“L’urlo e il furore” di William Faulkner, recensione di Anna Maria Balzano

L’urlo e il furore
di William Faulkner
Einaudi, 2005
ISBN: 9788806179557
 
Recensione di Anna Maria Balzano

 

Spegniti, spegniti, breve candela!
La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore
che si pavoneggia e si agita per la sua ora sulla scena,
e del quale poi non si ode più nulla; è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumore e furore,
che non significa nulla.

 

untitledQueste le parole di Macbeth (Shakespeare – atto V, scena V, vv 23-28), a cui Faulkner ha attinto per il titolo del suo capolavoro, che sottolineano l’insensatezza e l’inutilità della vita, una storia raccontata da un idiota, piena di “sound and fury”.

E inizia proprio con il monologo del personaggio dell’idiota, Benjy, la prima parte del racconto intitolata “Sette Aprile 1928” alla quale seguono “Due Giugno 1910”, “Sei Aprile 1928” e infine “Otto Aprile 1928”: quattro giorni descritti e dedicati ai quattro personaggi più importanti del romanzo, senza tuttavia un logico ordine cronologico. Già dai titoli delle singole parti, dunque, si deduce come la narrazione sia improntata sugli schemi della “durée bergsoniana” già sperimentati con tecnica innovativa da James Joyce. La successione temporale degli eventi, disordinata e spesso di difficile comprensione, rappresenta il disordine mentale e morale che regna tra i componenti della famiglia Compson, la cui storia ci viene descritta con impietoso realismo.

La prima giornata, il sette aprile, introduce tutti gli altri personaggi attraverso la figura del ritardato mentale Benjy, che insieme con Quentin, Caddy e Jason costituisce la prole disgraziata e in un certo senso “maledetta” della famiglia Compson. La stessa madre, Caroline appare come una donna debole che si cela volentieri dietro malanni più o meno pretestuosi, al fine di allontanare le responsabilità e gli affanni. Il padre, alcolizzato, morirà prematuramente.

La menomazione mentale di Benjy fa sì che egli, con la sua lagnosa presenza, pur essendo apparentemente lontano dal comprendere gli eventi che travolgono la famiglia, abbia la stessa funzione del clown shakespeariano unico vero e sensibile  interprete della realtà.

La sezione intitolata “Due Giugno 1910” è dedicata al monologo di Quentin: questa è senz’altro la parte più difficile del romanzo, per il complesso flusso di coscienza grammaticalmente sconnesso.

Il balzo indietro nel tempo ci introduce nel dramma vissuto dai fratelli Quentin e Caddy che si macchiano di incesto. Questo peccato, mai superato, condizionerà la vita di Caddy e porterà Quentin al suicidio. Nel racconto di Quentin è continuamente presente il tema del tempo, attraverso il simbolo dell’orologio e del suo ticchettio. Il simbolismo, così importante nella tradizione letteraria americana, da Hawthorne (The scarlet letter) a Melville (Moby Dick), è presente nell’opera di Faulkner, ed emerge in tutti i suoi romanzi. “…il babbo diceva che il tempo è morto, finchè viene rosicchiato dal ticchettio delle rotelle; solo quando si ferma, il tempo torna in vita.” La vita, dunque, è legata al tempo-non tempo, all’immobilità del presente.

In questo capitolo la morte di Quentin viene ripetutamente annunciata dal suo desiderio di calpestare la sua ombra ch’egli vede riflessa nell’acqua e di spingerla in fondo, sempre più in fondo.

Caddy, la sorella amata, viene continuamente rievocata, ma  tornerà molto più prepotentemente nel capitolo successivo, in cui è il fratello Jason a raccontare la giornata del sei aprile 1928. Questo è il fratello a cui si appoggia la madre Caroline, rimasta sola con lui dopo la morte del figlio e la partenza della figlia, sposata e poi separata. Il carattere meschino e egoista di Jason si rivela in tutta la sua tragica dimensione nel rapporto con la giovane Quentin, figlia di Caddy, così chiamata in ricordo del fratello. Jason si macchia di ogni sorta d’azione bassa e disonesta, per sfogare il suo odio nei confronti della sorella e della nipote a cui attribuisce la causa della sua mancata realizzazione nella vita.

L’ultimo capitolo, datato “Otto Aprile 1928, è dedicato all’unico personaggio dotato di sensibilità e capace d’un sentimento d’amore cosciente,  Dilsey, la serva “negra” spesso trattata con disprezzo  dai componenti della famiglia, che tradiscono, in questo modo, i persistenti atteggiamenti schiavistici di certa gente del sud degli Stati Uniti di quell’epoca. La debolezza di Dilsey, appartenente a una minoranza, è la sua forza ed è proprio la forza che le permette di prendersi cura lei stessa, donna di colore, di minoranze bianche, come Benjy, la cui mente vaga fuori del mondo, o di Caddy, emarginata dal suo stesso peccato e dalla vita dissoluta che ha scelto di condurre. Una famiglia tragica e maledetta quella dei Compson, che rappresenta la decadenza della ricca borghesia dell’inizio novecento, una borghesia che necessita di rinnovamento e di nuova linfa. Quasi un drammatico messaggio, quello di Faulkner: se la società non sarà in grado di trovare in sé la forza e la capacità di rinnovarsi e non saprà superare i pregiudizi che le impediscono di assimilare nuove energie provenienti dall’esterno, difficilmente avrà possibilità di salvezza.

ANNA MARIA BALZANO

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ uscito “Il politico” di Pee Gee Daniel

SINOSSI

         IL POLITICO cop.fronte   Si tratta di un romanzo breve, dalle connotazioni fortemente attuali, scritto con quello che tecnicamente si potrebbe definire uno stile blanche. Privo di inserti didascalici o pedanterie moralistiche, esso delinea la “fortunosa costituzione” di un campione possibile della politica odierna. Il protagonista (che, in quanto sprovvisto di una personalità e di una psicologia vere e proprie, verrà indicato lungo l’intero corso del romanzo col pron. pers. m. lui, o, tutt’al più, da due nomignoli che gli verranno affibbiati nello svolgersi della storia), viene seguito sin dalla più tenera età. Lo pediniamo alle prese con i suoi disturbi sociopatici e comportamentali.

            Il romanzo, ad es., si apre sul protagonista che, alla più tenera età, strappa le ali ad una libellula per poi poterla osservare mentre viene divorata viva da un formicaio, senza che essa si possa più difendere in alcun modo. Su di lui graverà, pochi anni più tardi, anche il sospetto della morte, apparentemente accidentale, di un cuginetto, cascato giù da una rupe. Già più grande, lo seguiremo al suo ingresso in un movimento politico dalle forti tinte xenofobe, in cui si sbizzarrirà in risse gratuite e punizioni ad extracomunitari inermi. Compirà anche uno stupro, ai danni della moglie del proprio caposezione, ma nonostante tutto questo conoscerà un brillante quanto veloce inserimento nell’ambiente politico, che lo porterà, nella conclusione del racconto, all’elezione ad onorevole.

            I suoi gesti, tuttavia, sono capaci di disturbarci, ma non si rivelano così tanto eclatanti da fare di lui un vero mostro. È una mediocrità anche nel male. È vuoto. È, in una parola, un borderline. Ma – cosa stupefacente – riuscirà comunque, e neppure volendolo, a fare una carriera strutturata all’interno della società, che si aprirà, verso il finale, niente meno che all’elezione a rappresentante democratico della società civile. Il che ci vorrebbe implicitamente porre più di un rilievo critico circa l’inefficiente stato politico in cui versiamo, seppure, come dicevo, senza alcun tipo di indulgenza verso la trattatistica morale o predicozzi di sorta: questo resta il racconto, nudo e senza orpelli, della formazione di uno pseudo-individuo e della promozione di esso ai più elevati ranghi sociali. Lo stile (che va di pari passo con la nullità – sia dal punto di vista emotivo che da quello intellettuale – che si vede chiamato a descrivere) è sorvegliato, ma appositamente deprivato di qualsivoglia belluria ed erudizione: tende cioè a farsi trasparente a servizio del suo contenuto. È uno stile minimalista, insomma, scevro di ogni tentazione pedagogica o affabulatoria. A tal punto che anche un’eventuale luce ironica che si dovesse riscontrare all’interno del testo, affiorerebbe, per così dire, da sé sola: senza, o quasi interventi da parte dell’autore.

 

 LINK DIRETTO ALLA VENDITA:  http://www.qulture.it/narrativa-qulture/32-il-politico.html

Addio a Little Tony. Il ricordo di Gilbert Paraschiva

Fra i miei “CANTANTI IN PARADISO” ora

anche ANTONIO CIACCI (Little TONY)

di Gilbert Paraschiva

 

Dieci anni e cinque giorni meno di me (lui del 9 Febbraio del ’41 ed io del 4 Febbraio del ’31) entrambi appartenenti al segno dell’Acquario (segno in prevalenza appartenente a persone pie e generose con tendenza artistiche di varia natura: musica, poesia, pittura, astrologia ecc.) (Paolo Fox me lo confermi?)

Questo bravo cantante il cui nome era Antonio Ciacci, fu scoperto a Milano (lui era un sanmarinese, ma nato a Roma), nel corso di uno spettacolo teatrale, da un impresario inglese che lo convinse a seguirlo a Londra dove gli fu dato (con gran sua soddisfazione) il nome d’arte di Little Tony.

Tornato in Italia cantò, con il supermolleggiato Adriano Celentano, al Festival di San Remo del 1961 piazzandosi secondo con “24 mila baci”; ma tante furono in seguito le canzoni che poi portò al successo, da “Riderà” a “Cuore matto” che un po’ perché è stato il suo cavallo di battaglia e un po’ perché il suo cuore era realmente impazzito nel corso di un suo spettacolo sette anni fa  in Canada, gli avvalse il soprannome di “Cuore matto” di nome e di fatto!

Questa volta il cuore ha funzionato ed il suo malore non è stato dovuto al cuore, ma ad un tumore (dicono alle ossa) dove ultimamente era ricoverato in una Clinica romana, anche se ho la mia impressione che se fosse stato ricoverato in un Ospedale francese (il “Gustave Roussy” per esempio) qualcosa in più (forse) si sarebbe potuto fare.

L. Tony, Rita e Mino

(da sinistra Little Tony, Rita Pavone e Mino Reitano)

In Canada se l’è scampata bella ma ora, probabilmente, lui stesso forse voleva raggiungere  i nostri colleghi: “Cantanti in Paradiso” per lasciare un buon ricordo sulla Terra.

Non va dimenticato che Little Tony ed il suo amico Bobby Solo, un po’ per l’abbigliamento ed un po’ per il loro stile vocale di rock moderno erano definiti gli Elvis Presley italiani.

Sono certo che quest’ultimo, alla notizia della morte dell’amico, sarà scesa altro che “Una lacrima sul viso” come è scesa d’altronde anche a me che ho avuto il piacere a più di una Festa di Piazza in Campania.

Mi ricordo come fosse ieri, quarant’anni fa, in uno spettacolo ad Arzano, mentre Little Tony cantava, si alzò stridente una voce femminile che gridò a squarciagola:  “Si’ bello Tony, te vasasse pure ‘e pere anco si ‘e tene spuorche!” (Sei bello Tony, ti bacerei i piedi pur se fossero sporchi!”)

Ma forse quella ragazzina, in cuor suo, sapeva che Antonio Ciacci, oltre ad essere sempre elegante, bravo e bello era pulito dentro e fuori.

Il giorno della sua morte, avendo saputo del suo trapasso ancor prima del Telegiornale, volli dare la notizia agli amici di Face Book scrivendo queste parole:

“Ieri sera é volato in Cielo per raggiungere l’altro mio amico e sosia MINO REITANO, il non meno celebre astro della Musica Leggera: LITTLE TONY! L’ho presentato più volte in Spettacoli e Feste di Piazza! Ora é andato a raggiungere i “miei” “CANTANTI IN PARADISO!” Addio Tony o forse, per me, é meglio dire: “ARRIVEDERCI, A FRA NON MOLTO!!!”

Si è levato un coro di proteste da parte dei miei fans per la mia ultima frase: “Gilbert, tu devi stare su questa terra per noi!…”

Ma io certe volte mi domando: “A che fare?” I miei colleghi presentatori amici (Corrado, Tortora e Bongiorno) se ne sono andati, i miei colleghi cantanti (Reitano, Modugno, Murolo, Dalida, Vanna Brosio, Mia Martini) pure, i miei colleghi

musicisti coi quali ho avuto il piacere di suonare con loro (Renato Carosone, Don Marino Barreto, Marino Marini, Romano Mussolini) se ne sono andati per cui che ci resta a fare sulla Terra… “L’ultimo dei Mohicani”? Se James Fenimore Cooper, deceduto nel 1851, tornasse sulla terra per scrivere anche la mia storia, allora continuerò a prendere le mie 7 compresse salvavita al giorno e non direi a Dalla, Jannacci, Califano ed, in ultimo Little Tony: “Arrivederci, a fra non molto!”  

Gilbert Paraschiva

“A volte non parlo” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Lorenzo Spurio

A volte non parlo
di Anna Maria Folchini Stabile
con prefazione di Paola Surano
Liberia Editrice Urso, 2013
Numero di pagine: 55
ISBN: 9788898381104
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

198La nuova silloge poetica di Anna Maria Folchini Stabile, A volte non parlo (Libreria Editrice Urso, 2013), arricchisce il suo curriculum letterario che vanta altresì di varie pubblicazioni di narrativa breve. Chi conosce la poetica di Anna Maria, o ha avuto almeno il piacere di leggere qualche sua poesia (ricordo che la poetessa pubblica con regolarità le sue liriche sul sito Racconti Oltre gestito da Luca Coletta), sa bene che le suggestioni che ci trasmette fuoriescono direttamente dalla sua considerazione nei confronti della realtà quotidiana. Le sue poesie, infatti, sia quelle che hanno come tema l’amore, sia quelle che, invece, partono dall’indagine del tormento interiore motivato spesso da una riconsiderazione del passato, condividono tutte una essenzialità di linguaggio e una purezza semantica che incontra di certo il favore del lettore. La poetessa rifugge gli orpelli retorici, i tecnicismi e addirittura sembra mostrare una certa sofferenza nei confronti della metrica stantia, del verseggiare classico e chiuso e si offre, invece, in pensieri sciolti, che giungono diretti al cuore del lettore e poi alla mente. Troveremo, dunque, la poetessa a riflettere su un amore solido ed entusiasmante, duraturo nel tempo tanto che il lettore è certo che esso non conoscerà mutamento nel suo divenire, descrizioni più cupe che partono, invece, dall’analisi a tratti inquieta a tratti dubitativa dell’essere. Ci saranno, inoltre, liriche che presentano il sottofondo scenico caro alla poetessa, quello del suo luogo di residenza con vari e continui accenni al lago come avviene in “Lacustre”, dove la vista del lago al primo mattino, come fosse un saluto rinnovato ad un amico sempre presente, si veste di imperscrutabilità del futuro: «Niente/ turba/ questo inizio di giorno.// Tutto/ è possibile» (48).

Una lirica ricca di contenuti, di tematiche e di sfaccettature; si susseguono prospettive visuali diverse: a volte è come se la poetessa colloqui con se stessa, altre volte è evidente l’intento di voler annunciare il contenuto delle sue liriche al mondo; molte poesie si arrovellano sul Tempo sia dal punto di vista tematico che dal punto di vista strutturale: intere liriche in cui Anna Maria utilizza il condizionale, quella condizione ipotetica che si sarebbe sviluppata nel passato se avesse fatto/non fatto qualcosa («Avrei cambiato il mondo/ se avessi fatto…/ Ma sono rimasta alla finestra/ e avete fatto tutto voi», 12), altre, invece, si configurano come una sequela di domande, con un tono ascendente dove, però, i quesiti non trovano risposta. Ma è un po’ tutta la silloge ad essere investita da una sensibilità nuova; nell’opera precedente, Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012), che si apriva con una mia nota di prefazione, avevo osservato che le liriche si caratterizzavano per una eclatante fascinazione per il colore, il bello, gli elementi naturali nel loro felice divenire, tanto da definire la sua poetica modernista (con riferimento al modernismo spagnolo e sud-americano). Qui, nella nuova silloge, l’atmosfera è differente, si è stemperata, le primavere e i bagliori sembrano aver lasciato il posto a crepuscoli e folate di vento gelido. I colori si sono scuriti e a tratti anche la parola –pur sempre limpida e lineare- si è ispessita, in linea con una nuova concettualizzazione delle tematiche. E questo mutamento, questa metamorfosi “decadente” si esplica nei vari riferimenti al sé-poeta dubbioso, alla continua ricerca di risposte, di soluzione a quesiti, alla difficile liberazione da inquietudini che fanno dell’io lirico un animo scisso, apparentemente debole e tormentato, anche e soprattutto dalla difficoltà dei tempi contemporanei riscontrabili nei «Giorni pesanti/ Difficoltà nuove/ […] Ogni giorno/ ha il suo fardello» (18) di “Uomini e draghi”. E se è vero che la poetessa molto ci trasmette con le sue liriche, è altrettanto vero che si respira un certo sentimento omertoso, come se ci sia nel sottofondo qualcosa che, sino alla fine, non viene mai rivelato al lettore. Tutto questo è esemplificato dal titolo stesso della raccolta, A volte non parlo, lirica che apre il testo. La poetessa Anna Scarpetta tempo fa, parlandomi della nuova silloge dell’amica Anna Maria Folchini Stabile, mi disse: «Hai visto, Lorenzo? Anna ha scritto “A volte non parlo”… e, invece, dice tanto. Dice tutto!»; ed è di certo una considerazione valida e possibile anche se a mio avviso, come già detto, nella silloge si respira una nuova aria, insomma una diversa Anna Maria. E sulla mia stessa linea è anche la poetessa varesina Paola Surano che nella prefazione al testo osserva: «balza subito all’occhio e alla mente che questa raccolta è diversa dalle altre» (5). Vediamo il perché di quanto si sta dicendo in maniera più scientifica.

E’ di certo la lirica iniziale che contiene il manifesto di questa nuova venatura poetica di Anna Maria Folchini Stabile; qui si legge, infatti, di “pensieri masticati” (pensiamo si tratti di idee difficili da gestire, che ritornano a infastidire l’animo della poetessa, dure, ingestibili e che, dunque, necessitano una masticatura più prolungata e veemente) e di “labirinto di ipotesi” che evoca nella nostra mente una situazione fastidiosa di stallo e di tomento, di ricerca di una fuga con esiti già scritti e tutti abbastanza deludenti come osserva lei stessa nei versi che seguono: «non vi è alcuna uscita tra le siepi di bosso/ che costeggiano questo cammino…» (9). Vicolo cieco? Strada sbarrata? Vie tortuose che confluiscono con altre per poi depistare? E’ una possibilità con la quale l’autrice vuol intendere quella difficoltà insita nel senso stesso dell’esistenza da lei rappresentato enigmaticamente come un «rigioco sulla scacchiera invisibile» (9) che tanto mi fa pensare al gioco a dadi della Morte nella celebre ballata di T.S. Coleridge.

E come si diceva poc’anzi il tempo è oggetto della poetica della donna: esso è onnipresente, a tratti latente, a tratti esplicitato, la poetessa non lo teme né ha necessità di affrontarlo, non ci colloquia, evitando di considerarlo un degno interlocutore, ma lo tiene in considerazione, lo osserva da distante e ne tiene conto. Il passato è visto quale momento felice dell’esperienza personale che non è morto e in sé chiuso a comparti stagni con il presente liquido, ma si configura quale fattore esperenziale che si rinnova con la rimembranza e che nel momento in cui viene “rivissuto” giunge addirittura a eternizzarsi nell’istante che funziona nell’animo come rivelazione: «E le speranze promesse/ e i desideri accennati/ e i sogni sorridenti/ per un attimo/ riprendono vita./ Solo per un attimo» (20-21). Ma quel presente che si riappropria del passato a sprazzi, per immagini o ricordi singoli, è illusorio e fugace: il momento si esaurisce velocemente e la finitezza del ricordo “rivissuto” è, forse, ulteriore causa del disagio e del senso d’apatia dell’io lirico, conseguenza dell’incapacità di sapersi destreggiare nei vari piani temporali: «Non è dolore/ questo tempo andato,/ ma sabbia di clessidra/ che vorrei rivoltare» (14) scrive in “Grigio di cielo”.

In “Occhi innamorati” la poetessa si proietta verso il futuro cercando di ipotizzare come sarebbe stato se avesse fatto/fosse successo qualcosa sviluppando uno sguardo acronico nel quale cerca di vedersi dall’alto come si sarebbe comportata in certe situazioni per concludere lapalissianamente «Non lo sapremo mai/ come sarebbe stato» (17): la storia, tanto privata quanto pubblica, infatti, non si costruisce con i ‘se’ né con i ‘ma’; le ipotesi, lecite e curiose, di ciò che sarebbe successo “se” riflettono ancora una volta quel senso di continua ricerca della donna di giungere ad una più completa analisi delle sue “gesta” passate. Solo nel sogno il tempo si ferma e sembra congelarsi: esso non scorre e sembra annullarsi, semplicemente perché anche la ragione e dunque tutte le attività umane ritrovano pace e riposo: «Attimi sospesi, idee scintillanti/ tempo fermo» (26) ed anche Peloso, il cane della poetessa, sembra divertirsi di più nel sogno/ricordo piuttosto che nel presente ed infatti «rincorre farfalle/ di un’altra primavera» (27).

In “Incapace” la poetessa esprime nel suo “scoramento” il senso di desolazione che si mostra come miscela di paura, scoraggiamento e rabbia tacita per quella falsità endemica che, purtroppo, ci circonda, contenuta nei «pensieri doppi» (10) che, più che individuare strutture polisemiche, mi sembra di intendere come sinonimo di falsità, mediocrità, opportunismo e menzogna. In questo clima ripugnante il sensibile io lirico non può far altro che chiedere aiuto («Aiutami») e far appello affinché un valido sostegno morale sopraggiunga a rinfrancare la poetessa: «Ti prego/ sostienimi» (10).

L’ambientazione cupa chiaramente intimistica si ravvisa anche nei «pensieri inespressi» (12), nel «sorriso bello/ di anni e luoghi/ sepolti/ nel passato,/ tempo di sogni/ e di incertezze certe» (23), nella solitudine dalla quale la poetessa cerca di distanziarsi in “Pausa” (30), nel desiderio di sentirsi  priva di tomenti: «Vorrei essere libera e senza pensieri» (39) e nelle «domande/ senza voce,/ sospese/ nella timidezza/ della mente» (53). A stemperare la gravità delle divagazioni esistenzialistiche che Anna Maria fa mi sento di osservare almeno due elementi: 1) il sentimento di giovinezza che la poetessa nutre e 2) la vita intesa come percorso, come un cammino a tappe e rivolto a una meta. In relazione alla giovinezza d’animo, nella lirica “Spuma di mare”, infatti, leggiamo «Mi guardo/ nello specchio della vita/ e ritrovo/ la ragazzina/ che mi sento» (43); si osservi che la poetessa non dice “la ragazzina che ero” né “la ragazzina che vorrei essere”, ma “la ragazzina che mi sento” in un verso che traspira grande carattere e forza di volontà e di certo smorza l’inquietudine che pervade l’opera. Quanto al cammino, poi, vorrei segnalare la bellissima lirica “I giorni a venire” –a mio modesto parere la migliore della silloge- dove è chiaro e continuo il riferimento all’universo itinerante: ‘incontri’, ‘strada’, ‘cammino’, ‘percorso’, ‘sosta’ che, più che delineare un componimento on the road, concretizza sulla carta il suo fervido convincimento nell’idea che il percorso formativo, culturale, morale dell’uomo nella realtà terrena sia una semplice ma non banale metafora dell’esistenza. Non è un caso che l’Associazione Culturale da lei fondata assieme a me, Sandra Carresi, Laura Dalzini e Paola Surano e della quale è Presidente, abbia come nome TraccePerLaMeta e che l’ultimo concorso organizzato abbia avuto come tema “il cammino”. In questo percorso fisico dell’uomo verso una meta, un luogo ambito o sconosciuto, da raggiungere mediante un percorso accidentato o progettato, più o meno lungo, l’uomo è continuamente minacciato, osteggiato e macchiato dall’errore che potrà porlo nell’infelice situazione di «inveire/ [o] maledire la vita» (24). La silloge rifugge il pessimismo, ma è chiaro l’intento di fondo: l’uomo deve rimboccarsi le maniche e non lasciarsi scoraggiare dalla desolazione che può investirlo e demoralizzarlo sempre più per riscoprire, invece, la ricchezza insita nella sua genuinità:

 

Usciamo
dalle nostre solitudini
riscopriamoci persone
quali siamo
in questi egoismi di realtà divise
con muri invalicabili e invisibili. (36)

 

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 27 Maggio 2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

ANNA MARIA FOLCHINI STABILE è nata a Milano nel 1948. Attualmente vive tra la Brianza e il Lago Maggiore. Ha alle spalle una lunga carriera nel mondo dell’insegnamento. E’ poetessa, scrittrice e presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Per la poesia ha pubblicato Spuma di mare (Lulu Edizioni, 2009), Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti L’estate del ’65 (Lulu Edizioni, 2008), Un topolino di nome Anna (Lulu Edizioni, 2010) e Noccioline (Lulu Edizioni, 2010). Ha curato, inoltre, per il sito Racconti Oltre dove scrive regolarmente, il manuale Come si scrive? – piccolo prontuario per l’autocorrezione dei più comuni errori ortografici, assieme a Luca Coletta. Partecipa a concorsi letterari ottenendo buone attestazioni ed è membro di giuria nei concorsi organizzati dall’Associazione di cui è Presidente.

E’ uscito “La vita non dura un quarto d’ora” di William A. Prada

 
420623_357622154359235_1753921773_n
 
 
La vita non dura un quarto d’ora
di WILLIAM A. PRADA
Editore: Narcissus.me
ISBN: 9788867558452
Prezzo: € 0,99 (IVA inclusa) 
Formato: ePub
Altri formati disponibili:Mobi
Protezione: protetto con Watermark

Gilbert Paraschiva in memoria di Jannacci e Califano

Altri due “grandi” si aggiungono ai miei “Cantanti in Paradiso”

Enzo Jannacci e Franco Califano

di Gilbert Paraschiva

A distanza di un sol giorno l’uno dall’altro, ci hanno lasciato sotto Pasqua, ENZO JANNACCI e FRANCO CALIFANO, per una tournée in Cielo e festeggiare Pasquetta con gli Angeli del Paradiso.

Che dire di questi due stravaganti ma grandi e, soprattutto, amati artisti?!?!…

Il primo medico chirurgo, specializzato in cardiologia, che ha continuato la professione, anche quanto baciato dal successo, e che avrebbe potuto vivere anche soltanto coi Diritti d’Autore, ha continuato a fare l’Artista e,  il secondo, Franco Califano, che pur avendo avuto (a suo dire) ben oltre un migliaio di donne, ha preferito vivere da solo coi suoi quaranta gatti!

JannacciQuando sono partiti per questa loro ultima fantastica tournée, avrei voluto dir loro: “VENGO ANCH’IO!” ma sono certo che sarebbe intervenuto JANNACCI per dirmi: “NO, TU NO!!!” per cui non ho insistito e mi son detto: “Sia fatta la volontà di Dio”!

Ora son certo che sono felici ed in particolare ENZO perché è andato a trovare il nostro grande amico GIORGIO GABER cui lui era davvero molto ma molto affezionato!

Il 3 Giugno JANNACCI avrebbe compiuto 78 anni mentre il CALIFFO, il 14 Settembre, ne avrebbe compito 74. Entrambi, di poco, ma sempre più giovani di me, a dimostrare che la morte non guarda in faccia a nessuno!

Franco, pur essendo concepito a Tripoli, nacque nel Cielo della capitale libica; potrei dire: Venuto dal Cielo e tornato in Cielo ma fermamente convinto che tornerà sulla Terra perché, grossomodo, è questa è la frase che avrebbe voluto fosse scritta sulla sua tomba: “TORNERO’ PRESTO!” Non è certa la realizzazione di questo suo desiderio  ma è certo invece che ben presto ad una strada romana verrà dato il suo nome: Via Franco Califano!

Franco-Califano-mortoEbbi il piacere di presentarlo  più di una volta in Concerti, Spettacoli e Feste di Piazza ma di conoscerlo più intimamente nel 1989 al matrimonio di Diego Armando Maradona quando regalai ad entrambi una mia musicassetta incisa da me e Peppe Russo dal titolo “5 + 5” dove da un lato Peppeniello, se ben ricordo, fra i 5 brani italiani, era registrata una canzone appunto di Franco Califano mentre dall’altro, fra le cinque canzoni in francese vi era la mia “Le vrai amour” (la versione in francese di “’O VERO AMMORE”) che per quanto dedicata ad una donna, per noi artisti, (alludo ad Enzo Jannacci, il nostro grande comune amico Giorgio Gaber, Franco Califano, Peppe Russo e, con immodestia, aggiungo Gilbert Paraschiva, l’unico vero nostro grande amore (LE VRAI AMOUR) rimane sempre e soltanto la musica: “TUTTO IL RESTO E’ NOIA!”   (g.p.)

QUESTO TESTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE IL PRESENTE TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

                                                                 

“Pianto antico” di Giosuè Carducci con un commento di Giuseppina Vinci

Pianto Antico

di Giosuè Carducci

Commento di Giuseppina Vinci

 

Antico è il vecchio marinaio, antica è la torre leopardiana, “antico’’ il pianto di Carducci per il figlioletto Dante prematuramente scomparso.

Il titolo del breve componimento allude a un dolore antico primordiale. Non esiste dolore più grande affranti. Maria, la madre di Gesù  patisce la morte del Figlio. Il Suo è un dolore grande ma composto, accetta la volontà del Padre. Abramo non si pone il problema della possibile  fine del figlio, esegue gli ordini, i Voleri di un Essere imperscrutabile, inspiegabile, come è la Richiesta

di sacrificare, senza alcun motivo per la logica comune, l’ancora breve esistenza del primogenito. Non si pone alcuna domanda, non chiede, esegue, tutto viene accettato perché quella è la Volontà.

E poi, dopo la prova, il dono più grande.

2567771740_db2af1086eIl dolore del Carducci per il figlio è triste, non rassegnato, senza una speranza. Il figlioletto era la Vita per lui, uomo erudito e famoso. ‘’Il fiore della sua pianta percossa e inaridita, dell’inutil vita estremo Unico fiore’’ dopo la morte del figlioletto la vita non è più, non esiste né rassegnazione, né speranza, né accettazione della Volontà suprema. Solo la Natura continua a fiorire, a brillare, a riscaldare i cuori; non quello del Poeta. A tratti una Natura malvagia, essa sopravvive ai dolori, indifferente al sofferenza del poeta.

Talvolta rappresentata dalle stelle, lontane, gelide, ma bellissime. Essa riscalda  l’orto solitario ma non il cuore del Poeta, tutto rifiorisce, ma non nella sua anima, nel profondo del suo essere

tutto è rimasto immobile dalla scomparsa del figlioletto.

Pacato è il tono, come se il poeta avesse accettato la morte. Nel suo animo, credo,  si muova un’accusa alla Natura tutta che rifiorisce nonostante il grande dolore di un padre, nonostante

la definitiva assenza di un fanciullo innocente.

‘’l’estremo unico fiore di una pianta percossa e inaridita’’ è appassito per sempre e con lui la vita del poeta.

Non vi è spiegazione alcuna al Dolore. Necessario?

Previsto? Predestinato? Non sappiamo.

Esso è antico.

 

 

Giuseppina Vinci

docente al Liceo Classico Gorgia di Lentini

QUESTO TESTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE IL PRESENTE TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

A Firenze si è presentato “Infezione” di Sunshine Faggio

Sabato scorso, 13 aprile 2013, alle ore 16:30 alla Biblioteca Villa Bandini di FIRENZE si è svolta la presentazione del libro di poesie “Infezione” di Sunshine Faggio, pubblicato dalla casa editrice Arpeggio Libero. L’evento è stato promosso dalla rivista di letteratura online “Euterpe” fondata nel 2011 da Lorenzo Spurio, Massimo Acciai e Monica Fantaci.

La presentazione è stata introdotta da Massimo Acciai, poeta, scrittore per poi lasciare la parola al relatore Lorenzo Spurio, scrittore, critico-recensionista e direttore della rivista di letteratura “Euterpe”.

Sono intevenuti Iuri Lombardi (poeta, scrittore) e la poetessa Elena Leica che ha fatto delle letture.

Presente l’autrice, SUNSHINE FAGGIO, che ha risposto alle domande del relatore e ha letto le sue poesie.

Tra il pubblico erano presenti, tra gli altri Marzia Carocci, poetessa e critico recensionista, Sandra Carresi, poetessa, scrittrice e Annamaria Pecoraro, poetessa toscana.

Di seguito  il video integrale di presentazione.

Nicolò Gianelli presenta la raccolta di racconti “Brutto Vizio Morire”

            Nicolò Gianelli presenta a Milano Brutto Vizio Morire

 

Nicolò Gianelli presenterà la sua raccolta di racconti Brutto Vizio Morire (uscita per i tipi di Round Midnight Edizioni) presso la libreria Il Mio Libro di Via Sannio 18 a Milano. La presentazione avrà luogo il 23 aprile dalle 18.00 in poi, e vedrà il giovane autore interfacciarsi con il pubblico accompagnato anche da altri scrittori e da interventi musicali.

Gianelli sta girando l’Italia per presentare questo lavoro, che è l’istantanea di uno spaccato urbano e sociale profondamente travagliato. Descrive un universo degradato e degradante, tinto da quella vena di pulp che contraddistingue i libri del catalogo di Round Midnight. Il filo conduttore unico che unisce i racconti di questa antologia è la morte, vista dal punto più fisico e concreto, ovvero quello della decadenza e dell’autodistruzione.

Brutto Vizio Morire è uscito a metà marzo, ed è il primo libro che Gianelli pubblica con Round Midnight. Dopo la data milanese, che arriva in seguito ad alcuni appuntamenti emiliani (l’autore è originario di Modena), è in programma una presentazione nell’affascinante cornice di Sestri Levante per il 28 aprile.

 

www.roundmidnightedizioni.com

“Sbarco clandestino” di Dante Maffia, recensione di Ninnj Di Stefano Busà

SBARCO CLANDESTINO
di Dante Maffìa.
Edizioni Tracce, 2011
Pagine: 150
 
Recensione a cura di Ninnj Di Stefano Busà

imagesUn tema di grande attualità, una problematica che trova ostracismi e contraddizioni in termini, mentre si delinea l’umiliante vetrina di un mondo spaurito, allarmato davanti a fenomeni di così profondi mutamenti etnici, apocalittici, vere trasmigrazioni di popoli, e di così imponenti investiture morali, sociali, politiche. Un mondo, quello di oggi, sprovveduto e disorientato dinanzi a fattori ontologici che proprio per l’essere grandemente vaste, trova incerta e perplessa, nettamente contrariata e incapace l’opinione pubblica, i governi in un contesto di umanità reproba e inerte, inadatti ad opporvisi, a registrare il fenomeno e regolarlo nella giusta dimensione, disorientati e quindi spiazzati a padroneggiare il destino di molti.. E infine, larghe sacche di oppositori ad oltranza che volutamente ignorano o lasciano trasparire repulsione con atti di miseria morale e intolleranza razziali, tali da innescare un processo di dissociazione intellettuale fatalistica e discriminatoria. Volutamente inconciliabile si mostra la desolazione alla domanda di aiuti umanitari che da questi fenomeni originano.. La poesia di Dante Maffìa va a toccare i nervi scoperti e dolorosi di un scoperchiamento di pensieri e di azioni, di travisamenti e soprattutto di fatalismo che ingenera una catastrofica forzatura delle regole, una condotta maldestra, un’opposizione omologante e inquietante per quelle genti (una moltitudine vagante), private del diritto d’asilo, svilite da sospensioni di libertà, dissociazioni d’identità, oppressioni e frustrazioni nei diritti umani e civili, defraudate e umiliate. Lo spettro della miseria morale di coloro che dovrebbero sostenerli si fa in molti casi segno inquietante di una deprivazione di coscienza, che appare non salda, non matura e annaspa nell’ondivaga emergenza di un piano tempestivo di aiuti, tentando di sottrarsi alla propria responsabilità di cristiani civilizzati, declinando quei paradigmi di accoglienza e di indulgenza al . Diverso da chi? si dovrebbe poi obiettare? ma è l’umanità stessa che di fronte allo strazio primordiale, quanto universale della diaspora così massiccia, arretra nella sua posizione di deserto arido e informe. Il massimo della solidarietà intellettuale va dunque rivolto a questo poeta integerrimo che dalla sua vocazione di immaginario collettivo, sa estrapolare commoventi e limpide suggestioni, emozioni che costituiscono deterrente per molte e più proficue riflessioni. La diaspora è stata da sempre considerata un filone parallelo alla morte dei diritti umani, qualcosa che disorienta e coglie impreparato il fatalismo storico dell’intera umanità. Siamo portatori sani di “nequizie”, il male si aggrava e diventa pandemia quando a respingere ai loro destini è l’ottusa ipocrisia, il collasso della solidarietà nel non voler accettare e considerare di questi diseredati, umiliati e offesi in una visione cosmogonica, che si manifesta in toni edonistici, quasi dissacratori e sempre impotenti in prossinità di eventi e avvenimenti di portata biblica che disorientano l’altro, “il diverso”, l’esiliato dal pianeta, l’afflitto, il senza volto, il diseredato, l’escluso: Non dovremo dimenticare che anch’essi sono fratelli in Cristo, ma l’universo mobile, cangiante, variegato di un disincanto e di una spregiudicatezza collettivi, li fa apparire transeunti della storia, virgole precarie di un dato storico irreversibile, “circostanze circostanziali” li definirei per antonomasia, (non uomini e donne) ma solo depositari di sventura. È difficile, se non impossibile, trovare un poeta che rappresenti così bene il travaglio degli sventurati musulmani succubi di lotte tribali per l’ascesa al potere di governanti-boia, in balìa di dittatori-terroristi, sanguinari che esercitano i loro poteri totalitari e senza regole su popoli indifesi, siano essi etiopi, o siriani, arabi, o algerini, magrebini, marocchini etc, i perseguitati sono sempre loro, a subire le angherie dell’esilio, la mano devastante e inquietante della fame, della sete, ad addentrarsi in clandestinità, a rivendicare diritti negati, identità perdute in una necessità impellente portata a scegliere tra sopravvivenza outside, ai limiti dell’indecenza o morte. Dante Maffìa è un veterano di tematiche che altri respingono, fa spesso sue le problematiche delle minoranze senza voce, degli esclusi dalla storia dell’esistenza, quasi ectoplasmi. A questi esseri umani egli presta la sua voce, ne ascolta il loro tormento.

Dante-Maffia_Ritratto-di-Paolo-Quaranta-270x300Il suo cuore di poeta traboccante di pietà si muove a compassione per uomini come Mahmud, Omar, Alì, Mamadou, Brahim, Kaddour. Vi sono alcuni brani di questa raccolta che commuovono per l’intensità degli episodi descritti come Gada ad es: “ Sono un fiato di vento / e vaga nell’indifferenza, / vado verso terre sconosciute/ dove troverò una radura dolce/ in cui riposarmi?” (pag.32) e poi ancora: “adesso non puoi ascoltarmi, langui/ in tristi luoghi comuni dell’Occidente/ che credi tu sia solo rabbia e vuoto/. Io invece so che verrà l’aurora/ a ridarmi l’azzurro del deserto, / la sconfinata libertà di Dio / che ha la tua voce e il tuo passo.” (idem) “Nomade, straniera, mendicante,/ che importa. Ormai sono un rifiuto/ che vaga senza meta/…/Non potevo restare /nella casa dove ogni cosa è sfiorita./ Sono ferita in ogni poro, la morte/ mi tiene lontano da sé per non essere infettata.”(Khadouj) pag 35. Maffìa redige le storie di ognuno registra le loro pene, il tremore dei loro turbamenti, le paure, le angosce, che prolificano da uno sfilacciamento di mente e corpo che subisce traumi di dissociazione inimmaginabili, avverte gli urli dei loro cuori trafitti, delle trasmigrazioni respinte, e dove la ricerca di pace e di perdono si trovano distanti anni-luce da essi, piccoli mucchietti di stracci sporchi, maleodoranti, in balìa di correnti impetuose, in preda a deliri di deprivazione e di malessere, di malattie, denutrizioni. Dante Maffìa coglie appieno l’allarme per questi derelitti, si fa tesimonial di un dolore rappreso tra la sorte e la morte, ne fa una questione di principi e di orfica desolazione: epigrafici appaiono questi versi: “Ci dicono che siamo sbarcati in Calabria Saudita! Il destino è perverso, beati i morti in mare!.” (Driss) pag.24 Vi è da un lato la miopia che confuta e procede a tentoni, non indulge e non dialoga: L’Europa “ditta”… dall’altra la moratoria umana, l’esigenza di una remora morale di universalità. Quella dei nostri giorni è una diaspora epocale, senza precedenti che antropologicamente ci costringe a prendere atto di un processo umano che s’interseca, ci obbliga ad indulgere sull’”altrui”: brutto, nero e cattivo che ci mette davanti allo specchio concavo di noi stessi, riflettendo quello che non vogliamo vedere. Ma il binocolo ha due lenti: si tratta di stabilire una corrispondenza di immagini adeguate, di coordinare regole di accoglienza, attingere al patrimonio genetico della razza umana, per estrapolare quel minimo di convergenza che d’improvviso diventi: dialogo, vita, estrema salvezza per tanti diversi da noi “gli altri”: lo scopo è guardare in fondo alle cose, prefiggersi un imperativo categorico che dell’emergenza-necessità deve fare virtù, per costituire l’obiettivo fondamentale di un mondo migliore, una confutazione di orgoglio senza pregiudizi, una coesione che sia in linea con la e restituisca credibilità e uguaglianza al pianeta così fortemente attraversato da sventure. C’è l’auspicio che si compia il miracolo che faccia dire come a Orhan: “Sarò trattato prima o poi/ come una persona che possiede/ un nome e l’anima?” pag.59

NINNJ DI STEFANO BUSA’

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. LA DIFFUSIONE E LA PUBBLICAZIONE DELLA STESSA E’ VIETATA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Mai più violenza”, poesia di Monica Fantaci

Mai più violenza

DI MONICA FANTACI

NoiNo-uomini-contro-la-violenza-sulle-donne-2-182142_L

Con le unghia
ti graffia la carne
lacerandoti il cuore,
una fiamma si accende,
è il fuoco del dolore
che ti punisce
e sembra che non finisce…

dimmi questa parola
che consola,
una parola che cancelli
le urla che sembrano coltelli
puntati anche alla testa
che pensa a quanto
questo l’affetto calpesta

e i respiri che si esauriscono
fino a quei battiti che patiscono,
una parola che abita in te e mai ti molla
può fermare e tagliare
quelle unghia ancora lì a strisciare
su quella pelle torturata,
gelida e dissanguata.

Una parola mite
che ti lava per toglier le ferite
che colano dal sangue
delle narici tue,
una parola che si vive
ed è l’amore che ogni giorno si scrive.

Monica Fantaci

LA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“A se stesso” di Giacomo Leopardi, con un commento di Giuseppina Vinci

“A se stesso”
di Giacomo Leopardi
 
Commento di Giuseppina Vinci

imagesNon può che suscitare tristezza il primo verso  “or poserai per sempre..  stanco mio cor’’; par che dica alla fine dei miei giorni, il mio cuore che tanto ha sofferto non proverà più alcun sentimento di dolore poiché la morte porrà fine a tutta una vita in pena. La morte liberatrice, agognata, lo condurrà al nulla eterno ove angoscia e disperazione non saranno e tutto si dissolverà.

Vien da pensare al monologo di Hamlet, la morte definita ‘’la terra inesplorata dalla quale nessuno mai è tornato’’ potrebbe riservare altri dolori. Il celeberrimo personaggio shakespeariano non porrà fine alla propria vita, non compirà il gesto suicida che ne potrebbe fare addirittura un eroe “se non fosse per qualcosa dopo la morte’’ che lo costringerebbe ad affrontare altre problematiche per le quali non saprebbe trovare soluzioni.

Ecco l’essere o il non essere. Porre fine alla propria vita, a tutti i dolori scegliendo l’annullamento del proprio essere o desister per un dubbio ancora più grande, angosciante. Se la Morte non dovesse essere la meta Finale, se un altro mondo attendesse gli esseri umani dopo il viaggio terreno costringendoli ad affrontare altri dolori che non conoscono, allora passeremmo a un’altra vita di sofferenze e sarà un’infinita condizione di dolore. Differente l’atteggiamento del nostro quando afferma “che eterno io mi credea’’ e il desiderio è spento’’  assai palpitasti riferito al cuore e ‘’fango è il mondo’’ per cui vana e inutile è l’amarezza e la noia.

Al genere nostro il fato non donò che il morire. Agli esseri umani un destino di morte e tutto è vanità infinita. La morte in altri contesti ritenuta un Abbraccio come nel brano “The party” di Mrs Dalloway della Woolf, una sfida, un tentativo di comunicare con il mondo in un mondo senza comunicazione, qui è la fine e il fine  ultimo che ognuno raggiunge perché mortale suo  malgrado.  E tutto è vanità. Con Foscolo la morte è la Fatal quiete, Sorella morte con S. Francesco e ‘’un guadagno’’ con S.Paolo. Come tutto appare relativo. Come ognuno possiede la sua verità.

Un guadagno perché essa ti porta a Dio, al Creatore. Una Sorella, perché più che fine, è conforto che ti conduce al medesimo Padre.

Perì l’inganno, un fanciullo Leopardi, un sognatore, ingenuo, fidava nell’eternità del suo essere sulla terra adesso lo vedo come uno che ha perso l’equilibrio e sta per cadere.

Vede la vita come da una torre pendente. Non può essere tranquillo guardando dall’alto di una leaning tower. Ti prende la paura, l’ansia, l’angoscia e lui è come se stesse sull’orlo di un precipizio.

Non più speranza, non più salvezza, soltanto consapevolezza di un destino Amaro e di una sorte funesta che lo attende. Il sognatore Leopardi ha  preso coscienza della realtà, dell’unica realtà, della Verità estrema.

Un risveglio doloroso ma necessario.

 

Giuseppina Vinci

Docente al liceo classico Gorgia di Lentini

QUESTO TESTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE QUESTO COMMENTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑