20 Sigarette, il film sull’attentato di Nassiriya

Il film 20 Sigarette (regia di Aureliano Amadei, 2010) è tratto dal romanzo autobiografico dello stesso Aureliano Amadei, scritto a quattro mani assieme a Francesco Trento, e concerne l’attacco terroristico contro il quartier generale italiano a Nassiriya avvenuto il 12 novembre 2003 e costato la vita a diciannove connazionali. Pur trattandosi di un fatto accaduto non molto tempo lontano da noi si tratta di un film storico perché dipinge un determinato avvenimento storico-politico di particolare importanza.

Prima di analizzare e di dare un’interpretazione del film sarà necessario ricordare i nomi dei vari militari e civili che in quel tremendo attacco persero la vita. Nell’attentato morirono dodici carabinieri: il maresciallo Massimiliano Bruno, il sottotenente Giovanni Cavallaro, il brigadiere Giuseppe Coletta, l’appuntato Andrea Filippa, il maresciallo luogotenente Enzo Fregosi, il maresciallo capo Daniele Ghione, l’appuntato Horacio Majorana, il brigadiere Ivan Ghitti, il vice brigadiere Domenico Intravaia, il sottotenente Filippo Merlino, il maresciallo Alfio Ragazzi, il maresciallo Alfonso Trincone;  cinque militari dell’esercito: il capitano Massimo Ficuciello, il maresciallo capo Silvio Olla, il caporale Alessandro Carrisi, il caporal maggior Emanuele Ferraro e il caporal maggiore Pietro Petrucci, due civili: Marco Beci, cooperatore internazionale e Stefano Rolla, regista. Nell’attacco morirono anche nove iracheni e rimasero feriti altri venti carabinieri.

Aureliano Amadei, civile italiano e aiutante del regista Stefano Rolla, fu l’unico a salvarsi delle persone presenti sullo spiazzo del quartier generale. La storia contenuta nel libro e trasposta nel film narra dunque l’attentato a Nassiriya dal suo punto di vista.

Il film si apre nel 2010. Aureliano Amadei si trova in Italia, sta passeggiando da solo per una strada aiutandosi con un bastone perché è claudicante. Si appoggia ad un muretto e si fuma una sigaretta. Le sigarette sono un leitmotiv importante all’interno di tutto il film, come richiama il titolo stesso.

Si lascia quella scena e si passa a raccontare cosa accadde sette anni prima, nel 2003 quando Aureliano aveva ventotto anni. Aureliano è un ragazzo d’ideologia comunista, simpatizzante per gli anarchici che ha come obiettivo principale quello di poter diventare un regista. È fidanzato con una ragazza brasiliana sebbene abbia una relazione sentimentale e sessuale con una sua amica di nome Claudia.

Un giorno si presenta l’occasione che Aureliano aspettava da tempo, quella di poter far l’aiuto regista in un film-documentario che verrà girato in Iraq. Aureliano è molto contento di poter far parte di questo progetto e di affiancare il regista Stefano Rolla anche se ha un po’ paura di recarsi in quel paese dilaniato da attacchi ribelli, kamikaze e conflitti armati.

La madre non vuole che il figlio vada in Iraq ed è molto preoccupata mentre il padre, in queste prime scene è completamente assente. La famiglia nella quale Aureliano vive è una famiglia dalla mentalità aperta. Quando la mamma si preoccupa per la sua partenza Aureliano le fa notare che quando era molto piccolo, quando aveva appena nove mesi, lei e suo padre l’avevano lasciato sotto il sole cocente dell’estate e aveva avuto un insolazione. Le fa capire che sarebbe stato più utile che lei e suo marito si fossero interessati e presi cura di lui da bambino piuttosto che ora che è saggio e maturo e se ne va di casa.

Nel suo viaggio è accompagnato da Stefano Rolla, il regista del film che gireranno lì. Per la sua sbadatezza dimentica addirittura di portare con se la macchina da presa. Quello che non dimentica di portare è il pacchetto di sigarette. Ogni volta che ne fuma una il protagonista ci dice che numero di sigaretta è e dunque ogni sigaretta fumata o offerta a qualcun altro viene a contrassegnare un momento della sua permanenza in Iraq. Il racconto della sua storia si snoda infatti lungo le venti sigarette fumate in Iraq. Una permanenza in Iraq durata quanto può durare un pacchetto di sigarette da venti.

Un giorno il convoglio in cui viaggia assieme a Stefano Rolla e alla scorta perde la strada e cosi decide di recarsi al quartier generale italiano a Nassiriya dove ci sono i carabinieri. L’immagine che viene data di Nassiriya è quella di una città fantasma, una terra desolata e dove si respira aria di morte: case rotte, macchine bruciate, bambini che giocano eludendo la povertà di quei luoghi e delle loro anime, calcinacci e polvere.

È il 12 novembre 2003. Il convoglio giunge al quartier generale italiano a Nassiriya dove Aureliano conosce alcuni carabinieri, tra cui Massimiliano Bruno, soprannominato da tutti Max. Improvvisamente un camion rosso si avventa a tutta velocità contro l’ingresso al quartier generale ed esplode. L’esplosione provoca l’incendio dello stesso e lo scoppio delle munizioni delle armi poste nel loro deposito. Lo scoppio è particolarmente forte e provoca un gran numero di vittime sul colpo. Aureliano rimane gravemente ferito. Ci sono in questa parte del film scene forti, piene di sangue e cariche di dolore che evidenziano bene quanto l’attacco fu dilaniante e tragico.

Alcuni abitanti locali aiutano i carabinieri feriti e Aureliano viene caricato su di una vettura e, completamente ricoperto di sangue, viene condotto all’ospedale americano. Quando si risveglia gli hanno piantato un tutore esterno alla gamba e gli comunicano che tutti i carabinieri con i quali stava parlando al momento dell’attacco sono morti. All’ospedale, assieme a una crocerossina, si concede l’ultima sigaretta. La fine del pacchetto significa la fine del suo viaggio in Iraq cosi come la prima aveva rappresentato l’esordio dello stesso.

Il 25 novembre 2003 con un volo militare viene riportato a Roma e spostato all’ospedale militare del Celio dove viene visitato dai familiari (stavolta vediamo anche il padre), l’amica Claudia, una folta schiera di militari, giornalisti, fotografi, religiosi e addirittura il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tra le varie visite c’è anche quella dei genitori di Massimiliano Bruno, morto nell’attacco kamikaze. Aureliano piange a dirotto e, paradossalmente, viene conformato dalla madre del militare scomparso.

Aureliano dice a Claudia che durante la sua permanenza in Iraq ha pensato molto a lei e che ha deciso di lasciare la sua ragazza brasiliana per dedicarsi direttamente a lei.

Nelle ultime scene siamo nuovamente al 2010: Aureliano parla del suo libro autobiografico che ha scritto ad alcuni compagni sinistroidi. Le sue idee politiche un tempo estremiste e anarchiche sono mutate chiaramente in seguito alla tragica esperienza vissuta.

L’ultima immagine che viene fornita nel film è quella di Aureliano che riprende Claudia, ora mamma, mentre sta dormendo e il loro figlio che piange. Aureliano lo prende in braccio e lo culla e il bambino richiama alla sua mente il bambino iracheno morto che durante il suo tragitto di spostamento verso l’ospedale aveva abbracciato invocando l’aiuto della gente e forse di Dio.

L’immagine ultima del film è dunque positiva: Aureliano è felice, si è sposato e ha costruito una famiglia, ma il suo corpo visibilmente menomato (il piede claudicante, la perdita di udito e le crisi di panico) e l’animo provato da un esperienza traumatizzante e incancellabile, quella della strage di Nassiriya, rimarranno sempre con lui.

Memoria ai caduti di Nassiriya e a tutti i caduti.

LORENZO SPURIO

15-05-2011

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6 commenti

  1. gran bel film che DOVREBBE far riflettere, chi ancora ci crede sulle informazioni che ci arrivano dai ns. media , sulle missioni di PACE o GUERRA ,ecc. ecc

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  2. Ho appena visto questo film al festival del cinema italiano di Sydney, e l’ho trovato assolutamente ben fatto. L’unico modo onesto di narrarela strage era da una soggettiva, che parte genialmente da una piccola sequenza in cui il protagonista ha la sabbia negli occhi.
    La parte strettamente dell’attentato e’ narrata e recitata con cosi tanto realismo che non e’ facile tenere gli occhi sullo schermo, e non lasciare la sala con le sensazioni di Aureliano nel corpo.
    Nella scena della presentazione del libro, quando l’amico del centro sociale dice “i carabinieri sullo stesso piano dei bambini iracheni? non ti riconosco piu”, il protagonista non risponde a parole, ma secondo me con l’ultima scena.
    Aureliano e’ a casa, stringe in braccio il suo bambino (bambina?) e ha un fleshback di quando nell’ambulanza di fortuna a Nassirya si e’ trovato sdraiato accanto a un bambino iraqueno morto, cosa che ha amplificato il suo shock e il suo dolore. E’ inoltre uno sfortunatissimo faccia a faccia con la causa per cui ha tanto manifestato in piazza, essendo pero’ Aureliano nella posizione di chi e’ andato in Iraq per soldi.
    Con questa scena io capisco che non ci sono soldati e pacifsti, vittime o carnefici, ma siamo tutti uguali davanti alla morte.

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  3. Io sono la moglie di Massimiliano bruno maresciallo morto Nasarya 12/11/2003 vorrei dire tante cose ma sono molto amara ha detto:

    Vorrei parlare con voi questo e il mio numero 3335809352 . vedova bruno -longo giuseppa

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    • Gentile signora Longo Giuseppina,
      la ringrazio per il suo commento e la pregherei – nel caso volesse aggiungere qualcosa all’articolo, argomentarlo o criticarlo- a scrivere direttamente una mail a questo mio indirizzo, alla quale – compatibilmente ai contenuti- verrà dato spazio e pubblicazione su questo mio blog.
      Cordiali saluti

      Lorenzo Spurio
      lorenzo.spurio@alice.it

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