In uscita “I Grilli del Parnaso”: Spurio, Lombardi, Marcuccio e Carmina uniti per la Poesia

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I grilli del Parnaso. Alterne stratificazioni

Autori: Lorenzo Spurio, Iuri Lombardi, Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio

Prefazioni: Pina Piccolo, Paolo Ragni, Camillo Palmeri, Susanna Polimanti

Pagine: 192 – Costo 15 €

ISBN:

cover grilli parnaso-page-001Sinossi:I grilli del Parnaso contiene quattro sillogi poetiche di quattro autori contemporanei: Lo zoo di Gioele di Iuri Lombardi, Le acque depresse di Lorenzo Spurio, Visione di Emanuele Marcuccio e L’iperbole della vita di Luigi Pio Carmina corredati ciascuno da puntuali note critiche d’introduzione. Ricordando l’Italia di oggi e di ieri, Lombardi mette a nudo i suoi pensieri più profondi e anche quelli fugaci mostrando al lettore miriadi di paesaggi nascosti, di vita propria e altrui. La dimostrazione che con pochi versi si può creare arte pura si ha con Emanuele Marcuccio, il quale ci offre una Visione, quasi a tratti leopardiana e quasi a tratti di un personale classicismo, di ciò che comunemente sottovalutiamo. Tematiche…

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Dittico poetico sull’immigrazione delle poetesse Lucia Bonanni e Francesca Luzzio

“Al piccolo Aylan sulla spiaggia…” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio (dittico poetico a due voci, proposto da Emanuele Marcuccio)

Creiamo dittici poetici a due voci, qualora individuassimo corrispondenze sonore, emozionali, di significanti in un’altra poesia dal tema simile, affinità elettive, oltre le distanze e il tempo, e così proporlo all’amico/a poeta o poetessa. Sì, infrangiamo questo cliché letterario sulla solitudine del poeta, come ho già fatto tante volte io creandone più di sessanta e due Antologie.

 In un dittico a due voci il poeta si apre al prossimo, anch’egli poeta, scegliendo che ai suoi versi facciano eco quelli di un altro poeta che trova in qualche modo affine, in cui individua corrispondenze sonore o emozionali, affinità elettive, corrispondenze di significanti.

 Emanuele Marcuccio

 

AL PICCOLO AYLAN SULLA SPIAGGIA…

POESIA DI LUCIA BONANNI 

Non posso più cantare.

Non voglio più cantare.

Non ha più corde la mia cetra.

Deserta l’ho lasciata

ai piedi di un cedro desolato

dove tra i rami non più vivi

ragnatele

si disegnano di polvere nera

e cellulosa infume sgoccia

da coni esplosivi e aghi

che hanno perso colore.

Assolata spoglia sabbiosa

spesso interrotta

la tua Terra, esile sguardo,

in un attimo rapito

dalle ruote dentate delle acque.

Forse in quel momento

credevi

                di sognare.

Forse pensavi

                          di tornare

nel cavo della nicchia

che ti accolse implume

e come le rondini di mare

forse speravi

                         di migrare

verso paesi innocenti e finalmente nuovi.

Invece quel lido

dalle spume di salnitro

è stato la tua bara di silenzio.

Tu che di indaco e fuoco vestivi

le forme del cuore

anche per te di breve

tempo, flebile voce, che tra ghirlande

di dura luce

sei tornata a tacere

presso i tetti sconnessi di Kobanê.

18 settembre 2015

A Turkish gendarmerie stands next to a young migrant, who drowned in a failed attempt to sail to the Greek island of Kos, as he lies on the shore in the coastal town of Bodrum, Turkey

MARE INNOCENTE

POESIA DI FRANCESCA LUZZIO 

Sento il fuoco

che fa palpitare le mie vene,

né si spegne con le tue parole.

Mi distendo sulla battigia

e cerco di non pensare,

ma ecco improvvise, danzanti

e frementi tante ombre

sulle creste delle onde

che nel frangersi tremanti,

lente sussurrano nomi e…

…dicono parole:

– Il mare con la sua coperta azzurra

mi trattiene… –

-Mare, mare, dillo tu a mia…

madre che non vede!-

-L’acqua mi soffocava,

non volevo morire…

ed ora i pesci mi stanno a mangiare!-

-Destino infame, destino infame! Non ho ieri, non ho domani.-

Ed io tappo le mie orecchie per non sentire

e, mentre tu mi chiami, si spegne tragica

la visione.

Ti abbraccio malinconica e confusa,

mentre il mare sereno e azzurro

mostra innocente calma,

indifferente anche

al singhiozzante gracchiare

di bianchi gabbiani.

primavera 2015

“Per i terremotati d’Abruzzo” di E. Marcuccio, con traduzione in aquilano

PER I TERREMOTATI D’ABRUZZO[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

Tutto hanno perduto,

le macerie li han travolti

e in un minuto

le loro case, la sicurezza

li ha abbandonati.

Corpi dispersi,

corpi ritrovati

vivi e feriti,

che si perdono nella massa informe,

che si annullano tra le macerie

nella rovina,

nel pianto,

nell’abbandono.

Vista orribile, dolore orrendo!

I sopravvissuti che sopraggiungono

si perdono in quel mare di cemento,

si confondono nella rovina di quelle case,

e chiedono aiuto, a tutti chiedono aiuto!

8 aprile 2009

per terremotati_onna_ok11

TRADUZIONE IN DIALETTO AQUILANO

PE’ JIU TARRAMUTU DE J’ABBRUZZU[2]

TRADUZIONE A CURA DI LUCIA BONANNI 

Tuttu quantu se so’ persi[3],

(‘mezzu a jiu dirupu)[4]

ij muri se so’ sciricati[5]

e a issi se so’[6] accarrati ‘nnanzi

e entro ‘nu minutu

le case se so’ sbriccate[7], lo bbóno[8]

ij’ à lassati.

Corpi arruati[9] de qua e dellá

corpi retróáti

vivi e tormendáti[10]

que se perdu entru tanta tisolazió[11]

que non se recónúsciu ‘mmezzu a le macerie

‘mmezzu a la ruina

‘mmezzu a iju piantu

‘mmezzu a iju tormentu.

Dolore scuru, tristu lamentu![12]

Quiji que non so’ morti révengo arréte[13]

se perdu entru ‘nu mare de cementu,

s’accappanu[14] éntru la disgràzia de quéle case

e addómannanu ajiutu

(sperzi e accorati)[15]

a tutti quanti addómannanu ajiutu!

Traduzione di Lucia Bonanni

1-10-2015

[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 18.

[2] Traduzione in vernacolo aquilano di “Per i terremotati dʼAbruzzo” di Emanuele Marcuccio, a cura di Lucia Bonanni. Riguardo al titolo ho tradotto con “Pe’ jiu tarramutu de j’Abbruzzu” (Per il terremoto dell’Abruzzo) perché la parola tarramutati in aquilano non è molto usata.

[3] Nel primo verso ho preferito tradurre con tuttu quantu se so persi invece che tuttu ànnu persu perché mi sembra che così ci sia l’allitterazione in “i” a fine rigo nei vv 1, 3 e 4.

[4] I versi tra parentesi sono stati inseriti per dare forza alla traduzione. Dirupu qui sta per evento tragico, cataclisma.

[5] Sciricati, rovinati, devastati.

[6] Nei versi 1, 3 e 4 ho volutamente ripetuto l’espressione se so’ per formare unʼanafora.

[7] Sbriccate, cioè macerie, sassi, bricco è il sasso di piccole dimensioni.

[8] Lo bbòno sta per il bonum latino, cioè le cose buone quindi la sicurezza.

[9] Arruati sta a significare buttati in mezzo alla strada, rua infatti vuol dire strada.

[10] Tormentati come sinonimo di feriti.

[11] Tisolaziò sta per “massa informe”.

[12] “Dolore scuru, tristu lamentu” per tradurre i versi “Vista orribile, dolore orrendo”. La parola scuru viene usata con significati diversi, per esprimere sofferenza, dolore e disappunto; l’espressione “scura mi” significa “povera/o me”, tristu ha significato simile al latino, una persona trista è una persona poco affidabile.

[13] Quij que non so morti revengo arrete, ho usato un’antifrasi per tradurre “i sopravvissuti che sopraggiungono”.

[14] Si nascondono, per dire che si confondono nella rovina delle case.

[15] Sbigottiti e fortemente addolorati.

“L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta” a cura di Lucia Bonanni

L’ Anima di Poesia di Emanuele Marcuccio, dolce poeta

Lettura critica del suo mondo poetico, partendo dall’analisi della silloge  Anima di Poesia (2014)

Soffi leggeri di quel vento
di poesia… pervade e abbraccia
l’anima nel più profondo.
                    Emanuele Marcuccio
Mi rapisce
l’alta armonia, suprema riecheggia
immenso amor;
arte: felicità soave
che per l’ampio calle mi commuovi.
[E]roico canto, risuona!
                         Emanuele Marcuccio
Chi scrive parla di cose che tutti conoscono e che non sanno ancora di conoscere. Il senso della letteratura è il senso del lavoro di un uomo  che si esprime con carta e penna. Scrivere è trasmettere sguardo interiore alle parole, ricercare un nuovo mondo nella propria mente con pazienza, ostinazione e gioia. <Scavare un pozzo con l’ago> è un bel modo di dire turco che descrive il lavoro dello scrittore. Credo che la letteratura sia il tesoro accumulato dall’uomo nella ricerca di se stesso” (Orhan Pamuk, La valigia di mio padre).
Nella segreta geometria della vita Emanuele Marcuccio è esempio di scrittore che lavora con pazienza, gioia e perseveranza, sviluppando un mondo suo personale. Egli scrive per la necessità innata di scrivere, per abitudine e per passione, scrive per trasformare la realtà, non essere dimenticato e riuscire ad essere felice. “Perché io sia felice è necessario che ogni giorno mi occupi un po’ di letteratura” (O. Pamuk, op. cit.) e Marcuccio ogni giorno si lascia avvolgere dalle consolazioni che gli derivano dalla pratica letteraria. La sua ispirazione poetica è “un’ispirazione drammatizzata” in cui egli si apre agli stimoli che gli giungono dall’esterno come ai luoghi della mente e alle nebulose che avvolgono la memoria e il ricordo, regalando sempre felicità al lettore. Il suo lavoro è imperniato sul voler capire fino in fondo i segreti che una strada, la gente, un albero, il mare, il sole, le navi, le case, gli amici e tutte le vicende umane possono trasmettere e rivelare così immediatezza di scrittura e la responsabilità verso l’attitudine dello scrivere. In questo suo percorso Marcuccio è come un Robinson  Crusoe che si perde in un’isola poetica e come un Don Chisciotte che non combatte contro i mulini a vento, ma si fa portavoce di libertà interiore. Con i suoi scritti offre senso di appartenenza, incuriosisce, si traspone nell’altro e fa vivere speranze in un modo ricco e profondo. Come afferma Mallarmè “Ogni cosa nel mondo esiste per essere inclusa in un libro” e Marcuccio nei suoi libri, oltre a se stesso, include l’Umanità intera. E parla della forza immaginaria di un’anima racchiusa dentro una cornice di versi.

Anima di poesia che mi abbracci

nell’attesa, nel silenzio,

mi sembra di sognare…

Anima di poesia, non svegliarmi,

lasciami ancora sognare…[1]

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900In questi versi il poeta esprime amore e trasporto emotivo verso l’arte poetica, si lascia abbracciare, si lascia vezzeggiare e ninnare dalla Musa tanto che gli sembra di vivere un sogno talmente bello che non vuol svegliarsi, ma tenere intatta la magia del momento. È una lirica pervasa di quiete, illuminata da luce soffusa e dalla “limpida meraviglia/ di un delirante fermento” e come Ungaretti anche Marcuccio scava nel proprio silenzio per trovare la parola giusta e affinare il verso.
Cultore e appassionato di musica classica, nei grandi compositori trova “riflessi di cose calme (e) una luce nasce nel suo petto” e come per Federico García Lorca, al quale ha dedicato ben quattro poesie,  le musiche di Debussy sono per lui motivo di ispirazione poetica. Nei suoi versi “Gli odori della notte/ si disperdono nell’oscurità/ [e] si assottigliano nell’immensità” oppure, come nella lirica “Bach”, le note si rincorrono a formare un’ “Architettura perfetta/ [di] armonia infinita”. Nella lirica “Gli odori della notte” le forme verbali, ben calibrate e centrate nel verso, “si disperdono”,  “si assottigliano”, “si  dileguano” sono  legate alle  forme lessicali dei complementi di luogo “nell’immensità”, “nell’oscurità”, “nell’oblio”  e fanno risaltare l’andamento musicale della lirica e danno maggior rilievo alla scelta non casuale degli aggettivi più che una partitura di parole che si muovono sul pentagramma della pagina di scrittura. Da notare in questa lirica la finezza espressiva che mette in relazione i concetti espressi dai verbi e dal lessico e che sono complementari e contrari. L’oscurità dà senso di vuoto, è dispersiva e attutisce i rumori, l’immensità dà senso d’infinito e in essa le cose divengono sempre più sottili e invisibili man mano che percorrono lo spazio cosmico.
Nella lirica “Eternità” scritta per omaggiare il poeta Nazim Ikmet, l’avverbio di luogo “oltre” è ripetuto in anafora per ben  cinque volte per dare forza al discorso poetico e rafforzare l’idea che  la poesia è comunicazione che rende più consapevoli e responsabili gli uni verso gli altri e fa scoprire umanità. La vicenda del poeta turco avvince e rammarica al contempo; i periodi di prigionia non affievoliscono la sua vena poetica, anche se gli viene negato il lapis e un pezzo di carta ed egli è costretto a trasmettere a mente i suo versi a chi si reca a fargli visita. “La mia vita si disperde in me e si ritroverà in te per lungo tempo e nel mio popolo per sempre”. Così “Oltre quel fumo,/ […] quella porta,/ […] il mare immenso,/ […] l’orizzonte sconfinato” Marcuccio pianta l’olivo della Pace e traghetta il poeta verso un nuovo domani. Il filo rosso che lega le liriche “Io sole”, “Girasoli” e “Torna l’estate” è una gamma cromatica variegata e fulgente; qui il sole assume carattere di creatura composita, è “riflessivo e meditativo” e si mostra figura dialogante mentre l’io lirico del poeta fa da narratore interno e ricorda alla luna  che lei è “sovrana/ […] nell’ampia notte” e la sua “ombra d’argento/ sovrasta la terra” mentre “il giorno è il [suo] regno” e i suoi raggi “corrono lungo/ il tempo e lo spazio”. C’è una nota di malinconia in questa trasposizione scenica in cui l’esistenza è fugace e la corsa inesausta del sole ricorda che “il tempo fugge”  e “la terra brucia” nel suo moto di rivoluzione intorno a quel dio pagano, venerato e amato fin dall’antichità.
Portami il girasole ch’io lo trapianti/ nel mio terreno bruciato dal salino” scrive Montale e Marcuccio nei girasoli trova “bionde trasparenze” e rinviene la luce della Poesia che “ci fa poeti” e “ci illumina anche di notte”. I “riposi enormi” dell’estate sono per Marcuccio motivo di tedio e stanchezza per l’ “incessante cicaleccio” che si perde per le vie, noncurante di quel “raggio accecante” che fa delle fronde “arbusti accesi”. Ma nella stagione che addensa il clima, l’autore troverà “quel varco di cielo” e “un chiarore d’azzurro” (riprendo la felice espressione di una sua recente poesia) che sapranno mitigare il senso di calma noia che si insinua nel  suo animo e gli porta il desiderio di volare lontano e restare sereno in “altri lidi”. Le belle immagini del “raggio accecante” e degli “arbusti accesi” sono speculari e simmetriche; alla luce forte dell’uno corrisponde il fuoco cromatico dell’altro; immagini nitide per esposizione luminosa, ma per certi versi angoscianti per quel senso di solitudine evocato e che fa pensare alle distese assolate della terra siciliana. Come per i grandi musicisti Marcuccio dedica e si ispira agli scrittori che hanno fatto grande la letteratura e dalle sue letture emergono dediche ai personaggi a lui più cari. La lettura di Manzoni lo porta a scrivere versi di ammirazione per la delicata figura di Lucia Mondella e la casta bellezza della ragazza è descritta nei “capelli neri e vergognosi” e negli “occhi tremanti”; neppure i “vaghi rai fulminei” che di luce inondano la casa natale riescono a scalfire la sua purezza. Il poeta vorrebbe, e qui la voce lirica è quella di Renzo, “naufragare nell’incanto” e nel “soffio dorato del […] sorriso” di Lucia.
Jesi-14-11-2015 (1)È strabiliante vedere la capacità immedesimativa e di trasposizione empatica che Marcuccio mostra nei propri lavori e la sua poetica, che ad una prima lettura potrebbe  apparire come semplice sfogo e soltanto di genere intimista, parola per parola denota e si connota nella poesia civile per la costante  attenzione che il poeta pone al mondo circostante. Da  ciascuno dei suoi componimenti, si evince, sì, la nota intimista, ma è proprio questa il motore di tutta l’impalcatura poetica e che fa scaturire menzione oltre il sé psichico. Ecco allora che la parola si fa di seta e il verso volge la prua verso le vicende umane, gli affetti, gli amici, la bellezza della Natura e la vita nella sua realtà logica e cronologica.
Di una tenerezza infinita la dedica che apre la silloge: “Alla cara memoria di mio padre”, una memoria sacra, indelebile, cadenzata nel cuore e, impressa nell’anima. Una memoria invitta e invincibile che il poeta elabora nella lirica “Caro papà”, mettendo  a nudo la tenerezza del sentimento filiale. Sembrano quasi una nenia questi versi espressivi e concisi in cui dondola il ricordo di quell’uomo “piccolo e indifeso/ in quel letto d’ospedale”. La chiave di lettura di questo componimento sta nei due aggettivi piccolo e indifeso del primo verso e in quello che chiude la lirica “poi l’ultima… basta…!”. Proprio come un bambino piccolo l’uomo dal respiro affannato  e la mano al tatto fredda e assente, invoca la mamma a chiedere aiuto per quell’imperativo categorico che non lascia scampo. Altamente evocativo e coinvolgente il vocabolo “basta” che non necessita di altre spiegazioni perché da solo basta a lasciar intuire il significato, l’epilogo e il commiato.
Gli affetti per Marcuccio sono punto forte di riferimento del proprio vissuto e il sentimento di amicizia è per lui parte fondante delle relazioni sociali e artistiche. Non manca perciò di elaborare versi per gli amici e “Telepresenza”, “Anima di poesia”, “Supersonica”, “Il viaggio”, “Muro, che ti discosti…”, “Pensieri”, “Vento di poesia” sono i componimenti dedicati agli amici e agli autori con cui intrattiene affinità elettive, affinità che trovano accoglimento nel progetto di “Dipthycha”, ideato e curato dallo stesso Marcuccio e che quest’anno giunge al suo terzo volume. L’idea creativa del curatore dà vita a dittici a due voci, grazie anche alla poetessa Silvia Calzolari, musa ispiratrice del primo dittico realizzato nel 2010, con il suo componimento  “Telepresenza” e con “Vita parallela” della Calzolari. Se nel teatro è l’attore a mediare il personaggio e ogni singolo spettatore se ne appropria in una identificazione emozionale, nella realtà virtuale è una “telepresenza/ frapposta da un foglio di vetro” (Marcuccio) in cui “sensazionintese di parole unite/ costituiscono mondi di umanosentire” (Calzolari). Nel teatro del web lo spettatore non ha davanti a sé la cavea, ma “un foglio di vetro impazzito” (M) e una tastiera “in realtà autentiche” (C) in cui l’individuo vive attraverso la proiezione virtuale tutte le problematiche connesse alla propria realtà psichica, riuscendo ad utilizzare il potere espressivo come creatività e catarsi; contenuti ascrivibili alle uguaglianze e differenze  di ciascuno e collegati fra loro da un filo rosso che li lega in circolarità empatica
La tecnica compositiva spesso usata da Marcuccio è quella del contrasto e dell’antitesi mediante la quale mette a confronto immagini, emozioni, vicende e accadimenti. Nella lirica “Punte” elabora una sinossi iconica tra la punta di un albero, probabilmente una conifera, e la punta di un iceberg. Dai rami verdi si sprigiona profumo intenso che inebria il buio della notte; al contrario un ammasso glaciale può procurare solo bufere. Ma l’espressione “la punta di in iceberg nel glaciale/ propaga/ bufere// all’aurora” è da intendersi in senso metaforico, infatti fa pensare ad un dissidio interiore che scatena malessere e bufere verso una speranza nascente ovvero una circostanza non piacevole che va a scalfire idee già organizzate nella mente. Talvolta il senso di solitudine pervade l’animo del poeta che “nelle luci opache” si immagina distante e smarrito e quasi invisibile in mezzo alla gente e per mitigare il suo “agire impedito” traguarda la folla, va oltre, al di là di certi “ammassi/ informi”. “Carpe” è voce latina perentoria del suo animo che lo induce a cogliere il respiro della Musa per ritrovare in se stesso “vasti spazi di possibile” e riempire le mani di compassione e pietà per chi “espia colpa” a causa del furore di eventi nefasti. “Sibila lontano la guerra/ e giunge/ distruttiva…” (“Muro, che ti discosti…”), “Corpi dispersi,/ corpi ritrovati/ vivi e feriti/ che si perdono […]/ che si annullano […]/ nella rovina,/ nel pianto,/ nell’abbandono./ [E] a tutti chiedono aiuto!” (“Per i terremotati d’Abruzzo”).

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità[2]

A “Mare della Tranquillità” mi sono ispirata per scrivere “Anche l’oceano”. Nella lirica l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.
Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono <liriche “cosmiche”>, liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali.
Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura mentre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[3], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire , fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La poesia di Emanuele Marcuccio è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura.
È un respiro ampio di vita che “[…] ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[4].
Lucia Bonanni
San Piero a Sieve (FI), 29 novembre 2015
[1] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 27.
[2] Ivi, p. 38.
[3] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.
[4] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

Successo a Jesi con poeti da tutta Italia per la premiazione de “L’arte in versi”

Nell’affascinante cornice della Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni, nel cuore del centro storico di Jesi, sabato 14 novembre è andata in scena la premiazione della IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, un evento culturale che annualmente chiama a raduno poeti in lingua e in dialetto di ogni parte d’Italia.  Dopo tre premiazioni del premio che hanno avuto la loro location a Firenze, da quest’anno il Premio è stato trasferito a Jesi, nelle Marche, per volere del Presidente, Lorenzo Spurio, che nella nota introduttiva alla antologia del Premio ne motiva le ragioni di fondo.
La partecipazione al premio in questa edizione è stata straordinaria e la segreteria si è vista ricevere 750 poesie in italiano e 90 in dialetto che una attenta giuria composta da esponenti del panorama letterario contemporaneo ha letto e valutato con particolare attenzione.
A Jesi sabato si è proceduto a consegnare i premi a tutti quei vincitori e menzionati che la Commissione di Giuria, presieduta da Susanna Polimanti, ha deciso di attribuire. Oltre ai premi da podio per entrambe le sezioni (il 1° premio per la poesia in italiano è andato ad Aldo Tei di Latina mentre il 1° premio per la poesia in dialetto a Gaetano Catalani di Ardore-RC) si è consegnato il Premio alla Carriera Poetica alla poetessa catanzarese Marisa Provenzano. Per vedere la lista completa dei premiati a vario titolo clicca qui.
Momenti particolarmente intensi si sono avuti nella seconda parte della premiazione quando la Giuria ha voluto ricordare il poeta novolese Bruno Epifani (1936-1984) e la poetessa locale Novella Torregiani (1935-2015) consegnando ai familiari i rispettivi Premi alla Memoria. A ritirare il Premio alla Memoria a Bruno Epifani è stata la moglie Maria Rosaria Savoia dopo la lettura attenta della lunga motivazione-analisi critica sull’importante opera del marito letterato di cui molte delle liriche furono scritte durante periodi più o meno lunghi di permanenza all’estero (Al Cairo, Barcellona). Nella motivazione la giuria ha cercato di collocare con onestà intellettuale e lucidezza di giudizio esegetico l’opera di Epifani tra quelle della tradizione degli autori meridionalisti contemporanei che hanno lasciato il segno, imperniando il dialogo intimo con sé stessi sul binomio antipodale di residenza e fuga dalla terra d’origine.
Il Presidente del Premio ha, invece, dato lettura alla motivazione per il conferimento del Premio alla Memoria alla poetessa portorecanatese Novella Torregiani recentemente scomparsa. Ida Angelici ha dato lettura ad alcune sue liriche in dialetto portorecanatese impressionando il pubblico per l’intensità espressiva e l’afflato intimo tipico delle poesie di Novella Torregiani dove il canto si fa lode al creato e l’amore è una preghiera di una speranza che sempre si rinnova. Il figlio della poetessa, Gianmarco Grilli, ha letto una lettera da lui scritta assieme al fratello per ricordare la poliedricità artistica nonché la grande umanità della madre. Non sono mancati frangenti di vera commozione.
La Giuria presente in sala era composta da Lorenzo Spurio (Presidente del Premio), Susanna Polimanti (Presidente di Giuria), Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella, Elvio Angeletti, Emanuele Marcuccio, Valentina Meloni, Giuseppe Guidolin e Iuri Lombardi.
Assenti i membri di Giuria Lella De Marchi, Martino Ciano, Marzia Carocci e Salvuccio Barravecchia.
La serata è stata impreziosita dagli interventi musicali, al piano, del Maestro Piero Gentili.
All’intero della cerimonia sono stati consegnati Premi Speciali a Franco Patonico, vincitore del Premio Speciale del Presidente di Giuria con una poesia ispirata al drammatico conflitto siriano. Andrea Pergolini, invece, è risultato vincitore della Targa Universum Academy con la poesia dal titolo “Ritorneranno a fiorire i tulipani” dedicata all’amica poetessa Augusta Tomassini (presente in sala), non vedente a causa della retinite pigmentosa. A consegnare il premio sono state Lilli Simbari e Michela Tombi, rappresentanti della Universum Academy per la Regione Marche.
Il giovane Gabriele Galdelli si è aggiudicato il Trofeo Euterpe, premio espressamente voluto dalla rivista di letteratura “Euterpe” (uno degli enti che organizzano il premio) perché nato con l’intento di premiare quella poesia che in maniera particolare traccia le figure del canto, dell’allegrezza e della spensieratezza arcadica, elementi costitutivi dell’iconica e leggiadra divinità greca.
Come ogni anno l’organizzazione del Premio ha convintamente sposato una determinata causa umanitaria alla quale indirizzerà parte dei proventi derivanti dalla vendita delle antologie del Premio. Per questa edizione gli organizzatori hanno deciso di devolvere al progetto “Ospedale senza dolore” della Fondazione Salesi Onlus di Ancona che supporta l’attività di ricerca relativa al bambino ospedalizzato, con particolare riferimento alle problematiche psicologiche e psicopedagogiche, al miglioramento della qualità di vita del periodo di degenza ospedaliera dei bambini e delle loro famiglie, all’attuazione di tutte le iniziative volte a favorire i contatti tra l’ospedale e l’ambiente esterno.
Gesto di grande esempio è stato quello inaspettato e amorevole di Gaetano Catalani, vincitore del 1° premio per la sezione poesia in dialetto con il testo “Piccirigliu meu”, che ha preferito non ritirare il suo premio in denaro di 200,00 € e di donarlo al Premio, affinché potesse contribuire all’importo finale dei proventi raccolti che verranno donati alla Fondazione Salesi.
L’attestazione della donazione che verrà effettuata sarà diffusa sui canali internet degli enti organizzatori al concorso e inviata a mezzo mail ai partecipanti al concorso.
A Gennaio si partirà con la nuova edizione del Premio, le cui modalità e termini di partecipazioni rimarranno inalterati: scadenza di invio dei materiali: maggio e premiazione finale: novembre.

ALBUM FOTOGRAFICO DELLA PREMIAZIONE (Foto di Valerio Lancioni)

Per vedere l’album completo con tutte le foto dei premiati a vario titolo clicca qui.

IL VIDEO INTEGRALE DELLA SERATA

Immagine

Dal Corriere Adriatico del 17-11-2015
Dal Corriere Adriatico del 17-11-2015

SPURIO

Jesi accoglie la premiazione del IV Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi”

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Dopo ben tre edizioni che hanno avuto la loro serata finale di premiazione a Firenze, da quest’anno il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” avrà la sua sede a Jesi (AN). Sabato 14 novembre p.v. presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni (Corso Matteotti 19) a JESI si terrà la  premiazione della quarta edizione del Premio.
Il concorso è organizzato dalla rivista di letteratura “Euterpe”, aperiodico online di letteratura in unione con la Associazione PoetiKanten e il format poetico-musicale Deliri Progressivi, con l’Alto Patrocinio della Universum Academy Switzerland che, nella figura del Presidente dott. Valerio Giovanni Ruberto, ha generosamente messo a disposizione una targa in oro 24 kt.
L’intera manifestazione è stata realizzata sotto il Patrocinio Morale della Regione Marche, della Provincia di Ancona e dei Comuni di Ancona, Jesi e Senigallia.
Presenzieranno LORENZO SPURIO (Presidente del Premio) e SUSANNA POLIMANTI (Presidente di Giuria) assieme a vari membri della Commissione di Giuria: Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella, Emanuele Marcuccio, Elvio Angeletti, Salvuccio Barravecchia, Valentina Meloni e Giuseppe Guidolin, Iuri Lombardi.
Durante la serata si provvederà ad attribuire i Premi ai 1°,2°,3° vincitori assoluti per le due sezioni del Premio (poesia in lingua italiana e poesia in dialetto) che saranno così attribuiti: POESIA IN ITALIANO 1° Premio ad ALDO TEI di Latina con la poesia “Il grido della libertà”, 2° Premio a ROBERTO RAGAZZI di Trecenta (RO) con la poesia “Pensiero della sera”, 3° Premio a MAURIZIO BACCONI di Roma con la poesia “Dentro una raccolta di poesie. POESIA IN DIALETTO 1° Premio a GAETANO CATALANI di Ardore (RC) con la poesia “Piccirigliu meu”, 2° Premio ad ANNA MARIA RAGNI di Osimo (AN) con la poesia “L’onda del Conero”, 3° Premio a MASSIMO VICO di Ancona con la poesia “Legna da àrde”.  A a seguire la Giuria assegnerà i riconoscimenti indicati come Menzioni d’Onore e Segnalazioni della Giuria ad altrettanti poeti per entrambe le sezioni. 
Particolare rilevanza rivestirà l’attribuzione dei Premi Speciali così ripartiti: Premio Speciale del Presidente di Giuria a FRANCO PATONICO di Senigallia (AN) con la poesia “Quando si è persa l’anima”; Targa Universum Academy Switzerland ad ANDREA PERGOLINI di Fossombrone (PU) con la poesia “Ritorneranno a fiorire i tulipani”; Trofeo “Euterpe” a GABRIELE GALDELLI di Castelbellino (AN) con la poesia “Prologo, nonché epilogo”, il Premio alla Carriera Poetica a MARISA PROVENZANO di Catanzaro e i Premi alla Memoria conferiti alle famiglie del poeta BRUNO EPIFANI (Novoli-LE 1935 – Roma, 1984) e della poetessa NOVELLA TORREGIANI (Porto Recanati-MC, 1935 – Civitanova M.-MC, 2015).
Ad impreziosire la serata saranno gli interventi musicali del Maestro PIERO GENTILI.
A rappresentare l’Universum Academy Switzerland saranno la dott.ssa Liliana Simbari e la dott.ssa Michela Tombi, membri della Presidenza Regionale della Universum Marche.
Durante la Premiazione sarà disponibile alla vendita l’antologia del Premio contenente i testi poetici di tutti i vincitori e le motivazioni della giuria, i cui proventi derivanti dalla vendita verranno donati alla Fondazione Salesi Onlus di Ancona che il Premio, realtà umanitaria che il Premio, da sempre sensibile al sociale, ha sposato per questa edizione del Premio.
La cittadinanza è invitata a partecipare.

locandina formato piccolo

Dal “Resto del Carlino” del 10-11-2015

Jpeg

“Un chiarore d’azzurro” poesia di Emanuele Marcuccio con un commento di L. Spurio

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Commento critico a cura di Lorenzo Spurio

La nuova lirica di Marcuccio conferma la tendenza poetica degli ultimi mesi che lo colloca in un antro particolarissimo dove l’asciuttismo e la compostezza formale assurgono a denominatori comuni. Qui nell’ellittico componimento ci troviamo di fronte a un profondo sperimentalismo della forma dove, dopo l’inaugurazione annunciativa ad esprimere però una condizione ipotetica nella strofa d’apertura, seguono distici e monoverso intervallati tra loro scissi dagli “a capo” a marcarne l’esigenza di un raffronto possibile in una completezza di immagine.

Il titolo, “Un chiarore d’azzurro” richiama in maniera assai rilevante quel verso di una poesia del Marcuccio dedicata a F.G. Lorca nella quale parlava di una “felce d’azzurro” a testimoniare che la parvenza indistinta dell’aere, la colorazione tersa e carica dell’in-concreto accentra un pregnante significato nella translitterazione dell’emozione nel Nostro. Chiaramente sono assai diversificati i contesti situazionali: la lirica in omaggio a Lorca era una denuncia addolorata di un dolore lucido per la barbarie commessa dai nazionalisti, mentre qui l’azzurro, colore-suggestione-tema, quasi a definire un arché monodico di questo componimento, apre a una sensazione di sospensione e di leggerezza. La lirica, inoltre, è stata scritta dal Nostro in un periodo di vacanza, nell’Agosto scorso durante il quale ha abbandonato per qualche giorno la frenetica Palermo per una dimensione maggiormente a contatto con l’ambiente e nella quale –probabilmente- l’azzurro è ancor più pronunciato e struggente.

Gli elementi innervati a codificare la condizione ambientale e il momento di pausa del Nostro sono forniti dall’Autore in maniera parsimoniosa ed elegante, a delimitare un confine emozionale netto che si staglia nell’animo crepuscolare e contemplante del Nostro. L’apertura con una proposizione condizionale di per sé chiarifica l’esistenza di una situazione di privazione con la quale il Nostro è comunque in grado di fare i conti e di soprassedere: come dire con la mente si può tutto anche ciò che concretamente non può avverarsi. È così che si dipana il pensiero-illusione nella forma di una non identificabile varietà di uccello, in un’assunzione panteistica delle abilità del pennuto che è lasciata intuire ed è presaga di un desiderio di lievitazione, fuga, ma anche di una anelata osservazione aerea, dunque dinamica e allargata, della realtà.

La soavità di un’atmosfera mite a permettere la volatilità (dell’esperienza) è ben presto denaturata da un’immagine assai più concreta e fisica che richiama alla realtà: quella di un caldo estenuante di temperature eccessive che affaticano il corpo tanto da svilire anche l’attività finzionale del Nostro che aveva partorito l’immagine di partenza (“la calura/ mi strema”).

Sebbene la canicola indebolisca il Poeta in maniera pervasiva, lo sguardo non può che tornare a quel cielo che ogni cosa abbraccia dove il Nostro aveva librato leggero prima di fermarsi a considerare, quasi colto da un impulso di razionalità improvvisa, la cappa stantia di quella giornata afosa. Ed è lì che si configura il cambiamento visivo quando nell’azzurro il Poeta identifica con nettezza “un varco di cielo”, uno squarcio, un’apertura, un segno incomprensibile ma presente. È il momento più alto: quello della rivelazione, dell’epifania. Sembrerebbe a questo punto forzato voler leggere in questa “annunciazione” una significazione divina, un segno celeste interpretabile come una rassicurante presenza a presidiare l’umanità stordita del tanto caldo e impegnata nelle solite attività di un giorno qualunque.

La chiusa in distico ci consegna una diapositiva carica di fascino nella sua contrastiva avvenenza: il “tedio”, che a livello cromatico potremmo situare nella scala variegata dei grigi, è reso in opposizione a quel “scolora” dove intuiamo, invece, un indebolimento della tinta, un defluire visivo della tempra coloristica a degradare in un pallidume indistinto. È quel “chiarore d’azzurro” che lascia il posto a un cielo color latte o è l’anima del Nostro che, sulle scorte del sentimento di cui ci ha reso partecipi, ha inconsciamente operato una re-attribuzione di tinte?

Lorenzo Spurio

Jesi (AN), 15 ottobre 2015

 

Commento critico a cura di Luciano Domenighini

Frammentato in cinque brevi stacchi strofici questo “lamento” ermetico di dieci versi complessivi, aperto da unʼipotetica congiuntivo-condizionale in prima persona presente (modulo lirico-intimista insolito in Marcuccio) che poi si adagia in uno squarcio descrittivo-sensoriale in forma di chiasmo (figura questa invece, cara al poeta) ammirevole per la nettezza dellʼesposto. Unʼessenziale purezza linguistica che definirei ungarettiana. Lʼequilibrio metrico gravita sul quinario (dei vv. 2, 4, 9), spingendosi la misura fino al settenario dellʼottavo verso, ripreso nel titolo, apprezzabile per il lieve, lucente cromatismo.

Luciano Domenighini

Idro Val Sabbia (BS), 10 ottobre 2015

Lucia Bonanni a fondo nella poetica del palermitano E. Marcuccio

TRE POESIE DI EMANUELE MARCUCCIO

Una lettura a cura di Lucia Bonanni

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900Le poesie di Emanuele Marcuccio “Mare della Tranquillità”, “Di seta” e “Per una strada” per il loro costrutto e i loro contenuti necessitano di una lettura accurata e di uno studio approfondito. Sintetiche ed essenziali nella forma come nella sintassi, sono dense di significati nascosti che occorre ricercare nello stile come nelle diverse possibilità di senso che si offrono all’analisi testuale. In tali componimenti si denotano continui richiami e rimandi ad altre liriche dell’autore in una circolarità espressiva che lega i versi, letti ed elaborati in maniera del tutto originale. Volendo stilare un’analisi comparata, c’è da dire che l’impalcatura di tali componimenti poggia su riferimenti culturali ben precisi, quelli della cultura classica secondo la quale lo stesso autore con destrezza e disinvoltura fa uso tanto degli aggettivi sostantivati e le licenze poetiche quanto delle figure retoriche, compresi gli spazi bianchi, che delle mappe concettuali e dei campi semantici. Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono «liriche “cosmiche”», liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali. Efficaci i verbi di movimento che conferiscono alla scrittura dinamismo espressivo, modalità che va a creare connessioni logiche con aggettivi e sostantivi che danno il senso dell’ampiezza e di superficie mentre altre forme portano al componimento levità, grazia e leggerezza. La matrice concettuale su cui si snodano i versi, è quella dei contrari, dell’ossimoro, della sineddoche e della metonimia in accezione quantitativa e qualitativa senza dimenticare l’apocope e le licenze poetiche. Luogo caro al poeta è la strada; la strada con le sue moltitudini e le sue solitudini, i suoi passi svelti e il suo andare silenzioso, la vucciria[1] affollata dei mercati e le voci disperse, i bordi multicolori e le fronde sfiorite. È per strada che l’autore maggiormente si sofferma ad osservare, a riflettere, a trarre ispirazione, a fermare la scintilla creativa su uno scontrino della spesa oppure in piedi su un autobus di città. “Sul selciato profondo”, “Perché la tue strade stridono luttuose”, “Per una strada d’un’alba d’autunno”, “Vecchie strade”, “Per una strada”, ma io direi anche “investe il verso” che dà quasi l’idea che il verso sia un pedone investito dalle parole in corsa, “verga/ veloce il rigo” in cui sembra vedere un passante trafelato che corre verso chissà quale meta.

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità

In “Mare della Tranquillità”[2] l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.

di seta

la parola

 

di poesia

l’anima mia

 

investe il verso

e para

i colpi

 

verga

veloce il rigo

leggero

 

pieno

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio
Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio

Ad apertura della lirica “Di seta” originale e ben calibrato il complemento di materia che nel dipanarsi dei versi va a confluire in quello “di poesia” in modo che la parola sia così lieve e leggera da essere di serica essenza mentre l’anima si eleva e si libra, divenendo di poesia. Ma alla stregua di un tessuto di seta la parola sa essere forte e tenace e nella sua corsa sulla pagina bianca crea il verso e riesce a parare i colpi che giungono dall’esterno. Così, onde evitare che l’ispirazione possa svanire nella modulazione dell’attimo, riempie veloce il rigo che è al contempo “leggero e pieno”; leggero perché l’anima ne è rasserenata e pieno perché le sillabe danno corpo ad ogni singolo verso. Qui la parola rigo, parte per il tutto, sta ad indicare anche il foglio bianco che talvolta incute timore mentre il verbo vergare può essere assimilato col verbo arare ed è un’azione forte, decisa, veloce, ma ferma, quella che compie la mano nel riempire il rigo di sillabe e suoni. I due aggettivi leggero e pieno, intercalati dallo spazio bianco, sembrano formare una scia spumeggiante mentre i riverberi di luce guizzano e saltellano tra uno spazio e l’altro. Con i due distici, le due terzine, e il verso formato da una sola parola, il tutto separato dalla pausa, il componimento sembra essere un sonetto caudato, rivisitato in chiave moderna. L’uso del verso isolato e formato da una sola parola, è abilità di Marcuccio che sa forgiare neologismi assonanti fino “all’invero limite” della prassi poetica anche con l’uso sapiente della lingua latina.

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l'Arno.
La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l’Arno.

Determinante nel componimento “Per una strada”[3] è l’articolo indeterminativo “un” anteposto alla parola strada. Come ho già avuto modo di scrivere, se Marcuccio avesse usato l’articolo determinativo, l’intero componimento avrebbe perso quell’aura di mistero e indeterminatezza che lo distingue e lo rende enigmatico per cui il lettore è portato perciò a domandarsi di quale strada possa trattarsi e in quale luogo la stessa strada sia collocata. Potrebbe trattarsi di una strada cittadina come di una strada di campagna, di un tratturo di montagna o di un percorso della via Francigena. Anche le fronde, come la strada, sono elemento ricorrente nella poetica di Marcuccio e in certi casi assumono una connotazione diversa dal significato intrinseco della parola. La strada è luogo privilegiato nei versi del poeta e prende le sembianze di luogo dell’anima, di spazio interiore, di topos emotivo, di cellula di identità, un sito di memorie in cui l’inconscio si muove a passo svelto, guardingo, timoroso persino di essere scoperto. Pertanto non staziona, non si adagia, non si ferma, ma continua la propria corsa verso qualcosa di indefinito e di infinito, simile ad un Kairos fuggente che neppure Cronos riesce a fermare. Dal canto suo l’autore non può far altro che prendere coscienza di questo stato aereo che sfugge e sguscia via, lontano dalla penna che vorrebbe trattenerlo sul rigo e spesso non lascia traccia del suo passaggio e alla fine “non si sa dove mai sia”. Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura metre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[4], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire, fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La sua poesia è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura. È un respiro ampio di vita che “ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[5].

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 24 settembre 2015

[1] In siciliano, confusione, baccano; dal cui termine prende nome il famoso mercato palermitano.

[2] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 38.

[3] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 77.

[4] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.

[5] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

“Cime”, poesia di E. Marcuccio, tradotta in francese

CIME[1]

DI EMANUELE MARCUCCIO

Cime inesauste

ove al marinaio si espande

un orizzonte rapito,

tacito infinito.

Candide albe di ricordi vissuti,

sogni remoti.

Aurore nascenti,

tepori sonnolenti,

rumina un’aria salmastra,

un’amica solitudine

gli rammenta l’orizzonte,

quell’alitar di acqua salata,

quel dolorar del mare profondo.

14 giugno 1994

immagine per Cime, da me scelta


CIMES

TRADUZIONE DI GILDA MASSARI

Cimes intarissables

où au marin se répand

un horizon ravi,

infini tacite.

Aubes candides de souvenirs vécus,

rêves lointains.

Aurores naissantes,

tiédeurs somnolentes,

un air saumâtre rumine,

une solitude amie,

lui rappelle lʼhorizon,

cette respiration dʼeau salée

ce pâtir de la mer profonde.

Ringrazio infinitamente la gentilissima Gilda Massari, per aver scelto di tradurre in lingua francese una tra le più care poesie che io abbia mai scritto. Pur non conoscendo il francese, so solo un poʼ di pronuncia, derivante dalla mia passione per lʼascolto di opera lirica, per lʼappunto, anche in lingua francese; alla lettura sento lo spirito di “Cime”. Proprio questo deve fare ogni buon traduttore nel tradurre una poesia: far sentire la poesia, ascoltare la sua voce, il suo spirito, anche se l’abito è cambiato. Cosa difficilissima.

Traduzione in lingua francese

di Gilda Massari, 12 luglio 2015

[1] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 47.

Esce “Dillo a te sola” di Giusy Tolomeo

Bisogna rimanere immobili per far sì che l’anima della persona amata ci pervada, che la sua profondità ci tocchi; in quell’istante, anche il tempo sembra fermarsi e l’attimo diviene eterno. – Emanuele Marcuccio

Dillo-a-te-sola_cover_front_900TraccePerLaMeta Edizioni ha pubblicato Dillo a te sola, seconda silloge poetica della siciliana Giusy Tolomeo, per la cura editoriale del poeta e aforista palermitano Emanuele Marcuccio, ivi presente con un suo aforisma in esergo.

Scrive Marcuccio nella prefazione: «La siciliana Giusy Tolomeo […] ritorna qui con una seconda silloge, Dillo a te sola, una raccolta di poesie d’amore, dove questo tema viene affrontato per ben centouno titoli e in tutte le più varie sfaccettature. […] In queste liriche l’amato, come ci avverte in dedica la stessa poetessa, viene idealizzato […] assumendo caratteristiche superumane, quasi divine. [I]l lettore attento non potrà non riconoscere l’omaggio shakespeariano contenuto in “Sentirti dire…” con la riproposizione della metafora delle labbra come due pellegrini e lo stesso pudico rossore di Romeo e Giulietta al loro primo incontro alla festa in casa Capuleti […]»  (dal risvolto di copertina)

Luciano Domenighini a chiusura della postfazione scrive: «Centouno liriche che si leggono tutte d’un fiato, come una sola lunghissima, ininterrotta composizione poetica, nella luce, nell’aria di un sentimento vitale, in un amoroso, gioioso flusso di pensiero.»

Scrive Francesca Luzzio in quarta di copertina: «Quasi un diario poetico che, nel succedersi progressivo dei giorni, esplica il variegante dipanarsi del sentire e del vivere l’amore per un lui, ora tangibile realtà, ora sogno e chimera. I versi talvolta sembrano esprimere l’ancestrale ed adolescente input all’amore che, nel suo primo apparire nell’anima, cerca sinfonica rispondenza per raggiungere la pienezza dell’io. In tale ricerca, la complicità degli elementi della natura che ridono o piangono insieme a lei, spesso in un consustanziale sentire o panica sintesi che innalza il desiderio dell’io a cosmica condivisione.

Il linguaggio poetico insieme nitido ed etereo, analogico o comparativo è adeguato alla proposizione verbale dell’ispirazione che trova nel coinvolgimento simbiotico della natura, lo strumento più idoneo all’espressione del possesso o dell’aspirazione all’oggetto del desiderio e nello stesso tempo, ad una sua mitica trasfigurazione. A tale esito, nello scorrere fluente e libero dei versi,concorrono anche le numerose occorrenze di amare/amore e le frequenti anafore, che marcano con il ripetersi a inizio verso delle parole, le coinvolgenti sensazioni ed emozioni della poetessa.»

 

SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: Dillo a te sola

AUTORE: Giusy Tolomeo

CURATORE D’OPERA E PREFAZIONE: Emanuele Marcuccio

POSTFAZIONE: Luciano Domenighini

NOTA CRITICA DI QUARTA: Francesca Luzzio

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

ISBN: 978-88-98643-41-7

COSTO: 11 €

Giusy Tolomeo è nata a Vittoria (RG) nella bella Sicilia. È poetessa e scrittrice. Ha pubblicato due romanzi, Dune (1994); Il giovane Siddharta (Edicom, 1998) e la silloge di poesia, Davide e Betsabea (Albatros, 2012). Ha insegnato italiano e musica, ha organizzato musical e spettacoli di arte e poesia in diversi teatri. Appassionata di giornalismo, nel 1972 intervista Pinolo Scaglione, il Nuto de “La luna e i falò” di Cesare Pavese. Dal 18 settembre 2013 collabora con la Casa Editrice Panini di Modena attraverso la pubblicazione di filastrocche. Il 2 luglio 2014 fonda il Movimento poetico-culturale dell’Empatismo al quale è legata in modo speciale. Dal 2015 collabora al mensile on-line di cultura e società, People Magazine di Cittadella (PD).  (dal risvolto di quarta)

La poetessa Lucia Bonanni svela il suo connubio intimo con la poesia

IL MIO MODO DI INTENDERE LA POESIA

A CURA DI LUCIA BONANNI 

“Quale virtù si ammira in un poeta? L’abilità di consigliare: noi li rendiamo migliori gli abitanti della Città.

Per il bambino c’è il maestro che spiega, per i giovani i poeti.”

Aristofane, “Le rane”

Carissimi amici poeti,

ho letto con tutta l’attenzione possibile, almeno così spero, il saggio “La mia poetica” di Emanuele Marcuccio. Come ho già avuto modo di dire, molti sono i punti del suo scrivere che trovo in sintonia e in armonia col mio modo di intendere il dettato poetico. In questa breve trattazione cercherò di evidenziare le uguaglianze e le differenze che sono a sostegno delle tesi su ciò che per me e Marcuccio è “ideale poetico”. Sento di poter affermare che pratico poesia fin da sempre, che devo tanto a mio padre che a mia nonna paterna, insegnante elementare per ben quarantacinque anni, l’amore per la lettura e per la scrittura. Ricordo che le prime conte, le prime filastrocche, le prime poesie ed anche le preghiere mandate a mente mi furono insegnate da mio padre nelle fredde sere invernali, trascorse nel tepore domestico. Da mia nonna, fervida lettrice e scrittrice, ho ereditato la passione per le lettere e quella per l’insegnamento. Devo anche ai mie insegnanti fin dai primi anni di scuola, lo sviluppo a questa attitudine, a questo dono che mi è stato offerto non solo come dilettevole nota, ma anche come forza evocativa per essere della vita e con la vita. Ricordo che i primi riconoscimenti giunsero fin dalle scuole elementari ed io stessa in veste di insegnante ho sempre cercato di avvicinare gli alunni al mondo magico della poesia. Non so neanche io quanti fogli accartocciati e gettati via e quanti quelli che sono ancora da rivedere e considerare come scritti degni di nota. Poi pian piano, anche attraverso corsi qualificati di scrittura creativa, ho iniziato a porre mente in maniera sistematica a questo tipo di scrittura fino a giungere alla partecipazione a vari concorsi letterari e alla pubblicazione delle mie raccolte poetiche. Anch’io come Marcuccio non amo scrivere in rima, mi piace leggerla in altri autori. Nei miei componimenti mi sembra quasi banale. Non la uso perché secondo me assoggetta la fluidità del pensiero a schemi già stabiliti in precedenza mentre il pensiero deve scorrere libero sulla pagina bianca in una cascata crescente di emozioni. Per dare musicalità al testo poetico preferisco usare quelle che vengono definite rime imperfette, cioè assonanze e consonanze, rima interna o rimalmezzo, allitterazioni, le disseminazioni di suono, la paronomasia e le onomatopee quali armonie imitative e qualche rima sparsa qua e là nel testo, ma sempre tutto sotto l’egida della scrittura spontanea. Qualche volta mi son provata a scrivere dei sonetti, anche caudati, ma poi son sempre tornata al verso libero e a quello sciolto. Assai divertente trovo la scrittura di acrostici e mesostichi, di versi alfabetici e di lipogrammi. Sono convinta che per scrivere poesia non occorrono grandi parole; occorrono, invece, buoni contenuti che sono sempre e comunque espressione perentoria del nostro mondo interiore che la percezione riesce a sublimare anche attraverso le figure di significato oltre che con quelle di suono, in componimento poetico. Come scrive Marcuccio, anch’io “nel fare poesia seguo una struttura su due fasi”: la prima è quella della stesura di getto, cioè quella da lui definita “il primo fuoco dell’ispirazione” proprio come quando la prima fiamma divampa nel camino, e che ci porta a scrivere su scontrini della spesa, sulla carta delle posate, addirittura in piedi su un autobus e su qualsiasi foglio che abbiamo a portata di mano. Tutto ciò mi ricorda tanto la fase dell’animismo infantile e quella degli scarabocchi in cui i bambini credono che tutto sia animato e disegnano su qualsiasi tipo di superficie che si apra davanti ai loro 

La cover del libro
La cover del libro “Il messaggio di un sogno” di Lucia Bonanni

occhietti furbi e le loro manine svelte. Certo è che Pascoli non sbagliava a parlare del fanciullino! La seconda parte della scrittura la dedico alla revisione del testo che può avvenire sin da subito o in fasi successive anche a distanza di tempo. In questo frangente tengo sempre vicino il  vocabolario di italiano e quello dei sinonimi e dei contrari perché dalla ricerca lessicale può sgorgare altra sorgente di idee. Questa sgrossatura e poi limatura, però, mantiene sempre la forza evocativa e allusiva dei primi pensieri, vera scintilla creativa ed è un lavoro che mi piace fare a mano proprio come un amanuense, solo a posteriori scrivo tutto al PC e salvo nelle relative cartelle, tenendo sempre una copia in cartaceo per poterla leggere a mio piacimento. Non penso che la poesia sia solo metrica. Sì, la metrica serve e va saputa usare, ma non è solo la metrica a fare la poesia. La poesia è fatta di emozioni, sensazioni e sentimenti e sono piuttosto i campi semantici e le strutture concettuali a grappolo o lineari che siano, a qualificare la stesura del testo. Delle figure di suono ho già detto; tra le figure di significato mi piace usare la metafora, la sinestesia, l’ossimoro,la personificazione e la similitudine; a seconda dei casi anche   la metonimia e la sineddoche, che insieme alla metafora sono dei traslati. Tra le figure dell’ordine prediligo l’anafora e l’anastrofe, qualche volta il chiasmo e l’iperbato. L’enjambement, detto anche  scavalcamento o inarcatura, serve a spezzare il verso e andare a capo e  durante la lettura la pausa è più breve se tale figura è presente a fine verso. Non dispongo le figure retoriche in modo razionale, ma lascio che siano le parole libere a dar loro una consistenza ben precisa. Nel rispetto della posizione e dell’ordine delle parole nella frase. Lo zeugma, di cui parla Marcuccio, è una delle figure tra le più difficili da usare e solo chi  ha alle spalle studi classici, possiede l’abilità di usarla in poesia mentre a me è dato solo di sapere che c’è. Penso che la mia poesia sia un tipo di poesia simbolista, ermetica, talvolta criptica e di difficile interpretazione, ma sempre derivata da un’osservazione attenta e da una scrittura spontanea. A differenza delle altre arti la poesia, il lavoro preparatorio della poesia consiste tutto nella ricezione e archiviazione dei messaggi che ci giungono dall’esterno e che una volta elaborati, danno origine ai primi pensieri che sono fatalmente carichi di energia creativa. Ecco perché è importante fermarli subito per non lasciarli svanire e non permettere che il revisore interno possa attuare tagli e censure, impedendo l’espressione scritta. Mi piace curare anche la forma grafica del testo perché è una pratica che configura il componimento come poesia visiva. Esistono vari modi per poter comporre una forma grafica appropriata e non mancano certo gli autori da seguire. Se pensiamo ai calligrammi, come ad esempio la poesia “Il pleut” di Apollinaire in cui il poeta scrive i versi in verticale per dare l’idea della pioggia che cade, oppure ai disegni dello specchio, della camera sentimentale, del palombaro nelle “Rarefazioni e parole in libertà” di Govoni, alle parole evidenziate in grassetto nei lavori di Marinetti, alla disposizione dei versi di “La fontana malata” e di “Lasciatemi divertire” con le onomatopee scritte a gruppi alterni, ed ancora la poesia di Majkovskij e quella dadaista di Hugo Ball senza escludere Ungaretti ed altri poeti, vediamo come la forma grafica si configura quale scrittura per immagini. Di rilievo in un componimento poetico sono anche gli spazi bianchi tra una strofa e l’altra, spazi che non frammentano la lettura, ma inducono una pausa di riflessione ed una maggiore acquisizione delle diverse possibilità di senso del testo, ricercando anche le parole chiave.  Mi capita spesso di passare da un frammento poetico ad un testo di cinquanta versi, oppure di passare dalla scrittura di uno haiku a quella di un componimento con solo frasi nominali. Forse non ho ancora trovato uno stile ben preciso o forse è questo lo stile che mi è proprio. Certo è che più scrivo e più mi accorgo, come succede anche a Marcuccio, che il mio non è un semplice esercizio di stile bensì un voler dar corpo alle tante turbolenze dell’animo. Mi riconosco nelle sue parole mentre scrive che “la prosa non è nelle mie corde” perché anche per me è così. Ci provo a scrivere qualche racconto, ma i risultati sono sempre esigui. Mi sto accorgendo che la pratica dell’analisi e della critica letteraria mi appassiona sempre più e può darsi che questo sia dovuto al fatto che la mia poesia è analisi e sintesi in forma discorsiva più che puro lirismo. Sono in linea col suo pensiero e mi sento di dire che “anche nella prosa possiamo trovare poesia” e che la poesia è in tutto ciò che ci circonda, dalla bellezza del creato ad ogni forma artistica per “intuire l’universo” mediante la più “profonda forma verbale che possa  esistere”, la poesia. La poesia che tanto amo leggere anche a voce alta per assaporare tutta la bellezza dei versi. Pensare poi alle note musicali, ad una rappresentazione di Puccini dal vivo a Torre del Lago, ascoltare Battisti, Chopin ed altri ancora e sentire musica tutto intorno, è estasi pura! Sono anch’io del parere che un poeta debba prima di tutto essere uno spirito libero e non debba mai soggiacere alle mode; il poeta deve ricercare libertà, la propria libertà interiore che diviene epifania di ispirazione  continua. E la poesia è libertà anche nella sintassi visto che ammette anche l’anacoluto, figura che altrimenti sarebbe soggetta al lapis blu. Ma la libertà si ottiene solo a caro prezzo, dedicando amore e passione alle sudate carte.

La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l'Arno.
La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l’Arno.

Ma chi è il poeta e in che cosa si configura la funzione del poeta? “In giro me ne vado come un cirro/silenzioso come ombra” scrive Daria Menicanti mentre Nicolai Kljev ci dice che “Amiamo solo che non ha nome,/che vago segno, tormenta il mistero” per cui il poeta è colui che crea, che trasforma la realtà, che gioca con le parole, che canta più il dolore della gioia, un ricercatore, un uomo né migliore né peggiore degli altri. La funzione del poeta è quella di parlare al cuore degli altri, esplorare il mistero delle cose, cogliere sensazioni, intuizioni ed emozioni, dare forma all’analogia, rappresentare  impegno sociale e civile, esprimere il disagio esistenziale e l’incomunicabilità, essere essenziale e sempre dedito alle parole e ai silenzi e a quel “rubare” logica, fantasia e creatività al canto delle Muse.

Lascio a tutti voi un caro saluto nella speranza, pur nella loro semplicità, di aver fatto cosa gradita nell’esprimere questi miei pensieri.

Con affetto, stima e sempre ammirazione.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 9 settembre 2015

IV Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi” – il verbale di Giuria

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IV Premio Naz.le di Poesia “L’arte in versi” – Verbale di Giuria

Il Presidente del Premio e il Presidente di Giuria della IV edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” riunitisi in data 5 Settembre 2015, dopo lunga analisi e discussione sui dati raccolti della Commissione di Giuria inerenti alle 749 poesie in lingua italiana e 90 poesie in dialetto pervenute, stilano il seguente verbale. 

La Commissione di Giuria, il cui giudizio è ultimo e definitivo, era composta da Susanna Polimanti (Presidente), Lorenzo Spurio, Elvio Angeletti, Iuri Lombardi, Lella De Marchi, Marzia Carocci, Martino Ciano, Emanuele Marcuccio, Salvuccio Barravecchia, Annamaria Pecoraro, Michela Zanarella, Valentina Meloni e Giuseppe Guidolin.

SEZIONE A – POESIA IN LINGUA ITALIANA

Vincitori Assoluti

1° Premio – ALDO TEI (Latina) con la poesia “Il grido della libertà”

2° Premio – ROBERTO RAGAZZI (Trecenta – RO) con la poesia “Pensiero della sera”

3° Premio – MAURIZIO BACCONI (Roma) con la poesia “Dentro una raccolta di poesie”

Menzioni d’Onore

CATERINA CELLOTTI (Ragusa) con la poesia “Raccontami una volta ancora”

SERGIO D’ANGELO (Chiaramonte Gulfi – RG) con la poesia “Cemento e carta (Epilessia)”

FRANCA DONÀ (Cigliano – VC) con la poesia “Un’estate da vivere”

ALBA GNAZI (Cerveteri – RM) con la poesia “Fadwa”

CLAUDIA MAGNASCO (Sassari) con la poesia “A conti fatti”

GIOVANNI MARIOTTI (Chiaravalle – AN) con la poesia “La dinamica dell’essere”

STEFANIA PELLEGRINI (Nus – AO) con la poesia “Ditemi!”

MARCO PICCIONI (Cerveteri – RM) con la poesia “Cinqueterre (Memorie di una scogliera)”

MASSIMILIANO PRICOCO (Augusta – SR) con la poesia “Sotto il cielo d’arancio”

FELICE SERINO (Torino) con la poesia “Voli a solcare l’indaco”

Segnalati dalla Giuria

NERINA ARDIZZONI (Renazzo – FE) con la poesia “Canto di una bambina affetta da autismo”

LUCIA BONANNI (S. Piero a Sieve/Scarperia – FI) con la poesia “Fermare il tempo”

PAOLA CARMIGNANI (Altopascio – LU) con la poesia “Lucciole di stelle”

ASSUNTA DE MAGLIE (Cingoli – MC) con la poesia “Sei il mio rifugio”

ANGELA DIPASQUALE (Chiaramonte Gulfi – RG) con la poesia “Imbrunire”

THERRY FERRARI (Castellarano – RE) con la poesia “Filastrocca malatina”

DANIELA FERRARO (Locri – RC) con la poesia “ A Ferruzzano superiore”

NADIA ENRICA MARIA GHIDETTI (Fabriano – AN) con la poesia “Notte di San Lorenzo”

MARZIA LORETELLI (Monte Porzio Catone – RM) con la poesia “Per un abbraccio”

MANUELA MAGI (Tolentino – MC) con la poesia “Il lento scivolare”

ELISABETTA MATTIOLI (Pianoro – BO) con la poesia “Percepire”

LAURA PUGLIA (Parma) con la poesia “La cariatide”

ANNA SANTARELLI (Rieti) con la poesia “Quei volti di papavero”

ANNA SERIO (Napoli) con la poesia “Pensiero fossile”

COSTANTINO TURCHI (Civitanova Marche – MC) con la poesia “L’edera”

VERUSKA VERTUANI (Aprilia – LT) con la poesia “La casa intorno al vaso”

 

SEZIONE B – POESIA IN DIALETTO

Vincitori Assoluti

1° Premio Assoluto – GAETANO CATALANI (Ardore – RC) con la poesia “Piccirigliu meu”

2° Premio Assoluto – ANNA MARIA RAGNI (Osimo – AN) con la poesia “L’onda del Conero”

3° Premio Assoluto – MASSIMO VICO (Ancona) con la poesia “Legna da àrde”

Menzioni d’Onore

GRAZIA GODIO (Segrate – MI) con la poesia “Autin”

LENA MALTEMPI (Falconara M.ma – AN) con la poesia “L’sapore de’ ncontadino”

FIORINA PIERGIGLI (Senigallia – AN) con la poesia “Le legge sua”

FRANCO PONSEGGI (Bagnacavallo – RA) con la poesia “U j’è”

ANDREINA SOLARI (Leivi – GE) con la poesia “Una famiggia”

Segnalati dalla Giuria

CESARINA CASTIGNANI PIAZZA (Monte S. Vito – AN) con la poesia “La puesia”

GABRIELE DI GIORGIO (Città S. Angelo – PE) con la poesia “Stùpida lùne!”

DANIELA GREGORINI (Ponte Sasso di Fano – PU) con la poesia “L’odor del mar”

FRANCESCO FERRANTE (Terrasini – PA) con la poesia “Innu”

LEDA MARAZZOTTI MARINI (Ancona) con la poesia “La pupa del birocio”

AMILCARE MIONE (Olgiate Comasco – CO) con la poesia “I guladik”

NATALE PORRITIELLO (Sant’Agata dei Goti – BN) con la poesia “Napule tu si’”

ROBERTO RICCI (Fano – PU) con la poesia “Do vechiarin”

CLAUDIO SPERA (Urbino) con la poesia “Tramonti”

ALESSANDRO ZAPPALÀ (San Gregorio di Catania – CT) con la poesia “L’amuri”

PREMI SPECIALI

Premio Speciale del Presidente di Giuria

FRANCO PATONICO (Senigallia – AN) con la poesia “Quando si è persa l’anima”

Targa Universum Academy Switzerland

ANDREA PERGOLINI (Fossombrone – PU) con la poesia “Ritorneranno a fiorire i tulipani”

Trofeo “Euterpe”

GABRIELE GALDELLI (Castelbellino – AN) con la poesia “Prologo, nonché epilogo”

Premio alla Carriera Poetica

MARISA PROVENZANO (Catanzaro)

 

Premio alla Memoria

BRUNO EPIFANI (Lecce)

NOVELLA TORREGIANI (Porto Recanati – MC)


Consistenza dei Premi

Come indicato dal bando di partecipazione i premi (di entrambe le sezioni) consisteranno in:

1° Premio Assoluto: Targa, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione e 200 €

2° Premio Assoluto: Targa, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione e 100 €

3° Premio Assoluto: Targa, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione e libri

Menzione d’Onore: Coppa, diploma, pubblicazione in antologia

Segnalati dalla Giuria: Attestato, pubblicazione in antologia

Targa Universum Academy Switzerland: Targa in oro 24k offerta dalla Universum Academy Switzerland, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione

Trofeo “Euterpe”: Targa vitrea, diploma, pubblicazione in antologia con motivazione

Premio alla Carriera Poetica: Targa, diploma, pubblicazione in antologia di una scelta di testi con motivazione e 200 €

Premio alla Memoria: Targa, diploma, pubblicazione in antologia di una scelta di testi con motivazione

Informazioni sulla Premiazione

La cerimonia di premiazione si terrà sabato 14 novembre 2015 a JESI (AN) presso il Palazzo dei Convegni sito in Corso Matteotti 19 (Centro storico della città) a partire dalle ore 17:30.

Tutti i premiati, a vario titolo, sono invitati a presenziare alla premiazione dove daranno lettura alle proprie poesie.

Come da bando di concorso, si ricorda che i premi in denaro verranno consegnati solo in presenza del vincitore. Nel caso gli stessi non vengano ritirati, l’organizzazione si riserverà di adoperare le relative quote non consegnate per future edizioni del premio.

Tutti gli altri premi (con eccezione della Targa Universum Academy Switzerland che va ritirata dal vincitore) nel caso della mancanza del legittimo vincitore potranno essere ritirati da un delegato in possesso di delega scritta alla C.A. del Presidente del Premio e a lui consegnata prima dell’inizio della cerimonia  o potranno essere inviati per posta raccomandata a domicilio, previo pagamento delle relative spese di spedizione comunicate a mezzo mail.

Antologia del Premio

Tutti i vincitori sono pregati di inviare la loro nota biografica in Word, corpo 12, massimo 7 righe all’indirizzo arteinversi@gmail.com entro e non oltre il 10 ottobre 2015 che verrà pubblicata nell’antologia del Premio assieme al proprio componimento.

L’opera antologica, pubblicata da PoetiKanten Edizioni e dotata di regolare codice ISBN, sarà disponibile alla vendita il giorno della Premiazione e a partire da quella data in vendita online sulle maggiori vetrine di libri (Ibs, Deastore, Libreria Universitaria,…). Il ricavato della vendita della stessa, detratto il costo di stampa, verrà donato alla Fondazione Salesi Onlus di Ancona (www.fondazioneospedalesalesi.it) che si occupa di problematiche relative al bambino ospedalizzato e verrà data comunicazione del versamento a tutti i partecipanti a mezzo mail.

Si richiede la conferma di presenza alla cerimonia di premiazione o, diversamente, comunicazione dell’impossibilità ad intervenire entro il 5 novembre 2015 da effettuarsi a mezzo mail a arteinversi@gmail.com al Presidente del Premio.

      Lorenzo Spurio                                                                                         Susanna Polimanti

Presidente del Premio                                                                                   Presidente di Giuria

 Porto San Giorgio (FM), lì 5 Settembre 2015

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