“La riva in mezzo al mare” di Monica Fantaci, recensione di Pierangela Castagnetta

LA RIVA IN MEZZO AL MARE
SILLOGE DI POESIA DI MONICA FANTACI
TRACCEPERLAMETA EDIZIONI, 2012
 
COMMENTO DI PIERANGELA CASTAGNETTA

cover-frontQualche mese fa la nostra Monica  mi ha raggiunta ad un recital di poesie, organizzato in maniera sublime dal Prof. Giuseppe Palermo, e mi ha regalato il suo libro di poesie, fresco fresco di stampa, dal titolo “LA RIVA IN MEZZO AL MARE” con la dedica. Questa diceva:
”Il caso regala sempre cose piacevoli. Io ho conosciuto te e, poi, per un commento che hai fatto a Lorenzo Spurio, ho allacciato contatti anche con lui. Vedi che catena! Penso che se non fosse stato per Lorenzo non avrei scritto adesso questo libro, ma lo avrei scritto più in là”

Monica è giovane, ha appena 28 anni. Laureata in Scienze della Formazione primaria  ha scelto l’arte della scrittura per comunicare e farsi conoscere ai “più”. La scrittura – come le altre forme di arte quali la musica, la pittura, la scultura – aiutano la nostra anima, i nostri sogni a venire fuori, la nostra essenza a diventare tutt’uno con la creatività.

Monica è anche vice-direttore della rivista di letteratura “Euterpe”, musa a cui la stessa dedica una sua lirica che porta proprio questo nome e dato che la poetessa è un’artista a tutto tondo, ama la musica, il ballo e tutto ciò che può essere “comunicazione”, musica anche i versi che scrive abbinandone le parole a brani di vari autori (V. il blog “Intingendo d’inchiostro…”

La riva in mezzo al mare. Perché questo titolo?

Non ci avevo pensato ma Monica mi spiega che nel moto del mare la sabbia tende a salire. Il movimento delle onde indica le varie tappe della vita, la striscia di sabbia indica l’approdo dove l’anima si va ad arenare dopo la turbolenza degli stati d’animo, dei sentimenti. La riva è in mezzo al mare – dice Monica – perché questo è in continuo movimento; cresce, si perfeziona. La riva, di contro, vive tra le onde, tra folate di venti e animali marini. La natura tutta fonde il suo essere e pervade l’anima della poetessa che, così bene, la descrive nei suoni della natura. Infatti invita il lettore a visitare la sua anima con viaggio verosimile attraverso questa natura, i suoni, i colori, la città natia, i monumenti che rappresentano la nostra storia, il percorso dell’uomo e della sua anima, la nostra cultura, la nostra civiltà e che ci fanno riflette su che cosa è stata e cosa è, ancora oggi, per noi la nostra città, la nostra identità, e rappresenta il percorso dell’uomo e della sua coscienza, perché questa non perda di vista il fatto che oltre a ciò che è “materiale” c’è un ulteriore valore che porta ad una armonia cosmica indispensabile per il compimento della vita terrena in vista di quella successiva, se ci crediamo.

L’uomo è consapevole di essere un tutt’uno con la natura circostante e proprio attraverso questa sensibilità costruisce un ponte tra ciò che è materiale e ciò che penetra l’anima, i sentimenti, la purezza del cuore, in sostanza… l’interiorità delle coscienze.

Parte così dalla poesia che ne porta il titolo dedicata alla musa della musica (Euterpe) e continua con “Gote rosse” e “Nella sagoma del tuo silenzio”. In quest’ultima il frusciare della pioggia è un dialogo tra le parole  ed i suoni della natura: pioggia, tuoni, vento… tutto è pervaso da amore, quell’amore che si fissa nello sguardo della poesia “Nei miei occhi” e che percorre i sentieri dell’anima con “Passi liberi” sino ad arrivare “Nell’utero della vita”, nel parto del pensiero sospirato su astri lucenti.

E, ancora, la poesia di Monica è pervasa da spiritualità, da dolci melodie quasi arcaiche, primordiali nel “Primigenio inchino” e in un gioco di ultrasuoni che fondono natura e artificio in “Libera la realtà”. E’ l’anima, sempre, che riempie la protagonista delle liriche; è l’anima che diventa spirito d’amore ubriaco – quasi paragonato ad un vino – frizzantino, che si riempie di Arte e descritta così bene, con poche parole, in “Grandezze”, ma anche nell’arte dei circensi in “Circo”, arte che vive anche di sevizie agli animali così lontani dal loro ambiente e che stanno lì a soffrire come clown mostrando, ad un pubblico inerte, il volto di un Pierrot che soffre per far ridere la gente.

Molto bella ed intensa la poesia “Poggiando la penna” e approda a “Euterpe” e “Le risate della Musa”, musa della danza che sogna, nelle poesie a venire, la musicalità dei versi con i suoni, i colori e le sensazioni della natura tutta (“Ai fianchi di un fiume”), dell’amore carnale e spirituale (“Per amare” ed “Effervescenze”) viaggiando per un “cantico” dove “… fiamme s’inchinano alla neve” in “Etna” e dove l’ “… infinito percuote l’animo” in “Ampie vedute” per arrivare “…all’apice dell’esecuzione” (Apice) e chiudere “… Come una notte stellata”.

E ancora musica nelle note accordate in “Salsedine” e “La musica cade nel cuore” pregna di note che si posizionano nell’aria o sulla carta per terminare con “La scena reale”. Qui il tema della natura ed il disinteresse dell’uomo è un tutt’uno.

PIERANGELA CASTAGNETTA

Prima Ragunanza del 28 aprile 2013 di letture poetiche

La POESIA che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente.

È questo l’intento e l’obiettivo della rinnovata “ragunanza” nell’ambiente bucolico di Villa Pamphilj, Roma, a ricordo dei raduni organizzati da S.A.R. Cristina di Svezia.
 
REGOLAMENTO per la “Prima ragunanza del 28 aprile 2013 di letture poetiche”
La partecipazione è aperta a tutti coloro che dai 16 anni in su, per i minorenni è necessaria l’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci, senza distinzioni di sesso, provenienza e cittadinanza, ritengono di aver compreso lo spirito dell’inno poetico alla natura che ci accoglie.
cristinaLa POESIA che sarà da Voi scritta, dovrà ricordare i dettami dell’Arcadia, il valore della natura, filtrati dagli eventi attuali che coinvolgono, modificano, distruggono i quattro elementi della nostra madre Terra e lo spirito di tutti coloro che si prodigano per la salvezza ed il recupero dell’ambiente.
È questo l’intento e l’obiettivo della rinnovata “ragunanza” nell’ambiente bucolico di Villa Pamphilj a ricordo dei raduni organizzati da S.A.R. Christina di Svezia.
 
Art.1 Si richiede per la sezione POESIA, il testo di massimo 30 versi su un unico foglio scritti in Times New Roman, a carattere 18.
 
Art.2 I testi, che devono essere inediti, vanno inviati alla redazione Liber@arte via mail aliberarte2013@gmail.comindicando in oggetto “Prima ragunanza di letture poetiche” e per conoscenza a: zanarellamichela@gmail.com
 
Art.3 Le modalità espressive dei testi non devono essere offensive né ledere la sensibilità e/o la dignità del lettore, dell’ascoltatore e della persona chiamata in causa a leggere;
 
Art.4 La partecipazione è GRATUITA;
 
Art.5 La scadenza per l’invio dei testi è fissata a lunedì 4 marzo 2013;
 
Art.6 Il giudizio della giuria è insindacabile;
 
Art.7 La partecipazione al concorso comporta l’accettazione di tutte le norme del presente regolamento ed il partecipante dovrà essere presente il giorno della ragunanza per la lettura della sua poesia di fronte agli astanti;
 
Art.8 I partecipanti i cui testi siano stati selezionati per la lettura in pubblico saranno informati sui risultati delle selezioni mediante mail personale e segnalazione sul sito del gruppo Facebook Liber@arte.
 
Art.9 Le POESIE scelte saranno presentate e lette al pubblico DOMENICA 28 APRILE 2013, dalle ore 10,30 alle ore 18,30 all’interno di Villa Pamphilj nel Teatro all’aperto o, in caso di mal tempo, nel salone della vecchia Vaccheria.
A tutti i selezionati sarà inviato l’invito per la partecipazione al reading con largo anticipo.
Le poesie che saranno lette nel Teatro all’aperto e idonee all’evento, saranno inserite nella silloge antologica pubblicata dalla Arte Muse Editrice.
 
Art. 10 Nel file d’invio includere dati personali, indirizzo postale, indirizzo e-mail, telefono, breve nota biografica e, in calce al testo, la seguente dichiarazione firmata:
 
“Dichiaro che i testi da me presentati a codesto concorso sono opere di mia creazione personale e inedite.
Sono consapevole che false attestazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge.
Autorizzo il trattamento dei miei dati personali ai sensi della disciplina generale di tutela della privacy (L. n. 675/1996; D. Lgs. n. 196/2003) e la lettura e la diffusione del testo per via telematica e nei siti di Cultura della Poesia e dell’Arte, nel caso venga selezionato, dai giurati di Liber@arte.”
 
Referente concorso:
 
Michela Zanarella,
 
 
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Che cos’è la poesia secondo i romantici inglesi, di Giuseppina Vinci

DI GIUSEPPINA VINCI

11Alla domanda cosa sia la Poesia, potremmo rispondere con Wordsworth ‘’spontaneous overflow of powerful feelings’’ o ‘’emotion recollected in tranquillity’’ o con Shelley ‘’something divine’’, con Coleridge ‘’willing suspension of disbelief’’. Lo spontaneo traboccare dei sentimenti potenti, forti,autentici, o emozione rivissuta in tranquillità. Sentimento o Emozione, sentimento come definizione e connotazione, e il sentimento scaturisce dalla Emozione per la Bellezza della Natura, fonte perenne di ispirazione, il Creato, l’Universo, la percezione del Mistero dell’universo, l’uomo è elemento dell’Universo nell’Universo, inscindibile, connaturato. Consolatrice, sorella, la Natura e la sua Bellezza infinita sorride all’uomo solo e lo conforta. La giovane mietitrice affascina il Poeta. Il suono melodioso della sua voce, più dolce dell’usignolo, i gesti semplici ed infiniti; e nel ricordo ‘rivissuto in tranquillità’gioisce il poeta. ‘Let the nature be your teacher’’, la Natura, ncontaminata, amica guida, maestra; il Poeta del Lake District, lontano dalla nuova ‘’civiltà’’ delle fabbriche, vive in stretta comunione con Lei, sente di essere un fortemente legato, unito a Lei. Alla Madre Natura. E dal suo animo sgorgano sentimenti potenti, stupore, meraviglia, per i doni del creato.

Prof.ssa Giuseppina Vinci

   A   Wordsworth

poesia di GIUSEPPINA VINCI

   La tua pace

   I tuoi luoghi

   Luoghi dei tuoi pensieri

   Paesaggi della tua poesia

  Campi di grano

   Canti immortali

   Giovani fanciulle

   Suoni melodiosi

   il ricordo rivissuto

   la tenera armonia della campagna

   delle colline e dei laghi

   la Natura e Te

  con te, in te.       

Giuseppina Vinci

QUESTI TESTI VENGONO QUI PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE I PRESENTI TESTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Poesie tra le orchidee” di Massimo Grilli, prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Poesie tra le orchidee
di Massimo Grilli
Ilmiolibro, 2012
 
Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

Link diretto all’acquisto del libro

In queste notti di attesa
mi sdraio accanto a te
nei giardini dei sogni,
come un aquilone
la mia presenza sarà leggera.
(da “Come un aquilone”)

 

367505_copertina_frontcover_iconE’ un libro ricco di profumi e fragranze questo di Massimo Grilli, giovane poeta che, proprio come me, è marchigiano. Già a partire dal titolo e dalla copertina respiriamo un odore soave e dolciastro che ci accompagnerà per tutto il corso della lettura della silloge. Massimo Grilli è una di quelle persone –rare nella nostra contemporaneità- a cui piace ritirarsi in uno spazio tutto suo per osservare a distanza il mondo, viverlo sulla sua pelle e rendere immortali con i suoi versi quello che invece nella vita, purtroppo, è immancabilmente sottoposto allo scorrere del tempo. E’ una poesia d’istinto, pura, priva di grande elucubrazioni di carattere epistemologico od ontologico che va invece a fotografare la realtà multicolore, eterogenea e camaleontica del vivere metamorfico dell’uomo. I fiori – e quindi le orchidee del titolo del libro- sono la rappresentazione più alta e incontaminata di questo mondo vivido e pulsante, variegato ed esteticamente allettante quasi che la poetica di Massimo Grilli possa essere inserita in una corrente di tipo modernista-floreale, se questa è mai realmente esistita. Non ha senso, infatti, oltre che sarebbe un errore inestimabile, ingabbiare un poeta d’oggi all’interno di una etichetta delimitativa e troppo limitante. La storia della letteratura è già stracolma di “catalogazioni” di siffatta forma che non hanno molto interesse se non l’unica utilità di una più semplice analisi e un più sistematico studio della materia a un pubblico neofita del settore. 

“Prima con il cuore, lasciando libera un’emozione, poi con la penna, così nasce una poesia” è il pensiero che apre la silloge di Massimo Grilli e questo enunciato privo di una struttura in versi è da intendere come il manifesto della poetica di Grilli: la poesia è espressione di autenticità e di spontaneità; è solo “lasciando libera un’emozione” che questa può dar luogo a una celebrazione lirica della vita, sulla carta. In “Parola si fa luce” Massimo Grilli sottolinea la necessità che abbiamo di poesia e allo stesso tempo di poeti-vati che portino la propria parola perché “abbiamo bisogno della magia/ della parola che si fa luce/ tra le pieghe del mare sospese nel cielo”.

La semplicità tematica è una caratteristica che non si coniuga con la poetica di Massimo Grilli e così la Notte di San Lorenzo tipicamente assunta dai giovani amanti o dagli studiosi di astrologia come serata speciale, finisce per essere un’inaspettata nottata “senza stelle cadenti”, perché in fondo la vita è così: è l’irrealizzabile che si realizza o l’abituale che cessa di esser tale per diventare straordinario. E la stessa notte di San Lorenzo nella lirica di Grilli, lungi dall’essere sinonimo di meraviglia, è emblema di stanchezza e apatia che porta il poeta a preferire di guardarsi dentro di sé piuttosto che fuori da sé.

Massimo Grilli fa della Natura il punto di partenza di molte delle sue liriche che condividono un’evidente fascinazione per le bellezze naturalistiche (i fiori, l’acqua) e spesso l’elogio alla natura è fatto in maniera simbolica o in riferimento alla donna, come avviene in “Passione” dove il lettore ha quasi l’impressione che il poeta stia vagheggiando un rapporto con la sua donna, ma anche con l’intera Natura del quale è parte. “Nei tuoi occhi la notte” il poeta ci consegna, invece, una lirica profondamente caratterizzata da un punto di vista cromatico e tattile ma è allo stesso tempo un canto d’amore dal sapore agrodolce al quale il poeta si abbandona dopo un evento destabilizzante tra lui e la sua amata tanto che conclude accomiatandosi apparentemente senza nostalgia, rilanciando ancora una volta il suo status di uomo umile e sensibile:So solo scrivere poesie,/ ma ci metto il cuore, forse troppo poco per te”. Circondato dalla natura, da quella “campagna marchigiana” tanto amata dall’autore, il poeta si scopre un viandante per percorsi ancora da tracciare, un essere in balia degli eventi che aspetta solo di trovare un vero senso nel suo vivere: “Sfioro fili d’erba,/ siedo sulle pietre,/ disegno arcobaleni/ aspettando un’emozione/ che cambi la vita”.

Il tempo fa capolino in numerose liriche qui contenute come in “Comincio senza tempo” dove il martellante cadere della pioggia (che mi ricorda lo scenario di “A Cesena” di Marino Moretti) segna il ritmo della poesia e con esso il veloce incedere del tempo. Le foglie che il poeta calpesta, però, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, sono in grado di evocare “emozioni piene di colori”, di riportare dunque il poeta a momenti migliori, a primavere vissute e mai dimenticate. E’ forse questo il motivo dell’andatura affannosa e affrettata del poeta che sembra non avere una meta in particolare tanto che alla fine –illuminato da un qualcosa che non ci è dato sapere- se ne rende conto e si appoggia a un lampione, alla ricerca di un rapporto stretto con il mondo materiale dal quale fino a quel momento aveva cercato di fuggire.

In “Il mare non aspetta” Massimo Grilli ci consegna una poesia dedicata e ispirata alla stagione primaverile con curiose gemme di ciliegio che frementi stanno nascendo e faranno i ciliegi degli alberi vanitosi, per la bellezza dei fiori rosa, così vanitosi “come le donne al teatro”. Ma la primavera è anche l’invito a inaugurare una nuova stagione delle propria vita alla quale il poeta è tecnicamente pronto e preparato, se non fosse che attende l’arrivo della sua amata. La poesia di Grilli trasuda di un grande lirismo e di un amore incontaminato per la donna, è una poesia romantica –mai erotica- suadente, ricca di sentimenti nella quale si ravvisa quasi sempre il ricordo di qualcosa che poi non è accaduto, una attesa, una speranza per il futuro, una esortazione: “Sarà dolce la vita,/ anche quando il sole si spegne e si fa dura,/ ma due anime unite sanno combattere”.

Il ricordo fa capolino in varie liriche, a volte è doloroso, e poco positivo o intermittente e con squarci più cupi come avviene nella lirica dedicata al Natale, momento comunemente vissuto come felice, in riunione tra familiari che il poeta, invece, vive internamente in maniera desolante: “Torna nei giorni di Natale/ quel senso di nostalgia/ per tanti momenti sognati/ mai vissuti, ma ascoltati/ nei racconti degli amici e fatti miei,/ forse è per questo/ che a Natale non sorrido/ ma lascio che il cuore/ cerchi un’emozione/ riempia pagine bianche”. In “19 marzo” il poeta lascia andare sulla carta emozioni e il ricordo infelice della sua infanzia dovuto a un abbandono e contestualmente alla mancanza d’affetto e cure. Il poeta non sembra essersi riconciliato con quell’uomo che gli ha fatto tanto male e che non ha conosciuto e non può che concludere: “E’ troppo chiamarti padre/ forse io/ sono troppo figlio per esserlo”.

Questo libro è piacevole e profumatissimo. Per il lettore sarà come passeggiare per un giardino botanico tra varietà di fiori più o meno comuni: girasoli, viole, rose, orchidee e tante altre specie. L’insieme delle fragranze –dolci, aromatizzate, penetranti, soavi- è l’essenza stessa di questa silloge.

 

Lorenzo Spurio

(scrittore e critico)

 

Pamplona, 10 Settembre 2012

 

BOOK TRAILER DEL LIBRO

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE IL PRESENTE TESTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

E’ uscito “La riva in mezzo al mare” di Monica Fantaci

LA RIVA IN MEZZO AL MARE

DI MONICA FANTACI

 

 Comunicato Stampa

 

La riva in mezzo al mare è l’opera d’esordio della poetessa palermitana Monica Fantaci, grande amante della cultura letteraria e curatrice di un suo spazio internet, dedicato interamente alla poesia.

Nella nota finale che accompagna questa ricca silloge di poesia osserva: «La poesia non è una serie di versi messi su carta dal nulla, ma è la consapevolezza che esisti, che hai fatto qualcosa per la tua vita e nella tua vita, un’incisione che rimarrà indelebile nei cuori, nelle menti della gente, perché tutti siamo una catena fatta di condivisione, di lotta, di apertura verso sé, verso gli altri».

L’opera è edita da TraccePerLaMeta Edizioni, casa editrice dell’omonima Associazione Culturale nata nel Gennaio 2012 e all’interno della quale Monica Fantaci è socia. L’opera, la prima della collana di poesia Indaco-Butterfly, è introdotta da una prefazione a cura di Lorenzo Spurio nella quale il critico osserva: «La poesia di Monica, difficilmente catalogabile in una corrente ben definita, è un elogio

della Vita, un continuo canto d’amore, una lode al Creato, una presa di coscienza della bellezza del

semplice, del comune, delle piccole cose. È una poesia viva e pulsante, ricca di sfumature, colorazioni e tonalità che consegna al lettore un universo quanto mai piacevole ed eterogeneo. Ma è

anche una poesia romantica».

Il libro può essere ordinato e acquistato da subito mediante e-mail alla casa editrice TraccePerLaMeta (info@tracceperlameta.org) e a partire dalle prossime settimane su qualsiasi vetrina online di libri (Ibs, Dea Store, Librería Universitaria,..).

 

 

 SCHEDA DEL LIBRO

 

 

Titolo: La riva in mezzo al mare

Autore: Monica Fantaci

Prefazione: a cura di Lorenzo Spurio

Quarta di copertina: a cura di Salvuccio Barravecchia

Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni, 2012

Collana: Indaco – Butterfly (poesia)

ISBN: 978-88-907190-2-8

Pagine: 49

Costo: 9 €

 

“L’essenziale curvatura del cielo” di Adriana Gloria Marigo, recensione di Lorenzo Spurio

L’essenziale curvatura del cielo

di Adriana Gloria Marigo

postfazione di Eros Olivotto

La Vita Felice Editrice, Milano, 2012

ISBN: 9788877994615

Pagine: 72

Costo: 10 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Del dicembre conosco le lune

il ritorno lento della luce

dentro il cristallo dell’aria

(Da “21 Dicembre 2010, p.30)

 

Dopo la fortunata e introspettiva silloge di poesie Un biancore lontano (Lieto Colle Edizioni, 2011), Adriana Gloria Marigo torna con un nuovo lavoro dal titolo quasi criptico, L’essenziale curvatura del cielo, edito dalla casa editrice milanese La Vita Felice. L’attenzione che la poetessa padovana pone nei confronti del cielo –richiamato anche nell’esergo, una citazione di Pierluigi Cappello- come elemento fisico e simbolico era già stata evidenziata nella mia recensione al suo precedente libro dove avevo avuto modo di sottolineare come l’elemento “celestiale” era sempre connesso a qualcosa di meraviglioso, ma al tempo stesso di non completamente raggiungibile, un qualcosa cioè di sfumato e sfuggente. La centralità del suo poetare si localizza nell’isotopia della luce, del colore, dei bagliori e di un universo che già ebbi a definire come “un percorso aereo, sospeso tra il cielo e l’atmosfera”. E di quel “biancore” evocato nella prima silloge si ritrovano tracce anche in questo nuovo libro in quel “silenzio bianco” (p. 36) e nel “gioco di chiaro” (p. 35) della bianca luce lunare anche se in una lirica il bianco, l’assenza di tinta, viene sopraffatto dal colore: “Del bianco non seppi/ poiché m’insidiò il blu” (p. 54).

Dalla presa di coscienza di un tempo che giunge all’anticipo della fine, l’autunno, nella lirica d’apertura dal titolo “Tutto si consuma nell’autunno” si passa a una serie di liriche dolci, sussurrate, quasi che il lettore sia chiamato a leggerle facendo delle lunghe pause tra un verso e l’altro per riuscire ad assaporarne il vero contenuto: “Non seppi dirti novella/ neppure accennare a un’aria di/ adagio o l’ovvia domanda,/ trapassata io a stalattite” in “3-4 Gennaio 2011” (p.11). In “Quando la materia della luce” (p. 13) Adriana Gloria Marigo ci consegna una sorta di soffice inno all’operosità e al tempo stesso alla ciclicità della natura che sempre si ripete nel suo “contrasto apparente del rigore”. E questo panismo lirico lo si ritrova in numerose altre liriche in cui la poetessa si abbiglia direttamente con gli elementi naturali, “m’assesto i pensieri/ come un cappello di fiori” (p.15); “pampini vestivano/ la tua nudità ammirata” (p.22); “il roseto in fiamme/ del mio pensiero” (p. 48). In “Rimbalzi specchiati” (p. 14) la poetessa sottolinea una realtà che è concretezza nella vita dello scrittore: chi scrive è anche un gran lettore e chi legge spesso ama anche scrivere perché le due cose, pur coinvolgendo due attività tra loro diverse, sono strettamente connesse quasi come un rimando di riflessi allo specchio.

La poesia di Adriana Gloria Marigo potrebbe sembrare criptica e a tratti addirittura ermetica perché attribuisce alle parole un valore, un significato, più ampio -perché interiorizzato- di quello che noi nella vita di tutti i giorni siamo soliti dargli. E’ una poesia riccamente elaborata che utilizza molti elementi della natura per “agghindarsi” e risplendere così come ci viene offerta. La luce, il sole, l’ombra o la mancanza di luce sono, oltre che caratterizzazioni visibili e temporali, fasi di un’anima sensibile stese sulla carta, momenti, sensazioni, colorazioni di episodi vissuti: “Se amore si fa quarto/ come la Luna, d’uno sguardo/ abbracci l’ombra e nel/ gioco di chiaro, di scuro/ avvampa il cambiamento” (p. 35).

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

11/11/2012

Chi è l’autrice?

Adriana Gloria Marigo è nata a Padova nel 1951. Gli studi umanistici l’hanno condotta prima all’insegnamento, poi ad occuparsi di eventi di danza moderna e contemporanea, seguendo un talento versatile, sensibile all’arte, alla bellezza che trova dimora pure “dove l’ombra si gioca della luce”. Ha pubblicato L’essenziale curvatura del cielo (La Vita Felice Editrice, 2012) e Quel biancore lontano (Lieto Colle Edizioni, 2011).

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“Voce” di Elisabetta Bagli, recensione di Lorenzo Spurio

Voce

di Elisabetta Bagli

Ilmiolibro, 2011

Pagine: 64

Costo: 9€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Non ho più desideri,

non posso più amare,

non voglio più vivere.

(da “Anima perfetta”)

 

Elisabetta Bagli, italiana trapiantata nella capitale spagnola, esordisce nel mondo della scrittura con questa densa silloge poetica, sebbene il suo amore per la letteratura l’abbia sempre contraddistinta. E questa doppia appartenenza Italia-Spagna si evince da numerose liriche qui contenute; sono numerose le tracce spagnole a cominciare dalla lirica dedicata a Carmen Laforet (1921-2004), l’omaggio al capoluogo della regione Cantabria in “I fuochi di Santander” e i numerosi colori e odori di una natura florida e spontanea di tipo chiaramente mediterraneo. Dall’altra parte, invece, estremamente pittoresca è l’immagine di Trastevere in un momento di goliardia presente in “Festa de ‘noantri” mentre  in “Garbatella” la poetessa rievoca non senza nostalgia l’infanzia lì vissuta.

Le liriche scorrono veloci sotto i nostri occhi ma le sensazioni che la poetessa evoca –frutto di suoi momenti realmente vissuti- rimangono come sospesi nell’aria, a circondarci e a regalarci un mondo variopinto di stati emozionali comuni ad ogni mortale ma che Elisabetta Bagli ha steso sulla carta con maestria. Un senso di leggerezza pervade l’intero libro quasi che una leggera brezza lambisca le pagine mentre lo stiamo sfogliando, inoltrandoci nel cuore della silloge. E’ per questo, forse, che la poetessa ha scelto un’immagine edenica nella foto di copertina dove due angeli –uno maschio e uno femmina sembrerebbe, anche se gli angeli non hanno sesso- si abbracciano lievemente e si baciano, quasi a costituire un tutt’uno. Le ali dispiegate dei due che riusciamo a intravedere solo in parte “sollevano” lo spettatore verso l’alto con una chiara volontà di innalzare il testo qui contenuto a una ricchezza lirica degna d’analisi.

Del titolo, Voce, colpisce l’utilizzo del singolare che, però, è subito chiarito nella prima e omonima poesia: è la voce-anima taciuta della poetessa equiparata al lento e indistinto fluire di un corso d’acqua del quale con difficoltà si riesce a percepire il rumore che “mossa da un nuovo impeto,/  con vigore, / si rivela a tutti”.

In “Scrivere” Elisabetta Bagli affronta dal suo punto di vista il senso della poetica: “scrivere per comunicare […] scrivere per rappresentare la tua vita […] scrivere per dare un senso ai tuoi sogni […] scrivere per sfogare la tua rabbia […] scrivere anche quando non vuoi […] scrivere per toccare l’esistenza più alta della tua vita”. Il messaggio della poetessa è chiaro: la scrittura, in questo caso la poesia, è un’eterna amica che ci sostiene sempre e alla quale si deve ricorrere come sostegno, riparo e confidente anche nei momenti nei quali la rabbia, la disperazione o la noia ci assalgono.

Nella coloratissima “Chi sono” si respirano profumi variegati e la poetessa si ritrova e si riscopre parte della natura in un’atmosfera panica, circondata dalla Madre Terra di cui è parte che la porta a scrivere: “Sono l’odore della terra/ dopo il temporale, forte, acre”. Perché anche l’odore della terra può cambiare, ci insegna Elisabetta Bagli a seconda della temperatura o delle condizioni meteo. Ma più che questi fattori fisici credo che ciò che la poetessa intenda dire è che gli odori sono e non sono come li percepiamo, a seconda di come ci troviamo, di come ci rapportiamo e sperimentiamo il mondo. La natura è celebrata ampiamente in tutta la silloge come in “Neve”, “Luna piena” o in “8.46”, cronaca di un parto dove il senso di maternità e di forza generatrice riconducono direttamente alla più ampia accezione di natura.

Ci sono versi amari in “Bulimia” dove la poetessa annota “Una dopo l’altra,/ due dita penetrano nella mia gola/ si muovono, insistono sulla lingua,/ scendono ancora più giù./ Finalmente tutto esce,/ come cascata esce. / Mi libero soddisfatta”. Questa poesia non intristisce la raccolta che è pervasa, invece, da un animo profondamente vitale ma serve piuttosto a delineare anche le debolezze del corpo umano, i sistemi che attentano al naturale sviluppo dell’essere. Ciò che colpisce della lirica in questione è la consapevolezza della soddisfazione – oserei dire quasi gioia- dell’atto meccanico e malato che porta l’io poetante a un certo comportamento lesivo per se stessa. Nella lirica la bulimia viene connessa al desiderio di “morire magra” piuttosto a quello di vivere con un aspetto filiforme, ma non credo che la poetessa abbia voluto mandare un messaggio allarmistico. Dalla bulimia si può uscire, con convinzione però.

La poesia di Elisabetta Bagli è positiva, naturalistica, spontanea e molto piacevole. In essa si riscontra anche un invito all’attivismo, a guardare avanti perché alla fine di ogni percorso ce n’è sempre uno nuovo che ci aspetta: “Devo fare di più/ scoprire fin dove posso arrivare”, scrive in “Limiti”.

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona 08/10/2012

 

 

 

Chi è l’autrice?

Elisabetta Bagli, classe ‘70, è romana ma risiede a Madrid. Ascolta la sua voce poetica da poco più di due anni. Nonostante i suoi studi accademici di formazione economica-giuridica, ha sempre amato la letteratura, spaziando dai classici italiani e stranieri ai contemporanei e moderni.

La sua esperienza di vita, che l’ha portata a vivere lontano dalla sua terra natale, l’ha spinta a riflettere sulla sua condizione di donna che, in merito a scelte fatte in accordo alle proprie esigenze, ha perduto il contatto diretto con il suo mondo di origine. Ma lo ha portato dentro di sé. Vive la sua realtà aperta ad accogliere le novità della vita senza dimenticare mai che “è quel che è soprattutto perché è stata”.

Espansiva e cordiale con quanto la circonda, dopo aver cresciuto i suoi due figli fino all’età scolare, ha avuto più tempo per poter ascoltare la sua voce, per alimentare la sua analisi introspettiva, per poter descrivere le sue emozioni, i suoi dubbi, la sua identità mai perduta sui fogli bianchi di quel quaderno che, come una premonizione, le è stato regalato nel giorno della sua laurea. Ora ha deciso di farsi conoscere. Offre al pubblico la sua prima raccolta di poesie con la speranza di poter riuscire a prendere per mano i suoi lettori e portarli all’interno del suo mondo, fatto di vita, di amore, di sguardi.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“310307” di Mario Di Nicola, recensione a cura di Lorenzo Spurio

310307

di Mario Di Nicola

con prefazione a cura di Roberto Incagnoli

Lettere Animate Editore, 2012

ISBN: 978-88-97801-27-6

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ci si cambiava abbracci,

per rimanere uomini.

Il mare ci prestava lacrime.

(Da “Schiavi”)

La poesia di Mario Di Nicola è fortemente colorista e paesaggista. Ce ne rendiamo subito conto con la poesia che apre l’intera silloge, intitolata “Il mio paradiso” dove il canto d’amore alla donna è frammisto a una serie di riferimenti al mondo naturale. Interessanti le costruzioni strofiche che Di Nicola trasmette: il poeta, dall’animo sensibile e dalla capacità visionaria illimitata, è capace di “bere” il sole.. non tanto la sua materialità, ma la sua energia: “ne bevo il giallo calore”, scrive. In questo quadretto di panteismo naturalistico, i fili d’erba divengono i capelli dell’amata. La silloge è fortemente impregnata su questa visione naturalistica, a tratti esistenzialista, alla quale si coniuga la lode – a volte il rimpianto – nei confronti della donna amata.

Qual è il significato del titolo di questo libro? Si tratta di un codice, di una somma, di un costo? Non si sa. Di Nicola non lo chiarisce nel corso del libro e l’idea più semplice da imboccare è quella che si tratti di una data, l’ultimo giorno di marzo dell’anno 2007. Forse –dunque- queste liriche sono state scritte cinque anni fa o comunque in un periodo ad esso coevo, significativo per l’autore in quanto lo ha scelto come “etichetta” di questi suoi lavori.

La poesia di Di Nicola si offre al lettore in maniera semplice, spontanea…le varie strofe si susseguono in maniera fresca e cadenzata come un leggero venticello di primavera. Dalle poesie ne fuoriesce un uomo maturo, che ha affrontato periodi più o meno difficili nel suo trascorso terrestre, ma anche una persona riflessiva, meditabonda, altamente cosciente dei valori e delle grandi ricchezze – non materiali- alle quali, però, troppo spesso non diamo importanza:  “Lo stolto uomo/ mangia amore,/ saziandosi di povere portate,/ seduto,/ ad un tavolo senza commensali.”, scrive in “Un’altra vita”.

In conclusione è possibile sostenere che la poesia di Di Nicola, pur avendo una chiara matrice modernista (non tanto nella cura metrica-stilistica, ma nell’evocazione del mondo naturale, dei paesaggi e dei colori), in molti casi si svincola da questo mondo pluricromatico per farsi monocromatica e prediligere “le buone cose” per dirla alla Gozzano: immagini e avvenimenti semplici, quasi anonimi: una serata al porto, il ricordo sbiadito della nonna, una scena di circo o la ricorrenza patronale del proprio paese.

Numerosi e continui i riferimenti al paradiso, alla morte, alla necessità di desiderare e sperare, forse per allentare la consapevolezza che, prima o poi, ci sarà da fare i conti con il tempo immortale: “Questo vorrei fosse il paradiso/ Questo vorrei fosse il mio paradiso./ Questo vorrei fosse il tutto./ E sussurro gioia alla morte” (in “Sussurro”).

La poesia di Di Nicola, da qualsivoglia prospettiva critico-letteraria venga analizzata, è un positivo inno alla natura e con esso alla vita. Il messaggio è chiaro e trasuda da ogni poesia: l’uomo deve ritrovare la felicità e la spensieratezza dell’essere nelle piccole cose, attorniarsi della natura e bearsi di essa. In questo universo, riuscirà a sentirsi se stesso ma potrà identificarsi anche con il sole, con il mare o con un gabbiano: “E mi ritrovo ad essere un gabbiano,/ con il suo ultimo desiderio.” (in “Il gabbiano”).  Non si tratta di un mero pensiero fantastico o utopico, ma di una manifestazione sensoriale di un animo particolarmente sensibile e a contatto con l’Altro. Metamorfosi, cambi di identità, rinascite sono possibili solo adottando una visione ampia e immateriale del mondo. Di Nicola lo fa con autenticità e vigore.

Complimenti vivissimi all’autore.

La silloge è inoltre arricchita da delle fotografie di Antonella Ronzulli (curatrice di questa opere e poetessa) e di Stefano Gallo.

Chi è l’autore?

Mario Di Nicola nasce a Roma il 3/10/1970 e vive a Pescara con la moglie Paola e la piccola Veronica.

Le sue capacità letterarie sono apprezzate sia nelle liriche ermetiche descritte come eredità ungarettiana nel nostro tempo, sia nelle composizioni di musica e testi. Le sue liriche sono state inserite in varie antologie poetiche.

 

a cura di Lorenzo Spurio

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“Alla luce di un’unica stella” di Paola Surano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Alla luce di un’unica stella

di Paola Surano

con prefazione a cura di Claudio Fantozzi

Ibiskos Editrice, 2000

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

E’ sempre molto piacevole quando tra poeti e scrittori, incontrandosi, ci si scambia le proprie opere che non necessariamente debbono essere le più recenti, le più fresche di stampa. Ho avuto il piacere di conoscere Paola di persona solo recentemente sebbene già negli ultimi mesi ci siamo sentiti ampiamente per una serie di attività che, assieme ad altre persone, stiamo promovendo. In quell’occasione Paola mi ha fatto dono di questo suo libro pubblicato nel 2000 e con una sorta di bozzetto a carboncino in copertina, opera di un certo Mihu Vulcanescu. L’immagine, che evidenzia uno scenario difficilmente comprensibile e quasi onirico (un muro altissimo al di là del quale si staglia un cielo nero e una mano di grandi dimensioni e piccolo, in basso, in posizione centrale un uomo, probabilmente un pompiere dotato di scala) è in linea però con il titolo: la luce che Paola Surano richiama nell’opera non è una luce abbacinante, totalizzante ma una luce unica, che proviene da un’unica stella.. una luce diversa da quella di un’infinità di stelle e per questo particolare e significativa in quanto tale. Difficilmente riusciamo a immaginare un cielo con una sola stella anche se a volte – causa le condizioni meteo ed altri fattori – in realtà all’occhio umano non è dato vedere con attenzione la volta celeste, se non di soffermarsi su alcuni punti qua e là che, invece, hanno una luminosità particolare. Partendo da questa analisi l’intento di Paola Surano potrebbe essere dunque quello di sviscerare la sua volontà di osservare il mondo esterno in maniera clinica, attenta, partendo dal particolare, scegliendo di selezionare le cose da osservare con più attenzione. Un cielo sovrastato di stelle in una serata d’estate è causa di meraviglia e motivo d’osservazione attenta in noi..ma cosa provoca, invece, in noi una notte buia, coperta con un solo lumino splendente nel cielo?

La poesia di Paola Surano è un invito a riscoprire quell’ambiente domestico troppo spesso oltraggiato o dimenticato, a rivalutare le piccole cose e quelle luci (materiali e figurate) che illuminano la nostra esistenza da sempre senza che noi gli diamo la giusta importanza. Parlando di stelle, di “luci dei lampioni appena velate” (pag. 9) è evidente che la poetessa ha deciso di descrivere momenti che fanno riferimento alla notte, al buio, forse momento cruciale della giornata capace di donarci la giusta calma e introspezione. In “Natale” però abbiamo una scena completamente luminosa – complice il clima festivo e allegro del momento religioso –  con “le luci a intermittenza” di un presepe che diventano “stelle luminose” (pag. 26). Artificiali, è vero, ma capaci allo stesso modo di infondere un bagliore nel nostro animo.

E così la presenza o meno di luci e bagliori si equivale allo scandire lento del tempo che sovrasta la nostra esistenza e questo dà motivo alla poetessa di rievocare momenti del passato e di mostrare una certa nostalgia per qualcosa che non c’è più nel qui ed ora presente e fisico ma che rimane costante e immutabile nel nostro cuore. Ma il tempo è beffardo perché gioca con la nostra esistenza: sa velocizzare i momenti che vorremmo al rallentatore, non è possibile replicare certi momenti come con la moviola e a volte – come nel caso di una gravissima perdita, per di più in tenera età – “il tempo passa troppo lentamente” (pag. 35).

Ma c’è spazio anche per liriche più chiaramente paesaggistiche, di stampo naturalistico, che sottolineano ancora una volta l’attenzione della poetessa nei confronti degli usuali atteggiamenti e comportamenti del genere animale– il volteggiare di un uccello, il latrato di un cane -. E’ comunque in “Umbria” che si respira il più grande omaggio a una terra geografica; la conoscenza e l’amore di Paola Surano della regione più centrale d’Italia si esprime sulla carta attraverso una serie di immagini vivide e cariche dal punto di vista aggettivale: “Qui respiri quest’aria trasparente”; “la campagna/azzurra nella sera” (pag. 12) ed è un invito a riscoprire la purezza dell’incontaminato e i cicli rigenerativi di rinascita di cui pure c’è un riferimento in “E ancora verrà primavera”.

Leggiamo con freschezza e velocità le varie liriche che compongono la raccolta e queste ci trasmettono un senso di leggerezza, come se venissimo sfiorati di volta in volta da un leggero soffio di vento. Ci accarezzano, ci sfiorano e ci regalano l’espressione più autentica e sensibile di una donna d’oggi. E in quei versi che ritornano come un ritornello in “Ritrovarsi” che recitano “La strada è lunga e tutta in salita/ per giungere a casa tua” (pag. 15) dobbiamo forse leggere un velato riferimento alla nostra società, quella che la Surano definisce “casa tua” che poi, in fondo, non è altro che la casa di tutti. Il percorso di vita è spesso difficile e accidentato – ancor più oggi con la stagnante crisi economica – (sebbene le liriche siano state scritte più di dieci anni fa) ma bisogna darsi da fare affinché sia possibile raggiungere la nostra meta, nonostante “la strada è lunga e tutta in salita”.

a cura di Lorenzo Spurio

 

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“Ombre di macchia” di Roberta Borgianni, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ombre di macchia

di Roberta Borgianni

con prefazione a cura di Anna Intartaglia

e postfazione a cura di Carmine Valendino

Onirica Edizioni, Milano, 2011

ISBN: 978-88-96797-28-0

Prezzo: 9,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

La poesia che apre la raccolta, “Ombre di macchia”, è anche quella che dà il titolo all’intera raccolta. Da subito ci si rende conto, che la poetica della Borgianni è ricca di colori e sfumature, come pure di riferimenti al mondo della natura. La poetessa arricchisce le sue liriche di elementi che appartengono alla grande Dea Madre per evidenziare, forse, la grandezza e la complessità di essa. E’ una poetica dolce e intimistica, a tratti sensuale, dalla quale traspare un forte legame tra la donna intesa come essere umano e la madre terra intesa, invece, come la Natura incontaminata e primigenia. Le descrizioni naturalistiche della Borgianni, i dettagli dell’ambiente, le tinte di fiori e piante, sono tutti elementi che convergono con l’unica intenzione di dare un’immagine vivida e pulsante di quello che c’è attorno a noi tutti i giorni, anche se raramente ce ne rendiamo conto. La sua scrittura “fauvista” – per citare un termine utilizzato dalla Intartaglia nella prefazione – , lo è a mio avviso nell’utilizzo della tecnica (quello delle pennellate veloci con tinte sgargianti e spesso dai colori caldi e brunastri) ma non nell’effetto finale. Le sue poesie, infatti, al termine della lettura si configurano come quadretti naturalistici quasi arcadici, in parte utopici, i cui colori per nulla stridono, e non generano ansia o smarrimento. Tutt’altro. Danno, invece, un’immagine fotografica, spesso realistica di quello che c’è attorno a noi e che solo occhi e menti sensibili ed attente riescono a percepire. Conservando la metafora della Intartaglia, mi azzarderei a definire la poetica della Borgianni come quella di un fauvista addolcito, dai componimenti strutturati e materici e da un animo puro, suscettibile allo spettro dei colori.

In “La sposa del mare” la poetessa offre un parallelismo molto ben costruito tra il mare spumoso e la sposa basandolo sulla comunanza del colore immacolato dei due e conclude magistralmente: “Sulle nere bordure di scoglio/ l’onda rincalza la schiuma/ e poi d’improvviso ricade…/ come pizzo strappato/ all’abito della sua sposa”. Lodevole anche “La Venere e il geco” in cui la Borgianni fonde in un testo unico una sorta di preghiera laica a un divertente avvistamento sul muro di un giardino di notte. E nell’attenta descrizione botanica che la Borgianni fa delle numerose varietà di piante ed erbe è la vegetazione mediterranea ad essere sovrana (timo, croco, menta, capperi, salvia, basilico, mirto, quercia).

Nella parte finale della silloge sono riportati vari esperimenti poetici della Borgianni a quattro mani con altrettanti poeti tra cui Carmine Valendino, Daniela Cattani-Rusich, Leonarda De Cristoforo, Luciano Tarasco, Michele Biglia e Gianmaria Ghillani Sforza.

I versi della Borgianni si susseguono tra scenari campestri, agresti, silvani e il tutto rimanda a una completa e continua identificazione panteistica della poetessa con la natura che la circonda. Una sorta di panismo per nulla forzato ma che, anzi, si rinnova inconsapevolmente senza ridondanze pagina dopo pagina. Ma è anche un chiaro invito a lasciarsi andare, a sapersi prendere poco sul serio e a scoprirsi giorno per giorno, lasciando fare al caso quello che vuole, per sorprenderci e farci cambiare percorsi. Non da ultimo, è un modo per proiettarsi in spazi altri, per farci spaziare e sognare ad occhi aperti, renderci pianta o animale, acqua o acero. “Se passeggi tra le nuvole/ troverai anche la luna” conclude in “Mele cotogne”.

 A CURA DI Lorenzo Spurio


Chi è l’autrice?

Roberta Borgianni è una poetessa toscana. Ha pubblicato Labirinti (Onirica Edizioni, Milano, 2010) e Ombre di macchia (Onirica Edizioni, Milano, 2011). E’ socia fondatrice dell’Associazione Culturale LunaNera e partecipa a reading letterari e poetici.

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Recensione a “Petali d’acciaio” di Donatella Calzari, a cura di Lorenzo Spurio

Petali d’acciaio

di Donatella Calzari

con prefazione a cura di Emanuele Marcuccio

Rupe Mutevole Edizioni, Collana Sopralerighe

ISBN: 978-88-6591-103-7

Costo: 10,00 Euro

Pagg. 48

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ tagliente e ad effetto il titolo della prima silloge di poesie di Donatella Calzari, poetessa che ha già pubblicato alcune poesie su alcune antologie, partecipando tra l’altro a vari concorsi letterari. La prefazione, a cura di Emanuele Marcuccio, indirizza subito il lettore verso un certo tipo di lettura, che deve essere attenta, precisa e aperta a significati e interpretazioni multiple.

La poetica della Calzari è semplice ma mai banale, diretta, concisa nel numero delle parole ma altamente evocativa, chiara e lineare. La poetessa apre la raccolta con un’immagine di doppiezza, quella del clown che nel suo aspetto esteriore è divertente, comico, e fa ridere gli altri ma che dentro è invece triste: “in fondo al cuore/ una collana di tristezza/ da sgranare lentamente/ in solitudine…” (pag. 15). Sono frequenti le immagini antitetiche che la Calzari fornisce con le sue poesie quasi a testimoniare che una cosa, emozione, sensazione, condizione, esiste anche perché ne esiste il suo contrario, come avviene appunto nella figura del clown divertente ma triste, del mare caratterizzato da alta o bassa marea (pag. 17) e il binomio buio-luce in “Ricerca” (pag. 24). L’universo della Calzari è un mondo di doppi, di contrasti, di opposti che mai sono, però, connotati negativamente e che, invece, vengono delineati per esprimere l’eterogeneità delle possibilità.

Tutta la silloge presenta continui riferimenti al mondo naturale, soprattutto alla flora, e la Calzari istituisce spesso paragoni tra l’essere e il mondo vegetale per sottolineare non solo la precarietà dell’uomo ma anche il suo essere continuamente in balia di eventi e condizioni di dimensione e forza maggiore a quelli del genere umano. Un rimando ai giardini inquietanti di Buzzati è presente in “Insidie” dove, però, la poetessa auspica la sua metamorfosi in vilucchio, una pianta rampicante. La poesia della Calzari è naturalista, primitivista nel suo volersi rifare agli elementi naturali, alle piante, agli animali; importantissima è la presenza del vento richiamato in varie liriche, il mezzo che porta cambiamento, “dilania/ conduce/ disperde […] distrugge/ feconda” (pag. 26).

E mentre le poesie della Calzari sfuggono via pagina dopo pagina, così come gli innamorati che depennano i petali di una margherita nel famoso gioco d’illusione e di speranza, siamo consapevoli che, al termine del libro, il lettore ne esce arricchito e che quei petali d’acciaio, quelle schegge di lamine pungenti e luccicanti che il titolo evoca in realtà non sono che profumatissimi e soavi lembi di un qualche fiore che, solo nell’unità, ci consente di apprezzare il tutto, fatto, appunto, di tante parti che insieme costituiscono l’essenza delle cose.

Lorenzo Spurio

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