Ammaestramenti d’amore e arte del silenzio. Note su “L’istinto altrove” di Michela Zanarella

Recensione di Cinzia Baldazzi

Nei termini classici della stilistica italiana si qualifica poesia “didascalica” un corpus lirico capace di alimentare lo scopo complesso di mettere in evidenza alcuni messaggi sotto forma di ammonimenti, input rivelatori, confessioni toccanti: ciascuno accrescitivo, in modo specifico, di informazione per i destinatari. Pertanto, ogni valida scelta di poësis, in grado di unire all’esigenza espositiva l’intento di temperare con l’arte la presunta aridità degli insegnamenti, potrà ricoprire con successo un simile incarico, nel condurre – almeno speriamo – lo spirito umano a una più alta contemplazione del contesto evocato, lasciandolo quindi migliore.

copertina Zanarella bozza (2)1In una tale prospettiva, L’istinto altrove di Michela Zanarella articola una poetica che si potrebbe definire didascalica in senso specifico o meglio sui generis, in quanto indaga e comunica con metafore, metonimie e allegorie un intento didattico non legato alla diffusione di informazioni, bensì a un repertorio più classico e antico dove coesistono l’ars amandi e le norme cortesi, il galateo erotico e gli ammaestramenti d’amore, rischiarando una zona sconosciuta sia per il lettore sia per se stessa.

L’autrice in persona si trova a rivestire il ruolo di destinatario, testimoniato qua e là nella raccolta ogni qualvolta la Zanarella rappresenta la propria disponibilità umana e poetica ad auto-rappresentarsi oggetto di una simile didattica: una storia personale «ci sta insegnando ad amare / ad accudirci / per schivare il fango» (Ieri ti ho guardato); le mani, lo sguardo, le labbra, il respiro, le parole della persona amata suscitano le richieste su «come toccare la notte» (Insegnami come toccare la notte), in qual modo «restituire la luce» (Meglio spaventarsi per amore), con quali occhi «si guarda la tenerezza» (Insegnami tu). Per ritrovarsi nel rapporto evocativo di maestro e di allieva, nella dialettica insita nel connubio imparare/insegnare:

 

Mi hai insegnato

ad amare la terra dove cammino

perché sa il peso dei silenzi

che mi porto addosso.

Sulle mie mani ci sono linee

di un tempo passato

dove ho lasciato frantumi di me.

Ho imparato da te

che il sole esiste anche dietro le nuvole

e che posso trovarti in ogni respiro.

Tu sei la pioggia di luce

la tempesta che cerco

e che non temo

per sentire il mare dove abbracciare

iridi nude bagnate di vita.

[Mi hai insegnato]

 

E quando la poetessa chiede all’uomo di rimanere «fino a quando / gli alberi perdono le foglie / e chiamano di nuovo il verde / ad insegnare ai fusti l’odore della vita» [Volevo amarti], allora l’illuminazione di zone oscure affidata alla poesia arriva ad esplorare tutto quanto possa configurarsi altrove dall’istinto. Il regista russo Andrej Tarkovskij, esperto di chiaroscuri, sosteneva:

 

L’artista crea istintivamente, egli non sa perché proprio in quel momento fa una cosa oppure un’altra, scrive proprio di questo, dipinge proprio questo. Soltanto dopo egli comincia ad analizzare, a trovare spiegazioni, a filosofeggiare e giunge alle risposte che non hanno nulla in comune con l’istinto, col bisogno istintivo di fare, creare, esprimere se stesso. In un certo senso la creazione è rappresentazione dell’essenza spirituale nell’uomo ed è la contrapposizione all’essenza fisica; la creazione è in un certo senso la dimostrazione dell’esistenza di questa essenza spirituale.

 

Quando la Zanarella, nell’affidarsi a un’istintualità affine, tenta di riequilibrare il dosaggio tra progresso dell’autocoscienza e forza dei sentimenti, i suoi versi raffigurano il varco dell’insieme reale delle parole d’amore. Ed ecco quindi l’assenza: «cercarti nonostante / il tuo essere altrove» [Potrebbe essere la notte giusta]; il significato dell’esistenza: «ti trovi a sfiorare l’infinito / senza avere fretta / di cercare altrove / il senso delle cose» [L’amore quello vero]; il passato: «la stanza ordinata / dove sono cresciuta / prima di andare altrove a cercarti» [Le mie mani sanno parlare una lingua]; la fisicità: «mi volgo altrove / in un corpo che non è più / nemmeno mio» [Sono fatta di carne e silenzio].

Il concetto dell’altrove rinvia quindi a una dislocazione non solo spazio-temporale ma essenzialmente psichica, là dove l’hic et nunc, il “qui e ora”, si rimodula in ubique et semper, “ovunque e sempre”:

 

Sono viva

quando avanzi con il tuo sguardo

verso la mia fronte

e cerchi di leggermi parole

velate d’amore

parole che vanno oltre le labbra

parole che vorrebbero

crollarti come una preghiera

nel petto.

[Mi tiene in vita]

 

E dalla passione intensa dentro noi sorge la luce dopo un bacio, quasi un’allusione al virgiliano Omnia vincit amor:

 

Anche per te

arriveranno verità

come i raggi caldi dell’estate

e dovrai solo assistere

al sole che sorge

accanto all’armonia del mio canto.

[Nell’amore che mi vive dentro]

 

In realtà, la ποίησις della silloge, in parallelo all’intero, autentico repertorio poetico, canta qualcosa di più della natura, della vita nei suoi grandi eventi: illustra l’ininterrotta vicenda di trasformazioni e, soprattutto, dell’esistere e dello scomparire. Ciò accade perché il vissuto può coincidere, in particolare, con un’opera d’arte, o almeno con un atto di immaginazione creativa. Così intendeva Arthur Schopenhauer in un passo de Il mondo come volontà e rappresentazione:

 

La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.

 

Nello “sfogliare”, allora, le pagine de L’istinto altrove, seguendo l’indole personale o la logica, i lettori possono cogliere in contemporanea l’interdipendenza del vivere e del pensare, del creare e del progettare, dell’immanente e del trascendente, in una possibilità di interscambio simbolico tra la natura inanimata e il mondo umano:

 

Non è solo il cielo

ad occuparsi di noi

c’è il miracolo della vita

che ritorna

ed è tutto un disegno perfetto

pari ad un’eco dolce di mare.

È possibile che io incarni

il sentiero di una strada bianca di campagna

e tu lo scoglio che si lascia sconsacrare

dalle alghe.

[Non è solo il cielo]

 

Di conseguenza avanza, ricco di significati ulteriori, il silenzio, invocato con solenne emozione dalla Zanarella in numerosi brani della raccolta al punto di diventarne trait d’union strutturale:

 

L’amore quello vero

lo riconosci da quanta luce

ti entra negli occhi

da quanto fiato spendi

per trattenere un respiro.

Non occorre nemmeno

saper dire le parole giuste

perché basta un silenzio.

[L’amore quello vero]

 

Il tacere assoluto simboleggia, nella silloge, il luogo semantico di un divenire non proteso in avanti né rivolto all’indietro, ma esplicato all’interno, sotto forma di coscienza matura di non esclusione, incline a comprendere ogni possibilità:

 

Tu passi da un silenzio a uno sguardo

ed io sento lo stesso ossigeno.

[Tu passi da un silenzio a uno sguardo]

 

«A volte», spiega l’autrice, «le parole non servono». Così chiede alla persona amata di comunicare senza parlare: «io capirò cosa vuoi dirmi» [Mandami ancora il tuo silenzio]. Sempre che l’atto del tacere venga scelto liberamente e non subìto come imposizione: nel qual caso diventa, secondo le parole pronunciate tempo fa da Dacia Maraini, «pieno di echi sinistri, tracce di richiami falliti, di grida soffocate, di segnali di fumo che il vento ha disperso». Piuttosto, come la Maraini stessa scrive nella prefazione a L’istinto altrove, esso costituisce un intervallo:

 

Bandito il realismo, è solo il suono delle parole a svelare il loro significato più nascosto, più segreto.

 

Michela Zanarella

Michela Zanarella

Secondo il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas, il silenzio costituirebbe dunque un concetto strumentale, il quale, se inserito nella totalità significativa della poetica, conduce sempre a individuare i limiti ristretti e preziosi del messaggio elaborato. «Ti darei le mie parole / per unirle al tuo silenzio» [Ti verrei ad abbracciare], scrive la Zanarella, dopo aver privilegiato «chi sa prendersi cura / del mio silenzio» [Merito un amore]; un silenzio di cui «abbiamo entrambi bisogno / per far sgorgare la luce» [Anche il cielo può sembrare saturo], anche se «stanno in silenzio i tuoi occhi» [In quale mondo mi amerai?]; infine, «mentre io proverò a parlarti / tu mi guarderai con la forza / del tuo silenzio» [Passeremo i giorni ad innamorarci].

Nei versi appena citati, accanto ad esso agisce la sfera simbolica della luce, prima creatura di Dio che, secondo il Vangelo di Giovanni – tanto caro anche alla Ginestra leopardiana – fu rifiutata alle origini dagli uomini a favore dell’oscurità («Ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce», III, 19). Nelle pagine di Michela Zanarella, l’elemento risulta massimamente potenziato nel ruolo di alternativa o soluzione di fatto:  

 

C’è la luce migliore di me

sul fondo del tuo silenzio

e anche se il tempo

ci sta abituando più alle assenze

che alle presenze

io so che le nostre distanze

sono alleanze sacre.

[C’è la luce migliore di me]

 

Restiamo chiusi nel nostro mutismo, “illuminati” all’interno di un affascinante sistema di istituzioni letterarie (tropi, analogie, figure retoriche) all’altezza di divenire esempio di tradizionalità e, nello stesso tempo, ars originale in cui i brani non concretizzano un arco irrelato di esperienze inverificabili perché utopiche, ovvero basate sul valore di una trama lessicale non sottomessa allo scarto convenzionale di vero-falso. Ne emerge, invece, una lettura in grado di evocare la nostra esistenza, quali ne siano le condizioni immediate, dilatata sulla realtà vivente dell’arte in sé, anima e parola di un mondo da rifondare:

 

Non fermiamoci alla fatica

di stare in piedi.

Proviamo a non cadere

e quando il fiato si farà pesante

diamoci la mano.

Insieme ci schiariremo.

[Non fermiamoci alla fatica]

 

Ma la percezione epifanica di un’attualità inaspettata e invasiva, di lì a breve tempo destinata a manifestarsi con violenza, irrompe nel ragionamento poetico sotto forma di paradossale monito per i giorni a venire:

 

Ho negli occhi la radice

del nostro tempo

dove abbiamo imparato a tenerci per mano

in lontananza.

[Sarà che ti sento vento caldo]

 

CINZIA BALDAZZI

 

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“Altri nuovi giorni d’amore” della laziale Federica Gallotta. Con tre inediti

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio

 

Federica Gallotta foto

Federica Gallotta

Federica Gallotta (Tarquinia, 1990) da tre anni vive a Viterbo, dove ha trascorso gli anni universitari. Nel 2017 ha conseguito la Laurea Magistrale in Filologia Moderna all’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo e attualmente insegna italiano in una scuola di Tarquinia. Per la poesia ha pubblicato Altri nuovi giorni d’amore (Ladolfi, Borgomanero, 2017), attualmente ha in preparazione una nuova raccolta. Il poeta Vittorino Curci parlando della Gallotta ha sottolineato la sua “spiccata personalità poetica” aggiungendo che la poetessa “scrive testi sospesi nel tempo, vocativi, essenziali, colmi di tensione, assoluti (nel senso più radicale del termine), […] indifferenti agli stilemi lessicali e compositivi maggiormente utilizzati nella poesia contemporanea […] la [sua] poesia è fortemente drammatica. È l’amore stesso […] che richiede questo particolare registro di scrittura”.

 

Da Altri nuovi giorni d’amore (2017)

 

Altri nuovi giorni d’amore

 

Scrivi il dolore

che melmoso si perde

per i molli anfratti della mente

e liquido e atro irrora i tessuti

poi sedimenta

pigro e corrosivo,

come dannata chioccia che cova

già macchiati futuri.

Lo scrivo il dolore

per chiuderlo nel libro

e strapparlo di dosso

come fastidioso scialle d’estate.

Fissato su carta lo rendo più bello,

lo plasmo gentile:

sdraiato sul letto, le armi deposte.

Ecco il dolore, il mio dolce dolore.

Mi segue muto,

non più rabbioso,

marziale

ma compagno silente

di altri nuovi giorni d’amore.

 

Tre testi inediti:

 

È un lento sollevare mattutino. Non so mai

dove – durante la notte – la moka s’è spostata

verso quale destino, di credenza o lavello

e con lei lo strofinaccio e il barattolo

del caffè. Mi dicesti che c’è: un rimedio, un metodo

per ritrovare le cose: cioè non usarle. Tutte

disporle insieme, come un sacrificio, e così

(mi avvisi ancora) ritroverei i biscotti, insonnoliti

e la mia pace all’apertura degli occhi, nell’attesa

calma dell’infusione del tè, quando ancora

intorno a me ogni cosa sonnecchia beata.

 

E mentre mi taglio un’arancia per farla spremuta

rifletto sul cavolo viola sul tavolo e chiedo

con vero stupore se l’abbia oppure no comprato io.

 

*

 

Come Campana facciamo, e l’Aleramo

quando un po’ tesi si scambiarono i pareri

e già fu tardi per tornare indietro.

 

Passami il termine, e poi non t’arrabbiare

se a sera torno a casa mia col seno

pieno di parole e un turbamento

nuovo di zecca da tenere per l’inverno.

 

*

 

Durante l’allunaggio ti sei mosso

e hai perso l’armonia del passo scelto

in precedenza. Con lentezza arcana

(la coscienza di un momento mistico)

hai detto: tu non ci andrai mai su Marte:

è freddo, tanto freddo, non respiri.

Resta qui, sulla Luna, ad aspettare

che qualcuno torni ancora, di nuovo

sulla Terra abbandonata agli alieni.

 

 

La riproduzione del presente testo, e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

“L’istinto altrove” (Ladolfi, 2019) di Michela Zanarella – con tre inediti – a cura di Lorenzo Spurio

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio

Michela Zanarella (Cittadella, 1980) dal 2007 vive e lavora a Roma. Poetessa, scrittrice e giornalista, molteplici i suoi impegni nel campo della letteratura. Per la poesia ha pubblicato: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018 – co-autore Fabio Strinati) e L’istinto altrove (2019). Le sue opere sono state tradotte in varie lingue tra cui il rumeno: Imensele coincidenţe (2015 – traduzione di Daniel Dragomirescu) e in inglese: Meditations in the Feminine (2018 – traduzione di Leanne Hoppe); numerosi testi singoli sono stati inoltre tradotti in inglese, francese, spagnolo, portoghese, greco, arabo, turco. Le sue poesie figurano su numerose antologie italiane e straniere, volumi monografici, riviste, antologie di concorsi, blog, siti e piattaforme culturali online.

Per la prosa ha pubblicato la raccolta di racconti Convivendo con le nuvole (2009), la biografia Nuova identità (Il segreto). Linda D, biografia di una cantatrice (2015) e il breve saggio Com’erano i ragazzi di vita (2017). Figura, inoltre, tra gli otto coautori del romanzo di La ragazza di Roma Nord (2020) di Federico Moccia. Ha curato varie antologie tra cui vanno ricordate, tre le più recenti, Pier Paolo Pasolini. Il poeta civile delle borgate. A quaranta anni dalla sua morte (2016 – co-curatore Lorenzo Spurio) e Senza pietre. 11 poeti per Carlo Levi (2019).

Numerosi i riconoscimenti ottenuti nel corso degli anni tra cui il Premio Cerda “Calogero Rasa” a Palermo (2008), il Premio “Anime e Luci” di Padova (2008), il Premio “Giovanna Dalla Torre” di Roma (2011), il Premio 13 di Roma (2013), il “Creativity Prize” al Premio Internazionale Naji Naaman’s (2016), il Premio “Le Rosse Pergamene” di Roma (2018), il Premio “Officine Ensemble” di Roma (2019),…

È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman e socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. È redattrice di Periodico italiano Magazine, Laici.it e della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe e speaker di Radio Doppio Zero. Già Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF), è Presidente Onorario dell’Enciclopedia Poetica WikiPoesia.

Membro di giuria in vari concorsi letterari, da anni è Presidente di Giuria del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (AN) e del Premio Letterario “Città di Latina”. Presiede il concorso letterario nazionale “Le Ragunanze” indetto dall’omonima associazione romana della quale è presidente con il patrocinio dell’Ambasciata di Svezia.

Su di lei hanno scritto, tra gli altri, Dacia Maraini, Dante Maffia, Donatella Bisutti, Giuseppe Neri, Marcella Continanza, Antonino Caponnetto, Antonio Spagnuolo, Roberto Ormanni, Marco Falco Rinaudo, Cristina Biolcati, Vittorio Pavoncello, Dario Amadei, Cinzia Baldazzi, Paolo Merenda, Michele Bruccheri, Irene Sparagna, Gilbert Paraschiva, Luciano Somma, Marco Marra, Daniel Dragomirescu, Leanne Hoppe,…

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Michela Zanarella

Ho sempre seguito con attenzione e interesse il percorso poetico di Michela Zanarella a partire dal libro Sensualità. Poesie d’amore e d’amare, edito nel 2011, e per il quale scrissi una recensione nella quale osservavo: “Michela Zanarella è una sensibilissima compagna in questo vivido viaggio nel mondo amoroso, dipinto con grande attenzione mediante un’ampia aggettivazione, soprattutto quella che si riferisce ai colori. […] È un amore quanto mai realistico e vivo, per nulla romanzato, che, come nella realtà, è irrimediabilmente esposto al «dolce aggredire del tempo» e alla lontananza tra gli amanti vissuta con sofferenza: «La vita è misera come un secco ruscello d’agosto senza il tuo fiato accanto» […] La silloge descrive un affascinante universo fondato sui sensi e sulle sensazioni, tutte viste dal sensibile animo femminile della Zanarella”[1].

Spostandoci, invece, alle opere più recenti, vorrei porre l’attenzione – seppur fugacemente – su due opere in particolare: Le identità del cielo (2013) e L’esigenza del silenzio (2018). In riferimento alla prima di queste avevo scritto: “La nuova poesia di Michela Zanarella è materica, nel senso che impiega una sintassi che fa riferimento a forme di materia ed è terrigna, perché nelle divagazioni la poetessa non può che istituire rapporti tra quel che fu, l’origine e la nascita, e quel che sarà, il tutto dominato sempre da una sovrastante in-conoscibilità dei fatti. Come un vate del silenzio, Michela Zanarella fonde nel canto più alto pensieri di palingenesi e costruzioni cosmologiche rapportate nella dimensione dell’uomo qualunque, portato a vivere “un’esistenza che si ripete” […] Con questa silloge esprime la fenomenologia della polvere, per rintracciare sensi e significati in quelle nuvole alte [impresse nell’immagine della cover] che ci sovrastano e che, giorno dopo giorno, vivono con noi[2]”.

Nel 2018 per Le Mezzelane Casa Editrice di Santa Maria Nuova (AN) uscì il nuovo libro Le identità del cielo, un progetto diverso dai soliti e assai curioso a partire dalla conformazione dello stesso se si tiene conto di essere stato scritto assieme al poeta maceratese Fabio Strinati[3]. Non poesie scritte “a quattro mani”, come è facile abitudine degli ultimi anni ma poesie personali, scritte per intero da ciascun autore, inserite all’interno del medesimo volume, senza ripartizioni interne, né indicazioni esplicite su quale dei due autori del volume fosse stato a scrivere i singoli testi. Chi conosce bene la scrittura dell’autrice però (come pure, d’altra parte, quella dell’altro autore) non farà molta difficoltà ad attribuire di volta in volta la paternità (maternità, dovremmo dire, nel primo caso) dei testi. Notevole in questo caso anche la prefazione stilata dal noto poeta Dante Maffia che così si apprestava a presentare i due autori, le due esperienze, il progetto nella sua unicità: “[Gli autori] compiono un viaggio insieme e ne danno un resoconto non attendibile, fuori dalla verità comune. Perché nelle loro parole c’è la verità di un cielo che si è specchiato senza cercare la deflagrazione. La metafora per fare intendere la catena di metafore sottese in ogni pagina, il fluire limpido e a volte magmatico dei pensieri e delle emozioni, lo sforzo per poter entrare nell’invisibile e trarne ragioni ineluttabili. Non è questo del resto il compito dei poeti? Non è quello di squarciare veli e di entrare nella magia di insondabili chimere per offrire poi la dovizia di nuovi cammini?”. Ho ripreso alcune riflessioni esposte precedentemente sulle sue opere passate all’atto della loro pubblicazione e diffusione sia perché hanno ancora una loro validità sia perché consentono di studiare in maniera più particolareggiata e concreta la poetica della Nostra che, pur iscritta in un processo di continua maturazione, ben si contraddistingue – e in maniera peculiare – sin dalle sue origini per la forza e al contempo l’eleganza delle immagini, per la sontuosa elaborazione del verso, per l’alto afflato lirico che consente una vivida partecipazione da parte del lettore.

copertina Zanarella bozza (2)1Marco Marra recensendoLe parole accanto (2017) ebbe a scrivere: “La voce di una poetessa si fa tale quando scandaglia senza alcuna riserva ogni angolo dell’anima, toccandone anche gli anfratti più remoti e bui. L’introspezione proposta in questa silloge poetica è densa di coraggio, talvolta velata da un lucido piglio critico e autocritico che puntualmente l’autrice diluisce in una goccia di speranza e stempera nella sua visione di fondo positiva della vita” [4].

Arriviamo così all’ultimo libro pubblicato, L’istinto altrove (2019), per il quale sembra opportuno – data l’autorevolezza della firma – citare direttamente dalla prefazione siglata dalla scrittrice Dacia Maraini: Michela Zanarella sembra voler far sua la natura stessa del linguaggio poetico che riesce a scavare e mettere in luce le radici più profonde e nascoste dei sentimenti che ci animano, l’amore sopra tutti. E come l’amore ci porta lontani e distanti dal mondo reale per abbracciare quelle che credi essere o sono davvero le ragioni della nostra vita, così la poesia si concede la libertà di connessioni, digressioni, perdite di senso, perché qui sono le parole che si incontrano, si intrecciano in un gioco spesso senza senso apparente, non ci sono verità, ma solo, appunto, istinto e quando le parole prendono ad avere un senso compiuto è proprio allora che si allontanano di nuovo”.

A seguire una scelta di componimenti tratti da L’istinto altrove, edito per i tipi di Ladolfi di Borgomanero (NO) nel 2019:

 

Siamo liberi di sentire

Siamo liberi di sentire

con le vene e con gli occhi

come si muove in silenzio l’amore.

Ci capiterà di non fermarci

tra uno sguardo ed un respiro.

Proveremo a scavalcarci le labbra

nell’armonia perfetta di un bacio.

Ci capiterà forse di non vergognarci

se ci esplode la vita.

Non rinunceremo mai

a ripetere il senso

del nostro avvicinarci all’infinito.

 

*

 

Non si ferma la luce

Non si ferma la luce

che mi sfrega l’anima

e che va in giro per il corpo.

Resto con i palmi aperti

in attesa delle tue dita

e quando sento che mi sfiori

è come se il mondo prendesse forma.

Dentro di noi non fa silenzio il sangue.

Se puoi avvicina l’aria che respiri

alle mie labbra

e fammi strada dentro il tuo corpo

fino a parlare il verbo

delle nuvole e delle stelle.                                       

 

*

Ti verrei ad abbracciare

Ti verrei ad abbracciare

come fa il sole quando sorge

sulla terra

e ti darei le mie parole

per unirle al tuo silenzio.

L’amore che ho per te

fatto di luce e di pazienza

si moltiplica come fa la vita

quando arriva come pioggia improvvisa

a risvegliare l’erba o a riempire i pozzi.

 

A seguire tre inediti:

 

Sono le fidate espressioni degli occhi

Sono le fidate espressioni degli occhi

la posa del silenzio tra le labbra

il corsivo di un amore scritto di getto nell’anima.

Si misero al vetro tra il destino e il tempo

i corpi scesi a innamorarsi

quasi a chiedere permesso alla terra

di toccare l’infinito.

L’hanno conosciuta le guance le mani le ossa

la verità.

Nude hanno stretto la luce

nel compimento del sole.

 

*

 

E se la vita fosse

E se la vita fosse

un perpetuo scavare tra le macerie

un continuo estrarre detriti di cielo

a mani nude.

Avremmo meno paura del vento

che spinge i tronchi a tremare

e le tegole dei tetti a cadere

o tratteremo l’aria come un’anticipazione

della pioggia che turba e poi spaventa?

Continueremo a credere di poter arretrare il dolore dagli occhi

ma le ciglia sono fatte per conoscere il pianto

quel fiume che pare rischiarare il tempo

unicamente alla foce.

 

*

Di tutto il cielo sopra di noi

Di tutto il cielo sopra di noi

sappiamo ben poco

ma se stiamo fuori dal portone

col cuore taciturno nei cappotti

e lo sguardo rivolto al sole

cerchiamo di tenercelo stretto

come se fosse il primo bacio

che la luce dà alla terra.

Magari verranno albe meno fredde

e potremmo lasciare le mani fuori dalle tasche

libere di indicare le nuvole, l’amore e il bianco della neve.

 

 

La riproduzione del presente testo, e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

 

 

[1] Recensione pubblicata su Blog Letteratura e Cultura il 26/05/2011, https://blogletteratura.com/2011/06/26/sensualita-poesie-damore-damare-di-michele-zanarella/

[2] Recensione pubblicata su Blog Letteratura e Cultura il 26/12/2013, https://blogletteratura.com/2013/12/26/le-identita-del-cielo-di-michela-zanarella-recensione-di-lorenzo-spurio/ ; per chi volesse leggere la mia recensione alla precedente silloge, Meditazioni al femminile (2012) rimando al testo pubblicato su Blog Letteratura e Cultura il 03/02/2012, https://blogletteratura.com/2012/03/03/meditazioni-al-femminile-di-michela-zanarella-recensione-a-cura-di-lorenzo-spurio/

[3] Fabio Strinati (San Severino Marche, 1983), poeta, scrittore e compositore, vive ad Esanatoglia (MC). Importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ha partecipato a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea, come interprete e compositore. È presente in diverse riviste tra cui Il Segnale, Odissea, Euterpe, Fucine Letterarie, Il Filorosso, Diacritica, Il Foglio Volante, Versante Ripido. Numerose le sue pubblicazioni poetiche.

[4] Recensione pubblicata su Different Magazine nel 2018, https://www.differentmagazine.it/recensione-di-marco-marra-sulla-silloge-le-parole-accanto-di-michela-zanarella-recensione-di-marco-marra-sulla-silloge-le-parole-accanto-di-michela-zanarella/

Luca Pizzolitto su “L’istinto altrove” di Michela Zanarella

Recensione di Luca Pizzolitto

copertina Zanarella bozza (2)1L’istinto altrove (Ladolfi, 2019) l’ho letto tutto d’un fiato, in mezza giornata. Eppure le poesie  – (quasi) solo d’amore – a me, dopo un po’, annoiano. Ma, questa volta, è andata diversamente. Il modo in cui Michela Zanarella parla di questo argomento (un amore finalmente incontrato, vissuto, corrisposto) non è mai scontato o ripetitivo. E, sinceramente, non so come faccia. Scrivere di un amore felice senza scivolare ogni tre per due nel già detto/già visto mille volte in mille posti, non è per niente facile. Michela non solo non inciampa nel banale ma, spesso, utilizza immagini che richiamano a un qualcosa che ha a che fare con gli spazi più grandi, con uno sguardo che richiama l’infinito. 

 

L’autrice

Michela ZanarellaMichela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018), L’istinto altrove (2019). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. E’ tra gli otto coautori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. Già Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF). Presidente Onorario dell’Enciclopedia Poetica WikiPoesia.

 

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Antonio Merola esce con il saggio “F. Scott Fitzgerald e l’Italia”

Copertina_F. Scott Fitzgerald e l'Italia.pngF. Scott Fitzgerald e l’Italia di Antonio Merola, Ladolfi, Borgomanero, 2018.

Questo saggio ripercorre la storia della ricezione editoriale e critica che il nostro paese ebbe nei confronti dell’opera dello scrittore americano: dalle prime traduzioni di Tenera è la notte e Il Grande Gatsby, che vennero ignorate dal pubblico, fino alla riscoperta autoriale nel secondo dopoguerra e alle nuove edizioni italiane che ne seguirono, per arrivare alla conclusione che «dal dialogo con se stesso e con Zelda nasce cioè tutta l’opera di Fitzgerald».

Dalla quarta di copertina: «Se esiste in Fitzgerald una doppiezza è proprio verso Zelda Sayre: il lavoro continuo contro la pazzia, ma anche il dialogo con essa; la sublime coincidenza tra uno spirito di conservazione e uno di distruzione. Era impossibile per lui proseguire la vita senza la compiutezza dell’amore: o meglio, Fitzgerald lavora, e lavora sodo (anche fino all’infarto), ma si muove nella società da allora in poi come il fantasma di se stesso; lavora per pagare la cura ormai senza speranza di Zelda. E se tornerà a scrivere con Gli ultimi fuochi, è per cercare lei in un mondo altro: lontano dalla clinica e ancora più lontano dalla realtà».

 

Chi è l’autore?

Antonio Merola, classe 1994, si è laureato in Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. È cofondatore di YAWP: giornale di letterature e filosofie, per il quale ha curato inoltre la raccolta poetica L’urlo barbarico (A. V., Le Mezzelane, 2017) e ne gestisce la sezione Yawp Poesia. Si occupa insieme dei Quaderni Barbarici su Patria Letteratura, dedicati alle poesie inedite di giovani voci poetiche contemporanee e di Razzie Barbariche su Pioggia Obliqua: una rassegna dedicata alla poesia edita under 30. Suoi racconti, poesie e articoli critici sono apparsi su alcuni siti e riviste letterarie.