“La poesia da dove origina” – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

La poesia da dove origina

di Ninnj Di Stefano Busà

Vi sono molti modi d’intendere la poesia, ma da qualunque angolo di osservazione la si consideri, essa parte direttamente dal cuore ed è arduo e limitante “pensarla” diversamente originante, anche perché è una sollecitazione ulteriore, una sorta di extrasistole del grande ingranaggio cardiaco, che ci propone una vita extra, quasi parallela a quella quotidiana, immotivata e spenta di chi non crea nessun verso. Chi non l’ha mai provata né scritta forse non può intuirne le qualità, le rigeneranti linfe che si espandono dal cuore al cervello in una simbiosi unica, irripetibile, quasi al limite con l’estrasensorialità di un messaggio medianico. Infatti l’ispirazione ne è la fiaccola primaria, quasi come se si accendesse una lampadina che poi inesorabilmente viene spenta. Se in quel preciso momento non si prende nota c’è tutta la possibilità che si perda il contatto – per sempre – con le sinapsi che, partendo direttamente dall’area di Broca (parte del cervello abilitata al linguaggio), giungono fino alla scrittura, atto ultimo di quel sottile fascino che calamita la Poesia e ne fa correi: il sentimento, le emozioni, le suggestioni, entro un’aurea di infinite e progressive digressioni, orientamenti e accenti.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.

La scrittura, vale a dire, il gesto di affidare alla storia di ognuno, la  potenzialità del pensiero si manifesta in ciascuno nella ristrutturazione di un processo linguistico che è trasversale allo scrivere.

La Poesia è l’habitat ideale della lingua, orientata a <collocarsi> con l’immaginazione, la fantasia in una lettura lenta e ponderata, “avanzata”. La Poesia poi, non può fare a meno dell””oralità”. Come Jurij Lotman, ne intuiamo la scrittura come un sistema di ingranaggi dipendente e direttamente correlati al linguaggio. Il discorso della Poesia è inseparabile dalla misura e dal diverso grado della coscienza intellettuale umana. La poesia, da sempre, ha affascinato l’umanità e l’ha fatta riflettere su di sé fin dai suoi primi stadii. Il pensiero creante, servendosi proprio di quel medium intercetta un linguaggio alto, che si traduce in una percezione mutante, organizzata dalla mente per essere impressa alla consapevolezza degli individui che la emanano, quindi la poesia è il suo interagire al prodotto mentale della trasformazione del concetto logico. la Poesia ha come primaria conoscenza il senso illimite del linguaggio individuale, il suo silenzio, la sua mobilità che diventano rapporti privilegiati con gli altri, ovvero coi suoi fruitori.

La Poesia infine è un’interazione tra le lingue colte, perché sa cogliere le sfumature, le allitterazioni, le interferenze della lingua anteponendole e sottraendole alla incomprensione derivante dal linguaggio comune, piuttosto involuto e steretipato, imponendogli un’altra veste più evoluta, più raffinata, più colta.

Ne enfatizza l’interazione tra le parole-suono e lo spazio-scrittura, la rende leggibile attraverso il significato profondo del <verbo> che assume “mero” prestigio, poichè giocando (si fa per dire) con le parole assicura una sua dialettica alla testualità, ovvero allo spazio che paradossalmente la riveli.

La poesia è un genere d’arte verbale superiore, domina tutti gli altri generi, poiché è alla base dall’alfabetizzazione che chiameremo artistico-intellettuale, poiché implica una serie di induzioni a procedere, in cui si colloca l’io poetico, immettendola nel flusso del tempo e della storia.

La poesia sta all’esperienza umana come la narrazione sta alla logica della trasmissione del pensiero, che ne ha registrato il pieno sviluppo delle proprietà virtuali della specie. Trattasi di un passaggio narrante che possiede, tuttavia, tutte le caratteristiche induttive del lingua artisticamente  preposta – ovvero –  fa capo allo sviluppo e ai mutamenti interculturali e all’evoluzione dell’uomo.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

Si è spento lo scrittore Sebastiano Vassalli

La morte improvvisa di Sebastiano Vassalli di recente candidato al Nobel

È stato stroncato da un male incurabile. La chimera del 1990 è il suo capolavoro tradotto nel mondo e adottato a scuola accanto aiPromessi sposi. Aveva appena terminato un nuovo romanzo, Io, Partenope, in uscita il 12 settembre, quando avrebbe ritirato il premio Campiello alla carriera. Nelle sue opere, pubblicate da Einaudi, Interlinea e Rizzoli, viaggi nel tempo e metafore della società contemporanea alla ricerca del carattere nazionale degli italiani. Mercoledì dalle ore 10 camera ardente alla Biblioteca civica negroni di Novara e funerali civili alle ore 17,30 al Broletto di Novara, con una lettura no stop dei suoi testi a cura della sua casa editrice novarese.

Sebastiano Vassalli

È mancato improvvisamente per un male inguaribile lo scrittore novarese Sebastiano Vassalli che di recente aveva ricevuto notizia della candidatura ufficiale dell’accademia svedese al premio Nobel 2015 per la Letteratura. L’autore della Chimera, romanzo nel 1990 premio Strega da poco riedito nella “Bur”, tradotto in tutto il mondo e molto adottato nelle scuole superiori accanto ai Promessi sposi, è nato a Genova nel 1941 ma fin da piccolo ha vissuto a Novara; viveva da anni in un’antica casa in mezzo alle risaie in località Marangana dove conduceva un’esistenza sobria e riservata, quasi eremitica, dedicandosi alla scrittura. L’annuncio è stato dato dalla moglie e dal Centro Novarese di Studi Letterari. I suoi libri sono pubblicati da Einaudi, Rizzoli e Interlinea. Aveva appena terminato un nuovo romanzo, Io, Partenope, in uscita il 12 settembre, quando avrebbe ritirato il premio Campiello alla carriera.

Mercoledì dalle ore 10 camera ardente alla Biblioteca civica negroni di Novara e funerali civili alle ore 17,30 nell’antico al Broletto di Novara, luogo di memoria storica e letteraria dove trascorse l’ultima notte di dolore la giovane Antonia protagonista della Chimera.Nell’occasione Interlinea ricorderà l’autore invitando a un reading no stop del suo capolavoro durante l’apertura della camera ardente in biblioteca, di cui vassalli è stato testimonial.

I maggiori dati biografici di Vassalli sono raccolti nel sito dello scrittore www.letteratura.it/vassalli. Negli anni anni ’60 e ’70, dopo la laurea in Lettere con una tesi sull’arte contemporanea e la psicanalisi discussa con Cesare Musatti e durante un primo periodo di insegnamento, spicca l’attività di pittore ed esponente della neoavanguardia nell’ambito del Gruppo 63. Ha infatti esordito con testi poetici affermandosi con alcune prose sperimentali (tra cuiNarcisso del 1968 e Tempo di màssacro da Einaudi) travasando nella pagina, attraverso un furore linguistico e una satira culturale, le inquietudini politico-sociali di quegli anni. Rispetto a queste esperienze giovanili, Abitare il vento del 1980 segna il primo tentativo di un distacco e di una svolta. Il protagonista, come nel successivoMareblù, si sente incapace di cambiare il mondo con metodi trasgressivi e rivoluzionari (e poi si chiede: contro chi?). Vassalli cerca quindi nuovi personaggi o, meglio, una letteratura pura (in questo senso è per lui emblematico il poeta Dino Campana, la cui vicenda è ripercorsa nella Notte della cometa, la prima opera della stagione narrativa matura) e una dimensione esistenziale anch’essa pura, come la fanciullezza, che è al centro della ricerca delle origini della società odierna nel romanzo L’oro del mondo, ambientato nel dopoguerra. Intanto Vassalli non smette di indagare il mondo con eclettismo intellettuale (si pensi ai pamphlet Sangue e suolo e Il neoitaliano). L’investigazione letteraria delle radici e dei segni di un passato che illumini l’inquietudine del presente e ricostruisca il carattere nazionale degli italiani è quindi approdata prima al Seicento con La chimera, un successo editoriale del 1990, poi al Settecento diMarco e Mattio, uscito l’anno dopo, quindi all’Ottocento e agli inizi del Novecento prima con Il Cigno nel 1993 e successivamente conCuore di pietra, dove ricrea un’epopea della storia democratica dell’unità d’Italia fissando come protagonista una grande casa di Novara. Nei libri a cavallo del Duemila lo scrittore si è avvicinato al presente riscoprendo anche il genere del racconto, soprattutto con La morte di Marx e altri racconti del 2006 e L’italiano dell’anno successivo, prima del ritorno al romanzo fondato sulla storia con Le due chiese, del 2010, anno in cui, alla vigilia dei settant’anni, ha dato alle stampe un’autobiografia in forma di intervista, Un nulla pieno di storie, presso Interlinea, la casa editrice dove è uscita anche la raccolta di saggi e letture Maestri e no e vari testi.

Attenzione privilegiata ha sempre dedicato al territorio novarese ricevendo anche il premio alla carriera Dante Graziosi/Terra degli aironi per la narrativa di pianura. Tra i suoi atti d’amore per i suoi luoghi vanno ricordati almeno Il mio Piemonte, con fotografie di Carlo Pessina, e Terra d’acque. Novara, la pianura, il riso, con presentazione di Roberto Cicala, con fotografie a colori, editi da Interlinea, come Il robot di Natale e altri racconti, Natale a Marradi. L’ultimo Natale di Dino Campana e di recente Il supermaschio da Alfred Jarry. Interventi militanti di Vassalli sono stati pubblicati sui quotidiani “La Repubblica”, “La Stampa” e “Corriere della Sera”, negli ultimi anni con la rubrica “Improvvisi”. Nel 2014 con Terre selvagge è passato a Rizzoli, che a fine primavera ha pubblicato Il confine. È del maggio 2015 la candidatura ufficiale dall’accademia svedese al premio Nobel per la Letteratura.

Un profilo video dello scrittore su YouTube:https://www.youtube.com/watch?v=wuofOCuOExw

Scheda biobibliografica su Sebastiano Vassalli: http://www.novara.com/letteratura/bibliografia900/vassalli.htm

Il sito dello scrittore: http://www.letteratura.it/vassalli/

Vassalli su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Sebastiano_Vassalli

Una battuta dello scrittore sulla sua terra di risaie: https://www.youtube.com/watch?v=R41b8eU4K0c

(Testo ricevuto via mail dall’Ufficio Stampa Interlinea in data 27-07-2015)

Squarci taurini e la potenza del duende in “Alla piazza di sangue” di Lorenzo Spurio

Squarci taurini e potenza del duende nella poesia “Alla piazza di sangue” di Lorenzo Spurio

Commento critico di Lucia Bonanni

ALLA PIAZZA DI SANGUE

di Lorenzo Spurio

En las esquinas grupos de silencio/ a las cinco de la tarde

(FEDERICO GARCÍA LORCA, Llanto por Ignacio Sánchez Mejías)

Un vecchio registrava affanni

e claudicante ricercava

il suo posto all’ombra.

¡Hola!

Il sole scottava,

le lamiere roventi

mandavano fugaci sorrisi

ingannando bontà.

Il clarino suonò dolciastro,

la folle estasiata

si godeva quei terzi

nell’arena appiattita.

¡Aca toro!

Due veroniche congiunte;

la gente tratteneva il fiato

preoccupata

pronta al peggio

e ingiuriava con giuoco il bravo

inveendo motteggi

e sputando sfottò

animaleschi.

¡Olé!

Le mosche infastidivano

e rompevano la poca calma

di un pomeriggio

iniziato alle cinque.

Il borbonico scudo stinto

volteggiava depresso

e costernato

riconosceva legalità

al disprezzo dell’uomo.

¡Ay!

Qualcuno avrebbe mangiato una coda

in una taverna vicina alla plaza

L’avrebbe condita con patate,

come pregiatissime medaglie

di un bottino ritrovato.

Quel pomeriggio, però,

l’abito del torero

non aveva luccicato.

¡Malditos sean los hombres!

(C) Lorenzo Spurio 

Commento critico di Lucia Bonanni 

“Alla piazza di sangue”, “Piazza Tahrir” e “L’aiuto non dato (Maidan)” sono i tre componimenti poetici, inseriti nella silloge Neoplasie civili che Lorenzo Spurio dedica alla piazza, luogo principe della vita cittadina dove si manifestano accadimenti diversi nello spazio e nel tempo. Passaggi di storia, attualità e tradizioni popolari si intrecciano e si esplicitano in un compendio narrativo che fa dell’agorà, sito di aggregazione pacifica, ma anche di rivolta. Mentre in “L’aiuto non dato” l’autore racconta, come egli scrive nella nota a margine della poesia, delle “manifestazioni di protesta e di resistenza del popolo ucraino” e in “Piazza Tahirir” ci dice della “rivolta che nel luglio del 2013 scoppiò ad Al Cairo, in “Alla piazza di sangue” riprende il cerimoniale della temporada taurina con esplicito riferimento alla poesia che Federico García Lorca dedicò a Ignacio Sanchéz Mejías.

Quello che scrive Lorenzo Spurio, è un componimento assai complesso e articolato e non solo per le implicazioni di carattere emotivo, quanto per i contenuti, la costruzione sintattica e i continui rimandi alla poetica e agli studi compiuti da F.G. Lorca. Ciò che si nota nel testo di Spurio è una serie di quadri scenici che vanno a comporre una coreografia più ampia. Sono quadri dalle immagini vivide, fissate sulla pagina  attraverso pennellate di metafore, personificazioni e allusioni di senso. In essi si ritrova ammirazione per la “festa taurina” come pure l’ardore di quel “fuoco creativo”, denominato gioco del duende con enunciati evocanti il cante jondo e gli studi sulla chitarra.

“Va fatta una distinzione essenziale riguardo all’antichità, alla struttura, allo spirito delle canzoni”, puntualizza F.G. Lorca durante la conferenza de “El cante jondo”, rilevando la differenza tra i due termini. Per cante jondo il poeta intende un gruppo di canzoni andaluse il cui archetipo è riconducibile alla siguriya gitana da cui derivano altre canzoni popolari. Le strofe di queste canzoni che prendono anche la denominazione di malagueñas e peteneras, sono consequenziali alle altre e la differenza risiede nel ritmo e nell’architettura musicale. Sono queste le canzoni che Lorca definisce flamencas “Colore spirituale e colore locale”, ecco la profonda differenza, dice ancora Lorca, precisando che il termine jondo è la deformazione dell’ebraico “jom tob”, giorno festivo, per cui il significato viene ad essere quello di canto liturgico. “L’ellisse di un grido/va da monte/ a monte” ed il momento in cui “si rompono i calici/ dell’alba (e) comincia il pianto/della chitarra” e proprio la chitarra è un altro degli argomenti che Lorca trattò nella conferenza del cante jondo. “Il maestro Falla afferma che la siguriya gitana è l’unico canto che il nostro continente abbia conservato in tutta la sua purezza” e appartiene alla categoria del cante di cui fanno parte anche i fandangos. “Nella casa bianca muore/la perdizione degli uomini/(mentre) la corda di una chitarra/si rompe” (F.G. Lorca, “Bordón”) e la petenera viene ad essere l’espressione leggendaria del cante jondo e sembra che per antonomasia derivi dalla cantante “la Petenera” che ha fatto nascere la superstizione che cantare peteneras dia di malaugurio per i cantanti e i musicisti gitani.

Ay”, interiezione spagnola che corrisponde all’ahi italiano, ma coincide anche con l’uso di ah quale sospiro, preghiera , meraviglia; l’ay è l’elemento caratteristico dell’arte flamenco, utilizzato per intonare la voce, mentre l’ayeco, ripetizione di ay, è l’elemento con cui si giudica la capacità del cantor, il cantante. “I giorni di festa/vanno sulle ruote./La giostra li gira/ e li rigira” (F.G. Lorca, “Giostra”).

La “festa taurina”, il ballo collettivo e  la Gigantera, la processione, chiudono le feste patronali che si concludono con “il toro di fuoco”, oggi sostituito con una carcassa metallica e fuochi artificiali. Durante la corrida le gradinate dell’arena esigono il contrasto  tra le persone in abiti eleganti che vanno ad occupare la gradinata d’ombra e il pubblico che riempie la gradinata di sole. Tali gruppi, detti peñas, fanno baldoria, rallegrando le feste taurine con la gazzarra di canti e balli; la merenda, uno dei momenti tipici della corrida, è costituita da vivande forti, innaffiate con vino e altri alcolici. “La corrida non è una gara tra un toro e un uomo. É piuttosto una tragedia: la morte del toro, recitata dal toro e dall’uomo insieme e in cui c’è pericolo per l’uomo, ma morte sicura per l’animale”. Al toro, già fiaccato con picas e banderillas, quando è ancora vivo, vengono tagliate coda e orecchie, macabri trofei di uno spettacolo che “non è uno sport nel senso anglosassone del termine”.

“Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi” ed è un qualcosa di intraducibile perché non è una facoltà, bensì stile di antica cultura e “quando un artista mostra il duende non ha più rivali” e non esistono esercizi per poterlo imparare. Nella musica araba viene salutato con espressioni del tipo “Allah! Allah”, “Dio Dio” assai prossimi all’ “Olè” della corrida mentre nei canti della Spagna meridionale l’apparizione del duende è anticipata dal grido “Viva Dios” quale evasione poetica dal mondo reale.

laVolendo stilare un’analisi comparata tra l’esposizione poetica di Spurio e gli argomenti fin qui enunciati, è d’obbligo tracciare una sinossi esplicativa in grado di evidenziare impalcatura e contenuti letterari del componimento in esame. In questi versi la plaza de toros si connota nelle espressioni tipiche della corrida quali “hola, aca toro, olé, ay”, qui poste a compendio di ciascuna strofa e che fanno da ponte verso la chiusa dell’intero componimento dove la frase “Malditos sean los ombres”, diventa quasi un dardo di maledizione. Nella terzina iniziale, proemio del componimento, l’immagine delle gradinate si delinea attraverso la figura temporale del vecchio che, carico di vecchiezza e affanni, ricerca un posto sulle gradinate d’ombra.

Nella strofa successiva, composta di otto versi, si evidenzia il quadro della “folla estasiata”, assimilabile ai gruppi delle peñas che fanno baldoria al suono “dolciastro” di un clarino che ha sostituito quello della chitarra  mentre sotto il sole rovente la superficie dell’arena risulta una figura piana, “appiattita” anche  dai sorrisi ingannatori, emanati dalle lamiere baluginanti di sole.

Ancora una strofa di otto versi a richiamare la petenera quale figura di malaugurio che si assimila alle “due veroniche congiunte” nella mediazione evocativa della morte che si delinea nell’intercalare di versi puntuali ed efficaci con l’uso di espressioni lessicali, mutuate dalla lingua spagnola come ad esempio “bravo” ad esporre l’atteggiamento coraggioso del torero, ma anche il suo fare superbo e sprezzante. Intanto la folla dopo aver consumato la classica merenda, inveisce e sputa insulti “animaleschi”. “Le ferite ardevano come soli/ e la folla rompeva le finestre/alle cinque della sera” (F.G. Lorca, “Lamento per Ignacio Sanchéz Mejías”). Una strofa di nove versi, la quarta in successione logica, mostra l’insegna borbonica che volteggia depressa, riconoscendo “legalità/ al disprezzo dell’uomo” e l’interiezione “ay” anticipa il dramma già annunciato nei versi precedenti.

Chiude il componimento, una specularità di immagini contrapposte, quasi una legge del contrappasso in nove versi, in cui da una parte si nota “l’abito del torero (che) non aveva luccicato” e dall’altra ci sono persone “in una taverna vicino alla plaza” che seguendo un’antica usanza mangiano coda con patate, facendo delle vivande un bottino di guerra da esibire come “pregiatissime medaglie”. “Non voglio vederlo/ Dillo alla luna  che venga,/ che io non voglio vedere il sangue/ d’Ignacio sull’arena” (F.G. Lorca, op. cit.).

Pur nella sua complessità concettuale e nella sua ampiezza letteraria, il componimento di Spurio attua una teoria creativa che costringe il lettore ad un passaggio di lettura attento e ragionato, anche grazie agli  spazi bianchi tra una strofa e l’altra che danno modo di soffermarsi e riflettere su quanto è stato già letto, continuando  a centellinare l’iter narrativo in un apprendimento di fatti e agganci alla sua poetica e a quella del poeta spagnolo. Mi è sembrato, volendo guardare il numero dei versi di ciascun gruppo strofico, che l’autore non si è affidato alla casualità, bensì ha seguito un certo rigore matematico. Infatti il tre è un numero perfetto mentre il nove è suo multiplo e potenza del tre al quadrato; l’otto è multiplo di due e  potenza del due elevato alla terza, ed è anche il doppio di quattro, schema che si assimila alla seguidilla, strofa formata da quattro versi brevi proprio come usa fare Spurio nel suo componimento che riesce ad accorpare due strofe e a scandire un ordine logico di basi e potenze letterarie e poetiche per un racconto che incanta, si fa medium di  profonde emozioni e mostra il colore spirituale del duende.

Lucia Bonanni

15-07-2015

Ninnj Di Stefano Busà: cos’è la poesia?

LA POESIA COS’E’? La POESIA DOV’E’?

di Ninnj Di Stefano Busà

Ci siamo chiesti sempre cos’è la Poesia? senza saperne dare una risposta certa. Così continueremo a interrogarci e a giustificare questo senso estetico che ci governa e ci domina definendolo il linguaggio più alto dell’uomo. La sensazione è quella di sostegno alle infinite carenze dell’umano destino, che pur nella caducità, nel limite del proprio orizzonte può intravedere una luce, anzi uno spiraglio in cui far volare alta l’anima vagabonda, sitibonda di fantasia e di sogni. La configurazione di ogni poetica è inconfutabile segno di pensiero, mostra la spiritualità dell’uomo fatto segno di svariate capacità intellettuali, con le quali si mette in confronto o parla agli altri simili attraverso il linguaggio diversificato della Poesia, in quanto Arte della parola, selezione di un linguaggio nobile e alato che riconduce al modello di una più marcata autonomia dell’individuo e dei suoi nobili ideali di spirito e d’intelletto.

Ninnj Di Stefano Busà
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà

Faccio riferimento al diverso grado di interscambiabilità che fa parte della vera natura dell’uomo, che ha esigenza di un linguismo alto, per evincere il suo disperato anelito alla trascendenza, alla ricerca di una nobiltà d’animo e di intelletto. Le teorizzazioni che ne avvertono il distillato più profondo dell’essere, sono bisogni interiori che neutralizzano la disperazione e il limite irrisolto ed estremamente vanificante del suo status. La Poesia sta all’Arte come al Mito e come l’economia al versante finanziario, o la Pittura al tratto dell’Artista (con l’A maiuscola). Anche la Poesia, purtuttavia, interagisce e fa suo un sistema di vasi comunicanti all’interno dell’Arte: è parola che utilizza il meglio di sé per addivenire a strategie di pensiero che interrogano l’inconscio, il suo farsi territorio cogente di un piano alto di strutture umane che ad esso fanno capo. Infatti, non ci sembra che la filosofia, dalla quale l’Estetica si è staccata per sua precipua necessità, abbia fin’ora cessato di interrogare e interrogarsi sulle varie ragioni che hanno indotto la Poesia a manifestarsi come concetto -concezione vitalistica dell’intelletto-  . Come Ente indipendente e fascinoso nella complessità del progetto di sviluppo e del progresso dell’uomo il dire poetico corrisponde ad un linguismo purificato da scorie e, dunque, sublimato nella fattispecie storica come un concetto a se stante. Riteniamo che la Poesia richieda il massimo sforzo direttament e al poeta stesso e per induzione al lettore che ne è il fruitore. Gadamer ha posto l’accezione che il metodo della Letteratura consista nella sua interpretazione testuale, ma anche nel sistema interno ai rapporti che intercorrono tra poesia e Storia. La Storia è il risultato dell’intelletto, il suo fine ultimo, il suo reiterarsi ed evolversi da un progetto d’intelligenza e di progressiva interazione con la Vita e le condizioni esistenziali dell’individuo. Oggi i mezzi di comunicazione fanno del poeta un emarginato, perché la multimedialità telematica ha soppiantato la parola “del cuore”, ma forse ignora o pretende d’ignorare le ragioni stesse delle sue esigenze intellettive e intellettuali. La scrittura poetica è ben lungi dall’essere assimilata dall’iconografismo moderno, dalla sua spinta propulsiva all’utile e non al valore in sé. L’invenzione, la fantasia, l’estro del poeta restano a testimoniare ilpostmodernismo della società  volto al suo nichilismo epocale. Sembra un paradosso ma, oggi i poeti sono statisticamente più numerosi che in passato, proprio per la funzione diffusiva di internet e della telematica. Il metalinguismo che si instaura come simbolo di autenticazione del poeta è la  -vis – formale che non pone alcun veto alla creatività. Il potere creativo della fantasia è l’atto stesso della sua istanza scrittoria, il quale sembra appartenere interamente all’artista. Quando la Poesia tocca  – lo status di grazia– il pathos che ne consegue è espressione selettiva dell’emozione, che si va a configurare come visione utopica del mondo. L’arte non fa che aderirvi, essere l’archetipo, ma è pur sempre la vocazione a dare il segnale più importante. La Poesia riposa nell’inespresso, è sempre lontana da noi, perché fa parte dell’immaginario e del sogno, pur se si configura come la trasfigurazione della logica comune. L’ispirazione in Poesia non ha ore fisse, né lavora a freddo, come su un vecchio marmo da laboratorio, non è neppure  – repechage mnemonico – perché il verso non si tiene in memoria, svola con la stessa rapidità dell’aria, si spegne come lampadina con l’interrutore. E’ tutto e niente delle proprie capacità, che temerariamente, vengono esposte e mostrate ad un pubblico più vasto. Non corrisponde quasi mai a tempi e luoghi prestabiliti. Possiede il massimo della sua libertà e autonomia. E’ dono di elezione e basta. Borges dichiara: “vedo la fine e vedo l’inizio, ma non ciò che si trova nel mezzoQuesto mi viene rivelato gradualmente, quando l’estro o il caso sono propizi”. Ecco, dunque, il mistero che conduce per mano la poesia: un Ente intellettivo, una risorsa del pensiero cogente  che conduce l’intelletto all’azione creante. È come se da un’archeologia antropologica andassimo a scoprire le tracce sbiadite di una stratificazione millenaria. Se ne ritrovano i reperti storici che sono  disvelamento e scavo, scoperta di un processo intellettivo cui l’uomo è finalizzato. Ma non ne troveremo mai la spiegazione. Il poeta è guidato dalla passione, dall’estro, talvolta dalla duttilità, dalla versatilità della parola che sa divenire strumento, forma, contenuto di una ortodossia concettuale più vasta. In Poesia si procede a tentoni, a volte si avanza nel buio più fitto, solo qualche volta si “esce a riveder le stelle“. Dice Valery: “solo il primo verso, in una poesia è donato dagli dèi”, in ogni modo non è detto che sia possibile innescare il segnale metapoietico, e neppure sempre è possibile realizzare il capolavoro che cerchiamo.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

La poesia: forma espressiva sottovalutata ed esautorata – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

La poesia: forma espressiva sottovalutata ed esautorata

di Ninnj Di Stefano Busà

Ebbene, ammettiamolo, la poesia non è per tutti, ma solo per coloro che la amano, è un agglomerato di cellule mnemoniche, che come da struttura sinaptica passano direttamente dal cervello alla pagina bianca, dopo aver congiunto e collegato le cellule deputate all’attività di coordinamento; un’attività pseudocerebrale e linguistica che assolve questo compito, al quale si può aggiungere la predisposizione, il sincretismo della parola, l’attenzione per l’arte del linguaggio, la fantasia, l’estro.

In poesia, <la parola> attende la nuova ipotesi disvelativa che le deriva dall’essere trascritta e trasmessa: l’input le giunge dal subconscio, l’appello della chiamata preposta a formularla origina dall’intelligenza del cuore, che le permette di collocarsi in una sua fisiognomica particolarmente gradita o la respinge, altre volte la rinnega, la contrasta, la svilisce, quante cose si compiono a suo danno! Quanta intolleranza, quanto lesionismo e ignoranza è costretta a subire la poesia!

Mi fa rabbia vederla trattare con quel fare pietoso e umiliante, che recita: a che serve?

Lo dichiarò Montale a chiare lettere, ma mi permetto di dissentire: la poesia è una delle innumerevoli doti umane che non dà fastidio, non scomoda nessuno, non s’impone a viva forza, non pretende nulla, non esige alcunché, si rifiuta di giungere a chi proprio la ignora, non la capisce, non la ama: se ne sta lì, quieta e silenziosa senza scomodare alcuno. Se c’è, si fa sentire, se è amata, riama con la stessa intensità, con grato e sincero altruismo.

Spesso ripaga proiettando il poeta in una territorio sconosciuto che è l’iperuranio della sua ricerca.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.

Lo ripaga delle tristi vicissitudini in cui tutti siamo costretti a vivere, sa donare con gioia quella pagina di armonie o di equivalenze che originano direttamente dal cuore, per riequilibrare contrarietà, sofferenze, dolori, solitudini.

Se la chiami ti accompagna, viceversa se ne sta latente, in un silenzio quasi assoluto.  

La poesia non ha accesso all’utile, non ha predisposizione al vantaggio materiale, non s’intromette nell’economia, né si propone alle moltiplicazioni avariate e contraddittorie di un mondo finanziario losco e invasivo, che guarda alla materialità con avido ingegno, con provocante e pervasivo utilitarismo.

La materia lirica non è viziata mai da diniego alla morale, neppure al più sottile e sofisticato meccanismo di risorse che concorrono alle vita greve dell’individuo.

È solo una forza legittima che vuole venir fuori a sedare gli animi, a placare semmai il loro bisogno spirituale, intellettuale, un richiamo all’autenticità metafisica del singolo uomo, mira all’armonia, alla completezza, all’idealità del mondo, perché l’umanità ha bisogno di capire, di sincronizzarsi col suo essere, con la sua entità interiore.

Ma proprio perché non ha nulla da spartire con l’interesse spicciolo, come si può facilmente supporre, (gli fa d’intralcio); è malvista in questo nostro momento storico così pervasivo, asfittico, sclerotico, fatto di un solo “input”creativo: la necessità di accumulare ricchezza…niente di più naturale che la vanagloria in un mondo così  – (s)poetizzato – così avido, lontano dall’interesse creativo e lirico.

Ma se ci soffermiamo qualche minuto a riflettere, come si può ben vedere, la poesia non ha mai fatto del male a nessuno, siamo noi che l’abbiamo esautorata, esclusa, sottovalutata, posta ai margini, perché priva di quella forza brutale, meschina, invasiva, deputata al benessere materiale: l’uomo di oggi propone se stesso, è ammalato di protagonismo che gli può dare solo la raggiunta ricchezza, il potere, il successo. La poesia non dà nulla di tutto ciò, nessuna delle tre ipotesi è raggiungibile con la poesia, perché essa è l’emanazione della nostra spiritualità, dell’ingegno; la particolarità unica ed esclusiva, generosa e mite della natura umana la richiede, per distinguerla a livello di superiorità dal genere animale.

Nel coacervo esponenziale della menzogna, dell’ipocrisia, della contraddizione, la Poesia assolve il compito di regolatrice ed esploratrice della psiche umana che ha necessità di formulare il suo bene, la sua condizione di ricognitrice, di viaggiatrice in un mondo disorientato e reso succube dal male, la poesia manifesta il suo vigore, rivela il pensiero di esistere al di là del mondo materico e viziato, estrinseca l’implicito significato dell’intelletto “pensante”, la passione, l’atto espressivo del sentimento, che eloquentemente vuole contrastare l’insignificante, l’animo, il banale; lo richiede con impeto e, talvolta vi riesce, di saper dire l’inesprimibile.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

Luigi Bonaffini ad Orvieto per un convegno sulla “Letteratura italiana nel mondo”

ORVIETO

27 giugno 2015: Sala Consiliare

28-29 Giugno 2015: Sala del Governatore – Palazzo dei Sette

Il Brookyln College della City University di New York e la Fordham University di New York con il Patrocinio del Comune di Orvieto organizzano il

CONVEGNO 

“Letteratura italiana nel mondo” – Nuove prospettive

Coordinatori:

Luigi Bonaffini e Giuseppe Perricone

Brooklyn College e Fordham University

Poster (2)

“Euterpe” n° 16 dedicato al tema “Alterità nelle sue varie forme” è uscito

E’ uscito oggi 10 giugno 2015 il sedicesimo numero della rivista di letteratura online “Euterpe”. Il nuovo numero, che si apre con un editoriale dello scrittore Martino Ciano, contiene al suo interno i seguenti materiali ripartiti nella canoniche rubriche alle quali si aggiunge quella nuova dedicata alle interviste e curata dalla poetessa e scrittrice Valentina Meloni.

RUBRICA DI POESIA

Testi di Antonio Spagnuolo, Francesco Paolo Catanzaro, Iuri Lombardi, Laura Appignanesi,  Carla De Falco, Giuseppe Napolitano, Michela Zanarella, Lucia Bonanni, Mariella Bettarini, Cristina Lania, Giuseppe Gambini, Teresa Stringa, Lucia Lascialfari, Luciano Domenighini, Felice Serino, Emanuela Inglima, Mario Vassalle, Alba Gnazi, Giuseppe Guidolin, Carla Spinella, Gabriella Pison, Assunta De Maglie, Maurizio Soldini, Mario De Rosa, Luigi Pio Carmina, Annamaria Pecoraro e Steven J. Grieco.

RUBRICA DI RACCONTI

Testi di Alessia Ranieri, Sandra Carresi, Francesca Luzzio, Maria Pompea Carrabba, Pina Piccolo, Elisabetta Amoroso e Luisa Bolleri.

RUBRICA DI SAGGISTICA-ARTICOLI

GIORGIO LINGUAGLOSSA – L’Autoritratto o dell’Identità o del Poeta allo specchio: “Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore”

NAZARIO PARDINI – “Puccini al tempo della Turandot”

STEFANO BARDI – “Le rivoluzioni scientifiche: Galileo Galilei e i suoi eredi”

AMEDEO DI SORA – “Il dandysmo estremo di Jacques Rigaut”

ANTONIO MEROLA – “I poeti assassini”

FRANCESCO MARTILLOTTO – “Lettura di Spesso il male di vivere ho incontrato di Eugenio Montale”

MARIO VASSALLE – “La varietà”

UGO PISCOPO – “Considerazioni sul concetto di alterità”

MARIA LENTI – “Elogio della Solitudine”

BARTOLOMEO BELLANOVA – “Mediterraneo: corpi, numeri, vergogne e falsità”

LORENZO CAMPANELLA – “L’altro è in noi”

RUBRICA DI RECENSIONI

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo libro “Bilancio interiore”, recensione di Lorenzo Spurio

“La passiflora non è una passeggiata en plein air” di Rita Vitali Rosati, recensione di Lorenzo Spurio

“Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” a cura di Martino Ciano, recensione di Lucia Bonanni

“Il Mistero delle Due Veneri”. Riflessioni sulla ‘drammaturgia’ di Alessio De Luca, recensione di Iuri Lombardi

“Granelli di tempo” di Rosaria Minosa, recensione di Lorenzo Spurio

“L’opossum nell’armadio” di Lorenzo Spurio, recensione di Katia Debora Melis

“Sul far della sera” di Giovanni Vivinetto, recensione di Marzia Carocci

“Schegge” di Daniele Berto, recensione di Marzia Carocci

RUBRICA DI INTERVISTE

Alterità e individuazione, iper dotazioni psichiche e crisi d’identità attraverso la teoria dialettica ideata dal Dottor Nicola Ghezzani. Intervista di Valentina Meloni

Intervista al poeta Corrado Calabrò, a cura di Lorenzo Spurio

  

SEGNALAZIONI e PROSSIMI EVENTI     

XXVI Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” (scadenza 25-07-2015)

Selezione di materiale per l’antologia “Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista, l’ironico” (scadenza 30-06-2015)

2° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” (scadenza 30-11-2015)

Il nuovo numero della rivista può essere letto e scaricato collegandosi alla sezione “Leggi i numeri della rivista” all’interno del sito.

Si ricorda, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà quale tema/titolo al quale è possibile rifarsi “Quando l’arte diventa edonismo”. I materiali dovranno pervenire alla mail della rivista (rivistaeuterpe@gmail.com) entro e non oltre il 20 settembre 2015.

Qui l’evento in FB del prossimo numero della rivista.

Grazie per l’attenzione e buona lettura

Lorenzo Spurio

Direttore “Euterpe”

Intervista al poeta Corrado Calabrò. A cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A CORRADO CALABRÒ

A cura di Lorenzo Spurio

  

LS: Quale definizione di poesia si sente di dare?

C.C.: Telefonini, televisione, radio, computer ci hanno assuefatto a una visione banale, olografica del nostro essere al mondo. La Rete ha modificato il modo in cui il soggetto si percepisce. Tutto sembra essere stato detto in questo profluvio di parole: tutto tranne quello che attendevamo nel profondo. L’insoddisfazione viene saturata aumentandone la dose.

La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere. Un trasalimento dell’anima che sposta un po’ più in là il nostro orizzonte mentale, o così ci piace credere.

Sì, a volte –in un momento felice che ha del magico- un’immagine, una percezione, un’intuizione si stacca dal film travolgente del quotidiano e s’impone all’attenzione con una suggestione imprecisabile, condensando in sé un significato che ci conquista come una rivelazione, tanto da diventare un’immagine, una percezione, un’intuizione sovradeterminata: un orizzonte di significato è stato superato.

È come il fiammifero di Prévert. Ricordate quella poesia di Prévert, Tre fiammiferi accesi nella notte? Un innamorato, al buio su un ponte sulla Senna, accende tre fiammiferi: uno per vedere gli occhi, uno per vedere la bocca, un terzo per vedere il volto tutto intero della sua ragazza. In quel momento in cui il fiammifero si accende, in cui scatta il flash, siamo tutti poeti, dentro di noi.  Ma è poeta solo chi riesce a far intravedere agli altri quel flash di bellezza che l’ha abbagliato. Come? Certo non con enunciazioni dirette: il volto della Medusa paralizza chi lo guarda direttamente, diceva Calvino.

Corrado Calabrò
Il poeta Corrado Calabrò

La poesia comunica per analogia, in modo indiretto, per evocazione, per allusione, per metafora. La metafora è lo strumento privilegiato della poesia. “Erano le cinque della sera” dice García Lorca nel suo Llanto por Ignacio Sanchéz Mejías. Ventisette volte ripete “a las cinco de la tarde”, “a las cinco en punto de la tarde”. Tutti gli orologi segnavano le cinque della sera… Perché lo dice così tante volte? Non vuol certo dirci l’ora! Vuol dirci qualcos’altro. Ma se avesse detto: “Quel pomeriggio, nella Plaza de Toros di Siviglia, il giovane e valente torero Ignacio Sanchéz Mejías, nel momento in cui stava infilando la spada nella cervice del toro venne incornato e, ferito a morte, venne portato via in barella e morì mentre veniva trasportato in ospedale… avrebbe fatto una piatta cronaca giornalistica o giudiziaria. Invece lui si limita a dire “erano le cinque della sera” e niente come questa espressione ci dà il senso della fragilità, della natura effimera della nostra vita. E non dice che è morto, dice che tutti gli orologi segnavano le cinque della sera. Perché quando un uomo muore l’orologio, il tempo, si ferma per sempre per lui. Parla dunque dell’orologio per dire della vita. È così la poesia: dice una cosa per farne intendere un’altra.

LS: Quando è stata la prima volta che ha scritto una poesia? Di che cosa parlava?

C.C.: Le prime poesia pubblicabili (e poi effettivamente pubblicate da Guanda) le ho scritte tra i quindici e i diciotto anni. Parlavano del mare: alcune figurano ancora nelle mie raccolte antologiche.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più la affascinano? Perché?

C.C.: I lirici greci, Dante, Tasso, Ariosto, Leopardi, Baudelaire, D’Annunzio, García Lorca, Rilke, Eliot, in poesia. Ma hanno spiegato forte influenza su di me anche Machiavelli, Nietzsche, Kafka, perché mi hanno fatto capire la valenza del non finito. Come scrive Musil, è vero poeta colui le cui frasi non hanno il punto finale; ti fanno desiderare il seguito, te lo fanno intuire mediante il non detto. Ma si tratta del non detto indotto da quello specifico detto. “Eran las cinco de la tarde….”.

LS: Quale è il suo legame con la regione natale, la Calabria?

C.C.: Vivo da oltre cinquant’anni a Roma, ch’è una città meravigliosa. Ma ogni mattina, quando appena sveglio apro le imposte, avverto un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni mattina non mi rendo conto sul momento di cosa mi manchi. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. È la mia vita non vissuta che s’affaccia.

LS: Quali dovrebbero essere secondo lei le doti umane del poeta?

C.C.: D’Annunzio aveva atteggiamenti detestabili; ma è il più grande poeta italiano degli ultimi cento anni. Anche Quasimodo e Montale erano sgradevoli. Cardarelli era invece empatico; ma è meno valido degli altri due.

La poesia è una creatura che vive una sua propria vita, disgiunta da quella del suo autore. Vive nell’interazione col lettore, con l’ascoltatore; entra in risonanza ed acquista significanze ulteriori se corrisponde a un’attesa profonda e (semi)sconosciuta del destinatario, fornendogli le parole per esprimere qualcosa che pulsava in lui subliminalmente e non riusciva a prendere forma.

LS: Se dovesse scegliere tra Eugenio Montale e Quasimodo chi sceglierebbe e perché?

C.C.: Quasimodo, senza esitazione. Le sue immagini, i suoi distici timbrano la nostra percezione, si stampano dentro e ritornano nell’orecchio interiore. La sua infedele traduzione dei lirici greci rende genialmente lo spirito degli originali, infonde loro nuova vita, come nessuna traduzione letterale potrebbe fare.

Montale è più laborioso, più intenzionale; meno incisivo.

LS: Secondo Lei tutti sono in grado di comprendere la Poesia o la corretta ricezione della parola può avvenire solo in seguito a una sorta di addomesticamento letterario e studio?

C.C.: Io non so se sarei riuscito a sentire, come sento, la poesia se, tra i dieci e i venti anni, non avessi letto, e in parte imparato a memoria, tutti i più grandi poeti italiani e francesi (compreso Corneille). Ho detto: imparato a memoria. La bellezza e la forza evocativa di una vera poesia si coglie solo alla quarta, quinta lettura. Ma nessuno arriva alla seconda lettura se non è già attraente alla prima. Allora, se è una vera poesia ti ritornerà irresistibilmente nella mente, come il canto delle Sirene.

Quanto male hanno fatto questi anni di antipoeticità al gusto della poesia! Ci hanno forse preservati dalla retorica, ma ci hanno inculcato la fumisteria, la vacuità, l’insignificanza, come i sarti de I vestiti nuovi dell’Imperatore di Andersen.

Lo studio non è tutto; ci sono doti istintive e c’è l’intuito, che non è di tutti. Ma nemmeno Mozart, che componeva a cinque anni, sarebbe stato quel che è stato  se non avesse assimilato tanta musica di alto livello già nei primi anni di vita.

LS: Negli ultimi anni sono fioriti una serie di movimenti culturali di impronta per lo più minimalista quali l’empatismo (Giusy Tolomeo), il metateismo (Davide Foschi), la neon-avanguardia (Ivan Pozzoni), etc. Pensa che sia ancora possibile nel nostro oggi essere portavoce di una idea di originalità e che il movimento e il manifesto possano servire ancora come collanti dai quali partire?

C.C.: Movimenti, tendenze, congreghe tendono a mascherare una realtà impresentabile: l’impotenza creativa, l’Imperatore in mutande. Creano aggregazioni come la massoneria. A cominciare dal Gruppo 63, hanno imposto la più assurda e arrogante pretesa: che poesia fosse solo il prodotto degli appartenenti a una determinata cerchia. Così prima si stabiliva chi dovessero essere i poeti e poi cosa fosse la poesia.

La poesia, come dicevo, non consente una lettura diretta; ma non per questo può chiudersi in un cerebralismo asfittico ed autoreferenziale, incomunicabile per assioma, in un solipsismo in cui il poeta si compiaccia di capire lui solo quello che ha scritto e poi ci metta mezz’ora per spiegarlo artificiosamente. No, la poesia non tollera spiegazioni estrinseche. La poesia è come le barzellette o come un tiro in porta. È ozioso raccontare: ho colpito la palla di piatto, di collo, con l’esterno del piede; se il tiro è sbagliato l’hai sbagliato, se è entrato in porta hai fatto goal.

C’è un mio saggio, Il poeta alla griglia che mette bene in luce questa deviante deriva che per trent’anni ci ha portati ad arenarci in un fondale sabbioso, a star lì a  fare il pediluvio senza affrontare il mare aperto.

Per tali opinioni mi è stato comminato l’ostracismo dalle tendenze vincenti (che hanno anche occupato le cattedre universitarie). Come i perseguitati politici, ho chiesto asilo poetico all’estero (e lì ho pubblicato 32 libri con traduzioni in 21 lingue).

LS: Che cosa pensa dei reading poetici? È un buon modo per far poesia e condividere esperienze oppure no? Perché?

C.C.: Sì, perché:

– Vengono interessate alla poesia persone che la percepiscono meglio ascoltandola che leggendola;

– Si fanno conoscenze e a volte si simpatizza (talaltra si antipatizza, ma c’est la vie).

Io, poi, ho motivi particolari per ricordarli con piacere.

In Italia ho incontrato in una di quelle occasioni, più di trent’anni fa, una giovane poetessa con la quale è nato un grande amore.

All’estero ho incontrato qualcuno che ha messo in orbita la mia poesia.

LS: In che maniera sceglie quello che di volta in volta sarà il titolo di una silloge poetica? Lo trae da una poesia particolarmente significativa raccolta nella silloge oppure è completamente diverso dai titoli delle liriche all’interno?

C.C.: Molte mie raccolte recano il titolo di una mia poesia, che mi è sembrato evocativo: Mittente sconosciuta, Il filo di Arianna, Presente anteriore, A luna spenta, Ricordati di dimenticarla, Alba di notte, Una lama nel miele, Deriva, T’amo di due amori, Password, Mi manca il mare. Altri titoli, forse i più importanti, no: Una vita per il suo verso, Oscar Mondadori, 2001; La stella promessa, Lo Specchio Mondadori, 2009.

LS: Può parlarci del recital Ricordati di dimenticarla, come è nato e quale è la storia in esso contenuta?

C.C.: Si tratta di un recital-spettacolo che ha una trama, un andamento teatrale; è accompagnato dalla musica e da canzoni. La prima performance (con altro titolo) fu al Teatro Argentina a Roma, il 28 ottobre 2001, in occasione dell’uscita della raccolta Una vita per il suo verso.

Poi, una compagnia di attori (Walter Maestosi, Daniela Barra. Maria Letizia Gorga, con il musicista Giovanni Monti), hanno inserito il recital nel loro programma itinerante e ne sono seguite numerosissime repliche in Italia e all’estero: a Roma, all’Auditorium Conciliazione e in vari altri teatri, a  Torino -al Teatro Regio e al Teatro Gobetti-; a Milano -al “Piccolo”-; a Genova -al Teatro Govi-; a Firenze –al Teatro La Pergola-, a Bari, Cagliari, Orvieto, Foggia, Arezzo, Perugia, Pesaro, Lodi, Potenza, Catanzaro, Vicenza, Vercelli, Cosenza, Pavia, Reggio Calabria, Messina, Verona, Novara, Aosta, Biella, Padova, Bologna, Sidney, Melbourne, Varsavia, Parigi, Buenos Aires, Madrid, Montecarlo.

Sono stati fatti anche vari compact disks con le voci di Achille Millo, Riccardo Cucciolla, Giancarlo Giannini, Walter Maestosi, Paola Pitagora, Alberto Rossatti, Daniela Barra.

Corrado Calabrò ottiene la Laurea Honoris Causa all'Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel Maggio 2015.
Corrado Calabrò ottiene la Laurea Honoris Causa all’Università Statale di Mariupol (Ucraina) nel Maggio 2015.

LS: La domanda che vorrebbe le fosse posta in una intervista o la cosa che mai nessuno le chiede?

C.C.: “Cosa prova quando fa poesia?”

E la risposta è: “Quando mi sembra di essere riuscito a fissare in un verso quel lampo di bellezza che mi ha abbagliato provo una gioia intensa. Poi, rileggendo quei versi a distanza di tempo, mi viene il sospetto di non essere riuscito a trasmettere (nel modo evocativo, allusivo, ipertestuale, proprio della comunicazione poetica) quello che ho sentito così fortemente. Mi sorge il dubbio che non sia del tutto inaspettato quello zampillo d’acqua vergine  scaturito dalla roccia per un tocco di bacchetta magica; che ci sia del convenzionale nel suo porgersi. Così com’è per convenzione che riteniamo che l’ostia ci rievochi il mistero dell’eucarestia.

LS: Un ricordo piacevole che vuole condividere con noi di questi vari anni di poeta (una persona incontrata, il colloquio con qualcuno, un’osservazione, un fatto curioso, ….)?

C.C.: Due sono i ricordi più impressivi.

Una ventina di anni fa, in Grecia, a Kavala, ci fu un meeting di poeti di vari Paesi (per l’Italia c’ero io). La sera, dopo i recitals, andavamo per le taverne del porto a sentire e a cantare canzoni greche. L’ultimo giorno andammo all’isola di Thassos. Lì mi fecero ascoltare una canzone di Theodorakis e mi chiesero: “Non noti nulla?”. Avevano aggiunto un’ultima strofe con, tradotti in greco, questi versi di una mia poesia: “E non dirò ch’è amore, se non vuoi.//No, non dirò ch’è amore, se hai paura”.

Ma l’incontro per me più importante è avvenuto in Messico, una dozzina di anni fa. Un altro meeting internazionale. Io presentavo la raccolta messicana delle mie poesie Alba en la noche e, come al solito, leggevo alcune poesie in italiano mentre un messicano le leggeva in spagnolo. Partecipava al meeting, per la Spagna, il poeta e professore universitario Luis Alberto de Cuenca, già ministro per la cultura con Aznar. A cena, sedendo al mio tavolo con la deliziosa moglie Alicia, mi disse che le mie poesie erano molto belle e che non sempre la traduzione le rendeva al meglio. Mi chiese di mandargli qualche mio libro in italiano, che lui capisce perfettamente (e, nello scritto, raffinatamente), pur parlandolo con limitazioni.

Quello è stato un importante decollo per la mia poesia: dopo d’allora tre editori spagnoli hanno pubblicato cinque raccolte delle mie poesie, tra cui una, edita da SIAL, di 570 pagine, accompagnata da un CD. Non ho nemmeno in Italia una raccolta così vasta delle mie poesie.

Ultimamente, poi, lo stesso editore di SIAL, Basilio Rodrίguez Cañada, ha pubblicato, nelle edizioni Pigmaliόn, la raccolta Acuérdate de olvidarla, composta interamente di poesie d’amore, alla quale è stato assegnato, il 17 febbraio di quest’anno, il Premio Internacional de Literatura Gustavo Adolfo Bécquer 2015.

LS: Che cosa ne pensa della figura del critico che spesso, in virtù del suo approccio distaccato e obiettivo, commette l’errore di dare una lettura fredda e manualistica di una poesia finendo per sminuire la poeticità racchiusa proprio nell’atto ispirativo e creativo?

C.C.: Oggi la poesia italiana, come la poesia, l’arte in tutto il mondo, attraversa una grave crisi d’identità, ch’è una crisi di valori, di fiducia nella capacità espressiva dell’arte e massimamente del linguaggio poetico. Innegabilmente, dai tempi di Omero, di Dante, di Shakespeare, la parola ha subito un irrecuperabile processo di designificazione.  La fiducia nella parola rivelatrice è scossa irreparabilmente. E tuttavia noi avvertiamo l’esigenza di stabilire un contatto con qualcosa che vada al di là del ripetitivo e del convenzionale.

Gli psicologi ritengono verosimile che la coscienza (facoltà esclusiva della specie umana) si sia evoluta per selezione naturale a partire dal momento in cui l’uomo ha cominciato a sviluppare il linguaggio. E i neurobiologi hanno riscontrato che la nostra mente ha una natura linguistica e che il nostro pensiero dipende dal linguaggio, il quale addirittura conforma la struttura del nostro cervello secondo la sintassi. Il che significa che siamo noi stessi, con le parole che facciamo nostre, a sviluppare la capacità di comprendere. In altri termini, che facciamo entrare il mondo dentro di noi! Per ognuno di noi il mondo esiste solo nella misura in cui la sua mente lo percepisce. Ma accanirsi letterariamente sul linguaggio ne anemizza la vitalità espressiva. Un linguaggio fine a se stesso, un linguaggio ripiegato su se stesso avvizzisce sé e con esso le nostre strutture mentali.

Esprimere l’indicibile è impossibile e al tempo stesso irrinunciabile, per qualche ragione che ci sfugge, come gli alpinisti non sanno rinunciare a scalare le vette più alte, perfino ad altezze dove manca l’ossigeno.

I critici che si confinano in un’esegesi puramente cerebraloide, in un formalismo fine a se stesso sono come quei pittori che ricalcavano sempre la stessa raffigurazione stereotipata nelle icone bizantine o nei cammei giapponesi.

Non si può rinunziare alla significanza della poesia, sebbene la poesia resti sospesa tra l’inveramento della promessa e la negazione definitiva; l’amore, la poesia si collocano fra la presenza e l’assenza, fra il contatto e la perdita di contatto.

Una corposa edizione delle poesie di Corrado Calabro edite in lingua spagnola
Una corposa edizione delle poesie di Corrado Calabro edite in lingua spagnola

La tecnica, la sperimentazione, sono necessarie. La poesia trascorre come un’ala; per catturarla al volo occorre una tecnica raffinata. Non si può cogliere il senso di una visione poetica separato dal suo modo d’esprimersi, di significarsi, come non si può cogliere una palla al volo in un attimo diverso da quello del suo impatto e se non con quell’atteggiamento dinamico di tutto il corpo, con quella giusta torsione del piede (quella e quella sola) che indirizzi la palla in modo appropriato, tale da cambiare la situazione.

Occorre dunque padroneggiare perfettamente la metrica. Ma guai a scambiare gli esercizi di versificazione con la poesia; sarebbe come scambiare la ginnastica e il palleggio preparatori con la partita.

Qualsiasi espressione (perché di un’espressione non può farsi a meno) è un atto estetico solo in quanto ci rechi il messaggio che inconsapevolmente attendevamo. In cosa consiste questo messaggio? Consiste, è racchiuso –come accade nei sogni-, nel preannuncio, nella premonizione di un’imminente rivelazione. Se una frase musicale, un verso, un tratto di pennello non ci fanno sentire che stanno per dirci qualcosa, che alludono, preludono a un arcano disvelamento (e non importa poi che la rivelazione venga continuamente rinviata), essi non inducono a quella levitazione del preconscio, non provocano quel palpito dell’avvento, che sono la connotazione, le stimmate della (ri)creazione artistica.

E non c’è creazione artistica, non c’è poesia senza ispirazione.

Capisco che chi non ha conosciuto la condizione di entusiasmo sperimentata da chi ha sentito un dio dentro di se (εν-θεóς), quella condizione di possessione della mente, di divina follia, di cui parla Platone, neghi la realtà dell’ispirazione, la ritenga una mistificazione. Ma è come negare la realtà degli ultrasuoni perché l’orecchio umano non li sente.

No, la poesia non è la fabbricazione del nulla, non è il vuoto spinto, e i critici non hanno la funzione di controllare il traffico delle mosche, come certe correnti letterarie asfittiche hanno voluto farci credere nel lungo periodo di glaciazione della cultura (J. P. Aron) che abbiano attraversato. “Conosco facendo” diceva Giambattista Vico. E il primo significato di πоιέω è proprio fare.

“Nelle scienze si cerca di dire in un modo che sia capito da tutti qualcosa che nessuno sapeva. Nella poesia è esattamente l’opposto”, osservava sarcasticamente il grande fisico Paul Dirac.

È vero, non si può rinunciare al linguaggio; ma a un linguaggio che si alimenti di conoscenza e ne sia tramite. L’interdipendenza degli approcci caratterizza oggi, più che mai, la cultura. La scienza, nella sua ultima proiezione, si sovrappone all’arte e alla filosofia. Può la letteratura, la poesia, rifiutare l’osmosi della scienza senza autocondannarsi all’estinzione come i Catari?

La poesia non parla col linguaggio della scienza, ma deve dire, suggerire qualcosa che ci protenda oltre noi stessi.

Siamo arrivati a un punto di ricerca dell’ultima realtà davanti alla quale non ci soccorrono più i mezzi di visione diretta. Nell’acceleratore di Ginevra non si ha visione diretta delle particelle ricercate, ma certe traiettorie, nello scontro di particelle, fanno desumere l’esistenza di altre particelle. Bene, non è una forma di metafora questa?

Mi viene in mente il mito della caverna di Platone, un filosofo poeta (anche se lui bandiva i poeti dalla sua Repubblica…) di profondità non ancora del tutto sondate. Ricordate cosa diceva nel mito della caverna? “All’uomo non è dato conoscere la realtà ultima delle cose”, quella che lui chiamava l’essenza ideale: l’uomo non può vedere le cose direttamente, ne vede soltanto le ombre proiettate sul muro della caverna mentre scorrono al di fuori.

È quello che noi vediamo nell’acceleratore di Ginevra. Una traiettoria che è segno di uno scontro dal quale nasce qualcosa che noi non riusciamo a vedere.

Non c’è un accostamento significativo a quella visione di Platone? E anche alla poesia, perché la poesia parla per analogia, parla per evocazione, parla per allusione.

Se la poesia si rinsangua, forse riesce anche a esser meno compiaciuta di sé e più strumentale alla rivelazione di un qualcos’altro, di quel qualcosa che il cieco Omero vedeva e noi usualmente non vediamo. La forma poetica è un modo per intuire che c’è qualcosa al di là del muro, come diceva Montale. Quando questo non è un enigma dentro l’enigma, voluto a forza per apparire intelligenti quanto artificiosi; quando c’è sincerità e talento, è un momento di grazia, come quando si trova l’accordo a mettere felicemente insieme due o tre note. In quel momento la poesia svolge una funzione sempre attuale, sempre viva, che ci proietta anzi verso il futuro.

LS: Lei figura da anni in numerose Giurie di concorsi letterari. Quanto è difficoltoso e importante il ruolo di Giurato in un Premio letterario e in che cosa consiste la difficoltà?

C.C.: La difficoltà consiste in un giudizio non superficiale.

Ricevo una cinquantina di libri per ogni premio in cui sono in Giuria. Nel premio Camaiore, addirittura, sono più di 200 ogni anno. Come si possono leggere tutti funditus? Si va un po’ a tentoni, si orecchia, ci si sofferma di più su alcune opere, meno su altre; non è giusto, ma è così. È già tanto se si resta tetragoni alle sollecitazioni.

LS: Un autore letto e riletto, che torna spesso a sfogliare o a spolverare perché i suoi brani sono importanti lezioni di vita?

  • Einstein: L’unificazione dello spazio e del tempo in una sola dimensione, lo spazio-tempo, ha cambiato la nostra visione dell’esistente, ha riconciliato la duplicità tra l’essere di Parmenide e il divenire di Eraclito. Einstein ci ha rivelato scientificamente la compresenza del passato nel presente: noi vediamo oggi quello che è accaduto in una stella due miliardi di anni fa. Lo vediamo come se accadesse ora; e per noi accade adesso, in questo momento. (L’arte fa qualcosa di simile: pensate ai guerrieri di Riace).
  • Stephen Hawking: esempio sbalorditivo della indomabile potenza della mente in un corpo totalmente disabilitato.

LS: Quali attività letterarie la vedono impegnato in questi mesi?

C.C.: Assisto, dalla finestra, all’uscita di altre mie traduzioni. È un ruolo quasi passivo, certo, ma quando l’ispirazione non pulsa in modo irresistibile io non incalzo la Musa; aspetto.

Come dicevo, il poeta si esercita, si cimenta, si predispone, si allena, fa laboratorio e ricerca. Ma ho imparato che il lungo lavoro di sperimentazione, di esercizio, ci serve semplicemente per essere pronti in quell’attimo, in quella fase che è stata definita d’avantesto, cioè la fase di gestazione del testo, in cui ci troviamo in uno stato d’attesa, d’incubazione di qualcosa che preme oscuramente a livello subliminale, preme per prendere forma.

«Il primo verso è sempre un dono degli dei» ha scritto Paul Valéry (ch’eppure non era un romantico). Accade quando accade, se accade. E, comunque, poi?

L’intervallo tra quando un dio ci ha visitati ed è andato via, e un altro deve ancora venire può essere lungo, molto lungo. Il poeta, anche il grande poeta, nasce  e muore ogni volta con la sua creazione, come l’agave, e ogni volta lo fa con l’innocenza di una nuova nascita. Nessuno può dire se e quando scriverà di nuovo una vera poesia. Parafrasando Jules Renard, possiamo dire che nella casa della poesia la stanza più grande è la sala d’attesa.

 

Roma, 04-06-2015

Intervista ad Annamaria Pecoraro “Dulcinea”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Annamaria Pecoraro “Dulcinea”

a cura di Lorenzo Spurio

 

Lorenzo Spurio e Annamaria Pecoraro alla Yellow Reading organizzato a Firenze a settembre 2014
Annamaria Pecoraro e Lorenzo Spurio allo Yellow Reading organizzato a Firenze a settembre 2014

LS: Ti ricordi che età avevi quando hai scritto la prima poesia? Cosa ti ha portato ad “armarti” della parola scritta per la prima volta: quale avvenimento in particolare, se puoi dircelo?

AP: In verità la prima volta che mi sono cimentata nella scrittura è stata con la prosa, alle elementari e con un racconto. Ricordo di aver sviluppato la storia come se fosse ben chiara nella mente con tutte le sue sfumature e forme. “Salto nella terza dimensione”, una sorta di viaggio in un altro mondo, parallelo al nostro quotidiano, avventuroso  e fantasy, dove dall’incontro con altre creature, quelle sulla terra (in particolare sugli alberi) e quelle sottoterra, l’essere umano riesce a trovare il punto d’incontro e a fermare la guerra tra i due popoli. Ogni tanto lo sfoglio ancora. La poesia invece è nata sui banchi del liceo.  Poi come un guizzo, una decina di anni fa, ero in mezzo a una piazza, osservando è nata “Passi”. Da allora non mi ha più abbandonata.

LS: Che cosa è per te la poesia e quanto è importante nella vita di tutti i giorni?

AP: La poesia è l’arma bianca che disarmata arma. Può sembrare un gioco di vocaboli, ma è l’essenza base dell’ispirazione quotidiana. Da ogni azione e reazione può nascere poesia: civile, amorosa, religiosa. Catturata dalla sensibilità e dal volere andare oltre, testimonia coraggiosamente ciò che viviamo, nel bene e nel male, sia di notte che di giorno. Credo che questa sia una grande responsabilità per chi fa delle parole un messaggio da donare.

LS: Spesso ti firmi con lo pseudonimo di “Dulcinea” che è il nome del celebre personaggio donchisciottesco. Come mai lo hai scelto per definire la tua identità?

AP: Dulcinea rappresenta l’amore immaginario nella sua universalità, e Don Chisciotte sa bene cosa e quale significato abbia, solo che è perso nella lotta contro i mulini a vento, pur sapendo di perdere. In fondo ognuno di noi, ha in sé il discernimento, solo che spesso scegliamo la strada più comoda che non sempre è quella giusta. Se solo ci guardassimo dentro e intorno, scopriremo che il mondo è strapieno di bellezza, amore e ricchezza che può darci la forza di vedere il bicchiere mezzo pieno, affrontando gli ostacoli con il sorriso. Certo non è semplice, ma nemmeno impossibile. Siamo tutti in cammino e alla ricerca e forse è vero: “Ognuno di noi, prima o poi, fa un viaggio nel suo “inferno”, forse perché in fondo non cerchiamo che noi stessi…” (A. Pignatiello).

LS: Da vari anni sei anche speaker per varie radio e sei spesso in contatto con l’ambiente musicale tramite concerti, presentazioni di artisti, recensioni e tanto altro. Puoi dirci che peso gioca la musica nella tua vita e quanto credi possa essere importante per ciascuno di noi nel corso della nostra esistenza?

AP: Ho iniziato nel 2007 collaborando con “Radio SI” di Bruxelles, radio delle ambasciate (Spagnola, Francese, Belga e Italiana) per la promozione e diffusione della poesia e della lingua italiana con Tony Esposito, poi tutt’oggi diventata Radio Napoli Emme Live nel programma “Musica e Parole”, poi con Radio Liberty in Sicilia e infine con la radio ufficiale dei Litfiba: “Litfiba Channel Radio”. Due delle mie poesie (“Amore ” e “Passi”), sono state lette anche nel programma “Big Night”su Radio Kiss Kiss, con i Dj Max Poli, Branca ed il Poeta Andrea Cacciavillani e Viva la Radio Network. Prima tremavo nel declamare poesie mie, poi ho scoperto in me anche la voce, per dare vita a quello che sentivo e a prestarla, anche chi trova difficoltà. La musica è sempre stata parte integrante: scrivo ascoltando  la musica, poi è diventata parte fondamentale di quello che faccio, uno sposalizio perfetto e una complicità unica. Questo mi ha portato a conoscere e intervistare artisti che mai avevo pensato di conoscere, scoprendo che l’umiltà rende signori.  Molta mole di impegni ma grandi motivazioni e crescita personale e professionale, tanto da diventare giornalista International freelance, direttore di Deliri Progressivi e collaboratrice per Toscana Musiche, oltre che per altre testate.

LS: Poesia e musica nascono geneticamente unite tra di loro, se pensiamo alle composizione che in passato venivano sempre accompagnate da strumenti dalla sonorità lieve e armonica quali cetre od arpe. Secondo te è possibile ritrovare la musica e dunque la musicalità in un testo poetico anche laddove questo sia privo di sistemi di rime, assonanze e consonanze. Che cos’è per te la musicalità del verso?

AP: “Una musica può fare … salvare”, dice una canzone di Max Gazzè, “Poi, d’improvviso, mi sciolse le mani e le mie braccia divennero ali, quando mi chiese: “Conosci l’estate?” io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento.” (Fabrizio de Andrè,”Il sogno di Maria”), “Notti intere bruciate con anime spente solo per sentirsi migliori altre notti passate a fare finta di niente o a fare finta di non sentirsi soli …” (Giorgio Canali – La solita tempesta), “Dentro i colpevoli e fuori i nomi/ Mezzogiorno di fuoco e sangue tra famiglie onorabili/ Sul mercato canta il violino la ballata dell’immunità, oh/ Vogliamo i ladrones, vogliamo tutti i loro nomi …./ Il ladro, dimmi chi è? … Non è la fame ma l’ignoranza che uccide!…. ” (Dimmi il nome – Litfiba). Potrei fare milioni di esempi, la poesia può divenire musica più difficile il viceversa. Il testo è importantissimo per dare il senso o meglio Emozione. È un’arte magica che a mio avviso non è di tutti e non tutti i testi poetici, possono divenire poesia, poiché spesso sono ben scritti, ma privi di quell’essenza che li rende musica. È anche vero che se una musica prende, le parole possono venire come “sussurrate” dall’anima e questo mi ha portato a scrivere anche testi. Sono coautrice di testi musicali registrati in SIAE: “Alchimia d’Amore”, “ Vento della sera”, “ Oltre i divieti”, in collaborazione con il cantautore siciliano Paolo Filippi.

imagesLS: La tua prima raccolta di poesie porta un titolo abbastanza lungo che recita Le rime del cuore attraverso i passi dell’anima. Che cosa hai voluto intendere con ciò? Puoi spiegare il significato a chi è un neofita della poesia?

AP: Questo libro è in verità un doppio libro. Contiene la prima silloge “I Passi dell’Anima”, precedentemente edita in 2 edizioni (in questa sarebbe la terza), e Le Rime del Cuore. Suddivisa in due parti dal 2007- 2009 e dal 2009 al 2012. Cinque anni di cambiamenti, di salite, discese, di scoperte, traguardi, porte in faccia e muri crollati. Un percorso che analizza l’Amore, le Amicizie, l’Anima, in tutta la sua universalità sia trascendentale che terrena. Una presa di coscienza con sé stessi e con il mondo, trovando con le parole la capacità descrittiva di camminare facendo volare anche l’anima in alto a ritmo di cuore umano.

LS: Nuclei concettuali rilevanti e frequenti nella tua poetica sono quelli che si realizzano attorno a un senso di beatitudine e freschezza nella vita dell’uomo che può esserci solamente se si vive con responsabilità e sincerità le relazioni umane. È  molto chiaro il messaggio della tua poetica improntato alla difesa e conservazione del bene comune, al senso unitario della società, spesso costruito a partire da un forte convincimento religioso che fa della fratellanza, dell’umiltà e dell’onestà i capisaldi. Quanto è importante il sentimento cristiano nella tua poesia e nella tua vita?

AP: Credo che sia alla base di tutto. La fede, il rispetto, i valori, possono passare per cosa antica o forse possono essere la vera trasgressione nel mondo moderno, dove ormai tutto è perso di vista o svalutato. Ci sono capisaldi che costruiscono la mia base e sono determinanti per essere quella che sono, nel bene e nel male.

LS: Sei spesso impegnata quale relatrice in numerosi eventi letterari quali la presentazioni di libri di amici e colleghi, tanto di poesia e narrativa. Cosa è che ti spinge a fare ciò e a coltivare, spessissimo, più il rapporto con gli altri piuttosto che sviluppare le tue capacità personali per un tuo progetto individuale più corposo e impegnativo?

AP: Una chiamata a testimoniare e curare i semi per farli diventare alberi dal fusto saldo e dalle chiome prosperose. Sicuramente è il senso di responsabilità che mi spinge a continuare e a riempirmi le giornate, ma al contempo è un arricchimento nelle “diversità” altrui. Dovrei trattare me e dedicarmi come se fossi uno degli autori che seguo. Ma è una cosa a cui sto lavorando, don’t worry. 

LS: Tempo fa, parlando, mi avevi accennato a una tua seconda silloge che forse avrebbe visto la luce in breve e sulla quale, credo, stai ancora lavorando. Potresti parlarci di questa futura pubblicazione, quale sarà il titolo e che cosa vorrai esprimere e condividere con questa nuova raccolta?

AP: Potrei stupire con effetti speciali. Sto lavorando sia alla silloge particolare e anche a altro. Sarà un’opera nata come goccia per divenire un oceano, fatto di segni, versi, parole. Una continua evoluzione stilistica e una maturazione mia poetica. Si intitolerà “Il volo dell’araba fenice”.

LS: Da sempre seriamente attiva in campo sociale, hai sposato con le tue attività letterarie una serie di realtà benefiche che hai sostenuto e sostieni. Ad esempio il 2° Premio Internazionale Letterario e d’Arte organizzato dalla Associazione Nuovi Occhi sul Mugello (della quale sei vice-presidente) e la cui premiazione si svolgerà il prossimo 16 maggio a Barberino del Mugello, ha deciso di destinare i proventi derivanti dal concorso letterario a sostegno di una malattia rara e poco conosciuta, la Smard 1. Potresti dirci qualcosa di questa patologia e poi del tuo impegno in questo concorso letterario?

AP: L’avventura nasce due anni fa, una sfida per il territorio, la cultura e la valorizzazione protesa poi alla solidarietà. Una “missione” abbracciata con tutto il suo carico di onore ed di oneri. L’anno scorso abbiamo aiutato Casa Cristina (casa di donne maltrattate a Ronta- Borgo S. Lorenzo – FI), con cerimonia di premiazione a Vicchio, questo anno i proventi saranno interamente destinati alla ricerca scientifica sulla malattia rara SMARD1 condotta dal “Centro Dino Ferrari” dell’Università degli studi di Milano, cui un caso (quello di Ginevra), appartenente al territorio del Mugello, è stato l’incipit che ci ha dato il via per intraprendere questo progetto di solidarietà.

Che cosa è la SMARD1?  Fino a qualche  mese fa, pensavo che fosse un nuovo modello di auto. Magari lo fosse stato invece è un’atrofia muscolare spinale con distress respiratorio. È  una malattia rara (meno di 10 casi in Italia e 70 nel mondo), che colpisce i bambini. La patologia è ormai nota: la mancanza di una proteina non permette il rigenerarsi delle cellule addette al collegamento nervo-muscolo, via via tutto il corpo si paralizza. Viene dato il nome di SMARD1 perché colpisce dai 2 ai 4 mesi di vita del bambino. Da subito si rende necessario l’ausilio di un ventilatore meccanico applicato con tracheostomia. Poiché diventa molto pericolosa la deglutizione, l’alimentazione del bambino avviene tramite sondino diretto nello stomaco. Al momento in Italia esistono meno di dieci casi accertati ed è il Laboratorio di Biochimica e Genetica del Centro Dino Ferrari  di Milano, che si occupa della ricerca su SMARD1: hanno ottenuto un finanziamento anche da Telethon finalizzato all’individuazione di una terapia che arresti la malattia e poi permetta di recuperare le funzionalità perdute. Attualmente è clinicamente rilevato che crescendo, almeno i fasci muscolari tra scapole e braccia si rinforzano permettendo il movimento quantomeno delle spalle.

Il mio impegno, come quello di tutti i soci e di chi ha sostenuto questo progetto, è lottare per il diritto alla vita. Sensibilizzare e umanizzare, andando contro l’indifferenza e contro chi definisce di serie A o B, le malattie. Un obiettivo che incide e segna in ognuno un punto di partenza. Si, perché all’arrivo abbiamo ancora tanta strada, ma abbiamo gettato semi di speranza, radici che potranno diventare albero dalle grandi chiome.

LS: Sei una grande amante dell’arte e in particolare della letteratura e della musica. Per quanto, invece, concerne l’arte, sia figurativa che astratta, a quali pittori ti senti più legata o a quali quadri in particolare e perché?

AP: Adoro gli impressionisti e la loro scrupolosa arte di punteggiare e saper fotografare realisticamente quello che circonda, tra sacro e profano, senza nascondere o camuffare la spinta emozionale dell’autore. Poi grandissimi Van Gogh (la notte stellata), Gauguin (opere Tahitiane), Caravaggio (tutto ma in particolare: la vocazione di S. Matteo e Bacco), Leonardo (Gioconda,il tondo de la Sacra Famiglia), Michelangelo (Giudizio Universale), Raffaello (La scuola di Atene, La sacra famiglia). Ho imparato a apprezzare Masaccio (Trittico), Cimabue, Giotto (Il cristo) e il Beato Angelico. A livello di scultura Canova, resta per me un mito con “amore e psiche”. Tra i moderni sicuramente Luis Royo.

LS: Lo scrittore e poeta urbinate Paolo Volponi sosteneva che “La poesia è la pelle della società”. Che cosa ne pensi di questa definizione? Ti senti di condividerla e, eventualmente, spiegarcela secondo la tua interpretazione?

AP: La poesia ha il potere di esprimere quello che la società vive, sicuramente sono pochi coloro che mostrano la propria pelle, poiché come diceva Pirandello “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”.

LS: Nella tua poesia “Siamo tutti marinai” che fa parte della silloge d’esordio ad un certo punto scrivi:

Siamo marinai sulla stessa barca,

in cerca di sogni e speranze.

In fuga dalle sofferenze e incertezze

di questo mondo, che attanaglia menti,

inchiodandole.

Sembrano parole estremamente azzeccate se pensiamo alla tragedia continua che accade ultimamente e tutti i giorni ossia all’arrivo di barconi dal sud Africa pieni di gente che, pur di arrischiare la propria vita, decidono di lasciare il loro paese sperando in un futuro di luce. Perché equipari l’esistenza dell’uomo a quella di un marinaio e quali sono, secondo te, le tribolazioni e le ossessioni che “attanaglia[no] [le] menti,/ inchiodandole”?

AP: Siamo tutti naviganti sulla barca della vita. C’è chi ha uno yacht, chi un barcone, chi una nave, chi può contare solo su sé stesso per remare. Il futuro è la grande incognita e possiamo solo essere memori del lascito del passato con pro/contro, per guidare affidandoci alle stelle, al cielo, a Dio (per chi ci crede), come  fonte di luce nel cammino. L’esistenza è un dono, cui tutti dovremo cercare di garantire nel migliore modo possibile.

Annamaria Pecoraro durante un momento della Premiazione del III Premio Nazionale di poesia
Annamaria Pecoraro durante un momento della Premiazione del III Premio Nazionale di poesia “L’arte in versi” dove era in Giuria a Firenze, novembre 2014.

LS: Quali poeti, italiani o stranieri, senti più affini a te e torni ogni tanto a ripescare e a leggere perché in essi trovi una boccata d’aria sempre nuova che ti fa rilassare e al contempo comprendere le cose in maniera più lucida?

AP: Abbiamo la fortuna di essere nati nella patria della poesia e dell’arte, la culla del Rinascimento per eccellenza, invidiati in tutto il mondo per quanta bellezza ci circonda. Tra i poeti italiani, oltre a Dante e Boccaccio, ancora attualissimi per le loro visioni, adoro Calvino, Carlo Alberto Mariano Sallustri (Trilussa), Leopardi (che ho riscoperto non essere poi così tanto pessimista come lo si pensa), Carlo Monni, Antonia Pozzi, Alda Merini, Saba. Tra gli stranieri prediligo Neruda, Prevert, Hikmet, Tagore, Wilde, Bukowski, Velaine, Hesse, Dickinson.

LS: Quale è il rapporto con la narrativa? Hai scritto dei racconti o dei romanzi che per il momento sono restati nel cassetto e non hai ancora deciso di pubblicare? Puoi parlarcene?

AP: La narrativa è parte quotidiana delle mie giornate. Tra recensioni e editing, immergermi nella lettura è fonte di riflessione, crescita, critica. Questo mi ha portato anche a sviluppare capacità nella velocità della stessa memorizzazione e visualizzazione di immagini e discorsi. Una pratica che mi ha decisamente arricchita e dato modo di poter leggere anche più libri alla settimana, seppure voluminosi. Come detto in precedenza, il componimento narrativo è stato il mio primo approccio avuto con le parole, e sto lavorando a un romanzo fantastorico. È legato in particolare a una città e a un determinato periodo storico. Analizza l’ambiente, i personaggi e  abbraccia un sogno. Il resto non lo dico e vi lascio con  la curiosità.

LS: È un dato di fatto che almeno nella stragrande maggioranza dei casi che con la poesia, anzi con la letteratura in genere, non si mangia perché se ancora nell’Ottocento quello di poeta poteva essere una vocazione/mestiere rispettata e riverita oggigiorno con la moltiplicazione dei poeti, la crisi editoriale ed economica è sempre più difficile riuscire a crearsi un nome ed imporsi sul pubblico e la critica. Che cosa ne pensi della tanta poesia che viene prodotta e che sempre meno viene letta e capita?

AP: L’editoria ha massacrato i talenti, privilegiando i raccomandati, perché accompagnati da nomi di spicco, ma non dalla capacità reale di lasciare il segno. Sicuramente non si mangia, ma le soddisfazioni possono essere molteplici. Il poeta è una vocazione e oggi, se fortunati, diventa anche un mestiere. In ogni caso è un rispettabilissimo modo di trovare un senso e spunti di confronto con chi si accosta.

LS: Perché la massa omologata, mal informata e generalista associa la figura del poeta con quella di una persona mesta e malinconica, poco ciarliera e spesso con una ridotta empatia sociale? E’ un pregiudizio errato che proviene dai secoli passati oppure secondo te ha un qualcosa di realistico alla base?

AP: Un pregiudizio errato. I poeti sono folli e controcorrente in un mondo che poco dà peso ai rapporti e all’analisi intimistica e cosmica. Sono profondamente sensibili, poiché si intercalano in quanto avviene, vivendolo a 360°, amplificando ogni cosa empaticamente, forse per questo possono apparire “strani” o alieni in mezzo a tanta indifferenza. Ma diffidate da chi dice che i poeti sono tristi e malinconici, forse sono i primi a avere in mano la chiave della felicità.

LS: Perché la poesia e la scrittura in genere continua a richiamare un sempre maggior numero di affezionati che si cimentano con scritture, partecipano a concorsi, pubblicano libri, etc., molto di più di ciò che non avvenga ad esempio con la fotografia o l’opera lirica (solo per fare due esempi)?

AP: Mancando di dialogo e d’ascolto, la scrittura diventa terapia, sia per se che chi scrive che per chi legge. Confrontarsi diventa motivazione per trovare stimoli e così i concorsi o nel far conoscere la propria “arte sensibilis”, pubblicando libri, diventano mezzi utilissimi.

LS: Spesso si associa semplicemente il testo poetico a un canto d’amore: chi scrive una poesia è perché non ha la capacità di rivelare a voce il contenuto alla persona alla quale è indirizzata o perché è consapevole che ha una retorica di linguaggio pesante che nell’oralità non potrebbe essere sostenuta. La poesia, però, può parlare anche di dolori e tragedie, guerre e sciagure, ma anche della natura, dell’osservazione attenta degli spazi e ancor più dello scandaglio del nostro io, dei rapporti sociali e quant’altro. Come spiegheresti a una persona che vive nella convinzione (errata) che il poeta scrive solo d’amore?

AP: Il poeta è un testimone vivente di tutto ciò che accade, di bello e di brutto. Riesce a scrivere con il nero della coscienza, parlando anche dell’incoscienza che troppo frequentemente inonda. “Verba volant, scripta manent” tradotta letteralmente, significa le parole volano, gli scritti rimangono. La scrittura può essere una fonte inesorabile di ricchezza e in un paese come il nostro che ha il primato di scrittori e poeti. L’oratoria è anch’essa importante, ma spesso produce solo illusione e attesa in qualcosa che non arriverà mai. Un esempio sono anche i nostri politici, che sono bravi a parlare e poco a fare. L’amore poi è il motore della nostra esistenza, ma è costituito da miriadi di sfumature e non è solo canonizzato all’eros o all’affetto per una persona.

LS: Quale pensi possa essere il futuro della poesia?

AP: La poesia per andare avanti, dovrebbe essere intesa nella sua universalità. Racchiude in sé il messaggio di quanto preziosi siano i pregi e difetti. È testimonianza concreta, che porta un messaggio coraggioso. Non tutti sono in grado di poterlo esprimere e come diceva Hegel: “le parole sono spade possono uccidere”, ma possono anche essere la cura o fermare una guerra. Marciano e sono in continua rivoluzione o in equilibrio precario tra cielo e terra. Chi ha questo dono, non è su un piedistallo, ma scende in mezzo alla gente e nell’umana umiltà dovrebbe operare. Non ci sono appellativi ornamentali che differenziano. Spesso, più si è “nudi” e più si è veri. Solo nutrendosi di quella essenzialità, potremmo davvero capire d’avere seminato qualcosa di grande nel cuore di qualcuno.

Firenze, 9 maggio 2015

A CURA DI LORENZO SPURIO

“Lo sguardo lucido sul mondo: il ruolo di denuncia nella poesia di Marzia Carocci”, saggio di Lorenzo Spurio

Lo sguardo lucido sul mondo: il ruolo di denuncia nella poesia di Marzia Carocci

a cura di LORENZO SPURIO

 

 

La vita,

fluttuo del cuore,

un labile moto tra lo splender del giorno

e l’indifferente notte,

tra il rigoglio del nascere e il sussulto del morire.[1]

 

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Marzia Carocci durante la Premiazione del I Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” a Firenze, lo scorso Marzo, nel ruolo di Presidente del Premio.

Ho avuto la fortuna di conoscere Marzia Carocci[2] circa un anno fa e di incontrarla poi per degli eventi da me promossi assieme ad altri scrittori in quel di Firenze e la prima impressione che ho avuto parlandoci è che è una persona che si dedica alla scrittura perché ci crede profondamente. Il suo ampio curriculum, infatti, dove si segnalano varie sillogi di poesia, collaborazioni e presenze in varie associazioni e un’intensissima attività di critico-recensionista dà testimonianza di quanto Marzia Carocci sia impegnata per la cultura letteraria sotto varie angolazioni: è poetessa, scrittrice di narrativa, ma anche editor e recensionista. Come si sa è rarissimo trovare un poeta che sia anche un critico, ed è ancora più difficile trovarne uno che abbia indiscusse capacità nel fare tanto l’una quanto l’altra cosa. Il poeta adotta una certa visione della realtà e da essa trae sostentamento per le sue elucubrazioni versificate e modulate in strofe; il critico, invece, guarda da lontano, seziona, smembra la parola, analizza, si domanda, fa paragoni e dà giudizi il più possibile obiettivi dopo aver addotto argomentazioni a sostegno della sua tesi. Marzia Carocci è in grado di calarsi mutevolmente nelle vesti del Poeta, ma anche in quelle più strette e austere del critico e a mio modo di vedere questa ampia versatilità è una prerogativa della quale solo in pochi possono fregiarsi con riconosciuto entusiasmo. In questo mio commento mi concentrerò, però, sulla sua produzione poetica che è il filo rosso che unisce questa serie di interviste da me commentate.

Comincerò con il dire che ho sempre letto con attenzione le poesie che Marzia ogni tanto pubblica su Facebook, come “La cena degli artisti” che molto mi ha colpito positivamente per la sua “incontenibile carica energetica” quasi come se la poetessa voglia chiamare a raduno un “esercito di uomini senz’armi” o dotati di una sola arma, che poi è quella più potente: la parola. Considerazioni che portano la poetessa ad esortare gli amici-scrittori ad uscir fuori da quel guscio di torpore, da quella letargia fatta di falsa indifferenza, di labile incertezza e soggiogamento ai tempi d’oggi: «Urliamo quel silenzio,/ quel mondo chiuso dentro/ ed imbrattiamo i muri/ con l’anima che sorge».[3] Idee che in parte la poetessa aveva già trattato in “Il poeta incompreso” in cui il poeta, pur ignorato (e immaginiamo addirittura deriso),[4] sembra essere l’unico in grado nel nostro oggi di mantenere quel legame saldo con il senso dell’esistenza, riuscendo con la forza del verso a immortalare momenti, sacrificare ricordi, esorcizzare paure, rivitalizzare decessi, inaugurare autunni dove, però, stranamente può spuntare qualche margherita in mezzo a tanta oscurità.

Il libro di poesie
Il libro di poesie “Nemesis” di Marzia Carocci

Nei mesi scorsi ho letto con piacere la sua ultima “fatica”, la silloge Némesis (Carta e Penna, 2012) sulla quale scrissi una recensione pubblicata poi in rete su vari spazi.[5] Nella recensione partivo dall’analisi del titolo del libro sottolineando come la “nemesi”, questo termine di difficile spiegazione, sia riconducibile proprio a una considerazione che l’uomo fa nei confronti del tempo e del suo incedere. La nemesi non è altro che una rivisitazione, un’analisi posticipata, una sorta di epifania rinnovata, ma con una nuova sensibilità. Nel libro diedi particolare rilevanza all’analisi di alcune liriche di chiaro impegno civile come la poesia iniziale, “8 Marzo 1908” che celebra il valore della donna[6], rintracciabile nel labile ricordo del tragico episodio della morte di varie donne in una fabbrica americana: «ricorda quel fiore profumato/ è rosso sotto un giallo camuffato/ del sangue delle donne forti e fiere/ che vollero lottare per cambiare».[7] La mimosa, fiore assunto come emblema della primavera e della donna, ha perso il suo accecante color giallo ed ha assunto quello di un implorante rosso sangue, segno che la violenza, il sopruso, il massacro è stato compiuto e che questo –fisico, verbale o psicologico che sia- ha generato sangue, ossia ha svilito e indebolito il corpo della Donna. In “E tutto tace” è ancora una volta la Natura ad essere offesa e a risultare depredata, vezzeggiata e annichilita: questa volta non è la natura femminea, ma quella universale di Gea, la Terra Madre, ad essere oggetto di sevizie, scosse e turbamenti in un sofferto sciame sismico: «La terra che si apre/ l’inferno che si vede/ l’istante che si allunga/ e tutto si fa morte».[8]

E il tema sociale –stavolta addirittura con anacronistici echi nazionalisti- ritorna in “Li chiameranno eroi” dove la poetessa gioca volutamente sul contrasto che si genera tra le parole di figlio ed eroe: con la caduta di un militare, la Patria acquisterà un nuovo eroe, un martire, ma la madre perderà un figlio. Ci saranno onori, medaglie e commemorazioni, ma non servirà a niente e quei ragazzi rimarranno «figli senza tempo»[9]: rimarranno giovani per sempre perché la stroncatura della loro vita non gli darà un futuro, una maturità, un’anzianità e saranno giovani in eterno, dei giovani morti.

Marzia Carocci
Marzia Carocci

L’impalcatura della poetica di Marzia Carocci, mi sento di osservare con una certa sicurezza, gioca tutta attorno al tema del tempo: ci sono varie poesie dove l’autrice mescola il dolce ricordo col rimpianto e il dolore per un passato che si vorrebbe rivivere come nelle liriche dedicate al padre: «inseguirò il tempo/ che fu tuo padre..»[10]; «il tuo volto padre,/ s’adagia, nei lampi di memoria e poi dissolve».[11] In molte altre la poetessa non può che constatare che il tempo scorre troppo velocemente per tendere alla rovina, decadimento, invecchiamento e perdita di tutto: «sfugge il tempo e scorrono gli anni»[12]; «l’usura del tempo,/ le rughe sul volto/ dune impervie degli anni»[13]; in altre ancora il tempo è chiamato in causa quale dubbio che attanaglia l’umanità che intravede, pronostica, spera, agogna il suo futuro: «Perché non è finita/ finché ritorna il giorno/ che limpido c’invita/ di nuovo a un altro sogno».[14] Ci sono poi espressioni curiose, non delle vere metafore, che concretizzano il tempo («il bulbo del tempo»[15]) o che lo demonizzano («i bambini già vecchi»[16]) e la stessa semantica è di tipo “cronometrico”: la poetessa utilizza spesso connettori quali ‘quando’, ‘fino’, ‘finché’, ‘ancora’, ‘non ancora’ che mettono in luce il suo percorso tortuoso nel giungere a patti con quel passare del tempo che a volte è lento e inavvertibile (l’infanzia) e poi si fa inesorabilmente più impetuoso (la maturità). Ad ogni modo il tempo sembra venir tratteggiato come infingardo, inclemente, come un nemico da temere, sempre pronto a minacciarci («ma niente contro lo scandir/ degli anni io posso»[17]). Ci tiene sotto scacco e in questa eterna battaglia l’uomo non può che fare le sue mosse con oculatezza, sapendo però già in partenza che non ci saranno mosse felici, né salvacondotti per mettersi al riparo. La partita è fatta di dubbi, pensieri, ricordi a tratti dolci, a tratti dolorosi perché capaci di materializzarsi in maniera totalizzante tanto da generare una sofferenza che “invecchia” ancor di più: «al traguardo d’un tempo/ codardo e impetuoso/ che in fondo ci attende crudele».[18]

Nella bellissima “Lettera al tempo”, la poetessa colloquia con l’antico nemico e lo prende di petto schernendolo per la sua inclemenza nel rovinare tutto e sembra addirittura sfidarlo: «Non rivorrò indietro tutti i giorni che prendesti/ Perché verme Tu/ Che profani i corpi, e doni rughe/ Come scaglie a chi aveva pelle liscia e fresca,/ sei solo il re di questa ignara vita»[19], aggiungendo poi con uno sprazzo di razionalità «quando avrai colto il sibilo finale/ sarai solo TEMPO di polvere ed ossa/ perduto nel nulla!».[20] In altre parole: tu, tempo, che hai sempre corroso, perpetuato la rovina, teso al disfacimento, invecchiato, fatto marcire, diventerai tu stesso «polvere ed ossa»[21] in quel tempo senza tempo di Dio.

Non sono poesie dolorose quelle della Carocci, ma riflessive, autentiche, vivide («ora vivo i nostalgici giorni»[22]), chiari esempi di come un’anima profonda riesce a trasfondere sulla carta degli stati d’animo che sono di tutti, ma che in pochi riescono a verbalizzare: «La vita ci conduce dove vuole/ ma niente può nascondere e occultare/ i sogni ed i ricordi sono eterni/ bagaglio di un’essenza da cullare».[23]

LORENZO SPURIO

NOTE

[1] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 41.

[2] Marzia Carocci è nata ad Arezzo nel 1960. E’ poetessa, scrittrice e critico-recensionista. Collabora con le riviste Il salotto degli autori, Miscellanea, Poeti nella società, Oubliette Magazine, Euterpe e L’AttualitàPer la poesia ha pubblicato Introspezioni (Montedit, 2003), Nel mio volo (LibroItaliano World, 2006), Parole dell’anima (Carta e penna, 2008), Di poesia ho vissuto (Carta e penna, 2010) e Némesis (Carta e penna, 2012). E’ Socio Onorario dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Intensa la sua attività critica e di recensionista svolta all’interno di varie case editrici. Numerosi i premi e le segnalazioni in prestigiosi concorsi letterari: nel 2008 ha ricevuto dal “Club Naval Deapartamento Social” del Brasile il diploma di onore come autrice scelta per l’antologia curata dal critico Giorgio Tellan, Dal Colosseo al Corcovaldo, con la lirica “Dolore” tradotta in lingua brasiliana. Tra gli altri premi vinti si segnalano il Primo premio “Alfonso Gatto” di Napoli (nel 2008 e nel 2009), il Primo Premio “Città di Berlizzi (nel 2008 e nel 2009), il Primo premio Magnolia di Cinecittà/Roma (nel 2006 e nel 2007) e numerosi altri. Ha ricevuto il premio alla Carriera con l’alta adesione della Presidenza della Repubblica a Napoli nel 2007. E’ presente in numerose antologie poetiche, anche a scopo didattico. E’ membro di giuria in numerosi premi letterari tra i quali “Marzocco”, “Sacravita”, “L’arte in versi”, “Artisti alla ribalta”, “Premio Borgioli”, “Premio Fuligno” e in alcuni di essi è Presidente di Giuria.Sulla sua produzione hanno scritto Massimo Barile, Alfredo Giglio, Alfredo Pasolino, Fulvio Castellani, Giorgio Tellan, Salvatore Bassotto, Lorenzo Spurio, Anna Maria Folchini Stabile e molti

[3] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 14.

[4] Questo riferimento al poeta della nostra contemporaneità come una persona fuori dai canoni, snobbata o addirittura sminuita e de-valorizzata, è presente anche nella poesia “La gioventù” dove la poetessa scrive: «A voi ragazzi spesso non capiti,/ lucenti come stelle i vostri giorni,/ cercate di non essere smarriti,/ volate come spensierati stormi!» (46). L’esortazione è un chiaro inno a perseverare nel bene, nell’amore dell’altro, nella condivisione e nel rispetto della diversità: ingredienti fondamentali per una corretta convivenza e una concreta realizzazione del disegno divino. Nella citazione, inoltre, non si può non leggere anche la stanchezza e la preoccupazione della donna nei confronti della disagiata condizione lavorativa dell’oggi che, purtroppo, colpisce principalmente i giovani a cui la lirica è dedicata.

[5] La recensione è disponibile qui: https://blogletteratura.com/2013/02/19/nemesis-carocci/ 

[6] La poetessa ha sempre manifestato nelle sue poesie una forte ispirazione di carattere femminista e sono molte le poesie dove, direttamente o indirettamente, si tesse l’elogio alla donna nella nostra società sottolineandone però le problematiche che la riguardano, gli abusi, le violenze e i troppo diffusi casi di sopraffazione da parte dell’uomo. A questo riguardo cito dalla poesia “Donne sole” contenuta in Nel mio volo (LibroItaliano World, 2006) dove in apertura si legge: «Donne, dalle labbra cucite/ Nell’onore rapite,/ dai silenzi pesanti/ come scialli di piombo,/ con lo sguardo abbassato/ per “vergogne” subite e ferite profonde/ sulla pelle celata» (23).

[7] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 7.

[8] Ivi, p. 26.

[9] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 50.

[10] Ivi, p. 8.

[11] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 9.

[12] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 10.

[13] Ivi, p. 13.

[14] Ivi, p. 25.

[15] Ivi, p. 21.

[16] Ivi, p. 23. Questi «bimbi già vecchi» si ritrovano anche nella poesia “Dolore” contenuta nella silloge Nel mio volo (Libroitaliano World, 2006) dedicata all’efferatezza della guerra e dove leggiamo di «pianti che slabbrano il silenzio» e «il silenzio che lento si dissolve/ tra spari e preghiere». I «corpi secchi e nudi» e le «mosche sulla pelle» ci portano a pensare a immagini dolorose di un qualche conflitto armato, forse etnico, in qualche paese africano dove povertà, fame e prepotenza dei militari al potere dettano il destino di gente inerme che poi finisce la sua vita in maniera indegna immortalata dalla poetessa in quei «corpi senz’anima riversi» (10).

[17] Ivi, p. 54.

[18] Ivi, p. 13.

[19] Marzia Carocci, Nel mio volo, Ragusa, LibroItaliano World, 2006, p. 18.

[20] Ibidem

[21] Ibidem

[22] Marzia Carocci, Némesis, Torino, Carta e penna, 2012, p. 33.

[23] Ivi, p. 9.

Bologna in Lettere 2015, Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea III° Edizione – Sistemi d’Attrazione

Bologna in Lettere 2015

Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea

Avatar di Sonia CaporossiCRITICA IMPURA

gic-4-1-cop-defBologna in Lettere 2015

Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea

III° Edizione – Sistemi d’Attrazione

Il Comitato Bologna in Lettere, con il Patrocinio del Comune di Bologna, con il Patrocinio – per le iniziative relative alle Scuole – dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna, in collaborazione con il Centro Studi Archivio Pier Paolo Pasolini della Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con Marco Saya Editore, in collaborazione con Cassero Lgbt Center, con il contributo di Coop Adriatica,  presenta “Sistemi d’Attrazione”, la Terza Edizione del Festival Multidisciplinare di Letteratura Contemporanea: “Bologna in Lettere”.

Il Festival si svilupperà in tre weekend nel mese di Maggio 2015: Ven. 15, Sab. 16, Ven. 22, Sab. 23, Ven. 29, Sab. 30. Le prime 5 giornate verranno realizzate nei locali del “Cassero”, Via Don Minzoni 18. Nel corso dell’ultima giornata avrà luogo una maratona non-stop di eventi dalle 11.00 alle 23.00 presso

Cassero Lgbt Center (Via Don…

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Stile Euterpe vol. 2 – Come partecipare all’antologia su Aldo Palazzeschi

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I redattori della Rivista Euterpe hanno inteso proporre il secondo volume del progetto Stile Euterpe – Antologia tematica per una nuova cultura.

Il primo volume di questa iniziativa è stato dedicato al poeta siciliano Leonardo Sciascia e l’antologia porta il titolo Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà (PoetiKanten Edizioni, 2015, 124 pp., prefazione di Nazario Pardini e postfazione di Antonio Spagnuolo, ISBN: 9788894038859, costo 10€; per acquisti: rivistaeuterpe@gmail.com).

 

Il progetto:

Ogni anno i redattori della rivista sceglieranno un autore contemporaneo.

I partecipanti potranno inviare saggi, racconti e poesie che siano fedeli allo stile,  alle tematiche e al curriculum letterario che ha caratterizzato l’intellettuale Aldo Palazzeschi. Il volume porterà il titolo di Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, il futurista, l’ironico.

Per la partecipazione all’iniziativa editoriale bisognerà riferirsi all’opera dell’autore fiorentino, alle sue fasi poetiche, al suo percorso letterario, ai suoi luoghi cari e alle tematiche di fondo della sua carriera poetica e della sua produzione narrativa (Sorelle Materassi, Il codice di Perelà,..) nonché saggistica quale firmatario di vari manifesti futuristi.

L’obiettivo non è quello di plagiare o scovare il nuovo Palazzeschi, bensì omaggiare o rileggere lo stile dello scrittore toscano attraverso un’antologia tematica, aperta soprattutto agli appassionati del genere e dello stile di uno dei più poliedrici intellettuali del primo ‘900. In questo modo Euterpe vuole dare risalto ad autori sommersi e amanti della vera letteratura.

 

Selezione del materiale e composizione dell’Antologia:

I partecipanti potranno presentare:

– 1 saggio breve o articolo (massimo 5mila caratteri spazi esclusi);

– 2 poesie (massimo 25 versi);

– 1 racconto (massimo 5mila caratteri spazi esclusi).

Ci si può candidare sola a una delle tre categorie.

I lavori, corredati dei propri dati personali e un curriculum letterario, dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@gmail.com entro il 20 settembre 2015.

La selezione sarà effettuata dai redattori della Rivista Euterpe (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/chi-siamo.html).

Entreranno a far parte dell’Antologia un massimo di 20 poesie; 10 racconti; 5 saggi brevi.

La pubblicazione dell’Antologia sarà affidata a PoetiKanten Edizioni e sarà dotata di regolare codice ISBN, immessa nel mercato librario online e disponibile al prestito in alcune biblioteche comunali della penisola dove i volumi verranno depositati.

La partecipazione al concorso è gratuita.

L’autore selezionato per la pubblicazione si impegnerà ad acquistare 2 copie dell’Antologia al prezzo totale di 25€ (spese di spedizione incluse) dietro sottoscrizione di un modulo di liberatoria che verrà poi fornito.

I redattori della rivista Euterpe non dovranno intrattenere rapporti personali e/o di corrispondenza con gli autori che parteciperanno al progetto pena la squalifica dei testi dalla selezione.

 

Premiazione:

Non vi sarà una premiazione vera e propria, in quanto non ci sarà una graduatoria di merito: tutti i selezionati verranno pubblicati in antologia secondo i criteri sopra esposti.

In base ai tempi di selezione e pubblicazione dell’Antologia, sarà scelta una location dove verrà presentata l’opera e alla quale gli autori presenti nel testo sono caldamente invitati a partecipare e intervenire.

  

Info:

www.rivista-euterpe.blogspot.com

rivistaeuterpe@gmail.com

Un sito WordPress.com.

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