“Piangendo Mawawil” di Malek Saleh, con un commento di Michela Zanarella

“Moaning Mawawil” di MALEK SALEH

 

For too long stayed the night of agony

With the scream of distance

it stormed me

And with the tear of bereavement

it flogged me

Your love  is getting so painful to me

Its perfume got me tired

Once I  smell it , I get along with me

Search for me

And burst into grief

Exactly like a funeral my life has become

since the time  the light of your sun set.

I will waive me

Take me to you so as to be you

The satan of abandonment will never deceive me

Every time it  seduces me into the subtitute sin

the angels of love wave to me with you

Oh you !! who escaped from the castle of my fortress

Come on!

Dance on the stage of my chest

So that the mawawil of my moaning will be silent.

 

Piangendo Mawawil

Traduzione di Claudia Piccinno

Troppo tempo durò la notte di dolore
e l’urlo della distanza
mi prese d’assalto
E con la lacrima del lutto
mi fustigò.
Il tuo amore  sta diventando così doloroso per me
Il suo profumo mi ha stancato
Una volta  avvertito l’odore, vado d’accordo con me stesso.

Mi cerco
E scoppio a piangere
Esattamente come un funerale è diventata la mia vita
dal momento in cui la luce del tuo sole è tramontata.
Rinuncerò a me
Portami da te perché io sia te stesso
Il satana dell’abbandono non mi ingannerà mai
Ogni volta mi seduce nel peccato sottotitolato
gli angeli dell’amore mi salutano con te
Oh tu !! che sei fuggito dal castello della mia fortezza
Dai!

Danza sul palco del mio petto

Così che il gemito del mio Mawawil

Sarà silenzioso.

 

Commento di Michela Zanarella

Un canto di sofferenza e disperazione dove la poesia diventa esigenza per liberare tutto il dolore racchiuso nel cuore. La distanza, le lacrime, il lutto, sono le parole chiave che ci accompagnano a vedere e a percepire la dimensione ‘tormentata’ che vive il poeta, per la perdita di chi ama. In questo caso dobbiamo però fare una precisazione: il testo in inglese ha una sua musicalità ed intensità, la traduzione in italiano, pur essendo in linea con il contenuto della lingua originale, presenta giustamente un ritmo diverso. Malek Saleh ha comunque uno stile riconoscibile, nelle sue poesie mantiene un codice espressivo di semplicità, che gli consente di arrivare al lettore.

 

L’autore

malek.jpgMalek Saleh è un poeta, nato in provincia di Maysan, nel sud dell’Iraq. Ha vinto numerosi premi nel campo della poesia. E’ membro dell’ Organizzazione Internazionale della cultura araba in Finlandia. Ha ottenuto il primo posto nel “Concorso Lega araba”. Ha partecipato a numerosi festival di poesia, è tradotto in diverse lingue.

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Una poesia di Lucia Bonanni per ricordare le 19 donne yazide arse vive

La barbarie dell’incomunicabilità nello scempio igneo di Mosul

Il 7 giugno 2016 viene data notizia nei canali di informazione che un gruppo di estremisti islamici a Mosul (Iraq) ha imprigionato diciannove donne curde in gabbie metalliche e gli hanno dato fuoco perché avrebbero rifiutato di concedersi sessualmente a loro.

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PIANTO DEL FUOCO

POESIA DI LUCIA BONANNI 

 

In ricordo delle diciannove donne Yazide 

barbaramente uccise a Mosul da un gruppo di estremisti islamici

 

Se il fuoco dilata e distrugge

l’acqua si espande

cambia forma e di adatta.

Nel caos non più primordiale

ogni elemento si muta nell’altro

e vestali d’acqua

ancora vegliano il fuoco

per mantenere viva

la sua forma violenta.

Nel giudizio di un culto tremendo

urla selvagge immolano

vergini spose

su altari di ruggine e pietra

e la legge è involuzione

di passioni e materia.

Il dolore si contorce in fumo luttuoso

e lo scempio porta squallore

anche al paesaggio di ossido e fango.

Secco e caldo, umido e freddo.

Il pianto del fuoco

guarda il bruciante metallo

che devasta e corrompe il nitore vanito

mentre  nei ruvidi pozzi

l’acqua è ancora sussulto

che purifica e salva.

 

LUCIA BONANNI (C)

La poetessa ha concesso di pubblicare su questo spazio il suo testo poetico dandone facoltà al gestore di questo blog in data 17-06-2016.

Foto tratta dal sito: http://en.abna24.com/

20 Sigarette, il film sull’attentato di Nassiriya

Il film 20 Sigarette (regia di Aureliano Amadei, 2010) è tratto dal romanzo autobiografico dello stesso Aureliano Amadei, scritto a quattro mani assieme a Francesco Trento, e concerne l’attacco terroristico contro il quartier generale italiano a Nassiriya avvenuto il 12 novembre 2003 e costato la vita a diciannove connazionali. Pur trattandosi di un fatto accaduto non molto tempo lontano da noi si tratta di un film storico perché dipinge un determinato avvenimento storico-politico di particolare importanza.

Prima di analizzare e di dare un’interpretazione del film sarà necessario ricordare i nomi dei vari militari e civili che in quel tremendo attacco persero la vita. Nell’attentato morirono dodici carabinieri: il maresciallo Massimiliano Bruno, il sottotenente Giovanni Cavallaro, il brigadiere Giuseppe Coletta, l’appuntato Andrea Filippa, il maresciallo luogotenente Enzo Fregosi, il maresciallo capo Daniele Ghione, l’appuntato Horacio Majorana, il brigadiere Ivan Ghitti, il vice brigadiere Domenico Intravaia, il sottotenente Filippo Merlino, il maresciallo Alfio Ragazzi, il maresciallo Alfonso Trincone;  cinque militari dell’esercito: il capitano Massimo Ficuciello, il maresciallo capo Silvio Olla, il caporale Alessandro Carrisi, il caporal maggior Emanuele Ferraro e il caporal maggiore Pietro Petrucci, due civili: Marco Beci, cooperatore internazionale e Stefano Rolla, regista. Nell’attacco morirono anche nove iracheni e rimasero feriti altri venti carabinieri.

Aureliano Amadei, civile italiano e aiutante del regista Stefano Rolla, fu l’unico a salvarsi delle persone presenti sullo spiazzo del quartier generale. La storia contenuta nel libro e trasposta nel film narra dunque l’attentato a Nassiriya dal suo punto di vista.

Il film si apre nel 2010. Aureliano Amadei si trova in Italia, sta passeggiando da solo per una strada aiutandosi con un bastone perché è claudicante. Si appoggia ad un muretto e si fuma una sigaretta. Le sigarette sono un leitmotiv importante all’interno di tutto il film, come richiama il titolo stesso.

Si lascia quella scena e si passa a raccontare cosa accadde sette anni prima, nel 2003 quando Aureliano aveva ventotto anni. Aureliano è un ragazzo d’ideologia comunista, simpatizzante per gli anarchici che ha come obiettivo principale quello di poter diventare un regista. È fidanzato con una ragazza brasiliana sebbene abbia una relazione sentimentale e sessuale con una sua amica di nome Claudia.

Un giorno si presenta l’occasione che Aureliano aspettava da tempo, quella di poter far l’aiuto regista in un film-documentario che verrà girato in Iraq. Aureliano è molto contento di poter far parte di questo progetto e di affiancare il regista Stefano Rolla anche se ha un po’ paura di recarsi in quel paese dilaniato da attacchi ribelli, kamikaze e conflitti armati.

La madre non vuole che il figlio vada in Iraq ed è molto preoccupata mentre il padre, in queste prime scene è completamente assente. La famiglia nella quale Aureliano vive è una famiglia dalla mentalità aperta. Quando la mamma si preoccupa per la sua partenza Aureliano le fa notare che quando era molto piccolo, quando aveva appena nove mesi, lei e suo padre l’avevano lasciato sotto il sole cocente dell’estate e aveva avuto un insolazione. Le fa capire che sarebbe stato più utile che lei e suo marito si fossero interessati e presi cura di lui da bambino piuttosto che ora che è saggio e maturo e se ne va di casa.

Nel suo viaggio è accompagnato da Stefano Rolla, il regista del film che gireranno lì. Per la sua sbadatezza dimentica addirittura di portare con se la macchina da presa. Quello che non dimentica di portare è il pacchetto di sigarette. Ogni volta che ne fuma una il protagonista ci dice che numero di sigaretta è e dunque ogni sigaretta fumata o offerta a qualcun altro viene a contrassegnare un momento della sua permanenza in Iraq. Il racconto della sua storia si snoda infatti lungo le venti sigarette fumate in Iraq. Una permanenza in Iraq durata quanto può durare un pacchetto di sigarette da venti.

Un giorno il convoglio in cui viaggia assieme a Stefano Rolla e alla scorta perde la strada e cosi decide di recarsi al quartier generale italiano a Nassiriya dove ci sono i carabinieri. L’immagine che viene data di Nassiriya è quella di una città fantasma, una terra desolata e dove si respira aria di morte: case rotte, macchine bruciate, bambini che giocano eludendo la povertà di quei luoghi e delle loro anime, calcinacci e polvere.

È il 12 novembre 2003. Il convoglio giunge al quartier generale italiano a Nassiriya dove Aureliano conosce alcuni carabinieri, tra cui Massimiliano Bruno, soprannominato da tutti Max. Improvvisamente un camion rosso si avventa a tutta velocità contro l’ingresso al quartier generale ed esplode. L’esplosione provoca l’incendio dello stesso e lo scoppio delle munizioni delle armi poste nel loro deposito. Lo scoppio è particolarmente forte e provoca un gran numero di vittime sul colpo. Aureliano rimane gravemente ferito. Ci sono in questa parte del film scene forti, piene di sangue e cariche di dolore che evidenziano bene quanto l’attacco fu dilaniante e tragico.

Alcuni abitanti locali aiutano i carabinieri feriti e Aureliano viene caricato su di una vettura e, completamente ricoperto di sangue, viene condotto all’ospedale americano. Quando si risveglia gli hanno piantato un tutore esterno alla gamba e gli comunicano che tutti i carabinieri con i quali stava parlando al momento dell’attacco sono morti. All’ospedale, assieme a una crocerossina, si concede l’ultima sigaretta. La fine del pacchetto significa la fine del suo viaggio in Iraq cosi come la prima aveva rappresentato l’esordio dello stesso.

Il 25 novembre 2003 con un volo militare viene riportato a Roma e spostato all’ospedale militare del Celio dove viene visitato dai familiari (stavolta vediamo anche il padre), l’amica Claudia, una folta schiera di militari, giornalisti, fotografi, religiosi e addirittura il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Tra le varie visite c’è anche quella dei genitori di Massimiliano Bruno, morto nell’attacco kamikaze. Aureliano piange a dirotto e, paradossalmente, viene conformato dalla madre del militare scomparso.

Aureliano dice a Claudia che durante la sua permanenza in Iraq ha pensato molto a lei e che ha deciso di lasciare la sua ragazza brasiliana per dedicarsi direttamente a lei.

Nelle ultime scene siamo nuovamente al 2010: Aureliano parla del suo libro autobiografico che ha scritto ad alcuni compagni sinistroidi. Le sue idee politiche un tempo estremiste e anarchiche sono mutate chiaramente in seguito alla tragica esperienza vissuta.

L’ultima immagine che viene fornita nel film è quella di Aureliano che riprende Claudia, ora mamma, mentre sta dormendo e il loro figlio che piange. Aureliano lo prende in braccio e lo culla e il bambino richiama alla sua mente il bambino iracheno morto che durante il suo tragitto di spostamento verso l’ospedale aveva abbracciato invocando l’aiuto della gente e forse di Dio.

L’immagine ultima del film è dunque positiva: Aureliano è felice, si è sposato e ha costruito una famiglia, ma il suo corpo visibilmente menomato (il piede claudicante, la perdita di udito e le crisi di panico) e l’animo provato da un esperienza traumatizzante e incancellabile, quella della strage di Nassiriya, rimarranno sempre con lui.

Memoria ai caduti di Nassiriya e a tutti i caduti.

LORENZO SPURIO

15-05-2011

Gli horror spagnoli lasciano (molto) a desiderare: Buried-Sepolto (2010)

Il film Buried (Buried – Sepolto, 2010) del regista spagnolo Rodrigo Cortés presenta il tema del seppellimento prematuro, ampiamente trattato nel cinema e in letteratura, un vero e proprio leitmotiv del filone gotico e thriller.

Nei primi due minuti del film lo schermo è completamente nero quasi che lo spettatore sia portato a pensare che il dvd si sia inceppato e ci sia qualcosa che non vada. Poi, sempre rimanendo completamente nero, cominciano a sentirsi dei rumori, dei respiri e dei colpi di tosse. A un certo punto viene acceso un accendino e comprendiamo che c’è un uomo rinchiuso in una bara.

L’uomo è Paul Conroy, autotrasportatore americano che è stato sequestrato da un gruppo di ribelli in Iraq. I ribelli hanno probabilmente ucciso i suoi amici autotrasportatori e lui è stato messo sepolto in una cassa. In un primo momento siamo portati a pensare che si trattino di ribelli e fondamentalisti islamici ma viene poi chiarito che sono semplicemente morti di fame che tramite la richiesta di riscatto pensano di potersi arricchire.

Per tutta la durata del film il protagonista, Paul Conroy, si trova richiuso in una bara di legno sotterrata nel deserto. Ha a disposizione solo tre oggetti nella cassa che si riveleranno importanti: un cellulare, sebbene non sia il suo, una penna e un accendino. Nel film non c’è azione e assistiamo a varie scene in cui Paul, disteso orizzontalmente e incassato, cerca di fare di tutto per salvarsi. Con l’accendino fa luce e permette a noi spettatori di vedere che cosa succede all’interno della cassa. Con il telefono riesce a mettersi in contatto con la famiglia, col governo e lì riceve le richieste del suo ricattatore. Con la penna appunta sul legno i vari numeri di telefono che le agenzie e il governo gli dicono di chiamare.

Il sequestratore telefona a Paul chiedendo un riscatto di cinquecento milioni di dollari entro un tempo di scadenza che gli fornisce e più volte si mette in contatto audio per mezzo del telefono minacciando la morte di vari membri della sua famiglia.

Lentamente la batteria del cellulare si scarica proprio mentre la cassa comincia a imbarcare la sabbia del deserto soprastante. La localizzazione della cassa nel deserto iracheno è difficoltosa per gli enti americani i quali non sembrano interessati ad aprire una trattativa con i sequestratori.

La ditta per la quale Paul lavora gli comunica che non può aiutarlo e che non è un loro dovere. Le speranze di potersi salvare sono azzerate.

La sabbia continua a filtrare fa le fessure delle varie strisce di legno che formano la cassa e lentamente ricoprono il corpo di Paul, riducendo al tempo stesso la quantità di ossigeno disponibile. Intanto il sequestratore continua a minacciarlo dicendogli di tagliarsi delle dita della mano e di filmare il tutto ed inviare il video al sequestratore, altrimenti farà del male alla sua famiglia.

Infine una telefonata di Brenner, un uomo del dipartimento di stato, gli comunica che lo hanno localizzato e che stanno per arrivare. La sabbia ha quasi occupato l’intera cassa. Tra la faccia e la cassa rimangono pochi centimetri di vuoto. Gli americani gli dicono che sono arrivati che stanno per scavare ma, una volta arrivati sul presunto posto, capiscono di essere giunti sul posto sbagliato, sul luogo in cui Brenner aveva salvato precedentemente un uomo dalla stessa sorte. Resosi conto dell’errore, al telefono Bremer gli dice con tono accorato «Mi dispiace Paul, mi dispiace Paul». La cassa si riempie di sabbia. Tutto si fa nero, come all’inizio e il film finisce.

Il film è chiaramente irreale, inverosimile se non addirittura surreale, per vari motivi che cercherò di analizzare. In primo luogo è tecnicamente impossibile che un accendino duri per una durata di novanta minuti, ossia la durata stessa del film. L’ossigeno contenuto nell’aria che si trova nella cassa, alla stessa maniera, non può essere sufficiente a Paul per un tempo pari a un’ora e mezza. A questo riguardo va inoltre tenuto presente che il fuoco della fiamma dell’accendino contribuisce a sperperare il contributo di ossigeno nell’aria. In terzo luogo i tre elementi, accendino, penna e cellulare, gli unici oggetti grazie ai quale la storia può svilupparsi sembrano essere messi nella cassa in maniera forzata ed illogica. Sono un espediente per sviluppare la storia ma sono al tempo stesso una chiara forzatura.

Altro elemento sul quale riflettere è il fatto che il cellulare ha campo anche trovandosi in un ristretto luogo chiuso, coperto e sottoterra. Anche questa sembra essere una chiara incongruenza.

Il tema del seppellimento prematuro è un tema che è stato ampiamente trattato non solo nel cinema ma anche in letteratura. Bisognerà ricordare il famoso racconto “The Premature Burial” dello scrittore americano noir Edgard Allan Poe. Il motivo è stato ampiamente usato all’interno della letteratura gotica, spesso in connessione al tema della catalessi. Lo scrittore americano era ossessionato dal tema che lo mise in scena in numerosi suoi racconti. La paura di essere sepolti vivi, la tafofobia, era una delle sue principali ossessioni.

Nel cinema un altro seppellimento prematuro in una cassa di legno è quello presente in The Vanishing[1] (The Vanishing – Scomparsa, regia di George Sluizer, paese: Usa, anno: 1993) dove pazzo di nome Barney Cousins decide di sperimentare fino a dove può spingere il suo coraggio. Rapisce una ragazza e la seppellisce viva in una cassa. Il fidanzato della ragazza, una volta che è riuscito a ritrovare il mitomane lo implora di dirgli che ne è stato della sua ragazza. Barney gli dice che per saperlo c’è solo un modo: lasciarsi fare tutto quello che ha fatto alla ragazza. Alla fine Jeff accetta e Barney lo droga, lo addormenta e infine lo rinchiude vivo in una cassa seppellendola nella terra. Alla fine, grazie alla nuova ragazza di Jeff, quest’ultimo riuscirà a salvarsi, a uccidere Barney e a trovare il corpo sepolto e ormai senza vita della prima fidanzata.

Seppure il tema del seppellimento prematuro sia trattato pressoché in maniera analoga, la trama del film è molto più elaborata, sostenuta e accattivante. Non punta sullo shock o sulle immagini inquietanti del sepolto vivo ma piuttosto è capace di mantenere una costante suspance tipica del thriller americano.

A mio modesto parere Buried è un film troppo semplice, con evidenti contraddizioni, che predilige le scelte facili, dove non accade molto e dove ci si aspetta sempre qualcosa che non arriva mai. Per chi fosse interessato a vedere un buon seppellimento prematuro posso consigliare il film The Vanishing (1993) che ha una strutturazione e una storia molto più avvincente.

LORENZO SPURIO
08-03-2011

[1] Il film The Vanishing (1993) è tratto dalla romanzo breve The Vanishing (titolo originale: Het Gouden Eì, 1984) di Tim Krabbé. Dal romanzo è stato tratto un precedente film dal titolo The Vanishing, regia di George Sluizer, paese: Usa, anno: 1988.