Intervista allo scultore ligneo jesino Leonardo Longhi

A cura di Lorenzo Spurio

Entrando dalla storica Porta Valle a Jesi e approssimandosi a risalire per le stradine che salgono al centro storico è doveroso il passaggio in Via Lucagnolo; al civico numero uno si trova la bottega-laboratorio dell’artista Leonardo Longhi, scultore sopraffino del legno di ulivo. Nella mia recente visita nella bottega occupata in maniera fitta e precisa delle sue preziose produzioni, ho deciso di rivolgergli qualche domanda per approfondire la conoscenza su questa scultura molto particolare che riguarda il legno, il suo rapporto con l’arte nonché le immagini maggiormente riprodotte nelle sue opere. Ma prima vediamo chi è lo scultore.

Leonardo Longhi è nato a Jesi (AN) nel 1973. Scultore, scrittore, poeta e libero pensatore pervaso dal pensiero unico del benessere collettivo e dall’amore olistico e funzionale in una società bistrattata e disattenta come la nostra. Dice di se stesso: “il cuore mi fa da piedistallo e la poesia da ponte per attraversare il fiume della semplicità”. Le sue opere sono state esposte in alcune mostre tra cui una tenutasi presso i Navigli di Milano, un’altra a Imstad (Germania) senza contare i tanti incontri e appuntamenti che hanno toccato tante città delle Marche, da Jesi a Recanati, da Macerata a Pesaro, da San Benedetto del Tronto a Chiaravalle e altre ancora. Articoli su di lui sono apparsi sul “Corriere Adriatico” e il locale “Jesi e la Sua Valle”. Nel 2016 lo scrittore Stefano Vignaroli ha proposto un progetto editoriale sulla sua attività scultorea da cui è nato un libro nel quale una serie di autori locali erano chiamati a creare racconti di propria invenzione a partire da alcune opere scelte del repertorio di Leonardo Longhi: Dalle immagini alle parole. Alcuni testi poetici di Leonardo Longhi sono inseriti nell’antologia curata dalla Ass. Euterpe di Jesi intitolata L’amore al tempo dell’integrazione (2016). L’artista Victoria Dragone lo ha inserito, assieme ad altri artisti, nella catalogo di arte contemporanea L’anima del dipinto 3 edito nel 2017.

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L.S.: Quando è nata la prima scultura in legno da te incisa?
L.L.: Ero più giovane. Con molta probabilità doveva essere il 1982. Il primo pezzo di legno che lavorai fu un pesce. Il pezzo alludeva già di per sé a quella forma ma io presi a lavorarlo, per rifinirlo e renderlo ancor meglio visibile e comprensibile. Si trattò di un lavoro artigianale fatto, così, senza ancora una vera conoscenza delle tecniche che, però, ricordo ancora con piacere. Scoprii, già dalla prima volta che mi apprestavo a lavorare il legno, che la mia volontà era quella di rispettare la materia, seguendo le linee a volte sinuose altre volte più irregolari caratteristiche di quel legno. Quando lavoro sul legno seguo le venature che il legno ha impresse, perché è come se ascoltassi l’anima di quel legno. È necessario rispettarla e ascoltarla. Con la mia attività non posso andare contro quelle venature e, anzi, nel tempo ho anche imparato a meglio valorizzarle nell’opera compiuta. Quest’arte, se così vogliamo definirla, è volta dalla necessità di ascoltare empaticamente il materiale sul quale sto lavorando, percependo l’anima interna dell’ulivo.

L.S.: Quali sono le principali caratteristiche del legno d’ulivo che hai imparato a conoscere nel tuo percorso?
L.L.: Il legno d’ulivo (di ulivo esistono molte razze, dall’ulivo marchigiano dalla conformazione molto ramificata, l’ulivo pugliese dalla struttura massiccia, l’ulivo greco, etc.) si caratterizza per essere un legno duro particolarmente difficile da lavorare perché si scalfisce facilmente e questo, nelle attività di scalpellatura, può significare una vera e propria problematica. Altri tipi di legno – che pure ho lavorato – appaiono molto diversi e più semplici da trattare: parlo di legni chiari come il tiglio (che è molto ben malleabile), del pioppo e del cirmolo nonché dei legni più scuri quali il noce, la quercia e l’abete. Ciascuno ha una sua anima ma quello che preferisco in assoluto è il legno d’ulivo proprio per la questione delle venature di cui parlavo poco fa.

L.S.: Come viene deciso il soggetto delle tue opere? Come prende forma l’idea che nella tua mente si produce?
L.L.: Singolare è il mio rapporto con il parto creativo. Quando inizio prendendo un pezzo di legno, posso anche avere un’idea di ciò che mi piacerebbe rappresentare ma poi, in base alle venature e da come il legno si mostra nelle sue peculiarità, quel progetto iniziale può anche essere abbandonato a favore dell’essenza stessa del legno. Seguo i suoi lineamenti, le linee sinuose o circonflesse che in esso sono impresse e mi lascio trasportare dall’esigenza di ascoltare la materia per com’è. La venatura non va spezzata perché la materia non va oltraggiata e l’anima non va offesa. S’instaura, infatti, tra me e il materiale un rapporto quasi simbiotico nel quale entrambi necessitano e reclamano libertà e giustizia.

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L.S.: Quali sono, in termini pratici, le fasi che contraddistinguono questo meticoloso lavoro di scavare il legno con lo scopo di dargli una forma distinguibile?
L.L.: Il grande dell’operazione che compio è dato dall’uso dello scalpello. Si parte con uno scalpello grande per passare via via, in maniera consecutiva, a scalpelli di dimensioni sempre più ridotti che possono provvedere all’elaborazione di tagli più precisi e ponderati. Si compiono poi le rifiniture – sempre molto importanti – per mezzo di un frullino pulitore. La lucidatura viene prevista mediante l’utilizzo di una gommalacca; talvolta reputo interessante dar una tinta distinta ad alcuni elementi della scultura e allora posso anche impiegare delle tinture per legno come ad esempio il rosso mogano.

L.S.: Ci avviciniamo ora a un’opera in particolare, quella che hai intitolato appropriatamente “Sognando la libertà”. Si tratta di una delle opere all’interno di questa bottega che hanno la dimensione maggiore e si snoda in una forma sinuosa che si estende all’esterno con alcune propaggini curiose che risultano difficilmente comprensibili a una prima vista. Puoi approfondire il significato di quest’opera?
L.L.: Si tratta di un’opera fatta nel 2015 in circa un mese e mezzo di tempo. È stata scavata a partire da un pezzo di legno che trovai abbandonato in una campagna di Tabano e il proprietario acconsentì a donarmela. Il significato ha a che vedere con la libertà agognata dalle genti e che non riescono a raggiungere. È anche un’opera che ho pensato come anelito di persone emarginate quali gli extracomunitari o altre persone che vivono in condizioni di sottomissione e di mancato ascolto. C’è alla base una mano aperta intagliata che è sormontata da una lunga e articolata proiezione mentale di foggia astratta. Secondo me quest’opera contiene e trasmette un messaggio non diverso da una preghiera.

L.S.: Qual è il tuo rapporto con la costruzione della forma?
L.L.: La gran parte delle opere possono essere definite figurative, vale a dire è possibile percepire, senza tante difficoltà o abbagli, quelli che sono i contorni che ci delineano oggetti di nostra conoscenza. Ci sono poi anche opere più astratte la cui fisionomia sfugge e che andrebbero interpretate personalmente. Quasi sempre, però, il figurativo e l’astratto confluiscono in una stessa opera.

IMG_20171107_172746.jpgL.S.: Restando nella componente figurativa delle opere quali sono i soggetti principali?
L.L.: C’è il mondo degli animali (cavalli, ali di imprecisati animali, lupi), ci sono volti e busti (soprattutto di figure femminili), forme di imprecisate persone come quella dell’opera intitolata “Re bizantino” in cui una donna in miniatura è ritratta al di sotto di questo sovrano orientale e sembra trattenerlo, forse per difenderlo o semplicemente perché fortemente innamorata di lui.

L.S.: Il busto di un personaggio costernato ricorda l’iconografia di San Sebastiano Martire. Come mai questa rappresentazione?
L.L.: Devo dire che si assomiglia molto a San Sebastiano, ma io non avevo questa idea di rappresentazione. Il titolo dell’opera è “Libero di buttarsi”. Ci sono anche altre opere che a ben guardare e a detta di molti hanno un rimando o rappresentano una chiara immagine di personaggi cristologici (Cristo, la Madonna, etc.) in realtà non era mia intenzione creare personaggi religiosi. Si tratta di opere che possono anche essere lette e interpretate in questa maniera, ma è una lettura indiretta e personale.

* * *

Sono stato ancora a parlare con Leonardo delle sue sculture e la conversazione è stata particolarmente piacevole. Leonardo mi ha spiegato che le sue sculture sono mosse sempre da una profonda spiritualità interiore, che non ha da essere confusa con la religiosità di cui, invece, si dice estraneo. Opere che riflettono sulla società e le difficoltà sulle quali sono imperniate (“L’urlo della madre terra” è esemplificativo di questo sfogo dinanzi a una contemporaneità desolante) ma anche fautrici di una dimensione spersonalizzata e alienante come lo sono gli orologi fusi e dalla conformazione a fiamma pendente che fanno ricordare l’inesattezza temporale e l’incongruità del reale espressa dal surrealista Dalì coi suoi orologi che praticamente si liquefanno.
Leonardo è proiettato a un’arte che sappia parlare a chi se ne appropria e sa contemplare l’esterno con criticità; la sua opera è tesa a raggiungere quel traguardo comune che dovrebbe essere il completamento dell’amore, l’ottenimento di un’autostima considerevole, da giungere a vivere il mondo non come contesto che accoglie le nostre azioni ma come anima pulsante della nostra stessa esistenza. Così – mi spiega – l’opera del pugno chiuso che si staglia dal basso verso l’alto non ha per niente a che fare con la forza, con un’energia distruttiva e pericolosa, ma è forma di presa di posizione, di scelta legittima ad esserci, un pugno saldo che racchiude con orgoglio una salda certezza individuale.
IMG_20171107_181725.jpgCome gli orologi che si squagliano nella bottega ci sono anche altre opere curiose come è il caso di quella intitolata “Noi stessi” che Leonardo mi consiglia su come è possibile vederla e concepirla. Opera unica che racchiude una triade di dimensioni: donna, uomo e bambino. Della donna il seno prominente, accentuato (un unico seno), dell’uomo, il muscolo ben tirato del petto, del bambino lo sguardo pacioso e ridanciano, quasi. Opera anfibia e in sé assai compatta che consacra l’esistenza dell’uomo nelle sue varie forme: dalla genitrice, al pater familias, all’infante. Ciclo di vita e rinascita che Leonardo Longhi sintetizza in un’opera di indubbia presa ed efficacia. Leonardo si dice d’accordo con me quando gli parlo di “sentimento di universalità” provato dinanzi a un’opera così complessa e onnicomprensiva nella quale il contenuto si fa contenitore e l’immagine dell’uno diventa contesto e proiezione dell’altro.
Anche gli animali divengono in parte irrazionali e non definibili a tutto tondo. Mi spiega Leonardo che, dove ho intravisto il becco di un pennuto o, ancora, un profilo di un coccodrillo, in realtà lui ha voluto scolpire altro. Trova curiosa questa pluri-forma che l’attento visitatore crea nelle sue opere che, in effetti, finiscono per avere le mille vite che le persone intendono dar loro. Tra le altre opere che destano interesse figurano “Cancro del mondo” (figurativamente la rappresentazione di un osso) e quello che – per la loro vicinanza di collocazione – ho definito “il trittico dei busti” composto dal pregevole “La donna col mantello” (dove la parte superiore della testa della donna è coperta da un velo rosso a significare un velo che copre e maschera le ipocrisie), “Il dio del tempo”, inteso dall’artista come una negazione del mostro dell’egoismo e l’impressionante “L’urlo della madre Terra” in cui la bocca spalancata della figura in un grido infinito e straziante, non solo metaforico, è emblema di uno sfogo lancinante contro i vari mali del mondo contemporaneo.

Jesi, 07-11-2017

 

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Tris di presentazioni in Lombardia per il “poeta del vento” Elvio Angeletti

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Elvio Angeletti assieme al poeta e scrittore Dante Maffia a Jesi nel novembre 2017.

Il poeta senigalliese Elvio Angeletti, autore di varie sillogi poetiche tra cui Luce (2013), Respiri di vita (2015) e la recente Refoli di parole (2017) questo fine settimana sarà ospite in Lombardia per dar voce alla sua poesia. Vincitore di numerosi premi letterari tra cui il 2° premio nell’edizione 2017 del celebre premio letterario “Alda Merini” indetto dalla Accademia Ursini di Catanzaro, Angeletti incontrerà il pubblico degli amanti del verso in alcuni incontri durante i quali non mancherà di parlare delle sue tante attività che lo vedono instancabile promotore culturale. Angeletti, infatti, è anche il fondatore e presidente del Premio “Poesia del Borgo” che annualmente ha sede nella Piazza Giordano Bruno nella frazione di Montignano di Senigallia ed è il segretario e Consigliere della Associazione Culturale Euterpe di Jesi. Attivo anche quale membro scelto di varie Commissioni di Giurie di Premi letterari e poetici nazionali (“Novella Torregiani” di Porto Recanati, “Città di Chieti”, “L’arte in versi” di Jesi, “Città di Porto Recanati”, Premio di poesia per l’infanzia organizzato dall’Istituto Scolastico Comprensivo “M. Luther King” di Caltanissetta), numerosi suoi testi sono inseriti in opere antologiche tra cui, solo per citarne alcune, Orme poetiche (2016, a cura di Pasquale Rea Martino), Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016, a cura di L. Spurio) e Dieci in poesia (2017, a cura di M. Romano).

Il primo incontro si terrà nella Val Camonica venerdì 10 novembre a partire dalle 20:30 nel comune di Ono San Pietro (BS). Accoglierà l’evento la Biblioteca Comunale (Piazza Roma 8).

L’appuntamento di sabato avrà come location il capoluogo lombardo: la Libreria “Il Papiro” (Viale Col di Lana 12) presenterà Refoli di parole alle ore 17. Durante l’evento, oltre alle letture poetiche dal nuovo volume, verranno proposte anche proiezioni di video-poesie elaborate su suoi testi. Il relatore, in questo appuntamento, sarà il poeta e regista Marco Vaira che negli scorsi mesi ha prodotto alcune delle video-poesie che il poeta ha portato in giro per l’Italia. La sua video-poesia “Il volo delle rondini”, infatti, è risultata meritoria del Premio Speciale “della Critica” al Premio “La catena della pace” indetto dalla Associazione Verbumlandi-art di Galatone (LE) la cui premiazione si è tenuta a Caserta nel 2016 e al Premio Letterario Internazionale “Antonia Pozzi. Per troppa vita che ho nel sangue” fondato dalla poetessa Caterina Silvia Fiore e la cui premiazione si è tenuta ad Arese (MI) nel giugno scorso.

Domenica 12 novembre alle ore 16:30 il poeta marchigiano incontrerà il pubblico interessato a Viganò (LC) nella Sala Civica “Maria Antonietta Colombo” all’interno del Vecchio Palazzo Comunale (Piazza Don Gaffuri). La serata sarà presentata da Renato Ghezzi e si chiuderà con un aperitivo in amicizia.

Refoli di parole si apre con una nota di prefazione del sottoscritto nella quale si fa anticipa il contorno concettuale dell’opera: “L’arché del volume, per non parlare di una vera e propria griglia tematica ma di un elemento archetipico che è fondamento, causa, elemento di meraviglia e costante presenza, è proprio quello dell’aria e non sarà pletorico aggiungere a questo riguardo anche la sua recente partecipazione ad un recital poetico dedicato ai quattro elementi della natura dove Elvio appunto si identificava come poeta d’aria”. Tra gli altri commenti critici presenti nel testo, tutti entusiastici, quelli di Marco Vaira, quello dell’editrice Isabella Gambini (Intermedia Edizioni, Orvieto).

Volume ricco di liriche alle persone amate, nonché di sguardi affascinati verso la natura nella quale tutto il percorso poetico di Elvio è imbevuto e al contempo si diluisce. In questo nuovo volume – già presentato quest’estate sulla spiaggia di Senigallia dal critico letterario prof. Vincenzo Prediletto – non manca, come la critica ha osservato, un più recente affacciarsi alle dinamiche sociali in vari ambiti di disagio e precarietà. Il poeta, infatti, in quanto uomo pensante, è sempre immagine o riflesso dei tempi che gli è dato vivere; Angeletti nella lirica che ha ottenuto particolare successo di “Erano fiori” affronta, ad esempio, con grande perizia di immagini ed energia comunicativa il gravoso ed endemico problema dei rifiuti bruciati per strada in Campania, causa di mali ben più estesi: “Puzzava di polvere,/ il vento troppo forte/ e di lì a poco/ arrivò anche la morte”.

Questo fine settimana, per coloro che abitano nei luoghi circostanti Milano e la Val Camonica, sarà possibile godere dei pacificanti versi di Elvio Angeletti, voce autentica del territorio marchigiano, le cui poesie, intrise di gioie e speranze, di canti d’amore e di immagini naturali, arricchiscono l’anima. Pagine che ardono di sentimenti nelle quale il poeta c’invita a prendere le distanze dalla foschia che potrebbe infastidirci, per proiettarci nella luce che – sempre – va cercata: “Il poeta cammina/ lungo il viale/ all’albeggiare del giorno/ cercando energia per un nuovo sogno”.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 08-11-2017

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Laura M. Volante, “Ti sogno, terra”. Il progetto culturale dedicato alla camerte Rosa Berti Sabbieti che celebra l’unica regione al plurale

a cura di Lorenzo Spurio 

Il volume collettaneo “Ti sogno, terra” ideato e curato dalla poetessa e scrittrice Laura Margherita Volante nasce – come ha osservato lei stessa – dall’idea di ricordare un’importante personalità culturale della nostra Regione, ovvero la poetessa camerte Rosa Berti Sabbieti (1924-2009). La Sabbieti pubblicò numerosi libri di poesia impegnandosi anche a curare una delle prime antologie di poeti marchigiani che venne pubblicata con l’editore Cappelli di Bologna nel 1968. Fu membro scelto di Accademie, tanto in Italia che all’estero e ottenne prestigiosi riconoscimenti;  qualche anno fa venne considerata dall’Istituto Biografico di Cambridge la più grande intellettuale donna del ‘900. La stessa Volante così ha inteso ricordare il rapporto con la poetessa del Maceratese di cui servirebbe un maggior recupero e studio della sua opera nella nostra contemporaneità: «Fra Rosa e me si strinse un’amicizia di stima, di affetto e di condivisione. Per me fu una guida, una luce sul mio cammino» e ha aggiunto: «Le Marche rappresentano l’Italia in una regione», sulla scia di considerazioni già espresse da Guido Piovene nella magistrale opera Viaggio in Italia.

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Laura Margherita Volante

La curatrice di questo interessante volume, marchigiana d’elezione in quanto nativa di Alessandria, è docente presso l’Università Politecnica delle Marche dove insegna in vari corsi nell’ambito delle Scienze Umane. Pedagogista certificata, in campo letterario ampie e riconosciute le sue doti di intellettuale. Per la poesia ha pubblicato le raccolte “Goccia di fiume” (1998), “Il canto del gabbiano” (2000), “L’amante è il mare” (2004), “Otto vele all’orizzonte” (2005), “La radice quadrata di una vita dimezzata (2009), “Voci d’acqua” (2011). Sue poesie sono presenti in numerose antologie, collabora con la rivista “Odissea” ed è membro di giuria del Concorso Letterario “Città di Ancona” indetto dalla Associazione “Voci Nostre”.

Laura Margherita Volante con questa opera stratificata frutto dell’attento lavoro di ricerca, studio e approfondimento, ha inteso narrare questa terra di leopardiana memoria, di cui non si conoscono bene l’arte la cultura la storia e i suoi innumerevoli talenti che eccellono in ogni campo, anche a livello europeo e mondiale.

La Presidenza del Consiglio Regionale, nella persona del Presidente Antonio Mastrovincenzo e del suo Capo Gabinetto Daniele Salvi, ha accolto favorevolmente il progetto di questo libro arricchito da testimonianze, recensioni, interviste sul filo conduttore di ideali e valori umani e lo ha ritenuto valido al punto di inserirlo all’interno delle note e prestigiose pubblicazioni dei “Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche”. Grande onore per la poetessa per aver avuto la possibilità di interagire con alcune fra le maggiori personalità autorevoli non solo di questa regione, ma anche di chi ha contribuito sia dal punto di vista artistico sia da quello sociale e culturale a valorizzare le Marche divulgando conoscenza, saperi e valori altamente umani e civili.

Il testo si articola attraverso sedici capitoli, l’uno indipendente dall’altro, ma uniti da alcuni temi che affliggono il nostro tempo: la giustizia, l’uguaglianza, la diversità, la pace. Tra le personalità inserite nel volume citiamo Rosa Berti Sabbieti, Vittorio Sgarbi, Cesare Baldoni, Alessandro Nani Marcucci Pinoli, Annamaria Abbruzzetti, Lorenzo Spurio, Nabil-al-Zein, Alessandro Moscè, Giancarlo Trapanese e Angelo Gaccione.

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La riflessione condotta dalla curatrice di questa pubblicazione viene omaggiata all’attento pubblico e ai lettori curiosi dei densi contenuti affinché diventi realtà condivisa he il miglior investimento per fronteggiare questo passaggio epocale, complesso e pieno di contraddizioni, è sulla cultura, cominciando dalla scuola fin dall’infanzia.

L’occasione propizia per conoscere da più vicino questo affascinante viaggio alla scoperta di Arte Bellezza Scienza e Civiltà guidati dalla curatrice di “Ti sogno, terra” si avrà sabato 11 novembre alle ore 18 a Pesaro presso l’Alexander Museum Palace Hotel (Viale Trieste 20).

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“Mi ricordo quand’ero chiarore”: la comunione con l’ambiente nella poesia di Alessandra Gabbanelli

A cura di Lorenzo Spurio  

 

18920488_815008342010622_7082056571005294854_nAlessandra Gabbanelli (Loreto, 1976) vive e lavora a Porto Recanati (MC) presso un negozio di famiglia di pelletteria, accessori e valigeria. È laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli Studi di Macerata in letteratura russa con la tesi “La narrativa di Fazil’ Iskander”.

Ama tutto ciò che concerne la natura e gli animali, la letteratura, la musica, in particolare la lirica e quella classica. Ricorre alla poesia per esprimere le sue emozioni. Si occupa anche della stesura di recensioni di libri e di opere liriche all’interno della Associazione Culturale Villa InCanto.

La sua poesia dal titolo “Misterica essenza” è stata pubblicata sul blog letterario “Il mondo di Ut”; attualmente sta collaborando con il sito di cultura e attualità “Specchio Magazine” (www.specchiomagazine.it) della Associazione Culturale Lo Specchio di Recanati (MC). Alcuni suoi componimenti sono presenti nel blog “Nel giardino odoroso” (www.nelgiardinoodoroso.blgospot.it)

 

PANISMO

Cullare dentro

il soffio del vento

che sollecita le membra

e le fa rabbrividire.

Abbandonarsi

al raggio del sole

che trafigge

e riscalda

e inonda di vita.

Saper ascoltare

la voce degli elementi

e comprendere

il linguaggio muto delle piante.

Immergersi

in umidi occhi animali

e naufragare

nelle emozioni e nel dolore

che li fanno vivi.

Sfiorare,

con pudore e umiltà,

le corde arcane dell’esistere

per giungere all’essenza

e, a quella melodia,

danzare lo stupore e l’estasi.

 

 

MI RICORDO

Velo maculato

di roseo sembiante

si adagia sul manto celeste.

E mi ricordo quand’ero chiarore

e i tuoi occhi vi si immergevano

come in lago di pace.

 

Voli geometrici

di vocianti gabbiani.

E mi ricordo quand’ero coraggio

e il tuo slancio mi raggiungeva

con ampi e sornioni sorrisi.

 

Pioggia odorosa

si insinua e dilaga.

E mi ricordo quand’ero conturbante mistero

e il tuo grido di creatura notturna

confortava la tenebra.

 

Crepitio di foglie

raggiunte da raggi ardenti.

E mi ricordo di essere vita pulsante,

bruciante inquietudine,

viandante mai paga di cammino.

 

 

ECHI D’INVERNO

 Mi risveglio in terra impervia

e ricomincio a danzare.

Danzo pensieri notturni

fluttuanti nel vento.

Danzo abissi di luce

e lampi di oscurità.

Danzo mille frammenti

che mai si ricompongono.

E danzo, madida, sogni disgregati,

parole luminose e abusate

in lontana eco perdute.

 

 

METEORA

 Ti trovai senza volerlo.

E senza saperlo,

come pioggia leggera,

fecondasti i miei giorni.

Sfumasti, piano,

come iride che scolora.

Svanisti, inesorabile,

come lampo che squarcia

e va a nascondersi nel blu.

 

MISTERICA ESSENZA

Profumo di te fra le mie dita,

negli afrori del mio corpo,

nella mia immaginazione ardente.

La mancanza di te

mi percuote

e mi scaglia

in stretto tunnel.

Mi ritraggo

come tremulo fiore sferzato

da gelidi soffi.

Un aroma sottile

di bramosie incognite

si insinua insolente,

deliziosa e misterica essenza,

effluvio indiscreto

di conturbanti preludi.

Mi ridesto,

turgido bocciolo

inondato di luce,

simile a bocca dischiusa

su invitanti elisir d’ambrosia.

 

Commento di Lorenzo Spurio

La poetica della Gabbanelli si dispiega tra gli arcani di un mondo silvestre, tra i lembi di arbusti sfiorati dalla brezza non distanti dalla costa Adriatica di cui è originaria dove non di rado si intuisce o si palesa la presenza vivida di curiosi cucali – per dirla nel locale vernacolo. Animali che col mare condividono tutto e che sorvolano l’ambiente con perspicacia e orgoglio, sempre circospetti e lesti nello scattare per allontanarsi se indisturbati dall’uomo che si avvicina loro.

Poesie nelle quali il sentimento risulta disciolto nel lucore ambientale, nella natura, locus primigenio di riflessioni e considerazioni intime nonché cornice privilegiata degli istanti da vivere con pienezza. Il sentimento panico, vale a dire di efficace sincretismo con l’elemento agreste nonché di vera e propria diluizione in esso, è evidente: non è solo il titolo della prima lirica ad anticiparci questa predisposizione della Gabbanelli; ogni singolo verso è un’immersione suadente e pacifica in quel mondo in cui è possibile percepire, nelle fragranze della natura che cresce, “la voce degli elementi” e approfondire quell’assenza scostante che è della società liquida e indisturbata refrattaria alla solidarietà con l’elemento naturale. La poetessa, per usare un’immagine da lei impiegata con particolare efficacia, anela a un colloquio corale con l’elemento silvestre, quasi un parlamento di piante, arbusti e fiori che inaugura una loquela fatta di codici misteriosi eppure capaci di trasmettere messaggi.

In mezzo a questa natura che la Nostra osserva con incanto e vicinanza nel suo lento mutamento, affiora a galla anche il ricordo di momenti, di età forse in qualche modo perdute e dunque lontane: natura sorella che sostiene e aiuta a comprendere se stessi, natura alla quale confidare, culla di beatitudine, fonte d’accoglienza e di compiutezza. “E mi ricordo quand’ero chiarore”, segnala la Nostra, evidenziando come il percorso di conoscenza, riflessione e di comprensione di ciò che accade sia possibile anche per mezzo di quella cornice arboricola che è antro di energie mitiche e inesauribili: “E mi ricordo di essere vita pulsante”. Scoprirsi viva, essere non solo raziocinante ma entità in continuo movimento, crescita e maturazione, è il bersaglio ultimo di un percorso di auto-riflessione, nell’incanto e nella freschezza della natura selvaggia e innocente, che accoglie i nostri pensieri. Lì prendono forma anche quei “sogni disgregati”, quelle proiezioni ardimentose del pensiero, quelle forme della nostra esistenza, ora vorticose ora fosche, che non riusciamo ben a comprendere e a ponderare. Si tratta di ripensamenti, ripiegamenti e, ancor più, di volontà auree che s’imbattono con l’incertezza, la frenesia o semplicemente con l’inatteso venir meno di quelle condizioni che una volta avevano permesso la nascita o l’irruenza del dato esperimento onirico. Quella vita edenica e spensierata, quella volontà di sperare trova felice sbocco in quel desiderio sentito fautore dell’anelito a ricordare l’età che fu.

La Gabbanelli, in maniera non molto diversa dai romantici anglosassoni, si serve degli elementi della natura, non solo per definire un ambiente e per tratteggiarlo con esaustiva visività nonché con pregnanza materica da restituircelo distinguibilissimo, ma per calare l’ampiezza del sentimento interiore, lo scandaglio della sua anima profonda. Ecco allora che essa può essere anche il punto ambito di una ricerca difficoltosa per cercare di esorcizzare una solitudine sofferta, per sopperire a quella mancanza necessitante un dato contesto che permetta una più concreta interiorizzazione dell’accaduto recente.

La “misterica essenza” ha, dunque, la forma di qualcosa di indicibile, di un sentimento frastagliato, un percorso della coscienza che scende negli anfratti, un’anabasi intellettiva nel suo etimo originario (spostamento dalla costa verso l’interno), investigazione che travolge un’entità, un essere con il suo bagaglio di essenze e di memorie. In questo scenario dove gli elementi naturali sembrano essere fari necessari per sviare la burrasca della vita e orizzontarsi nel mare magnum della quotidianità, la Nostra riflette su se stessa, amplia, nel suo privato, il raffronto tra sé e gli altri, tra sé e l’assenza, tra sé e ciò che reputa importante, sia nel presente, che nella rievocazione del già esperito.

Lorenzo Spurio

Jesi, 30-10-2017

 

L’autrice dei testi poetici qui riportati dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere frutto del suo unico ingegno e di non riprendere in tutto o in parte testi di terzi tutelati da DD.AA.

L’autrice acconsente alla libera pubblicazione dei suoi testi su questo spazio digitale senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro al gestore del blog.

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Sabato 4 novembre la premiazione del Premio di Poesia “L’arte in versi”. Riconoscimenti speciali “Alla Memoria” a Maria Costa e Alessandro Miano e “Alla Carriera” a Dante Maffia

Cresce l’attesa per l’imminente cerimonia di premiazione della sesta edizione del noto premio nazionale di poesia “L’arte in versi” fondato e presieduto dal poeta e scrittore Lorenzo Spurio e organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi con il patrocinio morale di Comune, Provincia e Regione.

L’appuntamento è fissato al 4 novembre prossimo a partire dalle 17:30 presso la Sala Maggiore del Palazzo dei Convegni a Jesi (Corso G. Matteotti 19). L’evento, liberamente aperto al pubblico e impreziosito dagli interventi musicali del Maestro Massimo Agostinelli, sarà presentato da Lorenzo Spurio e interverranno Susanna Polimanti (Presidente di Giuria) e i membri della Commissione di Giuria che negli scorsi mesi hanno dato lettura a un totale di 1100 componimenti pervenuti per le varie sezioni da ogni parte d’Italia e anche da alcuni paesi stranieri.

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JESI – Piazza Federico II 

Quest’anno il podio, per la sezione poesia in lingua italiana, è stato raggiunto da tre poeti pugliesi: al primo posto la foggiana Valeria D’Amico e a seguire Alessandro Lattarulo di Bari (2° posto) e Tina Ferreri Tiberio di San Ferdinando di Puglia (3° Posto). Il Premio Speciale “Trofeo Euterpe” è stato attribuito al poeta calabrese Angelo Canino con la poesia dialettale in acrese “Aleppo”. Per la sezione poesia in dialetto i vincitori assoluti sono risultati Luciano Gentiletti di Rocca Priora (Roma) al 1° posto; Giampaolo Ricci di Treia (Macerata) al 2° posto e Armando Maiolica di Trentola Ducenta (Caserta) al 3° posto. Per la sezione haiku: Eufemia Griffo di Settimo Milanese al 1° posto; Lorena Gino di Ventimiglia al 2° posto e Maria Laura Valente di Cesena al 3° posto. Per la sezione critica poetica il podio è stato raggiunto e conquistato da Lucia Bonanni di Scarperia/S. Piero a Sieve (Firenze) con un saggio dedicato agli scritti di Dino Campana; a seguire Raffaele Guadagnin di Feltre (Belluno) con un testo dal titolo “Carla e i Novissimi” (2° posto) mentre il 3° premio è stato conseguito da Maria Grazia Ferraris di Gavirate (Varese) con un approfondimento su una poesia di Marina Cvetaeva.

La Commissione di Giuria, presieduta da Susanna Polimanti, era composta da esponenti del panorama culturale italiano contemporaneo: poeti, scrittori, recensionisti e saggisti ed era così formata: Michela Zanarella, Valentina Meloni, Alessandra Prospero, Emanuele Marcuccio, Stefano Baldinu, Giuseppe Guidolin, Vincenzo Monfregola, Antonio Melillo, Francesco Martillotto.

Le Associazioni culturali “Le Ragunanze” di Roma, “Centro Insieme Onlus” di Napoli e “Verbumlandi-art” di Galatone (Lecce), che intrattengono rapporti di amicizia e collaborazione con la Associazione Culturale Euterpe, organizzatrice del Premio, hanno gentilmente fornito delle targhe quali Premi Speciali che sono andati rispettivamente ai poeti Massimo Vito Massa di Bari (Premio Speciale “Le Ragunanze”), Fabiano Braccini di Milano (Premio Speciale “Centro Insieme”) e Gaetano Catalani di Ardore Marina – RC (Premio Speciale “Verbumlandi-art”). La Presidente di Giuria, Susanna Polimanti, ha inoltre inteso conferire alla poetessa savonese Rita Muscardin, autrice della lirica “Ha mani invisibili la morte”, il Premio Speciale del Presidente di Giuria.

Come da tradizione il Premio ha deciso di conferire i Premi Speciali “Alla Memoria” a due intellettuali rimarchevoli della scena poetica italiana del Secolo scorso. Quest’anno tali riconoscimenti andranno alla poetessa popolare messinese Maria Costa (1926-2016) e al poeta, giornalista ed editore milanese Alessandro Miano (1920-1994).

Durante la cerimonia la poetessa Costa verrà ricordata anche per mezzo della proiezione video del documentario sulla sua vicenda umana e letteraria “Come le onde” realizzato alcuni anni fa dal giovane regista siciliano Fabio Schifilliti e dalla lettura di alcuni suoi versi nel dialetto originario da parte di Vincenzo Prediletto. Il Presidente Spurio così ha motivato alla Stampa la decisione di tale attribuzione di un Premio alla sua Memoria: “Un riconoscimento sentito e doveroso a una voce distinta e corale, che ha parlato delle tradizioni mitiche e popolari della gente di Messina descrivendone con immensità il fare pratico, la vita di mare e un’età ancorata a modelli di vita ormai lontani ma che si ha necessità di ricordare e rivivere. La voce della Costa ha vergato pagine di autenticità lirica consegnando a noi tutti un testamento di memorie che debbono essere conservate con rispetto e orgoglio”.

A rappresentare la figura dell’editore Alessandro Miano, al quale verrà conferito l’altro Premio Speciale “Alla Memoria”, sarà, invece, il nipote Michele che ha abbracciato la densa eredità artistica del suo avo. Su questa ulteriore decisione della Giuria il Presidente Spurio così ha argomentato: “L’ambito riconoscimento attribuito ad Alessandro Miano a distanza di vari anni dalla sua dipartita è elemento necessario per riscoprire un importante e instancabile promotore culturale che, in aggiunta alla seria e puntuale attività giornalistica, diede la possibilità di venir fuori, per mezzo della rivista “Il Davide” alcuni intellettuali che negli anni successivi si sarebbero imposti. Due nomi sono più che sufficienti: Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia”.

Con particolare onore e orgoglio dell’intera Associazione e organizzazione del Premio, al noto poeta, scrittore, critico letterario e d’arte Dante Maffia verrà attribuito il massimo riconoscimento nella forma del Premio Speciale “Alla Carriera”. Originario della Calabria, Maffia vive e lavora da tanti anni nella Capitale dove venne scoperto poeticamente da Aldo Palazzeschi. Nel corso degli anni le sue pubblicazioni poetiche, narrative e saggistiche si sono susseguite, tutte con ampio apprezzamento di critica e di pubblico. Su di lui hanno scritto i maggiori intellettuali italiani e stranieri tra cui Mario Praz, Italo Calvino, Mario Vargas Llosa, Giorgio Caproni, Tullio De Mauro, Claudio Magris, Maria Luisa Spaziani, Dacia Maraini, Mario Luzi, etc. Vincitore dei maggiori premi letterari nazionali e internazionali, ha ricevuto riconoscimenti anche da parte della Presidenza della Repubblica; numerosissime le monografie e le tesi di laurea sulla sua attività letteraria.

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In ricordo di P.P. Pasolini: evento multidisciplinare a Roma giovedì 2 novembre alla libreria “I Trapezisti”

A cura di Lorenzo Spurio

Di Pier Paolo Pasolini si sono dette nel corso della storia molte cose. Alcune più o meno confacenti alla sua condotta, altre profondamente perplesse verso la sua componente umana, molte altre pretestuose, illogiche, azzardate, che non hanno permesso, però, di infangare completamente la sua figura. Da intellettuale disorganico a contestatore, poeta sociale che fece proprio il dramma dell’esistenza disagiata, a romanziere impegnato nel fornire gli squarci più abietti e perversi di un mondo di borgata dove la delinquenza e la gioventù inacerbita hanno contraddistinto le sue pagine più famose. Lo ricordiamo anche per i sagaci interventi critici, per il temperamento non sempre accogliente e più spesso scostante, per la critica spietata e originalissima, per la curiosità d’immagine e la profondità d’intelletto.

Qualsivoglia manuale di storia della letteratura italiana troverà difficoltà nel trovare la giusta collocazione per Pier Paolo Pasolini che per tematiche, influssi, formule espressive, frequentazioni di ambienti, collaborazioni culturali, ha rappresentato un artista indefinibile, impossibile da relegare in etichette, definizioni, esperienze generazionali, scuole o quant’altro. Una poliedricità di stili e contenuti innervati su una vista disincantata e ottenebrata della società pervasa da un delirio etico dove l’ideologia che sorregge i percorsi di costruzione del suo “fare letteratura” è abbastanza palese e riconoscibile tanto da aver dovuto subire nel corso della sua vita una potente campagna denigratoria e censoria, ostacolandone i messaggi e i contenuti ritenuti lontani dal senso di sana moralità.

Imprevedibile e infuocato come quando nella poesia dedicata all’episodio della battaglia di Valle Giulia, ideologicamente si associa alla presenza armata delle forze dell’ordine piuttosto che solidarizzare con i rivoltosi di sinistra; sadico e impetuoso, nella versione rivista delle 120 Giornate di Sodoma dove, da sempre interessato alla storia, introduce la presenza dei militari fascisti; popolare ed autentico nella scrittura in vernacolo, quello friulano di Casarsa prima e il romano poi, amante del linguaggio popolare.

Lo ricordiamo come regista nelle varie produzioni cinematografiche che hanno segnato distintamente la scena italiana: da Mamma Roma a La Ricotta  senza dimenticare, tra le altre, la pellicola Teorema dalla trama in sé asciutta e piatta, ricca di nevralgiche situazioni morbose, pericolose per la società lasciando intendere quanto le sfere del sesso e del potere (tanto care anche a Moravia, ma in forma assai diversa) potessero rappresentare degli aghi di bilancia di un mondo che, velocemente, cambia sotto ai nostri occhi.

Pasolini sapeva leggere la società e denunciare, anticipare con lucidità e servirsi della memoria storica nel farsi indisturbato assertore di un pensiero fondato sulla libertà dei contenuti e dei costumi. Se la sua morte resta ancora un mistero, possiamo credere che l’estrema fiducia verso gli altri –da amante dell’uomo in senso stretto- sia stata la vera ragione che gli ha giocato uno scherzo.

A noi scrittori e poeti, amanti della cultura e ricercatori del vero non resta, allora, che parlare di lui, affondando con profondità e rispetto nei suoi tanti versi e righi lasciati. Non per comprendere la sua fine, ma il suo messaggio. Che è quello di un uomo forte che vibra e scalpita per poter essere ascoltato. Oggi ci onora sapere di aver potuto aggiungere un nuovo mattone al vasto muro della lotta all’oblio, in ascesa verso una più profonda conoscenza.

Giovedì 2 novembre a Roma si terrà una serata dedicata al celebre Pier Paolo Pasolini nell’occasione dell’anniversario della sua dolorosa e mai chiarita morte. L’iniziativa, promossa dal Comitato di Quartiere “Monteverde nuovo”, si svolgerà presso la Libreria “I Trapezisti” di Roma (Via Laura Mantegazza 37) e avrà inizio alle ore 17:30. 

Ricco il programma per ricordare il celebre intellettuale italiano. La scrittrice Lucia Capitolo avrà l’occasione di parlare del suo libro “Pier Paolo Pasolini. Un giorno nei secoli tornerà aprile”, volume che ripercorre le tappe più significative del percorso artistico e professionale dell’artista, insieme a Sandro Bonvissuto.

cover pasolini-page-001 (1)La poetessa Michela Zanarella, Presidente della APS “Le Ragunanze” di Roma,  presenterà l’antologia di autori vari curata assieme al poeta e scrittore marchigiano Lorenzo Spurio l’anno scorso nell’amara ricorrenza dei quarant’anni dalla morte del celebre intellettuale. Il volume, dal titolo “Pier Paolo Pasolini: il poeta civile delle borgate” venne pubblicato da PoetiKanten Edizioni di Firenze e tra i vari contributi figurano una nota critica della poetessa palermitana Francesca Luzzio in apertura quale prefazione e poesie di Dante Maffia, Corrado Calabrò, Mariella Bettarini, Antonio Spagnuolo, Nazario Pardini, saggi di Francesco Martillotto e Giuseppe Napolitano.

Sempre durante la serata in memoria a Pasolini l’eclettico artista Silvio Parello nonché profondo conoscitore e amico dell’autore, racconterà alcuni fatti e aneddoti riferiti al libro “Ragazzi di vita”.

A completare il nutrito pomeriggio si svolgerà la proiezione  del filmato “Il cinema di Pier Paolo Pasolini – La filmografia completa attraverso trailer e scene” il cui montaggio è stato curato da Sandro Tornabene.

L’evento, liberamente aperto al pubblico, si chiuderà con un aperitivo offerto dagli organizzatori. 

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Poesia marchigiana al femminile: gli incontri con Michela Tombi, Jessica Vesprini e Rita Marchegiani

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Con piacere segnalo alcuni degli eventi culturali che nei prossimi giorni interesseranno alcune voci poetiche al femminile della nostra amata Regione che proporranno al pubblico le loro recenti pubblicazioni.

Sabato 21 ottobre alle ore 17:00 presso la Sala Conferenze della Biblioteca Diocesana “Cardinale Petrucci” di Jesi (AN) verrà presentato il libro “Dentro il mio vento” della poetessa pesarese Michela Tombi. Altra valida poetessa delle Marche settentrionali che approda alla Diocesana di Jesi al ciclo di eventi “Incontri con l’autore” della Associazione Culturale Euterpe di Jesi dopo la presentazione di “Il canto di Cecilia e altre poesie” della poetessa pesarese Laura Corraducci (tenutasi lo scorso 7 ottobre). La nuova opera della Tombi si apre con una nota critica di Lorenzo Spurio posta quale prefazione nella quale traccia il percorso poetico della Tombi iscrivendolo a ragione all’interno dell’ampio scenario poetico marchigiano sottolineandone alcuni caratteri precipui al sentimento di marchigianità di antogniniana memoria. Poesia incantata e nutrita di lucore silvano, quella della Tombi, con versi che si metamorfizzano nell’ambiente naturale e di essi respirano: leggiadra ninfa e amazzone pacifica, la poesia della Tombi è canto d’anima, effluvio inarrestabile di sentimenti in cui è l’empatia con il mezzo vegetale a individuarsi distintamente. Poetessa degli alberi, ma anche della campagna e del mare, di quegli ecosistemi a lei familiari che caratterizzano indelebilmente la nostra terra di provincia che è capace di esaltare con orgoglio. Pennellate variopinte di una natura che non è scenario silente delle sole azioni dell’uomo ma attenta scrutatrice, amica sodale, presenza tacita ma confortante. Nel volume è anche presente una breve nota del poeta di Sassoferrato Antonio Cerquarelli, accademico, pluripremiato e autore di “Un fremito di verdeluna”.

 

 

L’autrice è nata a Pesaro nel 1973, città nella quale vive e lavora. Prima di dare alle stampe “Dentro il mio vento” ha pubblicato le raccolte poetiche (auto-prodotte): “Dedica al mistero” (2013), “Lo scrigno dell’anima” (2014) e “Con gli occhi della luna” (2015). Suoi testi sono presenti in volumi antologici tra cui “L’amore al tempo dell’integrazione” (a cura di L.Spurio, S.Vignaroli e A.Montali) curato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi nel 2016 a sostegno dell’Istituto Oncologico Marchigiano (IOM).

All’evento, organizzato dalla Ass. Culturale Euterpe di Jesi e Patrocinato dal Comune di Jesi e dalla Provincia di Ancona, parteciperanno il poeta senigalliese Elvio Angeletti e il collaboratore della rivista di letteratura “Euterpe” Stefano Bardi. Il critico letterario prof. Vincenzo Prediletto rivolgerà un’intervista all’autrice relativamente alla sua predisposizione poetica e alle tematiche da lei normalmente poste al centro della sua attenzione.

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Domenica 22 ottobre alle ore 17:30 presso la Biblioteca Comunale di Urbisaglia (MC) si terrà la presentazione al pubblico della raccolta di componimenti poetici di Jessica Vesprini dal titolo “De-Sidus”. L’evento, organizzato dalla locale Associazione Culturale Socialmente con il patrocinio del Comune di Urbisaglia, vedrà la partecipazione del prof. Alberto Scocco nel ruolo di moderatore.

Jessica Vesprini è nata a Fermo nel 1975, vive a Civitanova Marche (MC). Ha collaborato con la rivista “UT” e recentemente la sua poesia “Mezzavalle” è stata selezionata per l’antologia benefica “Adriatico. Emozioni d’onde e sentimenti” della Associazione Culturale Euterpe di Jesi (curata da S.Vignaroli, L.Spurio e B.Trivak) di prossima pubblicazione.

Il volume della Vesprini è dotato di un apparato critico del dott. Ubaldo Sagripanti, noto psichiatra civitanovese nonché scrittore, pittore e membro della Associazione Dantesca di Civitanova Marche. In esso si legge: “È un’opera impregnata di desiderio e inevitabilmente di mancanza in cui l’incontro, la ricerca e la perdita di Amore sono offerti con immediatezza fotografica autentica, appassionata e vissuta senza sconti. Ognuno dei componimenti illumina un preciso istante di tempo attraversato e che attraversa, di quella presenza a sé stessi che si fa poesia nel momento in cui, la parola che si è imposta all’autrice, viene restituita e trasformata nel segno irreversibile di quel tempo fatto di attimi che è l’unica porta del mistero nudo, sensuale e purissimo della vita che a ognuno di noi è dato di vivere, se lo scegliamo, una parte più e meno altrove”.

Quella della Vesprini è una poesia d’amore e di lontananze, di complicità perdute e di ricordi, che riflette e ha a che vedere con la solitudine imperniata sulla lacerante considerazione che spesso “non basta l’amore/ per avere ragione”; il linguaggio sembra piano e modellato su scelte lessicali non particolarmente elaborate, sebbene non di rado facciano capolino espressioni cariche di criticità, allarme sociale e foschi pensieri come quando, nella poesia “Vita”, parla di un tempo in cui “l’amore gioca con lo stupro”.

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Sabato 28 ottobre alle ore 17:30 presso il Palazzo dei Priori di Montecassiano (MC) si terrà la presentazione del nuovo libro di poesie di Rita Marchegiani intitolato “Gli anni dell’incanto”. Libro dedicato ai ricordi di un’età passata eppure ancora così presenti e vividi nel presente della Nostra: l’esile raccolta poetica è una summa di episodi che, pur nella loro ritualità, hanno rappresentato inscindibili momenti che hanno scritto la vicenda umana della poetessa. Si riflette su ciò che è passato e su ciò che il tempo ha tramutato. La resa finale non è negativa seppur gravata da densa malinconia e da strali di una sofferenza lucida. Rincorrono le immagini pluri-semantiche del silenzio, dell’incanto perduto, della lontananza e del sentire l’assenza.

Rita Marchegiani è nata a Montecassiano (MC) nel 1959. Si è laureata in Medicina e Chirurgia e svolge la professione di medico. Ha pubblicato i libri di poesia “I colori della vita” (1983), “La stagione dei desideri” (1998) e “Madeleine” (2004). È redattrice della testata libera di informazione «Ftnews» nella quale scrive per l’angolo del poeta. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la poesia e la narrativa in vari concorsi letterari.

La presentazione sarà condotta dai relatori prof.ssa Elvira Pensa del Politecnico di Milano nonché responsabile della casa editrice APE di Terni che ha pubblicato il libro e dal dott. Lorenzo Spurio, scrittore, poeta e critico letterario, Presidente della Ass. Culturale Euterpe. L’evento sarà arricchito dalla presenza dell’ospite Noemi Romiti (cantautrice); altri interventi verranno fatti dal prof. Maurizio Boldrini (Direttore del Minimo Teatro) e dal dott. Amerigo Sbriccoli (Presidente dell’Ordine dei Medici di Macerata). L’evento è organizzato dal Comune di Montecassiano con il patrocinio e sostegno dell’Associazione Nazionale Mutilati Invalidi di Guerra.

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“Gazzella. Canto infranto di un migrante” di Fabio Grimaldi. Recensione di Lorenzo Spurio

 

Gazzella. Canto infranto di un migrante di Fabio Grimaldi (Lieto Colle, 2017)

Recensione di Lorenzo Spurio

 

Il tempo è un’ombra allucinata. (47)

downloadIl recente libro del poeta Fabio Grimaldi prende il titolo di un testo sgualcito e sbavato ritrovato nelle tasche di un qualche migrante, “Gazzella”, segno vivido di una possibilità di evadere dal pressante e demotivato presente. Eppure rimane traccia di quell’esperienza, di quell’accaduto, di quell’atto creativo: Grimaldi riporta la scansione di quel testo nato in francese nelle ultime pagine del volume. Sorta di testamento ultimo di un volo verso la speranza, di una possibilità di credere in un mondo fratello.

La gazzella, per antonomasia e nel nostro immaginario comune, è uno degli animali più agili e veloci ed è significativo che un ragazzo che aspirasse alla libertà e a un mondo migliore abbia dedicato un testo attorno all’immagine di questo animale. Metafora di una voglia pressante di partire e di lasciare la propria terra, una fuga tumultuosa verso una meta agognata, percorso azzerato velocemente da grandi falcate che fagocitano il terreno e riducono gli spazi. Eppure ciò non è accaduto né accade ai tanti migranti che, speranzosi di poter toccare la riva di un altro paese, hanno drammaticamente perso la vita nel periglioso tragitto.

Fabio Grimaldi dedica a loro questo lavoro poetico tutto incentrato sul dramma dei moderni migranti. Ne traccia l’intero percorso, dal difficile e accaldato[1] spostamento dai rispettivi luoghi d’appartenenza sino alla costa dove, in un imprecisato lido è organizzato dagli scafisti criminali un porto-fantoccio dal quale partono imbarcazioni precarie, palesemente sfatte e prossime al decadimento. Da lì, tra minacce e violenze verbali e d’altro tipo, il povero migrante si stacca definitivamente dalla terra madre e, pur sottoposto a denigrazioni nonché alle spaventose avversità del mare, sembra in un qualche modo proiettarsi già verso un cammino di felicità: “Sorrisi serrati/ da labbra tumefatte,/ rifioriscono alla vista del mare.// Ah, la parola mare!/ Un miraggio!/ Ma non finisce qui il viaggio!” (29).

La traversata in mare corrisponde a un periodo sospeso in cui l’uomo viaggia nelle avversità, finanche a braccetto con la violenza e la morte: coloro che muoiono vengono ben presto gettati in mare con la stessa semplicità della quale gettiamo via un abito rotto. Lo strozzino, dopo aver guadagnato abbondantemente per quella traghettata infame, li ferisce e li comanda a suo piacimento: “Non dovete fiatare/ o vi butto in mare!” (34) anticipando la fine che molti, vuoi per le intemperie climatiche, vuoi per l’usura dell’imbarcazione, si appresteranno a fare. Lo scafista-demonio lascia, circa a metà dell’avventata navigazione, la scapestrata imbarcazione temendo un arresto nel paese in cui approderà. La ciurma dei disperati è allo sbaraglio: se da una parte può trovare una leggera quiete dovuta all’assenza del criminale che li batteva o uccideva, dall’altra è orfana di un guida che possa traghettarli verso la terraferma. Si crea subbuglio e caos, non di rado tafferugli e violenze che esplodono tra gruppi interni o tra una e più persone.

Accade spesso che il barcone, nella lotta impari con le onde, s’incrini, si ribalti, imbarchi acqua e ben presto sprofondi nelle avverse acque.[2] Neppure i salvagente, già usati in precedenti deliri di spostamento, sono utili: essi sono per lo più rotti, inservibili e dunque vani.

Inizia così la lotta col mare. L’uomo che tenta di salvarsi dalle fredde acque in quel mare esteso, senza traccia d’aiuto se non un compatimento pressoché falso e tardivo che non è in grado di sciacquare il dolore.

Negli sparuti casi in cui la deriva o l’inabissamento dia possibilità agli sciagurati di salvarsi (quando il barcone, non più molto distante dalla costa viene avvistato e segnalato agli enti competenti) si mette in marcia quella serie di operazioni tese a limitare i danni. Il salvataggio dei migranti, che tendono le loro mani e s’aggrappano, si stringono e reclamano quelle dei soccorritori, sono immagini che tutti abbiamo bene configurate nella nostra mente perché viste e replicate indicibili volte. In questa fase in cui gli uomini vivono galleggianti sul vasto mare è come se acquisissero le peculiarità delle creature acquatiche: l’uomo è sardina, poi è un tonno come quando Grimaldi “racconta di migranti/ finiti con i barconi/ contro le gabbie per la pesca dei tonni,/ quelli che sono riusciti a salvarsi/ aggrappandosi alle reti,/ vengono ricordati come “gli uomini tonno”…” (43).

Chi si salva ed entra in terra occidentale, non direttamente avrà una vita felice e realizzata come quella che anelava anzi, più spesso, non l’avrà mai. Grimaldi, con la sua poesia sintetica dal tono serafico e impietoso traccia in maniera assai visiva le varie e tribolate fasi del percorso di questi derelitti continuamente soggiogati dal potere degli altri, usati e mossi come pedine in un gioco da tavola. Fuggono dalla dittatura e, per farlo, sono costretti ad affidarsi a un demonio in terra, un torturatore, che permette loro – a condizioni inenarrabili – di farli fuggire da quel mondo di sevizie e povertà. Arrivati all’altra sponda trovano un’accoglienza frugale a cui fa seguito una blanda considerazione degli enti amministrativi, indifferenza della gente, pregiudizio ed emarginazione che li ghettizza e li allontana ulteriormente da quel senso civico di cui la loro grande fame che li ha spinti ad evadere.

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Siamo consci che il fenomeno dell’immigrazione sia complesso da trattare perché non dovrebbe esulare di prendere in considerazione l’altra metà della realtà che esso pone, quale ad esempio il tema della difficile integrazione, del fanatismo religioso che non di rado si presenta, l’arroganza e la non civile disciplina finanche gli episodi di criminalità diffusa che, secondo molti, sarebbero da ascrivere o comunque da legare a un’eccessiva immigrazione. Grimaldi non tocca tale argomento e si pone, con rispetto e vivida forza immedesimativa, nella realtà difficile di questi poveri Cristi, sbandati e derelitti, in fuga e abbandonati, che vivono nel tormento della nostalgia nonché di una dilaniante situazione psicologica e di frantumazione identitaria.

Le varie parti che compongono la silloge portano titoli apparentemente curiosi dove vengono richiamati degli animali che, invece, in maniera quanto mai concreta descrivono sinteticamente i vari stadi, le varie fasi metamorfiche dei migranti nel loro lungo e fosco percorso. Questa catalogazione è assai significativa: si passa da animali piccoli e in sé difesi descritti rinchiusi in un contesto stagnante e invivibile ad animali di più grande taglia sottolineando – come nel caso delle pecore marchiate – il difficile e mai completo raggiungimento della libertà.

Ciò che mancava clamorosamente nel paese nativo (democrazia, libertà, sicurezza, speranza e futuro) manca, in effetti, anche nei paesi in cui si è attraccato anche se viene dato da credere che così non sia. Paesi che formalmente dichiarano la loro democrazia e uguaglianza dinanzi ai cittadini finendo, non di rado, per mostrarsi insensibili, sprezzanti e chiusi nei confronti di reali esigenze sociali.

Gazzella di Fabio Grimaldi non è un canto disperato e struggente come recentemente molta poesia è in relazione a dinamiche etico-civili, collegate o non con il dramma dell’immigrazione, ma un canto fine sulla vicenda esistenziale del migrante: uomo dello spazio, costretto ad abitare mondi incivili che lo espungono di continuo. Esistenze che perdono il legame con la terra e difficilmente ne instaurano uno nuovo nel contenitore geografico dove sono costretti a restare. Il poeta maceratese mostra rispetto verso una materia oggetto di una disputa continua nell’opinione pubblica e centrale all’interno del divaricante sistema ideologico e politico che dà più o meno importanza al tema, riconoscendo talora comprensione, tal altra armandosi di tabù e di forti negazionismi, connivente la grande madre Europa che preferisce attribuire fondi per l’assistenza che proporre una soluzione praticabile e migliore.

La confessione-proclama all’apertura del libro in cui un genitore – intuiamo ormai anziano – incita il figlio a lasciare quella terra, quella valle delle lacrime, per trovare significato altrove e realizzarsi, si chiude con un imperativo laconico “Vattene da qui!” (15) che poi non è nient’altro che l’atteggiamento con cui l’europeo finirà per accoglierlo.

Con garbo autentico e profonda sensibilità verso la materia, Grimaldi evoca problematiche assai ampie interconnesse col fenomeno da lui indagato da dentro, addirittura introiettato, quello dell’ “infanzi[a] violat[a]” (37) e quello dell’approdo in un non-luogo vissuto dagli oriundi come fastidioso e motivo di allarme sociale, ben riassunti nella perifrasi del “convulso dramma della ragione” (38), locuzione che sottolinea come il dramma sia insito in un “sonno” della coscienza che, come nell’opera di Francisco Goya, è così potente da generare mostri.

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 27/09/2017

 

[1]Il deserto beve/ il corpo e la mente/ di ogni essere vivente” (25).

[2] Grimaldi definisce il mare “una bara” (48) e le acque e le sue profondità “loculi marini” (49).

“Percorsi di versi”: sabato 23 sett. ad Agugliano un reading poetico con un intervento critico sulla poesia civile a cura di Lorenzo Spurio

Presso la Biblioteca Comunale di Agugliano, recentemente dedicata alla memoria della giovane Sara Iommi, si terrà sabato 23 settembre alle 21 un reading poetico organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe. A prendere la parola saranno una serie di poeti locali che parteciperanno alle letture di testi in italiano a tema libero all’interno dell’evento intitolato “Percorsi di versi”.

Tra di loro: Rita Angelelli (Santa Maria Nuova), Elvio Angeletti (Marzocca di Senigallia), Andrea Ansevini (Polverigi), Marco Ausili (Ancona), Maria Luisa D’Amico (Falconara M.ma), Cristiano Dellabella (Cupramontana), Assunta De Maglie (Cingoli), Franco Duranti (Jesi), Massimo Grilli (Ancona), Luciana Latini (Maiolati Spontini), Laura Molinelli (Falconara M.ma), Franco Patonico (Senigallia), Cinzia Perrone (Jesi), Patrizia Pierandrei (Jesi), Matteo Piergigli (Monte San Vito), Ilaria Romiti (Monte San Vito), Oscar Sartarelli (Jesi), Stefano Sorcinelli (Fano), Lorenzo Spurio (Jesi), Riccardo Tiberi (San Paolo di Jesi).

Ad arricchire la serata sarà la proiezione di alcune video-poesie del senigalliese Elvio Angeletti con particolare attenzione alla poesia “Erano fiori” risultata vincitrice in vari concorsi nazionali che permetterà al critico letterario Lorenzo Spurio di intervenire sul genere poetico della poesia civile, approfondendo questo filone espressivo e di denuncia molto praticato nella contemporaneità.

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La premiazione del 2° concorso di racconti “Storie in viaggio” al Castello del Cassero a Camerata Picena il 17/09/17

L’iniziativa è ideata e promossa dalla Ass. Culturale Euterpe di Jesi

Domenica 17 settembre alle ore 17 presso il noto Castello del Cassero di Camerata Picena (AN) si terrà la cerimonia di premiazione della seconda edizione del Concorso di racconti brevi “Storie in viaggio” ideato l’anno scorso dalla scrittrice Gioia Casale e organizzato dalla Associazione Culturale Euterpe di Jesi della quale è Consigliere.

Il concorso, a carattere nazionale, propone di dedicarsi alla scrittura di brevi racconti che abbiano a che fare, in maniera del tutto libera, con il tema del viaggio. Lo stesso concorso è una seguitissima iniziativa itinerante dato che ogni anno la premiazione viene tenuta – per espressa volontà degli organizzatori – in un comune diverso della Regione Marche. L’anno scorso la cerimonia finale si è tenuta, infatti, nel Maceratese nel Comune di Cingoli, presso l’affascinante location dell’Auditorium Santo Spirito.

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La torre del Castello del Cassero a Camerata Picena (AN)

Quest’anno, al Castello del Cassero di Camerata Picena, si procederà a premiare i venti autori risultati finalisti tra cui i primi dieci con targa, diploma e motivazione della giuria e i restanti dieci, a pari merito, con Menzione d’onore e una coppa personalizzata.

L’ampio lavoro di lettura e valutazione delle opere giunte per partecipare al premio è stato svolto da due Commissione di Giuria, una di pre-selezione e l’altra definita “finale”. La composizione delle due giurie è stata la seguente; nella commissione di pre-selezione erano presenti Elvio Angeletti, Oscar Sartarelli, Stefano Vignaroli, Franco Duranti, Gianfranca Carletti, Gioia Casale, Vincenzo Prediletto, Marinella Cimarelli, Martina Pergolini e Antonella Brunelli. Nella commissione di giuria finale erano, invece, presenti: Alessandra Montali (Presidente del Concorso), Lorenzo Spurio (Presidente Ass. Euterpe), Marco Squarcia, Elena Coppari, Angela Orazietti, Maria Anna Mastrodonato ed Elena Tramonti.

L’esito finale con la graduatoria dei vari finalisti verrà comunicata solamente durante la premiazione e in seguito pubblicata sul sito ufficiale della Associazione Culturale Euterpe. I venti finalisti, da varie regioni d’Italia, che ambiscono alla vittoria sono: Franca Parazzoli, Cristina Biolcati, Costantino Delfini, Gabriele Andreani, Loredana Simonetti, Rossella Triggiani, Fabrizio Trainito, Davide Bacchi, Claudio Botteon, Valentina Chiatti, Andrea Doimo, Attilio Gardini, Pietro Garuccio, Daniele Pacini, Stefania Pellegrini, Piko Cordis, Guido Vianello, Verdiana Maggiorelli, Gloria Lai, Elisa Gentiletti.

Alla cerimonia di premiazione saranno presenti Agnese Tramonti (Assessore alla Cultura del Comune di Camerata Picena) e Tiziana Maggiori (Presidente della ProLoco di Camerata Picena). L’intero evento, patrocinato dalla Provincia di Ancona e dal Comune di Camerata Picena, vedrà la preziosa collaborazione del Maestro Massimo Agostinelli che, alla chitarra, eseguirà brani di Sor, Vinas e Satie.

La cerimonia di premiazione sarà anticipata da un ricco programma messo in piedi dalla Associazione Culturale Euterpe che inizierà alle ore 10:30 con il ritrovo al Parcheggio “Le Terrazze” di Camerata Picena per la visita guidata al centro storico e alle Piane di Camerata. A seguire, alle ore 12:30 – per chi ha preventivamente prenotato – si terrà un pranzo conviviale al ristorante “Carpe Diem” alle Piane di Camerata.

Nel primo pomeriggio, alle 15:30, ci si ritroverà presso il Castello del Cassero, per la visita dello stesso e la tisana di benvenuto che lì sarà offerta. Alle 17:00 prenderà inizio la cerimonia di premiazione della seconda edizione del concorso di racconti brevi “Storie in viaggio”.

L’evento è liberamente aperto al pubblico e la cittadinanza è invitata a partecipare.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327-5914963

“Flâneur. L’arte di vagabondare per Parigi” di Federico Castigliano

“Flâneur. L’arte di vagabondare per Parigi” di Federico Castigliano
Nota di Lorenzo Spurio

Gentile prof. Castigliano,

Le confesso che – oramai vari anni fa – all’università degli studi di Urbino “Carlo Bo”, nella quale studiavo, una professoressa molto innovativa ci propose – nelle sue ore in cui la materia era “Storia dell’arte contemporanea” – una serie di lezioni in merito alla “Storia del camminare” vista e riletta attraverso varie pitture, sculture e pratiche assai comuni. Lette, però, in una chiave molto interessante, ossia di tipo sociologico che – mi pare di capire – anche Lei ha adottato nella stesura di questo pregevole lavoro del quale non posso che complimentarmi vivamente con Lei.
20861601_729363677271478_2397785198668349000_o.jpgIn tale circostanza, tra i vari materiali di studio e di supporto per l’espletamento degli studi inerenti al corso in oggetto, vi era proposto il libro (saggio) che Lei ben conosce, in quanto lo cita nella bibliografia, di Rebecca Solnit. Un volume molto interessante e foriero per me di divagazioni di vario tipo. M’incuriosì il fatto che, pur essendo ancorato fortemente agli studi di matrice letteraria e linguistica, un volume del genere riuscisse a trasportarmi in maniera molto efficace su altri lidi. Fu davvero una illuminazione. 
Non le nego, infatti, che – anni dopo – quando mi capitò di figurare quale Presidente di Giuria di un premio letterario dal titolo/tema “Camminanti” e qualcosa del genere, la cui premiazione si tenne a Recanati, poco distante da me, e a pochissimi passi dalla celebre casa del Poeta romantico, non ci pensai due volte – visto l’aderenza al tema – di provvedere, assieme alla relativa organizzazione, all’acquisto di un tot di copie della Solnit da fornire quale ulteriore premio e riconoscimento ai vincitori.
Mi perdonerà per la digressione, ma ci tenevo a dirglielo perché, leggendo il suo testo, ho provato qualcosa di simile. Nel senso che ha avuto la grande capacità di riportarmi a quei momenti di studio sul testo della Solnit e, ancora, ad affacciarmi in maniera così precipua all’universo dei flâneur. I saggi che compongono il suo volume rendono assai merito e vivida questa figura tratteggiandola in ogni aspetto in maniera assai congrua e completa. Ho apprezzato in particolare i contrasti che lei pone per descrivere la figura del flâneur in maniera contrastiva – e sottrattiva – rispetto al turista, al barbone o, ancora, al semplice passeggiatore. Gliene rendo merito. E’ un testo molto ben fatto che, nella sua compattezza, riesce a delineare in maniera chiara quello che è stato ed è più “un modo d’essere” che “un modo di fare”.
Rimarchevole è il modo in cui Lei si sia spinto ad occuparsi della città anche ai nostri giorni dandone tracce di ciò che in essa freneticamente si compie dove l’oggettivizzazione della realtà (e qui bisognerebbe chiamare in causa il “realismo terminale” fondato da Guido Oldani) sembra fare da padrone. Assai curiose e interessanti le parti dove affronta i temi-cruciali del nostro Secolo in merito al “non-luogo” e alla “iperrealtà”.
Queste sono solo delle impressioni a caldo, ovviamente, dettate dalla piacevolissima e istruttiva lettura del Suo volume; un’analisi più dettagliata meriterebbe maggior tempo che spero di poter ave più avanti. La ringrazio di cuore per avermi messo al corrente della Sua opera, con preghiera di darmi notizia – se e quando ce ne saranno – di ulteriori sue pubblicazioni che possano in qualche maniera seguire o ampliare questo filone di studi.

Con viva cordialità

Lorenzo Spurio 

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