“Per diventare la donna che sono” di Pinella Gambino, recensione di Lorenzo Spurio

Pinella Gambino, Per diventare la donna che sono, Prefazione di Michele Miano, Foto di Miranda Gibilisco, Publish.it, 2015.

Recensione di Lorenzo Spurio

La prima particolarità del libro di poesie di Pinella Gambino è che i versi si aprono sulla carta già dalla copertina del libro dove, appunto, campeggiano frammenti di poesie scritte a mano dalla Nostra lasciando, invece, in bianco la parte centrale dove comunemente ci aspetteremmo di trovare il nome dell’autore ed il titolo. Aprendo il volume capiamo ben presto la ragione di questa sceltissima impostazione grafica che fa riferimento alla necessità della donna di aprire sostanzialmente a tutti i potenziali lettori lo “scrigno” delle sue emozioni personali che nel tempo ha vergato sulla carta.

Per ogni lirica contenuta nella plaquette, splendidamente prefata dal critico Michele Miano che ne sottolinea con un lucido acume i punti di forza, la Nostra ha deciso di associare una foto di Miranda Gibilisco. Le immagini, nelle quali le poesie si inseriscono e si riflettono, sono assai importanti perché in taluni casi sembrano avere la capacità assai imprevista e gradevole, di continuare le stesse come se il verso finale delle liriche in realtà non si chiudesse con un punto definitivo e lasciasse alle foto, invece, quel potere di continuità, di proiettare immagini ed esperienze ben fuori dal tessuto grafico per renderlo maggiormente fruibile, più visivo e concreto, come una azione durativa che, in effetti, ha una sua continuità nel presente. Per tale ragioni Michele Miano parla, a ragione, di fotografia “iperrealista” a cui io mi sento di aggiungere la pronunciata plasticità delle liriche della poetessa catanese.

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Pinella Gambino, autrice del libro

Analizzando l’opera da un punto di vista prettamente tematico, andando, cioè, a rintracciare quelle che sono le fisionomie ambientali, le isotopie, le ricorrenze nelle immagini, sembra piuttosto evidente la predilezione nella Nostra nel ricorrere agli ambienti naturali nei quali non di rado l’intera lirica è completamente iscritta, così come avviene nella poesia d’apertura, “L’onda… e poi” con la quale Pinella Gambino costruisce una marina in qualche modo atipica: la finalità non è tanto quella di celebrare la grandezza del mare, di registrare lo splendore delle acque in subbuglio nella forma dell’onda, piuttosto di tendere un parallelismo giusto ed efficace con la vita dell’uomo che non è altro che un alternarsi turbolento di ascese e discese, di climax e affossamenti.

L’elemento acqua domina in maniera assai preponderante sull’intero corpus poetico e ce ne rendiamo ben conto osservando le tante foto di scorci paesaggistici di scene marine. L’immensità del mare permette alla Nostra di instaurare con esso un serrato ed intimo colloquio ed è in effetti come se la Poetessa con i suoi versi si trovasse faccia a faccia con il mare e lo stesse interpellando. Ma più che interpellarlo, la poetessa non è alla ricerca di risposte vere e proprie, di attestazioni né di prove relative allo stato dei suoi dilemmi, piuttosto il confronto con l’entità marina è un espediente di confessione, di riappacificazione con se stessa, di maggior comprensione delle vicende tanto intime che sociali. I versi si susseguono, così, in maniera tumultuosa come un’onda che scarica la sua forza sulla battigia prima di essere fagocitata da un’altra.

Tra le attese e le riflessioni della Nostra si stagliano componimenti poetici condensati il cui tono è particolarmente intimo tanto da apparire, come avviene con la lirica “Ti amerei”, nella forma di vere e proprie lettere d’amore, delle missive che attestano in maniera assai esauriente lo stato di una necessità impellente e al contempo richiamano l’altro all’accoglimento dell’invito.

Ricorrono più volte le immagini che descrivono uno stato di assenza, solitudine e di silenzio, condizioni che la Nostra non vive, però, in maniera desolante come delle punizioni inflitte, ma che è in grado di rinvigorire con la spiccata natura solare a occasioni di riflessione, approfondimento, ricerca di sé.

A completare la raccolta sono una serie di poesie che la Nostra ha espressamente dedicato a persone a lei care quali sua figlia, suo nipote e alla sua amata terra, l’infuocata Sicilia, che “come tra le spine/ di dolci fichi d’india/ sa viver di ogni dì/ croce e delizia”. Una Sicilia autentica fatta di colori forti, di immagini evocative e assai piacevoli, di presenze illuminanti e sagge (Pirandello) e di antri naturali che hanno del paradisiaco. Non una Sicilia negletta e spaccata, soggiogata alle leggi del malaffare come la dipinse Sciascia né complicata e infingarda come è per il Commissario Montalbano,  ma una terra ricca e speziata, un’isola con una identità intramontabile ed un fascino speciale da tutti invidiato.

Il lettore deve giungere all’ultima poesia del libro per comprendere a pieno il significato del titolo della silloge che, appunto, è quella del testo conclusivo, “Per diventare la donna che sono”, un testo particolareggiato molto personale con il quale Pinella Gambino è come se si specchiasse e, sulla scorta dell’immagine che vede riflessa, è portata a fare un’autoanalisi di sé stessa come donna, madre, nonna, cittadina del mondo. La poesia prende la forma di una confessione spontanea del passato della donna tra gioie e dolori, vittorie e delusioni, felicità e insoddisfazioni con la consapevolezza che “Per essere ciò che [è]” ha dovuto assistere a vicende emozionali di varia natura nelle quali ha sempre avuto la forza di fronteggiare “ricostru[endo] ponti”, facendo cioè, sempre di tutto per riparare alle situazioni di disagio, assenza e dolore per mezzo del costruire, ossia del creare nuovamente per poter edificare qualcosa di più forte.

Se la luna è stata nel suo passato una presenza tacita alla quale nascondere la verità, il mare è sempre stato il maggior confidente al quale “urlare” il proprio animo tormentato o solitario. La Poetessa rintraccia in un percorso non facile il traguardo della maturità, dell’appagata consapevolezza di donna e del senso di compiutezza che oggi fanno di lei la persona che è, aperta e solidale al mondo (a costruire ponti) e con un incanto e uno stupore che sempre l’accompagnano (“Trattengo ogni notte un sogno…/  e attendo che faccia giorno!”).

LORENZO SPURIO

Jesi, 21-01-2016

Dittico poetico sull’immigrazione delle poetesse Lucia Bonanni e Francesca Luzzio

“Al piccolo Aylan sulla spiaggia…” di Lucia Bonanni e “Mare innocente” di Francesca Luzzio (dittico poetico a due voci, proposto da Emanuele Marcuccio)

Creiamo dittici poetici a due voci, qualora individuassimo corrispondenze sonore, emozionali, di significanti in un’altra poesia dal tema simile, affinità elettive, oltre le distanze e il tempo, e così proporlo all’amico/a poeta o poetessa. Sì, infrangiamo questo cliché letterario sulla solitudine del poeta, come ho già fatto tante volte io creandone più di sessanta e due Antologie.

 In un dittico a due voci il poeta si apre al prossimo, anch’egli poeta, scegliendo che ai suoi versi facciano eco quelli di un altro poeta che trova in qualche modo affine, in cui individua corrispondenze sonore o emozionali, affinità elettive, corrispondenze di significanti.

 Emanuele Marcuccio

 

AL PICCOLO AYLAN SULLA SPIAGGIA…

POESIA DI LUCIA BONANNI 

Non posso più cantare.

Non voglio più cantare.

Non ha più corde la mia cetra.

Deserta l’ho lasciata

ai piedi di un cedro desolato

dove tra i rami non più vivi

ragnatele

si disegnano di polvere nera

e cellulosa infume sgoccia

da coni esplosivi e aghi

che hanno perso colore.

Assolata spoglia sabbiosa

spesso interrotta

la tua Terra, esile sguardo,

in un attimo rapito

dalle ruote dentate delle acque.

Forse in quel momento

credevi

                di sognare.

Forse pensavi

                          di tornare

nel cavo della nicchia

che ti accolse implume

e come le rondini di mare

forse speravi

                         di migrare

verso paesi innocenti e finalmente nuovi.

Invece quel lido

dalle spume di salnitro

è stato la tua bara di silenzio.

Tu che di indaco e fuoco vestivi

le forme del cuore

anche per te di breve

tempo, flebile voce, che tra ghirlande

di dura luce

sei tornata a tacere

presso i tetti sconnessi di Kobanê.

18 settembre 2015

A Turkish gendarmerie stands next to a young migrant, who drowned in a failed attempt to sail to the Greek island of Kos, as he lies on the shore in the coastal town of Bodrum, Turkey

MARE INNOCENTE

POESIA DI FRANCESCA LUZZIO 

Sento il fuoco

che fa palpitare le mie vene,

né si spegne con le tue parole.

Mi distendo sulla battigia

e cerco di non pensare,

ma ecco improvvise, danzanti

e frementi tante ombre

sulle creste delle onde

che nel frangersi tremanti,

lente sussurrano nomi e…

…dicono parole:

– Il mare con la sua coperta azzurra

mi trattiene… –

-Mare, mare, dillo tu a mia…

madre che non vede!-

-L’acqua mi soffocava,

non volevo morire…

ed ora i pesci mi stanno a mangiare!-

-Destino infame, destino infame! Non ho ieri, non ho domani.-

Ed io tappo le mie orecchie per non sentire

e, mentre tu mi chiami, si spegne tragica

la visione.

Ti abbraccio malinconica e confusa,

mentre il mare sereno e azzurro

mostra innocente calma,

indifferente anche

al singhiozzante gracchiare

di bianchi gabbiani.

primavera 2015

A Frosinone la presentazione di “Tracce di mare” di Amedeo Di Sora

Martedì 24 novembre a partire dalle 17:30 nel Salone di Rappresentanza della Provincia di Frosinone verrà presentato il nuovo libro del poeta Amedeo Di Sora intitolato “Tracce di mare”.

Interverranno il Maestro Gezim Hajdari e Barbara Abruzzesi.

La prefazione del volume è curata da Giuseppe Panella mentre la nota di postfazione è firmata da Lorenzo Spurio. 

La cittadinanza è invitata a partecipare. Evento gratuito.

Chi è l’autore?

Amedeo Di Sora è docente di Italiano e Latino nei licei.  Autore, regista, attore e vocalista, è direttore artistico della Compagnia Teatro dell’Appeso, da lui fondata nel 1980.  Poeta, narratore e saggista,  collabora con numerose riviste ed è redattore della rivista Il piede e l’orma.  È autore di numerose pubblicazioni di carattere creativo e storico-critico, di cui si ricordano alcune delle più recenti:   Alle sorgenti del Socialismo (Polis Poiesis, 2007); Il Teatro dell’Appeso (Compagnia Teatro dell’Appeso, 2010); Dieci registi in cerca d’autore (in collaborazione con Gerry Guida, Cultura e Dintorni, 2014).

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“Le mie parole d’acqua” di Maria Luisa Mazzarini. Recensione di Lorenzo Spurio

Le mie parole d’acqua di Maria Luisa Mazzarini

Edizioni Divinafollia, Caravaggio, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio 

“Le mie parole d’acqua” (2015)

Dopo Lanterne per riconoscermi la poetessa Maria Luisa Mazzarini ritorna con una nuova pubblicazione che sin dal titolo e dall’immagine di copertina contribuisce a trasmettere al contempo leggerezza e freschezza. Il nuovo libro edito da Edizioni Divinafollia che si apre con una nota critica di Silvia Denti, porta il titolo di Le mie parole d’acqua. Una ragazza vestita con un tubino fucsia a braccia rilassate fluttuanti si trova visibilmente estasiata immersa nell’elemento acqua che, come vedremo, pervade l’intera raccolta poetica.

La Nostra ci fa fare un percorso curioso e multidirezionale all’interno dell’elemento acqua tanto da poter definire questa silloge un’opera equorea che ha, cioè, un forte legame con la corposità liquida dell’acqua e in maniera particolare con il mare.

Da Talete che identificò nell’acqua l’arché o principio primo di tutte le cose, ad Eraclito che nel celebre Panta Rei di filosofica memoria individuò un principio rigenerante e continuo traducibile come “tutto scorre” e che ci rimanda alla ciclicità e alla rinnovabilità dell’elemento acqua, senza dimenticare la cosmologia di varie culture che fa partire la genesi del mondo proprio dalla presenza di tale elemento, ma neppure la fertilità della Mesopotamia dove nacque la civiltà e si diffusero vari popoli, all’importanza del bagno nel fiume sacro in alcune pratiche demoetnoantropologiche, alla ritualità del battesimo purificatore nella nostra tradizione religiosa, alla lode di “sorella acqua” nel celebre Cantico francescano.

L’acqua è principio e fondamento di vita, elemento imprescindibile per la crescita, lo sviluppo, il sostentamento, per la maturazione e per la sostenibilità di un futuro. Il grande modernista T.S. Eliot nella celebre Terra desolata parlava di uno scenario devastato e improntato al lutto universale proprio per la carenza di acqua e Coleridge nella Ballata del vecchio marinaio nel personaggio del vecchio lupo di mare che si era macchiato della colpa di aver ucciso un albatros senza ragione, intravedeva per lui il pentimento solamente dopo la conversione a Dio e il gesto simbolico della benedizione di alcuni serpi di mare.

Per non divagare troppo e ritornare alla silloge di Maria Luisa Mazzarini devo osservare che una delle cose che più piacevolmente colpisce l’occhio del lettore è la massiccia presenza di citazioni a classici che immortalano l’acqua non solo quale elemento necessario e salvifico ma che lo concettualizzano istituendo metafore con il sentire e il vivere umano. Tra di esse un esergo dedicato alla poetessa milanese Antonia Pozzi che giovanissima si diede la morte in cui leggiamo “l’anima è come acqua” e il tema del suicidio, per osmosi, non può che farmi pensare alla morte di Virginia Woolf che proprio in un fiume decise di togliersi la vita. Episodi drammatici in cui l’elemento vitale si trasforma in nemico e mezzo di morte.

Maria Luisa Mazzarini abbraccia largamente tutte le manifestazioni della presenza dell’acqua, siano esse stagnanti (lago) o sorgive (torrente),siano esse appartenenti alla natura intesa in senso ampio (mare, fiume, lago), sia vengano a rappresentarsi in secrezioni acquose prodotte dalla fisiologica natura dell’uomo (le lacrime). Dell’acqua si sottolinea con attenzione la sua proprietà liquida, il fatto di essere un fluido oscillante, instabile, propagante, capace (è l’unico stato di materia in grado di riuscirci) ad occupare uniformemente ciascun spazio nel quale viene riversato. Alla Nostra non interessa però la Fisica ma va rintracciando nell’elemento acqua non solo il principio vitale ma anche l’ebrezza del sentimento panico con la natura e, di riflesso, istituisce tra molecole d’acqua e sensazioni un’empatia che le parole rendono inscindibile.

L’ondosità del mare non è altro che immagine di una perturbabilità del pensiero, l’anima sta all’acqua come l’essenza sta alle molecole da laboratorio, così come le esperienze del vissuto stanno a stille di pioggia o gocce spruzzate dalla risacca di un mare tormentato.

Le poesie “Lampi” e “Come” che si trovano in apertura al testo forniscono due marine molto ben tipicizzate, la prima durante la notte, la seconda di giorno dominata dalla presenza dei gabbiani in grado di emozionare la Nostra.

L'autrice, Maria Luisa Mazzarini.
L’autrice, Maria Luisa Mazzarini.

La Poesia per la nostra non è solo il mezzo concreto, scrittorio, che consente di fermare il sentimento nel momento in cui questo viene provato in determinate situazioni ma diviene essa stessa personaggio, presenza fisica in quel processo emozionale che è la Vita tanto da diluirsi nei corsi d’acqua di cui la Nostra parla e nei quali si bagna per respirarne appieno gli effluvi: “E sento su di me/ il cielo, il mare, la terra/ e l’universo intero./ Così, Poesia, ti amo” (20). Il cielo ci trasmette una dimensione di sospensione e ci ricollega al Creatore, il mare contribuisce ad acuire questo sentimento d’infinità e proprio all’interno di questa idea di totalità si inserisce il microcosmo della vita sulla terra, del tangibile, del concreto, del rituale. Nelle multiple interazioni tra i tre sistemi dove sempre è l’acqua a dominare (l’acqua piovana del cielo, l’acqua salata del mare, l’acqua dolce di fiumi e laghi sulla terraferma) la Nostra sperimenta il sentimento edificando la vita in una sapienzalità che ha l’esoterico linguaggio delle rune acquose dell’esistenza.

In “Accadde” l’istintualità del “cogliere il fiore” si allinea con la più importante rivelazione, quasi catartica, che viene a rappresentare un’epifania esistenziale di valore e d’impegno sociale: “Da allora fummo poeti”. Come a dire che sta nel saper cogliere il momento, trasporlo e condividerlo senza arricchimenti fatui e barocchismi l’essenza della creazione poetica, di quell’atto edificante con le parole che non abbisogna di impalcature ridondanti né di formalismi retorici se non l’essenza pura del messaggio che esso stesso evoca facendo trasportare l’anima.

Di cambi di materia si parla in “Gialli ranuncoli” come sempre con un normale e connaturato disinteresse per i passaggi dello stato di materia nel “disgelo” (34) la nostra ravvisa l’incipiente arrivo della verde stagione: “L’acqua che irrora la terra/alimenterà i ruscelli” (34), un procedimento fisico naturale e al contempo necessario che, però, costituirà una sorta di “miracolo” (34) non tanto dal punto di vista naturale e fisico, ma emozionale. La nebulizzazione dell’acqua in gocce la ritroviamo in “Pioggia” (56) mentre nella lirica “Annego” che può ancora ricordarci la morte della Woolf e quindi immetterci in un canale interpretativo all’interno del suicidio di tipo egoistico, in realtà è un dolce annegamento del corpo e della mente, non è un suicidio per acqua ma una rinascita e una purificazione a mezzo del rilassante idromassaggio e al pensiero perso in “esotici mari lontani,/ cascate e torrenti,/ di fiumi ampi e laghi tranquilli” (58).

L’acqua ricorre spesso in modi e forme diverse, nel presente come nel ricordo (la poesia “Al mio Tevere”, 45), a rinvigorire episodi e a nutrire, ma anche come desideri inespressi ed irrealizzabili (“E ripensavo alla neve”, 36). Traccia di una poetica di impegno sociale potrebbe essere letta nel riferimento ai “Naufraghi/ ignoti, ignari,/ perduti al mondo” (62) di cui la cronaca dei nostri giorni è piena. Maria Luisa Mazzarini costruisce versi d’acqua ma a differenza del moto fluttuante ed ondoso tipico dell’acqua, hanno il potere di restare impressi nella mente e nel cuore e di non venir tralasciati via dalla spuma della risacca neppure quando l’onda acquista una tale forza tanto che l’uomo può sentirsi disarmato.

Tra neve, ruscelli, mare, neve, disgeli e laghi resta un sentore d’umidità tra queste pagine, come se la Nostra fosse riuscita ad incamerare la liquidità propria di questi elementi-ecosistemi all’interno di pagine di carta senza lasciarle imbevere del tutto, farne marcire il volume e stingere l’inchiostro. Soprattutto, lasciando al lettore la piacevolezza di sapersi rinfrescato e rinfrancato dal “sangue della vita” (73) che parla al cuore.

LORENZO SPURIO 

“Il laido timoniere (Sewol infilzato)” di L. Spurio e “Il marinaio” di E. Marcuccio in un dittico poetico con commenti critici

PREMESSA DI EMANUELE MARCUCCIO
Qual è lo spirito di un dittico poetico? Perché creare un dittico poetico (a due voci)?
Per trovare corrispondenze di significanti nei versi di due poesie di due poeti, accomunate dal tema simile, per trovare affinità elettive nella loro poesia, oltre le distanze e il tempo; quando ciò accade, si riesce ad ascoltare la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta, ed è stupore e meraviglia.
 Palermo, 24 agosto 2014
 
 
IL LAIDO TIMONIERE[1]
(Sewol infilzato)[2]
 DI LORENZO SPURIO
 
L’avventata decisione di solco
imprevedibile avvento di derelizione portò
nei mari avulsi da umana presenza
e regno dei flutti e scoramenti.
 
L’istruzione zuppa d’acqua,
incinta di un sale pungente
sdoganò la ratio
e l’oceano si mangiò se stesso.
 
Il fetido navigatore chinò il piglio.
Mi domandai se quei capelli fossero tinti.
Strozzai un bicchier d’acqua
e mi commossi.
 
Il comandante oceanico
rabbuiato per la sua colpa
accoltellava l’umanità di angoscia
con il traghetto-catafalco
esacerbando ferite profonde
fino all’osso.
 
20 aprile 2014
Lorenzo Spurio
 
 
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Foto di Alessandro Santo
 
IL MARINAIO
DI EMANUELE MARCUCCIO 
 
svelto per lʼaere
sereno profonde
 
il marinaio
spiega le vele
e parte
per il viaggio
 
cavalca il baleno
e tempesta lo coglie
 
sbattuto dall’onde
in mare precipita
e naufrago a riva
di nuovo riparte
per il viaggio
il marinaio
 
13 aprile 2014
 
Emanuele Marcuccio
 
 
 
 
Commento critico di Luciano Domenighini su  “Il Laido Timoniere” di L. Spurio
Con i tempi verbali tutti al passato, (le tre quartine al passato remoto e la sestina all’imperfetto), come del resto è caratteristica della sua oratio poetica, anche qui Spurio è un nunzio, un messaggero, un narratore di eventi. Nelle prime due strofe, dal linguaggio ermetico, quasi surreale, il racconto in due momenti della catastrofe. Nella terza strofa il poeta prima sferza il suo insulto per il capitano colpevole e poi libera la propria commozione, lo sgomento e la pietà per tante vittime giovani e innocenti.
Le sestina conclusiva, immaginaria e scenica a due personaggi  (il comandante reo e codardo da un lato e l’umanità intera, offesa e indignata dall’altro) traduce e ritrae in una sanguinosa metafora surreale, una colpa e un peccato che non hanno remissione, inemendabili e infamanti.
La lirica è vigorosa e lascia senza fiato come un pugno nello stomaco; con indubbia efficacia, coagula e rappresenta l’immediata risposta emozionale a un tragico accadimento di cronaca e il patimento che ne consegue.
Il suo particolare linguaggio, irregolare e tumultuoso, oscillante fra algide astrazioni (“decisione di solco”, “derelizione”, “istruzione zuppa d’acqua”, “sdoganò la ratio”), macchinose perifrasi (“mari avulsi da umana presenza”), aspri anacoluti (“Strozzai un bicchier d’acqua”), oltraggiosi epiteti (“fetido navigatore”) e cruenti fendenti espressionistici (“accoltellava l’umanità d’angoscia”, “ferite profonde fino all’osso”) val bene a raffigurare la congerie emotiva scatenata dalla notizia dolorosa e direi che, proprio questo dettato pluriforme e questo andamento intermittente, pur configurando una forma eterogenea e frammentaria, rappresentano, se non la forma esatta, almeno una forma alquanto congeniale a rappresentare in poesia occasioni ispirative come questa, dove l’ordine e la compostezza dell’eloquio vengono sovvertiti dal devastante impatto emotivo che l’abominevole crudezza dell’evento infligge alla sensibilità del poeta.
 Luciano Domenighini
 Travagliato (BS), 22 aprile 2014
  

Commento critico di Luciano Domenighini su “Il Marinaio” di E. Marcuccio
Formata da quattordici versi divisi in distico, quartina, distico e sestina finale, presenta in chiusura di verso per ben sette volte la lettera “e” (vocale debole, di colore ibrido): “aere” (v. 1°),”profonde” (2°), “vele” (4°), “parte” (5°),”coglie” (8°), “onde” (9°), “riparte” (12°).
Si riconoscono anche due coppie di “desinenze di parola”  (“-onde” e “-parte”) come due volte sono ripetute le parole “marinaio” e “viaggio”.
Questa disposizione timbrico-semantica dà alla composizione un senso di costante mobilità, di provvisorietà, come è la sorte dell’uomo di mare, senso accentuato dalla struttura circolare che coinvolge anche il titolo, identico all’ultimo verso.
Apprezzabile il chiasmo rinvenibile al distico che costituisce la terza strofa.
Priva di punteggiatura e di maiuscole la lirica appare fluida e scorrevole e, se si esclude la fattura sintetica e ellittica dei primi due versi, la sintassi delle rimanenti strofe è limpida e piana.
 Luciano Domenighini
 Travagliato (BS), 8 maggio 2014
  
 
Commento critico di Emanuele Marcuccio su “Il Laido Timoniere” di L. Spurio
  Una composizione di diciotto versi, disposti in quattro strofe dal periodare scarno e secco ma gravido di profondi significati.
Lorenzo Spurio ci offre un’istantanea di questa tragedia del mare, sicuramente commosso dalle immagini che la documentavano (“Strozzai un bicchier d’acqua/ e mi commossi”).
Il secondo verso è tronco e, il suono scuro della vocale “o” accentata, ben sottolinea e ci introduce nell’atmosfera di questa ode civile, invettiva sdegnata contro il laido timoniere (“sdoganò la ratio // […] accoltellava l’umanità di angoscia”).
Degna di nota la costruzione in polisindeto dell’ultimo verso della prima quartina (“e regno dei flutti e scoramenti.”), che svolge la funzione di dilatazione dell’atmosfera marina.
All’ultimo verso della seconda quartina compaiono parole cariche di simbolismo, “e l’oceano si mangiò se stesso.”, di rimando al fatto che siamo composti principalmente di acqua, e al feto che si sviluppa nel liquido amniotico, quel simile elemento che è stato culla, diviene adesso tomba in quel “traghetto-catafalco” della sestina finale.
 Emanuele Marcuccio
 Palermo, 21 aprile 2014
 
 
Commento critico di Lorenzo Spurio su “Il Marinaio” di E. Marcuccio
 Lirica “marittima” questa nuova di Emanuele Marcuccio nella quale non ci è difficile scorgere l’animo mesto e a tratti crepuscolare che ha abbondantemente caratterizzato e con esiti impareggiabili soprattutto la prima fase poetica dell’autore, quella localizzabile principalmente nella silloge d’esordio, Per una strada, dove non mancavano attestazioni di dolore e pietrificazioni d’animo dinanzi alla durezza della morte e l’inesplicabilità del fato.
Con un linguaggio meno asciutto delle ultime prove poetiche, Marcuccio ci catapulta in una burrascosa scena di mare dove un povero marinaio si trova minacciato e poi tradito dal mare sul quale ha eretto la sua vita. La comunione che esiste tra il marinaio e il mare è una simbiosi ferrea, forse difficile da comprendere da chi è avulso alla vita e alla pratica di mare. Si pensi ad esempio all’amore-tormento per il mare del capitano Achab nel romanzo Moby Dick. Si ravvisa un rimando, che potrebbe essere un voluto cameo letterario, al celebre poemetto romantico di S.T. Coleridge dove assistiamo all’inabissamento di una nave dopo l’azione nefanda e inspiegabile del marinaio che uccide un albatros, simbolo di bonaccia e fortuna nella navigazione.
Sprofondiamo qui nella poesia di Marcuccio, nelle acque profonde e torbide di un mare che (apparentemente) dà la morte e non concede la salvezza. Acque frenetiche che, come dotate di tentacolari propaggini, afferrano l’inerme marinaio trascinandolo sempre più in basso, nei recessi di quel mondo acquifero dove l’esistenza per l’uomo è impossibile perché in condizioni quasi di anaerobiosi.
E così alla spensieratezza di una giornata qualsiasi nella quale l’uomo si appresta nel suo lavoro di “lupo di mare” descritta da Marcuccio con questi versi: “il marinaio/ spiega le vele/ e parte/ per il viaggio” ecco poi che giunge l’inatteso in una manifestazione sfavorevole e impedente ai suoi voleri (“tempesta lo coglie”) che lo ostacolerà, lo fiaccherà e alla fine lo metterà di fronte forse all’inutilità di ogni suo tentativo di salvezza (“sbattuto dall’onde/ in mare precipita”).
Non è dato sapere al lettore se il marinaio effettivamente si salverà anche se è possibile crederlo dato che Marcuccio chiude la lirica con il marinaio che riparte per sue nuove avventure (“e naufrago a riva/ di nuovo riparte”). Penso sia questa l’interpretazione più lecita e anche ovvia che si possa fare, ma se il critico vuole intendere che in quelle acque in cui il marinaio è precipitato è poi deceduto (senza dirlo) è possibile credere allora che quel nuovo viaggio con il quale “riparte” non sia che l’ultimo percorso, orami non più materiale ma metafisico, che traghetterà l’uomo alla vita eterna.
Una poesia che funge da metafora della caduta dell’uomo e che passa attraverso il compimento della colpa, il peccato e l’espiazione per giungere poi a una nuova vita come una sorta di resurrezione in cui quell’acqua “difficile” non ne è altro che il mezzo primigenio che permette la risorgenza e battezza l’uomo a nuova e più consacrata vita.
Un Mayday taciuto e inabissato nelle acque del mare dove il marinaio, saldo delle sue esperienze, sembra salvarsi con la propria unica volontà e forza.
 Lorenzo Spurio
 Jesi (AN), 22 aprile 2014
 
 
 
[1] Lorenzo Spurio, Neoplasie civili, Edizioni Agemina, 2014.
[2] La poesia è ispirata al tragico episodio di cronaca accaduto nell’aprile del 2014 nelle acque dell’Oceano Pacifico, al largo dalla Corea del Sud dove una nave con 475 persone, prevalentemente ragazzi in gita scolastica, azzardò una manovra sconsiderata. Come esito, la nave si ribaltò e si contarono moltissimi morti (la gran parte dispersi), mentre il capitano, reo anche di aver abbandonato la nave prima di mettere in salvo i passeggeri, si salvò. [N.d.A.]

A Cesenatico la presentazione della raccolta di racconti “Amori dAmare”

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Si presenta il 22 luglio a Cesenatico la raccolta di racconti “Amori dAmare” curata da Cinzia Demi per la Minerva Edizioni. Il lancio in grande stile della raccolta prevede la partecipazione di tante star che interverranno per accogliere e salutare il nuovo nato. Conduce la serata, durante la quale verranno letti stralci dai racconti, Roberto Mugavero. Interverranno:
Musiche:
Cristiano Minellono (paroliere)
Franco Fasano
Paki (Nuovi Angeli)
Luca Taddia e Luca Caselli (FEV)
Antonella Bartolini e Dimitri Mazza (NADI)

Lettori:
Cinzia Demi
Sabrina Paravicini
Giorgio Borghetti
Alessandra Merico
Manuela Racci

 
Le rojalties sulle copie vendute di questa antologia (in occasione dei 25 anni di vita della Minerva Edizioni) saranno destinate all’Istituto Scientifico Romagnolo per lo studio e la cura dei tumori.

 

È l’antologia in due volumi di racconti d’amore più “marina” mai pubblicata. Il mare è il grande scenario dentro cui si sviluppano le storie dei misteriosi protagonisti reali e di fantasia, che entusiasmeranno, faranno soffrire, si faranno amare e riameranno a loro volta.
Da Cesenatico a Roseto, da Genova a Castiglioncello, con una puntatina a Cuba e a Poquerolles passando per la Costiera Amalfitana e la Versilia… e via ancora per altri splendidi mari e spiagge e scogliere con amori che nascono, muoiono, continuano, si muovono sotto il sole cocente.

Due libri da amare al mare… (ma volendo anche in montagna).

Tanti gli autori coinvolti: Antonella Antonelli, Alessandra Bertocci, Cinzia Demi, Fabio Canessa, Paolo Carnevali, Rosalba de Filippis, Silvia Fornasari, Rosa Elisa Giangoia, Maria Gisella Catuogno, Gordiano Lupi, Dante Maffia, Chiara Maranzana, Alessandra Merico, Gabriella Montanari, Vincenzo Montuori, Ivano Mugnaini, Rita Pacilio, Sabrina Paravicini, Sergio Pasquandrea, Marina Ripa di Meana e Gabriella Mecucci.
E ancora Giacomo Battara, Andrea Samaritani, Mauro Roversi Monaco, Valeria Roncuzzi, Francesco Vidotto, Giuliano Musi, Stefano Biondi, Toni Iavarone, Marco Fornasari, Adriana Sabbatini, Liliana Eritrei, Roberta De Santis, Marco Rufini.

Le prime serate della kermesse letteraria “Di Villa in villa” a Porto San Giorgio (FM)

La kermesse letteraria-musicale “Di Villa in villa” ideata da Nunzia Luciani e patrocinata dalla Regione Marche, dalla Provincia di Fermo e dal Comune di Fermo è stata inaugurata lo scorso 25 giugno a Fermo a Palazzo Caffarini Sassarelli (Prefettura) con una serata dal titolo “Passato, presente e futuro delle missioni internazionali di pace” al quale hanno preso parte eminenti rappresentanti del mondo diplomatico del nostro Paese.

Le prossime due tappe della rassegna “Di Villa in villa” si svolgeranno entrambe a Porto San Giorgio secondo questo programma. Giovedì 17 luglio nell’affascinante cornice di Villa Bonaparte il critico d’arte e insegnante Nunzio Giustozzi terrà una serata dal titolo “Mostri, creature fantastiche della paura e del mito” che sarà allietata dalla performance pittorico-visiva dell’artista Cristina Lanotte, da una taiko performance e dalla presenza dello scultore Imelde Corelli Grappadelli.

A seguire, la settimana successiva, al Parco La Cascina si terrà la presentazione un evento dal titolo “La cucina arancione: la scrittura di riflessione” in cui la scrittrice e recensionista Susanna Polimanti presenterà il libro dell’autore jesino Lorenzo Spurio. L’autore risponderà alle domande dell’intervistatrice e Daniela Agostini (interprete, attrice teatrale) reciterà alcuni brani del suo libro. Gli intermezzi musicali di questo evento saranno di Federico Bracalente (violoncello), Eleonora De Angelis (pianoforte). In questo caso seguirà un rinfresco dopo lo spettacolo.

Entrambe le serate saranno presentate da Gian Vittorio Battilà e l’orario di inizio di entrambi gli appuntamenti è le 21,15.

Per maggiori informazioni si rimanda al sito della kermesse e al suo profilo Facebook.

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locandina

“Isole” di Teresa Gammauta, recensione di Lorenzo Spurio

Isole
di Teresa Gammauta
Milena Edizioni, 2013
ISBN: 9788898377039
Pagine: 133
Costo: 10 €
 
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

La sua fuga, forse, aveva il significato di una ricerca. (56)

 

 1Teresa Gammauta nella sua nuova pubblicazione ci affida la storia di una donna di mezza età, inquieta nel suo percorso di sviluppo e che ha appena chiuso una lunga ed importante relazione affettiva con l’uomo che è stato suo marito per tanti anni. Per non soccombere a quel senso di oppressione e d’incertezza che la protagonista sembra imboccare come un fosco vicolo senza via d’uscita, la donna reputerà necessaria una vacanza per “staccare la spina” e ricaricare le pile. L’allontanamento dalla sua casa, dalla sua città e dalla consuetudine della vita di tutti i giorni, la porterà  su un’isola, che la scrittrice non nomina per tutto il corso della narrazione, ma che intuiamo essere una qualche piccola isola di un arcipelago nostrano o comunque mediterraneo.

Ma a volte gli eventi corrono più del normale e quella che è stata pensata come una fuga dalla realtà, come una pausa dal vivere abituale diviene ben presto una nuova avventura nel percorso della donna. L’incontro fortuito con un uomo si trasformerà ben presto da semplice interesse e curiosità in un vero e proprio desiderio fisico che esploderà nel corso della narrazione. Non vi sono grandi colpi di scena in questa narrazione della Gammauta dove, in effetti, l’impalcatura stessa delle vicende, che seguono un percorso logico e consequenziale, è abbastanza semplice e intuibile.

Quello che, però, va osservato è che non ci troviamo dinanzi a una mera narrazione rosa dove un matrimonio lungo e imploso su se stesso passa alla frustrazione della donna che ricerca nuove avventure amorose e di inaugurare una nuova vita. Siamo di fronte a un incontro puramente accidentale (che pure la donna non si lascia perdere) nel quale si butta a capofitto, istintivamente, senza pensare, quasi come una ventenne per scoprire ben presto che, in realtà, non è propriamente quello che desidera.

Un romanzo che si interroga sui limiti dell’amore, sul tormento che può nascere in noi quando la storia nella quale abbiamo sempre creduto e che abbiamo eretto come nostra abitualità, improvvisamente si rompe. Il bello di riscoprirsi giovani e mettersi in discussione. Tutto questo, però, porterà la protagonista del romanzo a una più ampia e seria riflessione sulla natura del suo dolore che, nel tempo, proprio come l’isola nella quale è andata in vacanza, l’ha portata a chiudersi nel suo micro-cosmo.

Come sempre, è il Tempo a far da sovrano sulla storia descrivendo in maniera veloce un prima (lunghissimo temporalmente) del quale poco ci viene detto e un “mentre” (breve temporalmente) ma che viene dilatato con intenzione dalla nostra per focalizzarsi proprio sulla potenzialità dell’attimo fulgente che in un certo senso cambia la nostra esistenza.

Se in meglio o in peggio, non è dato sapere.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 14 gennaio 2014

 

 

 

“Poesie del sabato senza villaggio” di Katia Debora Melis, recensione di Lorenzo Spurio

Poesie del sabato senza villaggio
Di Katia Debora Melis
GDS, 2012
Pagine:93
ISBN: 978-88-6782-043-6
Costo: 10€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

  

Gli scrittori si alzano presto al mattino
per descrivere un treno in movimento
che parte dalla gola di un vulcano
così come la pioggia che scende
quando la butta il cielo. (34)
 

Smelisxweb-3908_200x238ubito dopo la silloge Solo ali di farfalla (GDS, 2012) della poetessa Katia Debora Melis da me recensita, ho l’occasione di leggere anche la sua ultima opera. Si tratta di Poesie del sabato senza villaggio (GDS, 2013), una nuova ampia raccolta di poesie dove si ritrovano i temi cari alla Nostra.

La poetica di Katia Debora Melis è profondamente intrisa di una sensibilità panica che fa della natura il suo punto di partenza, la sua felice ispirazione, la sintassi per la costruzione del pensiero e  spesso il punto d’arrivo nella consacrazione di versi spesso rapidi, ma che non lasciano indifferente il lettore. Il titolo, oserei osservare ardito e di forte rimando, non può che sottolineare ulteriormente quanto l’elemento naturale, campestre, di quella vita popolare e autentica vissuta con spensieratezza e forte coscienza, sia pregnante pagina dopo pagina. Per uno strano caso del destino mi è capitato di leggere queste poesie proprio di sabato pomeriggio, ma non credo che sia propriamente questa l’intenzione del titolo della poetessa.

Ci si bea di fronte alla bellezza e imperscrutabilità del mare come avviene nella lirica d’apertura: “Quanto è bello/ ogni suono che giunge/ dal fiore dell’onda” (5), ed è qui interessante osservare la peculiarità della poetica di Katia Debora Melis, che non solo è profondamente visuale e visiva, ma che ripone una grande attenzione anche nei suoni della natura, in tutte quelle manifestazioni acustiche che la grande macchina della Natura produce. Solo all’uomo attento e in pace con il mondo è dato percepire questi labili sospiri, questi afflati insondabili, queste nenie intramontabili di cui la Natura è madre.

Ed è di certo il mare, l’ecosistema che assume una posizione primaria in queste poesie, sinonimo di uno spazio aperto e libero, incontaminato, indifeso ma controllato a vista dalle onde che impetuose lambiscono la battigia come un dolce abbraccio. La vista di ciò è per la poetessa motivo di riflessione sul suo stato malinconico che la porta a immedesimarsi in quell’accadimento della natura: “Vorrei tornare/ indietro/ come le onde fanno/ dalla sabbia” (7). L’ingrediente per poter trovare nella vita quotidiana una forza di ragione che ci consenta di affrontare con serietà e forza tutte le cose belle e meno belle che accadono all’uomo è forse proprio quello di non prendersi troppo sul serio e di permettere al nostro io di sguinzagliarlo da ogni legame con la realtà come la poetessa confessa in “Al calar della sera”:

 

Penso che farò finta
che niente esista
per poter pensare,
al calar della sera,
a quanto è bello il mondo. (9)

 Per capacitarsi della magnificità dell’esistenza e del Creato è necessario distanziarsi dalla propria condizione “umana”, fisiologica, governata da malinconie, tristezze e dolori di varia natura.

In altre liriche si dà sfogo alla ricchezza dell’autenticità, al piacere di stupirsi di fronte al non-visto, al non-conosciuto, come avviene nella lirica “Bambini” (11): al bambino è dato meravigliarsi, all’uomo maturo rimembrare la sua meraviglia di bambino che “rivive” nel sogno. Si respira una velata criticità nei confronti del difficile presente sociale, del dramma lavorativo e delle incertezze dell’uomo che svia dai dettami della legalità come quando la poetessa denuncia: “nessuno garantisce/ che un domani sarà meglio” (46). Completano la silloge alcune liriche in sardo, cultura di appartenenza della poetessa orgogliosamente dipinta come “terra di robusta dignità” (67).

Per concludere, mi sento di dire che Katia Debora Melis è intimamente a conoscenza che il Poeta non è solo colui che mette sulla carta ciò che pensa o ciò che elabora pensando al suo vissuto o a un accadimento sociale, ma è anche colui che spesso non riesce a concretizzare ansie e sentimenti sulla carta, tanto che molte poesie –pure nate e create a livello inconscio- non avranno mai il loro supporto cartaceo: “Ci sono poesie che non ho scritto” (18). Esse esistono perché sono state pensate e create, ma resteranno in custodia dell’autrice per sempre.

Lorenzo Spurio

 Jesi, 21-10-2013

 

 

KATIA DEBORA MELIS è nata a Milano nel 1973. Vive e lavora a Cagliari. Ha pubblicato saggistica, racconti e apprezzati libri di poesia tra cui: Penombra (2007), Oceano stretto (2008), Yggrasil (2010), Solo ali di farfalla (2012), Poesie del sabato senza villaggio (GDS, 2013).

Ha ottenuto vari premi e riconoscimenti per la sua attività ed è stata la vincitrice della XIII Edizione del prestigioso “Premio Letterario Gramsci”.

“Grazie a Dio. Storie di uomini e donne r/accolti dal mare”

GRAZIE A DIO

Storie di uomini e donne r/accolti dal mare

Racconti veri, di persone, di mare e di speranza.

 

 

copertina_grazieadioAlhamdulilah – Grazie a Dio è un mosaico di storie di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un gruppo sociale e opinioni politiche vissute da giovani e giovanissimi ragazzi e ragazze provenienti dall’Africa sub-sahariana che durante la cosiddetta emergenza nord-africa sono stati accolti in Italia nel centro di accoglienza allestito in Calabria, a Falerna Marina in provincia di Catanzaro, tra il 2011 e il 2012. Proprio nel cuore dell’emergenza.

 

Le storie raccontate dall’autrice, la giornalista Valentina Tortelli, raccontano la doppia fuga dei ragazzi del centro. Fuggiti prima dai loro paesi di origine in Libia dove si stabilirono trovando casa e lavoro furono costretti a fuggire di nuovo quando il paese guidato dall’ex colonnello Gheddafi fu sconvolto dalle rivolte della cosiddetta Primavera araba e poi dall’intervento militare occidentale che sfociarono in una vera guerra civile.

 

In molti casi questi ragazzi e queste ragazze sono stati costretti dalle forze armate libiche ad imbarcarsi alla volta di Lampedusa senza neanche sapere dove erano diretti, l’alternativa sarebbe stata quella di diventare miliziani dell’esercito del defunto leader libico o peggio ancora essere scambiati per sostenitori di Gheddafi ed essere uccisi dai ribelli.

 

“Quelle non sono barche, journalist, sono rottami.

E nessun sano di mente si metterebbe là sopra di sua volontà”

 

Questo diranno all’autrice gli ospiti del Centro di accoglienza di Falerna Marina gestito dal consorzio di cooperative sociali CalabriAccoglie durante l’attesa per il riconoscimento di uno status che gli consenta di godere della protezione internazionale.

Nonostante l’assurdità di chi si trova costretto a fuggire due volte, i ragazzi nutrono un’infinita speranza nei confronti della vita e del nostro Paese. “Alhamdulilah” esclamano in continuazione, “Grazie a Dio” in arabo. Da qui prende il titolo l’ebook.

 

L’autrice ci porta in questo viaggio tra storie e culture diverse in un processo di integrazione spesso complesso e delicato; ci racconta dell’incontro/scontro con la nostra burocrazia, con la cucina italiana e con la comunità del piccolo centro catanzarese.

 

I nomi dei protagonisti di queste storie vere sono di fantasia perché la loro vita non è ancora al sicuro ma Grazie a Dio, in un modo o nell’altro ce la faranno.

 

L’ebook Grazie a dio è il primo titolo pubblicato dalla giovanissima casa editrice digitale Asterisk Edizioni per la collana Due punti. Fermarsi per conoscere, dedicata alle inchieste e tematiche locali.

 

L’Ebook Grazie a Dio. Storie di uomini e donne r/accolti dal mare è in vendita presso lo store online di Asterisk edizioni (www.asteriskedizioni.it), Amazon e Google Play al prezzo di 3,49 euro.

 

L’ebook è DRM free.

 

Per contatti

tel. 328 3170506 / 347 3861482

info@asteriskedizioni.it

Per richiedere copie omaggio per recensioni scrivere all’email indicando nome, cognome e testata/blog in cui verrà pubblicata.

 

 

Valentina Tortelli è nata a Roma nel 1981. Giornalista freelance, dal 2009 fa parte della stampa accreditata presso Stato Maggiore della Difesa. Laureata in Scienze della Comunicazione, si è specializzata in Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo presso l’Università La Sapienza. Ha poi partecipato al II corso di perfezionamento post-lauream per giornalisti inviati in aree di crisi “M. G. Cutuli” e ha collaborato con diverse testate tra cui Citynews, CNN Italy, Nanopress e Il Quotidiano. Ha scritto reportage di viaggio dal Marocco e, come embedded, dal Libano e dal Kosovo, al seguito del contingente militare italiano.

 

Asterisk edizioni è una casa editrice digitale nata negli ultimi mesi del 2012 specializzata nel racconto dei territori attraverso reportage, racconti di viaggio, inchieste e saggistica. Un focus importante viene dato anche alle tematiche dell’innovazione non solo attraverso la pubblicazione di ebook specializzati ma anche attraverso il blog-osservatorio sull’innovazione nel mondo dell’editoria: http://www.editoriacrossmediale.it.

“Nessuno è al sicuro” di Cristina Biolcati, recensione di Lorenzo Spurio

Nessuno è al sicuro – Attacchi di squalo all’uomo in acque italiane dal 1926 ad oggi
di Cristina Biolcati
Edizioni Simple, Macerata, 2013
ISBN: 9788862597456
Numero di pagine: 57
Costo: 8,00 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio

NESSUN~1Lo squalo è per antonomasia considerato assieme ai vari predatori della savana e ad alcune specie di serpenti, uno degli animali più feroci, famelici e terribili che il nostro Pianeta annoveri. E se si prende in considerazione il solo regno “acquatico”, allora ne detiene di certo il primato assieme alla balena con la quale spesso viene ingiustamente confuso e all’orca, l’unico esemplare del regno animale che sia in grado di uccidere uno squalo bianco.

Importantissimi i tanti documentari naturalistici che si sono occupati e continuano ad occuparsi dello squalo informandoci sulle sue condizioni di crescita, sulla riproduzione e sugli habitat caratteristici ma tutti, a loro modo, hanno sempre presentato l’animale come una bestia assassina, priva di logica e alla continua ricerca di una sorta di vendetta nei confronti dell’uomo. Si tratta, ovviamente, dell’errata considerazione che l’uomo, alla pervasiva ricerca di rimuovere una fobia e di allontanare da sé il pensiero morboso, ne ha fatto: ha costruito, cioè, e continua a tramandare, una serie di convinzioni sull’animale che, se si analizza la letteratura scientifica, non hanno niente di rispondente alla realtà dei fatti. Che lo squalo sia uno dei pesci più grandi, feroce, dotato di un sistema dentale spaventoso, è una realtà intramontabile, ma il suo comportamento sfrontato e vendicativo sono delle mere costruzioni mentali dell’uomo come appunto il saggio in questione, opera di Cristina Biolcati, si appresta a sconfessare.

Si fa un breve excursus sulle varietà degli squali e da subito la scrittrice sottolinea il fatto che, seppure casi di aggressione all’uomo nei mari del nostro paese non avvengono con frequenza, nella memoria storica ci sono, però, numerosi casi che vanno ricordati e, ancora più importanti, tenuti da conto. Il saggio utilizza un linguaggio semplice ed accessibile a tutti, rifuggendo scientificismi e una sintassi settoriale e si costituisce di casi storici presentati sotto forma di cronaca con tanto di documentazione (testuale e fotografica) di incontri dell’uomo con l’animale: alcuni fatali, altri, invece, in cui l’uomo è riuscito a mettersi in salvo.

imagesSi sconfessano man mano che il lettore prosegue la lettura una serie di falsi pregiudizi e di convinzioni autoindotte dalla tv e dai mezzi di comunicazione (si noti ad esempio che gli occhi dell’animale ruotano all’indietro quando addenta le vittime e vengono coperti da una membrana che in quel momento lo rende praticamente cieco; alcune parti del suo corpo sono molto delicate e vulnerabili; i suoi attacchi alle prede falliscono nel 55-60% delle volte); si ricordi, inoltre, che il mito della ferocia del pescecane e con esso la diffusione della relativa fobia può essere rintracciato nel sequel televisivo “Lo squalo” di Spielberg degli anni ‘70.

Allora il lettore potrebbe chiedersi… perché un saggio di questo tipo?

Dalla scuola elementare ci hanno sempre insegnato che squali e balene si trovano solo negli oceani ed essendo l’Italia un paese circondato da mari, non deve temere la loro presenza. E’ errato perché come dimostra Cristina Biolcati nel saggio, una serie di motivazioni di natura diversa nel corso degli anni hanno fatto sì che lo squalo mutasse il suo habitat originario e giungesse, dunque, ad abitare e riprodursi anche nei mari. Nel testo si fa appunto riferimento a una zona compresa tra le Egadi, Malta e la Tunisia. La storia ricorda vari attacchi di squalo bianco nei mari del Belpaese, addirittura nelle acque del Tirreno e dell’Adriatico dove, si penserebbe, che un simile pericolo sia impossibile.

Con questo saggio la Biolcati, oltre a smitizzare le componenti canoniche che fanno dello squalo una sorta di demonio, una macchina portatrice di violenza, sottolineandone il carattere dell’animale, offre al lettore un valido supporto storico sulla serie di aggressioni che si ricordano e in particolare dedica spazio a due di esse: quella avvenuta a Goffredo Lombardo nel 1956 nel mare adiacente a Capo Circeo dove, immerso nei fondali, si trovò praticamente faccia a faccia con l’animale, riuscendosi a salvare e quella di Luciano Costanzo avvenuta nel 1989 nei pressi di Piombino, questa volta fatale.

Al contrario di quanto avviene al capitano Achab in Moby Dick, che ha sofferto l’intera vecchiaia nella lotta, ricerca e duello con il grande nemico, rappresentato dalla balena bianca di cui alla fine sarà vittima, Goffredo Lombardo, superstite del primo incontro con lo squalo, lo sfiderà e, mettendo a rischio la sua vita, riuscirà a pescare poi il grande pescecane che appena una settimana prima l’aveva terrorizzato.

Questo perché, come sottolinea Cristina Biolcati in più punti dell’interessante saggio, l’uomo è tormentosamente affascinato da ciò che teme, come lo squalo, e non riesce ad ammettere che l’animale possa essere più forte dell’uomo e quindi in grado di minacciare l’umanità. Vari episodi in cui le persone sono state aggredite e uccise dall’animale hanno, però, sottolineato che lo squalo resta padrone del suo habitat, il mare, dove pure l’uomo per i suoi fini (balneazione, pesca, immersione, snorkeling) può “abitare”, ma non da padrone.

Il fine del saggio è quello di comprendere il comportamento dell’animale evitando stigmatizzazioni che ci vengono indotte dai mezzi di comunicazione che tendono a vedere in lui solo una macchina di morte. La Biolcati con questa interessante opera di facile lettura a metà tra ricerca storica e interesse zoologico ci consegna un testo che fa riflettere e che chiama in causa il lettore a una maggiore “coscienziazione” sul pericolo che, pur non diffusissimo, resta comunque presente. “Nessuno è al sicuro”, intitola il libro la scrittrice. La paura che si nutre verso questo indomito animale, leggendo il libro pian piano si placa e solidarizziamo con le vittime, ma comprendiamo in maniera più attenta e veritiera il comportamento del gigante dei mari.

Per rispondere allora agli insegnamenti facilistici della prima istruzione, bisognerebbe dire ai ragazzi da subito che gli squali non vivono solo degli oceani e che non riguardano solo paesi a noi distanti, ma che per una serie di cause, quale l’innalzamento della temperatura dell’acqua, la mancanza di alimentazione e la caratteristica “migrante” che si sposa con l’animo curioso dell’animale, che lo squalo “abita” o “può abitare” anche i nostri mari.

Non si tratterebbe di un frivolo allarmismo, ma di una sana sensibilizzazione.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 Jesi, 1 Giugno 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“La volontà del mare”, poesia di Giuseppina Vinci

POESIA DI GIUSEPPINA VINCI

imagesIl mare
persegue la sua volontà
rincorre la sua volontà
La volontà del mare
è’ la volontà di Dio
Ecco perché
tutto insegue
tutto raggiunge.

 

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

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