“Come un’onda” di Giuseppina Vinci

Come un’onda

poesia di Giuseppina Vinci

tratta dal libro “Battiti d’ali”

 

Sei come un’onda
che una forza spinge fino a riva
ma sei risucchiata e
torni, indistinta, tra le tante gocce
tra le migliaia di gocce
Sei come una piuma
che la brezza trascina
e il vento porta chissà dove
lontano
nello spazio
nel tempo
….e il silenzio
Il grande Silenzio
tutto avvolge…

 

Giuseppina Vinci
Docente al liceo classico Gorgia di LENTINI

 

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“Il senso del nulla”, poesia di Fiorella Carcereri

Il senso del nulla

 di FIORELLA CARCERERI 

 

 

Passiamo una vita

a cercare

il senso delle cose,

ma non lo troviamo mai.

 

 

Allora,

per non impazzire,

per non morire,

inventiamo

un surrogato di senso

che attribuiamo

al nostro esistere.

 

 

Ma, in fondo,

nulla ha un senso

e  solo il nulla

ha  senso.

 

 

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Recensione di “Nuvole bianche” di Ema (Emanuela Cecconi), a cura di Anna Maria Folchini-Stabile

Nuvole bianche

di EMA (Emanuela Cecconi)

Pagnini Editore, Firenze, 2011

Recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile, poetessa e scrittrice 

 

La raccolta di poesie intitolata “Nuvole bianche” della poetessa EMA, come ama farsi chiamare Emanuela Cecconi, esprime il sentire di una donna squisitamente femmina, attenta a tutto ciò che la circonda, capace di fermare sulla carta le emozioni profonde e i brividi di passione che attraversano la sua vita.

 L’opera, illustrata dalla Poetessa stessa con vedute della “sua” Toscana e di altri luoghi visitati che le sono rimasti nel cuore, è suddivisa in quattro parti:

– Uomo che fai

– Nuvole bianche

– Arcobaleno

– Chi sono

e si sviluppa su temi poetici costantemente presenti nelle liriche:

– la natura

– la donna

– la passione d’amore

– il ricordo.

EMA si sente sempre parte della Natura, da lei intesa come mater dolorosa che assiste impotente all’oltraggio dell’Uomo suo figlio: “Uomo che fai /  Di quali violenze / ti stai macchiando…/ Tutto in nome del profitto/ … Neghi ai tuoi figli/ un domani, / un domani su questa terra.” ( da “Uomo che fai, pag. 13)

Conscia di ciò ne ricerca l’abbraccio materno in ogni cosa che la rappresenta e ne riconosce e ne apprezza l’incredibile bellezza sotto ogni aspetto: “ Albero dalle gentili fronde / rigoglioso e verde / con foglie lussureggianti, / accoglienti, tu sei madre”. (da “Albero”, pag. 20)

“ Cavalli dalle nere criniere / rampanti aggrediscono l’azzurro, / talvolta minacciosi, / talora portatori ribelli / di sogni passeggeri”. (da “Nuvole bianche”, pag. 29)

Attenta a ogni cosa, si sofferma anche sul fiore più delicato e timido che sorride alla primavera: “ Così vi presentate / in violetto o giallo, / da tenui a scarlatti/ colori in petali vellutati” (da “Pansè”, pag. 22)

Nei confini naturali illimitati si muove la donna e la Poetessa innalza il suo canto che parla di fragilità e delicatezza, di un’idea di sé ricca di speranze, nonostante il dolore vissuto nel corso della vita tanto da marchiarle a fuoco l’anima: “ …Chi sono? Un fiore! / Il fiore galleggia su speranze deluse, / amori finiti, / ma è felice / del calore del sole / del vento che l’accarezza. (da “ Chi sono”, pag. 61)

EMA guarda con occhi positivi alla vita nonostante “Un vissuto pieno di ferite / che sono solo mie, / che hanno segnato la mia pelle e la mia anima” (idem, pag. 61) e non nasconde il suo amore per l’amore fatto di sentimenti e di carne: “ La mia testa è lì / in quel momento con te, / quando la tua bocca / si socchiuderà per baciarmi, / e tra la tua pelle e la mia / non ci sarà più nulla / al di fuori di noi” (da “Sarà tra poco”, pag. 70). 

Leggere queste poesie dischiude un poco la porta sull’universo femminile, fatto di slanci e di paure, di rimpianti e di ricordi felici.

EMA, infatti, riesce a rappresentare nelle sue liriche il mondo di una donna a tutto tondo forte e delicatissima

 

 Anna Maria Folchini-Stabile

 

Angera, 26 settembre 2012

  

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“Una donna in autunno” di Sandra Carresi, recensione di Marzia Carocci

“Una donna in autunno”

di Sandra Carresi

Ilmiolibro, 2010

Recensione a di Marzia Carocci

 

 

Sandra Carresi fa della sua poesia un diario di vita, dove sensazioni, emozioni, e nostalgie convergono in un caleidoscopio immaginario dove i colori, i profumi e le rimembranze si amalgamano a quelle gioie e a quelle paure che fanno parte dell’essere umano in quanto fragile e impotente.

La poetessa, ci condurrà nella propria vita dove sarà presente l’amore per il figlio, il marito, la madre, il ricordo, ma emergeranno anche le insicurezze, i timori, le incomprensioni i tarli umani e quei graffi nell’anima…

Contrasti di rapporti che fanno parte del vissuto di ognuno, ribellioni interiori miste a voglia di carezza e comprensione soprattutto là quando la vita non sembra più nostra e vorremmo abbracciarla, sentirla, domarla, anche ella scivola via nonostante noi.

Sandra Carresi, imprime nella sua forma letteraria quella forza e decisione volta alla luce e alla speranza in ogni caso, in ogni situazione; l’amore per la vita stessa è in ogni sua parola, in ogni sua immagine in quel cantico  scritto che diventa lirica del cuore.

La poetessa ricorderà i profumi, e attraverso la sua versificazione ci rappresenterà un mare e un cielo infinito, sentiremo quel vento caldo che descrive, odoreremo l’olezzo del tiglio che ci propone, ci parlerà delle mani di sua madre, del disordine di un figlio amato, e la morte di un pino che riporta ricordi di un tempo.

Una donna che ci conduce, passo dopo passo, nella propria esistenza, tenera e tenace, sensibile e combattiva anche nelle lotte più difficili e spesso insormontabili in quei cammini irti e tortuosi che a volte la vita c’impone.

La Carresi infonde attraverso la sua forma poetica quella speranza, quella determinazione di respiro vitale che porta a continuare a credere che al di là di ogni ostacolo, vi è sempre una salita da tentare sulla quale issarsi con forza e volontà, una cima dove riprendere a volare e a sognare, dove le aspettative e i desideri possono tornare , giorno dopo giorno a regalarci qualcosa di nuovo.

 

Marzia Carocci 

(critico/recensionista)

 

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“Quel sì e poi”, poesia di Fiorella Carcereri

Quel sì e poi

di FIORELLA CARCERERI  

 

 Cerco il tuo sguardo,

ma è sempre altrove.

  

Cerco le tue mani,

ma mi sfuggono.

 

No, non sei un amore proibito.

Tanti anni fa mi dicesti quel sì.

Fu l’unico.

 

Gli altri sì, se ci furono,

sottintesi per te,

impercepibili per me.

 

Invece, io cerco i tuoi occhi ogni giorno,

in un sorriso che non c’è mai.

 

Invece, io cerco le tue mani ogni giorno,

in una carezza che non c’è mai.

 

Una vita in attesa,

davanti ad una porta chiusa.

Aprila.

Fammi entrare.

Fammi capire.

E non mi aspetto parole.

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“Acrostico” di Emanuele Marcuccio, con un commento di Cinzia Tianetti

ACROSTICO

di Emanuele Marcuccio

Elegante mi aggiro pensoso

mentre la luna in ciel compare,

avanzando per una strada,

non comprendo il mondo:

uno è il solo pensiero

e l’orizzonte mi rapisce

la mente turbando

e l’amore m’invita.

Marcando la terra

arrivo fino in fondo

riuscendo nell’impresa,

comprendo la vuota cultura

urbana imperante,

comprendo il flebile vento

che corre lungo vicoli antichi,

introducono i nostri passi

obliando i passati mali.

 

COMMENTO A CURA DI CINZIA TIANETTI

Si canta la poesia con i passi che si compiono. Essa, lunga strada del divenire, della voglia e della possibilità, nel compiersi, è lo strascico vergine di una sposa: ritma il cammino del poeta che al tramonto, seduto sull’ultimo crocicchio, saluta l’infinita eco, quale essa è, nell’esserci per qualcun altro, che ne sarà rapito.

Infinita nell’afflato votarsi ad altre vite e con esse ad altri viaggi; dal punto stesso in cui salutò con lunghi addii i predecessori ispirati autori.

Ecco le risonanze per ogni poesia di secolare poetare e sentire;

 L’incedere e la riflessione, l’amore e il turbamento. Quale crocicchio suggestivo conducente per la sola via, l’animo umano.

I sentimenti più comuni dilatano il tempo in una passeggiata intimistica quasi mistica: “e l’orizzonte mi rapisce / la mente turbando / e l’amore m’invita”, dice il poeta.

Dove si intravede attraverso la cortina dell’orizzonte la suggestione della Spes (ultima dea), il godimento di Psiche. Quando nel turbamento del poeta, che s’aggira elegante, si sostiene l’ispirazione; tra l’abbraccio di Psiche e Amore, in un bacio, come una strada (quella del poeta), che rilegge il mondo. Perché se l’amore può salvare, quell’amore che compare in cielo, come l’occhio benevolo di una primigenia madre, lo stesso amore che sembra ci colmi, può altresì rivelare, nel precipitare nel terreno del frivolo, la mancanza infelice in cui soccombiamo ogni giorno, senza la riflessione che feconda, nell’intimo percorrersi il cuore dell’uomo, nel solitario avanzare, uscendo dall’oblio per distinguersi nel mondo.

 L’inquietudine meditata di questi versi matura nella riflessione che oltre l’ondeggiare del sentire c’è l’agire; il paesaggio dell’animo è turbato dall’incomprensione che sprigiona un’interrogazione poetica del tutto naturale; ma il poeta non svela la camera in cui fermentano i dubbi, i malumori, fedele alla scena appena tratteggiata rivela il clima che ha generato nella descrizione di ciò che avviene: “marcando la terra / arrivo fino in fondo / riuscendo nell’impresa”; Marcare! L’opera più grandiosa di uomo. E come si diceva, dal sentire all’agire, in cui, il poeta, attraverso il cammino della propria vita e l’arte del suo pensiero, fattisi strumento, si impegna a comprendere. E invero  l’incomprensione diviene carne e ossa nella partecipazione viva in questa “vuota cultura / urbana imperante”, portando con sé il suo turbamento e l’atto amorevole di volere capire ma in un no imperante, del pensiero rivolto a se stesso, nel non volere esserne succube, in una tautologia che vorrebbe costruire speranze.

In un unico sguardo, vediamo l’ordinario precorrere sul vento dell’ovvietà e il poeta “marcare la terra per arrivare fino in fondo. Per quell’amore per il mondo che arriva fino in fondo, riuscendo a non lasciarlo andare, obliando i passati mali.

 Se si tengono presenti tutti i motivi intonati, in questi versi dall’alterno canto d’ogni voce (dal profilo acceso della luna, dal movimento del passo, dal volto che si può immaginare nell’espressione rivolta a sé del poeta, dalle linee sinuose, ora rigide, ora, immaginiamo, vanescenti, e infine certe, della strada, dal buio, e dalla sua compagna, ombra, in ogni cosa, dal mondo, dal vento), tutto è chiaro: un coro eloquente, nella costruzione scenica fatta di temi incarnati nell’uomo come sua essenza; tratte da inconsce primitive simbologie di ogni tempo, e di intervalli, tra un’immagine e l’altra che, chiamato spazio, traduce un dire che non è detto.

Dall’essere strumento di psiche e eros rapito tra i passi dei pensieri e lo sguardo acceso dell’amore preso nel cuore dall’orizzonte che spinge l’affanno umano all’oltre, a credere, ad avere fede, il poeta costruisce una strada, la sua, sul mondo, non in un passivo andare ma, costruttore degli eventi, egli chiede, giungendo nell’impresa, di essere qui e ora nella consapevolezza.

 E il poeta arriva ad incarnare il suo sentire poetico, incarna il suo dire in questi versi nelle iniziali del suo nome come a prendersene carico nella proiezione metafisica di quel che ognuno porta, col venire al mondo. Ecco forgiar le lettere, eccole danzare e marchiare di identità l’autore, che tutt’altro che rassegnato, forma il dettato del suo temperamento tra il pensiero costante, l’amore per l’amore e il voler vivere di questo mondo.

 Nella pacatezza di questa poesia si celano le forze incontrastate di Amore, che in questa poetica appare, nella Luna, romantico e di Speranza per un futuro, forte della memoria del nostro passato, che, come dice il poeta, annunciandosi con suono “che corre lungo vicoli antichi,  / introducono i  nostri passi”.

 

Cinzia Tianetti, 19 settembre 2012

PER LEGGERE IL COMMENTO A CURA DI LORENZO SPURIO A QUESTA STESSA POESIA, CLICCA QUI.

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“Cercami”, poesia di Fiorella Carcereri

 

Da una vita

mi nascondo

ai tuoi occhi,

da una vita

gioco

con la tua pazienza,

da una vita

ti mischio

le carte.

 

 

Ma tu cercami,

cercami ancora,

non smettere

di cercarmi mai.

 

 

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Intervista al poeta Nazario Pardini, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Nazario Pardini

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Il suo blog letterario, porta il nome di una sua silloge di poesie, forse una tra le più fortunate intitolata “Alla volta di Leucade”. Può spiegarci il perché di questo titolo o a quale autore si è rifatto, traendo una citazione?

NP: Leucade è l’isola del sogno. Della dimenticanza. Della rupe da cui si gettavano, in mitologia, i grandi, compresa Saffo abbandonata dal suo Faone, per dimenticare appunto le pene d’amore. Ma qui rappresenta il culmine di una ascesa lirica e formale. Il viaggio tormentato di una memoria che dal ventre della terra riesce a proiettarsi in mondi di onirica bellezza non per dimenticare, ma per rivivere i grandi e i piccoli fatti della vita. Ed io ne sono uscito dal salto con tutto il mio bagaglio esistenziale. Potrei riportare citazioni di tutto il mondo classico, ma una in particolare [(Dum loquimur fugerit invida aetas (Quinto Orazio Flacco)], credo sia la più vicina al senso di fragilità della vita, terriccio fertile per la poesia.

A cosa mi sono rifatto? Alle memorie di quella cultura assorbita al liceo, e decantata nell’anima fino a farsi attuale, esistenziale, autobiografica, e decisa ad uscire a nuova vita. Mi sono rifatto alla mia storia, alla realtà di ieri e di oggi, aiutato da una natura fattasi simbolo coi suoi squarci di luce, colle sue corse di dune e ginestre, con le sue fughe e i suoi ritorni, coi suoi profumi e le sue ombre, a concretizzare segmenti di d’anima. Leucade riguarda il mio credo poetico. Che cosa sia la poesia è certamente uno degli interrogativi più annosi della storia dell’uomo. La sola certezza comunque è che necessita, volenti o nolenti, di realtà individuali, di singole esperienze, di vicissitudini ed emozioni personali, per aprirsi dal memoriale all’immaginario, dalla vita al gran senso. E questo volume io credo trovi la sua compattezza partendo dal sapore della realtà, da ciò che conserva di primitivo per ampliarsi sempre più verso prospettive di largo respiro, tese a farci aspirare a qualcosa che svincoli, sleghi. E si fanno avanti il sogno, la fantasia, l’immaginario che non riescono comunque mai a liberarsi del tutto dal bagaglio del memoriale che ci portiamo dietro sempre più vago e nostalgico, ma vera vita, vita che resta, filtrata dal tempo, scampata e per questo degna di esistere in noi nel bene e nel male. E quello che ci tormenta è proprio il pensiero del suo destino. Chi lo affida ad una fede religiosa, chi al puro sogno, chi ad una fede poetica e chi laicamente ad un’isola quale potrebbe essere quella di Leucade, tentativo foscoliano come terapia al morbo del dubbio. E Leucade rappresenta la purezza laica, la bellezza, l’isola dell’equilibrio classico, della realizzazione del supremo su questa nostra problematica terra; il tentativo di elevarci laicamente al sapore del durevole. E’ Ulisse che riprende la sua navigazione: “Ancora salperemo / oltre colonne, questa volta mitiche / d’impedimento ai sogni. Là più lucido / e più eguale all’eterno sarà il liquido / dell’Oceano aperto” (Il ritorno di Ulisse, vv 43-47.)

Il linguaggio stesso subisce un’evoluzione di adeguatezza diacronica. Si insaporisce di termini arcaici, tende sempre più alla plasticità del distacco marmoreo.  Ed è sullo scoglio di Leucade che si raggiunge il colmo di una scalata lirica che permette sia la dimenticanza degli affanni esistenziali, la ripulitura per così dire del vissuto, che l’amore del tutto, ora  veduto con altra dimensione umana, direi quasi ebrietudine dell’immagine che si fa poesia.

La circolarità si compie nei canti arcaici. Dove tutto il mondo prepericleo, in cui secondo me immensi erano i presupposti immaginativi e creativi, irripetibili per liricità poetica, dipana una visione superlativa di amor vitae che si fa plenitudine di canto e di filosofia laica dell’esistenza.

 

LS: C’è sempre molto di autobiografico in un testo per cui le chiedo, quanto  di autobiografico c’è nel suo libro? La poesia, come mezzo espressivo, è adatto per raccontare di sé?

NP: C’è molto di autobiografico. Più che altro di un’autobiografia spirituale. Io credo che la poesia sia il mezzo più deciso per parlare a noi di noi stessi. E’ qui che ci scopriamo in tutta la nostra misteriosa natura umana e disumana. E credo che la poesia sia la parte di noi che più si avvicina all’inarrivabile. E non parla agli altri. E’ un mistero che il poeta sente nella sua totalità e che prova  esternare con urgenza. Ma non si pone, il poeta, il fine di farsi capire o di educare. Sente solo l’impellente necessità di dire. Certo il linguaggio é determinante. E molte volte non è sufficiente a involucrare il grande patrimonio dell’anima. E quindi ricorrere a stratagemmi per aiutare l’esondazione dei sentimenti è indispensabile: figure stilistiche,  immagini fenomeniche che simboleggino stati d’animo e che non siano solamente rappresentazioni idilliache a se stanti.  Ma credo che gran parte delle risposte a queste domande siano già ampiamente contenute nel primo intervento.

 

LS: Quali sono i suoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più la affascinano? Perché?

NP: In narrativa tutta la nostra letteratura del neorealismo: Cassola, Bassani, Moravia, Calvino. E prima la grandezza poetica pirandelliana (la forma e la vita). E’ quella che ci ha svecchiato e che ci ha aperto le porte al mondo. Sono particolarmente affezionato aux poètes maudits. E a tutta la corrente letteraria del Decadentismo. Ed è quella su cui si regge tutt’oggi la nervatura della vera poetica: musicalità, senso del mistero, panismo, uso di figure stilistiche in funzione delle immagini e dei significanti metrici. Baudelaire affermava che il poeta è in possesso del sesto senso. Ed è con quello che riesce a percepire una musicalità nascosta, che comune a tutte le cose, offre una visione universale in questo spazio ristretto di un soggiorno. E Rimbaud: “Il faut être absolument modernes”. Intendendo per moderni: saperci avvicinare alla vita, cogliendone sempre il processo nuovo nella sua costante avventura di precarietà umana. Senza dimenticare, certamente, il Romanticismo da cui, per contrapposizione o per continuità, si sono sviluppate tutte le correnti letterarie successive: la Scapigliatura, il Verismo, il Decadentismo, il Futurismo, il Crepuscolarismo, l’Ermetismo. E anche tutta la poesia contemporanea, sebbene tenti in alcuni filoni certi azzardi sperimentali, non può di certo fare a meno del messaggio di libertà nell’arte lanciato proprio dai romantici. Fra l’altro libertà indefinita e inappagabile molto vicina al taedium vitae dei nostri giorni.

 

LS: Qual è il libro che di più ama in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che la affascinano?

NP: Vi sembrerà strano ma il libro che io amo in assoluto è Fosca del Tarchetti. E’ un libro della Scapigliatura lombarda. E  parla dell’amore per il brutto, per ciò che si differenzia da quello che comunemente appare bello. Mi piace soprattutto l’arte della parola dell’autore. La capacità di rendere semplici certi concetti di per sé astrusi. E poi ci ho trovato, nella sua contrapposizione al Romanticismo, all’ultimo Romanticismo piagnucolone dil Prati e Aleardi, una forza di reazione letteraria che sa tanto di nuovo. Devo dire anche che una preferenza è legata a momenti, a certe fasi di vita. Perché certi contenuti nel tempo acquistano un fascino memoriale di grande intensità. Ed io quel libro, l’ho letto la prima volta, assieme alla mia ragazza nei tempi dell’università. Magari in quei tempi tutto poteva apparire affascinante. Un altro testo che ho apprezzato in maniera particolare è la silloge di poesie che Pirandello scrisse nel periodo di Bon. Sono  poesie che contengono già tutto il pensiero pirandelliano in nuce; quello che ritroveremo nel Fu Mattia Pascal e nel teatro.    Ed io sono un infaticabile lettore di Pirandello.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il suo stile? E’ evidente questo dai suoi componimenti?

NP: Posso dire che il mio stile è cresciuto con me nel tempo attraverso esperienze di vita, tentativi, letture, molte letture di autori francesi, inglesi, spagnoli e, naturalmente, italiani. Il mio è uno stile classicheggiante rivisitato, con l’uso di endecasillabi spesso spezzati da misure più brevi per dare risalto alla musicalità di certi versi finalizzati a mettere in luce momenti focali. Un po’ come stacchi di romanze pucciniane nei loro acuti centrali, o finali. Se ci sono stati autori importanti nel mio percorso, mi ripeto, appartengono al decadentismo francese. Fra i poeti italiani ho apprezzato molto Saba. Nel suo Canzoniere ho trovato uno stile fluido, luminoso e quel tanto di melanconico quanto basta per una poesia umanamente fragile nel suo azzardo a superare i confini.

 

LS: Collabora o ha collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensa delle scritture a quattro mani?

NP: Ho collaborato a antologie che tenessero di conto di raggruppamenti di autori dallo stile uniforme in vista di studi su nuove correnti letterarie. Ma non ho avuto altre esperienze novative.

 

LS: Cosa pensa dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come si è trovato con le varie case editrici con le quali ha avuto modo di pubblicare nel corso degli anni?

NP: Penso che ci siano Case Editrici oneste e altamente professionali e Case Editrici che speculano sulla buona fede di autori vogliosi di pubblicare. Ma una cosa è certa: ci sono concorsi tranello che con la scusa di selezionare autori, partoriscono antologie zeppe di centinaia di concorrenti accatastati gli uni su gli altri, e vendute a trenta e più euro. Queste antologie non servono a niente. Anzi servono solamente a far fare soldi a gente che specula su giovani scrittori che pensano di essere arrivati se pubblicati. Sono nate ultimamente buone Case Editrici online che pubblicano a spese irrisorie. L’unica difficoltà consiste nel fatto che uno deve essere all’altezza di costruirsi il testo nel formato giusto, e ben corretto, perché si limitano a pubblicare. Io ho pubblicato l’ultimo mio libro con una di queste Case Editrici ed ha avuto un discreto successo. E’  stata una esperienza positiva. E’ un buon libro per impaginatura, veste grafica, copertina e altro. Ha vinto diversi Premi Letterari: Il Pontremoli, Il Forte, Il Toscana in poesia, Il Via Francigena, Arti Letterarie Torino, Il Paestum, Il Mirabella Aeclanum… Quello che conta è il contenuto, ma certamente la presenza di una buona pubblicazione aiuta. Diffidare comunque di Case Editrici che sparano migliaia di euro promettendo mari e monti.

 

LS: Pensa che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

NP: Anche qui bisogna scegliere in base a giurie qualificate. Prendere parte a tutti quei premi anonimi è sconsigliabile. Sono migliaia e migliaia. A parte i costi (20 euro minimo a Premio) che titoli danno alla fin fine? Uno deve fare una buona selezione e prendere parte a quelli che ritiene i più affidabili. Ma non esagerare. Può diventare un vizio come quello del gioco. Certamente costituiscono uno stimolo a migliorarsi. E offrono possibilità di conoscenze e di confronto. E questo è positivo.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

NP: Un autore non deve chiudersi nel suo mondo. Deve fare conoscenze, allargare i rapporti con altri scrittori. Leggere opere. Per questo è importante far parte di giurie di Premi Letterari. Offrono la possibilità di confrontarsi con plurime espressioni. Non è detto che uno debba copiare, ma tutto ciò può veramente aiutare a ritrovarci, a determinare e rifinire il nostro stile e ad arricchire il bagaglio connitivo.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensa di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

NP: La contaminazione letteraria è una cosa possibilissima e naturale. E’ innaturale prendere pezzi a manca e dritta e combinare zibaldoni impersonali. Ma uno scrittore non può fare a meno di essere contagiato da letture, vita, colloqui, incontri. Tutto ciò costituisce il bagaglio interiore, l’anima a cui attingere. Certo tutte queste esperienze contaminanti devono essere tuffate nel pozzo del nostro sentire e lì maturare con una sedimentazione memoriale fino a farsi stile. E’ proprio nelle letture e negli incontri che uno si forma, come già abbiamo avuto occasione di dire. E quanto più leggiamo, tanto più corriamo il rischio, per modo di dire, di usare termini, occasioni e riferimenti di letture. Ma questi diventano nostri, perché sono state proprio quelle letture stesse a farci maturare, e a farci rielaborare, personalizzandoli,  quadri, scenari, linguaggi, stati d’animo disposti, poi, ad uscire fuori vestiti di nuova energia.

 

LS: Sta lavorando a un nuovo libro? Se sì, potrebbe anticiparci qualcosa?

NP: In questo momento sto cercando di riunire tutto il materiale poetico inedito. Devo cercare un titolo giusto ma soprattutto devo dare un nesso logico all’opera, scegliendo sezioni che diano continuità, compattezza, organicità e che rispettino l’indirizzo  del titolo generale. Ho già trovato un buon critico disponibile per la  prefazione. In generale sono poesie molto introspettive. Forse le più legate al mio stile e alla mia poetica. Motivi d’ispirazione: ambienti e persone che rinascono nuovi dopo anni di assenza. Ma non è solo il memoriale a fare da sfondo al tutto. Credo che ad amalgamare il contesto sia piuttosto una riflessione pacata sulla vita, sull’essere e l’esistere, sul rapporto con l’aldilà, e sul valore che può dare al bagaglio del suo patrimonio esistenziale un uomo che vive ormai i colori del tramonto.

 

a cura di Lorenzo Spurio

Jesi, 28/05/2012

 

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“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione di Michele Nigro

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione, a cura di Luciano Domenighini – Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti – Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Recensione a cura di Michele Nigro

 

Quale funzione potrebbero svolgere gli aforismi nella cultura del ventunesimo secolo? Noi, abitanti di quella grande rete, veloce e impaziente, chiamata Internet, eterni elemosinanti di tempo per fare migliaia di cose inutili travestite da necessità, alla ricerca di un’informazione liofilizzata e lampante, abbiamo perso l’istinto all’ozio creativo e alla riflessione edificante. In tale contesto l’aforisma, dal greco aphorismós, ‘definizione’, svolge una preziosa funzione di conservazione del patrimonio interiore dell’uomo pensante sotto forma di brevi sequenze testuali indipendenti e al tempo stesso di inseminazione dell’inner spacedel lettore: come una microscopica vita germinale, catturata e letta dall’occhio di un uomo nevrotico ma assetato di piccole verità, l’aforisma innesca nell’animo di chi lo riceve un’inattesa reazione filosofica che prende forza dal potere della brevità. Tra una fermata della metropolitana e la successiva, il tempo necessario per leggere, rileggere e assaporare intimamente un aforisma, è riposto il segreto per la salvezza del nostro pensiero anestetizzato.

Un segreto che Emanuele Marcuccio, autore della raccolta aforismatica intitolata Pensieri minimi e massime, dimostra di aver appreso perfettamente, sperimentando gli effetti di questa antica tecnica scritturale in prima persona, nella propria esistenza di poeta e di pensatore. Anche se ci troviamo dinnanzi a un pensatore non impegnato in sterili filosofismi accademici, i semplici aforismi di Marcuccio inducono il lettore, proprio facendo leva sulla loro struttura apparentemente innocua, alla riflessione, al voler ritornare più volte su frasi brevi, scarne, dirette, raramente articolate, non bisognose di esegesi acuminate, ma al tempo stesso “banalmente disarmanti” grazie a un meccanismo assiomatico che diviene catarsi.

L’Autore sembra quasi indicare ai suoi lettori un metodo di purificazione del pensiero, attingendo a piene mani da un immaginario collettivo, anche se di origine privata, in cui non è difficile riconoscersi: un’operazione che diventa possibile perché Marcuccio adopera gli aforismi come se fossero simboli arcaici di una mappa interiore appartenente al genere umano. Aforismi che sottolineano necessità apparentemente scontate; aforismi da ripercorrere, per non lasciarsi ingannare dalla loro semplicità e dalla nostra distrazione di cittadini già saturi di segni sintetici provenienti dall’informosfera. Aforismi da vocalizzare interiormente, per farli propri, per assorbirli, come preghiere laiche che si distinguono dal flusso compatto della narrazione di grandi storie e c’invitano ad approdare su piccole isole di riflessione.

La ricercata “ingenuità” degli aforismi di Marcuccio conduce il lettore alla scoperta archeologica e al conseguente disseppellimento di un nucleo esistenziale incrostato dalla complessità di una vita tecnologicamente avanzata ma deprivata di senso.

Solo chi ha avuto il piacere, nel corso della propria vita, di assistere allo stillicidio diaristico e silenzioso dei propri pensieri sulla carta può comprendere profondamente l’operazione effettuata da Marcuccio: il bisogno di condensare l’esperienza esistenziale in leggi personali; per ricordare a noi stessi le regole che ci hanno aiutato ad andare nel mondo, interpretandolo; per definire ciò che appare indefinibile, fissandolo. Anche se non tutti i pensieri hanno la vocazione a diventare aforismi. Come scrive l’Autore nell’aforisma numero ottantotto, l’ultimo della raccolta: «Un fotografo coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola; bisogna saper scegliere quell’attimo tra mille, da qui si percepisce la sua arte.»

Stralci privati e quotidiani scelti con oculatezza, senza cedere a una sorta di solipsistico protagonismo; sprazzi di esigenze spirituali salvate dall’evaporazione mnemonica e dall’inutile corsa verso falsi impegni che umiliano il pensiero: solo le attività umane degne di questa definizione rientrano nella ricerca di Marcuccio. L’amore, il dolore, la gioia, l’importanza esistenziale della poesia e della scrittura, i rapporti sociali, la saggezza scoperta lungo il cammino, la vita…

I pensieri minimi riecheggiano in maniera autonoma nell’animo di ogni singolo lettore e, a seconda dell’importanza che assumono nel contesto dell’interiorità ricevente, diventano miracolosamente massime.

 

 

 

a cura di Michele Nigro

4 settembre 2012

 

 

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Intervista a Eliza Macadan, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Eliza Macadan

Autore di “Paradiso Riassunto”

(Edizioni Joker, Novi Ligure, 2012)

Isbn: 9788875363024

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

EM: Il titolo è una trovata dell’ultimo momento ed è forse per questo che lo trovo molto ispirato – mi capita, fortunatamente di rado, di fermarmi su un sintagma ma non si tratta quasi mai di un testo poetico. Qui, le parole vengono da sole, io devo essere solo aperta, preparata ad accoglierle. Capita che io non sia del tutto sintonizzata con l’emettitore ed è allora che devo fare qualche sforzo per cogliere il senso appena percepito. Può, invece, capitarmi di essere visitata da parole o espressioni che non riesco a togliermi dalla mente finché non do loro lo spazio che richiedono in maniera imperiosa, finché non creo una costruzione per loro – sono delle ossessioni lessicali, mi piace chiamarle così. Prima di “Paradiso riassunto” avevo scelto “Terra in affitto”, per quasi un anno  il volume si è chiamato così, ma quando la casa editrice mi ha suggerito che potevo pensare anche ad altro, si è presentato da solo questo titolo. Non trovo opportuno da parte di un autore spiegare oppure offrire un’interpretazione del titolo della sua opera. Non è un capriccio il mio, è un principio che mi obbliga di lasciare agli altri la libertà di trovare sensi, di scoprire i miei significati ma anche i loro. Il lettore può trovare significati nuovi che l’autore non ha  nemmeno immaginato. E non vorrei essere io a condizionarli nel trovare una chiave di lettura. Credo fortemente nell’intelligenza dei lettori.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

E.M. Ogni creazione ha in modo implicito una dimensione biografica, una componente che è legata in modo indistruttibile alla vita. E’ stato detto che l’essere umano, attraverso l’atto creativo sta imitando la divinità, che ogni creazione è un inno infinito alla vita. Secondo me, è l’unica modalità che ci è stata concessa per aspirare all’immortalità. Ed è, in qualche misura, un modo di giocare a Dio. Perché un autore ha questo privilegio unico di creare vite, mondi, migliori o peggiori, a suo piacimento, di correggere errori e quant’altro. Nel suo testo letterario, l’autore ha, inoltre, la chance unica di dire tutto quello che gli passa per la mente senza il timore che si potrebbe avere nel dire le stesse cose nella vita reale. Con la poesia, il discorso è ancor più ampio, la libertà è maggiore:  qui, nel testo poetico, possiamo  nascondere (mettere sotto il lucchetto) veri tesori o veleni o bombe… sofferenze, dolori, bisogni, gioie, urla, di tutto. Possiamo mettere tutto ciò e altro ancora sapendo che questo potrà essere percepito solo da chi è un po’ come noi, capace di vedere il mondo con i nostri occhi. Il poeta sa che non saranno molti a visitare i suoi versi. Non di questi tempi. E’ un dato di fatto. Ma sa ugualmente che quei pochi che vengono sono quelli che contano. E se fosse un solo lettore, basterebbe. Parafrasando il Vangelo, se esiste un solo lettore di poesia, il Mondo ha una chance di essere salvato. Di autobiografico, dunque, c’è tanto: è la quotidianità, il mondo circostante con il suo spettacolo pauroso offerto dai politici che sembrano trovarsi per la prima volta nella storia dell’umanità in un vicolo cieco. Sembra che non ci siano più soluzioni per rimanere dentro la storia, sembra addirittura che esistano delle forze capaci di buttare nel cestino della storia tutto quello che gli ultimi secoli ci hanno portato in termini  di convivenza sul nostro pianeta. O forse siamo noi degli eredi indegni… perché non potrebbe essere anche così? La mia poesia è un segnale d’allarme, così credo. E’ l’allarme che ha preso possesso dalla mia anima, dalla mia mente e che mi guida nella scrittura. Non cerco mai formule, non rimango a lungo a limare i testi, non sto a lungo a riflettere sull’uso di una parola al posto di un’altra. Semplicemente lascio che esca fuori di me, attraverso la mia mano, un certo messaggio. Quasi sempre è un messaggio breve, ma carico di intensità, credo. Così sono le mie poesie, brevi. Così brevi da non sopportare titoli. In fatti, nessuna delle mie poesie, da quando ho cominciato a scrivere, non ha avuto titoli – una scomodità per la critica che deve indicare la pagina, cioè il numero del “messaggio”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

E.M. E’ la domanda-tipo che mi fa più paura. Pur sapendo che si fa quasi sempre, mi trovo impreparata. Durante la nostra esistenza siamo più persone – non nello stesso momento perché sarebbe patologico, ma una alla volta; nell’infanzia amiamo leggere cose che nell’adolescenza leggiamo solo di nascosto; nella prima giovinezza lo spazio dato alla lettura è immenso, come regola si legge un po’ di tutto e poi, nella maturità si fa una selezione molto rigida. Si diventa molto attenti nello spendere il tempo – con le letture come con le persone. Dunque, come fare a elencarle tutti i nomi che nei secoli, in varie parti del mondo e varie lingue e culture sono stati punti di riferimento sul cammino della mia formazione letteraria in genere e poetica in particolare? Tanti, fra piccoli e grandi, tra vicini e lontani, tra conosciuti solo nella città dove studiavo oppure tra i Nobel. Le varie correnti letterarie mi hanno interessata solo nell’ambiente scolastico: forse suona squalificante per uno che scrive, ma credo che questa parte dovrebbe essere lasciata ai critici e ai teorici della letteratura. Loro sono proprio bravi, almeno lo sono stati – adesso con il postmodernismo il problema sembra risolto per sempre, è uno spazio dove entrano tutti.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Per me è stato e lo è tuttora Il piccolo principe di A. de Saint-Exupéry. In modo sbagliato, la critica di cui parlavamo prima, ha catalogato quest’opera come letteratura per i ragazzi. E’ un inno alla vita, all’amore, all’amicizia, alla Poesia! E’ stata per molti una lettura scolastica obbligatoria, ma col passare del tempo, siamo tentati a tornare su questo libro con uno spirito nuovo. Per me è una sorte di bibbia.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: In qualche modo le ho già risposto a questa domanda. Non potrei parlare di contributo di uno più dell’altro. Mi risulta difficile. Eppure c’è un fatto che mi viene in mente e lo trovo determinante per la mia esistenza come poeta: nella mia adolescenza ho letto tanta poesia. Poesia contemporanea romena. Leggevo tutto quello che usciva e che trovavo nelle librerie dell’epoca. Il regime comunista di Bucarest ha giovato alla poesia. Si scriveva tanto. Io vivevo in una città della Moldavia romena, dove la vita culturale era effervescente perché il partito-unico-padre-padrino aveva soldi da spendere per tenere buoni e muti i letterati, gli artisti. Così, la loro produzione letteraria, le loro opere oltre ad essere pubblicate a spese del ministero della cultura, avevano diritti d’autore ingenti. Si scriveva sotto censura. E c’era bisogno di tanta intelligenza e abilità, di tanta strategia per disporre nel testo le idee, per dare un messaggio, che era per forza criptato. Tutti quei poeti, locali o nazionali, hanno, in una certa misura, fatto di me quella che sono adesso. E’ stata un’età della poesia. Era l’unico rifugio esistente in un  mondo kafkiano i cui riflessi giungono fin qua… Poi letture dai poeti italiani, francesi e anglosassoni che si traducevano a quell’epoca, di certo non i contemporanei. Dagli anni novanta in poi, anche quell’angolo di mondo si è aperto, nel bene e nel male.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

EM: Dall’esordio in volume, nel 1994, ho pubblicato sei libri di poesia – quattro in romeno e due in italiano. Ho la chance che hanno pochi di avere altre due lingue di espressione, oltre al romeno: l’italiano e il francese. Ho scritto anche in francese senza essermi preoccupata dalla pubblicazione, non ancora. Per i lettori italiani, perché a loro mi rivolgo qui, posso parlare del mio tragitto in questa lingua che amo e che è parte di me. Esordio italiano, dunque, nel 2001 con Frammenti di spazio austero, ricevuta bene dal pubblico romano di poesia e adesso Paradiso riassunto che è stato al Salone del Libro di Torino. Ho avuto, questa volta, la fortuna di avere un prefatore di grande sensibilità poetica, un poeta lui stesso, ma tanto generoso come pochi autori lo sono di questi tempi. Parlo di Marco Conti, un biellese di grande cultura letteraria e non solo. Lui è stato incaricato dalla casa editrice di curare il mio libro e lo ha fatto con professionalità e con generosità, con pazienza e con sapere. Auguro a ogni autore di avere un’esperienza simile alla mia. Non so quale sarà il destino di Paradiso riassunto, perché ogni libro ne ha il suo di destino. Ma so che mi ha già dato tanto.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: Non mi è mai successo, anzi… mi è capitato ma nella scrittura giornalistica. Non penso sia una cosa dannosa. Solo che si deve trovare il partner giusto, come nella vita, d’altronde. Si possono, credo fare cose magnifiche a quattro mani… per me la scrittura è stata finora un atto solitario e quasi intimo. Scrivere poesia non è una scelta. E’ un destino. Non scegliamo noi di scrivere poesia, siamo stati scelti. Se il poeta non vive vere e proprie epifanie, allora è meglio che taccia.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: Spero che sia adatta a tutti. A tutti quelli che guardano ancora il cielo di giorno e di notte provando a decifrare i disegni delle nuvole, delle montagne sulla luna; a quelli che credono nel potere della parola, a quelli che pensano sempre agli altri, vicini o lontani che siano, a quelli che credono che il mondo non si ferma qui e che non dobbiamo scendere, che il viaggio per la Terra sarà lungo millenni e millenni ancora. Ma anche a quelli che hanno perso la speranza, la motivazione o si sono allontanati dal senso dell’esistenza. Credo molto che sia adatta ai giovani lettori di oggi e di domani. Ma forse questo è solo un desiderio, non lo so.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Avevo già parlato prima, ma aggiungerei volentieri che mi sono trovata molto bene, è una squadra di professionisti, fanno il loro lavoro con passione. Un autore è una creatura piena di stranezze, è uno che agisce su impulso, che oggi vuole una cosa per non volerla più l’indomani, che cambia umore, è una persona difficile da gestire. L’editore dev’essere un po’ di tutto: confidente, psicologo, commercialista, pr e naturalmente un conoscitore della letteratura. Mi fido molto dei piccoli editori. Tutti i grandi scrittori sono sempre passati da lì.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Ai miei tempi e nel posto dove vivevo io non ho avuto questa possibilità, ma penso che in nessun modo possono nuocere. Con un’osservazione: i titolari di questi corsi, parlo dei corsi di scrittura creativa, debbono essere attenti a capire fin dove possono intervenire nel forgiare un allievo, soprattutto se si tratta di giovani. Credo, inoltre, che debbano essere molto sinceri rischiando di rimanere senza allievi il prossimo anno; è preferibile non illudere nessuno. I miglior corsi sono gratuiti, si fanno a cielo aperto nella prima infanzia quando la magia del mondo è ancora intatta, quando non ci siamo allontanati dalla fonte, quando un fiore che teniamo fra le dita è un intero universo, quando guardare le stelle è il più bel regalo. Quelli sono i veri corsi di poesia.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Molto e poco. Non saprei. Solo che, come ho già accennato, quello degli autori è un mondo fatto di altre regole. Ci sono gelosie, invidie, egoismi e tantissimo narcisismo. Mi chiedo se ci sono rimaste, da qualche parte, grandi amicizie… Le cose cambiano un po’ quando si tratta di amori, ma solo un po’ e solo in superficie. L’ego del creatore è sovradimensionato, sembra una cosa legata al DNA.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: Non è una mia abitudine. Mai fatto se non per giocare e per leggere la produzione al mio primo lettore, quello che vive con me. Quando la tecnica di cui parli non si limita ad un esperimento, ci troviamo, credo, fuori dall’atto creatore. Io credo che la poesia sia una istanza grave, così ho imparato molto tempo fa da Ionesco. E non dimenticherò mai questa lezione.

 

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Jesi, 16/07/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE E DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Haiti”, acrostico di Emanuele Marcuccio, con un commento di Lorenzo Spurio

HAITI

(di Emanuele Marcuccio)

(ACROSTICO)

Ha tremato la terra

agitata in orribile

in assordante rimbombo:

tremendo terremoto

in un cumulo… di macerie.

(20/1/2010)

 

Commento a cura di LORENZO SPURIO

Altra poesia di Emanuele Marcuccio che a distanza di più di due anni viene tirata fuori dal cassetto. La lirica è breve a si contraddistingue per un linguaggio stringato e impetuoso, in linea con quanto va affrontando dal punto di vista tematico. Marcuccio ci fornisce un’istantanea dei secondi che si susseguirono al terremoto di Haiti nel 2010, suggestionato forse dalle tante immagini trasmesse in tv. In ogni dove domina la distruzione “un cumulo… di macerie”, segno che niente sarà mai più come prima. Non c’è spazio nella lirica di Marcuccio per intravedere un dopo-terremoto o di dar un messaggio di speranza. Dopo “l’assordante rimbombo” e “la tremenda scossa” nulla rimane. C’è il silenzio della morte e della paura. La Terra, che ha voluto al mondo ed ospitato l’umanità, di colpo si è macchiata di un assassinio inspiegabile. Disperazione, desolazione e angoscia sono i sentimenti che la lirica infonde che, ovviamente, può essendo inspirata al terremoto di Haiti, finisce per essere una immagine di martirio e di sconvolgimento uguale per ogni terremoto. Quando la Terra inghiotte i suoi uomini, ci si interroga ancor più profondamente sui motivi e i limiti dell’esistenza.

Jesi, 26 Agosto 2012

 

LA POESIA VIENE PUBBLICATA PER CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA POESIA O IL COMMENTO IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

 

“Monica è musica”, acrostico di Monica Fantaci con un commento di Lorenzo Spurio

Monica è musica

(Acrostico)

 di MONICA FANTACI

 

Mano che si muove

organza di gesti

nuovi sempre

inizio di brindisi d’amore

casereccio e antico

al profumo di olio che

 è al momento

maneggiato vicino

ulivi ricchi di un caldo

sapore siciliano

insediato e apprezzato da

culture diverse

amanti del paesaggio.

 

Palermo 25 agosto 2012

Monica Fantaci

Commento a cura di LORENZO SPURIO

Monica Fantaci, giovanissima poetessa palermitana, ha sempre espresso con le sue liriche una simbiosi di poesia e musica donando al lettore immagini armoniose, colorate e molto positive. In questo acrostico la poetessa si scopre agli occhi dell’attento lettore, come Musa incantatrice, emblema di Musica. Vari elementi in questo testo trasmettono l’ambientazione tipicamente quotidiana del suo poetare “brindisi d’amore/casareccio”, per sottolineare forse che è proprio nella semplicità, nei costumi e nella tradizione che si preservano ancor meglio i grandi valori, come l’amicizia appunto. Il brindisi è tradizionalmente un momento conviviale d’allegria, ma anche di affetto dato e ricambiato. L’impostazione modernista, la fascinazione per la cultura popolare e per la terra natia (“sapore siciliano”) è ben evidente in questa lirica che è sorretta, appunto, dalle lettere iniziali di ciascun verso che, presi tutti assieme, rendono il titolo della poesia: “Monica è musica”. E’ una poesia colorata e profumata, ricca e variegata, ma anche solidale, ottimistica e fraterna. Finché ci saranno persone con un animo talmente prelibato da scrivere poesie come questa e lettori attenti, critici ma costruttivamente, il compito della Cultura verrà portato a termine poiché le “culture diverse” non debbono essere pretesto per motivi di scontro, violenza, vendetta o recriminazione storica, ma solamente una realtà unanimamente riconosciuta come ricchezza.

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