Squarci taurini e la potenza del duende in “Alla piazza di sangue” di Lorenzo Spurio

Squarci taurini e potenza del duende nella poesia “Alla piazza di sangue” di Lorenzo Spurio

Commento critico di Lucia Bonanni

ALLA PIAZZA DI SANGUE

di Lorenzo Spurio

En las esquinas grupos de silencio/ a las cinco de la tarde

(FEDERICO GARCÍA LORCA, Llanto por Ignacio Sánchez Mejías)

Un vecchio registrava affanni

e claudicante ricercava

il suo posto all’ombra.

¡Hola!

Il sole scottava,

le lamiere roventi

mandavano fugaci sorrisi

ingannando bontà.

Il clarino suonò dolciastro,

la folle estasiata

si godeva quei terzi

nell’arena appiattita.

¡Aca toro!

Due veroniche congiunte;

la gente tratteneva il fiato

preoccupata

pronta al peggio

e ingiuriava con giuoco il bravo

inveendo motteggi

e sputando sfottò

animaleschi.

¡Olé!

Le mosche infastidivano

e rompevano la poca calma

di un pomeriggio

iniziato alle cinque.

Il borbonico scudo stinto

volteggiava depresso

e costernato

riconosceva legalità

al disprezzo dell’uomo.

¡Ay!

Qualcuno avrebbe mangiato una coda

in una taverna vicina alla plaza

L’avrebbe condita con patate,

come pregiatissime medaglie

di un bottino ritrovato.

Quel pomeriggio, però,

l’abito del torero

non aveva luccicato.

¡Malditos sean los hombres!

(C) Lorenzo Spurio 

Commento critico di Lucia Bonanni 

“Alla piazza di sangue”, “Piazza Tahrir” e “L’aiuto non dato (Maidan)” sono i tre componimenti poetici, inseriti nella silloge Neoplasie civili che Lorenzo Spurio dedica alla piazza, luogo principe della vita cittadina dove si manifestano accadimenti diversi nello spazio e nel tempo. Passaggi di storia, attualità e tradizioni popolari si intrecciano e si esplicitano in un compendio narrativo che fa dell’agorà, sito di aggregazione pacifica, ma anche di rivolta. Mentre in “L’aiuto non dato” l’autore racconta, come egli scrive nella nota a margine della poesia, delle “manifestazioni di protesta e di resistenza del popolo ucraino” e in “Piazza Tahirir” ci dice della “rivolta che nel luglio del 2013 scoppiò ad Al Cairo, in “Alla piazza di sangue” riprende il cerimoniale della temporada taurina con esplicito riferimento alla poesia che Federico García Lorca dedicò a Ignacio Sanchéz Mejías.

Quello che scrive Lorenzo Spurio, è un componimento assai complesso e articolato e non solo per le implicazioni di carattere emotivo, quanto per i contenuti, la costruzione sintattica e i continui rimandi alla poetica e agli studi compiuti da F.G. Lorca. Ciò che si nota nel testo di Spurio è una serie di quadri scenici che vanno a comporre una coreografia più ampia. Sono quadri dalle immagini vivide, fissate sulla pagina  attraverso pennellate di metafore, personificazioni e allusioni di senso. In essi si ritrova ammirazione per la “festa taurina” come pure l’ardore di quel “fuoco creativo”, denominato gioco del duende con enunciati evocanti il cante jondo e gli studi sulla chitarra.

“Va fatta una distinzione essenziale riguardo all’antichità, alla struttura, allo spirito delle canzoni”, puntualizza F.G. Lorca durante la conferenza de “El cante jondo”, rilevando la differenza tra i due termini. Per cante jondo il poeta intende un gruppo di canzoni andaluse il cui archetipo è riconducibile alla siguriya gitana da cui derivano altre canzoni popolari. Le strofe di queste canzoni che prendono anche la denominazione di malagueñas e peteneras, sono consequenziali alle altre e la differenza risiede nel ritmo e nell’architettura musicale. Sono queste le canzoni che Lorca definisce flamencas “Colore spirituale e colore locale”, ecco la profonda differenza, dice ancora Lorca, precisando che il termine jondo è la deformazione dell’ebraico “jom tob”, giorno festivo, per cui il significato viene ad essere quello di canto liturgico. “L’ellisse di un grido/va da monte/ a monte” ed il momento in cui “si rompono i calici/ dell’alba (e) comincia il pianto/della chitarra” e proprio la chitarra è un altro degli argomenti che Lorca trattò nella conferenza del cante jondo. “Il maestro Falla afferma che la siguriya gitana è l’unico canto che il nostro continente abbia conservato in tutta la sua purezza” e appartiene alla categoria del cante di cui fanno parte anche i fandangos. “Nella casa bianca muore/la perdizione degli uomini/(mentre) la corda di una chitarra/si rompe” (F.G. Lorca, “Bordón”) e la petenera viene ad essere l’espressione leggendaria del cante jondo e sembra che per antonomasia derivi dalla cantante “la Petenera” che ha fatto nascere la superstizione che cantare peteneras dia di malaugurio per i cantanti e i musicisti gitani.

Ay”, interiezione spagnola che corrisponde all’ahi italiano, ma coincide anche con l’uso di ah quale sospiro, preghiera , meraviglia; l’ay è l’elemento caratteristico dell’arte flamenco, utilizzato per intonare la voce, mentre l’ayeco, ripetizione di ay, è l’elemento con cui si giudica la capacità del cantor, il cantante. “I giorni di festa/vanno sulle ruote./La giostra li gira/ e li rigira” (F.G. Lorca, “Giostra”).

La “festa taurina”, il ballo collettivo e  la Gigantera, la processione, chiudono le feste patronali che si concludono con “il toro di fuoco”, oggi sostituito con una carcassa metallica e fuochi artificiali. Durante la corrida le gradinate dell’arena esigono il contrasto  tra le persone in abiti eleganti che vanno ad occupare la gradinata d’ombra e il pubblico che riempie la gradinata di sole. Tali gruppi, detti peñas, fanno baldoria, rallegrando le feste taurine con la gazzarra di canti e balli; la merenda, uno dei momenti tipici della corrida, è costituita da vivande forti, innaffiate con vino e altri alcolici. “La corrida non è una gara tra un toro e un uomo. É piuttosto una tragedia: la morte del toro, recitata dal toro e dall’uomo insieme e in cui c’è pericolo per l’uomo, ma morte sicura per l’animale”. Al toro, già fiaccato con picas e banderillas, quando è ancora vivo, vengono tagliate coda e orecchie, macabri trofei di uno spettacolo che “non è uno sport nel senso anglosassone del termine”.

“Il duende non sta nella gola; il duende sale interiormente dalla pianta dei piedi” ed è un qualcosa di intraducibile perché non è una facoltà, bensì stile di antica cultura e “quando un artista mostra il duende non ha più rivali” e non esistono esercizi per poterlo imparare. Nella musica araba viene salutato con espressioni del tipo “Allah! Allah”, “Dio Dio” assai prossimi all’ “Olè” della corrida mentre nei canti della Spagna meridionale l’apparizione del duende è anticipata dal grido “Viva Dios” quale evasione poetica dal mondo reale.

laVolendo stilare un’analisi comparata tra l’esposizione poetica di Spurio e gli argomenti fin qui enunciati, è d’obbligo tracciare una sinossi esplicativa in grado di evidenziare impalcatura e contenuti letterari del componimento in esame. In questi versi la plaza de toros si connota nelle espressioni tipiche della corrida quali “hola, aca toro, olé, ay”, qui poste a compendio di ciascuna strofa e che fanno da ponte verso la chiusa dell’intero componimento dove la frase “Malditos sean los ombres”, diventa quasi un dardo di maledizione. Nella terzina iniziale, proemio del componimento, l’immagine delle gradinate si delinea attraverso la figura temporale del vecchio che, carico di vecchiezza e affanni, ricerca un posto sulle gradinate d’ombra.

Nella strofa successiva, composta di otto versi, si evidenzia il quadro della “folla estasiata”, assimilabile ai gruppi delle peñas che fanno baldoria al suono “dolciastro” di un clarino che ha sostituito quello della chitarra  mentre sotto il sole rovente la superficie dell’arena risulta una figura piana, “appiattita” anche  dai sorrisi ingannatori, emanati dalle lamiere baluginanti di sole.

Ancora una strofa di otto versi a richiamare la petenera quale figura di malaugurio che si assimila alle “due veroniche congiunte” nella mediazione evocativa della morte che si delinea nell’intercalare di versi puntuali ed efficaci con l’uso di espressioni lessicali, mutuate dalla lingua spagnola come ad esempio “bravo” ad esporre l’atteggiamento coraggioso del torero, ma anche il suo fare superbo e sprezzante. Intanto la folla dopo aver consumato la classica merenda, inveisce e sputa insulti “animaleschi”. “Le ferite ardevano come soli/ e la folla rompeva le finestre/alle cinque della sera” (F.G. Lorca, “Lamento per Ignacio Sanchéz Mejías”). Una strofa di nove versi, la quarta in successione logica, mostra l’insegna borbonica che volteggia depressa, riconoscendo “legalità/ al disprezzo dell’uomo” e l’interiezione “ay” anticipa il dramma già annunciato nei versi precedenti.

Chiude il componimento, una specularità di immagini contrapposte, quasi una legge del contrappasso in nove versi, in cui da una parte si nota “l’abito del torero (che) non aveva luccicato” e dall’altra ci sono persone “in una taverna vicino alla plaza” che seguendo un’antica usanza mangiano coda con patate, facendo delle vivande un bottino di guerra da esibire come “pregiatissime medaglie”. “Non voglio vederlo/ Dillo alla luna  che venga,/ che io non voglio vedere il sangue/ d’Ignacio sull’arena” (F.G. Lorca, op. cit.).

Pur nella sua complessità concettuale e nella sua ampiezza letteraria, il componimento di Spurio attua una teoria creativa che costringe il lettore ad un passaggio di lettura attento e ragionato, anche grazie agli  spazi bianchi tra una strofa e l’altra che danno modo di soffermarsi e riflettere su quanto è stato già letto, continuando  a centellinare l’iter narrativo in un apprendimento di fatti e agganci alla sua poetica e a quella del poeta spagnolo. Mi è sembrato, volendo guardare il numero dei versi di ciascun gruppo strofico, che l’autore non si è affidato alla casualità, bensì ha seguito un certo rigore matematico. Infatti il tre è un numero perfetto mentre il nove è suo multiplo e potenza del tre al quadrato; l’otto è multiplo di due e  potenza del due elevato alla terza, ed è anche il doppio di quattro, schema che si assimila alla seguidilla, strofa formata da quattro versi brevi proprio come usa fare Spurio nel suo componimento che riesce ad accorpare due strofe e a scandire un ordine logico di basi e potenze letterarie e poetiche per un racconto che incanta, si fa medium di  profonde emozioni e mostra il colore spirituale del duende.

Lucia Bonanni

15-07-2015

Le interviste di Lorenzo Spurio ad alcuni grandi poeti pubblicate in “La parola di seta”

La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi

di Lorenzo Spurio

COMUNICATO STAMPA

cover la parola di seta-page-001Lo scrittore e critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio ha raccolto in questo volume una serie di interviste fatte negli ultimi anni ad esponenti di spicco del panorama culturale letterario legate all’universo della Poesia.

Sandro Gros-Pietro nella prefazione osserva: «Per usare la metafora scelta dall’autore, la poesia è una parola di seta, tanto elegante quanto resistente e tenace, pure nella sua leggerezza dell’essere. Il merito maggiore di Lorenzo Spurio, per il quale non smetteremo di essergli grati anche negli anni a venire, è quello di non avere voluto, neppure come idea peregrina o barlume montaliano, propinarci l’ennesimo repertorio sulla poesia italiana d’attualità, cioè una sorta di distillato d’autore sui nomi fondanti e significativi dei bravi poeti che rappresenterebbero il nostro tempo. Lorenzo Spurio non è, dunque, caduto in quel collettore oscuro della vicenda poetica che gorgoglia solo di presunzione e di collusione con il potere editoriale, e che compila le classifiche di merito tra i poeti italiani con la risibilità truffaldina delle hit parade canzonettare, ma al contrario si è mantenuto fedele a una concezione di “viaggio nella conoscenza poetica d’attualità».

Tra i poeti intervistati figurano Corrado Calabrò, Marzia Carocci, Ninnj Di Stefano Busà, Fausta Genziana Le Piane, Dante Maffia, Francesco Manna, Fulvia Marconi, Julio Monteiro Martins, Nazario Pardini, Franco Pastore, Renato Pigliacampo, Ugo Piscopo, Anna Scarpetta, Luciano Somma, Antonio Spagnuolo, Rodolfo Vettorello e Lucio Zinna. In appendice una sezione dedicata alle interviste di alcuni giovani promesse poetiche: Iuri Lombardi, Emanuele Marcuccio, Annamaria Pecoraro e Michela Zanarella.

All’interno del volume figurano anche poesie proposte in lettura e per un commento ai poeti intervistati. Tra i classici: Marino Moretti, Corrado Govoni, Leonardo Sciascia, Alda Merini, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Antonio Machado, Pedro Salinas, Walt Withman, William Butler Yeats, Sylvia Plath, Bertolt Brecht, Charles Bukowski, Wislawa Szymborska; tra i contemporanei: Paolo Ruffilli, Elisabetta Bagli, Mia Lecomte, Sandra Carresi e Giorgia Catalano.

Il libro edito da PoetiKanten Edizioni può essere acquistato scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com oppure su ogni vetrina online di libri (Ibs, Amazon, Libreria Universitaria, Unibo,…).

SCHEDA DEL LIBRO

La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi

a cura di Lorenzo Spurio

Prefazione di Sandro Gros-Pietro

Postfazione di Amedeo Di Sora

PoetiKanten Edizioni, 2015

ISBN: 9788899325206

Costo: 15 €

“Viole di passione” di Patrizia Pierandrei. Recensione di Lorenzo Spurio

Viole di passione di Patrizia Pierandrei

Editrice Pagine, Roma, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

"Viole di passione" (2015)
“Viole di passione” (2015)

Dopo la silloge d’esordio Rose d’amore pubblicata nel 2014, Patrizia Pierandrei ritorna con una nuova pubblicazione, sempre edita dall’editore Pagine di Roma. Il titolo della nuova silloge è Viole di passione e sembrerebbe che rimarchi l’attenzione verso il floreale come era stato nel primo libro e che si prosegua dal punto di vista tematico nell’espressione di un attaccamento e difesa nei confronti della natura. Ciò è in parte vero dato che nel nuovo libro troviamo poesie come “Accecante sole”, “Il leone”, “Luna rossa”, “Il lago” che pongono, cioè, l’attenzione su determinati scenari ambientali che sono concausa dello sprigionarsi delle emozioni della donna, ma vi è anche dell’altro.

Viole di passione si compone di liriche che, come è tipico osservare nella cifra poetica della Pierandrei, amano il verso lungo tendente alla prosaicità, l’impiego di rime alternate e l’utilizzo parsimonioso di metafore ed analogie, e dipartono dal tema centrale dell’amore chiamando in causa tanto i ricordi che appartengono a un mondo ormai passato ma non perduto quanto considerazioni sulla durevolezza, sull’esigenza e sulle problematiche che l’amore reca con sé.

Se era giusto osservare, dunque, che la silloge d’apertura si apriva al lettore come più speziata, policromatica e suggestiva, con immagini nitide e rivelatrici di un’attenta scrutatrice del mondo (con episodi anche di poesia sociale) nella nuova silloge la Pierandrei sembra aver radicalizzato le tematiche all’interno di due ampi filoni: da una parte tutti quei versi che si centralizzano sul concetto di dualità e che chiamano in causa dunque le manifestazioni di contrasti, opposti, polarità che la Nostra ravvisa tanto nella società quanto a livello più personale all’interno di dinamiche domestiche e per le quali si augura che tali parti contrarie di un’unica realtà possano in qualche modo interagire tra loro in maniera sana, razionale e matura.

L'autrice, Patrizia Pierandrei
L’autrice, Patrizia Pierandrei

Dall’altra parte c’è una dark side nella poetica della Nostra che puntualmente, quasi in ogni testo poetico parla di falsità ed ipocrisie, tradimenti, delusioni, abbandoni ed allontanamenti, mettendo in campo cioè l’animo depresso e ripiegato su se stesso di una persona che ha sperimentato nel corso della sua esistenza momenti poco felici nei quali ha subito, è stata costretta ad accettare le volontà e il giudizio di un altro e dunque è stata relegata alle decisioni altrui. Ce ne rendiamo benissimo conto anche dai titoli “Violazione”, “Ritorsione”, “Intrusione” e così via che chiarificano uno stato di lotta con l’essere, una situazione d’angoscia vissuta forse in silenzio e comunque dolorosa tanto da significare un disagio di carattere esistenziale. Chiaramente non è interesse del critico né del lettore avanzare possibili incidenze dei versi a livello biografico della Nostra poiché chi si approssima a leggere un libro deve avere come punto di interesse solamente ciò che è racchiuso all’interno di esso.

I versi spesso lunghi tendono più a spiegare e dunque ad argomentare un episodio o una realtà piuttosto che a evocarlo o a farlo immaginare al lettore; la puntualità del linguaggio e spesso la sua austerità nel descrivere momenti sembra offrirsi al lettore in maniera algida quasi da non permetterne un condizionamento diretto. Nel volume sono presenti, però, anche poesie (pochissime) che abbandonano quel peso esistenziale per dedicare spazio, invece, alla scrupolosa osservazione di ciò che circonda la Nostra, come la luna o la rosa, o degustazioni di sapori, come quello del tartufo.

Permane al termine del volume un senso amaro che ci ha accompagnato nel corso della lettura che non viene edulcorato e che ci riporta alla necessaria riflessione su versi/asserzioni che la Nostra ha fatto nel corso di questo tragitto nel campo della poesia: “Non abbiamo più avuto occasione/ di spiegarci con vera attenzione/ la difficoltà dei diversi punti di opinione” (14). Sembrerebbe questo un fatto banale ma, come la Storia è portavoce, è dall’incomprensione o dal mal-considerazione (la nostra parla anche di pregiudizi) che si partoriscono drammi difficilmente arrestabili.

LORENZO SPURIO

“Le mie parole d’acqua” di Maria Luisa Mazzarini. Recensione di Lorenzo Spurio

Le mie parole d’acqua di Maria Luisa Mazzarini

Edizioni Divinafollia, Caravaggio, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio 

“Le mie parole d’acqua” (2015)

Dopo Lanterne per riconoscermi la poetessa Maria Luisa Mazzarini ritorna con una nuova pubblicazione che sin dal titolo e dall’immagine di copertina contribuisce a trasmettere al contempo leggerezza e freschezza. Il nuovo libro edito da Edizioni Divinafollia che si apre con una nota critica di Silvia Denti, porta il titolo di Le mie parole d’acqua. Una ragazza vestita con un tubino fucsia a braccia rilassate fluttuanti si trova visibilmente estasiata immersa nell’elemento acqua che, come vedremo, pervade l’intera raccolta poetica.

La Nostra ci fa fare un percorso curioso e multidirezionale all’interno dell’elemento acqua tanto da poter definire questa silloge un’opera equorea che ha, cioè, un forte legame con la corposità liquida dell’acqua e in maniera particolare con il mare.

Da Talete che identificò nell’acqua l’arché o principio primo di tutte le cose, ad Eraclito che nel celebre Panta Rei di filosofica memoria individuò un principio rigenerante e continuo traducibile come “tutto scorre” e che ci rimanda alla ciclicità e alla rinnovabilità dell’elemento acqua, senza dimenticare la cosmologia di varie culture che fa partire la genesi del mondo proprio dalla presenza di tale elemento, ma neppure la fertilità della Mesopotamia dove nacque la civiltà e si diffusero vari popoli, all’importanza del bagno nel fiume sacro in alcune pratiche demoetnoantropologiche, alla ritualità del battesimo purificatore nella nostra tradizione religiosa, alla lode di “sorella acqua” nel celebre Cantico francescano.

L’acqua è principio e fondamento di vita, elemento imprescindibile per la crescita, lo sviluppo, il sostentamento, per la maturazione e per la sostenibilità di un futuro. Il grande modernista T.S. Eliot nella celebre Terra desolata parlava di uno scenario devastato e improntato al lutto universale proprio per la carenza di acqua e Coleridge nella Ballata del vecchio marinaio nel personaggio del vecchio lupo di mare che si era macchiato della colpa di aver ucciso un albatros senza ragione, intravedeva per lui il pentimento solamente dopo la conversione a Dio e il gesto simbolico della benedizione di alcuni serpi di mare.

Per non divagare troppo e ritornare alla silloge di Maria Luisa Mazzarini devo osservare che una delle cose che più piacevolmente colpisce l’occhio del lettore è la massiccia presenza di citazioni a classici che immortalano l’acqua non solo quale elemento necessario e salvifico ma che lo concettualizzano istituendo metafore con il sentire e il vivere umano. Tra di esse un esergo dedicato alla poetessa milanese Antonia Pozzi che giovanissima si diede la morte in cui leggiamo “l’anima è come acqua” e il tema del suicidio, per osmosi, non può che farmi pensare alla morte di Virginia Woolf che proprio in un fiume decise di togliersi la vita. Episodi drammatici in cui l’elemento vitale si trasforma in nemico e mezzo di morte.

Maria Luisa Mazzarini abbraccia largamente tutte le manifestazioni della presenza dell’acqua, siano esse stagnanti (lago) o sorgive (torrente),siano esse appartenenti alla natura intesa in senso ampio (mare, fiume, lago), sia vengano a rappresentarsi in secrezioni acquose prodotte dalla fisiologica natura dell’uomo (le lacrime). Dell’acqua si sottolinea con attenzione la sua proprietà liquida, il fatto di essere un fluido oscillante, instabile, propagante, capace (è l’unico stato di materia in grado di riuscirci) ad occupare uniformemente ciascun spazio nel quale viene riversato. Alla Nostra non interessa però la Fisica ma va rintracciando nell’elemento acqua non solo il principio vitale ma anche l’ebrezza del sentimento panico con la natura e, di riflesso, istituisce tra molecole d’acqua e sensazioni un’empatia che le parole rendono inscindibile.

L’ondosità del mare non è altro che immagine di una perturbabilità del pensiero, l’anima sta all’acqua come l’essenza sta alle molecole da laboratorio, così come le esperienze del vissuto stanno a stille di pioggia o gocce spruzzate dalla risacca di un mare tormentato.

Le poesie “Lampi” e “Come” che si trovano in apertura al testo forniscono due marine molto ben tipicizzate, la prima durante la notte, la seconda di giorno dominata dalla presenza dei gabbiani in grado di emozionare la Nostra.

L'autrice, Maria Luisa Mazzarini.
L’autrice, Maria Luisa Mazzarini.

La Poesia per la nostra non è solo il mezzo concreto, scrittorio, che consente di fermare il sentimento nel momento in cui questo viene provato in determinate situazioni ma diviene essa stessa personaggio, presenza fisica in quel processo emozionale che è la Vita tanto da diluirsi nei corsi d’acqua di cui la Nostra parla e nei quali si bagna per respirarne appieno gli effluvi: “E sento su di me/ il cielo, il mare, la terra/ e l’universo intero./ Così, Poesia, ti amo” (20). Il cielo ci trasmette una dimensione di sospensione e ci ricollega al Creatore, il mare contribuisce ad acuire questo sentimento d’infinità e proprio all’interno di questa idea di totalità si inserisce il microcosmo della vita sulla terra, del tangibile, del concreto, del rituale. Nelle multiple interazioni tra i tre sistemi dove sempre è l’acqua a dominare (l’acqua piovana del cielo, l’acqua salata del mare, l’acqua dolce di fiumi e laghi sulla terraferma) la Nostra sperimenta il sentimento edificando la vita in una sapienzalità che ha l’esoterico linguaggio delle rune acquose dell’esistenza.

In “Accadde” l’istintualità del “cogliere il fiore” si allinea con la più importante rivelazione, quasi catartica, che viene a rappresentare un’epifania esistenziale di valore e d’impegno sociale: “Da allora fummo poeti”. Come a dire che sta nel saper cogliere il momento, trasporlo e condividerlo senza arricchimenti fatui e barocchismi l’essenza della creazione poetica, di quell’atto edificante con le parole che non abbisogna di impalcature ridondanti né di formalismi retorici se non l’essenza pura del messaggio che esso stesso evoca facendo trasportare l’anima.

Di cambi di materia si parla in “Gialli ranuncoli” come sempre con un normale e connaturato disinteresse per i passaggi dello stato di materia nel “disgelo” (34) la nostra ravvisa l’incipiente arrivo della verde stagione: “L’acqua che irrora la terra/alimenterà i ruscelli” (34), un procedimento fisico naturale e al contempo necessario che, però, costituirà una sorta di “miracolo” (34) non tanto dal punto di vista naturale e fisico, ma emozionale. La nebulizzazione dell’acqua in gocce la ritroviamo in “Pioggia” (56) mentre nella lirica “Annego” che può ancora ricordarci la morte della Woolf e quindi immetterci in un canale interpretativo all’interno del suicidio di tipo egoistico, in realtà è un dolce annegamento del corpo e della mente, non è un suicidio per acqua ma una rinascita e una purificazione a mezzo del rilassante idromassaggio e al pensiero perso in “esotici mari lontani,/ cascate e torrenti,/ di fiumi ampi e laghi tranquilli” (58).

L’acqua ricorre spesso in modi e forme diverse, nel presente come nel ricordo (la poesia “Al mio Tevere”, 45), a rinvigorire episodi e a nutrire, ma anche come desideri inespressi ed irrealizzabili (“E ripensavo alla neve”, 36). Traccia di una poetica di impegno sociale potrebbe essere letta nel riferimento ai “Naufraghi/ ignoti, ignari,/ perduti al mondo” (62) di cui la cronaca dei nostri giorni è piena. Maria Luisa Mazzarini costruisce versi d’acqua ma a differenza del moto fluttuante ed ondoso tipico dell’acqua, hanno il potere di restare impressi nella mente e nel cuore e di non venir tralasciati via dalla spuma della risacca neppure quando l’onda acquista una tale forza tanto che l’uomo può sentirsi disarmato.

Tra neve, ruscelli, mare, neve, disgeli e laghi resta un sentore d’umidità tra queste pagine, come se la Nostra fosse riuscita ad incamerare la liquidità propria di questi elementi-ecosistemi all’interno di pagine di carta senza lasciarle imbevere del tutto, farne marcire il volume e stingere l’inchiostro. Soprattutto, lasciando al lettore la piacevolezza di sapersi rinfrescato e rinfrancato dal “sangue della vita” (73) che parla al cuore.

LORENZO SPURIO 

Addio al Poeta Renato Pigliacampo, confidente del Silenzio

Dopo lunghi mesi di coma ci ha lasciati oggi 29-06-2015 il professore Renato Pigliacampo, poeta e scrittore, saggista e docente all’università degli Studi di Macerata. Sordo dall’età di dodici anni a causa di una grave forma di meningite, Pigliacampo si è formato nelle migliori scuole per audiolesi e si è laureato all’università “La Sapienza” di Roma in Pedagogia, specializzandosi poi in Psicologia. È stato incaricato di Psicologia del minorato sensoriale e di Lingua e Linguaggi per il sostegno all’università di Macerata, è stato per un periodo insegnante in una scuola specializzata per sordi a Roma, poi psicologo dirigente in un’ASL della regione Marche.

Per l’attività letteraria scientifica si è dedicato prevalentemente alla sociologia del mondo audioleso con un nutrito numero di interventi critici molto importanti sul tema di diffusione nazionale tra cui: Lo Stato e la diversità (1983), Handicappati e pregiudizi: assistenza-lavoro-sessualità (1994), Lingua e linguaggio nel sord (1998), Parole nel movimento. Psicolinguistica del sordo (2007), Nuovo dizionario della disabilità, dell’handicap e della riabilitazione (2009), Lettera ad una logopedista (1996, riedito 2012).

Per la poesia numerose le collaborazioni e i commenti critici da parte di eminenti esponenti del panorama culturale regionale e nazionale tra cui Rosa Berti Sabbieti, Leonardo Mancino, Cesare Zavattini, Guido Garufi, Gastone Mosci e tanti altri. La sua produzione poetica è stata vasta e racchiude le raccolte: Canto del mio silenzio (1971), Dal silenzio (1981), Radice dei giorni (1986), Adobe (1990), Poema Nimittaka per y (2001), Canto per Liopigama (1995), Ascolta il mio silenzio (1999), L’albero di rami senza vento (2006) e Nel segno del mio andare (2013).

Impegnato anche come romanziere pubblicò i libri Una giornata con me (1981), Thulcandra. La città del silenzio (1993) e il romanzo Il vergaro. Storie di contadini nella terra di Leopardi (1999); un nuovo romanzo sulla storia della sua famiglia e dei suoi luoghi era stato appena completato prima che si ammalasse.

Uno scatto della presentazione dei suoi libri alla Biblioteca Comunale di Macerata nel dicembre 2013. Da sinistra Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti
Uno scatto della presentazione dei suoi libri alla Biblioteca Comunale di Macerata nel dicembre 2013. Da sinistra Renato Pigliacampo, Lorenzo Spurio, Susanna Polimanti

Ho avuto l’occasione di conoscerlo un paio di anni fa in un reading poetico che avevo organizzato a San Benedetto del Tronto sulla tematica del disagio psichico e sociale e poi di ritrovarlo in varie iniziative culturali. Con lui mi sentivo spesso, almeno una volta alla settimana, mediante e-mail e parlavamo della Poesia, mi raccontava dei suoi impegni accademici e tanto altro. Assieme all’amica Susanna Polimanti presentammo due delle sue opere più importanti tra cui la celebre Lettera a una logopedista presso la Biblioteca Comunale di Macerata e poi l’anno scorso mi aveva espressamente voluto in Giuria, quale Presidente, al suo Premio Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” nella XXV edizione. Avremmo di certo continuato a collaborare perché Renato era una fucina di idee, sempre molto preparato e organizzato nei suoi interventi, volenteroso e anche caparbio. Il suo temperamento faceva di lui un uomo con delle certezze intramontabili e dal bisognoso ricorso alla scrittura, come cantuccio dove sentirsi protetto ed esternare i suoi pensieri e tormenti. Continuerò a ricordarne la spiccata combattività tanto da venir identificato il“Guerriero del Silenzio”, la sua multiforme loquacità, l’impegno serio ed onesto verso il sociale, la generosità d’animo. Il Premio Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati”, da lui ideato e per il quale tanto si è sempre impegnato, sarà un motivo in più che quest’anno in sede di Premiazione ci darà il doveroso piacere di ricordarlo come uomo e poeta che ha lasciato una traccia distinta ed autentica.

Una voce dal Silenzio che continuerà ad echeggiare.

L’antologia di poesia civile “Risvegli: Il pensiero e la coscienza”: i selezionati per la pubblicazione

RISVEGLI – IL PENSIERO E LA COSCIENZA

Tracciati lirici di impegno civile (antologia di poesia civile)

a cura di Marzia Carocci, Lorenzo Spurio e Iuri Lombardi

cover_antologia_risvegli

A continuazione si trova la lista degli autori disposti in ordine alfabetico che sono stati selezionati per l’antologia in oggetto e vicino i testi che i curatori hanno deciso di pubblicare nella antologia che sarà pubblicata da Poetikanten Edizione dopo il periodo estivo.

Si richiede a tutti coloro che sono stati selezionati di far pervenire alla mail eventipoetici@gmail.com entro e non oltre il 31 Luglio 2015 il modulo di liberatoria compilato e firmato. Gli stessi riceveranno il modulo di liberatoria in una mail.

AUTORI/POESIE SELEZIONATI/E PER LA PUBBLICAZIONE

 

BRUNO AGOSTI: Raccontami (A Yara Gambirasio); Rosanna

CARLA ABBONDI: Migrante; Dimore assolute

RINA ACCARDO: Reclusione; Lontano

VELIA AIELLO: Calabria

FRANCO ANDREONE: L’intolleranza; Il lavoro…avercelo;

ELVIO ANGELETTI: Sbarre; Vecchio

LUCIA BONANNI: Memorandum; Terra nera; Umanità

MIMÌ BURZO: La stagione del vento

VINCENZO CALÒ: Per reagire

SILVIA CALZOLARI: Da ferro-a-oro; Nel tuo occhio futuro

GRAZIELLA CAPPELLI: Vivere nuoce alla salute; Nell’aiuola del nostro tempo; Tasi-Tares

SANDRA CARRESI: A Loris (29 novembre 2014); Viaggi…; Chiodi, vetri e veleno…

FRANCESCO PAOLO CATANZARO: La lacrima della prostituta; Societas civile, nova gens; Un mondo nuovo

LAURA CECCHETTI MANAO: Mediterraneo; Sullo schermo della tv

MARIA CHIARELLO: Vite spezzate

GIOVANNI ROSARIO CONTE: Ho imparato a…; Mio crudele amore

FLORIANA COPPOLA: Basta che io non ci sia che non veda

MARIO DE ROSA: Lontananza;  Oscuri eroi

MARIA ROSARIA DI DOMENICO: Violenza (Per tutte quelle infanzie negate); Donne

GIANNI DI GIORGIO: Quando l’occhio si fa attento

ROSANNA DI IORIO: Canto accorato per gli esclusi; Impazzite le rondini nel cielo (A Melania Rea); Fiori di Bucarest

ANTONIO DI LENA: Il colore della notte; Noir

FRANCESCO DI RUGGIERO: Volo d’amore

ALBERTO DIAMANTI: Il bambino nato dal cuore

FRANCA DONÀ: Storia o utopia; Sguardo al futuro

ALFREDO FAETTI: La gabbia; Profilo d’ebano

SARA FAVOTTO: Il nuovo anno che verrà (In ricordo di Letizia e di tutte le donne vittime di violenza); Quale pietà

ELISABETTA FREDDI: L’eclissi (A tutte le donne eclissate); Ombre nella notte (Alle giovani donne emigrate con inganno); Lembi di luna (A tutti i bambini nei campi profughi)

GIUSEPPE GAMBINI: Violenza ad una donna; Stamani sul metro

VALENTINA GIUA: Un fischietto ed un pallone; Il risveglio di Demos

ROSSANA GUERRA: Un volto, una voce; Apparenza

SEBASTIANO IMPALÀ: Striscia di Gaza; Lampedusa (A tutti i profughi)

CHRISTIAN MICHELE LOCATELLI: Lacerazioni…

FRANCESCA LUZZIO: Mare innocente;  Indietro (Alle donne offese e violentate); E tu mi chiedi

CLAUDIA MAGNASCO: Ogni notte è un rogo nuovo; Nelle fogne del mondo

MICHELA MANENTE: Il poeta della capra (Alla comunità ebraica), Il solco (Storia del Passante di Mestre)

MARIA TERESA MANTA: L’orco; Finalmente liberi!

DONATELLA MARCHESE: Colori che salvano; Metafora nel fango; Histoia magistra vitae

EMANUELE MARCUCCIO: La scuola è in alto mare; Albania; Omaggio a García Lorca

EMIDIO MONTINI: Italia terra indifferente; Il tempo; Oh, la storia

GIULIANA MONTORSI: Arrivi con il sole; Che il nostro canto…

ANDREINA MORETTI: Il nero respiro della fine; Non getterò la spugna

DANIELA NAZZARO: La lotta (A Vittorio Arrigoni); La parola (Ad Erri De Luca); La resistenza (A mio nonno)

MARIA RITA ORLANDO: Bersagli; Lacrime amaranto

GIANNI PALAZZESI: Aspettando tempi migliori; Donna libera

LUIGI PATERNOSTER: Le foibe; Erano due bimbe – Pakistan 2014; L’Isis è arrivata anche in Italia?

ANTONINO PEDONE: L’ali di la spiranza; Li vicchiareddi

STEFANIA PELLEGRINI: La ragazza dai capelli rasta; Oltre le pagine sporche

CLAUDIA PICCINI: Esseri umani

PATRIZIA PIERANDREI: Il collaboratore ecologico; Dottori senza frontiere

MARIA TERESA PIERI: Un groppo in gola

PAOLO PIETRINI: Nei versi la pace; Razza umana

LORENZO POGGI: Endecasillabi sporchi; La prima guerra mondiale:dettagli; Mare nostrum

VINCENZA POSTIGLIONE: Eroe nazionale

ANTONELLA PROIETTI: Camminiamo in fila indiana; Il regalo della povertà

ELFO ARTICO (MASSIMILIANO RENDINA): Millenovecentosessantotto; Dodici dicembre

NICOLINA ROS: Dove sei pietas?; Pace:utopia

MADDALENA ROTOLO: Migranti; Naufragio; A Phia, clochard gentiluomo

IRENE SABETTA:  Homemade war; Kosovo 999

RITA SALAMON: Fermata; Onore

ANNA SCARPETTA: I grattacieli di New York; Nepal

TANIA SCAVOLINI: Donna dal volto spento; Destini immutabili

CARLA SPINELLA: Cimitero dei poveri; Ragazzo speciale

MARCO SQUARCIA: Immagine

CRISTINA TONELLI: La perfetta imperfezione

PAOLO TULELLI: Mare nostrum (Ai profughi naufraghi nel nostro mare); Nella terra dei fuochi

VINCENZO TURBA: L’avvenire; Il tempo

CRISTINA VASCON: Scavi d’anime e colli; Stonetown in bianco e nero; Neppure

Info:  eventipoetici@gmail.com 

Recital poetico in memoria di Mario Luzi il prossimo 17 ottobre a Firenze

Immagine

Sabato 17 ottobre alle ore 17:00 presso la Sede Provinciale dell’ARCI in Piazza de’ Ciompi 11 a Firenze si terrà la Conferenza dal titolo “Mario Luzi: l’uomo e il poeta” e a seguire il recital poetico in memoria del poeta. La manifestazione, ideata e promossa dai scrittori e poeti Marzia Carocci e Lorenzo Spurio, sarà organizzata dalla Ass. PoetiKanten in unione con la rivista di letteratura «Euterpe».

Durante l’evento sarà presentata e diffusa l’antologia dell’evento che conterrà gli atti dei relatori intervenuti durante la conferenza, le poesie presentate al recital e gli altri scritti appositamente inviati per l’evento.

La serata, sulla quale verranno date maggiori informazioni in merito alla partecipazione dei conferenzieri, si svolgerà con il seguente programma

Ore 16:30 – Saluto e ringraziamenti

Ore 16:45 – Conferenza

Interverranno: Caterina Trombetti (poetessa e docente), Ernesto Piccolo (pittore, già docente dell’Accademia di Belle Arti), Catia Migliori (docente dell’Università “Carlo Bo” di Urbino, Responsabile Centro Studi “Mari Luzi” d Montemaggiore al Metauro (PU).

Moderano Marzia Carocci e Lorenzo Spurio 

Ore 18:00 – Recital poetico

Come partecipare al Recital poetico

I poeti che intendono partecipare al recital poetico dovranno inviare due poesie di massimo 30 versi l’una o che siano dedicate al poeta Luzi o che condividano o si rifacciano nei modi, nello stile e nelle immagini alla poetica luziana. Gli organizzatori confermeranno l’avvenuta ricezione dei materiali e l’ammissibilità al recital a mezzo mail. 

I poeti che inviano i propri testi si impegnano a presenziare fisicamente all’evento in programma, fatte salvo le impossibilità sopraggiunte all’ultimo momento che dovranno, comunque, essere comunicate alla organizzazione.

Nel caso in cui parteciperanno molti poeti in sede di recital, i poeti provvederanno a dar lettura a un’unica lirica.

Gli organizzatori non daranno lettura alle poesie di persone assenti, nel caso il poeta voglia inviare un delegato per la lettura, dovrà comunque comunicarlo alla organizzazione.

Pubblicazione in antologia

A testimonianza dell’intero pomeriggio gli organizzatori hanno deciso di organizzare una antologia pubblicata da PoetiKanten Edizioni, disponibile durante l’evento, che conterrà i seguenti testi:

  • gli interventi critici degli organizzatori
  • gli atti dei conferenzieri
  • le poesie inviate per il recital poetico
  • gli articoli e i saggi di coloro che vorranno inviare contributi critici sull’opera di Mario Luzi e che, come per i poeti, si impegnano a partecipare alla serata. Durante l’evento provvederanno a dar lettura a un estratto del saggio o a sintetizzarne le idee di base.

Agli autori presenti in antologia non è obbligato l’acquisto, ma è consigliato.

Le poesie e i saggi presentati per la pubblicazione antologica potranno essere editi o inediti ma nel caso siano editi dovranno indicare dove sono apparsi per la prima volta, se in rivista o in volume indicando titolo, casa editrice, città, anno e numero di pagina.

Detti materiali debbono essere inviati, assieme ai propri dati personali nella necessità di un contatto più veloce (nome, cognome, mail, telefono) esclusivamente a mezzo mail all’indirizzo eventipoetici@gmail.com  entro e non oltre giovedì 24 settembre.

“Con le ali negli occhi” di Raffaella Amoruso. Prefazione di Lorenzo Spurio

Con le ali negli occhi di Raffaella Amoruso

Prefazione di Lorenzo Spurio

Il titolo della nuova pubblicazione di Raffaella Amoruso, Con le ali negli occhi, chiama a una preliminare riflessione: le ali ci trasmettono un senso di leggerezza e di sospensione mentre gli occhi, occultati dalle ali, sembrano voler identificare un’impossibilità concreta di scrutare il mondo. Nel complesso il titolo evoca, dunque, vaporosità e mistero.

Questo “oceano di parole” che è il libro che il lettore si appresta a leggere si apre con un racconto-prologo intitolato “Una storia come tante” che contiene uno squarcio di una memoria dell’infanzia forse difficile perché a contatto con liti di genitori tanto che portano la nostra a cercare un luogo-non luogo dove potersi rinchiudere con la volontà di annullarsi da quella situazione. Non in uno sgabuzzino né in un garage, ma in un frigo: uno spazio ridotto e inospitale dove cercare riposo e silenzio. Un presente che a suo modo la Nostra vuole fermare di colpo e con esso anche le urla e i litigi dei suoi genitori tanto da cristallizzare gli istanti: non per eternarli e tornare poi a riviverli, piuttosto per de-costruirli, annullarli, renderne impossibile lo svolgimento, la ripetizione, il ricordo. Una volta uscita da quel guscio protettivo (gelido non solo perché è un frigorifero ma soprattutto perché è una culla surrogata, falsa, che non permette calore), la ragazza ritroverà pace e rassicurazione nei “suoi cani, alti quanto lei [che] le trotterellavano a fianco, proteggendola ancora una volta”.  Curioso come un bambino riesca nel suo mondo ludico a fuggire dalle incomprensioni e dalla insofferenza derivante dall’acredine tra i suoi genitori impelagandosi prima in un progetto claustrofilico (il frigo) e poi predisponendosi a credere nella protezione da parte di un soggetto senz’altro forte ma privo di comprensione degli eventi (il cane).

Il titolo di questo racconto-prologo svia il lettore perché anche se l’autrice ci ricorda che è solo “una storia come tante” in realtà sembra essere un episodio che ha una traccia forte nell’esperienza della donna matura e che ne ha in un certo qual modo caratterizzato l’infanzia. Molti possono ritrovarsi in questa descrizione di frequenti alterchi familiari in cui il povero bambino, quale vittima sacrificale, ne subisce le conseguenze senza mai comprendere del tutto; colpisce però la strategia di fuga dal problema della Nostra, la sua capacità reazionale genuina che rivela quanto il mondo dell’infanzia sia delicato e prezioso e quanto spesso basti poco per incrinare la naturale pace del giovane, ispessire o inasprire il suo carattere e farlo maturare scevro di rassicurazioni forti e in maniera sana.

Raffaella Amoruso
Raffaella Amoruso

Seguono liriche che potrebbero sembrare in controtendenza al racconto-prologo dove, contrariamente a quell’amore e affetto ricercati, si dà corpo ad un amore forte, concreto, di donna ormai matura che è in grado di dipingere gli effluvi del sentimento colorando emozioni e facendo brillare di luce propria le parole. Se in “Nati per amare” la poetessa impiega una lessicografia che opera un’analogia con il mondo delle acque (“gocce”, “oceani”, “fluido”, “onde”, “mare”), nella successiva “Nel buio la luce” ricostruisce un rapporto emozionale in chiaro-scuro in cui la rassicurante presenza della luna con la sua “tenue luce di speranza” è a dominare nella “notte [che] resta” a testimonianza di un amore che è empatia anche con la luce e che si ravviva nei reconditi dell’autocoscienza. La parola che più spesso ricorre nella silloge è forse “gocce” che non sta solo a rappresentare l’essenza, la partizione indefinibile di una sostanza liquida quale ad esempio può essere l’acqua nelle sue varie forme, ma anche e soprattutto l’animo concentrato di un vissuto, di una vicenda-esperienza della vita, dunque un distillato della coscienza come quando in “Silenzio” la Nostra ci parla della “silenziosa goccia dell’anima”, costruzione fortemente lirica ed evocativa nella quale non possiamo identificare anche una dimensione ossimorica.

“Historia” ha la fisionomia di un voluto tentativo di oblio di un passato; la Nostra impiega reiterati avverbi di negazione nei versi finali per sottolineare la lucida volontà e la sicurezza che ciò che un tempo fu possibile, non potrà esserlo nel futuro perché è una donna matura e consapevole che ormai è in grado di padroneggiare la sua irrazionalità.

Echi merinani sono ben udibili nella lirica “Visioni” dove leggiamo: “I pazzi sono tutti liberi” che mi ricordano pure una lapidaria ed efficace chiosa del Pasolini degli esordi che così annotava: “Bisogna essere pazzi/ per essere chiari” (in Le ceneri di Gramsci). Ed è proprio la chiarezza di cui la Amoruso parla nel suo mondo lirico che possiamo rivelare quale bisogno non velleitario ma concreto e sorgivo di autenticità e di espressività poetica (“Nell’amplesso dei colori vivi il corpo offro”).

La solitudine dell’infanzia si percepisce nettamente anche nella poesia “Amore, solo amore” dove è una anafora bisillaba (“sola”) a marcare il ricordo di momenti agrodolci delineati struggentemente quali “tramonti di bambina”. Ed anche qui l’insegnamento (che poi non è tale, ma è piuttosto un invito o un’esortazione) è quello di affidarsi alla libertà del sentimento: “Chi perdona ama/ se davvero ami/ nulla è impossibile”.

Evidenti gli intrecci di rancore verso un passato con il quale sembra impossibile trovare una tregua (“se avessi tu un cuore/ ti pregherei” nella lirica dedicata al padre) che mettono in luce una donna scissa, forte nel suo presente ma estremamente vulnerabile nel suo passato nel quale sembra essere mancato qualcosa, magari un semplice gesto d’affetto, una rassicurazione, un atto empatico, un po’ come accade nel racconto-prologo.

In “Rosa di maggio” riappare l’intenzione di auto-reclusione della protagonista che un po’ come accadeva in un celebre racconto degli esordi di McEwan (“Conversation with a Cupboard Man”) la protagonista Debby “[aveva] l’abitudine di nascondersi [in un armadio] quando desiderava rimanere sola con se stessa”. Dalla mancanza di autostima e derelizione personale la donna uscirà dal guscio compiendo un percorso di crescita psicologica non indifferente proprio grazie all’ascolto del suo cuore che la porterà ad esprimere senza timori il su innamoramento per Bob. L’armadio, testimone di un passato di ricerca di se stessa, come un baluardo degli affetti sinora taciuti e tenuti sotto chiave, finalmente si apre e le ante si spalancano con forza proprio come il suo cuore di donna che “amandosi, dovrà donare Amore”.

La Amoruso ci parla di “lacrime mai piante”, di “sogni sfumati” ma anche di “Bimbi/spauriti e magri/ rannicchiati/ in un angolo”, di nonne anaffettive genitori disattenti, colpevoli di dar triste spettacolo dinanzi ai figli delle proprie incomprensioni. La freddezza che l’io lirico traccia sulla carta è il prodotto di un passato algido dove il disinteresse, l’indifferenza e la mancata comprensione hanno condotto a una vera e propria desolazione interiore dalla quale però è sempre possibile ripartire e rialzare la testa perché, come ricorda la nostra: “Ci sono giorni in cui/ incessantemente/ il cuore sbatte e si frantuma”.

È necessario allora saper ascoltare il proprio cuore ed agire di conseguenza.

Lorenzo Spurio

Jesi, 16-03-2015

Obsession 3 – Incubi, allucinazioni e omicidi. Si chiude la trilogia di racconti a tema a cura di Lorenzo Spurio

PREFAZIONE al volume Obsession 3

a cura di Lorenzo Spurio

PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2015

Il terzo e ultimo volume della raccolta Obsession
Il terzo e ultimo volume della raccolta Obsession

Quasi senza accorgermene è volato il tempo e siamo giunti alla terza ed ultima pubblicazione dell’antologia di racconti Obsession, da me ideata e voluta.

L’iniziativa era nata nel corso dell’estate 2011 con il sottotitolo che poi venne dato al primo volume “Manie, fobie e perversioni” felicemente accolta dalla casa editrice Limina Mentis che poi ne curò l’edizione. Questa prima raccolta mi trasmise una grande soddisfazione e cioè che nel mondo della letteratura tematiche cariche all’interesse sociale con particolare scrupolo alla psicologia, al mondo della devianza, fossero sentite da un gran numero di autori. Per questa ragione, mentre si cercava di organizzare una prima presentazione di questo volume dall’idea concettuale profondamente innovativa e al contempo necessaria all’interno di una pianificazione letteraria improntata alle mere logiche del marketing, progetto che poi per una serie di variabili contingenti fallì, decisi che non sarebbe restato un volume unico, una antologia atipica e in sé chiusa a rappresentare una iniziativa letteraria nata, cresciuta e poi morta (e forse dimenticata), ma che sarebbe diventato un progetto più ampio.

Obsession 1
Obsession 1

Nacque così il secondo volume della trilogia, quello che in particolare venne dedicato all’attenzione dello scandaglio di vicende dominate da “Paranoie, deliri e tradimenti”. L’iniziativa confermò nuovamente il suo successo con un gran numero di partecipanti e, di conseguenza, una lunga, meticolosa e complicata operazione di selezione da parte mia. Esso venne pubblicato nel 2014 dall’editoria collegata alla Associazione Culturale TraccePerLaMeta con la quale allora collaboravo attivamente e ricoprivo l’incarico di direttore delle collane.

Obsession 2
Obsession 2

Il progetto non era ancora concluso e decisi di dedicargli un nuovo volume, il terzo, che è questo che il lettore ha tra le mani per chiudere la trilogia di raccolte di racconti di autori contemporanei le cui opere erano ispirate in questo volume a una dimensione maggiormente legata al thriller e horror con il sottotitolo di riferimento che recita “Incubi, allucinazioni ed omicidi”. In particolare si è visto come il tema dell’omicidio nel nostro presente sia spessissimo collegato a casi di femminicidio e di violenza domestica, come alcuni dei racconti qui presenti danno traccia permettendo a questo terzo ed ultimo volume di riconnettersi ancor più compattamente agli altri due incentrati su manie e fobie (il 1°) e i tradimenti (il 2°).

A suggellare un progetto del quale mi sento orgoglioso di aver curato in ogni minimo dettaglio: dalla stesura del bando di partecipazione, al rapporto con gli autori partecipanti, alla scelta dei materiali, alla impaginazione e costruzione dell’antologia, a conclusione di questo ampio volume ho deciso di riportare la lista completa di tutti gli autori partecipanti al progetto e i testi critici da me prodotti che hanno corredato i primi due volumi.

In questa terza antologia sono presenti racconti di Alessandra Prospero, Alice Antonelli, Andreina Moretti, Antonio Merola,  Diana Lanternari, Elisabetta Amoroso, Floriana Laurenza, Francesca Santucci, Gabriele Di Ciriaco, Gabriele Prunai, Gianna Gobbi, Giovanna Casapollo, Lucia Paganini, Lucio Versino, Michael Gaddini, Giuseppe Leardini, Andrea Amico, Giuliana Montorsi, Sandra Carresi, Cristian Sotgiu, Umberto Masiello, Veronica Cani, Daniele Coccia, Eleonora Mangiapelo, Manuele Marini, Stefano Rizzi, Giuliana Corsetti, Mimì Burzo, Damiano Col, Simona Lauriola, Cosimo Pezzotta, Luana Trapè.

Ringrazio di cuore quanti vi hanno preso parte con curiosità e attenzione, rinnovando ancora una volta la stima nei confronti dei loro nutriti curriculum letterari e per la sensibilità dinanzi a determinate realtà.

Lorenzo Spurio

Jesi, 31-03-2015

LISTA COMPLETA DEGLI AUTORI PARTECIPANTI AL PROGETTO OBSESSION (ai tre volumi) 

ABBATANTUONO Chiara con “Il vicolo cieco” * OBS2

AMICO Andrea con “Il miracolo dell’inganno” * OBS3

AMOROSO Elisabetta con “D.O.C.” * OBS2

AMOROSO Elisabetta con “Gemelli identici” * OBS1

AMOROSO Elisabetta con “La dolce morte” * OBS3

ANTONELLI Alice con “Follia liquida” * OBS3

ARECCHI Alberto con “Estate in città” * OBS1

BISSON Elisabetta con “Zero” * OBS1

BLU Andrea con “Resurrezione della carne” * OBS1

BONACCORSO Giuseppe con “Esercizi di vedovanza” * OBS2

BURZO Mimì con “Il varco” * OBS3

CANI Veronica con “Tutto quello che tocco muore” * OBS3

CARCERERI Fiorella con “Giulia, coraggio”  * OBS1

CARRESI Sandra con “Sesso e morte” * OBS3

CASAPOLLO Giovanna con “S’acabbadora” * OBS3

CIANO Martino con “Il canto di Elisa” * OBS1

CIANO Martino con “Resurrezione” * OBS2

CITTÀ Massimiliano con “Spifferi” * OBS2

COCCIA Daniele con “L’Archivio” * OBS3

COL  Damiano con “Morte di uno scarafaggio” * OBS3

CORSETTI Giuliana con “Io non ricordo” * OBS3

CRESCENTINI Lorenzo con “Per i miei occhi” * OBS1

DANESE Fabiola con “Quello che (non) so di te” * OBS2

DEIURI LUISA con “Irina” * OBS1

DI CIRIACO Gabriele con “Odori” * OBS3

DINI Monica con “Amore” * OBS2

DINI Monica con “L’odore sta sotto la coda” * OBS1

FANOTTI Lorella con “Effetti collaterali” * OBS2

FILIDORO Giuseppe con “Sono un errore della natura” * OBS2

FILIPPI Lidia con “Profumo di mandorle amare” * OBS2

FRANCHETTO Daisy con “Ragnatele” * OBS1

GADDINI Michael con “La casa del silenzio” * OBS3

GOBBI Gianna con “La ragnatela” * OBS3

GOBBI Gianna con “Un pensiero unico” * OBS2

GOBBO Serena con “Non si può dire” * OBS1

LANTERNARI Diana con “La luna sul viale” * OBS3

LANTERNARI Diana con “Se mio nonno avesse le ali” * OBS2

LAURENZA Floriana con “La casa numero 66” * OBS2

LAURENZA Floriana con “La maledizione” * OBS3

LAURIOLA Simona con “Due” * OBS3

LAURIOLA Simona con “Il treno passa una sola volta” * OBS2

LEARDINI Giuseppe con “Libra necis” * OBS3

MANGIAPANE Leonardo Jacopo con “L’Orbite Furiose” * OBS2

MANGIAPELO Eleonora con “La voce di Cinthia” * OBS3

MARINI Manuele con “Il martirio di Ofelia” * OBS3

MARINI Manuele con “La corriera di Elsa corre verso il nulla” * OBS2

MARRA Pietro con “Il pigiama rosa” * OBS2

MASIELLO Umberto con “Il tizio in cantina” * OBS3

MEROLA Antonio con “L’Immortale Re Peter” * OBS3

MONTI Elena con “La macchina del tempo” * OBS2

MONTORSI Giuliana con “Le troppe attenzioni” * OBS3

MORETTI Andreina con “Malamore” * OBS3

ORLANDI Sandro con “La lettera” * OBS1

PAGANINI Lucia con “Come cerchi sull’acqua” * OBS3

PEDRETTA Alessandro con “Squame” * OBS1

PETRINO Francesca con “Battuta di caccia” * OBS2

PEZZOTTA Giacomo con “Perché i gatti cadono sempre in piedi” * OBS3

PEZZOTTA Giacomo con “Un’origine” * OBS2

PROSPERO Alessandra con “I due volti di Berenice” * OBS3

PRUNAI Gabriele con “È tutto sporco” * OBS3

RIZZI Stefano con “Caligine” * OBS3

RIZZI Stefano con “Paranoico” * OBS1

SANTUCCI Francesca con “Passione” * OBS3

SOTGIU Cristian con “Vedute psichiatriche” * OBS3

STROPPIANA DALZINI Annamaria con “Vittima” * OBS2

TRAPÈ Luana con “E da quel momento furono felici” OBS3

VERSINO Lucio con “Anime e fantasmi” * OBS3

Squarci cavallereschi nella poetica di Fausta Genziana Le Piane. A cura di L. Spurio

Squarci cavallereschi nella poetica

di  Fausta Genziana Le Piane

 

 Poeta

visita con me

antiche brughiere,

per scoprire nuovi sentieri

e creare nuovi paesi.

A cavallo tra il 2010 il 2011, quando decisi di venire allo scoperto con qualche mio racconto breve, cominciai a proporli ad alcune riviste i cui riferimenti trovai online: fu così che conobbi la rivista fiorentina Segreti di Pulcinella e il suo direttore Massimo Acciai, col quale poi divenni amico, la rivista Parliamone di Bartolomeo Di Monaco e vari altre riviste, anche cartacee, come Kenavò[1], il cui nome mi incuriosì subito. Documentandomi trovai molte informazioni tra cui un articolo di Tommaso Patti nel quale parlava della rivista: «[Fausta Genziana Le Piane[2]] incontra artisti e ve li propone, luoghi e li descrive per voi, gusti e ve li fa condividere, talenti e ve li regala a piene mani; incontra pure il mondo, Fausta, e l’amore per la cultura francese, che genera frequenti riferimenti, ne è una prova. La sede di questi incontri, il castello di cui è regina incontrastata in termini culturali, magici e fantastici al tempo stesso, è “Casa Duir”. Idealmente un angolo di terra celtica trapiantato in Sabina, per la precisione in una bellissima campagna nei pressi di Casperia. E già! Perché se la Sabina è il luogo reale, amato intensamente dall’autrice e vissuto con spirito bucolico, oltre che come rifugio per ogni fuga da Roma, il mondo celtico rappresenta la dimensione ideale di riferimento, l’insieme di suggestioni che trasfigurando ogni cosa la rendono elemento d’arte e di poesia, la cifra un po’ esotica di cui si nutre il bisogno di magia».[3]

Fausta Genziana Le Piane
Fausta Genziana Le Piane

Riuscii a contattare la responsabile di questa rivista, Fausta Genziana Le Piane, con la quale inaugurai un veloce e frenetico scambio di mail che da subito perse ogni formalità per diventare ben presto una conversazione spigliata e interessante. Pubblicai un raccontino su questa rivista che poi mi venne gentilmente inviata a casa con mia grande soddisfazione. Nella stessa si dava principalmente spazio a notizie o ad appuntamenti legati al clima culturale che si concentra attorno a Casa Duir, a Casperia, in provincia di Rieti. Ho ben presto scoperto che Fausta Genziana Le Piane è aperta e sensibile alle varie arti: a partire dalla poesia, sino al racconto, dalla critica letteraria alla recensione, fino all’articolo giornalistico per non dimenticare anche il suo grande impegno nel campo della traduzione dal francese. Un’artista, dunque, impegnata a tutto tondo e compromessa con le varie forme artistiche ed espressive della quale, poi, nel tempo ho avuto modo di conoscere e leggere alcuni suoi testi: recensioni di libri, di film e qualche poesia che di tanto in tanto pubblicava sul suo blog letterario.

Nel 2010 la poetessa curò un libro contenente una serie di interviste fatte a grandi poeti della nostra epoca contemporanea, lavoro che di certo si è rivelato importantissimo e una delle fonti di ispirazione per un mio progetto antologico di interviste commentate ai poeti del secondo Novecento, di prossima pubblicazione.

Devo confessare che delle varie sillogi della poetessa ho avuto l’occasione di leggerne solo una, Gli steccati della mente (Penna d’Autore, 2009), una delle più recenti, oltre ad aver letto altre poesie pubblicate sul suo sito. Il commento che, dunque, mi sento di fare sulla sua poetica sarà principalmente concentrato su questa opera, conscio del fatto che una singola lettura può risultare insoddisfacente per dare un giudizio il più preciso possibile, ma sicuro anche del fatto che ogni poeta mette se stesso in ogni sua produzione: in ogni libro, in ogni poesia, in ogni verso.

“Gli steccati della mente” di Fausta Genziana Le Piane

Innanzitutto va detto che questo libricino –non arriva neppure alle quaranta pagine- è risultato vincitore del Premio “Le rosse pergamene” con questa motivazione di Anna Manna, Presidente del Premio: “Il verso di Fausta è quello dello sguardo adulto capace di smantellare gli steccati della psiche e scavare l’anima bambina”, ma va anche detto che si apre con una ricca nota introduttiva di Italo Evangelisti nella quale si analizza il tema del labirinto come rappresentazione della coscienza.

La poesia di Fausta Genziana Le Piane è lucida ed evocativa, a tratti essenziale, ma sempre caratterizzata dal punto di vista delle ambientazioni: si respira un fascino nei confronti dell’arte e architettura pre-cristiana con riferimenti al folklorismo celtico (la pietra celtica) e medievale (la figura del falconiere) e rimandi a luoghi quasi mitici e che ci immettono nella grande tradizione cavalleresca: l’isola di Saint Kilda, la collina di Tara, e che evocano ambientazioni degne di Camelot (si parla di «isola selvaggia»[4], di «bosco sacro di querce»[5], del «cerchio magico»[6]). Ma la sua poesia non è solo questo perché nel libro si dà spazio anche a liriche più intimistiche e personali, come quella dedicata alla madre o quella che, dando una immagine della sua Calabria natia, è dedicata a Pina Majone Mauro.

Un poeta non è tale se si esime dal narrare la realtà che lo circonda con i suoi drammi e le sue esigenze. Un intento sociale, critico o di denuncia nei confronti della società in cui il poeta vive è necessario non solo per evidenziare il suo rapportarsi agli altri, ma anche e soprattutto per indagarne il percorso di analisi e di ricerca che l’animo poetico fa. E a questo riguardo troviamo una poesia dai contenuti forti in questa raccolta e non potrebbe essere diversamente in quanto parla di morte, strage e annientamento; essa è “Beslan” ed è il doloroso ricordo della strage compiuta dai ceceni in una scuola dell’Ossezia del nord nel 2004. Impressionante e struggente il contrasto che la poetessa gioca tra «il primo giorno di scuola»[7], cioè l’inizio del nuovo anno scolastico, e «l’ultimo viaggio»[8], cioè l’ultimo giorno di scuola, ma anche l’ultimo giorno di vita sulla Terra. Morte e puzza d’esplosivo sono delle idee che la lirica non fornisce esplicitamente, ma che aleggiano nell’aria mentre leggiamo e ricordiamo le tragiche immagini che la stampa ci fornì in quei dolorosi momenti.

Il libro si raccoglie attorno a un raffinato percorso concettuale che la poetessa fa e che si realizza a partire dall’utilizzo di termini-tematiche quali la solitudine, la segretezza, il senso di chiusura: Fausta Genziana Le Piane parla, infatti, di “barriere”, “recinti” e di “steccati”, come il titolo stesso del libro suggerisce, ma trascende la materializzazione fisica dei concetti per fornirci pensieri e divagazioni che si librano leggere e incorrotte, al di là di ogni restrizione.

Note

[1] La parola “Kenavò” in celtico significa “arrivederci” e fa riferimento a un saluto di distacco che invita, però, i due attori a re-incontrarsi. Per la rivista si tratta, dunque, dell’invito a continuarla a seguire numero dopo numero.

[2] Fausta Genziana Le Piane è nata a Nicastro (CZ) nel 1951, ma da molti anni vive a Roma. E’ poetessa, scrittrice e giornalista. Si è laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne con Specializzazione in Francese all’università “La Sapienza” di Roma nel 1974 e ha insegnato lingua francese per molti anni in ogni tipo di istituto, anche sperimentale. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore: Légendes bretonnes, La Maison Tellier, La Vénus d’Ille. Ha collaborato con Il Giornale d’Italia,  la rivista Poeti e Poesia diretta da Elio Pecora, Il Corriere di Roma, Corus e Calabria Online; ha fondato la rivista bimestrale Kenavò nel 2011 che viene distribuita a Roma e in Sabina e che contiene il diario delle attività culturali che si svolgono a Casa Duir, a Casperia (RI) e parallelamente ha dato alla luce una serie di quaderni intitolati “I Quaderni di Casa Duir” (Enrico Benaglia, Il pifferaio magico; Artisti calabresi a confronto; Le fave dei Re ecc.). Ha pubblicato vari libri di poesia: Incontri con Medusa (Calabria Letteraria, 2000), La notte per la maschera (Edizioni del leone, 2002), Gli steccati della mente (Penna d’Autore, 2009; anche e-book) e Stazioni/Gares (Eventualmente, 2011). Con Tommaso Patti ha pubblicato la raccolta di racconti Duo per tre (Edizioni Associate, 2005; anche in e-book Dante Alighieri) alla quale è seguita una nuova pubblicazione a quattro mani dal titolo Al Qantarah-Bridge – Un ponte lungo tremila anni fra Sicilia e Cariddi (Calabria Editore, 2007). Sempre per la narrativa, da solista ha pubblicato La luna nel piatto (Edizioni Associate, 2001) con annesso un sedicesimo dedicato alla pittura di Pinella Imbesi, autrice della copertina e per l’attività giornalistica –dato che è iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2004– ha curato un’edizione di interviste a poeti contemporanei dal titolo Interviste ai poeti d’oggi (Eventualmente, 2010; anche in e-book Dante Alighieri)[2]; si è inoltre occupata di critica (La meraviglia è nemica della prudenza, Invito alla lettura de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Eventulmente, 2012; anche in e-book Dante Alighieri) mediante la scrittura di saggi, recensioni e articoli. E’ risultata vincitrice del Premio “Mediterraneo” per il libro edito Incontri con Medusa nel 2001; ha ottenuto il Primo Premio assoluto “Le rosse pergamene” per la silloge inedita nel 2005 e il Premio “Donna e Cultura”  per il Giornalismo nel 2007 e nel 2013; si è classificata quinta al XVI Premio Internazionale “Torre d’argento”, sezione Poesia, Comune Castelnuovo di Farfa (RI) nel 2002 ed ha ricevuto la Menzione Speciale al Premio Nosside per la poesia nel 2005. Alcune delle sue poesie sono state musicate dal compositore Giorgio Fiorletta mentre altre sono state oggetto di studio del professore Patrick Blandin, docente della Facoltà di Lingua e Cinema Italiano dell’Università di Tolosa e di Bordeaux. Sulla sua produzione hanno scritto Dante Maffia, Italo Evangelisti, Plinio Perilli, Massimo Colesanti, Giorgio Barberi Squarotti e vari altri scrittori, poeti e critici.

[3] Tommaso Patti, “Parliamo del quindicinale Kenavò o di Fausta Genziana Le Piane?”, Calabria Online.

[4] Fausta Genziana Le Piane, Gli steccati della mente, Torino, Penna d’autore, 2009, p. 17.

[5] Ibidem

[6] Ivi, p. 19.

[7] Ivi, p. 37.

[8] Ibidem

La profonda spiritualità nella poetica di Anna Scarpetta. A cura di Lorenzo Spurio

La profonda spiritualità nella poetica di

Anna Scarpetta

a cura di Lorenzo Spurio

 

Non è semplice azzardare un commento critico organico sulla vasta opera poetica di Anna Scarpetta, poetessa di origini orgogliosamente partenopee che vanta di un’ascendenza familiare di tutto rispetto nel mondo del teatro napoletano e italiano, quella dei De Filippo-Scarpetta. Questa teatralità congenita nel sangue di Anna Scarpetta è una delle sue componenti fondamentali e, per chi la conosce, sa bene che la sua genuina spontaneità condita da un frequente ricorso a una mimica facciale evocativa, ne contraddistingue fortemente la persona e, oserei dire, anche il personaggio. Ci occuperemo qui, in questo contesto, della sua natura di poetessa che nel corso degli anni l’ha vista “scoprirsi” delle sue convinzioni esistenziali, credenze religione, vedute sul mondo e un recupero attento di luoghi e momenti che sono stati consegnati al ricordo. In questo breve percorso tra le suggestioni della sua poetica, sostenuta spesso da un fervido animo confessionale, ci soffermeremo sulle sue produzioni più recenti in ordine di tempo sottolineando da subito che la difficoltà incontrata dal critico nel fornire un giudizio analitico sulla sua opera è dovuta da una sorta di effetto di sospensione (e che necessiterà in futuro di rilettura e rivisitazione) essendo l’opera della Nostra un cantiere aperto, un working in progress che non ci consente di criticare, qui ed ora, in maniera insindacabile.

In Le voci della memoria (2012) si chiarifica subito una delle sfere semantiche-concettuali pregne di importanza nella produzione della Nostra, ossia quella che fa riferimento al mondo del tempo andato collegato al ricordo. Questo ricordo, palpabile pagina dopo pagina, a tratti trasfonde una sensibilità nostalgica e quasi crepuscolare, altre volte, invece, è il motivo d’indagine sociale del presente. La prima poesia raccolta nella silloge, “Le voci della memoria”, quella che dà il nome all’intero libro, ci inserisce subito in questa dimensione: il ricordo è forte e sempre vivo “ad ogni stagione, ogni amaro inverno, sempre”[1]. Il ricordo, sembra suggerire la poetessa, ci appartiene sempre, anche quando non ne siamo consapevoli ed è la somma di tutti i ricordi, di quelle pietre preziose, che danno senso al nostro esistere.

scarpetta-susanna - Copia
Anna Scarpetta

La lirica “Io sono qui” si configura come una sorta di preghiera laica nella quale la Scarpetta sottolinea l’importanza del hic et nunc: sono qui ora, penso, rifletto, mi faccio domande, considero il nulla, vaglio il mistero, sempre consapevole di quella cosa che ogni secondo si autodistrugge, il tempo. È questa una presenza costante nelle poesie di Anna Scarpetta: il tempo presiede ed osserva tutto, invisibile e a volte impercettibile e, come la morte –che poi è la fine del tempo-, è un’entità che ci rende umani e tutti uguali: “così tu, alla fine, tempo/ sei uguale per tutti dovunque” (11).

Le liriche della poetessa ci consegnano una poesia vivida e riflessiva, solo a tratti filosofica, di semplice lettura, frutto di un’attenta e continua analisi dell’inconscio di una donna ricca dentro, consapevole del trascorso del tempo e che ha fatto e fa tesoro dei momenti passati, per imprimerli sulla carta. È un tentativo, questo, di affrescare la vita anche se – come sostiene lei stessa- “ci vorrebbe un’altra vita/ per capire cos’è la vita” (12). Anna Scarpetta è una donna che non rifugge il passato, né che ci ha litigato, ma che ci dialoga, lo interroga e lo richiama quasi che esso fosse lì, personificato, davanti ai suoi occhi. È un passato fatto di gioie e dolori, come quello di ognuno di noi ma che in più punti appare come una grande mamma che accoglie, riscalda, protegge con la sua “calda memoria” (14).

Un interessante omaggio e lode al nostro paese è contenuto in “Italia bella patria” dove si fa riferimento alla grandezza del popolo italiano e dei suoi uomini illustri. Il canto dell’inno è –forse- il momento in cui l’Italia si riscopre fiera della sua italianità; per la Scarpetta l’Italia è “bella e sospirosa” (18), segno forse che c’è qualcosa negli italiani che provoca disinteresse, tormento, affanno e credo non sia errato leggere un riferimento alla presente crisi economica, causa di tanti disagi sociali. È infatti forte il tema sociale in “Soffrono i bambini del mondo”, un canto accorato dai toni cupi e mesti che parla di bambini orfani, soli, non amati, abbandonati, affamati, che la poetessa affida nelle mani della Madre: “avvolgi e consola” (21). Nella figura della Madre va vista la Vergine, la nostra madre celeste ma anche la Madre Terra, la divinità precristiana che si identificava con la Terra e ogni manifestazione attiva nella natura. Scorrendo da una poesia all’altra la poetessa mantiene un dialogo continuo con il dio Chronos “con il suo sguardo regale di marmo” (23).

La Scarpetta è una donna che dà tutto alla poesia e che, al tempo stesso, da essa riceve tutto. La poesia è fonte di conoscenza del mondo e di noi stessi, dà senso alle cose ma sa anche “lenire in silenzio e quietare il dolore/ di chi si accusa con colpa e patisce” (24).

Nella bellissima poesia “Chi siamo noi” la poetessa risponde che siamo dei sognatori, dei lavoratori, delle anime sensibili. Siamo ammassi di memorie, eredi del passato, viaggiatori. In “Verranno tempi migliori” si respira, forse, l’atmosfera più ottimista e speranzosa dell’intera silloge: la poetessa intravede tempi più felici e prosperi per tutti che saranno capaci di soprassedere alle logiche materialistiche e personalistiche dell’oggi (narcisismo, consumismo) attraverso la fede, unica vera arma di salvezza. In “Il tempo  è di Dio”, Anna Scarpetta ci ricorda che il tempo non è nostro ma che “è innanzitutto di Dio” (32) e che ci è dato sotto forma di un regalo. C’è l’implicito avvertimento a non sprecarlo, a dargli il giusto valore e a utilizzarlo bene. Rallentamenti, ellissi, retrospezioni, acceleramenti sono segni dell’utilizzo umano del tempo mentre il Signore ce lo ha affidato come una materia bianca, compatta e unica.

Insieme ad Anna Scarpetta
Insieme ad Anna Scarpetta

Nella successiva silloge, Sono soltanto un granello di sabbia (2013) si respira un’aria soave e pacata dove a dominare sono le immagini che fanno riferimento al mondo cattolico: molte delle poesie, in realtà sembrano delle vere preghiere, proprio per la profondità dei richiami e per la pervasiva e credente considerazione della vita quale percorso terrestre che si caratterizza per la sua finitudine.[2] La parola nelle poesie di Anna Scarpetta si fa lode, invocazione, condanna, rinuncia ed esortazione, ma essa è anche appello alla sensibilità dell’uomo, elogio dei sentimenti e apologia del credo cristiano. Non è un caso che sia proprio la prima lirica della silloge, “Io sono soltanto un granello di sabbia” che è quella che dà il titolo all’intera raccolta, che esordisca con questi versi: “Io sono, soltanto, un granello di sabbia,/ dell’immenso deserto, Signore” (7) in cui la poetessa, partendo dalla constatazione della minuziosità del suo essere in rapporto alla mondialità delle esperienze, evidenzia e rende grazia al Divino per il “dono” che le ha fatto: quello della poesia. Ma, siccome sappiamo che la poesia non è che la forma più autentica, vivida e sofferta di espressione umana, con questa espressione la poetessa non fa che eguagliare la poesia alla vita. E come si evince in questa prima lirica c’è una grande attenzione nella poetessa nei confronti del tentativo di auoto-definirsi, di identificarsi e di svelare agli altri chi è, come avviene anche nella poesia “Non so più chi sono”.

Centrale, come era stato per la precedente silloge poetica della poetessa, è il tema del tempo. Il colloquio che la poetessa intrattiene con esso si fa qui più aspro e si nota un certo indurimento del linguaggio dovuto, molto probabilmente, dalla desolante constatazione che esso è l’unico “eterno vincente” nella continua lotta della vita. La poetessa fornisce le più ampie caratterizzazioni per evocarlo (“il tempo,/ silenzioso, con la sua faccia di marmo scolpito”, 12; “il tempo, col suo volto annoiato”, 22; “il tempo, così infame e crudele”, 25; [tu], come statua regale”, 46, ecc.), e nella gran parte di esse si intuisce un certo disprezzo e sconsiderazione, che fanno seguito alla presa di coscienza della sua pericolosità e al contempo della sua tragica ineluttabilità. Ed è così che esso non è altro che “il vero palco delle pittoresche scene degli orrori” (8), cioè esso è un davanzale verso il mondo che assiste indisturbato e senza fretta alle rappresentazioni della vita, del mondo, delle famiglie, agli inganni e ai tormenti, alle guerre e ai sistemi di vendetta, ma anche ai momenti più belli che solo nel ricordo potranno conservare la loro leggiadria.

Il sentimento religioso è facilmente intuibile anche attraverso i chiari riferimenti alla vita intesa come percorso, come cammino errante e l’uomo come misero “abitante delle fatiche umane”, come pellegrino per le vie del mondo, a volte consapevole, altre volte meno ed obbligato ad esodi carichi di dolore a causa di guerre, scontri religiosi, deportazioni. Perché va subito osservato che varie liriche qui contenute hanno un forte intendimento civico, morale e mettono il lettore di fronte a realtà sociali endemiche, cancrenose, corrotte e ignominiose. Ècosì che Anna Scarpetta fotografa i massacri che avvengono al silenzio dei governi e dei mass media europei, come in Libano, dove la poetessa ci “narra” dei pianti e dei lutti di Beirut. Il pensiero non può non andare anche ai massacri in Sudan e quelli leggermente più conosciuti perpetuati da Assad, in Siria. Nella poesia “Libano” la speranza sembra esser ormai abbattuta e tutto ricade su una tortuosa domanda la cui impossibilità di risposta ferisce ancor più gli uomini di quella terra e demoralizza il mondo: “Agli occhi del mondo, tra due fuochi, ardi muto Libano,/ c’è chi si chiede, invano, ma tutto questo perché” (14).

copIl tema sociale ritorna nella lirica “Berlino est”, quadretto chiarificatore del senso di giubilo l’indomani dell’abbattimento del Muro che divise i berlinesi a seguito di un conflitto ideologico disprezzabile ed era presente anche in Le voci della memoria (2012) nella poesia che la poetessa aveva dedicato ad Anna Frank, la povera ragazza olandese nascostasi con la sua famiglia nell’appartamento di Prinsengracht  ad Amsterdam per vari mesi prima di essere scoperta e mandata in un lager. Con un ricco complesso aggettivale, la Scarpetta ripercorre i vari momenti dell’esistenza della ragazza, dalla giovinezza spensierata e felice mai avuta che, in altri contesti, le avrebbe di sicuro consentito di sviluppare una vita di soddisfazioni e di gioie terrene.

Si susseguono liriche più dolci e positive nelle quali la poetessa rievoca momenti passati e ricorda i suoi cari, soprattutto la madre, celebrata in due liriche e in maniera particolare nella bellissima “Sei volata via, madre” dove l’atroce ricordo della dipartita della madre è associata a una colorazione bianca, quasi accecante, che la poetessa vede e riconosce nella neve e nei gabbiani dal piumaggio candido. Ed anche qui, dove la lirica è pensata come commemorazione della madre, Anna Scarpetta non si risparmia per criticare la spietatezza di questo mondo nel quale siamo chiamati a vivere: “Sola sei andata via da questo strano mondo” (18). La “stranezza” del mondo è spiegata nella lirica “Il male del mondo” che è un vero pugno allo stomaco. In essa la poetessa plasma la parola in maniera meditata affinché sia acuminata, folgorante e distruttiva proprio come è l’efferatezza del mondo, la cattiveria diffusa negli animi imbarbariti nel nostro oggi: “Il male ha mostrato tutta la sua malvagità agli occhi del mondo/ coi suoi aguzzi artigli, graffiando volti di sfide verso il futuro/ ricacciando all’indietro tempi nuovi, che non sanno avanzare” (23). La poetessa non esplica quali intende essere i “mali” del mondo e lascia volutamente aperta la questione al lettore che può facilmente leggerli nell’aumento di femminicidi, nei suicidi per colpa della crisi economica, nelle inspiegabili tragedie familiari, nella bestialità di alcuni atteggiamenti umani e nelle invidie logoranti, negli abusi, nelle catastrofi naturali, ma anche nelle dolorose e fulminanti patologie a cui spesso non vi sono rimedi.

Per ultimo, ma non per importanza, ci sono liriche curiose dove Anna Scarpetta chiarifica la sua felice propensione nei confronti delle nuove tecnologie, esplicate soprattutto nel mezzo informatico al quale la poetessa riconosce grande capacità: con Facebook, ad esempio, si può ritrovare amici e parlare con loro, anche dopo tanti anni di lontananza e silenzio, e il web è molto positivo perché accorcia le distanze e fa viaggiare più veloce le notizie come sottolinea all’apertura di “Grazie a te web”. La versione digitale del libro, che oggigiorno sta combattendo una prima battaglia con il suo progenitore cartaceo –battaglia che a mio modesto parere sta perdendo e clamorosamente- è motivo addirittura di una lirica, “Ebook”, dove la poetessa ricorda, elogia e innalza il valore del cartaceo, custode di tradizione, fruitore di un contatto diretto e dispensatore del fresco profumo di stampa o acre di invecchiamento.

Il pensiero finale che la poetessa fornisce al lettore e sul quale si appella a una sua maggiore considerazione è quello che verte sul futuro: che cosa ci aspetta nei tempi a venire? Riusciranno le persone veramente brave e sincere a farsi valere in un mondo dominato da tante nefandezze? Anche la poetessa trasmette un sentimento d’incertezza al riguardo: “Da dove dovranno venire questi nuovi tempi/ carichi di profili, scolpiti di albe boreali, rinchiusi/ nell’immane destino che ancora non si profila” (41).

C’è bisogno di cambiamento e di gente valida che possa proporre una svolta. Subito. I tempi attuali sono fermi e stantii, pur nel loro ineluttabile incedere. Un plauso alla poetessa per darci tanti spunti su cui riflettere, predisponendo sulla carta timori che sono di tutti come quello dell’ombrosità di un futuro che si annuncia quale copia sbiadita di un difficile e depresso presente. A dominare incontrastato su tutto sono la centralità del passato e della tradizione, il senso e la validità dell’istituto familiare e la forza dell’insegnamento cristiano. La poetessa è talmente coraggiosa da pronosticare addirittura  un futuro scenario che la riguarderà nel suo rapporto con la poesia: quando la memoria verrà meno – e con essa tutti i vari ricordi- allora non sarò niente ed avrò perso tutto; in un’altra poesia osserva “voglio ricordare tutto, senza azzerare mai nulla”. È la parola che si fa testimonianza e che vive ogni volta che torniamo a leggerla.

LORENZO SPURIO

[1] Anna Scarpetta, Le voci della memoria, Ismeca, Bologna, 2012, p. 9.

[2] Aggiungo che Anna Scarpetta è stata recentemente premiata al I Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta per la sua poesia religiosa dal titolo “Sulla via di Damasco”, ulteriore segno che evidenzia questa sua nuova apertura nei confronti di un genere poetico molto diffuso e seguito.

“Euterpe” n° 16 dedicato al tema “Alterità nelle sue varie forme” è uscito

E’ uscito oggi 10 giugno 2015 il sedicesimo numero della rivista di letteratura online “Euterpe”. Il nuovo numero, che si apre con un editoriale dello scrittore Martino Ciano, contiene al suo interno i seguenti materiali ripartiti nella canoniche rubriche alle quali si aggiunge quella nuova dedicata alle interviste e curata dalla poetessa e scrittrice Valentina Meloni.

RUBRICA DI POESIA

Testi di Antonio Spagnuolo, Francesco Paolo Catanzaro, Iuri Lombardi, Laura Appignanesi,  Carla De Falco, Giuseppe Napolitano, Michela Zanarella, Lucia Bonanni, Mariella Bettarini, Cristina Lania, Giuseppe Gambini, Teresa Stringa, Lucia Lascialfari, Luciano Domenighini, Felice Serino, Emanuela Inglima, Mario Vassalle, Alba Gnazi, Giuseppe Guidolin, Carla Spinella, Gabriella Pison, Assunta De Maglie, Maurizio Soldini, Mario De Rosa, Luigi Pio Carmina, Annamaria Pecoraro e Steven J. Grieco.

RUBRICA DI RACCONTI

Testi di Alessia Ranieri, Sandra Carresi, Francesca Luzzio, Maria Pompea Carrabba, Pina Piccolo, Elisabetta Amoroso e Luisa Bolleri.

RUBRICA DI SAGGISTICA-ARTICOLI

GIORGIO LINGUAGLOSSA – L’Autoritratto o dell’Identità o del Poeta allo specchio: “Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore”

NAZARIO PARDINI – “Puccini al tempo della Turandot”

STEFANO BARDI – “Le rivoluzioni scientifiche: Galileo Galilei e i suoi eredi”

AMEDEO DI SORA – “Il dandysmo estremo di Jacques Rigaut”

ANTONIO MEROLA – “I poeti assassini”

FRANCESCO MARTILLOTTO – “Lettura di Spesso il male di vivere ho incontrato di Eugenio Montale”

MARIO VASSALLE – “La varietà”

UGO PISCOPO – “Considerazioni sul concetto di alterità”

MARIA LENTI – “Elogio della Solitudine”

BARTOLOMEO BELLANOVA – “Mediterraneo: corpi, numeri, vergogne e falsità”

LORENZO CAMPANELLA – “L’altro è in noi”

RUBRICA DI RECENSIONI

Umeed Ali, poeta pakistano e il suo libro “Bilancio interiore”, recensione di Lorenzo Spurio

“La passiflora non è una passeggiata en plein air” di Rita Vitali Rosati, recensione di Lorenzo Spurio

“Leonardo Sciascia, cronista di scomode realtà” a cura di Martino Ciano, recensione di Lucia Bonanni

“Il Mistero delle Due Veneri”. Riflessioni sulla ‘drammaturgia’ di Alessio De Luca, recensione di Iuri Lombardi

“Granelli di tempo” di Rosaria Minosa, recensione di Lorenzo Spurio

“L’opossum nell’armadio” di Lorenzo Spurio, recensione di Katia Debora Melis

“Sul far della sera” di Giovanni Vivinetto, recensione di Marzia Carocci

“Schegge” di Daniele Berto, recensione di Marzia Carocci

RUBRICA DI INTERVISTE

Alterità e individuazione, iper dotazioni psichiche e crisi d’identità attraverso la teoria dialettica ideata dal Dottor Nicola Ghezzani. Intervista di Valentina Meloni

Intervista al poeta Corrado Calabrò, a cura di Lorenzo Spurio

  

SEGNALAZIONI e PROSSIMI EVENTI     

XXVI Concorso Internazionale di Poesia “Città di Porto Recanati” (scadenza 25-07-2015)

Selezione di materiale per l’antologia “Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista, l’ironico” (scadenza 30-06-2015)

2° Premio di Letteratura “Ponte Vecchio” (scadenza 30-11-2015)

Il nuovo numero della rivista può essere letto e scaricato collegandosi alla sezione “Leggi i numeri della rivista” all’interno del sito.

Si ricorda, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà quale tema/titolo al quale è possibile rifarsi “Quando l’arte diventa edonismo”. I materiali dovranno pervenire alla mail della rivista (rivistaeuterpe@gmail.com) entro e non oltre il 20 settembre 2015.

Qui l’evento in FB del prossimo numero della rivista.

Grazie per l’attenzione e buona lettura

Lorenzo Spurio

Direttore “Euterpe”

Un sito WordPress.com.

Su ↑