Ninnj Di Stefano Busà su La parola di seta di Lorenzo Spurio

Ninnj Di Stefano Busà su La parola di seta di Lorenzo Spurio

PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino, 2015

cover frontLa Poesia non è aria fritta, non macera idiozie, né elabora il vuoto, non conta le mosche sul miele e neppure ci risulta ossessionata dall’inutile attraversamento dei sensi, semmai sono i sensi che, proiettandosi nel territorio della poesia, la creano. Questo avviene per il semplice fatto che vi s’instaura un meccanismo osmotico tra il sé e l’altro da sé: l’osmosi avviene per empatia, s’innesca una sorta di visione dell’assoluto che si fa metafora ed essenza, quasi privilegio orfico, presenza del Divino, monade…Questo breve preludio sulla Poesia era necessario per introdurre un lavoro di tutto rispetto, a cura di Lorenzo Spurio che riporta numerose interviste di taluni tra i massimi esponenti più accreditati del panorama contemporaneo. Un bel tomo quello uscito per i tipo di Poetikanten Edizioni, collana decifrazioni: La parola di seta. Diciamo subito che nel gruppo selezionato non vi sono apprendisti, si tratta di autori di rilevanza internazionale che la sanno lunga sulla Poesia, la sanno spiegare, dare delle motivazioni possibili sul tema da sempre considerato il mistero lirico/ispirativo per eccellenza. Vi sono presenti nomi di eccellenza e di spicco. Il volume porta la prefazione di Sandro Gros-Pietro e la postfazione di Amedeo Di Sora, corredato da una pregiata introduzione di Lorenzo Spurio: un nome che si sta facendo molto spazio nell’agone di oggi per i innumerevoli e impegnativi progetti a favore della Cultura che conta; programmi d’indiscutibile valore esegetico in un periodo che di valori autentici è latitante. Lorenzo Spurio si è assunto l’impegno di in resoconto social-culturale d’ampio respiro, nel quale la forza dell’umanesimo intellettuale è necessaria per imprimere quell’intento motivazionale di crescita e di testimonial alle nuove generazioni. Anche l’ autore e curatore del progetto culturale è relativamente giovane, ma ha già le idee chiare su cosa e su come indirizzare eventuali suggerimenti e ammaestramenti generazionali. È un volume che dovrebbe essere adottato nelle scuole per diffondere il verbo lirico alle prossime generazioni con le significazioni portando alcune tra le massime personalità del momento storico di oggi. L’esegesi di poeti preparati culturalmente può spiegare in diverse forme il significato di Poesia. Attraverso le interviste di autorevoli fonti si può estrinsecare meglio il concetto delle forme poetiche, per riuscire a pervenire ad un giudizio più stringente, chiaro ed esplicativo su cosa s’intenda per poesia oggi, proprio nel nostro momento storico in cui tutto è demandato all’informatica, poiché ne risulta che il web e internet l’abbiano esautorato e messa un po’ ai margini la Poesia. Porla in luce, perciò, rimetterla in campo attraverso la voce di poeti importanti può fare la differenza.

Ninnj Di Stefano Busà

Milano, 12-02-2016

Ninnj Di Stefano Busà su “La recherche” di Marcel Proust

Marcel Proust e la sua Recherche del tempo perduto: A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs

a cura di Ninnj Di Stefano Busà 

Diciamo subito, che nei primi decenni del Novecento la Francia continua ad avere grande seguito in quel ruolo di guida culturale dell’Europa, che ha già impersonato negli ultimi decenni del secolo precedente. L’autore che ha avuto un ruolo preminente per lo sviluppo delle letterature europeiste, per la validità significante dei suoi risultati, per l’influenza, infine, che avrebbe rappresentato per tutta la narrativa europea è Marcel Proust.

Nato a Parigi nel 1871 da famiglia agiata, ma non ricchissima borghesia. Dopo un’infanzia tormentata da un’asma che lo avrebbe condannato per l’intera esistenza, segue assai irregolarmente gli studi.

Più tardi nel 1880 inizia a frequentare i salotti mondani, ricercato per le sue qualità di fine parlatore, i suoi vezzi da dandy, coi quali contribuisce a creare una certa raffinatezza e attrattiva nei luoghi di frequentazione.

Alla morte della madre alla quale era legatissimo, Proust inizia il grande ciclo narrativo: Alla ricerca del tempo perduto a cui  è legata la sua fama.

L’opera è composta da tre parti. La prima parte, rifiutata da Andre Gide, viene respinta dall’editore Gallimard, poi stampata in proprio dall’autore stesso, nel 1913. La seconda: All’ombra delle fanciulle in fiore, presa in esame in questa introduzione, ottiene il premio Goncourt  nel 1919.

Successivamente le altre parti vengono pubblicate dopo la sua morte, avvenuta nel 1922. Tutta l’opera comprendente più di tremila pp, si articola in sette parti e si conclude con una illuminazione che è anche una dichiarazione di poetica: fissare con la creazione artistica i momenti del passato equivale a recuperare il tempo perduto (Il tempo ritrovato).

Pur trattandosi di un’opera estremamente originale, la critica ha indicato per la Recherche alcuni fondamenti culturali della tradizione francese.

Per primo l’entroterra culturale, con una produzione memorialistica e diaristica di tanti autori tra il Seicento e il Settecento che hanno descritto il loro ambiente dal di dentro, con dovizia e ricchezza di dettagli. Proust infatti si mostra molto attento ai costumi del tempo che ne determinano il sapore, il clima, il soggettivismo, le ambientazioni del mondo reale e sociale. La sua attività di scrittore  e frequentatore dei salotti-bene di Parigi si snoda nel periodo compreso tra la repressione della Comune di Parigi e gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale; egli seppe cogliere in pieno, dunque, la trasformazione della società francese del suo tempo, con la crisi dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia durante la Terza Repubblica francese.

Proust ci dà un’approfondita rappresentazione del mondo di allora e della modificazione sociale del periodo storico cui appartengono le sue opere. L’importanza di questo scrittore è tuttavia legata alla capacità espressiva della sua scrittura che si autodetermina e si sviluppa nella sua potenza narrativo-introspettiva, nelle minuziose descrizioni dei processi interiori, attraverso i filamenti sottili di una psiche legata al ricordo e ai sentimenti; la Recherche infatti è un viaggio nel tempo e nella memoria che si snoda tra vizi e virtù, tra realtà e fantasia, tra aristocratiche dissolutezze e simbolismi filosoficamente compiaciuti di un più “nuovo” sentire.

L’indagine analitica sui suoi scritti ci mostra la sua abilità psicologica di meticoloso e vigile indagatore dell’animo umano. Più precisamente, Proust prende in rassegna i sentimenti, le suggestioni, le emozioni attraverso la lente dei moralisti del Seicento francese, fino a giungere al romanzo psicologico di fine Ottocento.

Inoltre nella sua scrittura si riscontra la filosofia di Bergson, con la teorizzazione del tempo interiore, del “tempus”-rivisitatio-  visto e indagato nella sua essenza (o veste) di Comedia umana, come durata temporale, e infine, tutte le conquiste della poesia francese di fine ottocento, che avevano portato alla valorizzazione delle “corrispondenze” come egli le definisce, ovvero, dei reconditi rapporti tra gli stati d’animo e la natura, tra l’evocativa, analogica assemblee emotivo/psicologica e le connotazioni naturali del genere umano, che si differenziano in ognuno.

Già Bergson aveva parlato di coscienza interiore, cioé di una coesistenza tra il passato e il presente proprio in riferimento alla caratterizzazione dell’essere. Proust ritiene vi siano due stadi, due gradi di recupero possibile della coscienza e ne distingue soprattutto due: memoria volontaria e memoria spontanea.

954_001La prima richiama tutti i dati del passato, pur se in termini logici, senza restituirci sensazioni, suggestioni, sentimenti che in una  determinata circostanza vi appaiono irripetibili; la memoria spontanea (o sensoriale), riferita soltanto a un amarcord dei sensi, si caratterizza come un revival della felicità protetta nell’intimo della psiche: un profumo, un sapore, una musica, un suono, una nota, un tramonto che riportino l’occasionale analogico, ovvero la “casuale” sensazione di un momento cronologico, la qual cosa, sì, ci rituffa nel passato, ma senza riferimento logico: una sorta di <sentire> a distanza ravvicinata, (a pelle), un tentativo di far rivivere impressioni e atmosfere di un tempo andato, di un ricordo sopito o accantonato, (non del tutto rimosso).

È questa la famosa teoria dell’intermittenza del cuore per il recupero memoriale dei sensi, una vera e propria (re)incarnazione della propria identità passata, che diventa sollecitazione dei sensoriale somatico della psiche richiamando in superficie l’invito a ritornare al passato, (apparentemente) tempo perduto, (mai rimosso), che si presenta come un reverie un de ja vu momentaneo, che non ha nulla della cancellazione definitiva di memoria, perché permane dentro di noi, persiste nell’inconscio e, all’occorrenza, riaffiora in superficie, riappropriandosi delle sensazioni provate o delle suggestioni mai dismesse. Proust con le sue opere riprende in mano lo studio della psicologia e la fa rivivere nei suoi romanzi come la trama e l’ordito, che determinarono la vena letteraria del suo repertorio, ma successivamente ne caratterizzarono l’impianto  logico, dopo di lui. Si tratta dunque di un recupero memoriale che interpreta la creazione artistica, come coscienza di sé, trattasi di una forma perfettibile (se non perfetta) di realtà che orienta a quel paradiso (perduto), cui fa riferimento il narratore.

Critici che dedicarono molta attenzione a Proust sono stati i nostri: Giacomo De Benedetti, Giovanni Macchia, Pietro Citati, Giovanni Raboni, Franco Fortini.

Quest’ultimo che fu uno dei critici più accreditati agli studi di Proust ritenne che egli proseguisse in un discorso tutt’altro che lineare, senza ordine cronologico normale, né logico, tra passato e presente, in un andirivieni movimentato, a rembour, e con una narrazione che non segue il ritmo usuale, perché questi passaggi o transizioni creano vere sospensioni, ritardi, intervalli, effetti d’eco e variano continuamente, senza assumere precise connotazioni, cronologie e forzature, tra i rapporti umani e gli eventi. Anche se questo suo stile basato sull’altalenante impiego del tempo/spazio, è spesso rivolto al caos di successioni mnemoniche o sensazioni improvvise, si delinea lucido e acuto, votato tuttavia ad evocare un “sentire”, che obbedisce al sapiente gioco delle “rispondenze”, quasi ad un reciproco integrarsi tra un evento e l’altro, tra un velocissimo sguardo e la parola.

In tutta la Recherche s’incrociano vari piani psicologici. In Proust l’interesse si sposta dal personaggio alla dinamica del gioco, dalla coscienza alla psicologia strategica di un processo retrospettivo memoriale quasi yunghiano, su cui si porranno altri analisti del pensiero: Joyce soprattutto e tanta parte della narrativa del Novecento, che si concluderà col famoso flusso di coscienza. Proust ha ricreato il mondo del romanzo dal lato della relatività immaginifica, dando per la prima volta una matrice connotativa alla letteratura di fine secolo; un equivalente teorico della fisica moderna (E. Wilson). In realtà la Recherche è un’opera assai complessa, una straordinaria e suggestiva discesa agli inferi della coscienza dell’essere, che nel riappropriarsi del meccanismo che introduce ai meandri della complessa macchina umana, ne fa una ricognizione dettagliata, una rivelazione in progress, ricreando il romanzo alla maniera di cui, infine, disporrà l’arte narrativa dell’intero Novecento.

Da più parti ci si è chiesto da dove è venuto questo fortunato titolo, molto azzeccato in verità, perchè è divenuto quasi una locuzione proverbiale della sua scrittura. Pare gli sia stato suggerito dall’amico Marcel Plantevignes.

Nella simbologia proustiana, le “fanciulle” costituiscono un perfetto ed esemplare connubio, tra il mondo turbativo degli elementi esterni e “la felicità sconosciuta e pur possibile nella vita”, attraverso di esse si dipana e acquista splendore e turgore quel mondo esemplarmente sognato, facendo scatenare tutto il virtuosismo dialettico e linguistico proustiano: certi luoghi, certi soggetti, certi paesaggi che sono la caratterizzazione delle Fanciulle fanno emergere nel lettore tutta la stupefazione per la Bellezza della natura.

Esse vengono designate di volta in volta come “uno stormo di gabbiani”, “una luminosa cometa”, “una bianca e vaga costellazione”, “un’indistinta e vaga nebulosa”,”una rosea infiorescenza” etc, insistendo sui dettagli, sulle sottili interconnessioni, sui dialoghi, sulle presenze fascinose e sublimi di Albertine, Andrée, Gisele e Rosemonde.

Balbec è il luogo-simbolo, il teatro (per così dire) delle scene che  i protagonisti della storia si apprestano ad impersonare, ciascuno per proprio conto, attraverso le tendenze, le stravaganze, i vizi e i difetti delle variegate figure.

Palladium-Proust-1000x667-870x490Lo stesso scenario “marino” ambienta una rappresentazione di quello che, secondo la tendenza artistica del secolo, costituisce la pittura impressionista.  

Credo che queste siano alcune osservazioni che vanno proposte per l’approccio alla lettura de la Recherche.

Proust ha (ri)creato il mondo del romanzo dal lato della –temporalità relativa – , con una ricognizione libertaria e caotica del genere umano e dei suoi meccanismi di difesa (della  psiche), entrando nei labirinti dell’animo come nessun’altro narratore, con le proprie frustrazioni, le proprie insicurezze, gli indugi, le complesse manifestazioni edonistiche dell’uomo,

le parvenze rarefatte e sottili della coscienza, soprattutto rivolte alla fisionomia dei personaggi, al loro labirintismo, la qual cosa li porta ad affinare immagini, a evidenziare e metabolizzare circostanze, episodi e avventure, tali da rievocare e portare alla luce ambienti, persone, stati d’animo, profumi, odori e sapori dell’infanzia: un tempo perduto viene così ritrovato; il resto: l’esteriorità minutamente descritta nei dettagli fornisce agganci per comprendere il difficile meccanismo che entra in gioco nella coscienza dell’essere, quando viene fagocitata dall’esterno.

Vi sono pagine mirabili e fondamentali nell’opera di Proust, in cui egli indaga con stile raffinato e insieme con la precisione di un bisturi la capacità di esprimere le più impalpabili, minute e segrete sfumature del genere umano.

Il suggestivo: All’ombra delle fanciulle in fiore è il terzo titolo della raccolta (1919) e ne rappresenta la tappa essenziale, una sorta di riferimento fondamentale di tutta l’opera. In questo volume sono tanti i risvolti psicologici, gli orli, i nodi, le pieghe,  le dritte e i rovesci, gl’incantamenti che vi si riscontrano.

Ogni avvenimento è scandito secondo le luci, le ombre, i chiaroscuri, i colori, i ritmi delle ore, una sorta di reverie che sa scatenare, alla luce di una lettura accurata e attenta, tutti i sommovimenti della sapienziale e filosofica struttura linguistica.

In tutta l’opera lo scrittore ci dà mostra di sé, del suo approcciarsi ormai ai livelli di scrittura degli autori considerevoli e professionalmente più preparati, un mondo fin lì sognato, (poterli eguagliare!), quasi desiderio inaccessibile, per l’incrociarsi di eventi e accadimenti che segnano la scrittura dei grandi narratori e ne marcano profondamente la vena.

L’entroterra culturale dell’autore si rivelò in grado di sfondare la cortina di nebbia, tale da segnare la sua identità artistica di narratore come pochi altri. Nessun’altro infatti aveva mai scritto in prima persona quanto Proust. La sua vena risulta assolutamente sterminata nei dettagli, nelle piccole, inafferrabili arguzie dei retroscena umani. Le 4.870 pagine de la Recherche potrebbero bastare a far conoscere l’ampiezza della vasta gamma dei sentimenti che albergano nella psiche.

Proust si rivela immenso, penetrarlo è un’impresa non facile. L’astrattezza dei pensieri, delle immagini viene continuamente mossa da una sorta di circonvoluzione cerebrale, con una trama fitta, ma sottile, che dà ampio respiro alle sensazioni, anche meno significative, ve ne diamo un es: “…le ragazzine che avevo scorto procedevano leste, con quella destrezza dei gesti che nasce da una perfetta scioltezza del corpo e da un disprezzo sincero per il resto dell’umanità, procedevano leste, senza esitazione né rigidità, compiendo esattamente i movimenti voluti, in una piena indipendenza reciproca di tutte le membra, mentre la maggior parte del corpo conservava quell’immobilità così notevole nelle buone ballerine di valzer”. 

Se letto con calma, All’ombra delle fanciulle in fiore evidenzia tutta la potenza introspettiva e il glamour dell’intero repertorio proustiano, delineandosi come un classico dalle splendide e indimenticabili descrizioni, che il narratore investe di grande humor e più dettagliatamente delineandone le attese dell’alta società francese del suo tempo, avendone individuato spesso le vicissitudini amorose, i gesti, i dialoghi,  e interpretandone vizi e virtù. Questo romanzo apre a sfondi metafisici e filosofici finora mai eguagliati. Ad es. la conclusiva descrizione dell’ultimo giorno vacanziero: “il giorno d’estate ch’ella [la domestica] scopriva sembrava altrettanto morto e immemorabile d’una sontuosa e millenaria mummia che la nostra vecchia domestica avesse liberata con cautela da tutte le sue fasce, prima di farla apparire, imbalsamata nella sua veste d’oro”).

Un’opera come poche, allora, che predilige il dipanarsi della narrazione in mille rivoli introspettivi, e appare (ir)rrisolta, per certi aspetti analogici che guardano ai dettagli, ma pur sempre, senza il frammentarismo in cui si può facilmente cadere. Tutto sembra avvenire come quando si osserva un panorama col binocolo, molto ravvicinato o molto distanziato dall’oggetto in esame, oppure, si capovolge l’immagine che diviene altro da sé: la visione allora prende la forma di un caleidoscopio che guarda al puzzle occasionale, alla realtà virtuale e chiude in un corteggiamento tutte le altre forme e, nello stesso tempo, scopre l’impossibilità di trovare la felicità che cerca nell’amore, poiché esso rimane compresso tra i propri limiti e la natura stessa dell’individuo che v’interagisce.

Tutta l’opera è un capolavoro della letteratura francese.

Per Marcel Proust il recupero del passato e la creazione artistica coincidono, si combaciano, fin quasi a colmare la brevità illusoria del tempo, forse anche a recuperarlo, a conservarne aromi e freschezza dentro l’anima che è tutta attraversata dal desiderio della giovinezza fuggitiva, ritenendola parabola stessa della vita, in un percorso di relatività spirituale, ancorché biologico e naturale della specie.

Ninnj Di Stefano Busà

Milano, giugno 2013                                   

“L’ultraismo di Jorge Luis Borges” di Ninnj Di Stefano Busà

L’ULTRAISMO di Jorge Luis Borges

di Ninnj Di Stefano Busà

arte ultraista
Una figura importante della Letteratura e della Poesia argentine, Nato a Buenos Aires nel 1899 muore a Ginevra 1986.
Dopo una esistenza alquanto turbolenta e assai travagliata raggiunge l’apice della notorietà come scrittore e poeta
Compie i suoi primi studi nella sua città di origine, per poi trasferirsi  a Ginevra e successivamente in Spagna, dove insieme ad altri componenti scrittori e poeti promuove il movimento d’avanguardia dell’ultraismo. Ritorna nel 1921 in Argentina dove fonda le riviste Prisma e Proa. Il suo stile originale e ricco di notevoli riferimenti culturali gli danno presto la fama, riflettendolo in un clima di fermenti letterari su vasta scala internazionale. Nel 1938 inizia il suo calvario agli occhi, che lo porta ad una quasi cecità.
Il malessere alla vista di cui soffre Borges è un fattore ereditario che si tramanda da sei generazioni. Intanto svolge un’intensa attività critica che lo porta ad essere conosciuto come uno dei più eruditi intellettuali del tempo.

La sua personale visione della vita e della politica argentina di allora, sono di concezione liberale, il che lo porta a scontrarsi presto con la politica di Peron, contro il quale ha firmato il Manifesto.
Per tale motivo e, come si può immaginare, viene esautorato  e destituito dal suo incarico di Assistente Bibliotecario già ricoperto nel ’37. Successivamente alla caduta di Peron ottiene nuovamente la nomina di Conservatore e Direttore della Biblioteca Centrale di Buenos Aires, incarico da cui è costretto a dimettersi al ritorno al potere di Peron.
Si può dire che la sua attività e la sua vita siano state segnate dalle vicende politiche del grande dittatore.
Nella sua attività artistico-letteraria Jorge Borges affronta una cultura filosofica che gli assegna ufficialmente la grande visibilità internazionale, anche se non giunge mai al Nobel.
Il suo stile rigoroso e forte frammisto ad un tono marcatamente evocativo caratterizza la sua produzione e accompagna tutte le tematiche di cui si avvale l’intero svolgimento della sua vasta attività.
Pubblica le raccolte poetiche: Fervor de Buenos Aires, 1923; Luna de enfrente, 1925; Cuaderno San Martin, 1929; Poemas (‘23/ ’58), 1958; El Acedor, 1960; El Otro el mismo 1964; Elogio de la sombra 1060; La rosa profunda 1975, Historia de la noche, 1977; La cifra 1981. La sua produzione poetica è frammista ad una esemplare esegesi saggistico-narrativa che si va ad intrecciare a modelli polizieschi e fantastici di elevata qualità artistica. Pur tra tanta commistione di temi e di una così ampia varietà di interessi, l’opera di Borges appare unitaria e mai slegata dal suo intento culturale più elevato e profondo che fa riferimento alla ricerca del significato dell’esistenza, sempre attenta a cogliere anche i dettagli e le impercettibili anomalie dell’essere, pur sgravato dalle apparenze, meglio sarebbe dire <gravato> dalle molte vicissitudini e contraddizioni che lo schiacciano.
 Nonostante la sua formazione europeista, Borges rivendicò sempre con le tematiche trattate le sue radici argentine, e in particolare “porteñas” (cioè di Buenos Aires), nelle opere come Fervore di Buenos Aires (1923), Luna de enfrente (1925) e Cuaderno de San Martín (1929).
Sebbene la poesia fosse uno dei maggiori interessi dello scrittore argentino, nella sua opera letteraria, entrano quasi di prepotenza: il saggio e la narrativa, oltre la critica che caratterizzano  i generi che gli valsero il riconoscimento internazionale. Dotato di una vasta cultura, che esercita e intensifica nei numerosi viaggi e soggiorni all’estero, egli seppe costruire un’attività culturale e umanistica eccellente, con la quale mostrò la grande solidità intellettuale attraverso una prosa oculata e severa, che seppe manifestare un distacco talora ironico dalle cose del mondo, dai suoi personaggi e figure, senza per questo rinunciare al suo lirismo di fondo che è di stile evocativo. Le sue strutture morfologico-narrative vanno a modificare le forme convenzionali del tempo, per rimodulare e impostare altri modelli linguistici di più vasto contenuto simbolico, costruiti e impostati sulla base di riflessioni, verifiche, pensieri, comparazioni, allusioni, parallelismi di natura varia. Gli scritti di Borges appaiono come forti  metafore, che si pongono sullo sfondo di visioni metafisico-paradossali, senza mai perdere di vista l’essere umano che si staglia nel panorama di sfondo come interprete di una dimensione più naturalistico-evocativa che ha costituito il suo filone di ascendenza, la matrice più autentica del suo modello culturale, sempre ai più alti livelli.
Borges ricevette una gran quantità di riconoscimenti. Tra i più importanti: il Premio Nazionale di Letteratura(1957), il Premio Internazionale degli editori(1961), il premio Formentor insieme a Samuel Beckett (1969), il Premio Miguel de Cervantes insieme a Gerardo Diego (1979) e il  Premio Balzan (1980) per la filologialinguistica e critica letteraria. Tre anni più tardi il governo spagnolo gli concesse la  Grande Croce dell’Ordine di Alfonso X il Saggio. Nonostante il suo enorme prestigio intellettuale e il riconoscimento universale raggiunto dalla sua opera, lo scrittore non fu mai insignito del premio Nobel per la letteratura, probabilmente vessato dalle enormi disavventure di regime, o dalle polemiche che ne vennero fuori a causa della sua opposizione alle dittature. Il suo spirito libero ha manifestato quella certa insofferenza dei Grandi intelletti, che hanno pagato caro il prezzo della loro autonomia e libertà di pensiero.
Da tempi immemorabili essi (cultori dell’ingegno) hanno dovuto trangugiare l’amarissimo calice delle idee non conformi ai regimi, come estreme conseguenze di scelte politiche non allineate e intruppate. 
Nel 1921 viene pubblicato il primo numero della rivista letteraria spagnola Ultra, la quale, come appare evidente dal nome, era l’organo di diffusione del movimento ultraista. Tra i collaboratori più noti spiccano lo stesso Borges, Rafael Cansinos-AssensRamón Gómez de la Serna e Guillermo de Torre che diventerà suo cognato 1928 sposando Norah Borges.
Tutta l’attività di Borges si rivela infaticabile e assidua, nonostante una forma incurabile che affligge da 6 generazioni i più stretti familiari dello scrittore non bisogna dimenticare che la medesima sorte tocco anche al padre  (anch’egli muore cieco) per un fattore di infermità fisiologica che lo perseguitò tutta la vita. Anche il Nostro vive nel terrore, soprattutto, quando venne attaccato da una setticemia infettiva che minò il suo stato di salute costringendolo ad un’immobilità per parecchio tempo, minacciandolo soprattutto di una grave interruzione delle sua scrittura e del suo estro intellettuali. Viene assalito da una visionarietà che intuisce e sfocia in una visione storica come: plagio, falsità, menzogna, parodia universale, che ne sanciscono la fama di scrittore internazionale con le sue Otras Inquisiciones (1952)
Labirintico e tenebroso saggista, Borges si mostra con una linea di freddo trionfalismo nella prosa latina fino all’avvento del Realismo di Garcia Marques. Tuttoggi non si può opinare sull’attività dell’argentino, senza fare riferimenti alla letteratura di Calvino e del più recente Umberto Eco. I quali convergono per esperienze e visioni bizzarre ed eccentriche.
Borges ammette la concezione che tutti gli idealisti esplicitano, la forma allucinatoria del mondo. Però l’uso che Borges fa dei paradossi è una bizzarria singolare essa stessa, una sorta di eccentricità stravagante. Così egli si esprime riguardo al sogno del mondo: “Noi abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto”
Bisogna ammettere che tale visione dell’essere e della vita si posiziona infatti in una linea di pensiero e di orientamento “orientale”: si pensi ad es. allo Zen, al Buddismo, situazioni ai limiti del pensiero che sfociano in metafisiche figure, in sostrati di intellettualità trascendente che delineano e si equiparano a grandi linee alla cultura orientaleggiante.
In collaborazione con Bioy Casares, Borges ha scritto: Sei problemi per don Isidro Parodi (Seis problemas para Don Isidro Parodi, 1942), Un modello per la morte (Un modelo para la muerte, 1946), Cronache di Bustos Domecq (Crónicas de Bustos Domecq, 1967). 
In collaborazione con Margarita Guerrero ha scritto: Manuale di zoologia fantastica (Manual de zoologia fantástica, 1957) ristampato poi con aggiunte e con il titolo: Il libro degli esseri immaginari (El libro de los seres imaginários, 1968).
NINNJ DI STEFANO BUSA’ 

“La poesia è il volano di una civiltà più progredita” – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

La poesia è il volano di una civiltà più progredita

di NINNJ DI STEFANO BUSA’

La Poesia è sensibilità verso le ragioni del cuore e dell’intelletto

La Poesia è elaborazione interiore che si esplicita nella forma e nel concetto di Bellezza, i quali  esaltano i significati valoriali

La Poesia è affermazione di una coscienza illuminata

La Poesia è  criterio di valutazione che aspira alla categoria pensante nel suo più ampio raggio d’azione

Stiamo cercando di apporre un ruolo nuovo alla poesia? o stiamo piano piano demolendola e aggredendola con l’indifferenza e la esclusione totale dai nostri equilibri di difesa? La Poesia ci salva dall’essere bruti, perché raffina le coscienze e rende meno sensibili al male  che attanaglia il nostro secolo. La nostra società, viene continuamente aggredita e messa a ferro e a fuoco dalla turba volgare e facinorosa di mercanti, paraninfi e teledipendenti, alcolisti e dopati di una forma esistenziale che toglie all’umanità molto dei suoi caratteri essenziali di civiltà e progresso. Una società senza poesia va verso la nullificazione dell’anima. Il segnale più forte, più inquietante in una società moderna è, appunto, la sua assenza o defezione volontaria a causa che altre e ben più accattivanti chimere abitano il sogno. Il risultato è una dispensa priva di cibo: anche l’anima ha bisogno di nutrirsi per profondere energie e investire sul piano umano tutto il suo patrimonio intellettivo che è ricchezza interiore, non materialistica, indottrinata e resa sterile da un processo riduttivo dell’intelletto e del pensiero.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.

Se la poesia Vola Alta, anche i nostri propositi saranno di ottima qualità, viceversa tutto si riduce ad un vivere allo stato inferiore, da barbari, senza Luce d’intelligenza, di sensibilità, di valori. La forza mediatica di questo periodo storico sta attraversando una fase di netto rialzo. Il poeta non può fare altro che resistere agli attacchi continui che i computer, internet, tecnologie d’avanguardia, rampe satellitari e piattaforme spaziali intravedono come scale verso il Paradiso. Ma, bisogna ammettere che vi è un deterioramento generale del tenore di vita, s’intende del tenore di vita spirituale, interiore, coscienziale  che è relegato al ruolo di infimo grado nella scala delle priorità. Come Kant affermava: l’uomo appartiene al regno dei fini, e non a quello dei mezzi, pertanto non deve lasciarsi abbagliare dal clamori e dai lustrini, né dai meccanismi perversi che, sia pure sotto forma di utile e di mirabilia portentosa, ottundono le menti degli umani e li fanno deviare pericolosamente verso forme e categorie di vita inferiori. La poesia , dunque, che lo crediate o no, continuerà a svolgere il suo servizio di ammortizzatore sociale, pure se creduta inutile e vanesia, ammorbidirà il senso del malessere e dell’inquietudine, la paura e il disincanto per una esistenza acefala, in cui viene a dilagare  disumanizzandosi la mentalità fanatica e violenta, mercificatoria e ingannevole del prodotto-uomo  E vi opporrà resistenza, svolgendo un ruolo che costantemente evince la sua complessa contraddizione e i suoi profondi conflitti, nei riguardi dei sentimenti emanando con la sua fiammella una continua sollecitazione per le ragioni del cuore, meglio dire per le interpretazioni del cuore, il quale non demorde e ci richiama alla vita interiore vissuta all’insegna di un rispetto per la natura e il suo eccezionale potere di governare il mondo.

La Poesia è nel piano di attuazione culturale il vertice del suo disegno più compiuto, affrancato da ogni volontà che la discrimini e la contraddica, tradendo le sue finalità elettive.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

“La poesia non è soltanto atto creativo in sé, è forza maieutica che rivoluziona la storia” a cura di Ninnj Di Stefano Busà

“La poesia non è soltanto atto creativo in sé, è forza maieutica che rivoluziona la storia”

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

Bisogna tener presente innanzitutto che Poesia non è soltanto atto creativo in sé, ma possiede una forte aderenza ad includere il trascendente, l’infinito mistero che la protegge e la esprime. Essa si realizza entro i termini trasfigurativi di una forza maieutica, che deve, di sua necessità, anche riflettere il mondo e la sua oggettiva natura perturbatrice: fa riferimento dunque alla creatività reale, valida nel tempo come correlativo oggettivo della sua storia e del suo compimento.

In altri termini, la Poesia ha davanti a sé due obiettivi: inventare il nuovo  o  rimodellarsi attraverso una formula di modificazione dei suo canoni.

L’itinerario della comunicazione poetica è spesso tortuoso, labirintico e si insinua tra universi di cultura che in qualche misura confliggono tra loro e vengono coinvolti all’interno del fatto creativo come deterrente.

Ninnj Di Stefano Busà
Ninnj Di Stefano Busà

Si può immaginare di avere un cannocchiale a due lenti: chi guarda e chi è guardato finiscono per configurarsi entrambi lo stesso soggetto e proiettare la loro visione al di là del contingente ritrovando la stessa immagine reale da entrambe le parti.

In altri termini, la Poesia deve essere non soltanto espressione, ma anche comunicazione, o come osserva Wladimir Holan nel suo poemetto: “Una notte con Amleto”, un dono.

La Poesia finisce con l’essere lo specchio della realtà nel tempo.

Si finisce con l’essere moderni senza saperlo e senza volerlo, perché la poesia si adegua al tempo sincronico, risiede in esso, se ne fa interprete. Ogni artificio o arbitrio volti alla Poesia, soprattutto se tecnicamente studiati a tavolino, finiscono per essere una forzatura, un’assurda pretesa di novità, perché se ne compromette chiarezza e spontaneità (ricordiamo: l’arte ponte tra individuo e individuo di M. Proust).

Allora, non basta esprimere: è necessario saper comunicare, come altresì è necessaria l’adeguazione espressiva del poeta agli schemi mentali (categorie), ai simboli che ne rappresentano i modelli e le sollecitazioni.

La poesia è forma nella quale si coagulano i contenuti che scaturiscono dal rapporto tra noi e le cose.

L’atto creativo deve passare attraverso un processo che implichi una fase di filtrazione catartica dell’elemento emotivo che l’ha generato.

E allora diciamo che  deve raggiungere la trasfigurazione artistica, senza mai eludere l’esigenza della comunicazione ad altri.

Si configura così quella sintesi a priori che la istruisce e la determina, come del resto accade in altre discipline: nella scienza e nella filosofia.

La Poesia potrà così testimoniare, non solo esprimere sensazioni e suggestioni, perché pur all’interno di un’esigenza di purezza, potrà realizzare un sistema di trasmissione di dati emozionali, che ne colgano i referenti dell’umanità, della società e della storia, al di là dell’atto creativo in sé.

Il prodotto siffatto potrà dunque sostenersi da sé, in virtù della sua inventiva originaria, fondata su moduli irripetibili, che rifuggono da luoghi comuni, dai decorativismi, dagli sfoghi privatistici individuali.

La Poesia è sorretta da taluni valori che ne determinano la rivelazione categoriale, che è traccia ed essenza di essa, non deformazione o mistificazione.

Una siffatta visione si regge, pertanto, sulla libera autodisciplina del poeta, capace d’intuire nella profondità del proprio sistema ontologico, le categorie universali e universalizzanti su cui si determina l’arte della parola, rigettando quelle mostruose corruzioni arbitrarie, quei soggettivismi alogici, pretestuosi, anarcoidi di un reale-irreale trasfigurativo, nel quale la fantasia si perde, in figure astratte, inquinate da <non sense> destinato quest’ultimo quasi sempre a sfociare in un labirintismo o libertarismo estetico aberrante, che ama autodefinirsi “sperimentalistico” senza mai raggiungere nessuna singolare peculiarità.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

“La poesia da dove origina” – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

La poesia da dove origina

di Ninnj Di Stefano Busà

Vi sono molti modi d’intendere la poesia, ma da qualunque angolo di osservazione la si consideri, essa parte direttamente dal cuore ed è arduo e limitante “pensarla” diversamente originante, anche perché è una sollecitazione ulteriore, una sorta di extrasistole del grande ingranaggio cardiaco, che ci propone una vita extra, quasi parallela a quella quotidiana, immotivata e spenta di chi non crea nessun verso. Chi non l’ha mai provata né scritta forse non può intuirne le qualità, le rigeneranti linfe che si espandono dal cuore al cervello in una simbiosi unica, irripetibile, quasi al limite con l’estrasensorialità di un messaggio medianico. Infatti l’ispirazione ne è la fiaccola primaria, quasi come se si accendesse una lampadina che poi inesorabilmente viene spenta. Se in quel preciso momento non si prende nota c’è tutta la possibilità che si perda il contatto – per sempre – con le sinapsi che, partendo direttamente dall’area di Broca (parte del cervello abilitata al linguaggio), giungono fino alla scrittura, atto ultimo di quel sottile fascino che calamita la Poesia e ne fa correi: il sentimento, le emozioni, le suggestioni, entro un’aurea di infinite e progressive digressioni, orientamenti e accenti.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà durante un incontro poetico a Milano lo scorso Giugno 2015.

La scrittura, vale a dire, il gesto di affidare alla storia di ognuno, la  potenzialità del pensiero si manifesta in ciascuno nella ristrutturazione di un processo linguistico che è trasversale allo scrivere.

La Poesia è l’habitat ideale della lingua, orientata a <collocarsi> con l’immaginazione, la fantasia in una lettura lenta e ponderata, “avanzata”. La Poesia poi, non può fare a meno dell””oralità”. Come Jurij Lotman, ne intuiamo la scrittura come un sistema di ingranaggi dipendente e direttamente correlati al linguaggio. Il discorso della Poesia è inseparabile dalla misura e dal diverso grado della coscienza intellettuale umana. La poesia, da sempre, ha affascinato l’umanità e l’ha fatta riflettere su di sé fin dai suoi primi stadii. Il pensiero creante, servendosi proprio di quel medium intercetta un linguaggio alto, che si traduce in una percezione mutante, organizzata dalla mente per essere impressa alla consapevolezza degli individui che la emanano, quindi la poesia è il suo interagire al prodotto mentale della trasformazione del concetto logico. la Poesia ha come primaria conoscenza il senso illimite del linguaggio individuale, il suo silenzio, la sua mobilità che diventano rapporti privilegiati con gli altri, ovvero coi suoi fruitori.

La Poesia infine è un’interazione tra le lingue colte, perché sa cogliere le sfumature, le allitterazioni, le interferenze della lingua anteponendole e sottraendole alla incomprensione derivante dal linguaggio comune, piuttosto involuto e steretipato, imponendogli un’altra veste più evoluta, più raffinata, più colta.

Ne enfatizza l’interazione tra le parole-suono e lo spazio-scrittura, la rende leggibile attraverso il significato profondo del <verbo> che assume “mero” prestigio, poichè giocando (si fa per dire) con le parole assicura una sua dialettica alla testualità, ovvero allo spazio che paradossalmente la riveli.

La poesia è un genere d’arte verbale superiore, domina tutti gli altri generi, poiché è alla base dall’alfabetizzazione che chiameremo artistico-intellettuale, poiché implica una serie di induzioni a procedere, in cui si colloca l’io poetico, immettendola nel flusso del tempo e della storia.

La poesia sta all’esperienza umana come la narrazione sta alla logica della trasmissione del pensiero, che ne ha registrato il pieno sviluppo delle proprietà virtuali della specie. Trattasi di un passaggio narrante che possiede, tuttavia, tutte le caratteristiche induttive del lingua artisticamente  preposta – ovvero –  fa capo allo sviluppo e ai mutamenti interculturali e all’evoluzione dell’uomo.

NINNJ DI STEFANO BUSA’

“Fare poesia oggi è una fede” – articolo di Ninnj Di Stefano Busà

“Fare poesia oggi è una fede”

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

Fare Poesia oggi è essenzialmente una <fede>; qualcosa che rasenta la religiosità e la continuità di un misterioso cammino che inavvertitamente allo stato inconscio portiamo dentro, senza sapercene spiegare il perché, senza saper trovare una ragione plausibile.

Cos’è questo segno che si manifesta solo in certe persone e non in altre? e ci differenzia dagli altri esseri umani. È un fuoco che divampa? E’ qualcosa che cova dentro e ci arricchisce? O ci divora e basta, ci tormenta, ci innalza e ci disarma, ci piega e ci investe come una fiamma perenne, demolitrice ma, anche, sostenitrice di un bene, quello dell'”intelletto del cuore” che ci qualifica come essere vivi e <pensanti>.

 È amore per la parola? Per il senso comune dell’umanità imbrigliata in elementi contraddittori, alienanti, difficilmente comprensibili? È un rifugio? Una nicchia dove ripararsi dalle temperie contemporanee? E’ un piano predestinato per dare quel minimo di eternità che disperatamente si va cercando?
È la parola che torna al suo linguismo primigenio, al suo capitale etico/spirituale avendo bisogno di rigenerarsi/rinnovarsi alla luce del pensiero? 

Poiché di Luce si tratta, infine. anche se viene stimata un “optional”, una perdita di tempo, quale appare dal martoriante e assillante battage denigratorio, dal protagonismo sconnesso, esponenziale dei nostri giorni.

È qualcosa che ci accomuna al cielo o alla dannazione? alla nostra solitudine? 

Eppure sembra indurci a progredire, a venir fuori dal buio delle nostre impotenze o inadeguatezze, cui siamo tenacemente aggrappati malgrado tutto.

La poetessa Ninnj Di Stefano Busà
La poetessa Ninnj Di Stefano Busà

Una zattera di salvataggio del movente biologico/culturale che ci allontana dal dolore, allora? È la spirale chiusa delle nostre contraddizioni più eclatanti? oppure è la grande molla, l’unica via che ci resta per dialogare, per camminare a fianco della Storia e dentro di essa con il bagaglio spirituale, morale e intellettuale  al quale essa stessa (storia) ci espone. Nella vita convulsa e avulsa da ogni ragionevole intelligenza e logica, apparentemente depauperata da ogni slancio, da ogni fermento, da ogni  passione, i poeti si mostrano come reperti primitivi; archeologia di un passato analogico che li ha sconfitti. L’informatica e la telematica, il tecnicismo e il meccanicismo imperanti di una società in pieno declino, ci porta a riflettere sulle vere ragioni del far poesia oggi.

Il tempo del poeta si è esaurito, surclassato dal tecnicismo satellitare, dalle rampe telematiche globalizzate, sepolto da un cumulo di macerie fumanti che si porta dietro, fin da quando si è imposto un nuovo modello che sostituisse le vecchie formule classiche del pensiero “poetico”.  L’ultimo ossigeno si sta consumando…

L’Uomo moderno è passato dai disagi delle due guerre, dalla metamorfosi irriducibile di un progresso “sui generis” che lo ha lasciato non proprio indenne da scorie e da  rifiuti  delle neoavanguardie trascorse ma non del tutto obsolete,  fino al minimalismo e al solipsismo di oggi.

Quasi aliena,  la voce della Poesia, se da una parte ha creato la modernità del pensiero e dell’azione, dall’altra ha generato mostruose incongruenze, inquietudini, ha mostrato il volto deturpato della società dei consumi facili e aleatori, delle assenze che sono la caratteristica principale di questo nonsense moderno, di questa esistenza gracile e fragile, senza punti fermi, né certezze. Ogni poeta vero o presunto sa bene che si trova ad un bivio, continuare o abbandonare la trasgressione, (perché tale la definisce l’illecito giudizio della comunità più aliena).

 La libera circolazione della parola che oggi viene superata dai sistemi digitali di trasmissione dell’immagine satellitare, e dunque anche del linguaggio <metainformatico> che non gli riconosce il merito, non gli riserva il benché minimo  rispetto, la benché minima logica di esistere. Verrebbe da dire, cosa ci fa su questa terra diseredata il fantasma di una Poesia che non si ama, che non rende economicamente nulla? continuamente rinnegata, derisa, bistrattata e ignorata?
Che conta oggi essere poeti, se nessuno, dico nessuno, è sicuro di essere annoverato nella pagina Letteraria del secolo? Perché il poeta si dà tanto da fare a sciorinare parole messe in fila, parole in libertà (come dicono i detrattori), parole in disuso, parole…parole che non portano a nessun risultato, se non a quello di un logoramento e, paradossalmente, di un allontanamento dalla società che, gli preferisce qualsiasi altra attività ludica e, consapevolmente ne ignora la presenza?

Sono venuta alla conclusione che la Poesia è davvero una sfida, una <fede> ultima di una deontologia fuori moda, non più avvertita, ma non del tutto stremata, né inquinata, che una missione di trascendenza fa salda nei cuori e nella mente di pochi adepti, di cui non abbiamo consapevolezza alcuna. Vi è dentro di noi un tarlo, o piuttosto un folletto che ci grida e ci prospetta la follia di pochi attimi di luce, che resteranno a trascrivere la nostra storia.

È un atto di coscienza, una proclamazione di innocenza e di disponibilità verso quelle forme di elezione che ci fanno diversi. Vi è un sottofondo masochistico nella produzione di Poesia oggi? Chissà.

Sta di fatto che, malgrado sia bandita dai circoli elitari e dal giro delle grandi Case Editrici Elitarie, essa persiste a voler fornire il segno di una profonda e inalienabile istanza culturale, che è il marchio vero della nostra umanità pregressa: una sorta di vademecum che recita pressappoco così: “Poeta fosti il pazzo di turno? ora vai, invadi i tuoi spazi, i tuoi luoghi/ semina a livelli di fede il tuo linguaggio( e proteggilo, fanne vicenda di Luce/ percorso di un livello spirituale superiore/ non importa se il mondo t’ignora o ti ama/ non è necessario che lo faccia…/Tu, poeta, persegui l’utilizzo della parola alta/ fanne strumento deontologico della tua avventura terrena/ non demordere, insisti…/Questo è un mio personale giudizio. (sono miei i versi) Ecco, come può interagire la poesia col mondo circostante. Il mondo ne può fare a meno, ma egli (poeta) non può desistere dal credere nell’adesione incondizionata al suo microcosmo, che lo porta a creare dal nulla l’elevazione del pensiero.

Perciò, si proietta nella capacità inventiva, nella ricchezza inalienabile del suo virtuale riscatto, e rende fecondo e unico il mistero che lo ha privilegiato. Perché, credetemi, essere poeti non è una sottrazione, è, invece, un’addizione a (ri)creare in un mondo fantastico le condizioni migliori per dire io c’ero. Un progetto un po’ ambizioso di immortalità per chi ci crede. 

Essere un poeta oggi è come  voler redigere e tramandare un attestato di verità conclamata da principi naturalistici, che infiammano il cuore, la mente dell’uomo, il cui  linguaggio diventa un idioma per non morire, per principiare, ancora e ancora, il risultato di una potenzialità amara che, seppure disgiunta, da un suo concatenamento sillogico, come lo può essere l’estremismo minimalista e arido offerto dal panorama degli ultimi decenni, preme e insiste per restare un obiettivo di equilibrio, una forza moderatrice di tanti, di troppi mali e lacerazioni. A fronte di essi si staglia grande, immensa, come un sole d’estate, il principio di una costruzione fantasiosa, bizzarra e irriducibile, quale può essere la pretesa di fare poesia.

NINNJ DI STEFANO BUSA’