“La bambina con la farfalla sulla testa” di Dunia Sardi, recensione di Lorenzo Spurio

La bambina con la farfalla sulla testa

di Dunia Sardi

prefazione di Gianni Cascone

postfazione di Giuliana Bonacchi Gazzarrini

Attucci Editore, Carmignano (PO)

ISBN: 9788897754008

Numero di pagine: 128

Costo: 13€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

In soli 128 pagine Dunia Sardi ci fa fare un viaggio nella storia dell’Italia contemporanea a partire dalla seconda guerra mondiale sino agli anni ’80. Questo libro, che potrebbe essere definito storico, ha solo alcune caratteristiche di questo genere: non ci sono date precise, riferimenti a battaglie, episodi politici, avvicendamenti al governo od altro, elementi che, invece, sono sempre trattati con attenzione in scritture di questo tipo. La storia ufficiale si mescola alla storia privata di Dunia Sardi a partire dalla sua infanzia, fino alla maturità in una serie di racconti in cui la scrittrice evidenzia l’attenzione verso il prossimo e l’importanza dei sentimenti. Quello che viene descritto, è un mondo che si è perso, una realtà che con il tempo è venuta a cambiare: le piccole realtà di provincia una volta dedite quasi completamente alla vita dei campi hanno visto la nascita delle prime fabbriche –soprattutto tessili nella zona pratese di cui Dunia ci parla- e questo, oltre che mutare l’ambiente fisico, ha costituito un cambiamento non di poco conto nella maniera che l’uomo ha di relazionarsi agli spazi.

Il racconto avviene in forma di flashback, si rievocano i ricordi, dei momenti che, pur lontani, sembrano ancora vivissimi nella mente dell’autrice. Si parte dal difficile periodo di guerra con riferimenti a bombardamenti, internamenti, rastrellamenti e l’Italia allo sbando nel 1943: “Poveri noi e povera Italia, ora c’è scappato anche il Re con tutta la famiglia!” (p. 14). La guerra è vista dagli occhi innocenti della giovane Dunia che non riesce a comprenderla del tutto e che vede in essa due elementi principali: la distanza del padre perché prigioniero degli inglesi e il dramma della nonna Morina che, assieme alle sue sorelle, si logorano nell’attesa del ritorno di un giovane nipote che, invece, catturato dai tedeschi, non farà più ritorno a casa.

Il secondo racconto, “La bambina con la farfalla sulla testa”, che dà il titolo all’intera raccolta, gioca appunto sull’immagine della farfalla, animale esile e particolarmente affascinante che vola e si libra nei cieli, come la libertà che la protagonista spera per suo padre e-intuiamo- del popolo in guerra. Ed è per questo che la foto di Dunia con la “farfalla in testa” una volta ricevuta dal padre al fronte viene assunta come segno vivo di speranza e di ottimismo: “Quel Natale era stato meno triste, per loro che erano lontani dalla famiglia: era bastata la fotografia di una bambina con una farfalla sulla testa, come presagio a riaccendere la speranza che certamente un giorno sarebbero usciti da quel campo di guerra per volare liberi come farfalle” (p. 20).

Il padre di Dunia riuscirà a salvarsi, ma se vogliamo dare uno sguardo più ampio sull’intera storia, dobbiamo dire che moltissimi uomini, prigionieri o al fronte, non furono altrettanto fortunati. Segue poi il racconto del ritorno a casa del babbo, la costruzione della nuova casa e l’arrivo dei fratelli. In tutto ciò è principalmente uno il personaggio su cui la Dunia pone grande interesse: la nonna Morina alla quale è dedicato l’intero libro. La nonna è una confidente e una consigliatrice e, sebbene Dunia ce l’abbia la madre, in fondo è Morina che sembra acquisire i connotati di madre e proprio per questo i genitori le vieteranno di passare troppo tempo con lei: “Il babbo non sopportava che preferissi stare insieme alla nonna Morina e andare in giro con lei invece di stare a casa con la mamma” (p. 62). La figura della madre resta un po’ nell’angolo e sbiadita. Morina, priva di cultura, era ricca però di sensibilità, come dice l’autrice, ed è per questo che la giovane Dunia amava tanto stare con lei, raccontatrice di favole e di storie, come una sorta di balia tardovittoriana.

Vari elementi nel testo che vengono richiamati come la nascita del movimento sindacale, il dualismo Coppi-Bartali, l’antagonismo De Gasperi-Togliatti o le prime vere “canzonette”, i balli nelle balere, ci immettono direttamente nel clima culturale degli anni ’50-’60. E’ un periodo in cui la morale è ancora ammorbata da tabù e pregiudizi che limitano grandemente le volontà dei giovani, pena il castigo familiare e l’etichettamento sociale: “faceva paura la maldicenza, rivolta specialmente verso le ragazze più corteggiate, come se veder parlare due ragazzi insieme passeggiando fosse già un peccato” (p. 82).

Questo libro è ricchissimo nei contenuti e credo che possa essere utilizzato con successo nella didattica della storia contemporanea, meglio di ogni altro manuale con date e lunghe descrizioni degli avvenimenti. Dunia Sardi inserisce la “sua” storia nella storia di tutti come quando narra dei soprusi nazisti, della fuga del re dall’Italia o del clima di rinascita del dopo guerra con la ripresa economica dovuta all’industrializzazione, ciò che nei libri viene definito come “boom economico” o “miracolo economico”: “Verso il 1960 la fabbrica stava andando a gonfie vele […] Il paese stava prosperando […] Il paese stava cambiando volto” (p. 79).

La lettura coinvolge e fa riflettere. Come è indicato nella nota di postfazione, non c’è nulla di inventato e la storia di Dunia può essere assunta come affidabile cronista della realtà, di un mondo che ha dovuto sopportare violenze, le lotte di affermazione della donna e la riconquista della dignità umana. E’ un libro ricchissimo, fortemente autobiografico che è anche un corposo diario di memorie, perché come osserva la narratrice: “Oltre la soglia della gioventù c’è il tempo che in un soffio si mangia il futuro, finché ti fermi a guardare indietro, cercando di ritrovare fra i ricordi, le immagini e i sentimenti di un tempo già passato, con nostalgia” (p. 88).

Il libro di Dunia è vivo, ogni elemento rimanda direttamente a un episodio vissuto ed esso a sua volta si iscrive in un tempo particolare che, come da lei, è stato vissuto da tantissime altre persone. Tutti negli anni di guerra hanno avuto almeno un morto nelle proprie famiglie, tutti hanno dovuto sottostare alla bigotta mania moralistica degli anni ’50-‘60, tutti hanno visto il proprio territorio cambiare: dalla campagna alla fabbrica fino, nei giorni più recenti, all’avanzata della manifattura cinese. Dunia Sardi è riuscita a metterlo sulla carta e a cristallizzare quei momenti che in questo modo mai saranno dimenticati. Rimarranno nel vento, a volteggiare imperscrutati, proprio come la farfalla che implorava libertà durante la guerra e il volo in deltaplano di cui leggiamo nell’ultimo racconto, ambientato negli anni ’80, dopo un’ampia ellissi.

a cura di Lorenzo Spurio

Soria, 21/10/2012

Chi è l’autrice?

DUNIA SARDI è nata a Agliana, in provincia di Pistoia, nel 1941. Da sempre ha coltivato la passione per la scrittura e dopo la pensione, vi si è dedicata. Dal 2006 scrive racconti e romanzi, con i quali, fra gli altri ha vinto il premio letterario “Pennacalamaio” di Savona (anno 2008) e si è classificata al secondo posto del premio “FENACOM” di Prato (anno 2007). Alcuni suoi racconti figurano nell’antologia del premio: “CITTA’ DI SAVONA Enrico Bonino” (anno 2008). I suoi racconti narrano, come in un novellare, l’ambiente e il tempo dell’infanzia, in un periodo segnato dalla guerra e dalla povertà, ma anche dalla ricchezza data dagli affetti delle persone care e da tante piccole cose semplici.

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“Case del passato”, racconto di Fiorella Carcereri

CASE DEL PASSATO

DI FIORELLA CARCERERI

Era un appartamento al terzo piano di una vecchia palazzina stile liberty in cui trascorsi il periodo più “magico” della mia  vita, l’età compresa tra i sei e i vent’anni. L’ingresso era enorme, uno spazio vuoto ed inutilizzato, chissà, forse progettato da un geometra ubriaco od inesperto. Per contro, la cucina era incredibilmente piccola, la sala impossibilmente fredda d’inverno e calda d’estate. Si salvava soltanto la mia cameretta, riscaldata da una maestosa stufa a carbone coke sistemata nell’atrio ed impreziosita da un gigantesco tappeto di pelle bovina, in voga all’epoca,  arricchita da un allegro tendaggio giallo e marrone e tappezzata dai poster dei miei idoli canori e calcistici, il tutto davvero molto trendy.   Ma il punto di forza di quella casa era però costituito dall’enorme terrazza che offriva una generosa panoramica su tutto il quartiere. Al centro, un bizzarro progettista aveva sistemato un possente tavolo di pietra con sei sedie, il tutto decorato con sculture di angioletti ed altri strani soggetti.

D’estate, la terrazza era un naturale punto di ritrovo per grandi e piccini. D’inverno, quando nevicava, diventava una specie di trappola glaciale, dove il vento accumulava decine di centimetri di neve. E c’era Gaspare, il mio gatto, che non voleva saperne di abbandonare lo scatolone pieno di stracci di lana sistemato nel punto più riparato, sotto il tavolo di pietra. Usciva solo quando vedeva qualche timido raggio di sole per venire a grattare alla porta della cucina all’ora di pranzo. Che buffo vederlo camminare lentamente, con quelle zampette vellutate interamente sprofondate  nella neve fresca, ancora immacolata. Il gelo doveva infastidire parecchio le sue estremità. A volte, i suoi movimenti davano l’impressione che camminasse, paradossalmente, su carboni ardenti. Quei muri videro la mia gioia ad ogni bel voto portato a casa,  la serenità di tante festività natalizie attorno al presepio illuminato ed addobbato con muschio fresco e vere cascatine d’acqua, ma assistettero anche impotenti ai frequenti litigi fra i miei genitori e alla malattia di papà. Quelle pareti furono testimoni di ogni mia parola, dubbio, paura ed affidabili custodi di tutti i miei piccoli e grandi segreti. Ora però, quelle stesse pareti non sono più a colori ma in bianco e nero. Troppi affetti persi per strada, troppe parole taciute, troppa tenerezza soffocata, troppa nostalgia per quegli anni perduti e la loro magia.  

 

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Anna Scarpetta: quando la poesia è testimonianza. Commento di Anna Maria Folchini-Stabile

Commento alle poesie di Anna Scarpetta

poesie contenute in “L’Universo degli Angeli” – Sentieri di Anime e Sogni – a cura di G. Ianuale per Accademia Internazionale Vesuviana – Marigliano (NA) – 2012

Commento critico a cura di Anna Maria Folchini-Stabile, poetessa

 

 

“L’Universo degli Angeli” è l’antologia curata da Gianni Ianuale e pubblicata nel mese di luglio 2012  dall’Accademia Internazionale Vesuviana per raccogliere le liriche dei poeti che si sono ritrovati attorno all’ideale morale che “poetare significa muoversi e operare nell’armonia cosmica in cui l’essere e il bene puntualmente coincidono” (dalla premessa di Bernardo Silvestri, pag. 6).

Tra gli Artisti selezionati figura la poetessa Anna Scarpetta che presenta le sue liriche intitolate:

– Porto in giro per il mondo

– Alzati anima

– Forse gli Angeli

– Ho salito i gradini del mondo

– Vivere per non morire

 Questi cinque componimenti sono il proclama di ideali e linee guida di una vita dedicata a difendere  l’identità, i principi e i valori che rendono l’individuo persona unica e irripetibile; la poesia è il veicolo, il modo per comunicare al mondo la propria visione della vita che ha radici profonde nella memoria, nella famiglia, nelle tradizioni e negli affetti che legano alla propria terra.

La poetessa che ha ben conscio il suo ruolo di guida, non può non confrontarsi con la vita e con gli altri e non può, quindi, non cantare le risorse collettive, il coraggio di vivere, la ripresa dell’Uomo che ha ideali e mete importanti da raggiungere:

   “Destati, anima, dal frastuono fragoroso

    Che stordisce solamente e nulla dice” …

(da Alzati anima, pag. 371)

 

E non può esservi certezza di perseguire il fine destinato, senza la sicurezza interiore di una Guida superiore (“Forse gli Angeli”, pag. 372) di cui la poetessa ha piena coscienza, tanto che può dire:

 

   “Ho salito, con grande affanno, i gradini del mondo

     Rasentando i pericoli, passando lenta nel mezzo…

   … Con la mente imbevuta di forti pulsioni…

   … Con grande magia…

( da “Ho salito i gradini del mondo”, pag.373)

 

Ardore, affanno, salita…non un cammino semplice, non una strada pianeggiante, perché l’esistenza di ogni essere umano è cosparsa di prove, di difficoltà che temprano, fortificano e confermano, a consapevolezza e maturità raggiunte, che il dolore è parte del vivere.

La scelta è univoca: “Vivere per non morire” (pag. 374).

La vita, secondo la poetessa Anna Scarpetta, è una prova di coraggio, perciò va vissuta coraggiosamente, superando le quasi continue prove iniziatiche e guardando sempre al domani, perché il nuovo giorno è resurrezione e, se la sofferenza ci abbatte, la speranza ci accompagna.

 

Come sempre, anche in queste sue forti liriche, la poetessa esprime i suoi profondi pensieri in modo lineare, chiaro, universale e se vede se stessa come metro del tutto, riconosce nella sua esperienza tutta l’Umanità che le cammina a fianco e proprio per questo sa riconoscerla, abbracciarla e comprenderla.

 

 

Chi è l’autrice?

ANNA SCARPETTA è nata a Pozzuoli nel 1948, formatasi culturalmente a Napoli dove ha anche frequentato la Scuola di recitazione e spettacolo, è erede della grande famiglia che molto ha contribuito alla storia Artistica Napoletana e Italiana.

Poetessa ben nota ai circoli culturali e letterari Napoletani, ha poi vissuto a Milano e risiede attualmente a Novara.

Si ė sempre dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica collaborando con numerose riviste culturali. 

Ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti ed è membro “Vitae et honoris causae”  del Centro divulgazione rete e Poesia.

Tra le sue opere pubblicate ricordiamo:

– Poesia (ed. Gabrielli, 1985)

– Frantumi di tempo (ed. Lo Faro, 1991)

– L’altra dimensione della vita (ed. Libroitaliano Word, 2004)

– Le voci della memoria ( ed. ismecalibri, 2011)

Molte sue poesie sono raccolte in numerose antologie.

 

 Anna Maria Folchini Stabile

 

Angera, 24 agosto 2012

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE QUESTO TESTO IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“I giorni, le ore” di Paola Surano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

I giorni, le ore

di Paola Surano

Editrice Urso, Avola, 2012

ISBN: 9788896071885

Costo: 9,50

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

..e ti ritrovi a contemplare

sprazzi della tua vita

senz’ordine e senza ragioni.

E tuttavia ti emozioni.

(Da “Il Passato”, p. 29)

La poesia di Paola Surano risulta al lettore estremamente piacevole perché fresca e attuale nei contenuti e perché la poetessa è capace di cogliere dal mondo che la circonda una serie di suggestioni che provengono da differenti campi dell’esperienza: il ricordo del passato che aziona nella mente un fulmineo e immateriale flashback, la celebrazione di paesaggi incontaminati dall’uomo nei quali – pure – si ravvisa una presenza religiosa, le serate di musica jazz e tanto altro.  In questo percorso, il tempo è cruciale come indica lo stesso titolo della raccolta “I giorni, le ore”. Il primo componimento dal titolo “I giorni” è uno spaccato di quotidianità: ci sono giorni felici, altri tristi, alcuni in cui siamo in dolce compagnia, altri in cui sprofondiamo in una tetra solitudine ma per quanto possiamo trascorrere momenti “tetri senza sorriso”, si ravvisa sempre un fondo di luce buona, “ e nonostante, viviamo” (p. 7). Si capisce dalla prima lirica che la poetessa ha una grande coscienza del valore della vita che, appunto, con questa ricca silloge, celebra in maniera lodevole.

Si potrebbe azzardare col dire che la poesia di Paola Surano sia di tendenza crepuscolare, vedendo in questa accezione non tanto descrizioni di quadretti mesti di situazioni di dolore o di vittimismo o di quella che Gozzano definì “le buone cose di pessimo gusto”, ma nella semplicità delle immagini che la poetessa narra: un bambino che si stupisce del volo di una farfalla, un viandante instancabile che non dà valore al suo tempo mortale, un uomo al mare che, solo, getta sassi verso l’acqua, quasi con un moto di ribellione nei confronti del suo stato. La solitudine, in effetti, ritorna più volte nel corso dell’intera silloge, quasi a voler ricordare come l’uomo, pur essendo spesso attorniato di gente, può sentirsi psicologicamente solo, in balia dei suoi soli ricordi: “Io so come è vuota la mente/ come è fredda l’anima/ quando è sola” (p. 10). La più chiara espressione di sensibilità crepuscolare della Surano, un miscuglio di realismo amaro attraversato da spiragli di luce e speranza, si ritrova forse in “Come un giardino in inverno” dove in mezzo a tanto freddo, foschia, buio e desolazione, la poetessa scorge “solo qualche sempreverde” (p. 13).

“Serata jazz” si discosta, invece, da questa impostazione quasi che per la sua carica sonora, energica e dirompente possiamo avvicinarla a una poesia futurista: “[le note] che si innalzano/ si rincorrono, si fondono/ s’assottigliano/ s’assomigliano” (p. 16). I versi scandiscono un incedere impetuoso e cadenzato che ci fa immaginare molto bene la situazione alla quale Paola Surano si è ispirata.

In “Ti ho aspettato” si respira il senso di angoscia misto a un fremito d’impazienza della poetessa nei confronti di un qualcuno, l’attesa logorante è però mitigata dalla vista delle stelle in cielo che sembrano quasi traghettare l’animo della donna verso il finale molto positivo. Le stelle per Paola Surano non sono una semplice rappresentazione della grandezza del nostro Creatore ma molto di più: rappresentano quella parte di mondo che è altra da noi, lontana anni luce, difficilmente identificabile ma che ci dà luce, ci fa interrogare e la cui presenza è per la poetessa necessaria (non a caso il titolo di una sua precedente silloge era proprio “Alla luce di un’unica stella”, Ibiskos Editrice, 2000, da me recensito qui).

La poetessa ci fa fare un viaggio nel tempo: un percorso tra i momenti passati rievocati attraverso dei flashback (in particolare nella poesia “Il Passato”, p. 29) che, forse, portano con sé un po’ di nostalgia e rammarico, nel presente liquido che sfugge, difficile da definire e da afferrare come vorremmo, nel futuro imperscrutabile in cui in ogni secondo il presente si trasforma (“non sapevi che il futuro non si aspetta/ non sapevi che il futuro va vissuto: poi è subito passato”, p. 26): ci sono analessi, prolessi, accelerazioni e rallentamenti come se ci trovassimo in un romanzo picaresco. In “Dopo di te” Paola Surano osserva “e il tempo passa/ troppo lentamente” (p. 25). E’ sempre così quando dobbiamo riscrivere la nostra realtà dovendo far a meno di qualcosa o qualcuno che è venuto a mancare per sempre.

E in effetti le poesie di Paola Surano sono un continuo miscuglio di tempi ormai andati, di altri a venire e di quello che ci è toccato di vivere al presente, quasi che la caratterizzazione di passato-presente-futuro stia troppo stretta alla poetessa che, invece, ama fare continue e preziose incursioni nel tempo andato o pensieri di speranza nel tempo a venire. Il presente così non è altro – come aveva già sostenuto S. Agostino partendo da altre considerazioni – il tempo unico dal quale tutto diparte: passato e futuro sono proiezioni della mente, il primo non possiamo riprendercelo, il secondo non possiamo conoscerlo se non fantasticando.

Non manca nella silloge una chiara attenzione della poetessa nei confronti del sociale, ravvisabile ad esempio in “Distratta-mente” dove a un mondo televisivo patinato fatto di sponsor e di belle immagini ritoccate che pubblicizzano prodotti (chiaro riferimento al consumismo esasperato) si stagliano, invece, immagini di derelitti, poveri, scene da vera tragedia greca “fiumi di sangue, aerei impazziti/ i carri armati/ -e gli uomini bomba!” (p. 17). Forte il tema sociale anche in “Solo un elenco” (p. 42) nella quale Paola Surano ricorda il clima rivoltoso, sessantottino, la propaganda femminista ma anche il clima di terrore degli anni ’70 “terrorismo, BR, gambizzati/ morti ammazzati, rapimenti/ avvertimenti” (p. 42). Segno di una Italia ormai distante e che, forse, in troppi hanno finito per dimenticare.

La silloge si arricchisce di quadretti paesaggistici multicolori dei quali ci sono dati anche le sensazioni che provengono dall’udito e dall’odorato: “Di luce di albe rosate/ e tramonti infuocati/ scrivo/ di colori e profumi/ che abbiamo conosciuto” (p. 23).

Paola Surano ci accompagna in un mondo che a una prima vista potrebbe sembrare triste e monocromatico ma che evidenzia, invece, il potere della speranza, la grandezza del sentimento e l’importanza di credere in noi stessi. Sono poesie che generalmente partono da uno sguardo attento ma critico nei confronti di una realtà abbandonata, in stasi (un giardino in inverno) o, diversamente da un evento in moto (una tempesta) per giungere però alla comprensione che il mondo è fatto di luci ed ombre, di gioie e dolori, donandoci così una stupenda esegesi delle nostre esistenze terrene. Il messaggio che ne fuoriesce è estremamente positivo: siamo padroni di noi stessi e siamo noi a contribuire al nostro destino: “Il mondo aspetta di essere inciso/ dall’orma dei tuoi passi” (p. 40) è il promettente invito che la poetessa fa a un bambino appena nato ma che, credo, si rivolga a ciascuno di noi, qualsiasi sia la nostra età o la nostra cultura.

Chi è l’autrice?

Paola Surano è nata a Busto Arsizio, dove ha svolto per trentacinque anni la professione di avvocato; in pensione dal 1 luglio 2011, continua a svolgere l’attività di giudice tributario presso la Commissione Tributaria Provinciale di Varese. Scrive poesie e racconti dagli anni del liceo classico e ha “avuto il coraggio” di togliere le sue poesie dal cassetto negli anni ’90, sulla spinta del gruppo “Scrittodonna” attivo presso il Liceo Pascal di Busto che pubblicava annualmente un “Agendario” dove venivano inserite poesie a margine dei giorni della settimana. Partecipa a vari concorsi di carattere nazionale, ottenendo lusinghieri riconoscimenti. Ha pubblicato tre raccolte di poesie “Alla luce di un’unica stella” (Ibiskos Editrice, 2000), “La vita in sottofondo” (Pensa Editore, 2011) e “I giorni, le ore” (Editrice Urso, 2012) e un libro di racconti “Nell’anima/nel mondo” (Oceano Editore, 2000).

a cura di Lorenzo Spurio

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“Le voci della memoria” di Anna Scarpetta, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Le voci della memoria

di Anna Scarpetta

Ismeca Libri, Bologna, 2012

ISBN: 978-88-8810-039-3

Prezzo: 12 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

La caratteristica principale di questa silloge di poesie di Anna Scarpetta, celebre poetessa di origini napoletane, sta nel fatto che l’origine della gran parte delle sue liriche si collochi nel ricordo del passato, di alcuni momenti comuni e rituali che appartenevano a una sua età passata. Questo ricordo, palpabile pagina dopo pagina, a tratti trasfonde una sensibilità nostalgica e quasi crepuscolare, altre volte, invece, è il motivo d’indagine sociale del presente. La prima poesia raccolta nella silloge, “Le voci della memoria”, quella che dà il nome all’intero libro, ci inserisce subito in questa dimensione: il ricordo è forte e sempre vivo “ad ogni stagione, ogni amaro inverno, sempre” (p. 9). Il ricordo, sembra suggerire la poetessa, ci appartiene sempre, anche quando non ne siamo consapevoli ed è la somma di tutti i ricordi, di quelle pietre preziose, che danno senso al nostro esistere.

“Io sono qui” si configura come una sorta di preghiera laica nella quale Anna Scarpetta sottolinea l’importanza del hic et nunc: sono qui ora, penso, rifletto, mi faccio domande, considero il nulla, vaglio il mistero, sempre consapevole di quella cosa che ogni secondi si autodistrugge, il tempo. E’ questa una presenza costante nelle poesie di Anna Scarpetta: il tempo presiede ed osserva tutto, invisibile e a volte impercettibile e, come la morte –che poi è la fine del tempo-, è un’entità che ci rende umani e tutti uguali: “così tu, alla fine, tempo/ sei uguale per tutti dovunque” (p. 11).

Le liriche della poetessa ci consegnano una poesia vivida e riflessiva, solo a tratti filosofica, di semplice lettura, frutto di un’attenta e continua analisi dell’inconscio di una donna ricca dentro, consapevole del trascorso del tempo e che ha fatto e fa tesoro dei momenti passati, per imprimerli sulla carta. E’ un tentativo, questo, di affrescare la vita anche se – come sostiene lei stessa- “ci vorrebbe un’altra vita/ per capire cos’è la vita” (p. 12).

Anna Scarpetta è una donna che non rifugge il passato, né che ci ha litigato, ma che ci dialoga, lo interroga e lo richiama quasi che esso fosse lì, personificato, davanti ai suoi occhi. E’ un passato fatto di gioie e dolori, come quello di ognuno di noi ma che in più punti appare come una grande mamma che accoglie, riscalda, protegge con la sua “calda memoria” (p. 14).

Un interessante omaggio e lode al nostro paese è contenuto in “Italia bella patria” dove si fa riferimento alla grandezza del popolo italiano e dei suoi uomini illustri. Il canto dell’inno è –forse- il momento in cui l’Italia si riscopre fiera della sua italianità; per la Scarpetta l’Italia è “bella e sospirosa” (p. 18), segno forse che c’è qualcosa negli italiani che provoca disinteresse, tormento, affanno e credo non sia errato leggere in questa caratterizzazione un riferimento alla presente crisi economica, causa di tanti disagi sociali. E’ infatti forte il tema sociale in “Soffrono i bambini del mondo”, un canto accorato dai toni cupi e mesti che parla di bambini orfani, soli, non amati, abbandonati, affamati, che la poetessa affida nelle mani della Madre: “avvolgi e consola” (p. 21). Nella figura della Madre va vista la Vergine, la nostra madre celeste ma anche la Madre Terra, la divinità precristiana che si identificava con la Terra e ogni manifestazione attiva nella natura.

Scorrendo da una poesia all’altra la poetessa mantiene un dialogo continuo con il dio Chronos “con il suo sguardo regale di marmo” (p. 23)

La Scarpetta è una donna che dà tutto alla poesia e che, al tempo stesso, da essa riceve tutto. La poesia è fonte di conoscenza del mondo e di noi stessi, dà senso alle cose ma sa anche “lenire in silenzio e quietare il dolore/ di chi si accusa con colpa e patisce” (p. 24).

Nella bellissima poesia “Chi siamo noi” la poetessa risponde che siamo dei sognatori, dei lavoratori, delle anime sensibili. Siamo ammassi di memorie, eredi del passato, viaggiatori.

In “Verranno tempi migliori” si respira, forse, l’atmosfera più ottimista e speranzosa dell’intera silloge: la poetessa intravede tempi più felici e prosperi per tutti che saranno capaci di soprassedere alle logiche materialistiche e personalistiche dell’oggi (narcisismo, consumismo) attraverso la fede, unica vera arma di salvezza. In “Il tempo  è di Dio”, Anna Scarpetta ci ricorda che il tempo non è nostro ma che “è innanzitutto di Dio” (p. 32) e che ci è dato sotto forma di un regalo. C’è l’implicito avvertimento a non sprecarlo, a dargli il giusto valore e a utilizzarlo bene. Rallentamenti, ellissi, retrospezioni, acceleramenti sono segni dell’utilizzo umano del tempo mentre il Signore ce lo ha affidato come una materia bianca, compatta e unica.

La poetessa è talmente coraggiosa di prevedere anche uno scenario futuro che la riguarderà nella poesia “Quando vacillerà la mia memoria”: quando la memoria verrà meno – e con essa tutti i vari ricordi- allora non sarò niente ed avrò perso tutto; in un’altra poesia osserva “voglio ricordare tutto, senza azzerare mai nulla”.

Degna di nota la poesia che Anna Scarpetta dedica ad Anna Frank, la povera ragazza olandese nascostasi con la sua famiglia nell’appartamento di Prinsengracht  ad Amsterdam per vari mesi prima di essere scoperta e mandata in un lager. Con un ricco complesso aggettivale, la Scarpetta ripercorre i vari momenti dell’esistenza della ragazza, dalla giovinezza spensierata e felice mai avuta che, in altri contesti, le avrebbe di sicuro consentito di sviluppare una vita di soddisfazioni e di gioie terrene.

Grazie ad Anna Scarpetta per questo bellissimo percorso che ci fa fare. La sua scrittura ha un leggero andamento narrativo, quasi che il verso le stia un po’ stretto per raccontarsi. E’, infatti, una donna che ha tanto da narrare e da donare – tramite la scrittura – agli altri.

Chi è l’autrice?

Anna Scarpetta è nata nel 1948 a Pozzuoli (Na). Si è poi diplomata Perito ragioniere a Napoli, dove ha vissuto molti anni e dove ha studiato presso la Scuola di recitazione e spettacolo di Napoli. Ha lavorato a Milano presso la Rete Ferroviaria Italiana ed attualmente risiede a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, narrativa e saggistica. Ha collaborato con numerose e prestigiose riviste culturali, è stata presidente onorario per la Città di Napoli del MOPEITA (Movimento per la diffusione della poesia in Italia), è membro Honoris Causa a Vitae del Centro divulgazione Arte e Poesia; ha ottenuto numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari. E’ presente in numerose Antologie di poesia contemporanea e ha già pubblicato Poesia (liriche, Ed. Gabrieli, 1985), Frantumi di tempo (poesie, Ed. Lo Faro, 1991), L’altra dimensione della vita (poesie, Ed. Libroitaliano World, 2004).

 

A cura di Lorenzo Spurio

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20 Sigarette, il film sull’attentato di Nassiriya

Il film 20 Sigarette (regia di Aureliano Amadei, 2010) è tratto dal romanzo autobiografico dello stesso Aureliano Amadei, scritto a quattro mani assieme a Francesco Trento, e concerne l’attacco terroristico contro il quartier generale italiano a Nassiriya avvenuto il 12 novembre 2003 e costato la vita a diciannove connazionali. Pur trattandosi di un fatto accaduto non molto tempo lontano da noi si tratta di un film storico perché dipinge un determinato avvenimento storico-politico di particolare importanza.

Prima di analizzare e di dare un’interpretazione del film sarà necessario ricordare i nomi dei vari militari e civili che in quel tremendo attacco persero la vita. Nell’attentato morirono dodici carabinieri: il maresciallo Massimiliano Bruno, il sottotenente Giovanni Cavallaro, il brigadiere Giuseppe Coletta, l’appuntato Andrea Filippa, il maresciallo luogotenente Enzo Fregosi, il maresciallo capo Daniele Ghione, l’appuntato Horacio Majorana, il brigadiere Ivan Ghitti, il vice brigadiere Domenico Intravaia, il sottotenente Filippo Merlino, il maresciallo Alfio Ragazzi, il maresciallo Alfonso Trincone;  cinque militari dell’esercito: il capitano Massimo Ficuciello, il maresciallo capo Silvio Olla, il caporale Alessandro Carrisi, il caporal maggior Emanuele Ferraro e il caporal maggiore Pietro Petrucci, due civili: Marco Beci, cooperatore internazionale e Stefano Rolla, regista. Nell’attacco morirono anche nove iracheni e rimasero feriti altri venti carabinieri.

Aureliano Amadei, civile italiano e aiutante del regista Stefano Rolla, fu l’unico a salvarsi delle persone presenti sullo spiazzo del quartier generale. La storia contenuta nel libro e trasposta nel film narra dunque l’attentato a Nassiriya dal suo punto di vista.

Il film si apre nel 2010. Aureliano Amadei si trova in Italia, sta passeggiando da solo per una strada aiutandosi con un bastone perché è claudicante. Si appoggia ad un muretto e si fuma una sigaretta. Le sigarette sono un leitmotiv importante all’interno di tutto il film, come richiama il titolo stesso.

Si lascia quella scena e si passa a raccontare cosa accadde sette anni prima, nel 2003 quando Aureliano aveva ventotto anni. Aureliano è un ragazzo d’ideologia comunista, simpatizzante per gli anarchici che ha come obiettivo principale quello di poter diventare un regista. È fidanzato con una ragazza brasiliana sebbene abbia una relazione sentimentale e sessuale con una sua amica di nome Claudia.

Un giorno si presenta l’occasione che Aureliano aspettava da tempo, quella di poter far l’aiuto regista in un film-documentario che verrà girato in Iraq. Aureliano è molto contento di poter far parte di questo progetto e di affiancare il regista Stefano Rolla anche se ha un po’ paura di recarsi in quel paese dilaniato da attacchi ribelli, kamikaze e conflitti armati.

La madre non vuole che il figlio vada in Iraq ed è molto preoccupata mentre il padre, in queste prime scene è completamente assente. La famiglia nella quale Aureliano vive è una famiglia dalla mentalità aperta. Quando la mamma si preoccupa per la sua partenza Aureliano le fa notare che quando era molto piccolo, quando aveva appena nove mesi, lei e suo padre l’avevano lasciato sotto il sole cocente dell’estate e aveva avuto un insolazione. Le fa capire che sarebbe stato più utile che lei e suo marito si fossero interessati e presi cura di lui da bambino piuttosto che ora che è saggio e maturo e se ne va di casa.

Nel suo viaggio è accompagnato da Stefano Rolla, il regista del film che gireranno lì. Per la sua sbadatezza dimentica addirittura di portare con se la macchina da presa. Quello che non dimentica di portare è il pacchetto di sigarette. Ogni volta che ne fuma una il protagonista ci dice che numero di sigaretta è e dunque ogni sigaretta fumata o offerta a qualcun altro viene a contrassegnare un momento della sua permanenza in Iraq. Il racconto della sua storia si snoda infatti lungo le venti sigarette fumate in Iraq. Una permanenza in Iraq durata quanto può durare un pacchetto di sigarette da venti.

Un giorno il convoglio in cui viaggia assieme a Stefano Rolla e alla scorta perde la strada e cosi decide di recarsi al quartier generale italiano a Nassiriya dove ci sono i carabinieri. L’immagine che viene data di Nassiriya è quella di una città fantasma, una terra desolata e dove si respira aria di morte: case rotte, macchine bruciate, bambini che giocano eludendo la povertà di quei luoghi e delle loro anime, calcinacci e polvere.

È il 12 novembre 2003. Il convoglio giunge al quartier generale italiano a Nassiriya dove Aureliano conosce alcuni carabinieri, tra cui Massimiliano Bruno, soprannominato da tutti Max. Improvvisamente un camion rosso si avventa a tutta velocità contro l’ingresso al quartier generale ed esplode. L’esplosione provoca l’incendio dello stesso e lo scoppio delle munizioni delle armi poste nel loro deposito. Lo scoppio è particolarmente forte e provoca un gran numero di vittime sul colpo. Aureliano rimane gravemente ferito. Ci sono in questa parte del film scene forti, piene di sangue e cariche di dolore che evidenziano bene quanto l’attacco fu dilaniante e tragico.

Alcuni abitanti locali aiutano i carabinieri feriti e Aureliano viene caricato su di una vettura e, completamente ricoperto di sangue, viene condotto all’ospedale americano. Quando si risveglia gli hanno piantato un tutore esterno alla gamba e gli comunicano che tutti i carabinieri con i quali stava parlando al momento dell’attacco sono morti. All’ospedale, assieme a una crocerossina, si concede l’ultima sigaretta. La fine del pacchetto significa la fine del suo viaggio in Iraq cosi come la prima aveva rappresentato l’esordio dello stesso.

Il 25 novembre 2003 con un volo militare viene riportato a Roma e spostato all’ospedale militare del Celio dove viene visitato dai familiari (stavolta vediamo anche il padre), l’amica Claudia, una folta schiera di militari, giornalisti, fotografi, religiosi e addirittura il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tra le varie visite c’è anche quella dei genitori di Massimiliano Bruno, morto nell’attacco kamikaze. Aureliano piange a dirotto e, paradossalmente, viene conformato dalla madre del militare scomparso.

Aureliano dice a Claudia che durante la sua permanenza in Iraq ha pensato molto a lei e che ha deciso di lasciare la sua ragazza brasiliana per dedicarsi direttamente a lei.

Nelle ultime scene siamo nuovamente al 2010: Aureliano parla del suo libro autobiografico che ha scritto ad alcuni compagni sinistroidi. Le sue idee politiche un tempo estremiste e anarchiche sono mutate chiaramente in seguito alla tragica esperienza vissuta.

L’ultima immagine che viene fornita nel film è quella di Aureliano che riprende Claudia, ora mamma, mentre sta dormendo e il loro figlio che piange. Aureliano lo prende in braccio e lo culla e il bambino richiama alla sua mente il bambino iracheno morto che durante il suo tragitto di spostamento verso l’ospedale aveva abbracciato invocando l’aiuto della gente e forse di Dio.

L’immagine ultima del film è dunque positiva: Aureliano è felice, si è sposato e ha costruito una famiglia, ma il suo corpo visibilmente menomato (il piede claudicante, la perdita di udito e le crisi di panico) e l’animo provato da un esperienza traumatizzante e incancellabile, quella della strage di Nassiriya, rimarranno sempre con lui.

Memoria ai caduti di Nassiriya e a tutti i caduti.

LORENZO SPURIO

15-05-2011

Ricordando gli attentati dell’11-M

Oggi la Spagna celebra il ricordo per i sette anni trascorsi dai tragici attentati di Madrid dell’11 Marzo 2004. Ripercorriamo i tristi momenti di quella triste giornata che segnò irreversibilmente la vita di numerosi spagnoli.

Alla mattina di giovedì 11 Marzo 2004, tre giorni prima delle elezioni politiche nazionali, dieci zaini carichi di tritolo vennero fatti saltare in aria su quattro treni cercanías (breve distanza, una sorta di regionale italiano) di Madrid, in tre diverse stazioni ferroviarie. L’esplosioni avvennero nell’ora di punta, alle 7.40, nella stazione ferroviaria madrilena di Atocha dove esplosero tre bombe, alla stazione di El Pozo de Tío Raimundo dove esplosero due bombe e alla stazione di Santa Eugenia dove esplose un’altra bomba.

Negli attentati trovarono la morte 192 persone: 177 morirono sul colpo, le altre dopo i successivi ricoveri d’urgenza; i feriti furono 1800 e vennero trasportati nei vari ospedali di Madrid. Si trattò dell’attentato terroristico più grande che la Spagna democratica avesse mai conosciuto. L’Europa si strinse al cordoglio dei cugini spagnoli e subito incrementò le misure di sicurezza nei diversi paesi e nelle capitali. Dopo New York e Madrid, le capitali francese, inglese e italiana si aspettavano un imminente attacco.

Nei giorni che seguirono si diffusero varie idee circa la paternità degli attentati: secondo alcuni i mandanti delle stragi erano i capi dell’Eta mentre secondo altri gli attentati erano di origine fondamentalista islamica.

In primo luogo venne accreditata la tesi dell’Eta; il governo stesso puntò il dito contro l’organizzazione separatista basca, per varie ragioni: l’Eta aveva sempre minacciato il governo spagnolo di voler portare avanti un attentato a Madrid e il tipo degli esplosivi impiegati erano analoghi a quelli che solitamente utilizzava l’Eta. Dopo alcuni giorni la tesi dell’Eta si affievolì lentamente e venne scartata.

La seconda idea circa la paternità dell’attentato era quella del fondamentalismo islamico. Secondo la gente e l’informazione gli attentati erano il prezzo che gli spagnoli dovevano pagare per aver partecipato all’occupazione militare dell’Iraq assieme agli Usa.

Diversamente dall’Eta che è solita avvisare prima degli attentati, in questo caso non ci fu nessun messaggio d’anticipazione ne di avviso. Subito si capì che l’attentato rispondeva in maniera appropriata alle strategie terroristiche islamiche basate sullo scopo di produrre il maggior numero di vittime ponendo esplosivi in spazi aperti e particolarmente affollati. Brevemente la tesi di origine islamica degli attentati venne accreditata e si osservò che gli attentati, accaduti il 11 Marzo, cadevano perfettamente due anni e mezzo dopo degli attentati terroristici di New York. Il giorno 11 richiamava dunque un altro attentato di loro matrice.

Ben presto arrivò la rivendicazione dell’attentato per mezzo di un video in cui un uomo dall’accento marocchino proclamava la lotta di religione in Europa, riconosceva l’attentato e si proclamava portavoce di Al-Qaida in Europa.

La mobilitazione internazionale fu grande: gli Stati Uniti offrirono appoggio diretto alla lotta contro il terrorismo; Italia, Francia, Germania e Olanda issarono le bandiere nazionale a mezz’asta e l’economia soffrì un calo significativo delle borse.

In tutte le città spagnole la gente scese a manifestare, a Madrid manifestarono 2.300.000 persone stringendo tra le mani bandiere spagnole a lutto e cartelli con su scritto  “Todos íbamos en ese trén”,  “Nos estamos todos : faltan 200”, “España unida jamás será vencida”. Anche a Barcellona, Siviglia, Valencia, Valladolid e Oviedo la gente manifestò addolorata ed indignata.

Oggi Madrid ha ricordato le vittime di quegli atroci attentati.

 

11-03-2011 MADRID – Esperanza Aguirre (Presidenta de la Comunidad de Madrid), Alberto Ruiz-Gallardón  (Alcade de Madrid) e Mariano Rajoy (Presidente del PP) all’omaggio per gli attentati dell’11-M alla Puerta del Sol.

 

11-03-2011 MADRID – La celebrazione alla Puerta del Sol.

 

11-03-2011 MADRID – Manuel Cobo (vicealcade de Madrid), Mariano Rajoy (Presidente del PP), Alberto Ruiz-Gallardón (Alcade de Madrid) e Amparo Valcarce (Delegata del governo) durante la inaugurazione al monumento alla stazione di El Pozo.

 

11-03-2011 MADRID – Familiari delle vittime durante l’inaugurazione del monumento in memoria alle vittime alla stazione di El Pozo.

 

 

LORENZO SPURIO

11-03-2011

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