

in una sola

sotto cieli infranti di uragani?

A chi importa

se vivo randagio

sotto ponti illuminati

da lune mai sorte

su fiumi di parole

rotolate invano?

A te importa?

Tre anni dopo, grazie a un reportage televisivo, ho scoperto che esistevano squadre di volontari che si occupano proprio di individuare le persone in difficoltà nelle notti più rigide dell’inverno e di riscaldarle e rifocillarle. Si trattava di associati alla fondazione “Fratelli di San Francesco d’Assisi”. Ho cercato l’indirizzo su internet e ho scritto loro una lettera di plauso e ringraziamento per il loro prezioso operato, rammaricandomi di non potervi partecipare io stessa e allegando la mia poesia, come piccolo, piccolissimo contributo. Mi ha risposto il Direttore che, con mia grande sorpresa, mi ha ringraziata a sua volta, affermando che l’attenzione, l’incoraggiamento e il sostegno della gente li spronano a proseguire giorno dopo giorno nella loro opera di accoglienza, assistenza, integrazione e promozione umana delle persone in difficoltà e senza fissa dimora. Ha anche aggiunto apprezzamenti per la mia poesia, dicendo che l’avrebbero inserita in qualche loro pubblicazione. Quando si dice che le poesie arrivano dove neanche l’autore può immaginare…

EM: Cosa ti ha spinto a voler pubblicare il tuo libro?

DC: Per molto tempo non ne ho sentito l’esigenza, infatti, come ho raccontato prima, ero più interessata a organizzare eventi culturali relativi alla poesia e a confrontarmi con chi, come me, amava scrivere. Purtroppo, per gravi problemi familiari, sono stata costretta ad abbandonare questa attività. Non ho mai smesso, però, di coltivare l’interesse per la poesia così, grazie a “Facebook”, ho partecipato, più che altro per gioco, alla già citata selezione. Quando ho ricevuto la proposta di pubblicazione da parte di Rupe Mutevole Edizioni, ho riflettuto e ho scoperto di aver maturato alcune motivazioni, che si facevano sempre più urgenti: la poesia, la musica, l’arte in genere, secondo me, hanno il potere di contrastare, in qualche modo, l’indifferenza e la barbarie che purtroppo stiamo vivendo nella società di oggi, così anche un libro, nonostante sia una goccia nell’oceano, unita ad altre gocce, può contribuire a farci vivere in un mondo migliore, può tenere alta l’attenzione per la via della bellezza e “la bellezza”,  come disse Dostoevskij, “salverà il mondo”. Ed ecco Petali d’acciaio, che raccoglie poesie scritte dal 1992 al 2007, con l’aggiunta di alcune poesie più recenti.

EM: Quali sono i tuoi poeti preferiti, ce n’è uno in particolare?

DC: Ne amo moltissimi, ma la mia trilogia è composta da: Rabindranath Tagore, Federico Garcia Lorca e Pablo Neruda. Tra i poeti italiani prediligo Ungaretti e Alda Merini. Ci sono stati tempi in cui mi sono dedicata allo studio di alcuni poeti, ma attuato in modo, direi, singolare: di un autore volevo leggere tutte le composizioni poetiche che aveva scritto e, come potete immaginare, questo lavoro richiedeva una grande risorsa di tempo e di energie. Nella mia vita, quindi, posso dire di aver letto tutte le poesie di Ungaretti, Montale e Luzi, ad esempio.

EM: E qual è la tua poesia preferita?

DC: Ho nel cuore molte poesie e la scelta sarebbe davvero difficile. Forse potrei parlarvi della prima poesia a cui mi sono affezionata nella vita, una di quelle dettate dalla mia insegnante e scritte nel famoso quadernetto: si tratta di “Natale” di Ungaretti.

NATALE

di Giuseppe Ungaretti (1916)

 Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare

 Ero una bambina allegra, sorridente, solare ed è davvero curioso che abbia prediletto questa poesia tanto triste, in cui un uomo chiede, nonostante sia Natale, di essere lasciato “in un angolo come una cosa dimenticata”. Anche ora, però, nonostante le caratteristiche della mia personalità siano le stesse di allora, prediligo poesie malinconiche ed il motivo rimane oscuro e misterioso anche a me.

EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

DC: Per anni la lettura ha rivestito il ruolo di mio hobby preferito. Ricordo che leggevo opere impegnative come “I fratelli Karamazov”, “Delitto e castigo”, “Umiliati e offesi” di Dostoevskij, “Guerra e Pace” di Tolstoj. Amo da sempre i classici russi, ma ho letto opere di ogni genere: mi è sempre piaciuto spaziare. L’ultimo libro, anche se non di recente pubblicazione, che ho trovato affascinante e incantevole è stato “Le braci” di Sandor Marai.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

DC: Sì, c’è: il genere horror, sia relativo ai libri che ai film. Non sopporto emozioni di tensione e ansia crescenti, forse perché ritengo che la vita reale me ne riservi a sufficienza. Non sopporto neanche il genere aggressivo e violento, ne devo già assumere una buona dose, mio malgrado, nella realtà sociale odierna.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

DC: Amo la mia terra, la mia regione e, in modo viscerale, la mia città, a favore della quale investo da anni le mie energie dal punto di vista culturale e anche professionale, poiché esercito qui la professione di docente. Certo è un ambiente climatico umido, nebbioso e malsano, così mi piacerebbe, nel periodo estivo, “migrare” in località situate al mare o al lago, ma è soltanto un sogno.

EM: Tra poesia e prosa, cosa scegli e perché?

DC: Scelgo senza dubbio la poesia, ma non disdegno neppure la prosa. Ho scritto alcuni racconti brevi, pochi, per la verità, ma che mi hanno dato grandi soddisfazioni a livello di riconoscimenti nell’ambito di concorsi. La prosa richiede, però, tempi ed energie di cui attualmente, sono priva ma, in futuro, chissà, non si può mai dire.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

DC: No, non ho un sogno nel cassetto, li conservo negli armadi perché sono moltissimi! Ogni tanto uno riesce a uscire fuori e allora sono rari momenti di straordinaria felicità!

EM: Come ti sei trovata con Rupe Mutevole Edizioni, perché l’hai scelta, la consiglieresti?

DC: Mi sono trovata molto bene a vari livelli.  Tu e Gioia Lomasti, i collaboratori coi quali ho avuto a che fare, siete persone straordinarie, dal punto di vista professionale e anche umano. La Casa Editrice ha pubblicato la raccolta proprio nella veste che io desideravo: attuale e di impatto visivo; cura molto i particolari, caratteristica che apprezzo particolarmente. Inoltre, ma non da ultimo, condivido pienamente le motivazioni di fondo del loro operato e la specifica attenzione alle problematiche sociali, che si traduce in forme di solidarietà.

EM: Grazie, svolgiamo il nostro lavoro con passione, anzi, io non riesco a considerarlo un lavoro, sarà perché siamo anche degli autori e la nostra casa editrice propone ai suoi autori di diventare anche collaboratori e curatori. Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

Necessari no, ma importanti sì. È impossibile per un autore sapere a priori se una sua poesia toccherà o meno il cuore del lettore, a questo livello, ad esempio, i concorsi sono utili per capire dove l’obiettivo è stato centrato. Naturalmente essi non costituiscono l’unico parametro: esistono casi in cui poesie che non hanno ottenuto riconoscimenti ufficiali sono, invece, amate e ricordate da coloro che le hanno lette e, talvolta,  vale il viceversa.

EM: Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?

DC: Non sono nella posizione di dare consigli, ma in quella di riceverne. Ad ogni modo, penso che, prima di cimentarsi nella scrittura, sia bene diventare accaniti lettori e si debbano studiare le tecniche di scrittura.

EM: Qual è la tua opinione riguardo alla scrittura su commissione?

DC: Ci sono autori che riescono con facilità a scrivere su commissione; li ammiro molto in quanto hanno un dono di cui io sono del tutto priva. Le mie poesie nascono liberamente e mai in seguito a sollecitazioni di alcun tipo.

EM: Il grande poeta, scrittore e drammaturgo dell’ottocento francese, Victor Hugo, ha scritto che la poesia non appartiene al poeta: «Fino a che punto il canto appartiene alla voce e la poesia ai poeti? / La poesia non appartiene solo al poeta / perché non è lui a decidere il senso, / perché il poeta sa soltanto in parte, / ciò che la poesia finirà col dire»Sei d’accordo con questo assunto, se sì in che misura?

DC: Sì, sono pienamente d’accordo: la poesia assume, per ciascuno, significati anche differenti, talvolta, rispetto a quanto intendeva esprimere l’autore. Ho avuto prova di questo, leggendo i commenti alle mie poesie espressi su “Facebook” dai lettori: molti di essi hanno suggerito interpretazioni molto interessanti e assolutamente nuove per me, che ne ero l’autrice.

EM: Sì, è proprio vero, anche con le mie poesie ho avuto la stessa esperienza. Vuoi anticiparci qualcosa su una tua prossima pubblicazione o, su quello che stai scrivendo?

DC: La mia prima raccolta è stata pubblicata lo scorso novembre, quindi è prematuro parlarne. Un’idea l’avrei, ma non mi pronuncio, rimarrà un mistero, per ora…

A cura di Emanuele Marcuccio                                                   

6 gennaio 2012

QUESTA INTERVISTA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DI EMANUELE MARCUCCIO.

Intervista a Gianni Mauro, a cura di Emanuele Marcuccio

Intervista Gianni Mauro

a cura del Direttore Editoriale Emanuele Marcuccio

EM: Innanzitutto, io, tutto lo staff di Vetrina delle Emozioni e soprattutto la nostra cara presidente, Gioia Lomasti, ti ringraziamo per aver accettato di rilasciare questa intervista, in esclusiva per il nostro blog. Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere, quando hai scritto la tua prima poesia?

GM: Ho iniziato da ragazzo. Erano dei semplici esperimenti di come utilizzare le parole per dare immagini. Arthur Rimbaud diceva: «Le vocali sono colori, ed io disegnavo con le parole».

EM: Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?

GM: La poesia è musica. E l’elemento fondamentale della poesia è appunto il ritmo e la musicalità.

EM: Cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?

GM: Non deve mai mancare l’anima. 

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare? Utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna delle due e perché?

GM: Utilizzo entrambe le forme per fare versi. Ma ritorno al discorso di prima, ci vuole emozione, musicalità, armonia.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?

GM: Da un minuto ad un anno. 

EM: Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia? E perché uno scrittore sceglie di scrivere poesie?

GM: Diceva William Faulkner che la poesia è la forma più elevata, ma nel contempo più complicata per esprimere sensazioni, emozioni. Condensare in pochi o parecchi versi il senso della vita è difficilissimo. Il romanzo lascia più possibilità di dire e forse di farsi capire. Il pubblico non vuole sforzarsi molto ad approfondire per capire. La poesia ti costringe a fare sforzi interpretativi non semplici. Uno scrittore non scrive poesie, ci prova! Il che è completamente diverso. Scrivere una poesia non vuol dire mettere insieme delle parole. Vuol dire mettere su un foglio con forza e autenticità la disperazione o l’allegra nostalgia della propria anima.

EM: Preferisci scrivere a penna o al PC?

GM: Io da sempre scrivo tutto prima a penna e poi man mano trasferisco sul computer.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività artistica e letteraria?

GM: Ho un background spaventoso di collaborazioni e confronti con i massimi artisti italiani, sia a livello teatrale che musicale. Ho fatto con loro (Rascel, Bramieri, Gabriella Ferri, Oreste Lionello, Pippo Franco, Gigi Proietti, Detto Mariano, Franco Migliacci, Piero Pintucci, Dino Verde e tanti altri) palestre estreme ed avendo già innato in me il senso dell’arte, mi hanno dato il valore aggiunto. Per quanto riguarda la letteratura, io sono un lettore attentissimo da circa 40 anni. A 16 anni leggevo Pirandello, Kafka, Pavese, Sartre. Leggo tutti i giorni almeno ottanta pagine. Vado da Schopenhauer a Faulkner, da Dino Campana a Gaudapada, da Dostoevskij ad Esenin.

EM: Come nasce in te l’ispirazione? Come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

GM: Chiesero a Pirandello come avesse fatto a scrivere tanti straordinari capolavori. Il maestro rispose: «Io? I capolavori? Non ne so nulla. Io mi siedo alla scrivania, e mi limito ad appoggiare la penna su un foglio bianco, poi mi estraneo».

EM: Sei autore di due raccolte di poesie, ce ne vuoi parlare?

GM: Sono dei Divertissement. Io in realtà sono da trenta anni un autore di canzoni malinconiche od ironiche. Collaboro spesso come autore con Proietti, Arbore e tanti altri. Avevo nel cassetto tante cose scritte e mi hanno proposto di pubblicarle. Erano tante emozioni in versi. Le case editrici sanno che sono ritenuto un bravo autore e quindi sono contenti di mostrare una faccia più o meno inedita di me.

EM: Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare?

GM: Lavoro con la discografia e quindi con gli editori discografici da una vita. Ho venduto milioni di canzoni nel mondo. Ho scritto e scrivo per il teatro. Mi hanno proposto di pubblicare romanzi, poesie, saggi. L’idea mi divertiva e l’ho fatto. Tutto qui.

EM: Ci parli della tua nascita come artista? Com’è iniziata la tua carriera di cantautore e attore teatrale?

Negli anni settanta studiavo Giurisprudenza a Napoli e mi dilettavo a suonare la chitarra e ad eseguire cover di De André, Guccini, Claudio Lolli. A volte scrivevo io delle canzoni, ma senza nessun tipo di velleità. Lo facevo per dire qualcosa di malinconico o di dissacrante sul momento storico che stavo vivendo, sui miei amori o non-amori e così via. Un giorno per caso conobbi un mio coetaneo di una ventina di anni, come me, che aveva suonato (era un musicista) e suonava come turnista (il turnista è un musicista che suona in sala discografica) alla R.C.A. di Roma (all’epoca la major della discografia mondiale, in America aveva Elvis Presley, Paul Anka e tanti altri grandissimi; in Italia aveva Battisti, Cocciante, Patty Pravo, Mia Martini e, i debuttanti, all’epoca, De Gregori, Rino Gaetano, Venditti, Baglioni e tanti altri). Ascoltò i miei brani, mi chiese una cassettina e la portò ad ascoltare ad alcuni dirigenti ed editori della R.C.A. Tempo due mesi (era il 1975), fui contattato dalla R.C.A. che mi fece firmare un contratto in esclusiva come autore e cantautore. L’anno dopo uscì Il 45 giri Lunedì. Gabriella Ferri se ne innamorò e lo inserì in un suo LP. E così iniziò il mio percorso di autore, che mi porta oggi ad aver scritto e pubblicato in Italia e nel mondo tantissime canzoni, e ad essere uno degli autori di Proietti. Il lavoro di attore teatrale iniziò in quegli anni. Fu notata la mia forte presenza di palco, la gestualità, la mimica e, nel 1978 lavorai con Proietti, poi con Rascel, poi con Bramieri, Pippo Franco, Oreste Lionello e tanti altri. Oggi continuo a farlo, con divertimento, anche se per poco tempo, perché le mie priorità sono il lavoro di autore e di scrittore e innanzi a tutto, la lettura, lo studio e la ricerca.

EM: Per il nostro blog è un grande onore che tu abbia accettato, con tutti gli impegni che avrai, di rilasciarmi questa intervista, a me che non sono un giornalista e, capirai, quasi non mi sembra vero! Ci parli del tuo sodalizio artistico col grande e compianto Rino Gaetano?

GM: Emanuele caro, è per me un grande piacere ed  un onore aver potuto parlarti di frammenti della mia vita, dei miei pensieri,dei miei vissuti, dei miei presenti, dei miei futuri progetti. Sei un bravissimo poeta ed un uomo squisito, intelligente, colto, attento. Ed io ho sempre amato comunicare con le belle menti, ormai, purtroppo, rarissime. Parlerò brevemente di Rino, perché ricordarlo è comunque il riaprire un’antica ferita, difficile da rimarginare. Il 2 Giugno di quest’anno la sorella Anna ed il nipote Alessandro mi hanno invitato a portare una mia testimonianza in occasione dei trenta anni dalla scomparsa di questo caro amico, giovane artista riservato e sensibile. È stato fatto un evento a Piazza Sempione(zona Montesacro) a Roma, a pochi metri da dove avvenne la terribile tragedia. C’erano parecchi artisti italiani. È stato molto toccante l’incontro con Claudio Santamaria (Il bravissimo attore che interpretava Rino, nel film televisivo). Per me perché è stato un po’ come rivedere Rino da ragazzo, per Claudio, perché ha incontrato me e cioè un amico reale e collega di Rino, che oltretutto è rimasto nella storia della musica anche per aver cantato con Rino la canzone Gianna nel ‘78 al Festival di Sanremo, nel coretto demenziale: “Ma dove vai vieni qua…il dottore non c’e’ mai…”. Con Rino siamo stati amici e colleghi alla R.C.A. italiana per anni. Stavamo spesso insieme. Conoscevo bene anche la dolce Amelia che sarebbe dovuta diventare la moglie. Quando convinsero Rino a partecipare a Sanremo(non era granché d’accordo), lui impose alla R.C.A. di portare un minigruppo di amici  sul palco a cantare con lui. E così scelse me, che ero molto vicino a lui per empatie di anima e di arte, Angelo perché ricordava un po’ Ninetto Davoli e due belle ragazze, Angela e Monica. Rino era un ragazzo straordinario, gentile, generoso ed un geniale artista. Rino vivrà per sempre grazie alla sua estrema sensibilità artistica ed umana.

EM: Caro Gianni, sono commosso, l’onore è anche mio ed è un grande piacere anche per me, commosso dalle tue parole e da questo ricordo del grande e indimenticabile Rino! Tra tutte le poesie che hai scritto finora ce n’è una che ti è più cara o che ritieni più significativa?

GM: Io sono un uomo di grande solidarietà, un uomo di compassione (com-patire o meglio patire con, che vuol dire appunto essere presente nella sofferenza, nel dolore, vicino agli emarginati, agli umili, ai violati e violentati dall’esistere). La poesia che mi è molto cara è questa:

Le carezze

Amica mia,

se le mie carezze

riuscissero a lenire

le tue pene,

anche quelle dell’anima,

io carezzerei

il tuo viso delicato

fino a farmi sanguinare

le mie stupide mani.

E se ogni lacrima

del mio sangue

divenisse per te

linfa vitale

io continuerei

a carezzarti

fino a stracciarmele,

a dilaniarmele…

E se pure ne morissi,

morrei contento,

perché avrei comunque

trasfuso in te

un miracolo di resurrezione.

 

EM: Sei autore di una raccolta di racconti, ce ne vuoi parlare?

GM: Sono affascinato dal futurismo, dalla scrittura evocativa, dal simbolismo dal surreale. Ho raccolto ciò in Storie Disordinate di Straordinaria Ordinarietà.

EM: Ci parli del tuo romanzo Vite diverse?

GM: Vite Diverse è nato da una riflessione sul vuoto, come lo concepiva Kerouac e prima di lui Schopenhauer e molti altri filosofi. In realtà il vuoto è quel momento sublime, in cui rendendo la tua mente libera da sovrastrutture (tabula rasa), riesci a far entrare nell’anima, nel cuore il pieno riuscendo così a cogliere l’essenza del vivere.  

EM: A marzo 2011 hai presentato il tuo secondo romanzo Meno di niente Emilia alla storica Saletta rossa della Libreria Guida di Port’Alba a Napoli, sin dagli anni sessanta storico ritrovo di molti poeti e scrittori famosi, come Giuseppe Ungaretti, Alberto Moravia, Umberto Eco, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, autori stranieri come Kerouac, Ginsberg, Klossowski. Ci parli di questo romanzo e di questa importante esperienza?

GM: Meno di niente Emilia è un romanzo sul disagio dell’esistere. Dalla sceneggiatura, che sto finendo di scrivere, verrà tratto un film. La Storia è incentrata sull’enigmatica Emilia. A chi mi chiede (giornalisti, critici) “Chi è Emilia?” io dico di ricordare la scena finale del Così è se vi pare di Pirandello. Quando si chiede alla Signora Ponza: “Ma lei in realtà chi è?”, la Signora risponde, “Per me nessuna, nessuna! Per gli altri, quello che credono che io sia!”. Ebbi occasione di farlo leggere a Mary Attento, editore da anni della storica casa editrice Guida. Ne fu entusiasta e mi propose di pubblicarlo, appunto, con Guida. Ne fui molto lieto perché Guida è un editore famoso, in Italia e nel mondo, anche perché ha pubblicato letterati o drammaturghi del livello di Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Raffaele Viviani. Anche il mio prossimo romanzo sarà pubblicato da Guida. Alfredo Guida è il capostipite di questa importante casa editrice. A lui va inoltre il merito di essersi inventato, negli anni cinquanta, il più importante salotto letterario internazionale: La saletta rossa. Qui si incontravano Hemingway, Kerouac, Moravia, Ungaretti e tanti altri. Quando ho presentato il libro lì ero felice, ma molto inquieto ed emozionato. È stata una meravigliosa esperienza, che fra non molto ripeterò.

EM: Sei autore di testi teatrali, ce ne vuoi parlare?

GM: Ho scritto molti testi teatrali, soprattutto per I Pandemonium. In genere sono testi recitati e cantati. Quello di maggior successo è stato la parodia di Notre Dame de Paris di Cocciante. Il mio titolo in parodia è Il gobbo delle nostre dame.

EM: Quali sono i tuoi poeti e i tuoi scrittori preferiti?

GM: La lista sarebbe lunghissima. Escludo gli autori italiani viventi, non mi interessano, per i poeti il discorso è uguale. Sono molto attento e selettivo. Di quelli che amo dico qualche nome: Baudelaire, Rimbaud, Sandro Penna, Puskin, Majakovskij, Montale, Merini, Ungaretti. Per gli scrittori: Henry James, Jane Austin, Faulkner, Kerouac, Böll, Camus, Sandor Marai, Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj.

EM: E qual è la tua poesia preferita?

GM: Un viaggio a Citera, di Charles Baudelaire:

Come un uccello, gioioso, volteggiava il mio cuore, /

planando liberamente attorno al cordame; /

sotto un cielo limpido la nave scivolava, /

simile a un angelo inebriato da un sole radioso. /

Che isola è mai quella, così nera e triste? È Citera, /

qualcuno risponde, terra famosa nelle canzoni, /

banale Eldorado dei vecchi diversi. /

Ma guardata dappresso, è una ben povera terra. /

– Isola dei dolci segreti e delle feste del cuore! /

Dell’antica Venere il superbo fantasma /

si libra sui tuoi mari come un aroma, /

riempiendo gli animi d’amore e di languore. /

Bella isola di verdi mirti, ricca di fiori schiusi, /

venerata in eterno da tutte le nazioni, /

e in cui i sospiri dei cuori adoranti /

errano come l’incenso su un roseto /

O come il tubare infinito del colombo! /

– Citera non era più che una magra terra, /

un deserto roccioso turbato da stridule grida. /

Ma vi scorgevo un oggetto singolare! /

Oh, non un tempio dalle ombre silvestri, /

dove la giovane sacerdotessa, innamorata dei fiori, /

andava, il corpo bruciato da segreti ardori, /

dischiudendo la tunica alle brezze fuggitive… /

Ma ecco che, rasentando da vicino la costa, /

così da intimorire gli uccelli con le nostre bianche vele, /

ci apparve una forca a tre bracci, /

nera contro il cielo come un cipresso. /

Appollaiati sulla loro pastura feroci uccelli /

distruggevano rabbiosamente un impiccato, già sfatto: /

ciascuno piantando, come un attrezzo, il becco impuro /

in ogni angolo sanguinante di quel marciume, /

gli occhi due buchi, e dal ventre sfondato /

i grevi intestini colavano lungo le cosce; /

quei carnefici, satolli di orribili delizie, /

l’avevano, a colpi di becco, castrato completamente. /

Ai piedi, un branco di invidiosi quadrupedi, /

muso alzato, giravano e rigiravano: /

in mezzo s’agitava una bestia più grande, /

come un boia circondato dai suoi aiutanti. /

Abitatore di Citera, figlio d’un cielo così bello, /

in silenzio sopportavi tutti questi oltraggi /

in espiazione degli infami culti /

e dei peccati che t’hanno negato una tomba. /

Grottesco impiccato, i tuoi sono anche i miei dolori! /

Alla vista delle tue membra penzolanti sentivo, /

come un vomito, risalire ai miei denti /

il lungo fiume di fiele degli antichi dolori; /

Dinanzi a te, povero cristo così caro al ricordo, /

ho provato tutti i becchi e tutte le mascelle /

dei corvi lancinanti e delle nere pantere /

che un tempo amavano triturare la mia carne. /

– Il cielo era incantevole, il mare calmo; /

ma per me tutto era tenebre e sangue, ormai, /

e avevo, ahimè! come in uno spesso sudario /

il cuore sepolto in questa allegoria. /

Nella tua isola, o Venere! non ho trovato che una forca /

da cui pendeva la mia immagine… /
– Ah! Signore, dammi la forza e il coraggio /

di contemplare senza disgusto il mio corpo e il mio cuore! /

 

EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

GM: Guerra e Pace di Tolstoj.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai e perché?

GM: I libri fantasy e quelli di Liala e consimili.

EM: Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia o, che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?

GM: Non potrebbe capitarmi. Vivo di poesia e scrittura e per la poesia e la scrittura. È la priorità della mia esistenza. Vivo per questo ed il resto è tutto molto secondario.

 EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

GM: Io sono nato a Salerno, ma sono andato via più di trent’anni fa e mi sono trasferito a Roma. In realtà ho vissuto più a Roma che a Salerno. Di Salerno ho lontani ricordi. Roma è un meraviglioso presente.

EM: Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?

GM: Amo entrambi i tipi di scrittura. Non scelgo nulla. Evito ciò che non mi emoziona.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

GM: Fra due o tre anni andrò a vivere in Thailandia. Devo capire perché Gauguin l’ha amata tantissimo.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

GM: Fanno operazioni squallide, puntando su Barzellette dei calciatori, o sul tale personaggio del Grande Fratello e similari. E la cultura?

EM: Già, cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

GM: Idem.

EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

GM: Sono avvilenti operazioni di marketing, in cui si sa già chi ha vinto.

EM: Lo scorso agosto ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?

GM: I critici non sono più obiettivi, scrivono bene per chi paga di più.

EM: Quanto è importante per te il confronto con altri autori?

GM: Tantissimo. È un do ut des.

EM: Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?

GM: Voglio dire che scrivere non è un gioco e se non si ha un background culturale fortissimo è inutile tentare di mettersi in gioco.

EM: Cosa pensi delle scuole di scrittura?

GM: Niente!

EM: E qual è la tua opinione riguardo alla scrittura su commissione?

GM: Pessima!

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?

GM: Nel 2013 con Guida Editore uscirà un nuovo romanzo sul disagio dell’esistere: La quadratura del cerchio.

EM: Grazie infinite per la tua disponibilità e tanti auguri per le tue prossime pubblicazioni e per la tua strabiliante carriera!

 

 A cura di Emanuele Marcuccio                                                  

Emanuele Marcuccio intervista Lorenzo Spurio

Intervista a Lorenzo Spurio

a cura di Emanuele Marcuccio

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere e di dedicarti alla critica letteraria?

LS: Oramai scrivo da almeno tre o quattro anni. Mi piace buttare giù delle idee, delle interpretazioni di alcuni dei romanzi che leggo per fare parallelismi o alcune considerazioni più generali.

EM: Cosa significa per te scrivere, cosa non deve mai mancare in un racconto in generale e nei tuoi in particolare?

LS: Scrivere significa esprimersi. Anche se un autore nega che il suo romanzo o racconto non nasce da motivi autobiografici, c’è sempre qualcosa di sé in quello che scrive. Delle cose che abbiamo vissuto o che ci hanno sempre ossessionato, delle manie, delle cose che abbiamo sentito in giro e così viva. È veramente difficile, se non addirittura impossibile, creare una narrazione che non abbia nessun riferimento, diretto o meno, a noi stessi. Credo che quello che non debba mancare è l’originalità. Bisogna trovare sempre un modo per essere originali e non cadere nel banale. Sapersi rinnovare e cambiare, pur mantenendo un proprio stile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo modo di scrivere?
LS: Non saprei dirlo. Mi piace analizzare le scritture degli altri quando mi capita di fare delle recensioni ma non saprei dirti com’è il mio stile perché scrivo sempre di getto. Coloro che hanno letto qualcosa di me la giudicano una scrittura spigliata, attenta ai dettagli ma non in maniera morbosa, piacevole, che non stanca. Però, come si sa, la letteratura è una cosa molto personale: a me può piacere un autore o uno stile, che a tanti può far schifo, per cui non saprei specificare. Di certo è una scrittura contemporanea, che rifugge orpelli stilistici d’altre epoche, la retorica e anche divagazioni filosofiche. Mira al sodo e descrive la realtà com’è, senza mezzi termini.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere un racconto?

LS: Alcuni racconti li ho scritti in meno di un’ora, per altri ho impiegato addirittura dei mesi. Spesso mi capita di scrivere degli incipit e poi di riprenderli dopo molto tempo. Il tempo di scrittura di un racconto per me non è per niente proporzionale alla lunghezza dello stesso: ho scritto racconti abbastanza lunghi in poco tempo e racconti brevi, di poche pagine, in un tempo molto più diluito. Dipende tutto dalla storia che creo e, soprattutto, dall’atmosfera di calma e d’ispirazione che riesco o non riesco a raggiungere in certi momenti.

EM: Chi sono i lettori dei tuoi racconti, a quale o a quali generi letterari possono riferirsi i tuoi racconti?

LS: Credo che non ci siano limiti di età, sesso, religione, etnia etc. Sono trasversali e, dando immagini realistiche (a volte surreali) della realtà, credo che possano interessare tutti: dal ragazzo che può farne una lettura veloce, magari divertente e fine a se stessa, alla persona matura che, invece, dietro quelle che sembrano delle casualità o degli imprevisti, può leggere molto di più. Il libro non lo fa solo lo scrittore, ma anche il lettore. La mia interpretazione dei racconti che scrivo è una ma se qualcuno mi dice che, leggendolo, ne ha avuta una diversa allora non posso che essere contento. Il processo di scrittura deve essere fatto da entrambe le parti.

 EM: Come scrive Marcel Proust ne Il tempo ritrovato: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.»Preferisci scrivere a penna o al PC?

LS: Ho scritto raramente a mano, quando non avevo con me il PC ma è una cosa che cerco di evitare perché poi la ricopiatura può essere noiosa e può accadere che non riesca neppure a decifrare certe parole che ho scritto a mano velocemente a mo’ di scarabocchio. Il computer è un buon amico. Finché non sopraggiungono dei problemi e perdi tutti i dati, cosa che mi è capitata.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di scrittore, giornalista e critico letterario?

LS: La definizione di critico letterario è troppo grande e la lascerei ad altre persone che si dedicano con amore e attenzione alla letteratura sotto questo punto di vista. Ho scritto alcuni testi critici sulla letteratura, è vero, ma non sono un critico letterario. Come dicevo poc’anzi la nascita dell’amore per la letteratura è da localizzare con la mia primissima frequentazione dell’università. È stato quello il germe da cui sono partite varie idee, tentativi di scrittura, progetti e analisi prettamente letterarie.

EM: Lodevole la tua modestia ma, scusami, se scrivi testi critici di letteratura in fondo non fai il critico letterario? Cosa ti manca per esserlo davvero, forse i recensionisti scrivono testi critici di letteratura?

LS: I recensionisti si dedicano a recensire un’opera solitamente nel periodo coevo in cui questa è pubblicata. Se io scrivo un’analisi di Mrs. Dalloway quella non sarà una recensione ma avrà piuttosto la forma di un saggio o di un testo di critica letteraria. Modestia a parte, pur dedicandomi a questo tipo di scrittura con molta attenzione e piacere, devo confessare che non sono molto prolifico sotto questo punto di vista. Una profonda analisi letteraria richiede tempo e più letture, anche a distanza di tempo che ci consentano ogni volta di prediligere un punto di vista diverso.

EM: Capisco, non ritieni di essere un critico letterario perché hai scritto pochi saggi di tal genere. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

LS: Se parliamo dello scrivere i racconti allora non esistono delle fasi, dei modelli o dei percorsi che seguo perché mi piace scrivere di getto, senza stare troppo a pensare. Mi piace rielaborare idee e concetti che mi frullano in mente e assemblarli con alcuni episodi che magari ho vissuto direttamente, cambiandoli, stravolgendoli, mettendoci spesso anche dell’ironia. Se invece parliamo di testi critici letterari però il procedimento di scrittura è completamente diverso. In questo caso l’adozione di un metodo di analisi e di scrittura è necessario. L’inizio sta sicuramente nella lettura attenta del racconto o del romanzo che si analizza, fatta anche più volte e ricorrendo al testo in lingua originale. Poi si circoscrivono alcuni temi che sono fondamentali in quel testo e si comincia ad indagarli, riportando estratti del testo e allargando l’analisi al periodo socio-culturale, storico e letterario. La comparazione con altri testi coevi o che presentano temi analoghi trattati nella stessa maniera o stravolti rappresenta, per me, un contributo ulteriore. La lettura e la rilettura di quanto si scrive è necessaria e doverosa, anche a distanza di tempo. Scrivere un saggio è completamente diverso da scrivere un racconto, si è in un certo qual modo gessati, spersonalizzati. Ma mi piace scrivere entrambe le cose, forse perché con il saggio riesco a straniarmi e guardare il mondo dall’esterno mentre con il racconto mi mescolo con i personaggi e gli episodi.

EM: I tuoi racconti sono stati pubblicati in varie riviste letterarie, ce ne puoi parlare?

LS: È proprio così. Nel momento in cui avevo messo da parte un consistente numero di racconti, di natura anche diversa, ho deciso che era il momento di farli leggere a qualcuno. A qualcuno interessato. A qualcuno competente. A tutti coloro che sarebbero stati contenti di farlo. Per cui è iniziata la ricerca on-line di varie riviste di letteratura e cultura. Ne ho trovate molte, alcune on-line, altre anche cartacee. Alcune prestigiose, altre sconosciute. Alcune tematiche, altre a tema libero. Ho cominciato a proporre alcuni miei testi. Il primo racconto pubblicato è stato “Le spade del conte” sulla rivista Il Leviatano, rivista attualmente chiusa e che ha cambiato nome. Molti racconti sono stati pubblicati su Parliamone, una rivista on-line diretta dal sig. Bartolomeo di Monaco, altri sulla rivista Segreti di Pulcinella diretta da Massimo Acciai e della quale sono redattore. Poi numerose altre tra cui Frigidaire, Aeolo, Il Grandevetro, Osservatorio Letterario, Kenavò, Inverso ed altre. È stata una grande soddisfazione per me essere pubblicato. È giusto però che riconosca che alcune riviste abbiano rigettato i miei lavori e rifiutato di pubblicarli perché non in linea con la veste editoriale o perché considerati non buoni. Come sempre i pareri possono essere diversissimi, ed è giusto che sia così.

EM: Perché hai scelto di scrivere racconti, hai mai provato a scrivere poesie o un romanzo?

LS: Devo confessare che la poesia come genere non mi è mai piaciuto molto. A scuola non le leggevo con particolare interesse e trovavo sempre più semplice ricordarne il contenuto se facevo la parafrasi. Non sarei bravo a scrivere poesie per cui non lo faccio. Quando mi metto a scrivere ho spesso bisogno di esprimere idee anche semplici ma per le quali necessito di molte parole e non sarei in grado di utilizzare un linguaggio conciso, metaforico e condensato per esprimere ciò che voglio dire. Non escludo però che in futuro non ne possa scrivere, anche se rimango molto scettico al riguardo. Ho scritto solo racconti, alcuni dei quali anche abbastanza lunghi tanto da poter essere considerati anche come romanzi brevi. Per ora non ho ancora scritto un romanzo propriamente detto ma è probabile che un progetto di questo tipo possa riguardami in futuro. Per ora trovo il genere del racconto più congeniale e adatto a me: mi consente di creare storie semplici, quotidiane o assurde, con pochi personaggi e di cambiare la storia svoltando con degli episodi epifanici. Con il romanzo credo che non potrei fare tutto ciò e dovrei trovare un modo per coniugare la mia scrittura a questo nuovo genere. Vedremo. Assieme alla signora Sandra Carresi ho scritto già dei racconti a quattro mani abbastanza lunghi che pubblicheremo singolarmente a mo’ di romanzo.

EM: Recentemente hai pubblicato con Lulu Edizioni un tuo saggio critico Jane Eyre, una rilettura contemporanea, ce ne puoi parlare?

LS: Ti ringrazio per darmi l’occasione di parlare di questa mia recentissima pubblicazione. Questa raccolta di saggi nasce dal mio grande interesse e dalla mia grande fascinazione per questo romanzo, capolavoro della Brontë e pietra miliare della letteratura vittoriana.  Il romanzo, al di là della storia della povera Jane a partire dalla sua infanzia fino alla maturità, presenta una serie di temi importanti che pervadono tutto il romanzo: il tema dell’orfano, il tema razziale e coloniale, il tema della moglie pazza, il tema religioso e così via. Si presta a una serie di letture molto eterogenee, tutte interessantissime. È quello che ho cercato di fare in questo libro in cui il metodo di analisi utilizzato è stato quello comparativo. Il romanzo della Brontë è stato studiato confrontandolo con prequel, sequel e riscritture che sono nate proprio da questo mother text. Ho parlato così de Il grande mare dei Sargassi, romanzo dell’anglo-caraibica Jean Rhys, La bambinaia francese, romanzo per ragazzi della sarda Bianca Pitzorno, Charlotte, l’ultimo viaggio di D.M. Thomas e Jane Slayre di Sherri Browning Erwin, riscrittura horror di Jane Eyre. Nel libro si fa inoltre riferimento a numerose altre riscritture recenti dell’antico romanzo vittoriano e si fornisce il testo completo di un’intervista da me fatta alla scrittrice americana Sherri Browning Erwin, autrice di Jane Slayre. Ciò che fuoriesce da questo libro non è altro che una lettura tutta contemporanea del romanzo della Brontë. Oggigiorno sono in pochi a leggere i classici della letteratura e ancor meno in numero coloro a cui piace soffermarsi nella lettura e nell’analisi, per cui spero vivamente che il mio libro riceva un buon accoglimento.

EM: Cosa ti ha spinto a pubblicare il tuo libro?

LS: Una volta aver terminato la stesura di questi saggi e di averli riletti attentamente ho deciso di proporne la lettura ad alcuni scrittori e poeti che ho conosciuto on-line, accomunati dal loro amore per la letteratura. La premessa intuitiva che mi sono fatto è che ogni amante della letteratura doveva per forza conoscere questo grande romanzo. La gran parte lo aveva letto o, comunque, anche se non aveva letto il libro aveva avuto modo di vedere il film e quindi sapeva di che cosa si trattava. Alcuni non l’avevano letto ma non si sono rifiutati di leggere la mia raccolta di saggi, anzi a conclusione della lettura mi hanno detto che avevo fatto nascere in loro il desiderio di leggere il romanzo. Ne sono stato contento. Con la signora Anna Maria Folchini Stabile, poetessa, ho avuto l’occasione di conversare privatamente sulla grandezza del romanzo della Brontë e di scambiare considerazioni ed interpretazioni. Gentilmente ha letto il mio testo e mi ha detto che era interessante e ben costruito, si è limitata a fare un piccolo editing per il quale la ringrazio molto. Mi sono così deciso a pubblicare questa raccolta di saggi nella speranza che, qualcun altro, possa trovarne interessante non solo il contenuto ma l’approccio analitico impiegato.

EM: Personalmente, quando leggo un classico, il mio genere di lettura preferito, gli affianco un saggio sull’opera in lettura, cosa che non sempre mi è possibile. Non ho ancora letto Jane Eyre, anche se è presente nella mia libreria, anch’io lo conosco solo tramite il bel film di Zeffirelli e, sicuramente durante la lettura gli affiancherò il tuo saggio critico. Come ti sei trovato con Lulu Edizioni, perché l’hai scelta?

LS: Avrei preferito pubblicare il mio libro tramite un editore italiano (Lulu è un editore on-line e assegna ISBN americano) ma si sa quanto il panorama editoriale italiano sia inaccessibile soprattutto per un ragazzo che non ha intenzione di sborsare un euro per pubblicare il suo libro. Se poi il ragazzo non ha mai pubblicato niente in precedenza ed esordisce con una raccolta di saggi, gli editori sono ulteriormente scettici. Mi sono detto che non mi andava di aspettare un anno, magari due, prima di trovare un editore che avrebbe fatto il caso mio, così mi sono deciso a pubblicarlo tramite Lulu.com che è una piattaforma on-line molto precisa e ben curata, con spiegazioni accurate per ogni stadio di invio bozze, stampa, diffusione etc.

EM: Quali sono i tuoi autori preferiti, ce n’è uno in particolare?

LS: Ho numerosi scrittori che amo molto. Devo dire che sono anche molto diversi tra loro. Sicuramente devo citare il popolare e controverso Bukowski e l’inglese Ian McEwan, del quale ho letto tutta la produzione e sul quale ho scritto la mia tesi di laurea, John Irving, Jeffrey Eugenides, Philip Roth, Franz Kafka, Italo Svevo e soprattutto Virginia Woolf.

EM: Qual è la tua poesia preferita?

LS: Come ti dicevo sopra, non ho un buon rapporto con la poesia. Questo non significa però che non la legga. Mi piacciono le poesie “elettriche” della fase futurista di Aldo Palazzeschi e quelle crepuscolari di Gozzano, i Sonetti di Shakespeare, le poesie di Federico Garcia Lorca.
EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

LS: Ce ne sono molti e non riuscirei a metterne uno solo, per cui ti dico che tra i miei preferiti in assoluto ci sono Le metamorfosi di Kafka, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Gli indifferenti di Moravia, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Cuore di tenebra di Conrad, Il giardino di cemento di Ian McEwan, Riccardo II di Shakespeare, le raccolte di racconti di Millás e il suo romanzo La soledad era esto. Ma ce ne sono moltissimi altri.

EM: Mi stupisce la tua scelta di Riccardo II, cosa te lo fa preferire al più famoso Riccardo III?

LS: Riccardo II è un re buono, un po’ sfortunato, vittima degli eventi che accadono senza che lui riesca a risorgere dal suo stato di afflitto. È un re debole, che viene detronizzato e che impazzisce (fantastica è la scena della rottura dello specchio nella quale in re non si riconosce più e si avvia a una celebre spersonalizzazione). È Bolingbroke a trionfare. Ancora una volta è il cattivo, il violento, il più forte, colui che poi diverrà Enrico IV. Mi piace come Shakespeare ha tratteggiato questo sovrano sottolineandone la doppia natura, quella regale, della sacralità del corpo e quella fisica, mortale, che lo rende uguale a ogni altra persona. Riccardo III, non è altro che l’ennesimo sovrano inglese violento, assetato di sangue e che non si ferma di fronte a niente. Di sicuro, Riccardo II è un re molto più umano, anche nella sua follia.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

LS: Credo che non è un bene avere idee pregiudiziali nei confronti di un determinato genere, come pure non è una bella cosa nei confronti di un preciso autore. Ripeto nuovamente che la poesia non mi attrae molto, leggo poco di teatro. Principalmente mi soffermo sui romanzi e le sillogi di racconti, ma non rifiuto niente. È sempre bene leggere tutto e cambiare genere può essere proficuo anche come fonte d’ispirazione. Ad esempio Il giardino dei ciliegi di Checov, un’opera teatrale, mi piace molto, così come i drammi storici di Shakespeare.

EM: Leggeresti proprio di tutto, anche romanzi rosa?

LS: Di certo non mi attrae molto la letteratura dei romanzi tascabili Harmony ma recentemente mi è capitato di recensire alcuni romanzi che potremmo definire romanzi rosa. Non che rispecchino il mio stile di scrittura e i miei interessi veri e propri, ma non ho disdegnato di farlo. In fondo, anche Jane Eyre è un romanzo rosa, se vogliamo. Ed è affascinante.

EM: Diciamo molto in fondo… Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla scrittura o, che ti ha allontanato per un periodo da essa?

LS: Ci sono dei momenti in cui ci si trova molto indaffarati per altre cose o semplicemente non si ha l’ispirazione necessaria per creare scrivendo. Non ho avuto dei veri e propri momenti di stasi o di momentaneo abbandono della scrittura sino ad ora.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

LS: Mi piace la regione nella quale vivo, è molto ricca sia da un punto di vista paesaggistico e culturale. Può sempre arrivare il momento in cui la vita di provincia ti va stretta e quindi decidi di cambiar aria. Mi piace molto viaggiare, soprattutto all’estero. Amo la Spagna, ci vivrei se potessi.

EM: Cosa pensi della prosa poetica, è presente nei tuoi racconti?

LS: Non saprei esattamente cosa risponderti. Non so cosa intendi con “prosa poetica”. Credo che vuoi intendere un tipo di scrittura narrativa che ha un significato condensato e criptico come spesso è quello della poesia, una sorta di prosa intimistica e personale. Se è quello che intendi devo dirti che non mi piace molto.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

LS: Sogni e desideri ce li abbiamo tutti, forse anche troppi, altrimenti non saremmo umani. La natura stessa dell’uomo è improntata a desiderare, a volere, ad anelare sempre a qualcosa. È una buona prospettiva per mettersi in gioco di continuo, progettare e darsi da fare. Ovvio che ho dei sogni, ma se la tua domanda successiva sarà “Quali?” allora dovrò risponderti poco elegantemente che i desideri, una volta svelati, non si verificano mai.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

LS: Confesso che non conosco molto dell’editoria italiana. Negli ultimi anni mi sono però trovato spesso a contattare editori per proporre i miei lavori. Credo che l’editoria a pagamento sia non solo un furto ma anche una grande offesa. Chiunque ha da parte dei soldi può pubblicare ciò che vuole anche una collezione di scontrini o di liste per la spesa, chi invece non dispone di denaro e, magari, ha scritto un’opera veramente meritevole, si vede marchiato ed emarginato. Ci sono numerose case editrici che pubblicano senza contributo, sono di piccole dimensioni, e la scelta dei testi, proprio perché pubblicano gratis, è molto selettiva ma, credo, che vale tentare. Ai giovani autori che non sanno chi contattare o come muoversi una volta completata la loro opera sconsiglio gli editori a pagamento, consigliando invece, qualora i loro testi non abbiano trovato buon accoglimento presso editori non a pagamento, di stampare la propria opera con editori online che forniscano il codice ISBN, indispensabile per le vendite. Non posso far pubblicità ma una semplice ricerca in rete provvederà a buoni risultati in tal senso.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

LS: L’attuale panorama culturale italiano è molto eterogeneo e interessante. Ovviamente per cultura non dobbiamo fermarci a considerare solo la letteratura ma parlare anche di teatro, musica, arti figurative e tant’altro. Per quanto concerne la letteratura italiana del momento credo che ci siano pochi nomi che godano di troppa pubblicità e tantissimi nomi, tra cui esordienti, che invece trovano difficoltà ad imporsi a causa del vertiginoso incremento, anno dopo anno, del numero degli scrittori. Credo che le case editrici, le riviste, i quotidiani, i centri di cultura e tutti coloro che si dedicano alla letteratura debbano incrementare le loro attività anche con congressi e convegni, facilitando l’introduzione e la sponsorizzazione di giovani scrittori o di esordienti che, altrimenti, abbandonati a se stessi finirebbero per vendere pochissime copie e rimanere sconosciuti.

EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

LS: Ho partecipato negli ultimi anni a vari premi e concorsi letterari, rigorosamente gratuiti, perché come dicevo non credo nella cultura a pagamento ma non sono mai stato segnalato né ho vinto niente. Appena ho del tempo e trovo bandi di concorso interessanti continuo a partecipare, non mi sono scoraggiato. Credo che sia un buon modo per emergere un po’ dall’attuale atmosfera culturale, farsi conoscere, oltre che sentirsi riconoscere come scrittore e valorizzare la propria opera.

 EM: Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Da critico letterario, cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?

LS: Interessante l’articolo che citi. Mi trovo completamente d’accordo con l’idea di fondo in esso contenuta. Nella società a noi contemporanea il numero degli scrittori, ahimè, è maledettamente superiore al numero dei lettori. Se da una parte può sembrare che la popolazione si caratterizzi per un alto livello di cultura per i loro impegni di scrittura, dall’altra parte il fatto è abbastanza allarmante. È bene che ci siano tanti scrittori ma sono necessari i lettori. Sia lettori del libro inteso come oggetto di consumo che di lettori attenti, critici, recensionisti, che amano analizzarne i contenuti ed i temi a livello più profondo. In parte è quello che faccio attraverso il mio blog, recensendo sillogi di poesie, di racconti e romanzi scandagliando il messaggio di fondo dei libri. Se da una parta abbondano saggi e testi critici su Calvino (per fare un esempio) sono carenti studi su autori contemporanei. Sì, la critica letteraria è di sicuro in declino.

EM: Sì, diciamo che l’autore contemporaneo italiano vivente più trattato dalla critica letteraria è Umberto Eco e pochissimi altri. Cos’è per te la letteratura, come si riconosce un’opera letteraria?

LS: Un’opera letteraria può avere numerose forme. Può essere una raccolta di poesie o di racconti, un romanzo, una raccolta di saggi, un testo teatrale, un testo critico, un diario, una raccolta di lettere. Quello che contraddistingue un’opera letteraria è il contenuto culturale, morale, didattico unito al diletto. Un libro di ricette non ha niente di morale. L’elenco telefonico non trasmette un sapere culturale. L’appartenenza dell’autore a un periodo storico, a una tendenza, a una fase letteraria ci consente di localizzarlo all’interno di una porzione della più ampia storia della letteratura.

EM: Quanto è importante per te il confronto con gli altri autori?

LS: Il confronto con altri autori è di capitale importanza per uno scrittore così come per ogni altro artista. Un regista, scrivendo la storia del suo film, avrà sicuramente in mente delle idee nate o influenzate da alcuni episodi o personaggi visti in altri film. La letteratura, allo stesso modo, è un modo per dire qualcosa di sé con parole degli altri. Quando scriviamo qualcosa non solo ci mettiamo qualcosa di noi stessi ma anche qualcosa degli altri. Degli altri scrittori che leggiamo o che ci affascinano e che, per osmosi, ci trasmettono qualcosa. La letteratura è un continuo processo di analisi, scrittura, riscrittura e rivisitazione di qualcosa. Certi testi non esisterebbero se non ne fossero esistiti altri in passato e, analogamente, non esisteranno mai certi libri se oggi non si scrivessero determinati tipi di libri. Il processo di confronto, comparazione e condivisione con altri autori (non solo vivi e del presente) è importantissimo e viene fatto di continuo anche senza che ce ne rendiamo conto.

EM: Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura?

LS: No. Non ho ricevuto nessun consiglio né li ho chiesti nel momento in cui ho iniziato a scrivere. Per me è stata una cosa tutta mia, tutta personale. Credo che dovrebbe accadere qualcosa di analogo un po’ a tutti coloro che diventano scrittori. Non credo molto agli scrittori su commissione, ai quali viene detto “scrivi un pezzo su X” e loro lo fanno. La scrittura è un processo di creazione libero e spontaneo. Se uno si sente di scrivere lo fa, senza chiedere niente agli altri. Può far leggere agli altri i suoi testi ma consigli sull’inizio dell’attività di uno scrittore per me non ne esistono.  Anzi, troverei estremamente limitante e denigratorio che qualcuno, in virtù della sua esperienza, si offrisse di regalare consigli su come scrivere o cosa non scrivere, come farlo, cosa evitare o come cominciare. Per me le parole “cazzo” e “vaffanculo” possono star benissimo in un certo tipo di racconto e non ci trovo niente di volgare se paragonato alla banalità e alla violenza con la quale siamo abituati giorno dopo giorno. Nessuno deve trasmettere agli altri in maniera preventiva e anticipatoria sedicenti regolamenti su come diventare uno scrittore e cosa evitare. Se proprio un regolamento dello scrittore deve esistere, allora sarà lo scrittore stesso che, mano a mano, andrà creandoselo. Da solo.

EM: Sì, diciamo che quelle due parole servono in massima parte per una caratterizzazione del linguaggio che sia il più aderente alla vita di tutti i giorni. Totalmente diverso, a mio giudizio, è il caso della poesia, il cui linguaggio può anche essere quello di tutti i giorni ma che non necessita il trascendere in termini volgari, proprio perché la poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione e, quei vari termini e verbi indecorosi sono espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro tradendo la poca fantasia, la poca creatività del poeta. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione. Sono solo due le forme di espressione che non accetto in poesia: la volgarità e la bestemmia, termine esteso ad ogni credo religioso. Per te, quindi, le scuole di scrittura non dovrebbero esistere? Anch’io non credo nella scrittura su commissione, soprattutto riguardo alla poesia. Non daresti consigli neanche se te li richiedessero?

LS: Una scuola è sempre un centro di cultura e quindi non può che essere un elemento positivo. Non ho mai frequentato corsi di scrittura, anche se in giro ne esistono molti anche on-line (tutti rigorosamente a pagamento) e non so bene come si svolgono. Se, oltre a dare alcune dritte generali, il corso non preveda una vera e propria sudditanza di stili, di temi e di forme degli insegnanti ai loro studenti sono favorevole. Quando invece si cerca di ingabbiare la creatività di ognuno, perché poco originale o apparentemente volgare, allora sono contro.

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?
LS: Come sai mi occupo di recensioni di libri di esordienti che pubblico poi sul mio blog. Sono un po’ addietro in questo e ho vari libri da leggere, recensire e poi intervistarne gli autori ma riconoscendomi una persona precisa so che porterò a termine tutto. Mi dedicherò alla promozione della mia raccolta di saggi, Jane Eyre, una rilettura contemporanea e mi occuperò della pubblicazione della mia prima raccolta di racconti. Continuerò la collaborazione con alcuni scrittori con i quali ho portato avanti racconti a quattro mani tra cui Massimo Acciai, Anna Maria Folchini Stabile, Sandra Carresi e Monica Fantaci e continuerò la mia attività di collaborazione con le riviste di letteratura e cultura, la direzione della rivista Euterpe e le altre attività che a tutt’ora mi vedono impegnato.

 EM: Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di scrittore e critico letterario, scusami, ma in fondo lo sei!

LS: Sono io a ringraziarti per la tua interessante intervista. Spero di non essere stato troppo lungo con certe risposte e di aver centrato le tue richieste.

EM: Assolutamente, nelle interviste che sto curando non mi preoccupo affatto della lunghezza delle risposte, anzi, auspico che si tramutino in delle autentiche conversazioni tra letterati. Non sono un giornalista ma un autore e curatore editoriale che cerca di promuovere altri autori, come del resto fai anche tu con il tuo blog.

 

A cura di Emanuele Marcuccio                                                                  

6 settembre 2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

“Ingólf Arnarson” di Emanuele Marcuccio, breve introduzione a cura dell’autore

Ingólf Arnarson (*)

di Emanuele Marcuccio

dramma epico

 

Introduzione a cura dell’autore

La mia prossima pubblicazione sarà un dramma epico[1] in cinque atti ambientato in Islanda ai tempi della colonizzazione e sarà intitolato Ingólf Arnarson. Si tratta di un lavoro lungo, frutto di un’attenta ricerca storiografica, che sto seguendo dal 1990. Il poema, pur partendo da alcuni episodi storici documentati[2], sviluppa una trama che è prevalentemente fantastica e che non ha, dunque, nessuna pretesa di carattere cronachistico. Ingólf, personaggio da cui prende il nome l’intera opera, è un personaggio storico-leggendario del folklore islandese mentre gli altri sono frutto della mia invenzione. I loro nomi sono stati ricavati direttamente dall’onomastica islandese (lingua che non conosco ma sulla quale mi sono documentato).

Nel poema mi sono servito di una mia personale e astorica presenza in Islanda di popolazioni indigene di stirpe germanica, di credenza pagana e prossime alla conversione al cristianesimo, alle quali ho contrapposto i normanni (o vichinghi) ossia gli uomini del nord, i norvegesi che furono grandi colonizzatori del nord Europa, di fede pagana. Si tratta, ovviamente, di una mia scelta utilizzata per la caratterizzazione dei personaggi che non è motivata da fondamenti culturali-letterari né storici-documentatistici.

Nel poema definisco l’Islanda con l’antico nome di “Thule”, in riferimento al suo primo scopritore, l’esploratore, astronomo e geografo greco Pitea di Massalia  (380 – ca. 310 a.C.) che, secondo la tradizione, scoprì l’isola durante un viaggio di esplorazione dell’Europa nord occidentale, intorno al 325 a.C. La decisione di ambientare un dramma epico in Islanda, genere letterario inedito nella mia produzione, è scaturita dalla fascinazione verso questo paese nata dalla visione di una brochure con meravigliosi paesaggi di quel paese. Mi sono documentato su quella realtà e ho letto l’interessante racconto ottocentesco Viaggio nell’interno dell’Islanda di Natale Nogaret. A partire dal 1990 ho iniziato la stesura del poema che, come ho già detto, è stata particolarmente lenta e difficoltosa Attualmente sono impegnato con il quinto ed ultimo atto e, benché in molti mi hanno espresso perplessità sulla difficoltà dell’opera sono estremamente contento che un caro amico compositore si è già gentilmente offerto di scrivere le musiche di scena per questo mio dramma. Il sito“freshwallpaper.eu” mi ha, inoltre, autorizzato a utilizzare una loro immagine come copertina del mio poema d’Islanda.[3] L’opera verrà pubblicata nel corso del 2012.

Per maggiori informazioni si rimanda ai contatti dell’autore:

Emanuele Marcuccio

e-mail: marcuccioemanuele@gmail.com

Blog: http://emanuele-marcuccio.blogspot.com/

Pagina Facebook: http://www.facebook.com/emanuelemarcuccio74

                         


(*) Come mi ha fatto notare il filologo Dario Giansanti, direttore e fondatore del progetto “Bifrost”, di cui ringrazio, ho preferito utilizzare la lezione onomastica dell’islandese antico “Ingólf”, piuttosto che il moderno “Ingólfur”.

[1] «In realtà, la collocazione in un genere letterario specifico, è in questo caso un’operazione quanto mai difficile e fuorviante. L’idea iniziale di Marcuccio, dopo una conversazione con il critico Luciano Domenighini, era che l’opera si trattasse di un poema drammatico. In realtà, partendo da un’analisi più attenta è evidente che l’opera ha poco del genere del poema ma condivide, invece, la struttura tipica di un’opera teatrale. L’elemento drammatico è presente, sebbene non possa essere definita una tragedia propriamente detta. Per il fatto che l’opera utilizza una serie di riferimenti e rimandi all’epica germanica, l’opera può esser anche definita come epica, sebbene Marcuccio inserisca anche numerosi elementi di sua invenzione. La catalogazione, dunque, dell’opera come dramma epico sembra a tutt’oggi essere quella più corretta» (dalla prefazione all’opera, curata da Lorenzo Spurio). L’autore ringrazia Lorenzo Spurio per i preziosi consigli nel redigere questa introduzione di presentazione al suo dramma epico e per essersi offerto di scrivere la prefazione.

[2] I riferimenti storici presenti nel poema sono: la colonizzazione dell’Islanda, con l’approdo all’attuale Reykjavík (870-874 d.C.);  l’insediamento eremitico dei Papar, monaci irlandesi (inizio del IX sec. d. C.) e la fitta vegetazione islandese di salici e betulle, in seguito scomparsa, per la costruzione navale, la forte presenza di pecore e l’edilizia.
[3] In merito a ciò, mi hanno risposto come segue: «Well you can use the image for your book cover for free, how you use it, it’s up to you. You can remove the watermark if you wish so (I prefer you won’t but it’s up to you). Good luck with your book».


 A CURA DI EMANUELE MARCUCCIO

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERO TESTO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

“Palazzo”, poesia di Tomas Gösta Tranströmer, premio Nobel per la Letteratura 2011

“Palazzo” di Tomas Gösta Tranströmer

a cura di Emanuele Marcuccio, Direttore Editoriale di Vetrina delle Emozioni

 

In omaggio al grande poeta svedese Tomas Gösta Tranströmer (nato a Stoccolma nel 1931), insignito lo scorso 6 ottobre del premio Nobel per la letteratura, il più prestigioso riconoscimento letterario mondiale, presento alla vostra lettura la sua “Palazzo”, nella traduzione italiana di Franco Buffoni, poeta, scrittore, traduttore e professore ordinario di Critica Letteraria e Letterature Comparate presso l’Università degli studi di Cassino.

Io, tutto lo staff di Vetrina delle Emozioni e, soprattutto la nostra cara presidente Gioia Lomasti, ringraziano il prof. Buffoni per la gentile concessione.

 

PALAZZO

(di Tomas Gösta Tranströmer,

Nobel per la letteratura 2011)

Entrammo. Un’unica enorme sala,

Silenziosa e vuota, dal pavimento

Come ghiaccio per pattinare. Abbandonato.

Tutte le porte chiuse. L’aria grigia.


Alle pareti dai quadri si affollavano

Immagini senza vita: scudi,

Bilance, pesci e figure di combattenti

In un mondo sordomuto sull’altro lato.


Una scultura era esposta nel vuoto:

Da solo in mezzo alla sala un cavallo.

Dapprima non lo notammo

Presi da tutto quel vuoto.


Più debole di un sospiro in una conchiglia

Era il suono, e le voci dalla città

Salivano in quella stanza deserta,

Mormorando e cercando un potere.


Ma anche altro, qualcosa di oscuro

Si installò sulla soglia dei nostri sensi

Senza oltrepassarla.

Scorreva la sabbia nelle clessidre mute.


Era ora di muoversi.

Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco,

Nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso

Rimasta dopo che i principi se ne erano andati.


Il cavallo parlò: “Io sono l’Unico.

Ho disarcionato il vuoto che mi cavalcava.

Questa è la mia stalla. Cresco lentamente.

E mangio il silenzio che regna qui dentro”.

(Tratta da Songs of Spring. Quaderno di traduzioni, Marcos y Marcos, 1999 – Traduzione dallo svedese, di Franco Buffoni)

Una profondissima metafora, anzi una profondissima allegoria del potere e dei potenti insieme. Come se il poeta voglia farci entrare nell’anima di ogni potente della terra, “Silenziosa e vuota”; entriamo in questo “Palazzo” dal pavimento lucido come ghiaccio, quasi una leggera vertigine si percepisce alla lettura, immagini forti e altamente evocative, come nel distico “Ci avvicinammo al cavallo. Era gigantesco, / Nero come un ferro. Un’immagine del potere stesso”. Infine, una chiusa, quell’ultima quartina, straordinaria, in cui i punti fermi alla fine di ogni verso conferiscono un andamento ostinato, perentorio, come una spada che incombe ad ogni “a capo”.

Devo essere sincero, non avevo mai sentito nominare questo poeta, solo dopo la notizia del Nobel e, questo è quello che ho percepito dopo attenta lettura, ma già a prima lettura mi ha fortemente colpito per la sua profondità e, solo apparente semplicità.

Purtroppo, attualmente abbiamo pochissimo di questo poeta in traduzione italiana: dieci poesie, tradotte dal prof. Buffoni e, una sola raccolta delle undici, difficilmente reperibile, Poesia dal silenzio, edita da Crocetti.

Auspico che, con il meritatissimo premio, si proceda al più presto alla traduzione in italiano e all’analisi critica dell’intero suo corpus poetico.

A cura di Emanuele Marcuccio

9 ottobre 2011


E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Marco Nuzzo intervista Emanuele Marcuccio

Intervista a Emanuele Marcuccio

a cura di Marco Nuzzo

 

MN: Su invito di Gioia Lomasti, ho deciso di intervistare Emanuele Marcuccio, poeta, scrittore, aforista e collaboratore editoriale per Rupe Mutevole Edizioni, consigliere onorario per il sito “poesiaevita.com” e caporedattore per il blog “Vetrina delle Emozioni”.

Quando e come nasce il tuo desiderio di scrivere in versi?

EM: Il mio amore per la poesia nasce nel 1985, in prima media, grazie alle lezioni di italiano, tenute dalla prof.ssa di italiano, storia e geografia. Però, solo nel 1988, in quarta ginnasiale ho sentito il desiderio irrefrenabile di scrivere in versi, ma erano solo pasticci, solo esercizi, non erano poesie, scrivevo anche senza essere ispirato – grave errore – solo nell’aprile 1990 (in quinta ginnasiale) scrissi la prima poesia “La scuola è in alto mare”, in un gruppo artistico, durante il periodo delle occupazioni scolastiche, fu subito pubblicata nella bacheca della scuola e, per la prima volta mi chiamarono “poeta”; proprio questa poesia dà l’incipit alla mia raccolta Per una strada, pubblicata da SBC Edizioni nel 2009. Sono stato ben felice di inviarne una copia con dedica autografa alla cara prof.ssa delle medie, ormai in pensione, e non si riteneva degna della dedica.

MN: Cosa vuol dire, per te, fare Poesia e cosa non deve mai mancare in un tuo scritto?

EM: “Poesia” è una parola che deriva dal verbo greco “ποιέω” (poiéo), che significa “faccio”, “costruisco”, quindi, il poeta è colui che fa, costruisce (con le parole). La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni, anche se non si esprimono mai chiaramente ma, come trasfigurati; come ci insegna Ungaretti in una meravigliosa intervista del 1961, non si riuscirà mai ad esprimere appieno la propria anima. Poi, la poesia è anche musica, anzi, la precorre e la contiene in sé ed è la mia maniera di fare musica, infatti, amo molto la musica classica e molte mie poesie sono ispirate dall’ascolto di essa; anche se non scrivo in rima, eccettuate solo tre poesie, solo la rima spontanea contempla la mia poesia, dipoi, la musicalità e la fluidità del verso e, proprio queste ultime caratteristiche non devono mai mancare in un mio verso, oltre alla spontaneità di quello che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”.

MN: Come sono strutturate le tue opere? Utilizzi la metrica, la rima e/o delle figure retoriche particolari e perché?

EM: Nelle mie poesie non utilizzo la metrica, sarebbe troppo vincolata la mia ispirazione, sarebbe come ingabbiata, non mi sentirei libero di esprimermi, anche se il critico letterario e poeta Luciano Domenighini, in un breve saggio critico al mio Per una strada, rileva in alcune poesie delle forme di metrica spontanea, ovviamente nel senso di lasse e non di strofe che, non potranno mai essere spontanee. Recentemente sono stato ben felice di intervistarlo per il blog “Vetrina delle Emozioni”. Seguo una struttura su due fasi fin dal 1990: la prima fase è quella che io chiamo “il primo fuoco dell’ispirazione”, che può giungere in qualsiasi momento con l’affiorare alla mente dei primi versi, quindi, mi metto subito a scrivere in brutta copia su di un qualsiasi foglio o pezzo di carta e, mentre scrivo, penso i successivi versi da mettere sulla carta. Basti pensare che, il grande poeta Giuseppe Ungaretti usava appuntare le sue poesia anche in trincea utilizzando la carta che avvolgeva le cartucce. La seconda ed ultima fase si riferisce alla ricopiatura in bella copia con i vari aggiustamenti grammaticali e retorici, aggiungendo, a volte, anche dei nuovi versi o parole. In seguito, durante la correzione di bozze e in previsione della pubblicazione, potrei operare dei piccoli cambiamenti variando la posizione delle parole, sostituendo qualche parola, la disposizione dei versi, a volte anche gli “a capo”, perché, quello che cerco, oltre alla freschezza della spontaneità, che è la prima cosa, è la fluidità e la musicalità del verso, senza quasi mai usare la rima, servendomi di giochi fonetici delle consonanti e coloristici delle vocali giungendo in alcune poesie alla metrica spontanea, senza mai stravolgere il senso e l’ispirazione primigenia della poesia. E, volendo essere più preciso, da ca. due anni, dopo aver appuntato la poesia su un foglio di carta, non la ricopio subito sul quaderno, ma faccio passare anche una settimana mettendo il foglio in mezzo al quaderno, come se volessi farla “decantare”, anche se sono astemio. Uso le figure retoriche, anche se le uso in maniera spontanea, penso che nessun poeta possa mai prescindere dall’uso di almeno una figura retorica. La figura retorica che uso di più è l’enjambement, poi, mi piace molto l’anafora e indulgo spesso all’elisione, sempre per esigenze di fluidità del verso e musicalità. Penso che un verso in enjambement doni un grande respiro e maggiore fluidità al verso, piuttosto ché un semplice “a capo”. Non scrivo in rima per scelta, per me questa blocca o vincola l’ispirazione poetica, finora, su 131 poesie, ho scritto solo tre poesie interamente in rima e in rima libera. In altre poesie, se la rima raramente è presente, è solo spontanea.

MN: Quando scrivi, ti ispiri ad altri poeti o ricerchi una tua personalità, un tuo modo di poetare?

EM: In passato mi ispiravo ad altri poeti, dal 1990 al 1996 ca. Avevo bisogno di modelli da cui partire, ero molto influenzato dagli studi liceali, mi ispiravo a Foscolo, a Leopardi, a Petrarca, agli stilnovisti e ai lirici greci. Per quanto riguarda, Foscolo, Leopardi, Petrarca e gli stilnovisti, i riferimenti si possono ricondurre ai vocaboli utilizzati e non all’imitazione del loro stile e, nella poesia “Rammarico” ho cercato di rivisitare lo stile dei lirici greci, mentre, nella poesia “Amor” ho cercato di rivisitare lo stile degli stilnovisti, facendo ricorso alla rima e senza usare la metrica, con la riproposizione del tema della donna-angelo, tanto caro agli stilnovisti. Questa poesia rappresenta un unicum nella mia produzione poetica. Dal 1997 il mio stile abbandona sempre più questi modelli ricercando uno stile sempre più personale fino ad arrivare nell’agosto 2010 a scrivere una poesia priva di alcun segno di interpunzione, con la quale, credo si sia inaugurata la terza fase del mio percorso poetico. Pubblicata in un’antologia poetica di autori vari Frammenti ossei, edita da Limina Mentis Editore lo scorso maggio, ad appena nove mesi dalla sua scrittura.

Trascinarsi (21/8/2010)

Acciaio rovente

mi tempesta il cuore

e non mi fa vivere

Tremendo m’arroventa

smarrito il mio andare

e m’inabissa

vuoto

Tedio mi sovrasta

avanzo e mi fermo

e mi sommergo di ricordi

e mi sommerge in un abisso

MN: Ci parleresti del tuo Per una strada?

EM: Per una strada è la mia raccolta di poesie, edita dalla ravennate SBC Edizioni nel marzo 2009, è attualmente l’unica raccolta di poesie, conta ben 109 titoli e i temi sono molto variegati; sono le poesie che ho scritto tra il 1990 e il 2006. Sono sedici anni, con le mie sensazioni, con le mie emozioni, con le mie letture, con i miei studi, con le mie gioie, con i miei dolori, con le mie delusioni, con le mie nostalgie, con i miei rimpianti, con le mie ribellioni, con le mie rinunce, con i miei sbagli, con la mia indifferenza per il proprio dolore, un dolore ben più profondo di quello fisico, e mai per l’altrui e, con un silenzio tra il 2002 e il 2005. Per comodità possiamo dividere Per una strada in due parti: una grande prima parte che va dal ’90 al ’99 ed una seconda parte, più piccola, che va dal ’99 al 2006. Nella prima parte ci sono anche tre omaggi al grande poeta spagnolo Federico García Lorca, di cui ho cercato di imitare, in maniera personale, lo stile. Le tematiche di questa prima parte sono varie e particolareggiate, si va da poesie dedicate a grandi scrittori e poeti come, Vittorio Alfieri, Giacomo Leopardi, Leonardo Sciascia, Seneca; a episodi di libri, come ne “Lo squarcio nel cielo di carta”, ispirata ad un episodio de Il Fu Mattia Pascal di Pirandello, o a personaggi mitici della letteratura come in “Nausicaa”, “Oreste ad Elettra”, “Ad Astianatte”, “Amleto”, “Cirano di Bergerac”; a compositori come Chopin, Bartók, Prokof’ev, Saint-Saëns.

Si passa da tematiche introspettive come in “Malinconia”, “Indifferenza”, “Ricordo”, “Sogno”, “Desiderio improvviso”, “Stelle sul mare”, “Palermo”; a tematiche civili come ne “L’inquinamento”, “Pace”, “Albania”, “Massacro”, “Urlo”, quest’ultima scritta nel giorno del primo anniversario della strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e agli uomini della scorta. Si va da poesie dedicate alla visione di quadri come “Le mietitrici” di J. F. Millet, “Alla Gioconda” di Leonardo da Vinci; a poesie dedicate a personaggi storici come “Annibale”. C’è anche il tema religioso, come in “Perdono” e “Perdona!”. Per passare ufficialmente dalla prima alla seconda parte utilizzo la poesia “Veritiero ardir”, con la quale annuncio il mio cambiamento di stile, scritta nel 1999, all’indomani della notizia della prossima pubblicazione, in un’antologia, di 22 mie poesie; ma già in alcune della prima parte sono ravvisabili dei piccoli cambiamenti di stile come in “Istante di tempo”, “Urlo”, “Cime”, “Indifferenza”, “Palermo”, “Barbagianni”, “Sé e gli altri”, “L’orologio”, “Piccola ambulanza”, “Ultimi pensieri di un robot”, quest’ultima ispirata alla morte di Roy, dal film Blade Runner di Ridley Scott. Si ravvisano cambiamenti ancora più sostanziali anche in “Memoria del passato”, “Per una strada”, “Picchi di silenzio”, “Stelle sul mare”, “Desiderio improvviso”, “Fuoco”. Con mia grande sorpresa, come ho detto poc’anzi, grazie al critico Domenighini ho scoperto che, in alcune mie poesie c’è della metrica spontanea, come in “Canto d’amore”, “Il grillo col violino”, “Dolcemente i suoi capelli…”, tutte e tre appartenenti alla seconda parte. A partire dalla seconda parte, che copre indicativamente gli anni dal 1999 al 2006, il mio stile si fa più profondo e maturo, non più necessariamente legato a poeti specifici, tranne ne “Il grillo col violino”, in cui vi è ravvisabile il Pascoli nell’uso delle onomatopee e, in “Dolcemente i suoi capelli…”, un mio piccolo omaggio alla grande stagione della poesia italiana dei tempi passati. Una poesia ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sull’autobus, è stato lo sguardo di un attimo fuggente. In questa seconda parte inizio a raggiungere il mio ideale poetico: la semplicità di espressione unita alla profondità di significato. Per quanto riguarda le tematiche di questa seconda parte, abbiamo la tematica civile, come in “Per i rifugiati”, “Verde, bianca, rossa terra”, quest’ultima ispirata ai vari episodi di violenza che, purtroppo avvengono in Italia e spesso compiuti da chi è chiamato a far rispettare la legge, ecco il perché di questo titolo così significativo.  Abbiamo la tematica introspettiva che, penso non debba mai mancare tra i temi delle poesie di qualsiasi poeta, come in “Canto d’amore”, “In volo”, “Là, dove il mare…”, quest’ultima, scaturita, a due mesi di distanza da una delusione amorosa, in cui c’è il desiderio di dimenticare, anche se permane il dolce ricordo di questo breve amore. Proprio per questa poesia nel luglio 2010 mi è stata assegnata una menzione d’onore al I premio internazionale d’arte “Europclub” Messina – Taormina 2010. Abbiamo il tema della dedica, come in “Fremere”, poesia dedicata a mio padre, mancato lo scorso gennaio, non vedente da quando avevo un anno; in cui ho cercato di immaginare quello che potrebbe provare un uomo che diventa non vedente. Abbiamo il tema degli episodi o personaggi di argomento letterario, come in “Veglia notturna di Hagen”, “Natasha”, quest’ultima dedicata alla figura di Natasha Rostova, ispiratami dalla lettura del romanzo classico di Tolstoj Guerra e pace, una lunga e impegnativa lettura di quasi 2000 pagine. Abbiamo il tema paesaggistico, come in “Primavera” e in “Paesaggio”, in quest’ultima vi è la descrizione di un paesaggio dell’anima e non di un paesaggio necessariamente reale. Abbiamo il tema religioso nella poesia “Accoglili nella Tua pace, Signore!”, che ho anche tradotto in inglese ed è stata pubblicata da un editore americano un anno prima della sua versione originale. Poesia ispiratami da un tragico avvenimento di cronaca locale, l’annegamento di due pescatori, avvenuto nel mare che costeggia la mia amata e martoriata Palermo, che tanta fonte d’ispirazione è per me. E, c’è una curiosità: la poesia “Affollamento e inutili affanni”, che conclude la raccolta, pensa che l’ho scritta in piedi su un autobus affollato.

MN: Come e quando cresce, in te, la voglia di pubblicare e perché? Perché questo titolo: Per una strada?

EM: Mi sono deciso a pubblicare per la prima volta nel 1999, infatti, ventidue poesie sono state editate nell’agosto 2000, nell’antologia di poesie e brevi racconti di autori vari Spiragli 47, dalla milanese Editrice Nuovi Autori. Mi sono deciso dopo i numerosi apprezzamenti da parte dei miei amici, parenti, conoscenti e, soprattutto da parte dei professori del liceo; tutti mi raccontavano che si emozionavano leggendo le mie poesie e questo voglio, che le mie poesie emozionino un sempre più vasto pubblico di lettori. Come scrivo in un mio aforisma “Il poeta cerca sempre di emozionare i suoi lettori, è questo il suo fine e, quando quelli capaci e nella sua stessa linea d’onda si accostano ai suoi versi, scatta la comunicazione e, di conseguenza, l’emozione e l’ascolto. La semplice lettura rimarrebbe lettera morta.”.  Per una strada, come ho già detto prima, è la mia raccolta di poesie, finora l’unica e, questo titolo ha un’origine davvero curiosa, ogni volta che lo racconto sembra un aneddoto, e invece è la pura verità. Un pomeriggio autunnale e novembrino del 1998, per strada c’erano gli alberi senza le fronde, un pomeriggio ombroso, ventoso e senza sole, che annunciava un temporale. D’improvviso mi raggiunse l’ispirazione e, non avendo null’altro su cui scrivere se non il retro di uno spiegazzato scontrino della spesa, presi la mia penna e vi appuntai subito questa poesia, da cui in seguito prenderò il titolo per la mia raccolta.

Per una strada (10/11/1998)

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

Quando la scrissi, la misi pure da parte, mi sembravano quasi insignificanti quei versi, sfuggiva anche a me il suo significato profondo, in seguito capii che, quell’apparentemente semplice poesia nascondeva in sé l’essenza della mia stessa ispirazione, furtiva e svelta, che passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i versi che metto sulla carta, passa e vola via e nessuno sa più dove mai sia. Poi, ho intitolato la mia raccolta Per una strada, proprio perché l’ispirazione, furtiva e svelta, mi ha raggiunto, la maggior parte delle volte, proprio per strada: camminando, sull’autobus, ecc… E c’è un’ultima motivazione, ben più profonda o, forse si tratta della motivazione ultima? Proprio per la presenza di quel “senza fronde”, che ha un significato proprio e metaforico al contempo; con quel “senza fronde” ho cercato di riassumere il sentimento di straniamento e di smarrimento dell’uomo contemporaneo, che si ritrova privo di valori e di qualcosa in cui credere, simile ad un albero in autunno, spogliato delle sue foglie. Sorge quindi il bisogno di aggrapparsi a qualcosa o a Qualcuno in cui credere, prima che anche le radici vengano strappate via dalla tempesta dell’inverno.

MN: Da alcuni anni, stai lavorando alla stesura di un poema drammatico. Un sentiero lungo e irto, basti pensare al Faust di Goethe, che impiegò una vita intera per esser scritto; un viaggio, il tuo, lungo il quale ben pochi si sono addentrati, una scelta stilistica notevole e affatto semplice, soprattutto se trasposta in un contesto lontano dal proprio, come può essere l’ambientazione stessa. Ci anticiperesti qualcosa del tuo poema drammatico? Perché questa scelta? Come mai l’ambientazione in una terra a noi lontana sia cronologicamente, che per usi e costumi quale è l’Islanda del IX secolo d.C.?

EM: Effettivamente, con mia grande sorpresa, il genere letterario del poema drammatico è stato affrontato ben poche volte in tutta la storia della letteratura. Si tratta di un testo teatrale, disposto in versi, di carattere drammatico e con un lieto fine, a differenza di una tragedia che, quasi sempre disposta in versi ma, priva di un lieto fine. Appunto, il Faust di Goethe è un poema drammatico, il più vasto e grande che sia mai stato scritto, Goethe vi si dedicò per sessant’anni, ne aveva solo ventitré quando iniziò a scriverlo e, pose la parola “Fine” un anno prima di morire. Io – devo correggerti – sono quasi vent’anni che mi dedico al mio e, sono quasi alle battute finali, mi manca di terminare di scrivere il quinto e ultimo atto e dare una revisione finale a quasi tutto il terzo e al quarto atto. Ho trovato solo due esempi contemporanei di poema drammatico: uno in tre atti Nausicaa del 2002, del poeta, mio conterraneo, Giuseppe Conte e, uno in un atto Il libro di Ipazia del 1978, di Mario Luzi, il grande poeta scomparso nel 2005. Anche nella storia della letteratura, come ho detto prima, il genere è stato frequentato poche volte: ricordiamo il Peer Gynt, del grande drammaturgo norvegese del XIX sec. Heryk Ibsen e, il Manfred, del grande poeta del romanticismo inglese George Gordon Byron, poi, che io sappia e, da quanto ho potuto sapere, non ci sono altri casi. Proprio durante la lettura del Peer Gynt di Ibsen ho deciso di definire il mio scritto “Poema drammatico”, all’inizio lo definivo “Tragedia storico-fantasiosa” ma, le tragedie non hanno un lieto fine e io non vorrei farlo terminare in tragedia, così, ho deciso di cambiare e stavo terminando di scrivere il terzo atto. Il mio poema drammatico l’ho intitolato Ingólfur Arnarson, è in un proemio e cinque atti. Lo sto scrivendo fin dal 1990, ovviamente non è in rima, ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico. L’ambientazione è storica ma, la trama è fantastica, l’unico personaggio storico-leggendario è Ingólfur che, non è neanche sicuro se sia mai esistito, le notizie sulla sua vita sono solo leggendarie e, ancor più il suo approdo in Islanda; ecco perché ho scelto questo tempo, avvolto da leggende e lontano, il IX sec. d.C. avendo così modo di sbizzarrire la mia fantasia. Gli altri personaggi sono interamente frutto della mia fantasia, ricavandone i nomi dall’islandese, anche i cognomi sono immaginari e ricalcano stilemi che ricordano il norvegese; preciso che, non conosco né l’islandese, né il norvegese, semplicemente, mi sono documentato sui nomi e la pronuncia, ovviamente, gli indigeni, che si incontreranno dal secondo atto in poi, non hanno cognome e, anche la loro presenza è del tutto fantasiosa. Ho anche creato una distinzione tra, i vichinghi, che chiamo “barbari”, in quanto non civilizzati ed i normanni civilizzati (i norreni), gli antichi colonizzatori dell’Islanda; non ho voluto impelagarmi con il paganesimo e tutte le sue conseguenze, infatti, ho immaginato i personaggi, contro ogni criterio storico, come dei pagani non credenti e per questo li chiamo “normanni” e non “vichinghi”, che, invece, sono pagani credenti e pirati e sanguinari violenti. Mi sono innamorato dei meravigliosi paesaggi islandesi, pur non essendoci mai stato e vedendoli solo in fotografia, su un opuscolo turistico inglese, regalatomi in quinta ginnasiale, che conservo gelosamente, tanto da avermi ispirato la scrittura di un poema drammatico, ambientato appunto in Islanda. Dici bene, scrivere un poema drammatico richiede uno sforzo immenso e, qualcuno mi ha detto che mi sono imbarcato in un’impresa titanica e, anche adesso, pur essendo quasi alla fine, mi sento di darvi ragione: ho quasi un senso di vertigine e paura di essermi spinto forse al di là delle mie forze creative. Pensa, un caro amico compositore, dopo aver letto il proemio e un paio di scene del primo atto (una tempesta, una battaglia e un monologo), ha deciso di scrivere le musiche di scena per questo mio poema drammatico. Attualmente sta scrivendo una prima bozza di pot-pourri dei brani che saranno poi inseriti, come musiche per i vari atti e, pensa, anche il suo maestro di composizione gli ha dato il suo parere favorevole. Preciso, si tratta di musiche di scena in senso proprio, non di un’opera lirica, magari, in futuro potrebbe pensarci un altro compositore. La poesia fa parte del mio essere, la prosa non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo, ecco perché ho scelto il teatro e un poema drammatico per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta. Con la scrittura di questo poema non ho voluto conformarmi alla spontaneità, alla facilità dell’immediatezza espressiva, come ho fatto di solito con le mie poesie; la spontaneità rimane però la prima idea, il primo fuoco dell’ispirazione che, negli anni ha subito vari ripensamenti e successive modifiche formali. La spontaneità rimane perché ho sempre atteso l’ispirazione per scriverlo, non mi sono mai seduto a tavolino e – adesso scrivo – e sono passati più di vent’anni da quel primo abbozzo in prosa del 1989, del solo primo atto, abbozzo in prosa ormai perduto. Poi,dal 1990 trasposto in versi aggiungendo il proemio e proseguendo di seguito direttamente in versi, senza prima abbozzare in prosa gli altri quattro atti.

MN: Emanuele Marcuccio è anche aforista; quanti aforismi hai scritto ad oggi?

EM: Sì, dal 1991 ho scritto ottantuno aforismi e quattro sono stati pubblicati lo scorso dicembre nell’antologia del premio internazionale per l’aforisma Torino in Sintesi, II edizione – 2010, edita da Joker Edizioni. Le tematiche principali di questi aforismi riguardano la vita, l’amore e la poesia. Di questi miei aforismi, ne voglio citare uno dei quattro editi: «Solo al momento della morte, questo nostro orologio sconnesso della vita darà l’ora esatta.».

MN: Un lavoro a tutto tondo, dunque, che si completa con la collaborazione editoriale per una casa editrice e, per diversi siti e blog letterari, con la partecipazione a concorsi di poesia con non pochi risultati. Ce ne parleresti più approfonditamente?

EM: Sì, io che ho penato quasi dieci anni per poter pubblicare il mio libro (il titolo di “Per una strada” lo avevo pensato fin dal 1999), sono stato ben felice e molto meravigliato di ricevere il 9 giugno dell’anno scorso una proposta di collaborazione editoriale da parte di una casa editrice diversa da SBC Edizioni. Con Rupe Mutevole nel giugno 2009 avevo pubblicato due mie poesie inedite nell’antologia Poesia e Vita, scritte successivamente alla stesura della mia raccolta Per una strada, con queste due poesie, nel mio piccolo, ho contribuito, insieme ad altri 49 autori, nell’aiutare il piccolo Emanuele Lo Bue che, da anni versa in uno stato di coma neurovegetativo. Ci tengo a ringraziare qui la cara amica poetessa Gioia Lomasti, promotrice e organizzatrice di questa lodevolissima iniziativa di solidarietà e, proprio lei ha proposto il mio nome all’editore, dapprima come autore e poi come collaboratore editoriale. Così, a novembre 2010 è uscita la prima raccolta di poesie a mia cura e, sono stato ben felice di curarne anche la prefazione; l’autrice è la stessa Maristella Angeli che, a fine agosto ho intervistato per il blog “Vetrina delle Emozioni”, la raccolta in questione è Il mondo sottosopra, la sua quinta raccolta. Lo scorso febbraio, invece, è uscita proprio la tua, sempre a mia cura e, con una mia nota di commento a pag. 7, era la tua Non ti piacerei, vestito dell’inverno appena trascorso. E un’anticipazione: massimo entro dicembre prossimo uscirà la terza raccolta a mia cura, di cui ho curato anche la prefazione e, per espresso desiderio dell’autrice, posso anticipare soltanto il titolo: Petali d’acciaio. E il 15 settembre scorso ho scritto questo poetico augurio, così, di getto… in omaggio a tutti gli autori, specialmente quelli pubblicati a mia cura, specialmente quelli di cui ho curato l’intervista.

Che il viaggio fantastico verso lidi

inesplorati cominci,

che tanti lettori faccia sognare…

Viaggiate autori, sognate,

veleggiate, verso lidi inesplorati, credete

credete nei vostri sogni,

non desistete,

non arrendetevi… !

Poi, mi chiedevi dei premi che ho ricevuto… sì, due menzioni d’onore in due concorsi internazionali. La prima nell’aprile 2003 per la lirica “Dolce sogno” al Concorso internazionale di poesia “Città di Salerno”, organizzato dall’associazione culturale “La Tavolozza”. E della seconda ne ho già parlato, nel luglio 2010 per la lirica “Là, dove il mare…” al I premio internazionale d’arte “Europclub” Messina – Taormina 2010.

MN: Preferisci la poesia o la prosa?

EM: Decisamente preferisco la poesia, la prosa preferisco solo leggerla. Come ho detto prima, la poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce ad emozionare, etimologicamente parlando, riesce a portare allo scoperto (l’anima), come scrivo in una mia poesia, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario e, in qualche maniera, anche a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri. La poesia, infatti, è piacere per gli occhi e per il cuore, qualcosa che ci meraviglia e ci colma d’interesse, che ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo nostro inquieto nocchiero che è il nostro cuore. La poesia si nutre di sogni e il poeta non è solo un cultore di sogni ma, sogna, si emoziona e si meraviglia lui stesso; spesso vorrebbe perdersi in quei sogni ma, deve ritornare alla realtà, alla dura realtà, che usa come filtro e come ancora per non annegare nei suoi stessi sogni. La poesia si nutre anche di musicalità, di armonia tra le parole, senza necessariamente fare uso della metrica o della rima. Con tutto il rispetto, la narrativa e la prosa in genere preferisco leggerla e non scriverla ma, anche in questa possiamo trovare della poesia. Però, con la scrittura del mio poema drammatico ho cercato di fondere le due cose in un tutt’uno, ho cercato di scrivere una storia servendomi dell’amata poesia e del teatro e, il teatro, si presta molto a questo genere di connubi, solo così potevo esprimere la mia vena narrativa. Infatti, sulla scorta dei grandi poemi del passato, ho inserito una voce narrante (fuori scena) che, ogni tanto si fa sentire nel corso del poema, questa voce fuori scena rappresenta l’io narrante del poeta, non ho potuto proprio farne a meno. Come scrivo in un mio aforisma “Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.”. Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione. In fondo, la mia risposta al genere del romanzo è il poema drammatico, certamente di gran lunga più impegnativo ma, per me l’unica possibile. E, non è proprio per il poema drammatico che mi hai definito anche scrittore?

MN: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano? Cosa miglioreresti al suo interno e in che modo?

EM: Cito un altro mio aforisma: “Non lasciamo che il mercato sia deciso dai vari lettori di illetteratura che, purtroppo, sono la maggioranza, bisogna che ci siano dei lettori colti e critici, capaci di fare delle scelte di cultura nelle proprie letture. La figura dell’autore, che, prima di tutto deve essere un lettore critico e colto, è l’ideale.”. Sì, se io fossi un editore, vorrei che il comitato editoriale sia formato da altrettanti autori; solo un autorevole comitato editoriale, presente in ogni casa editrice, può dare una svolta all’attuale andazzo editoriale, in cui si dà maggior risalto all’illetteratura e, si mettono in una nicchia opere davvero meritevoli e di valenza letteraria. Proprio per questo motivo la critica letteraria agli autori contemporanei è sempre più in declino, come recentemente ha lamentato Cesare Segre. Ogni tanto si sente di qualche critico letterario che ha scritto sull’opera di un autore sconosciuto al grande pubblico, alla grande editoria ma che, non a caso ha attirato la sua attenzione. Sono i libri di valenza letteraria che fanno la letteratura e alcuni diventano dei classici, il futuro non è dei best-seller e dei libri, preconfezionati ad hoc per un certo tipo di lettori, di qua a cinquant’anni cadranno nel dimenticatoio.

MN: E cosa pensi della cultura nel nostro Paese? Ritieni che i media possano in qualche modo influenzare la cultura e, se sì, come?

EM: Credo che oggigiorno si faccia tanta confusione, la cultura non è semplice intrattenimento, ma è capace di lanciare un messaggio che porti alla riflessione, che porti a conoscere, senza mai smettere di riflettere, perché, proprio la riflessione genera cultura. I mass-media, se la cosa interessasse davvero, potrebbero avvicinare alla cultura, soprattutto la televisione, quella che potrebbe maggiormente influenzare la cultura, quella a cui paghiamo un canone annuale, che ci propina programmi da semplice intrattenimento, mettendo in una nicchia, in orari tardi e proibitivi programmi di indubbio valore culturale. Recentemente c’è stato un minimo cambiamento con il proporre il teatro in prima serata, ma, una rondine non fa primavera.

MN: La poesia che, in qualche modo, ti ha più influenzato? Mi spiego meglio: qual è la poesia che, per un motivo o per l’altro, avresti voluto scrivere e per quale motivo?

EM: Leopardi è il mio poeta preferito, non certo per il sistema del suo pessimismo cosmico ma per l’infinita e meravigliosa musicalità dei suoi versi. Quanto mi ha ispirato la musica dei suoi versi e, “L’infinito” è la poesia che preferisco più di tutte, non solo per i suoi versi infinitamente pieni di musicalità, ma perché la vedo come un’oasi di speranza lungo il deserto del suo pessimismo cosmico: “Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è dolce in questo mare.”. Pensa, che in una mia poesia giovanile del 1991 ho cercato di imitare la musica di questi versi immensi cambiando le parole, cito dalla mia raccolta Per una strada: “Così, tra questi versi immensi / gioisce l’animo mio, / e l’ondeggiar / mi molce e m’accarezza.”.

MN: Alcune tue poesie sono state tradotte anche in lingua inglese e dialetto siciliano. Ce ne parleresti?

EM: Veramente sono stato io stesso a tradurre quattro mie poesie in inglese e una di queste mie traduzioni, quella dell’allora inedita “Accoglili nella tua pace, Signore!”, nel maggio 2008 è stata pubblicata nell’antologia poetica di autori vari Collected whispers, da Howard Ely Editor, Owings Mills, USA, dunque, quasi un anno prima della versione originale, edita nella mia raccolta Per una strada. In queste traduzioni ho cercato di ricreare in qualche modo la musicalità della versione originale, ho scelto attentamente i suoni di quelle parole, senza badare a particolari questioni linguistiche. In un certo senso avviene una ricreazione della stessa poesia ma, quello che più importa, è che si senta la poesia, che si ascolti la sua voce, che permanga il suo spirito, anche se l’abito è cambiato. E proprio questo ho cercato nel tradurre una mia poesia in inglese. Mentre, per quanto riguarda quella tradotta in vernacolo siciliano, si tratta della mia edita e premiata “Là, dove il mare…”, tradotta con grande maestria dall’amico poeta e commediografo Alessio Patti, della quale ha creato anche un video molto suggestivo ed emozionante. Proprio dalla visione di questo video e, durante la lettura ad alta voce della traduzione in siciliano della mia poesia, mi ha raggiunto l’ispirazione e ho scritto, dopo 125 poesie in italiano, la mia prima e, attualmente unica poesia in vernacolo siciliano “Munnu crudili”, pubblicata lo scorso aprile nell’antologia poetica di autori vari La biblioteca d’oro – Poesie in siciliano, da Unibook, a quasi cinque mesi dalla sua scrittura. A proposito di vernacolo siciliano, in realtà bisogna parlare di lingua siciliana, leggo un brano dalla prefazione, scritta dalla poetessa Santina Russo, curatrice di questa antologia: «La lingua siciliana, troppo spesso declassata da molti a “dialetto” è, in realtà, una lingua a tutti gli effetti. Molti filologi ed anche l’organizzazione Ethnologue, descrivono il siciliano come “abbastanza distinto dall’italiano tipico tanto da poter essere considerato un idioma separato”, come risulta anche confrontando il lessico, la fonologia, la morfologia delle due varietà linguistiche. Peraltro, il siciliano non è una lingua derivata dall’italiano, ma, al pari di questo, direttamente dal latino. La lingua siciliana esiste da centinaia d’anni, la tradizione poetica siciliana nasce con la corte federiciana nel XIII secolo e fioriscono da allora illustri poeti e cantori in siciliano aulico che costituiscono tuttora modelli per un’eventuale canonizzazione della lingua poetica siciliana scritta. […] È doveroso, a tal proposito, specificare che non esiste attualmente una canonizzazione condivisa della lingua siciliana, soprattutto a livello orale, dove sono evidenti le differenze fonologiche, morfologiche e lessicali da una zona all’altra della Sicilia. Diverso, il discorso per la lingua scritta, per la quale esiste una tradizione secolare alla quale poter far riferimento per una produzione poetica siciliana a regola d’arte.». E già Dante gli aveva dato dignità di lingua nel suo De vulgari eloquentia, leggo: «E per prima cosa facciamo un esame mentale a proposito del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri per queste ragioni: che tutto quanto gli Italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano; e che troviamo che molti maestri nativi dell’isola hanno cantato con solennità. […] Il volgare siciliano, a volerlo prendere come suona in bocca ai nativi dell’isola di estrazione media (ed è evidentemente da loro che bisogna ricavare il giudizio), non merita assolutamente l’onore di essere preferito agli altri, perché non si può pronunciarlo senza una certa lentezza… Se invece lo vogliamo assumere nella forma in cui sgorga dalle labbra dei siciliani più insigni… non differisce in nulla dal volgare più degno di lode.».

MN: Quali sono le tue letture? Hai un genere che preferisci su tutti? Perché?

EM: Sì, il mio genere preferito sono i classici della letteratura, proprio perché la letteratura dà voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori, alle sue speranze e, leggere un classico significa immergersi in un mondo lontano ma allo stesso tempo vicino ai nostri sogni, alle nostre speranze, ai nostri dolori. E, citando un mio aforisma “Se si legge un classico, si va sul sicuro e si evitano delusioni. Perché un classico nasconde in sé tutto un mondo da scoprire, e quel mondo ci assomiglia.”.

MN: E le letture che non leggeresti mai? Per quale motivo?

EM: I romanzi horror e i romanzi rosa: non amo spaventarmi inutilmente e non amo le storie troppo sentimentali.

MN: Cosa spinge, secondo il tuo parere, uno scrittore o un poeta a scrivere e susseguentemente a pubblicare le proprie opere?

EM: Se è un vero scrittore e non un cercatore di facili guadagni, penso che lo spinga a scrivere la voglia di conoscere se stesso, di tirar fuori quello che ha celato in sé. Come scrive Proust ne Il tempo ritrovato “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.”.

Sì, scriviamo di una realtà come trasfigurata e, nel contempo cerchiamo di porgere al lettore una speciale lente di ingrandimento, che trasfiguri e ingrandisca allo stesso tempo.

MN: Pensi sia importante il confronto con altri autori?

EM: Per me è molto importante il confronto con altri autori, specialmente quando trovo dei punti di contatto con il mio modo di scrivere e di poetare. Su internet sto conoscendo tanti poeti in maniera virtuale e, uno l’ho conosciuto dal vivo ad una presentazione del suo libro di poesie, invitato da lui stesso. Penso che tra colleghi poeti, scrittori, drammaturghi e artisti in genere si debba instaurare un rapporto di rispetto e di stima reciproca e mai di concorrenza, mai avere la presunzione di possedere la verità, purtroppo, questo raramente accade; a questa presentazione, a cui sono stato invitato dallo stesso autore, c’ero solo io tra il pubblico, come autore, gli altri erano tutti lettori e, molto lodevole e nobile, da parte sua, l’avermi ringraziato pubblicamente della mia presenza ed alla fine ci siamo scambiati i nostri rispettivi libri con autografo.

MN: Vuoi anticiparci qualcosa riguardo ai tuoi prossimi lavori e/o progetti?

EM: Oltre al poema drammatico, di cui abbiamo parlato ampiamente e, anticipo che sarà pubblicato in due volumi: il primo volume conterrà i primi due atti ed uscirà molto probabilmente entro il 2012. Poi, ho in preparazione una seconda raccolta di poesie, che ho intitolato Anima di poesia, dal titolo una mia inedita poesia, pensa, questa poesia l’avevo messa pure da parte, come avevo fatto con “Per una strada”, la poesia che ha dato il titolo alla mia prima raccolta. Con la differenza che, “Anima di poesia” non l’ho appuntata dapprima sul retro di uno scontrino della spesa ma, su un semplice foglio di carta. Ho deciso di dedicare tutta la raccolta alla memoria del mio caro papà, mancato il 25 gennaio scorso… E, spero di intervistare tanti altri autori per il blog “Vetrina delle Emozioni” e di curare la pubblicazione di altrettanti libri di poesie.

MN: Grazie per la tua disponibilità, Emanuele e, ad maiora!

EM: A te Marco, semper, è stata una piacevole conversazione!

A cura di Marco Nuzzo                                                                

21 settembre 2011

INTERVISTA PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE PARTI O L’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Intervista a Giorgia Catalano, a cura di Emanuele Marcuccio

Intervista Giorgia Catalano, poetessa e scrittrice inedita

a cura di Emanuele Marcuccio 

Su invito di Gioia Lomasti, per il blog Vetrina delle Emozioni, ho deciso di intervistare gli autori dei libri di poesie, pubblicati a mia cura e non solo, la volta scorsa ho intervistato Lorenzo Spurio. Continuiamo con Giorgia Catalano, poetessa e scrittrice di racconti, tuttora inediti.

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere, quando hai scritto la tua prima poesia?

GC: Ho iniziato a scrivere a 13 anni. Il mio “esordio” è stato un racconto che, a leggerlo ora, potrebbe far sorridere, ma, finalmente, ero riuscita a mettere nero su bianco una storia tra le tante che, fin da bambina molto piccola, articolavo (poi costringevo amici e parenti ad ascoltarle). Lesse questo mio “libro”, la mia insegnante di religione, la quale mi spronò a continuare perché, mi disse: “In questo racconto ci sei tu, c’è la tua carica positiva. Non smettere”. Oggi, purtroppo, questa donna non c’è più, altrimenti sarei stata lieta di parlarle dei miei primi successi. Nell’età dei primi amori (diciamo intorno ai 15 anni), una infatuazione per me importante, mi spinse a scrivere in versi. Ma non erano dedicati soltanto all’oggetto dei miei pensieri, anzi. C’erano odi alla natura, ai paesaggi che mi colpivano di più, a tutto ciò che suscitava le mie emozioni. Sentivo la necessità di rendere visibile ciò che avevo nel cuore.

EM: Tutto ciò mi porta indietro nel tempo, pensando che, anch’io mi misi a pasticciare in versi a poco più di quattordici anni per una infatuazione amorosa, dico “pasticciare” perché, col senno di poi, erano dei semplici esercizi e non poesie, scriverò la prima vera poesia a sedici anni, dopo quasi due anni di questi esercizi. Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?

GC: La poesia la vivo come un’amica fedele. Da bambina, molto piccola, raccontavo al mio diario segreto, i miei sentimenti, le mie rabbie, le mie paure. Oggi credo che la poesia sia per me, come una valvola di scarico, come la possibilità che do a me stessa di espandermi in una dimensione parallela alla realtà che, proprio da questa, trae la sua essenza. Sì, perché senza i dolori, le difficoltà o le gioie e le soddisfazioni della vita reale, non potrebbe esserci poesia. La poesia, a mio avviso, deve essere come noi dovremmo essere, per volerci veramente bene: se stessa. Sbagliato voler somigliare a qualcun altro, voler copiare, per esempio, lo stile poetico di qualche grande autore. Si snaturerebbe la nostra personalità. Non sto parlando, in questo momento, di tecnica, di affinamenti stilistici che, con il tempo e la preparazione sul campo, possono migliorare la forma poetica, ma essenzialmente del significato che noi, stiamo dando ai nostri versi. C’è chi attraverso la poesia, farebbe rivoluzioni. C’è chi dichiara il proprio amore e le proprie passioni terrene, carnali. C’è chi denuncia le nefandezze del mondo. C’è chi sfoga le proprie rabbie, i propri fallimenti e disappunti. Niente di tutto ciò deve essere perso tra le parole, tra quei silenzi espressi dagli “a capo” – come tu dici, Emanuele – altrimenti, non sarebbe più la “Nostra” poesia. La nostra personalità, il nostro sentire, il nostro vivere, devono obbligatoriamente sopravvivere tra i versi che noi scriviamo, altrimenti non lasceremmo un’impronta di noi stessi, ma di qualche cosa che sarebbe altro da noi. Nella mia poesia non deve mai mancare la speranza. Alcune di esse sono così cupe e pessimistiche che, a rileggerle a distanza di tempo, mi fanno venir voglia di piangere perché mi intristiscono. La vita è dura lotta. È prova continua, ma non bisogna mai abbandonare la speranza che le cose possano migliorare. Talvolta, ciò che oggi ci sembra assurdo e ingiusto, domani troverà risposta in qualcosa di meraviglioso. È questo che non deve mancare nelle mie poesie, altrimenti mi sentirei finita. Proprio perché, per me poesia è vita, deve essere anche speranza in un futuro quanto meno diverso. E non lo dico da sognatrice – purtroppo, i sogni adolescenziali sono rimasti chiusi in un cassetto ermeticamente – ma da donna che guarda in faccia la realtà e vuole ancora credere in qualche cosa, soprattutto nei suoi sentimenti e nelle sue – se posso osare (spero di non peccare di presunzione) – capacità.

EM: Quindi, per te la poesia di argomento civile, ispirata dagli accadimenti contemporanei, non sarebbe poesia?E, mi sembra di capire, anche la poesia amorosa, di cui è costellata la nostra letteratura?

GC: Tutto ciò che riesce ad emozionarci, è poesia. L’amore è, in assoluto, il primo ispiratore, in tutta la storia della nostra letteratura. Anche io ho scritto delle poesie d’amore, così come ne ho scritte ispirandomi soprattutto al tema dell’intercultura, da me molto sentito. Ci sono, è ovvio sia così, delle fasi evolutive, per ognuno di noi. In questo momento, forse anche per vicende o stanchezze personali, i miei versi sono più intimistici, meno… collettivi, meno sociali. Ma non è così in tutte le liriche. Anche un telegiornale può suscitarmi emozioni, nel bene, o nel male, e farmi scrivere. Parlo spesso, per esempio, dell’amore tra madri e figli. Non si può dire che anche questo non sia amore!

EM: Sì, in qualsiasi poesia che scriviamo e di qualunque argomento, deve sopravvivere qualcosa di noi, anche se trasfigurata dai nostri versi. Cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?

GC: Ciò che ritengo sia essenziale nel componimento di uno scrittore sono originalità e semplicità d’espressione. Tutti devono poter leggere. Oggi, più che mai, in una realtà multietnica, non è così scontato che un libro riesca ad essere letto da tutti, perché non è detto che la nostra lingua sia conosciuta con completa padronanza, da tutti. Questa considerazione l’ho ricavata dalle piccole cose di tutti i giorni. Quando insegnavo nella scuola dell’infanzia, per esempio, era sempre una sfida preparare il “cartellone giusto” per informare tutte le famiglie di un qualche evento scolastico. Doveva essere il più semplice possibile, chiaro, senza paroloni da dizionario e diretto, quasi come il titolo di un articolo di giornale. Poi, con il tempo, si pensò con le colleghe, di coinvolgere i genitori stessi e di far scrivere loro il messaggio originale, nelle varie lingue entrate a far parte della nostra quotidianità scolastica. Non è pensabile che un libro possa essere reso in tante lingue – a meno che non sia un bestseller pluritradotto – quindi, il compito di uno scrittore è quello di rivolgersi a tutti, quasi come se stesse parlando con tanti amici, come se stesse leggendo le pagine del suo libro, ad un pubblico, il più variegato possibile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna delle due e perché?

GC: Credo di poter definire il mio poetare, privo di metrica. Di tanto in tanto, si possono trovare nei miei componimenti, delle rime, ma tendenzialmente, non sono cercate. Ho provato a scrivere qualche testo poetico, completamente in rima, ma lo sento povero, almeno, questa è la mia sensazione. È come se le emozioni rimanessero imbrigliate tra le parole e, se non si trova la rima giusta, rischia di essere compromessa l’intera poesia. No, preferisco leggere una poesia libera da schemi e costruzioni stilistiche. Altro, invece, sono le filastrocche, o le storie rivolte a bambini molto piccoli (3-6 anni, in genere), che destano maggiore interesse e curiosità nei piccoli ascoltatori, se sono composte in rima. Le fiabe scritte in questo modo, possiedono una musicalità ed una sonorità che talvolta può anche essere accompagnata dal suono di uno strumento che ne scandisce le battute o i versi, “letterariamente” parlando. I bambini, poi, sono facilitati, in questo modo, nell’apprendimento, soprattutto mnemonico. Non dimentichiamoci le famose filastrocche che, ancora da adulti, conserviamo con cura nel nostro bagaglio, che ci hanno permesso di imparare a memoria i giorni della settimana, quanti giorni ci sono in un mese o il nome delle Alpi e così via. Sono proprio un classico esempio di quanto ho espresso poc’anzi.

EM: Concordo, per me la rima blocca o vincola l’ispirazione poetica, l’ho sempre pensata così, meglio la rima spontanea. Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?

GC: Da pochi attimi, a giorni interi. Dipende molto dal mio stato d’animo e dai sentimenti che ho bisogno di rivoltare e buttar fuori, come lava incandescente. Talvolta, lunghe poesie le scrivo senza interrompermi, in pochissimi minuti e, pur lasciandole in standby per qualche giorno, prima di approvarne la versione definitiva, rimangono così come le ho scritte, in un primo momento, di getto. Altre volte, ho qualche cosa dentro che mi impedisce di avere le “idee chiare”; allora, mi limito ad un ascolto interiore. Sento la tensione del momento e la traduco in parole che, il più delle volte, quando le rileggo a distanza di ore o di giorni, modifico almeno in parte. E poi, come mi ha suggerito un caro amico scrittore di Napoli, Mario Scippa, è meglio aspettare che le immagini vengano da noi. Non dobbiamo essere noi a cercarle. Se non le trovi, meglio – in quel momento – non scrivere.

EM: Sì Giorgia, mai scrivere senza essere ispirati, come scrivo in un mio aforisma “Siamo al servizio della poesia, la poesia non è al nostro servizio. Quando vuole ci visita, basta rimanere in ascolto attento e attentamente osservare, il resto lo fa la poesia e la nostra ispirazione, che la nostra scrittura libera dal caos inconscio dov’è nata.”A proposito di lunghe poesie, Montale, in una famosa intervista televisiva dichiara che, la poesia deve essere breve e afferma che, “Un’emozione che dura ¾ d’ora è uno spavento… “. Cosa pensi di questa affermazione?

GC: Montale legge ¾ d’ora di poesia, come uno spavento. Io mi sento di aggiungere che uno scritto così lungo sono tanti spaventi messi insieme e tradotti in parola. Sono un terremoto che vibra dentro di noi, un movimento tellurico che spinge la solita lava del vulcano, a cui spesso faccio riferimento, fuori dal cratere con tutte le emozioni di rabbia, di paura, di costernazione, che ci turbano in quel momento. Ci sono le emozioni lampo che, invece, si riescono a tradurre in pochi versi, o in poche parole e racchiudono in sé più di quanto non si riesca a leggere nei ¾ d’ora dello spavento…  

EM: Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?

GC: Un testo narrativo è più immediato, più facilmente comprensibile e, generalmente, racchiude, quasi come un tema scolastico, un inizio, uno svolgimento ed una fine. Il lettore si appassiona alla vicenda narrata ed immagina, pagina dopo pagina, il proprio film. Tant’è che molti sono i lettori delusi dalle revisioni cinematografiche, proprio perché non ritrovano le proprie immagini, la propria interpretazione di ciò che hanno letto. Ricordo, quando il mio primogenito era molto piccolo, di avergli letto, un po’ alla sera, per accompagnarlo al sonno, un testo che, all’epoca, fu un gran successo di Luis Sepulveda: “La gabbianella e il gatto”. Ebbene, la storia contemplava, tra i vari protagonisti, un gatto francese ed uno napoletano – spero che i miei ricordi non mi ingannino – leggendo, davo carattere ad ogni personaggio ed il gatto francese, nonché quello napoletano, parlavano con le loro cadenze ed i loro intercalari tipici dell’una o dell’altra inflessione e mio figlio moriva dal ridere. Quando guardammo il cartone animato, entrambi rimanemmo delusi, perché non c’erano né il gatto francese, né quello napoletano… La poesia, invece, rispecchia un momento, un’emozione, uno stato d’animo. È come una fotografia. In fondo, anche quest’ultima coglie l’attimo che mai più sarà. Nel momento in cui scrivo i miei versi, sono sicuramente influenzata dal mio stato d’animo, dal mio modo di essere in quel momento e li imprimo tra le righe, tra le parole. Non è detto che quella stessa poesia io sia capace di riscriverla identica, il giorno dopo, perché, come la foto che ritrae un fiume, l’acqua impressa nell’immagine, a distanza di un giorno, non sarà più quella del giorno precedente. Fondamentale è anche il linguaggio poetico che differisce notevolmente da quello narrativo. Talvolta, ci si trova di fronte a testi anche molto ermetici, a parole stravolte nel loro significato originario, che possono cogliere impreparato un lettore. Ogni poeta esprime se stesso nelle sue liriche ed ognuno lo fa seguendo un proprio imprinting. Non è facile decodificare un testo poetico, non sempre. La lettura di una poesia è meno immediata, rispetto alla lettura di un testo narrativo. Credo sia proprio questo il motivo per il quale la poesia “non ha mercato” ed è considerata di nicchia.

EM: Preferisci scrivere a penna o al PC?

GC: Scrivere a penna mi permette di scarabocchiare – mi riferisco alle liriche – scrivere al PC lo preferisco quando racconto delle storie. Generalmente, dopo averle tracciate come manoscritto, e dopo averle rese definitive, trasferisco le poesie al PC e ne faccio diversi backup, per maggior sicurezza. I racconti, invece, viaggiano direttamente sulla tastiera del PC, perché mi sento più a mio agio, perché sono più rapida e più intuitiva.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di autrice?

GC: Credo che nessun autore sia esente da influenze autobiografiche. Come diceva il buon Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Spesso, mi trovo a prendere in prestito questo pensiero che per lui era rivolto, nello specifico, all’osservazione scientifica. Nella vita, più o meno, succede la stessa cosa. Nulla deriva dal nulla. Ogni cosa ha un suo perché, sebbene non si riesca, o non si voglia dare subito una risposta a ciò che accade. Nulla si distrugge. I brutti ricordi, così come quelli belli, continuano a ciondolare sospesi tra oblio ed amnesia. Tutto si trasforma, per fortuna! Ciò che era paradosso e dolore ieri, può diventare forza interiore oggi ed è proprio da queste violente trasformazioni – talvolta, purtroppo, sono così – che ciò che si scrive viene influenzato.

EM: Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

GC: L’ispirazione trae origine da una parola sentita, da un ricordo, dalla visione d’un paesaggio, da un torto subito, dalla rabbia, dalla paura, da un sentimento o da un’emozione provata, insomma, per qualche evento che mi ha colpita particolarmente durante la giornata. E, soprattutto, non è mai prevedibile. A volte è netta. Come un lapillo incandescente, fuoriesce dal vulcano imprimendo la sua forza ed il suo calore sul foglio di carta. Ovunque io sia. Spesso mi capita quando sono sull’autobus, o quando mi godo qualche attimo di silenzio, la sera, dopo aver messo a dormire i bambini, o in ufficio. Ripeto, ovunque. Ci sono situazioni nelle quali non mi è subito possibile scrivere “il ritornello che mi tormenta”, allora cerco di impararlo a memoria, di stringerlo forte a me come se fosse un ricordo importante. Il più delle volte, però, cerco di dare subito sfogo a quella carica vulcanica che, altrimenti, rischio di perdere. Una volta tradotta in parole, quella sensazione mista tra uno stato d’ansia ed un mal di stomaco, o di uno smarrimento tra la gente ed un improvviso risveglio notturno, mi sento più serena. Perché ormai, mi dico, ciò che era dentro di me, sono riuscita a liberarlo e a tradurlo in qualche cosa di concreto, di leggibile. Poi, come ho già accennato, c’è la fase della revisione del testo scritto, a distanza di ore e, talvolta, di giorni. In ultimo, la resa definitiva al PC e l’archiviazione.

EM: Alcune tue poesie sono state pubblicate in varie antologie di autori vari, ce ne vuoi parlare?

GC: È successo quasi per gioco. La scorsa estate, navigando su internet, ho letto dei bandi di concorsi letterari che prevedevano, in caso di selezione, la pubblicazione della poesia o delle poesie inviate, in un’antologia, magari a tema. Ho pensato che non mi sarebbe costato nulla provarci, che sarebbe stato anche un modo per mettermi in gioco, per capire se ciò che scrivo, può essere gradito anche da altre persone. E così ho iniziato ad inviare le mie liriche un po’ ovunque. Ad oggi, ne sono state pubblicate sei dal Collettivo Poetico “Poesiaèrivoluzione”; una dal Collettivo Poetico “I percorsi di Pacifico”, tre da Aletti Editore, una da Gds Edizioni e cinque nel libro d’arte “I sogni e le stelle”, edito da Egs Edizioni/Galleria d’Arte Signorini, di prossima uscita. Una delle mie liriche ha anche vinto un premio, in occasione di un concorso organizzato dalla rivista “Mammaoggi.it”. Inoltre, sono stata felicissima di sentirmi leggere, all’inizio dello scorso luglio, durante la trasmissione radiofonica “L’uomo della notte”, condotta da Maurizio Costanzo, dalla calda voce dell’attrice Valentina Montanari. È stata davvero una grande emozione.

EM: Cosa ti ha spinto la prima volta a voler pubblicare, anche solo in un’antologia di autori vari? Perché hai deciso di intitolare la tua prima raccolta di poesie Un passaggio verso le emozioni?

GC: Come dicevo, è stato quasi un gioco. In realtà non ci speravo nemmeno, di essere pubblicata ed è stata davvero una piacevole sorpresa, potermi leggere su carta stampata e pubblicata (visto che diverse di queste antologie hanno l’ISBN). La scorsa estate sono andata in vacanza nelle suggestive vallate del Cilento. Ho soggiornato in una bella casa vacanze dalla quale vedevo tutto il verde delle colline e lo splendido azzurro del mare e, un pomeriggio, mentre passeggiavo per Prignano – questo è il nome del piccolo centro che mi ha ospitata – ho scattato foto qua e là, a quegli scorci che mi suggerivano estasi ed emozione, o anche semplicemente destavano la mia curiosità. Tra questi scatti, ce n’è uno che ritrae un passaggio buio verso una terrazza che dà sul mare e la vallata. Nella foto è molto evidente la luce che c’è al fondo del passaggio, con l’azzurro del mare sull’orizzonte. Ed è proprio dall’osservazione di quella foto che nasce il titolo della raccolta “Un passaggio verso le emozioni”. Si passa dal buio alla luce, dall’oscurità dei brutti ricordi, alla speranza di un futuro migliore.

EM: Tra tutte le poesie che hai scritto finora ce n’è una che ti è più cara o che ritieni più significativa?

GC: Di poesie ne ho scritte molte, ma, in effetti, ce ne sono alcune che sento più mie. Sicuramente la poesia “Azzurrità”, che è la prima ad essere stata pubblicata in una delle antologie di cui si è parlato, è una delle liriche a cui tengo in particolar modo, perché è stata una sorta di trampolino di lancio. Affettivamente, invece, mi sento molto legata alla poesia: “Il mio firmamento” che sarà pubblicata nell’agenda 2012 Le pagine del poeta – Ugo Foscolo, da Editrice Pagine di Roma e sarà anche nel libro d’Arte Signorini, al quale ho già fatto cenno. Questa poesia parla delle mie tre stelle, alle quali è dedicata la mia prima raccolta, di prossima edizione. E le mie tre stelle “faticose, d’amore rivestite”, sono i miei tre figli: Nicolò (19 anni), Matteo (quasi 10) e Simone (7). Sono il mio firmamento, senza il quale i miei giorni sarebbero bui e le mie notti, prive di senso. Sono coloro che accendono le mie energie e le riassorbono. Coloro che mi tengono in vita.

EM: Hai scritto anche racconti, ce ne vuoi parlare?

GC: Ho scritto dei racconti. Per uno di questi – un racconto breve – ho ricevuto una menzione speciale ad un concorso letterario patrocinato lo scorso anno, tra i vari enti, anche dal Comune di Trofarello, in provincia di Torino. Un altro – questa volta, un lungo racconto – è stato proposto per la pubblicazione da una casa editrice del leccese, ma, per motivi di ordine pratico, ho rifiutato la proposta. Ne ho scritti altri ed altri sono in lavorazione, ma preferisco, almeno per il momento, concentrare le mie energie sulla poesia. Sono impegnata su più fronti: dal familiare, al lavorativo e scrivere narrativa impegna molto molto tempo. Anche questa è una delle ragioni per le quali, almeno per il momento, non sto investendo molto sui miei racconti. Mi manca il tempo materiale da dedicare, come meriterebbero, ai miei scritti.

EM: Hai mai provato a scrivere un romanzo?

GC: Sì, mi sto cimentando da un paio di anni con la mia autobiografia. Per ora, al PC, in formato libro, ho scritto circa 365 pagine. Forse, molte persone, potrebbero chiedersi chissà che cos’avrò mai di così interessante e intrigante da raccontare, per aver già scritto così tanto, ed avere ancora da narrare altri vent’anni della mia vita! Non è sicuramente la biografia di un personaggio famoso, forse potrebbe non interessare a nessuno, ma così tante vicende, per me, di un certo rilievo, mi hanno vista protagonista, che ho sentito l’esigenza di raccontarle.

EM: Quali sono i tuoi poeti preferiti?

GC: Ho sempre apprezzato molto Leopardi e Foscolo, che, per certi versi, sento molto vicini a me e ho voluto bene a Quasimodo, Ungaretti e Montale. Per quanto riguarda, invece, l’universo poetico femminile, mi ha sempre colpita la schiettezza ed il coraggio di Sibilla Aleramo e adoro Alda Merini con il suo dire e non dire. Ci sono poi anche diversi autori contemporanei, magari, come me, esordienti o inediti, che apprezzo molto per la musicalità dei propri versi, per il contenuto e per l’umanità che trasuda dalle loro liriche.

EM: E qual è la tua poesia preferita?

GC: Una delle poesie che preferisco è: “Ed è subito sera” di Salvatore Quasimodo. Nella sua brevità, c’è tutto. Dall’origine del mondo, alla fine dello stesso, vissuto nell’esistenza del singolo uomo.

EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

GC: Il libro che ho letto più volentieri, in assoluto, è: “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello. È un autore che ho sempre letto volentieri, ma ricordo che quel libro, lo lessi tutto d’un fiato, in un solo pomeriggio e me lo porto dentro, perché ho patito con il protagonista i suoi stati d’animo. Le paure, le ansie, le gioie illusorie di non appartenere più alla propria vita e la triste ed amara consapevolezza che, malgrado la fuga da se stesso, la sua vita tornava verso di sé, prepotente rubandogli, beffarda, anche quella che lui credeva essere la sua vera identità.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

GC: Non amo l’horror. L’inquietudine che ne deriva dalla lettura di un libro, o dalla visione di un film del genere, mi raggela le vene. L’eccessiva suspense e i raccapriccianti e spaventosi colpi di scena, mi destabilizzano. Preferisco letture più “serene” che mi coinvolgano, che mi lascino con il fiato sospeso, ma che non mi impauriscano inutilmente.

EM: Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia o, che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?

GC: Scrivere è passione, scrivere, forse, è malattia. Chi non è affetto da questo “male”, forse, non riesce a capire profondamente le esigenze di chi lo è. Per un certo periodo, che è durato più di un decennio – diciamo dalla nascita del mio primogenito ho smesso di scrivere, soffocando le mie emozioni in uno spazio circoscritto della mia mente e del mio cuore. Non era gradevole sentirsi la “diversa” della famiglia e allora ho voluto uniformarmi a tutti coloro che mi circondavano. Poi, ho sentito l’esigenza di essere me stessa e di non più fingere davanti allo specchio della mia vita. Perché è mia e di nessun altro e, sebbene ci si sforzi di piacere a tutti, alla fine, ci sarà sempre qualcuno a cui non è dato di piacere.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

GC: Sono nata in Liguria, a Ventimiglia, proprio sul confine italo-francese, ma i miei genitori sono entrambi di origine pugliese. Io vivo a Torino dall’età di 2 anni, circa, quindi, posso tranquillamente dire di sentirmi una torinese. Adoro la mia città e cerco di viverla al meglio. Ho provato a vivere altrove, per un breve periodo, ma, alla fine, sono tornata sui miei passi. Poi, soprattutto in questi ultimi anni, così come ha sponsorizzato l’ex Sindaco Chiamparino, per le Olimpiadi del 2006, Torino non si è mai fermata. Ci sono ancora tanti problemi da risolvere, ma credo che nessuna città italiana ne sia esente. È una città che ama la cultura e questo è per me come una coccola gratificante. Pullula di stimoli culturali, creativi. Vengono organizzati moltissimi eventi di rilevanza internazionale – e, non mi riferisco soltanto al Salone del Libro… Tutto ciò mi fa stare bene, in questa città.

EM: Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?

GC: Amo entrambe. In questo momento, come ho già spiegato, forse proprio per mancanza di tempo, non mi sto dedicando molto alla narrativa, ma mi piacerebbe molto poterlo fare, per sentirmi più completa. Esprimersi in versi arricchisce lo spirito. Raccontare è stupendo. Ho scritto anche delle canzoni per bambini, durante il periodo in cui ho insegnato nella scuola dell’infanzia, e delle storie-filastrocche che ai bambini sono piaciute molto. Bisogna fare delle scelte. Per ora scelgo la poesia, in attesa di poter avere un po’ più di tempo da dedicare alla mia voglia di raccontare.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

GC: Come mamma – forse rientro nei soliti luoghi comuni – vorrei poter vedere la gioia dei miei figli e la realizzazione dei loro sogni. Come autrice, mi piacerebbe poter incontrare il consenso di un congruo numero di lettori. Credo che la soddisfazione maggiore per un autore sia quella di avere contezza di aver regalato emozioni e arricchito, in qualche modo, chi si è avvicinato per pochi attimi, attraverso magari anche solo pochi versi, alle sue creazioni. Un sogno nel cassetto? Terminare il mio romanzo e riuscire a pubblicarlo.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

GC: Una volta, un amico illustratore di libri rivolti all’infanzia, mi ammonì, dicendomi che il mondo editoriale è una giungla. Purtroppo, almeno in parte, convengo con quanto mi disse questo amico. Molte case editrici speculano sui sogni e sulle aspirazioni di tante persone che hanno la passione per lo scrivere e trattano i libri come se fossero prodotti da banco da esporre in una corsia di supermercato. Ciò che conta è guadagnarci. Ci sono anche realtà editoriali minori che ancora puntano sulla qualità e sull’umanità, avvicinandosi agli autori con amicizia e comprensione, ma, purtroppo, non sono molte. La stessa Susanna Tamaro, intervistata al Salone del Libro di Torino 2011, ha consigliato agli autori emergenti di non demordere, di credere in ciò che si scrive e di avere pazienza, perché non è così semplice trovare subito l’editore disposto a pubblicarti. E lei stessa ha vissuto questa condizione. Ma non ha rinunciato alla sua passione e, alla fine, la sua costanza è stata premiata.

EM: Sì, mai demordere, mai scoraggiarsi e smettere di scrivere! E cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

GC: Ci sono tanti stimoli interessanti. Tante proposte, tante persone che “fanno” la cultura. Anche la cultura, come la lingua – soprattutto quella parlata – cambia sembianza, con la trasformazione della società. I nostri genitori intendevano, per cultura, qualche cosa di diverso rispetto a quanto intendiamo noi oggi. Oggi, anche internet è cultura ed è uno strumento importante tanto più che quando eravamo bambini non esisteva. Cultura, intercultura. Apertura verso mondi diversi dal nostro, verso mentalità e tradizioni diverse. Anche questa è cultura. Prima di tutto, la cultura della tolleranza. Da questa ne derivano tutte le altre forme.

 EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

GC: Ritengo che i premi letterari siano importanti per un autore, perché attraverso questi ultimi, ci si mette costantemente in gioco. Le sconfitte sono sempre dietro l’angolo e diventano uno sprone per migliorarsi. E se poi arriva qualche riconoscimento, ci si sente appagati e invogliati ad andare avanti, perché vuol dire che ciò che si è scritto, ha incontrato il favore di una giuria o di un pubblico più vasto.

 EM: Il mese scorso ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?

GC: È difficile poter rispondere a questa domanda. Forse, è proprio l’abbondare di scrittori, rispetto ad un tempo, che mette in difficoltà la critica. C’è eccessiva saturazione.

 EM: Quanto è importante per te il confronto con altri autori?

GC: Credo che confrontarsi con altri autori sia fondamentale. Le diversità, se vissute bene e con saggezza, sono sempre fonte di arricchimento. Confrontarmi con altri autori mi entusiasma moltissimo. Si possono condividere esperienze e rendere meno gravose le difficoltà legate alle prime pubblicazioni. Si possono unire le forze, per aprirsi nuovi orizzonti. Non deve esistere rivalità. Non nel mondo letterario, perché ognuno esprime al meglio se stesso.

EM: Sì, bisogna che ci sia rispetto e stima reciproca, senza mai avere la presunzione di possedere la verità, purtroppo questo, raramente accade.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?

GC: Non bisogna mai credersi “arrivati”, nemmeno dopo aver visto le prime

pubblicazioni. Bisogna mettersi continuamente in gioco. Io ho ancora molta strada da fare. Ho raccolto qualche piccolo frutto, soprattutto in questo ultimo anno, ma “emergere” non è semplice. Oggi, purtroppo, tanti scrivono. Pochi leggono. E, forse, è anche questo che ha mandato in crisi il mondo editoriale. Come dice Giorgio Maremmi, scrittore ed editore da anni, dell’omonima casa editrice di Firenze, nel suo “Avalon – L’agenda dello scrittore” – “[…] ci sono troppe case editrici per il numero di lettori, in Italia. Ce ne sono ancora poche, per poter soddisfare tutte le richieste di pubblicazione di tutti gli autori […]”.

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?

GC: È mia intenzione continuare a scrivere anche narrativa, nei ritagli di tempo che mi saranno concessi tra tutte le cose che mi impegnano durante le mie lunghe giornate.La prossima pubblicazione, sarà, appunto, la mia prima raccolta: “Un passaggio verso le emozioni”. Tutto il resto…. è divenire.

EM: Grazie per la tua disponibilità e tanti auguri per le tue prossime pubblicazioni!

GC: È stato un gran piacere, Emanuele. Grazie a te per avermi dato questa possibilità.

 

 

A cura di Emanuele Marcuccio                                          

10 settembre 2011 

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