“Muro, che ti discosti…”, poesia di Emanuele Marcuccio in esergo a Flyte & Tallis, saggio di critica letteraria di Lorenzo Spurio

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio che ha pubblicato una silloge di poesie (Per una strada, Ravenna, SBC, 2009) e una raccolta di aforismi (Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, Pozzuoli, 2012) mi ha gentilmente concesso di utilizzare in esergo una sua poesia inedita, richiestagli espressamente da me ed in linea con alcune delle tematiche del mio saggio di critica letteraria che presto sarà pubblicato.

Il saggio, dal titolo Flyte & Tallis, Ritorno a Brideshead ed Espiazione, una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese, affronta una analisi letteraria comparativa tra i romanzi di Ian McEwan ed Evelyn Waugh. Il saggio contiene inoltre una nota di prefazione della poetessa, scrittrice e recensionista Marzia Carocci e si chiude con la traduzione in italiano di un saggio di un docente americano, Brian Finney, sul romanzo di McEwan.

 

 “Muro, che ti discosti…”

(poesia di Emanuele Marcuccio)

A Lorenzo Spurio,

grato per l’’apprezzamento

dei miei scritti

 

Muro, che ti discosti,
che ti accartocci
su te stesso, vibra
sibila lontano la guerra
e giunge
distruttiva…
Muta
una nobile famiglia
e rimane, muta
divisa
al presente…
espia colpa, amara colpa
rimordi!

 

(27/4/2012)

 

 

Commento a cura di Luciano Domenighini

Poesia piuttosto ermetica per il generoso ricorso all’ellissi che ne valorizza i residui frammenti, è composta da tre parti: un vocativo libero descrittivo, una parte narrativa doppia, con due soggetti (la guerra, una nobile famiglia) a cui vanno per ciascuno due coppie di indicativi presenti dei quali il primo è sdoppiato nella prima coppia “vibra sibila” e sottinteso nella seconda, “rimane”, realizzando una simmetria di compensazione e infine un distico in vocativo iterato (colpa, colpa) rafforzato da due imperativi in esclamativo (espia, rimordi!). Tre momenti ben distinti ma di grande efficacia espressiva nel rappresentare l’orrore della guerra.

 

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Incuriositi dal titolo, al richiamo poetico: “Muro, che ti discosti…” s’attende al suo non più inerte stare, perché attraverso l’estro del poeta esso esorta a gran voce dal prendere le distanze dall’incomprensibilità della violenza, direi, per usare un termine di mons. Helder Camara, con un atto di “coscientizzazione” verso la realtà (ciò che dovrebbe essere humana praxis) che, strano a dirsi, nel denunciare porta con sé una speranza. Interessante in questo senso è il parallelismo del muro, muta pietra, che urla con il suo gesto un no disperato, dolorante, e il mutismo di una nobile famiglia, che espia colpe sotto l’affilata nèmesi che si intravede timidamente a dividere “al presente…” quel che poteva essere un delizioso e quotidiano quadro familiare. Ed è così che si sposta la percezione del soggetto dall’io del poeta al nuovo soggetto: il “muro” che trasmutando diviene limen/limes, inteso non come limite “aldilà del quale”, ma luogo. E questo luogo, parafrasando il pensiero aristotelico: “limite immobile del contenente”, è limen/limes mobile del contenuto “Io”, perché egli è vivo, umanizzato, agisce, con espressione d’orrore e di dolore avvertito nei brevi versi lapidari: “[…] che ti discosti,/ che ti accartocci/ su te stesso […]”.

La mole prima inerte s’allontana dal male della guerra, prende le distanze, ripiega nelle sue riflessioni, nelle emozioni, e nell’estrema trasmutazione poetica si comprende il messaggio sotteso: quanto male può fare, quanto dolore può esserci nell’immagine del muro che ripiega e dell’uomo (annunciato nella nobile famiglia) ammutolito, perché, continua a far sottintendere l’ispirata poesia e nonostante le rassicurazioni dell’io poetico, “[…] vibra/ sibila lontano la guerra” giunge, e giunge distruttiva; come a voler dire che tutto ci appartiene anche quel che sembra lontano dalle nostre case, lontano dai nostri confini. Ma quel solitario limen/limes sa che il suo essere è confine, soglia, casa, dimora, traguardo, cade il suo essere barriera, esso traduce adesso il pianto del rimorso nel suo solitario agire; il primo a cadere sotto il peso del nodo espresso dall’alto dell’ultimo verso, come voce divina: “rimordi!”.

E, parafrasando Dante, è impossibile non intendere l’intera lirica anche come risposta profetica alla domanda dell’umana anima poetica: “Perché non rimordi?”.

Come Dante immagina un aldilà che nessuno vedrà senza prima morire, profetizzando peccati e colpe, così in questa poesia Marcuccio porta ad una forma verbale dalla doppia valenza di presente indicativo e di presente imperativo un sentimento ancora non intimamente nutrito nell’animo umano; nella sua forma imperativa può richiamare ad un monito ma avallata dalla forma del presente indicativo è un profetizzare su quel che succederà all’uomo ancor più di adesso, quando sarà un corale sentimento il rimorso. Per questo sottintesa si può scorgere la domanda a cui il poeta già ha risposto per un futuro vicino: “Perché non rimordi?”.

 

 

Commento a cura di Santina Russo

Una poesia che si presta a diverse interpretazioni, che dall’autore arriva al lettore come un alito di vento che durante il tragitto si trasforma e si arricchisce delle particelle con cui si scontra, una poesia evocativa che nella prima parte riproduce un onomatopeico accartocciarsi del muro su se stesso attraverso l’allitterazione della “s”, mentre nella seconda parte lo stesso effetto onomatopeico è ripreso dall’allitterazione della “m”, con riferimento al mutismo della famiglia nobile.

 

 

Commento a cura di Domenica Oddo

 Questa poesia ci rimanda ad uno dei temi cruciali vissuti dalla società odierna, cioè, la fragilità delle famiglie, delle istituzioni, delle nazioni, etc. Gli interessi personali, fabbricano pietre che innalzano muri e dividono le stanze di una casa, e i litigi, anche fra persone che si amano, fanno chiudere le orecchie dei muri, che si accartocciano su se stessi, impedendo l’ascolto. Si rimane isolati, muti, anche pur rimanendo insieme. La colpa da espiare porta a mettere in discussione l’egoismo dell’essere umano, che si ritrova in una guerra, voluta o non voluta, apparentemente lontana, che coinvolge tutti i membri di quella famiglia. La sensibilità del poeta sente l’urlo disperato e ripiegandosi su se stesso, trova la luce della poesia che sarà lampada accesa, che farà chiarezza negli interrogativi dei mali oscuri, che attanagliano la società. Una poesia-denuncia, un appello di speranza per chi vuol mettersi in discussione, per chi vuol uscire da se stesso per alzare gli occhi su ciò che avviene nel mondo.

 

Chi è l’autore?

EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974.  Scrive poesie dal 1990, nell’agosto del 2000 sono state pubblicate sue poesie, presso l’Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico di poesie e brevi racconti Spiragli ‘47. Partecipa a concorsi letterari di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie.

Nel marzo 2009 è uscita la sua raccolta di poesie Per una strada, SBC Edizioni, recensita da vari studiosi e critici tra cui Luciano Domenighini, Alessandro D’Angelo, Lorenzo Spurio, Nazario Pardini e Marzia Carocci.

Una sua poesia edita è stata pubblicata nell’agenda 2010 Le pagine del poeta. Mario Luzi, da Editrice Pagine di Roma.

Nel 2010 ha accettato la proposta di collaborare con una casa editrice per la scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e luglio 2011 ha presentato tre autori, riuscendo così a far pubblicare tre libri di poesie e, dal 2011 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate.

Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico ambientato al tempo della colonizzazione dell’Islanda, di argomento storico-fantastico.

Ha inoltre scritto vari aforismi, ottantotto dei quali sono stati raccolti nella silloge Pensieri minimi e massime, Photocity Edizioni, edita nel giugno 2012.

Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti su blog letterari. È collaboratore della rivista on-line di letteratura Euterpe. È stato membro di giuria nella prima edizione del concorso nazionale di poesia “L’arte in versi” (2012).

È presente su blog, siti e forum letterari, tra cui “Literary”, con una scheda bio-bibliografica nell’Atlante letterario italiano. Ha in programma la pubblicazione di una seconda silloge di poesie. (Agg. al luglio 2012)

POESIA E COMMENTI PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DEGLI AUTORI. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DEGLI AUTORI

“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Annamaria Pecoraro

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione a cura di Luciano Domenighini

Postfazione a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti

Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Recensione a cura di Annamaria Pecoraro

 

Emanuele è un poeta “ribelle” (59), che usa la poesia come strumento di dialogo intimo verso Dio (66), e come lama sottile per colpire la grettezza politica che usa lo “Stato”, impoverendolo (19,37, 72). La poesia è arma che disarma (41, 46, 51), che attraversa il dolore e diventa musica (36, 57), follia (45), ricerca (22, 27, 75), amore (24, 62), “trasfigurazione” ed “ispirazione” di sogni (64). Via che alimenta i progetto quotidiani, diventando memoria di ciò che realmente dovremmo essere. Riscoprendo archetipi classici, che vedono la donna, nelle vesti di Elettra e dell’ uomo giusto in Oreste, e non nei tanti Egisto, che purtroppo, ghettizzano e mortificano la condizione dell’ essere umano (39). Emanuele cammina trovando nel dialogo e nell’essere “fanciullo” (11, 30, 34), la forza di osare e dire al mondo quanto meraviglioso sia emozionarsi (27), e coltivare valori che testimoniano il dono della vita. La radice della cultura (18), sta nel non aver paura di essere sé stessi, senza pretese di giudizio (23) o di ottenere onori, ma di non essere stanchi di arricchirsi nella diversità che ci circonda, trovando anche nel silenzio (47), l’intesa e il vigore di scegliere difendendo anche la propria origine (20, 38). Ottantotto aforismi tutti da gustare e da portare come propositi attivi nel nostro status vivendi.  

 

a cura di Annamaria Pecoraro

 

6 agosto 2012

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE E DELL’AUTORE DEL TESTO.

“Pensieri minimi e massime”, collezione di aforismi del palermitano Emanuele Marcuccio. Recensione a cura di Marzia Carocci.

Pensieri minimi e massime
di Emanuele Marcuccio
PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Genere: Saggistica/Aforismi
Prefazione, a cura di Luciano Domenighini
Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio
Curatrice d’opera: Gioia Lomasti
Cover: Francesco Arena
Prezzo: 7,60 €
 
Recensione a cura di Marzia Carocci

 

L’aforisma è l’immediatezza di un pensiero, di uno stato d’animo, di una constatazione che porta alla riflessione immediata  portando il lettore al senso compiuto di un’osservazione ricca di essenza. Emanuele Marcuccio, nella sua introduzione alla poesia, sottolinea proprio quanto sia importante questa forma letteraria che è la creazione di un’anima attenta, e da quanto tempo  la forma lirica abbia attirato l’uomo per bisogno di esternare e di celebrare le proprie interiorità.

Egli farà riferimento anche alle varie epoche e ai tanti poeti che ci hanno preceduto, al loro modo di esprimersi con quel desiderio di comunicare attraverso questa forma letteraria.

Gli aforismi di questo poeta ci portano in un caleidoscopio di riflessi, perlopiù rivolti all’importanza della poesia, attraverso le considerazioni che questa forma letteraria impone con musicalità, sentimento e stile, ma ci saranno annotazioni sul dolore, sull’amore, sulla felicità, sulla morte: “Solo al momento della morte, questo nostro orologio sconnesso della vita darà l’ora esatta”.

Il poeta, in questo contenitore di emozioni, sembra a volte meditare nella ricerca continua di quesiti  a volte  senza risposte, altre con ferma certezza.

L’autore si sofferma su cosa sia il poeta, la poesia, l’espressione lirica, il valore dell’amore, la negazione dell’offesa, l’importanza dell’incipit come padrone dell’apertura poetica che si chiude con l’explicit nella chiusa del verso emozionando il lettore .

“Il poeta modella le parole, le forma e le trasforma, le trasla nel significato e le trasfonde nel significante”.

Marcuccio appunta come in un diario tutte quelle constatazioni, annotazioni che lui concretizza  in massime per sottolineare quei pensieri che egli sente di esprimere.

“La felicità dura il tempo di un istante e, attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo”.

Il protagonista principale di questo viaggio, resta comunque la poesia, regina indiscussa di emozione e sentimento e il senso di questa, che Emanuele Marcuccio, esalta  attraverso la parola.

Un itinerario dove l’autore contrassegna con un numero i vari aforismi come per catalogare in “regole” quelle osservazioni ben delineate e portate in superficie per esaltare ed elogiare una delle forme letterarie più eccelse; attimi di riflessioni che allargano il campo  ad ampi ragionamenti su un argomento interessante: perché la poesia è presente fino a circa un millennio prima di Cristo, come giustamente annota nell’introduzione Marcuccio? Perché il bisogno di celebrare le proprie emozioni? Come si interpreta la poesia?

In questo libro di “Pensieri minimi e massime”, troverete vari spunti interessanti.

 

 

a cura di Marzia Carocci

21 luglio 2012

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA QUI SU QUESTO SPAZIO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE DEL LIBRO E DELL’AUTRICE DELLA RECENSIONE. 

E’ uscito “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, una raccolta di aforismi

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio, dopo la silloge “Per una strada” (Ravenna, SBC Edizioni, 2009) torna con un nuovo pregevole lavoro. “Pensieri minimi e massime”, edito da Photocity Edizioni è una corposa raccolta di aforismi, la maggioranza dei quali vertono sulla poesia.

L’opera è arricchita da una Prefazione a cura di Luciano Domenighini e una postfazione a cura di Lorenzo Spurio.

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“Supersonica”, poesia di Emanuele Marcuccio con commenti critici di Luciano Domenighini e Cinzia Tianetti

SUPERSONICA[1]

(poesia di Emanuele Marcuccio)

Arcata superiore

sopraelevata

in ala a tutti

sfreccia e rincorre

il tempo e il suono

squarcia lo spazio

riduce durata di luce

in eco

nel ribattere veloce

(16/10/2010)


Commento a cura di Luciano Domenighini

“Supersonica” è la più moderna delle liriche di Emanuele Marcuccio non tanto perché abolisce la punteggiatura ma perché è indefinita nel soggetto.

È un vocativo di nettezza abbacinante, metallica, quasi onirica, totalmente “fisica”, spazio-tempo-suono-luce, di dimensione surreale.

Le due sintetiche forme modali al 3° e 8° verso (“in ala”, “in eco”) le conferiscono eleganza e leggerezza.

A CURA DI LUCIANO DOMENIGHINI                                                        

8 maggio 2012

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Si potrebbero immaginare dieci aerei in formazione in acrobatici disegni, eppur non è solo un’immagine sospinta dal significato che sovviene alla mente a dedicare l’intera poesia, sono le figure ben disposte nel verso, la loro geometria, che danno l’idea, attraverso la formazione delle parole alle labbra; basta pronunciare sostantivi come “Arcata”, “Ala”, o verbi come “sfrecciare”, “squarciare” per sentirne la spigolosità come di lamiera. Ed ecco figurarsi linee che uniscono coppie di vertici, rette da cui nascono semipiani, superfici, assi, facce, di corpi d’uccelli futuristici in un cielo casa del padre e della madre delle rotondità[2], del morbido, dolce etereo trascendere.

Come negare che dalla notte dei tempi l’uomo abbia sempre aspirato a volare?

Ha imparato a camminare eretto, a sfamarsi, ad accendere il fuoco e scaldarsi, a vivere in comunità sempre più complesse, a costruire utensili, a spostarsi per lunghe distanze in modo sempre più veloce, e quest’ultime cose sono nate dal senso del proprio limite. L’uomo non volerà mai. E nondimeno lo ha sempre voluto, rinascendo nell’idea di riuscirci, se pur solo in sogno, e in questo si percepisce quel senso di malinconia, primordiale, come il desiderio che vi sta dietro. Desiderio di essere volatili e desiderio di ciò che volare simbolizza: la “liberazione”, anche dalle miserie umane, e dal proprio corpo; l’ “ultraterreno” per quel sentimento di spiritualità che attanaglia il cuore, e per il desiderio di essere ad immagine e somiglianza di Dio. E così dal senso di impotenza la potenza dei motori di aerei che toccano le vette dei cieli, e pattuglie che giocano a rincorrere e superare la velocità del suono; eppure non vincono, perché il loro raggiungere tale velocità non è una costante, inevitabilmente ritorneranno a giocare con acrobatici disegni come scongiuri; a rincorrere il tempo, il suono, la luce, a volere squarciare lo spazio. E tutto questo non è nella volontà di quegli aerei che si impongono, ma di coloro che li guardano e sospirano: il poeta, il bambino, l’uomo.

A pensarci bene, una freccia tricolore in cielo, qual contrapposizione, ovvero qual connubio.

Velocità superiore al suono: “Supersonica”, recita il titolo, eppure si legge “sfreccia e rincorre / il tempo e il suono”.

Contraddizione?

Direi di no, qui ha inizio l’aspirazione poetica dell’intera poesia. Aspirare: significante in cui si sposano, convergendo, il “trarre a sé”, sopraelevandosi, il divino, e ciò a cui tende il desiderio “Arcata superiore / sopraelevata / in ala a tutti”, che, riprendendo il concetto del quasi onirico, accennato dal critico Domenighini, sembra esprimersi nel sogno dell’illusione visiva:  “squarcia lo spazio / riduce durata di luce / in eco / nel ribattere veloce”. E si può ancora dire che la tensione tra il termine “Supersonica” ed il verso “sfreccia e rincorre / il tempo e il suono” mostra e produce per l’intera poesia,  ancora una volta, tra il reale e il sogno, tra desiderio e azione, quel senso di malinconia e di nostalgica voglia di volare in altre ali, con gli occhi  rivolti in acrobatiche fugaci colorazioni del firmamento.

La visione di segni nel cielo, mezzo con cui l’uomo ha superato se stesso, proiettano nello spettacolo la potenza d’espressione, ma contravvenendo alla regola di scrivere di qualcosa provando a dire cosa è, o cosa rappresenta (ovviamente nei limiti di quanto, di fatto, oggettivo potrebbe essere il nostro dire), si potrebbe scrivere di qualcosa dicendo cosa non è, o meglio, cosa non è nel segno-parola che utilizza per veicolare l’ignoto messaggio riposto, e questo riconduce all’uomo rappresentato nella poesia dall’osservatore (mi piace pensare il poeta stesso)  intento a contemplare, ammirato, toccato nell’intimo, quel momento che vorrebbe suo, con cui vorrebbe identificarsi per “essere”; senza che rappresenti altro.

Se vi è contraddizione essa sta tra l’invenzione di mezzi, che potrebbero far toccare l’agognata “sensazione” e “consapevolezza”, e la loro stessa insita limitatezza, e, al di sopra di essi, la nostra, perché fondamentalmente incapaci di raggiungere la superiorità ambita e creduta da ciò che siamo.

Infatti, in definitiva, se si considera la giustapposizione tra l’aspirazione umana e la macchina la contraddizione è forte, come dire: io voglio volare, come nei sogni stare al di sopra di tutto e sentirmi libero, voglio avvicinarmi al divino, essere divino, ma non potrò farlo e la stessa mia invenzione non elimina la mia limitatezza, né tantomeno la sua perché non ha vinto sul suono, né sul tempo.

 

A CURA DI CINZIA TIANETTI                                                                                  

16 maggio 2012

 

 POESIA E COMMENTI PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DEGLI AUTORI. È VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DEGLI AUTORI

 


[1] La poesia è liberamente ispirata allo spettacolo delle frecce tricolori. Stampata nell’antologia manoscritta di autori vari, in tiratura limitata di una singola copia cartacea Pensieri e Parole a mano libera, 2011. Il singolo volume è stato messo all’asta per beneficenza, iniziativa a sostegno della fondazione “Città della Speranza”.

La poesia sarà pubblicata entro novembre 2012, insieme ad altre tre, nel volume antologico Immagini, edito da Editrice Pagine.

[2] Da intendersi sia come, per contrapposizione, relazione tra la geometria dell’aereo, invenzione umana, circoscritta, legata ad una forma spaziale e numerica, all’impalpabilità del cielo, dalla forma “informe”, dalla non spigolosità, morbido come una coltre formosa e rotondeggiante. Sia come, muovendosi sul filo delle parole “padre e madre”, senso del divino, che l’uomo ha sempre attribuito al cielo, luogo dello spirito, dell’incorporeo, legandosi al desiderio di Dio e al tendere ad Esso (maschio e femmina); permettendo che in cielo avvenisse quell’unione dell’umano (geometria, numero, forma, aereo) con il trascendente, il soprannaturale (morbido dolce etereo cielo, casa, padre/madre); dell’invenzione (artificio) col sogno; che in definitiva è espressione del desiderio.

“Serena e di stelle…”, poesia di Emanuele Marcuccio con commento critico a cura di Luciano Domenighini e di Cinzia Tianetti

“Serena e di stelle…”

di Emanuele Marcuccio

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

Giacomo Leopardi,

da «La sera del dì di festa»

Serena e di stelle

è la notte, di cielo

e di vento che sibila in me…

e pioggia e di vento nell’anima

che fischia

al tedio che l’avvolge

e volge indietro i giorni

di quei perduti dì

che mai

si volgeranno…

(16/3/2012)

 

 

“Serena e di stelle…”

Commento a cura di Luciano Domenighini

Questa lirica si potrebbe definire un “idillio interiorizzato”, dove gli elementi della natura entrano ad abitare l’animo del poeta. In questi pochi versi Marcuccio si abbandona totalmente al gioco di cogliere e riprodurre intatte le frasi poetiche, così come gli sgorgano dalla sorgente dell’ispirazione e di aggiogarle con libertà, facendo assurgere lo zeugma e l’anacoluto a raffinati strumenti espressivi. Tessuto connettivo, legante di questo poetare non sono più le concordanze sintattiche o logico concettuali, rese labili o addirittura trasgredite senza rimpianto, ma il fluire spontaneo della musica dei versi e il loro associarsi secondo forze misteriose. Interessante, da un punto di vista metrico, scoprire la reale natura dei primi tre versi (senario, settenario, novenario) che in realtà sono due separati dalla virgola, entrambi specificanti del bel sintagma leopardiano “Serena è la notte” : un novenario ellittico reso elegante dall’anastrofe, e un vigoroso endecasillabo tronco sapientemente alleggerito dai punti di sospensione. Anche qui Marcuccio si conferma maestro nell’escogitare, spontaneamente, inedite e complesse architetture metriche.

 

A CURA DI LUCIANO DOMENIGHINI                                                        

22 aprile 2012

“Serena e di stelle…”

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Auspicativo: qualcuno l’ha vista “Dolce e chiara”  la notte “e senza vento”. La risposta è lì, in quei pochi versi del grande poeta Giacomo Leopardi, con cui si apre «La sera del dì di festa», riposto lì è l’incipit, che apre la nostra lirica: “Serena e di stelle / è la notte, di cielo”. S’intravede un nuovo orizzonte per l’anima e il cuore, in cui sarà senza vento la notte, e dolce. E quei giorni, al tedio, che avvolge l’anima, volti indietro, a quei perduti dì, si schiariranno al pacificarsi dell’anima “di quei perduti dì / che mai / si volgeranno…”.Ma ecco le note che movimentano la poesia stessa nel loro far intravedere l’ondosità della nostra stessa esistenza, del riposto segreto che avvolge l’anima dell’uomo: quei dì perduti che troveremo nella melanconia, nel dolcissimo amaro ricordo, nel tedio, che inteso in senso senecano, ci fa filosofare sul perché “sono io e non un altro”, sul perché “proprio a me”, mentre i fantasmi vivono la dimora di un passato che torna come l’onda alla riva. Quei giorni non torneranno più, animando, così, il nostro stesso animo, strappato all’impassibilità dello “stare”, mosso al cielo di stelle o di vento o di pioggia, all’esistere e all’essere. Sicuri che la sera arriverà al giorno, il sereno alla pioggia e al vento, e che il cielo sarà di nuovo stellato, ma nella ciclicità del ritorno. Ed Emanuele, in questa lirica ci mostra che l’alternarsi è il reale vissuto, l’alternarsi dei nostri sentimenti al sentire dell’intimo nostro io.L’anima, ora cielo desiderante, obnubila, nei giorni perduti, il suo stesso io perché sa che il tempo trascorre portandosi via un cammino costruito in ciò che diventiamo, in ciò in cui volgeremo, aspettandoci la serena notte che avvolge gli occhi e il cuore, rincuorandoci alla fine dei giorni.Ecco il lascito di questi versi che leggo con gran lucidità, con il medesimo contraddistinto segno malinconico, così tipico di questo autore, legandoci col pensiero a quel filo che si annoda così bene sull’ultimo accento, sull’ultimo suono di parola. Con questi versi ci mostra che il segreto del vivere è riposto in una circolarità che non è mai banale o scontata ripetizione ma annodata, salomonica[1] circolarità psichica-emozionale: quindi, non una banale circolarità ma la circolarità che può avere un “nodo”, un “annodamento” in cui tutto si risolve sì nell’unione dei due capi ma non in maniera così “lineare” e facile. Un nodo che unisce e contemporaneamente, vincola, esprimendo una circolarità senza soluzione di continuità, intesa anche come l’unione e il vincolo dell’uomo con la sua dimensione interiore, con la sua parte irrazionale e emotiva, in una visione in cui nessuno stato d’animo è definitivo.

A CURA DI CINZIA TIANETTI                                                                       

22 aprile 2012

POESIA E COMMENTI PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DEGLI AUTORI. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DEGLI AUTORI


[1] Il nodo di Salomone, simbolo frequente nei pavimenti musivi dell’arte paleocristiana, esprime sia conflitto che ricongiunzione, riappacificazione, tra il terreno e il celeste.

Emanuele Marcuccio intervista Luciano Domenighini

Intervista a Luciano Domenighini

a cura di Emanuele Marcuccio 


Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere poesie e di dedicarti alla critica letteraria?
La prima poesia l’ho scritta a dodici anni. L’amore per la critica letteraria è venuto molti anni dopo.

Cos’è per te la poesia, cosa non deve mai mancare in una poesia in generale e nella tua in particolare?
La poesia è la forma più intensa e diretta di comunicazione verbale. Non deve mai mancare l’ispirazione assieme alla ricerca di una forma esatta.

E cosa non deve mai mancare nello scritto di uno scrittore?
Oltre all’ispirazione, il rispetto della parola, la consapevolezza che la parola è una risorsa, non va sprecata, banalizzata.

Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo poetare, utilizzi la metrica o solo la rima, o nessuna delle due e perché?
Sono affascinato dai vari modi di poetare, in metrica, in rima, in prosa lirica.

Quanto tempo impieghi per scrivere una poesia?
Dipende. In genere le poesie in metrica e in rima richiedono più tempo, prevedendo degli obbiettivi obbligati. Sono, alle volte, come un gioco enigmistico che però non deve essere fine a se stesso. Il rischio è quello di perdere efficacia poetica per ottenere il metro e la rima giusti. Ma è una sfida in più.

Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?
Perché tramite la poesia si comunica in una dimensione intima, privata, esclusiva, e molte persone hanno paura di entrare in questo ambito manifestandolo pubblicamente.

Preferisci scrivere a penna o al PC?
A penna.

Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di poeta e critico letterario?
Come poeta è stato il conseguimento di alcuni premi letterari. Ricordo in particolare
con piacere quella volta, alla premiazione del “Graffito d’oro” del 2008, dove l’attrice
che leggeva le poesie premiate, si commosse leggendo la mia, che qui vado a riportare:

AL FIGLIO

Figlio,
tutto al mondo ha un prezzo
ma tu non saperlo.

Pensa che ogni cosa sia offerta
In dono
e in dono ricevuta.

Nulla è scontato
e non c’è ricchezza
senza meraviglia.

Nessun dono da me, povero padre,
se non che una carezza.

Lieve ti sia,
come un ricordo senza nome e
dimenticata
sempre ti accompagni.

(2007)

Come critico letterario l’esperienza più significativa riguarda la recensione e i commenti alla raccolta di un giovane e promettente poeta siciliano, sì, lo stesso che mi sta adesso intervistando.

Grazie infinite, per il mio Per una strada è stato un vero onore, un pregevolissimo dono. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

Io sono un poeta della domenica, a tempo perso, o meglio sarebbe dire, a tempo rubato al lavoro e agli impegni familiari.
L’ispirazione nasce casualmente, improvvisamente, realizzando nella memoria una frase, un sintagma, un ritmo, un’assonanza. A volte se non si hanno subito carta e penna per annotare quello che è balenato nella mente, il lampo dell’ispirazione va perso.
Poi il lavoro di costruzione del testo può essere lungo, laborioso, a più fasi (anche con rifacimenti a distanza di anni).
Ma è importante non perdere l’input iniziale…

Concordo e, citando un passo della mia introduzione alla poesia “Perché la poesia sia vera e sincera deve esserci questa scintilla iniziale, dopodiché possiamo scrivere di getto, in maniera spontanea o, fare un lavoro di lima ricercando la rima più adatta o la parola, o il suono e starci tutto il tempo che ci è necessario. In caso contrario, diventerebbe solo qualcosa di artificioso che non è espressione dei nostri sentimenti.”Nel 2004 hai fatto stampare a tue spese, in 150 copie, presso una tipolitografia una raccolta che hai intitolato “Liriche esemplari”. Ce ne puoi parlare?
“Liriche esemplari” è un’antologia, una raccolta retrospettiva che copre un arco molto ampio di tempo. Come accade a molte opere prime di uno scrittore dilettante già avanti con gli anni e totalmente inedito, anche “Liriche esemplari” ha un carattere che definirei retrospettivo-riepilogativo e in qualche modo anche testamentale.
Anche la sua veste editoriale essenziale, spoglia, totalmente priva di commenti e illustrazioni, se si esclude una fugace autoprefazione, è in linea con questa prospettiva di “messaggio nella bottiglia”.

Perché proprio questo titolo “Liriche esemplari”?
Lo spiego nelle quattro righe dell’autoprefazione: “esemplari” non sta per “da prendere ad esempio” ma sta per “esempi di composizione poetica”, in vari metri e stili, dalla prosa lirica al sonetto, alla rima dantesca, ecc… Ho voluto sottolineare l’aspetto tecnico, esercititativo, eclettico, della raccolta.

“Liriche esemplari” sta per “esempi di composizione poetica”, quindi, preferisci scrivere in metrica o in verso libero, qual è per te la vera poesia?

La formula, il modulo letterario è solo un tramite per ottenere la “forma letteraria” che è il vero obbiettivo dell’artista. Io non ho preferenze sul tipo di tecnica da usare: scelgo quella che più si adatta ai vari momenti ispirativi.

Ci sono altri scritti, stampati a tue spese?
No.

Cosa ti ha spinto a stampare a tue spese?
Vanità, solo vanità.

Quali sono i tuoi poeti preferiti, ce n’è uno in particolare?
I miei preferiti sono Dante, Tasso, Leopardi, Pascoli, Shakespeare, Puskin, Gozzano. In particolare però il poeta prediletto è Dino Campana.

E qual è la tua poesia preferita?
Questa, dai “Canti Orfici”:

Nel silenzio azzurrino

. . . . . . . . . . . .

L’aria ride: la tromba a valle i monti
Squilla: la massa degli scorridori
Si scioglie: ha vivi lanci: i nostri cuori
Balzano: e grida ed oltrevarca i ponti.
E dalle altezze agli infiniti albori
Vigili, calan trepidi pei monti,
Tremuli e vaghi nelle vive fonti,
Gli echi dei nostri due sommessi cuori…
Hanno varcato in lunga teoria:
Nell’aria non so qual bacchico canto.
Salgono: e dietro a loro il monte introna:
. . . . . .
E si distingue il loro verde canto.

. . . . . . . . . . . .

Andar, de l’acque ai gorghi, per la china
Valle, nel sordo mormorar sfiorato:
Seguire un’ala stanca per la china
Valle che batte e volge: desolato
Andar per valli, in fin che in azzurrina
Serenità, dall’aspre rocce dato
Un Borgo in grigio e vario torreggiare
All’alterno pensier pare e dispare,
Sovra l’arido sogno, serenato!
O se come il torrente che rovina
E si riposa nell’azzurro eguale,
Se tale a le tue mura la proclina
Anima al nulla nel suo andar fatale,
Se alle tue mura in pace cristallina
Tender potessi, in una pace uguale,
E il ricordo specchiar di una divina
Serenità perduta o tu immortale
Anima! o Tu!

. . . . . . . . . . . .

La messe, intesa al misterioso coro
Del vento, in vie di lunghe onde tranquille
Muta e gloriosa per le mie pupille
Discioglie il grembo delle luci d’oro.
O Speranza! O Speranza! a mille a mille
Splendono nell’estate i frutti! un coro
Ch’è incantato, è al suo murmure, canoro
Che vive per miriadi di faville!…
Ecco la notte: ed ecco vigilarmi
E luci e luci: ed io lontano e solo:
Quieta è la messe, verso l’infinito
(Quieto è lo spirto) vanno muti carmi
A la notte: a la notte: intendo: Solo
Ombra che torna, ch’era dipartito…

 Trovo che Campana possegga delle capacità tecnico-metriche, una immaginazione poetica e una nobiltà linguistica assolutamente superiori.

Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?
La Divina Commedia, Ulisse di Joyce. I Canti di Leopardi, Myricae di Pascoli, i Canti Orfici di Campana.
Il mio libro del cuore sono i Promessi Sposi. La sua prosa ha un tono singolare e inconfondibile, edificante, consolatorio, rasserenante.

E c’è un genere di libri che non leggeresti mai?
Non ho particolari preclusioni nei confronti di qualche genere letterario. L’importante è che un libro sia scritto bene.

Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla poesia, o che ti ha allontanato per un periodo dalla poesia o dalla scrittura in genere?
Se mai ci sarebbe da chiedermi cosa di tanto in tanto mi ha avvicinato alla poesia.
Nella mia vita la poesia è stata un’eccezione ricorrente.

Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?
Amo la mia terra, anche se la mia è stata una vita da esule. Tutte le terre sono belle se vi si trova qualcuno da amare e che ci ami. Ma la terra natìa è una madre, viene prima di noi, sono le nostre radici, e ce la portiamo dietro nella vita, qualunque cosa noi facciamo o diventiamo.

Tra poesia e prosa, cosa scegli e perché?
Scelgo la poesia perché mi è più congeniale. A scrivere in prosa ci ho provato ma non ne viene fuori nulla.

Hai un sogno nel cassetto?
Scrivere belle poesie e aver più tempo per farlo. E poi diventare uno scrittore famoso, ricco e ascoltato.
È proprio vero che i sogni non hanno età.

Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?
Ci sono molte opportunità per chi abbia un po’ di tempo per dedicarsi alla scrittura. Ma le grandi case editrici sono poche.

Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?
E’ in corso, tramite i “media”, un processo di acculturazione delle masse, di alfabetizzazione del gusto ed è chiaro che, in questo ambito, non si può andare tanto per il sottile. E’ una cultura essenzialmente didascalica, catalogativa, compilativa, estemporanea, d’accatto. La cultura del passa-parola, del tam-tam mediatico, del “sentito dire”, delle frasi fatte e dei luoghi comuni, dietro a cui quasi sempre c’è un sottofondo di qualunquismo e di propaganda più o meno celata. Fortunatamente sopravvivono i buoni testi letterari.

Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?
Quando sono istituiti con serietà, rappresentano un’occasione per gli scrittori.

Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul “Corriere della Sera”, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Da critico letterario, cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?
Credo che nel Novecento si sia verificata una sovraesposizione della letteratura alla critica letteraria. In certi casi la critica letteraria è diventata quasi un genere letterario a sé stante e, in non pochi casi, ha contribuito a determinare la fortuna o la disgrazia di qualche autore. Inoltre spesso ha avuto una funzione scopertamente commerciale, sovrastimando opere di scarso valore. Il richiamo di Cherchi a un’impostazione schematica della critica letteraria, secondo il modo della filosofia scolastica, è interessante perché definisce l’opposto di quella critica vaga, enfatica, fumosa, indefinita e indefinibile e non di rado, come detto, pretestuosa, che ha imperversato e tuttora imperversa. Io credo che entrambi questi estremi vadano evitati. La valutazione di un’opera letteraria deve poggiare su parametri di riferimento chiari e in qualche modo oggettivabili, ma al contempo dovrebbe consentire al critico di manifestare il proprio gusto, la propria sensibilità e la propria fantasia interpretativa.

Quanto è importante per te il confronto con altri autori?
È molto importante. Per imparare soprattutto nuove tecniche e nuove soluzioni espressive. E poi, dal punto di vista umano, per condividere questa colleganza, questa esperienza comune. Va da sé che, comunque, per entrare nel mondo di un poeta e nel suo immaginario, per capire il senso e l’atmosfera della sua poesia occorre che si realizzi una simpatia, che si stabilisca una sintonia con il suo testo poetico. Questa corrispondenza, quasi sempre è automatica, spontanea e dipende dalle affinità fra lettore e autore o dalla concomitanza di particolari stati d’animo che favoriscono questa comprensione.

Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura di poesie o alla scrittura in genere?
Nessun consiglio, se non quello di avere il proposito di migliorarsi costantemente. E poi l’umiltà, il rispetto verso altri autori, lo spirito di autocritica soprattutto con l’obbiettivo di evitare le secche dell’autoreferenzialità.

Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo?
Una nuova raccolta di poesie. Sono circa sessanta titoli anch’essi di metro e stile differente, anche se orientati prevalentemente verso la prosa lirica.

 Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di poeta e critico letterario!

 A cura di Emanuele Marcuccio

 

 

 

LUCIANO DOMENIGHINI è nato nel 1952 a Malegno in provincia di Brescia. Ottenuta la maturità classica si laurea in Medicina e inizia la professione medica quale medico di Medicina Generale, attività che svolge tutt’ora. Nel 2000, a Bologna, ottiene il primo riconoscimento letterario , una segnalazione a un premio di poesia. Nel 2003 vince il premio internazionale “Provincia di Trento” per la poesia “Canzone” E  nel 2004  al Vittoriale di Gardone Riviera gli viene assegnato il premio internazionale “Gabriele d’Annunzio” per la poesia “Esercizio di rima”. Sempre nel 2004 pubblica la sua prima raccolta di versi “Liriche esemplari”. Collabora nel frattempo saltuariamente con giornali locali come critico letterario.  Nel 2004 ottiene il 4° posto al premio Nazionale  di Poesia  “Il graffito d’Oro”, riservato a Medici e Farmacisti letterati, con la poesia “Dalla spiaggia” e due anni dopo nel 2008 sempre al “Graffito d’oro”, vince il premio speciale della giuria con la poesia “Al figlio”. Ancora nel 2008 ottiene una segnalazione alla XXI edizione del premio Nazionale Città di Corciano con la poesia “Mottetto”. Nel 2010 redige un breve commento critico ad alcune poesie di giovani poeti siciliani fra cui 15 titoli della raccolta “Per una strada” di Emanuele Marcuccio.


L’INTERVISTA VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA PUBBLICAZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA CONSENSO DELL’AUTORE.

Per una strada di Emanuele Marcuccio, Recensione di Luciano Domenighini

Per una strada di EMANUELE MARCUCCIO

Sbc Edizioni, 2009, pp. 100

ISBN: 9788863470314

Recensione a cura di LUCIANO DOMENIGHINI 

La raccolta di poesie “Per una strada” di Emanuele Marcuccio, raccoglie il meglio della sua produzione poetica dal 1990 al 2006. In un arco di tempo così lungo è ravvisabile una evoluzione, soprattutto formale, nel senso della acquisizione di un linguaggio poetico più originale.

Lo stile:
Le poesie di Marcuccio, specie quelle dei primi anni, hanno uno stile composito, con vaghi richiami stilnovistici, epico-rinascimentali, neoclassici, leopardiani. Questo eclettismo, però, è privo di ostentazione; le citazioni e i modi sono sfiorati con leggerezza. Vale la pena, ad esempio, di osservare come il poeta ricorra, e frequentemente, all’elisione. Solitamente, l’elisione è motivata da urgenze metriche, mentre in Marcuccio il suo uso è assolutamente gratuito è un vezzo, una scelta fonetica puramente ornativa.

Le figure retoriche:
La poesia di Marcuccio, avendo, come detto, carattere eclettico ha una certa ricchezza di figure retoriche, anche se prevalgono nettamente figure di soppressione-sottrazione ( ellissizeugma), o di soppressione-accumulazione (asindeto) oppure di accumulazione, specie quelle reiterative (anaforaepistrofeparonomasia). Lo schema più frequente è il vocativo, seguito da asindeti o polisindeti multipli, pure associazioni di parole ad effetto “impressionista” in senso descrittivo o elegiaco. Le sequenze in asindeto, hanno effetto subentrante-perfettivo e sono composte da sostantivi, sostantivo-aggettivo, aggettivi o sequenze di verbi transitivi e intransitivi come nel bellissimo “vedi, vive, canta, sussurra.” L’impiego di queste figure di accumulazione può avere, come detto, effetto variante-specificante o descrittivo oppure più squisitamente oratorio-enfatizzante, realizzando una “gradatio” emotiva, un vero e proprio climax.

La metrica:
È un poetare libero, polimorfo, ma senza urgenze o scrupoli di ordine metrico. In qualche modo è un poetare istintivo, d’ispirazione, di prima mano. Anche quando l’eloquio poetico si coagula in disticiterzine o persino tetrastici riconoscibili e strutturati in rime o assonanze o paromeosi, sovente il computo delle sillabe, cresce o difetta e la disposizione degli accenti è disritmica. Il tentativo di rima dantesca (“Amor”) è sostanzialmente fallito. Altre volte invece il verso è di eccellente struttura metrica (cfr. gli endecasillabi ”dolce mi viene all’anima, /cantando” oppure “dell’universo immenso meraviglia”). Ma ciò, quando avviene, avviene per caso, o meglio non avviene intenzionalmente quasi che il poeta seguisse unicamente una sua musicalità del momento.

I contenuti:
Accanto alle numerose composizioni, di impronta prevalentemente moralistica, dedicate a personaggi storici o letterari (notevoli i quattro “omaggi” a Garcia Lorca) i temi prediletti da Marcuccio sono quello paesaggistico-descrittivo, quello amoroso e la poesia civile. Riguardo a quest’ultima merita di essere menzionata “Urlo”, dedicata alla tragica fine del giudice Falcone. Con toni rutilanti, epici e tribunizi, il poeta si abbandona sdegnato a una denuncia-condanna senza appello, ricorrendo a un’enfasi tragica quasi omerica, eppure mantenendo, nel messaggio, una chiarezza lampante e inequivocabile.

Conclusioni: 

Nella pressoché assoluta libertà di impiego di moduli stilistici e soluzioni lessicali, nel lasciarsi guidare dall’ispirazione e dallo spontaneo sgorgare della parola poetica; nel tendere l’orecchio insomma alla musicalità del verso come spontaneamente gli proviene dal cuore e dalla mente, e nel saperla tradurre in versi limpidi e carichi di emozione, sta la caratteristica principale di questo poeta, per conoscere il quale la raccolta “Per una strada”, opera prima, pur nella sua varietà stilistica e nella inevitabile impronta esperitiva, rappresenta una fonte preziosa ed esauriente.

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LUCIANO DOMENIGHINI

RECENSIONE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE DELLA SILLOGE DI POESIE E DEL RECENSIONISTA. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DEGLI AUTORI

“Canto d’amore” di Emanuele Marcuccio

Canto d’amore (6/12/1999)

poesia di EMANUELE MARCUCCIO

 tratta dalla silloge Per una strada, Sbc Edizioni, 2009

Leggerezza, delicatezza

soffusa e serena:

un fiore, che leggiadro

al primo suo fiorire,

espande per l’aria

gli odorosi suoi sospiri,

e irrora dolcemente,

e irradia di luce

l’aria della notte:

un’arpa ascolto,

lontano il suo suono

si perde;

sospirosi ardori,

sospirato amore,

ti chiamo

e nella notte mi perdo.

CANTO D’AMORE 

Commento di Luciano Domenighini 

Sono sedici versi che alternano la terza persona (espande, irrora, irradia, si perde), descrittiva dell’oggetto amato con tre splendidi versi (10, 15, 16) in prima persona: un quinario (“un’arpa ascolto”) e un ottonario (“e nella notte mi perdo”) sospesi e vaghi, a siglare un clima incantato e infine uno scolpito ternario (“ti chiamo”), perentorio, esclamativo, che fa da perno a tutta la composizione. Da notare anche la corrispondenza iterativa dei versi 11 e 12 (“lontano il suono / si perde”) con l’ultimo verso (“e nella notte mi perdo”).

La breve lirica è un polisindeto di giusta lunghezza, con la cadenza , il respiro esatto, che ha l’unica pausa, e riprende fiato, sul bellissimo “un’arpa ascolto” che è un pentasillabo morbido, rotondo, appena inciampato sulla sinalèfe di “arpa-ascolto” (ma è difetto veniale e qualcuno potrebbe anche definirlo un pregio). L’effetto “morendo”, “perdendosi”, pur nell’intensità dell’emozione, è reso benissimo.

Nota dell’autore: “Ispiratami dall’ascolto del Quintetto n. 1 op. 89, di G. Fauré.

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“Ramoscello d’ulivo”, poesia di Emanuele Marcuccio

Ramoscello d’ulivo (20/3/1992)

poesia di EMANUELE MARCUCCIO

tratta dalla raccolta “Per una strada”, Sbc Edizioni, 2009

Ramoscello d’ulivo,

tu sei desiato,

canti disteso,

dolce traspari:

ché quel richiamo taorminese

innanzi tempo, tinto,

fosco sogno adombro,

rimane.

RAMOSCELLO D’ULIVO 

Nota a cura di Luciano Domenighini

L’inizio è in vocativo, svolto in tre delicati quinari, uno passivo (sei desiato) e due intransitivi (canti, traspari), è siglato da una quartina esplicativa dove alla bella musicalità di un verso (“innanzi tempo, tinto,”) fa riscontro l’ermetica ruvidezza del verso successivo, dove “adombro” è aggettivo e non verbo. Sono solo otto versi ed è diviso in due quartine collegate dai settenari al primo e al sesto verso. La prima quartina è tutta in vocativo, limpida, diretta, sviluppata da tre quinari sorretti da verbi in seconda persona, lievi, delicati (sei desiato, canti, traspari).  La seconda, esplicativa, in realtà è ermetica, presentando cesure sia semantiche che sintattiche. Nondimeno il settenario “innanzi tempo, tinto,” è bellissimo per la perfezione della cadenza e l’impasto fonetico, ottenuti ricorrendo a quatto raddoppi di consonante e ad un abile uso del colore delle vocali.

Nota dell’autore: “Ispirata ad un sogno che io feci, di ritorno da Taormina; da notare la ricercata figura dell’accusativo alla greca in “tinto, / fosco sogno adombro,”, da sottolineare che “adombro” non è verbo ma è l’arcaismo dell’aggettivo “adombrato”. Cosicché, quel richiamo taorminese rimane un fosco sogno tinto (variegato, colorato, di colori diversi, ma solo intravisti) e adombrato (coperto di un’ombra d’oblio) innanzi tempo (prima che lo si possa comprendere).”

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Dolcemente i suoi capelli, poesia di Emanuele Marcuccio

Dolcemente i suoi capelli… (24/4/2006)

Poesia di EMANUELE MARCUCCIO

Contenuta nella silloge Per una strada (2009)

Dolcemente i suoi capelli inanellava,

e mi beava nel rimirar

il suo bel viso,

il suo sorriso,

che languente mi sfuggiva;

e cercavo d’immaginar

i suoi begl’occhi,

che all’anima profondi balenava

in un sussulto,

in un singulto,

che veloce dileguava.

Commento critico di LUCIANO DOMENIGHINI

Undici versi sostenuti da sei verbi all’imperfetto, con due coppie di quinari iterati in rima baciata ( 3 e 4, 9 e 10).

Anche qui il poeta, dopo il languido dodecasillabo iniziale, intesse, reiterandoli, una trama di quattro “incipit” (“e”, “il suo”, “in un”, “che”) , accoppiando però due di essi in eleganti distici di quinari in rima. Così crea un clima sospeso, seduttivo, ammaliante.

La lirica ha andamento subentrante, avvolgente e sfuggente a un tempo, e al secondo e al sesto verso si concede un’aura retrò con un arcaismo (“beava”) e due apocopi (“rimirar” e “immaginar”) che conferiscono alla composizione una stilizzata leggerezza. La breve composizione ha struttura metrica particolarmente raffinata. Sono undici versi a disposizione parasimmetrica (12, 9, 5, 5, 4, 4, 9, 5, 12, 5, 5, 8) in metro barbaro ad andamento anapestico. E’ proprio la metrica barbara a dare musica alla composizione che comunque prevede una figura cara al poeta, il verso anaforico, qui presente in due coppie di quinari in rima baciata ( vv.3/4 e 9/10). A dare cadenza, respiro e compiutezza concorre la triplice rima ai vv. 1, 8 e 11. Tutta la lirica è sostenuta da un ritmo assorto e palpitante e fa sue con naturalezza le tre incursioni “retrò” (altro vezzo, questo, tipico di Marcuccio), due infiniti elisi (rimirar, immaginar) e un arcaismo (beava). In conclusione: la rifinitura formale e la sicura musicalità rendono questa lirica assai pregevole. Un piccolo capolavoro.

Nota dell’autore: “Ispiratami guardando di sfuggita il viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sul bus.”

EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974. Ha iniziato la sua attività letteraria durante gli studi classici liceali. È del 2000 la sua prima pubblicazione, 22 liriche nel volume antologico Spiragli 47 (Editrice Nuovi Autori, Milano).  È del 2009 la sua prima pubblicazione esclusiva, Per una strada, composta da 109 titoli e pubblicata da SBC Edizioni. I 109 titoli di Per una strada spaziano in un ambito vasto, toccano varie corde e percorrono diversi generi, dall’intimistico, al celebrativo, alla poesia civile, indugiando con risultati particolarmente felici sulla poesia amorosa. Ne deriva comunque un’eterogeneità sia formale che contenutistica, tipica delle opere prime “retrospettive”, una varietà di toni e di stili che rende alquanto disuguale il livello poetico della raccolta. La poesia qui analizzata è tratta da questa silloge poetica.

POESIA E RECENSIONE PUBBLICATE PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE  SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

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