“L’ombra dell’anima” di Sandra Carresi, recensione a cura di Lorenzo Spurio

L’ombra dell’anima

di Sandra Carresi

con prefazione di Katia Petrassi

Editrice Urso, Avola, 2012

ISBN: 9788896071632

Prezzo: 9,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

 Chissà quando questo fiume

bacerà il mare,

con quanta nostalgia

ricorderà la salita.

(Da “Eppur è amore, p. 10-11)

Dopo “Dalla vetrata incantata” (Lulu Edizioni, 2011) Sandra Carresi torna con una nuova silloge di poesie, introdotta da Katia Petrassi, redattrice del sito “Racconti Oltre”, ideato da Luca Coletta e sul quale Sandra Carresi pubblica ogni settimana poesie e racconti brevi.

La prima impressione che si ha approssimandosi a leggere questo libro, complice la copertina – che, però, non è stata scelta dall’autrice- è che il contenuto sia principalmente volto all’analisi della componente emotiva e psicologica della poetessa, specchio della donna contemporanea. L’anima, come esplica il titolo, ha un’ombra, una zona liminare, di confine, difficile da individuare. Una sorta di alone onnipresente che funge da involucro e che la protegge ma che è allo stesso tempo un ulteriore riflesso della complessità umana di sentimenti, sensazioni, ricordi. E’ con questa prospettiva che ho iniziato la lettura di questo libro – fino per la quantità di pagine ma enorme per la stupefacente capacità di Sandra Carresi di mettere nero su bianco il vissuto.

La silloge si apre con una poesia brevissima dal titolo “Non vengo a trovarti” nella quale la poetessa si lascia andare a un ricordo particolarmente vivido in cui l’uso del condizionale ci fa intendere che qualcosa non è andato come avrebbe voluto. L’impossibilità della poetessa di “ritrovare” la persona è forse dovuta a un episodio amaro che nel frattempo è accaduto di cui Sandra Carresi non parla ma che non abbiamo difficoltà a capire.

Sono numerose le poesie qui raccolte che celebrano la natura, sia essa vegetale che animale, fiorente quasi a voler sottolineare come in un mondo frenetico preso dalle logiche del mercato e dominato da individualismi e comportamenti utilitaristici, la natura rappresenta ancora quel mondo felice, incontaminato nel quale poter immergersi per riscoprire la tranquillità. La natura va dunque osservata, interpellata ed è necessario intrattenere con essa un dialogo costante come, appunto, la poetessa fa nelle liriche “Il Tiglio” o in “Poiana” in cui la vista di un veloce rapace che vola, volteggia e poi fugge, ricorda alla poetessa il tempo vitale che sfugge e che termina con la morte.

Come avevo avuto modo di osservare nella prefazione a “Dalla vetrata incantata”, la poetessa è una attenta descrittrice della natura e in maniera particolare nel suo continuo riferirsi o richiamare la primavera si evidenzia l’importanza dei cicli di rinascita, del fiorire di una nuova realtà, del riappropriarsi di una vita dopo un momento difficile o di calma apparente. La natura, i cicli stagionali, l’acqua, le stelle, l’attenzione per le varie tinte, mi consentono di affermare che la poesia di Sandra Carresi è di stampo modernista, suggestionata appunto dalla grande ricchezza naturale ma lo è anche nel contenuto stesso delle liriche. Ciò che ne fuoriesce è un fine encomio nei confronti della Madre Terra, intesa come divinità primordiale e in tutte le sue manifestazioni “pratiche”: la Natura, appunto, ma anche la Donna, il suo sentire, la sua femminilità, il senso di maternità, il legame alla terra. E questi due aspetti si fondono in una lirica, “Il Passo” dove scopriamo un sentimento panico di identificazione della donna con la natura: “E Io…,/ che sono/ donna, farfalla,/ pantera e sirena” (p. 46).

Dalle pagine di questo libro traspaiono anche momenti forti e difficili che la poetessa ha dovuto affrontare durante la sua vita: “mi sono alzata a fatica/ ero ferita” (p.12) scrive in “I giganti”. Sono state prove della vita, decisioni di un destino beffardo, infide casualità che di certo hanno fatto di lei una donna più matura, saggia, consapevole. Sono “giganti” che appartengono al passato, perché vinti, ma come osserva “Io, non dico mai sconfitti/ potrebbero ritornare” (p.12).

Numerosi e interessanti i riferimenti e gli omaggi ai familiari della poetessa, come al coniuge in “Sto con il re del mondo” o al figlio in “Un laboratorio di idee”, metafora di uno spazio un po’ caotico dominato da matite e libri eco-design che un po’ infastidiscono la poetessa, non tanto per il loro disordine, ma perché occupano i pensieri e la vita di suo figlio, quasi a sentire una velata gelosia: “Forse,/ loro ne sanno/ più di me/ sui tuoi sogni,/ e questo disturba/ la mente e/ mortifica il mio cuore” (p. 15). La figura del figlio ritorna in un’altra lirica, una delle più belle dell’intera silloge, in cui il ragazzo veste i panni del “Re di quadri”, un amante dell’arte, ricco di idee e progetti, un poco disordinato ma amorevole per il suo atteggiamento con la madre.

La poetessa ferma il tempo prendendo degli attimi e trasponendoli sulla carta: “Prima che/ la sera tolga/ la luce a questa/ gelida giornata,/ voglio fotografare con/ gli occhi della mente,/ questo momento di vita” (p. 40). Li seleziona, li cristallizza, quasi per renderli eterni come in “Questa notte”, una lirica densa di tonalità che si allineano e uniscono con i suoi sentimenti fino ad osservare “Questa notte/ è intraprendente./Il suo scuro/ e vellutato mantello,/ questa notte/ avvolge/ anche me” (p. 22-23).

Interessante la riflessione che Sandra Carresi fa in “Le parole”: le parole scritte e le parole pronunciate – anche se sono le stesse- non hanno uguale significato. L’apporto gestuale, mimico, espressivo, sono decisivi nella comunicazione di un messaggio. Difficile stabilire dallo scritto il tenore di una comunicazione mentre dal parlato, dalla vicinanza con l’interlocutore, siamo in grado di individuarne il messaggio: “la lama o il bacio” (p. 34).

Chi è l’autrice?

Sandra Carresi è nata a Firenze. Ha lavorato all’ARCI di Firenze fino al 2011, anno in cui è andata in pensione. Molte delle sue poesie e racconti sono state pubblicate sul sito letterario Racconti Oltre e sul suo blog personale. Ha pubblicato varie raccolte di poesia: “L’ombra dell’anima” (Editrice Urso, Avola, 2012), “Dalla vetrata incantata” (Lulu Edizioni, 2011), “Una donna in autunno” (Ilmiolibro, 2010) e alcune raccolte di racconti: “Ritorno ad Ancona e altre storie”, scritto assieme a Lorenzo Spurio (Lettere Animate Editore, Martina Franca, 2012), “Non mi abbraccio, mi strizzo” (Ilmiolibro, 2009), “Battiti d’ali nel mondo delle favole”, scritto assieme a Michele Desiderato (Il miolibro, 2008).

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“I giorni, le ore” di Paola Surano, recensione a cura di Lorenzo Spurio

I giorni, le ore

di Paola Surano

Editrice Urso, Avola, 2012

ISBN: 9788896071885

Costo: 9,50

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

..e ti ritrovi a contemplare

sprazzi della tua vita

senz’ordine e senza ragioni.

E tuttavia ti emozioni.

(Da “Il Passato”, p. 29)

La poesia di Paola Surano risulta al lettore estremamente piacevole perché fresca e attuale nei contenuti e perché la poetessa è capace di cogliere dal mondo che la circonda una serie di suggestioni che provengono da differenti campi dell’esperienza: il ricordo del passato che aziona nella mente un fulmineo e immateriale flashback, la celebrazione di paesaggi incontaminati dall’uomo nei quali – pure – si ravvisa una presenza religiosa, le serate di musica jazz e tanto altro.  In questo percorso, il tempo è cruciale come indica lo stesso titolo della raccolta “I giorni, le ore”. Il primo componimento dal titolo “I giorni” è uno spaccato di quotidianità: ci sono giorni felici, altri tristi, alcuni in cui siamo in dolce compagnia, altri in cui sprofondiamo in una tetra solitudine ma per quanto possiamo trascorrere momenti “tetri senza sorriso”, si ravvisa sempre un fondo di luce buona, “ e nonostante, viviamo” (p. 7). Si capisce dalla prima lirica che la poetessa ha una grande coscienza del valore della vita che, appunto, con questa ricca silloge, celebra in maniera lodevole.

Si potrebbe azzardare col dire che la poesia di Paola Surano sia di tendenza crepuscolare, vedendo in questa accezione non tanto descrizioni di quadretti mesti di situazioni di dolore o di vittimismo o di quella che Gozzano definì “le buone cose di pessimo gusto”, ma nella semplicità delle immagini che la poetessa narra: un bambino che si stupisce del volo di una farfalla, un viandante instancabile che non dà valore al suo tempo mortale, un uomo al mare che, solo, getta sassi verso l’acqua, quasi con un moto di ribellione nei confronti del suo stato. La solitudine, in effetti, ritorna più volte nel corso dell’intera silloge, quasi a voler ricordare come l’uomo, pur essendo spesso attorniato di gente, può sentirsi psicologicamente solo, in balia dei suoi soli ricordi: “Io so come è vuota la mente/ come è fredda l’anima/ quando è sola” (p. 10). La più chiara espressione di sensibilità crepuscolare della Surano, un miscuglio di realismo amaro attraversato da spiragli di luce e speranza, si ritrova forse in “Come un giardino in inverno” dove in mezzo a tanto freddo, foschia, buio e desolazione, la poetessa scorge “solo qualche sempreverde” (p. 13).

“Serata jazz” si discosta, invece, da questa impostazione quasi che per la sua carica sonora, energica e dirompente possiamo avvicinarla a una poesia futurista: “[le note] che si innalzano/ si rincorrono, si fondono/ s’assottigliano/ s’assomigliano” (p. 16). I versi scandiscono un incedere impetuoso e cadenzato che ci fa immaginare molto bene la situazione alla quale Paola Surano si è ispirata.

In “Ti ho aspettato” si respira il senso di angoscia misto a un fremito d’impazienza della poetessa nei confronti di un qualcuno, l’attesa logorante è però mitigata dalla vista delle stelle in cielo che sembrano quasi traghettare l’animo della donna verso il finale molto positivo. Le stelle per Paola Surano non sono una semplice rappresentazione della grandezza del nostro Creatore ma molto di più: rappresentano quella parte di mondo che è altra da noi, lontana anni luce, difficilmente identificabile ma che ci dà luce, ci fa interrogare e la cui presenza è per la poetessa necessaria (non a caso il titolo di una sua precedente silloge era proprio “Alla luce di un’unica stella”, Ibiskos Editrice, 2000, da me recensito qui).

La poetessa ci fa fare un viaggio nel tempo: un percorso tra i momenti passati rievocati attraverso dei flashback (in particolare nella poesia “Il Passato”, p. 29) che, forse, portano con sé un po’ di nostalgia e rammarico, nel presente liquido che sfugge, difficile da definire e da afferrare come vorremmo, nel futuro imperscrutabile in cui in ogni secondo il presente si trasforma (“non sapevi che il futuro non si aspetta/ non sapevi che il futuro va vissuto: poi è subito passato”, p. 26): ci sono analessi, prolessi, accelerazioni e rallentamenti come se ci trovassimo in un romanzo picaresco. In “Dopo di te” Paola Surano osserva “e il tempo passa/ troppo lentamente” (p. 25). E’ sempre così quando dobbiamo riscrivere la nostra realtà dovendo far a meno di qualcosa o qualcuno che è venuto a mancare per sempre.

E in effetti le poesie di Paola Surano sono un continuo miscuglio di tempi ormai andati, di altri a venire e di quello che ci è toccato di vivere al presente, quasi che la caratterizzazione di passato-presente-futuro stia troppo stretta alla poetessa che, invece, ama fare continue e preziose incursioni nel tempo andato o pensieri di speranza nel tempo a venire. Il presente così non è altro – come aveva già sostenuto S. Agostino partendo da altre considerazioni – il tempo unico dal quale tutto diparte: passato e futuro sono proiezioni della mente, il primo non possiamo riprendercelo, il secondo non possiamo conoscerlo se non fantasticando.

Non manca nella silloge una chiara attenzione della poetessa nei confronti del sociale, ravvisabile ad esempio in “Distratta-mente” dove a un mondo televisivo patinato fatto di sponsor e di belle immagini ritoccate che pubblicizzano prodotti (chiaro riferimento al consumismo esasperato) si stagliano, invece, immagini di derelitti, poveri, scene da vera tragedia greca “fiumi di sangue, aerei impazziti/ i carri armati/ -e gli uomini bomba!” (p. 17). Forte il tema sociale anche in “Solo un elenco” (p. 42) nella quale Paola Surano ricorda il clima rivoltoso, sessantottino, la propaganda femminista ma anche il clima di terrore degli anni ’70 “terrorismo, BR, gambizzati/ morti ammazzati, rapimenti/ avvertimenti” (p. 42). Segno di una Italia ormai distante e che, forse, in troppi hanno finito per dimenticare.

La silloge si arricchisce di quadretti paesaggistici multicolori dei quali ci sono dati anche le sensazioni che provengono dall’udito e dall’odorato: “Di luce di albe rosate/ e tramonti infuocati/ scrivo/ di colori e profumi/ che abbiamo conosciuto” (p. 23).

Paola Surano ci accompagna in un mondo che a una prima vista potrebbe sembrare triste e monocromatico ma che evidenzia, invece, il potere della speranza, la grandezza del sentimento e l’importanza di credere in noi stessi. Sono poesie che generalmente partono da uno sguardo attento ma critico nei confronti di una realtà abbandonata, in stasi (un giardino in inverno) o, diversamente da un evento in moto (una tempesta) per giungere però alla comprensione che il mondo è fatto di luci ed ombre, di gioie e dolori, donandoci così una stupenda esegesi delle nostre esistenze terrene. Il messaggio che ne fuoriesce è estremamente positivo: siamo padroni di noi stessi e siamo noi a contribuire al nostro destino: “Il mondo aspetta di essere inciso/ dall’orma dei tuoi passi” (p. 40) è il promettente invito che la poetessa fa a un bambino appena nato ma che, credo, si rivolga a ciascuno di noi, qualsiasi sia la nostra età o la nostra cultura.

Chi è l’autrice?

Paola Surano è nata a Busto Arsizio, dove ha svolto per trentacinque anni la professione di avvocato; in pensione dal 1 luglio 2011, continua a svolgere l’attività di giudice tributario presso la Commissione Tributaria Provinciale di Varese. Scrive poesie e racconti dagli anni del liceo classico e ha “avuto il coraggio” di togliere le sue poesie dal cassetto negli anni ’90, sulla spinta del gruppo “Scrittodonna” attivo presso il Liceo Pascal di Busto che pubblicava annualmente un “Agendario” dove venivano inserite poesie a margine dei giorni della settimana. Partecipa a vari concorsi di carattere nazionale, ottenendo lusinghieri riconoscimenti. Ha pubblicato tre raccolte di poesie “Alla luce di un’unica stella” (Ibiskos Editrice, 2000), “La vita in sottofondo” (Pensa Editore, 2011) e “I giorni, le ore” (Editrice Urso, 2012) e un libro di racconti “Nell’anima/nel mondo” (Oceano Editore, 2000).

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA RECENSIONE IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

E’ uscito “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, una raccolta di aforismi

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio, dopo la silloge “Per una strada” (Ravenna, SBC Edizioni, 2009) torna con un nuovo pregevole lavoro. “Pensieri minimi e massime”, edito da Photocity Edizioni è una corposa raccolta di aforismi, la maggioranza dei quali vertono sulla poesia.

L’opera è arricchita da una Prefazione a cura di Luciano Domenighini e una postfazione a cura di Lorenzo Spurio.

CLICCA SULL’IMMAGINE CHE SEGUE PER ACQUISTARLO.

“Per una strada” di Emanuele Marcuccio, recensione a cura di Nazario Pardini

Per una strada

di Emanuele Marcuccio

Ravenna, SBC Edizioni, 2009 

ISBN: 9788863470314

Recensione a cura di Nazario Pardini 

Come un treno,

che passa e vola via,

i binari scintillano,

vano è il paesaggio,

fuggente l’attimo,

istante per istante

corre via,

etereo vapor brilla.

Questa è la vita. Qui il suo scorrere veloce. Qui la sua fugacità. Eppure un “etereo vapore” resterà a brillare. E qui, dunque, anche la speranza. Linguaggio personale e altamente metaforico quello di Marcuccio che ci arriva con immediatezza per il suo dire vicino alle nostre corde sentimentali. Sì, la vita fugge, ma sarà la voglia dell’Eterno a sopperire a questa fragilità. Il fatto di essere umani ci spinge ad azzardare lo sguardo oltre i confini, ad ambire ad un novello viaggio odissaico. E in questo azzardo, partendo da quelle che sono le problematiche reali del nostro esistere, sembra trovare, il poeta, il nesso principale della sua poetica.

Opera elegante, Per una strada, raffinata per veste grafica, e immagine di copertina, in cui, la strada illuminata da un sapido tramonto che si perde nell’incognito, ci dà l’idea di quella che sarà la forza evocatrice della poesia di Marcuccio. La sua filosofia di vita: essere ed esistere per amare, non solo eroticamente, ma per amare, dal profondo del cuore, l’arte, la letteratura, la pittura, la natura!, la natura sì!, in tutte le sue paniche sfaccettature. E sarà la natura stessa ad accompagnare il poeta in questo suo plurale e contaminante percorso. E’ lei che si assume il compito di rivelare in gran parte i segreti più intimi dell’autore. Perché il Nostro affronta gli aspetti più disparati della realtà: quelli  emotivo-esistenziali, quelli artistici, quelli civili. E con energia linguistica, con innovazione verbale, con l’uso anche di un lessico arcaico in particolari nessi letterari, esonda tutto se stesso. Il verso scorre leggero, fluido, chiaro, come l’acqua di un torrente alla sorgente, dove lucide traspaiono le pietruzze dal suo fondale. E così si snoda la poesia di Marcuccio. Varia e articolata, ma sempre arrivante e suasiva per l’efficacia delle immagini nitide e vissute con grande intensità emotiva. E gli argomenti toccano gli ambiti più scottanti della vita nazionale: la memoria della strage di Capaci “Affrontiamo con forza, / ricordiamo i passati lutti, / giammai dimenticati…”; il tema della pace “E con questo amore / lacrimante e piangente, / o Speranza, da’ a noi / un’alba di pace!”; l’inquinamento “e il sole non sparmierà / i suoi dardi infuocati, / sulle umane genti / la sua collera piomberà”; il diboscamento “Indisturbata avanza / la macchia grigia, / fuoco e fiamme / sull’inerme foresta”. Fino a tematiche esistenziali quali la vita, l’amore, la felicità; o letterarie: “A Vittorio Alfieri”, “A Giacomo Leopardi”. Ma a dare compattezza e unicità al dipanarsi del tessuto poetico c’è un senso di malinconia, e una profonda coscienza di essere, che renderebbero umano, troppo umano il messaggio dell’autore se non intervenisse quell’aspirazione a un “Eterno” che convalida e rende prezioso il fatto di esistere pur nello spazio ristretto di un soggiorno. Direbbe il poeta: “La vita sarebbe virtuale se non intervenissero la speranza, la memoria, e l’amore ad aprirne un’uscita.”

a cura di Nazario Pardini

Arena Metato (Pi), 25 maggio 2012

 

Nazario Pardini è ordinario di Letteratura Italiana, poeta, critico letterario e blogger, collabora con riviste specializzate. Ha pubblicato oltre venti libri di poesia e racconti. Saggista, ha curato più di cento prefazioni ad autori contemporanei. È componente di giuria in diversi Premi Letterari. (È laureato in Letterature Comparate e in Storia e Filosofia). Sulla sua opera letteraria hanno scritto tra i tanti, anche Mario Luzi e Giorgio Barberi Squarotti.

È SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Supersonica”, poesia di Emanuele Marcuccio con commenti critici di Luciano Domenighini e Cinzia Tianetti

SUPERSONICA[1]

(poesia di Emanuele Marcuccio)

Arcata superiore

sopraelevata

in ala a tutti

sfreccia e rincorre

il tempo e il suono

squarcia lo spazio

riduce durata di luce

in eco

nel ribattere veloce

(16/10/2010)


Commento a cura di Luciano Domenighini

“Supersonica” è la più moderna delle liriche di Emanuele Marcuccio non tanto perché abolisce la punteggiatura ma perché è indefinita nel soggetto.

È un vocativo di nettezza abbacinante, metallica, quasi onirica, totalmente “fisica”, spazio-tempo-suono-luce, di dimensione surreale.

Le due sintetiche forme modali al 3° e 8° verso (“in ala”, “in eco”) le conferiscono eleganza e leggerezza.

A CURA DI LUCIANO DOMENIGHINI                                                        

8 maggio 2012

Commento a cura di Cinzia Tianetti

Si potrebbero immaginare dieci aerei in formazione in acrobatici disegni, eppur non è solo un’immagine sospinta dal significato che sovviene alla mente a dedicare l’intera poesia, sono le figure ben disposte nel verso, la loro geometria, che danno l’idea, attraverso la formazione delle parole alle labbra; basta pronunciare sostantivi come “Arcata”, “Ala”, o verbi come “sfrecciare”, “squarciare” per sentirne la spigolosità come di lamiera. Ed ecco figurarsi linee che uniscono coppie di vertici, rette da cui nascono semipiani, superfici, assi, facce, di corpi d’uccelli futuristici in un cielo casa del padre e della madre delle rotondità[2], del morbido, dolce etereo trascendere.

Come negare che dalla notte dei tempi l’uomo abbia sempre aspirato a volare?

Ha imparato a camminare eretto, a sfamarsi, ad accendere il fuoco e scaldarsi, a vivere in comunità sempre più complesse, a costruire utensili, a spostarsi per lunghe distanze in modo sempre più veloce, e quest’ultime cose sono nate dal senso del proprio limite. L’uomo non volerà mai. E nondimeno lo ha sempre voluto, rinascendo nell’idea di riuscirci, se pur solo in sogno, e in questo si percepisce quel senso di malinconia, primordiale, come il desiderio che vi sta dietro. Desiderio di essere volatili e desiderio di ciò che volare simbolizza: la “liberazione”, anche dalle miserie umane, e dal proprio corpo; l’ “ultraterreno” per quel sentimento di spiritualità che attanaglia il cuore, e per il desiderio di essere ad immagine e somiglianza di Dio. E così dal senso di impotenza la potenza dei motori di aerei che toccano le vette dei cieli, e pattuglie che giocano a rincorrere e superare la velocità del suono; eppure non vincono, perché il loro raggiungere tale velocità non è una costante, inevitabilmente ritorneranno a giocare con acrobatici disegni come scongiuri; a rincorrere il tempo, il suono, la luce, a volere squarciare lo spazio. E tutto questo non è nella volontà di quegli aerei che si impongono, ma di coloro che li guardano e sospirano: il poeta, il bambino, l’uomo.

A pensarci bene, una freccia tricolore in cielo, qual contrapposizione, ovvero qual connubio.

Velocità superiore al suono: “Supersonica”, recita il titolo, eppure si legge “sfreccia e rincorre / il tempo e il suono”.

Contraddizione?

Direi di no, qui ha inizio l’aspirazione poetica dell’intera poesia. Aspirare: significante in cui si sposano, convergendo, il “trarre a sé”, sopraelevandosi, il divino, e ciò a cui tende il desiderio “Arcata superiore / sopraelevata / in ala a tutti”, che, riprendendo il concetto del quasi onirico, accennato dal critico Domenighini, sembra esprimersi nel sogno dell’illusione visiva:  “squarcia lo spazio / riduce durata di luce / in eco / nel ribattere veloce”. E si può ancora dire che la tensione tra il termine “Supersonica” ed il verso “sfreccia e rincorre / il tempo e il suono” mostra e produce per l’intera poesia,  ancora una volta, tra il reale e il sogno, tra desiderio e azione, quel senso di malinconia e di nostalgica voglia di volare in altre ali, con gli occhi  rivolti in acrobatiche fugaci colorazioni del firmamento.

La visione di segni nel cielo, mezzo con cui l’uomo ha superato se stesso, proiettano nello spettacolo la potenza d’espressione, ma contravvenendo alla regola di scrivere di qualcosa provando a dire cosa è, o cosa rappresenta (ovviamente nei limiti di quanto, di fatto, oggettivo potrebbe essere il nostro dire), si potrebbe scrivere di qualcosa dicendo cosa non è, o meglio, cosa non è nel segno-parola che utilizza per veicolare l’ignoto messaggio riposto, e questo riconduce all’uomo rappresentato nella poesia dall’osservatore (mi piace pensare il poeta stesso)  intento a contemplare, ammirato, toccato nell’intimo, quel momento che vorrebbe suo, con cui vorrebbe identificarsi per “essere”; senza che rappresenti altro.

Se vi è contraddizione essa sta tra l’invenzione di mezzi, che potrebbero far toccare l’agognata “sensazione” e “consapevolezza”, e la loro stessa insita limitatezza, e, al di sopra di essi, la nostra, perché fondamentalmente incapaci di raggiungere la superiorità ambita e creduta da ciò che siamo.

Infatti, in definitiva, se si considera la giustapposizione tra l’aspirazione umana e la macchina la contraddizione è forte, come dire: io voglio volare, come nei sogni stare al di sopra di tutto e sentirmi libero, voglio avvicinarmi al divino, essere divino, ma non potrò farlo e la stessa mia invenzione non elimina la mia limitatezza, né tantomeno la sua perché non ha vinto sul suono, né sul tempo.

 

A CURA DI CINZIA TIANETTI                                                                                  

16 maggio 2012

 

 POESIA E COMMENTI PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DEGLI AUTORI. È VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO ARTICOLO SENZA IL PERMESSO DEGLI AUTORI

 


[1] La poesia è liberamente ispirata allo spettacolo delle frecce tricolori. Stampata nell’antologia manoscritta di autori vari, in tiratura limitata di una singola copia cartacea Pensieri e Parole a mano libera, 2011. Il singolo volume è stato messo all’asta per beneficenza, iniziativa a sostegno della fondazione “Città della Speranza”.

La poesia sarà pubblicata entro novembre 2012, insieme ad altre tre, nel volume antologico Immagini, edito da Editrice Pagine.

[2] Da intendersi sia come, per contrapposizione, relazione tra la geometria dell’aereo, invenzione umana, circoscritta, legata ad una forma spaziale e numerica, all’impalpabilità del cielo, dalla forma “informe”, dalla non spigolosità, morbido come una coltre formosa e rotondeggiante. Sia come, muovendosi sul filo delle parole “padre e madre”, senso del divino, che l’uomo ha sempre attribuito al cielo, luogo dello spirito, dell’incorporeo, legandosi al desiderio di Dio e al tendere ad Esso (maschio e femmina); permettendo che in cielo avvenisse quell’unione dell’umano (geometria, numero, forma, aereo) con il trascendente, il soprannaturale (morbido dolce etereo cielo, casa, padre/madre); dell’invenzione (artificio) col sogno; che in definitiva è espressione del desiderio.

Intervista ad Antropoetico, autore di “Asimmetrico”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Antropoetico

Autore di Asimmetrico

Lettere Animate Ediotre, 2012

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

AP: Nel senso letterale di essere fuori simmetria dal punto di vista delle percezioni, non lineare in modo simile a una catasta di legno in cui qua e là fuoriescono degli spuntoni. Le emozioni della vita hanno deformato la mia anima che ha assunto, in tal modo, forme diverse nei punti dove ha incassato i colpi.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AP: Nel mio caso gli scritti poetici sono essenzialmente riferiti alla mia esistenza, alle emozioni che hanno trapassato i momenti della vita. Nella poesia esce il mio io più profondo. Raccontare sé stessi vuol dire raccontare gli altri nello specchio riflesso della vita. Se ho cominciato a scrivere poesie è stato proprio per dare sfogo a quel torrente in piena che avevo dentro, quel bisogno di comunicare il mio stato d’animo così forte e impetuoso a tal punto da non poter più smettere di scrivere.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AP: Bufalino ha sicuramente un certo fascino descrittivo, anche Pessoa per certi versi mi emoziona ma sicuramente il maestro nella descrizione dell’amore e di tutte le sue svariate sfumature è Pablo Neruda. Non ho una tendenza di riferimento, credo che la poesia debba arrivare nella mente e nel cuore al di là di schemi predefiniti. Lo scopo è generare un’emozione nell’anima di chi legge, trasmettere qualcosa che si ha dentro  che possa essere o diventare patrimonio anche dell’altro.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

AP: Sono sicuramente un’anomalia nel campo degli scrittori, in quanto, in realtà, ho letto pochissimo degli altri autori. Quello che ho nel cuore è “Todo el amor” di Pablo Neruda perché lo trovo molto umano e sincero con tutte le sfumature più intense dell’amore.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AP: Come già evidenziato in precedenza il più interessante dal mio punto di vista è Pablo Neruda, un vero talento capace di scuotere da cima a fondo l’anima di chi legge.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AP: Mai provato. Potrebbe essere un’esperienza nuova, interessante a livello di sperimentazione anche se sicuramente, come in un matrimonio, possibile solo con una grande armonia espressiva e una comunione emotiva.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

AP: La poesia è sicuramente più attraente per le persone sensibili, per coloro che portano addosso i segni di vite difficili o complicate. Credo che sia il dolore la prima porta che apre al mondo della poesia. Una volta entrati però ci si accorge della complessità del mondo che essa rappresenta capace di toccare tutti gli aspetti della vita includendo quindi anche la gioia, la passione, la rabbia, la riflessione, insomma l’intero universo emozionale.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

AP: Purtroppo nel mondo editoriale attuale è facile imbattersi in faccendieri spregiudicati, in editori improvvisati che spesso speculano sugli autori emergenti e sulla loro voglia di comunicare quello che hanno dentro. Questi individui fanno soldi facendosi pagare lauti “contributi” per pubblicare le opere, a volte obbligando l’autore all’acquisto di un determinato numero di copie del suo libro. Il loro business consiste solo in quello e non danno nessun tipo d’assistenza allo sprovveduto malcapitato. Spesso tengono nascosto il numero di copie vendute per lucrare ulteriormente non corrispondendo i dovuti diritti d’autore al proprietario dell’opera. Tuttavia, a fianco di questi veri manigoldi, esistono case editrici “serie” a partire dai grandi nomi ben conosciuti fino ad arrivare a piccole realtà ( per ora almeno ) come “Lettere Animate” che pubblicano senza contributo se ritengono la pubblicazione meritevole di divulgazione e che fanno sentire la loro presenza costante all’autore mettendo in campo professionalità, diffusione  dell’opera, perfino la realizzazione di video di presentazione e eventi promozionali. Il mio giudizio su “Lettere Animate” è totalmente positivo e mi fa ben sperare per le prossime pubblicazioni.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

AP: Ho partecipato in precedenza ad alcuni concorsi letterari e sono stato inserito in un paio di  raccolte poetiche con gli altri partecipanti. Personalmente non amo la competizione dei concorsi, tuttavia la partecipazione alimenta il confronto e porta dunque inevitabilmente a cercare di migliorare. Nella giusta dose può integrare il percorso formativo di un autore.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

AP: In alcuni casi può essere decisivo per la sublimazione di un’opera, per aggiustare con gli occhi altrui quei particolari che magari sfuggono alla nostra attenzione, in altri casi il rischio concreto può essere quello, al contrario, d’importare una contaminazione di stile non auspicabile. Consiglio a chi scrive di mantenere sempre e comunque la sua originalità.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AP: Non ci trovo nulla di male. E’ naturale che parlando, ad esempio di amore, si finisca inevitabilmente in percorsi già tracciati da molti altri autori. L’abilità consiste proprio nel saper dire la stessa cosa in modo diverso. Facciamo l’esempio letterario della pioggia. Se parliamo d’essa è molto difficile creare variazioni sul tema eppure c’è sempre quel particolare in più che se colto, può fare, la differenza. Un fenomeno recente di cui ho notato la diffusione recentemente, nella esasperata ricerca di differenziarsi a qualunque costo, non sempre con risultati eccellenti, è stato quello delle immagini “non sense”; cito ad esempio una frase esemplificativa “Nell’alto dei cieli una volpe di ghiaccio volava con ali di effimero alabastro”. Personalmente preferisco rimanere quasi sempre più in contatto con la realtà che mi circonda anche se, a volte, non ho disdegnato cimentarmi in poesie di tal genere.


a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista ad Adriana Gloria Marigo, autrice della silloge poetica “Un biancore lontano”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Adriana Gloria Marigo

Autrice di Un biancore lontano

Lietocolle editore

  

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

AGM: Il titolo corrisponde esattamente al senso che vivevo nell’estate del 2009 mentre preparavo la silloge e che costituisce il mio sentimento di vita: nel profondo so che oltre la complessità del quotidiano esiste un luogo bianco, una chiarità più che altro, che lentamente risale e viene a sciogliere i cappi del reale. E’ in sostanza la fiducia, cui dobbiamo attingere per tutto il tempo che ci è concesso.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di là di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AGM: La poesia è un aspetto molto particolare della letteratura, poiché nasce da una “occasione privilegiata”: il contatto diretto con la materia viva, pulsante della psiche che chiede di essere messa sulla carta, senza perdere tempo. Poi può intervenire un lavoro di rifinitura, di cesello, ma il lavoro primario lo fanno ragione e sentimento insieme. Per questo il poeta è stato visto come abitato da un demone e ancora, nel pensiero popolare, si guarda al poeta come a un eccentrico, a una sensibilità delicata, rarefatta. Il poeta è una fucina di creazione: tutto il fuoco, la materia per la fusione provengono dal suo mondo interiore e dal suo sguardo sul mondo.

La letteratura non è un modo semplice per raccontare storie di sé e di altri: richiede costante attenzione a sé e al mondo, una relazione biunivoca che includa  la lettura delle opere di autori di valore, in primis i classici; richiede un lavoro di affinamento continuo del lessico che, sul piano psichico, corrisponde alla conoscenza di sé, del proprio limite e possibilità di spingerlo un po’ più in là.

L’opera di uno scrittore – poeta, romanziere, saggista – è efficace quando riesce a instaurare con il lettore un rapporto di empatia il cui risultato è la trasformazione della coscienza. Compie in sostanza l’opera maieutica.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AGM: Premetto che non nutro grande interesse per la narrativa italiana e straniera attuale, mentre per la poesia ho una attenzione naturale, anche per il fatto che trovo più interessanti la capacità espressiva, i modi della poesia, più di quelli del romanzo nel nostro paese. In generale ritengo che la poesia stia procedendo fervida e producendo opere ustionanti.

Sono affezionata agli autori che raccontano imprimendo atmosfera psicologica e di sentimento: Stendhal, Yourcenar, Marai, Saramago. Adoro i libri di Zambrano, Hillman, Cheng, Pinkola Estés, Panikkar. Non posso fare  a meno di tacere che amo rileggere i Presocratici, Parmenide in particolare.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

AGM: Memorie di Adriano sopra tutto: Yourcenar dipinge perfettamente il tormento dell’uomo e dell’imperatore creando sullo sfondo storico e geografico un raro equilibrio narrativo di forma e sostanza.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AGM: Certamente la lettura di quelli che ho citato sopra tra i narratori. I poeti che hanno avuto un ascendente su di me sono quelli verso i quali sento una “corrispondenza d’amorosi sensi”: Leopardi, Montale, Quasimodo, Jimenez, Dickinson, Cvetaeva. Ora sto scoprendo la splendida poesia di Pierluigi Cappello: Mandate a dire all’imperatore è di una bellezza che mi commuove.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AGM: Sono una individualista. All’inizio, quando riconobbi in me la poesia, mi sosteneva la lettura di un amico che aveva visto prima di me le mie possibilità. Non correggeva quasi nulla, poiché il mio verso è così rarefatto che si deve tenere o buttare del tutto. Mi dava consigli per letture, niente di più. Rimango in sostanza la lettrice critica di me stessa.

Per ciò che concerne la scrittura  a quattro mani ritengo che sia un modo altro di esprimersi, un sodalizio molto consapevole tra due autori con il medesimo intento in cui ognuno è una sorta di specchio dell’altro con riflessi sinergici moltiplicanti la bellezza della stesura.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

AGM: La mia poesia non è lettura facile: richiede attenzione, uno sforzo più sul piano dell’intelletto che su quello del sentimento.  Per cui è più comprensibile a lettori introspettivi, sospinti da uno sguardo limpido sul loro interiore e su quello del mondo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

AGM: L’universo editoriale italiano mi appare molto frammentato: un mosaico di tessere policrome di  richiamo fascinoso. Ci sono piccoli editori di grande qualità, particolarmente attenti alle voci emergenti e c’è un gran numero di editori che pubblica qualsiasi voce per il solo fine del danaro.

Ho avuto la fortuna di pubblicare in LietoColle: una sorta di battesimo del fuoco che mi ha permesso, lentamente, di avviare un “apprendistato” nello scambio e nel confronto poetico con altri autori. Il fatto che una piccola casa editrice non supporti le presentazioni dell’autore, che l’autore stesso debba ricercare le location, non è solo impiego di energie proprie, ma anche possibilità di ampliamento del proprio orizzonte relazionale e poetico.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

AGM: Sono solo mezzi attraverso i quali l’autore può proseguire l’opera di “formazione” di sé stesso: i concorsi e i premi danno visibilità e aiutano l’autore a prendere coscienza del punto in cui è; i corsi di scrittura creativa possono affinare la tecnica, insegnare a focalizzare il tema. Ciò che è importante e non si può apprendere è la “materia” di cui è fatto il mondo poetico dell’autore.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

AGM: E’ importantissimo ed è un invito all’umiltà dell’autore. Che spesso è vittima di se stesso, novello Narciso.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AGM: Non c’è nulla di nuovo, ormai. I temi sono quelli universali e sono dell’avviso che i greci hanno detto tutto. Ciò che è sempre nuovo è invece l’uso della parola, i suoi accostamenti. In definitiva ciò che chiamo, in duplice senso, “creanza”.

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE QUESTA INTERVISTA INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Mauro Biancaniello, autore della silloge poetica “Hai smesso i pantaloni corti”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a MAURO BIANCANIELLO

Autore di Hai smesso i pantaloni corti

Lulu Edizioni, 2011

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

MB: E’ un inno alla costante giovinezza, il diniego dell’idea diffusa che l’adulto non voglia più calzare i pantaloni corti dell’infanzia, che si liberi dalla fanciullezza, mentre invece è la gioia dell’infanzia che c’invita a cogliere la magia del mondo.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

MB: Mentre credo che chi scrive prosa debba alienarsi da sé per immergersi nel personaggio, la poesia si presta all’autoanalisi, al racconto di sé e delle proprie emozioni.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

MB: Cerco di leggere di tutto e di tutti. Alesteir Crowley diceva che dobbiamo imparare di tutto e, in questo senso, son convinto che in ogni autore vi sia qualcosa che possa nutrire l’animo. Spiccata è la mia voglia di leggere storie ricche di veri sentimenti (Garcia Marquez e Benni in testa), tuttavia m’impongo di leggere più autori possibili. E se la narrativa moderna italiana spesso mi lascia con l’amaro in bocca, devo dire che preferisco orientarmi su autori vivaci quali Nothomb.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

MB: Devo dire che rispondo con facilità: Cent’anni di solitudine. Tutto è perfetto, la maestria in cui si legano i personaggi tra di loro, questo stile assolutamente brioso eppure introspettivo.. non troppo lungo, né troppo corto, un classico moderno giustamente riconosciuto.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

MB: Oltre all’osannato Garcia Marquez, mi influenzano gli autori che più amo, tra tutti Benni, Irving e la Dickinson. Poi, come un affamato, mi nutro di tutto quello che mi passa tra le mani, cercando d’imparare da quanto mi colpisce.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

MB: Purtroppo sono troppo indipendente nello scrivere prosa e poesia… Tuttavia collaboro volentieri con gli attori nelle sceneggiature teatrali che scrivo. Credo che in qualunque team ci debba essere un leader, altrimenti si rischia la confusione.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

MB: A persone che guardino con felicità e sincerità la persona che hanno davanti.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

MB: L’autopubblicazione di Lulu è stata semplicemente fantastica, in quanto mi ha consentito di produrre esattamente ciò che volevo.

Da autore esordiente, invece, denoto una gran voglia di far soldi che ammala l’editoria italiana: si pubblica anche merda, basta che l’autore paghi. In questo modo abbiamo troppi prodotti mediocri. Un conto l’autopubblicazione, ma se un editore non segue la propria convinzione di pubblicare libri che lo appassionano con che faccia si potrà mostrare al suo pubblico?

Bisogna investire e sostenere il nuovo, indirizzandolo correttamente. Il resto è mera speculazione cieca.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

MB: Credo che la formazione avvenga attraverso lo studio e l’esperienza. Premi e concorsi sono troppo soggettivi: l’autore si forma nel suo confronto con il pubblico direttamente, con i saldi delle copie vendute. Quindi bisogna leggere molto e scrivere tanto… oltre a far leggere e non avere paura del feedback.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

MB: Trovo spesso autori troppo innamorati dei loro libri per parlare francamente, in questo modo spesso il confronto è stato poco produttivo… ma io continuo a provarci.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

MB: Credo che sia ormai raro inventare qualcosa di nuovo, con tutto il genio che ha percorso la storia della letteratura. Basta ricordarsi di non plagiare, ma di adattare un’idea e trasformarla, rendendola propria.

a cura di Lorenzo Spurio

“Per certi versi… poeti” di Cristina Codazza e Alessandro Bertolino

Cristina CODAZZA     &    Alessandro BERTOLINO

presentano:
“PER CERTI VERSI… POETI”
(Viaggio tra emozioni, sentimenti, ricordi… con le migliori poesie di
Alessandro Bertolino e Cristina Codazza)

                           

Domenica,  13 maggio 2012  ore 16.30
  
PALAZZO MISTROT
Via Alla Fonte, 8  –  VILLARBASSE (TO)
Ingresso libero

“Serena e di stelle”, poesia di Emanuele Marcuccio con un commento di Lorenzo Spurio

“Serena e di stelle…”

di Emanuele Marcuccio

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

Giacomo Leopardi,

da «La sera del dì di festa»

Serena e di stelle

è la notte, di cielo

e di vento che sibila in me…

e pioggia e di vento nell’anima

che fischia

al tedio che l’avvolge

e volge indietro i giorni

di quei perduti dì

che mai

si volgeranno…

(16/3/2012)

 

“Serena e di stelle”

poesia inedita di Emanuele Marcuccio

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ho avuto l’occasione di leggere molti testi, alcuni anche in anteprima, prodotti dal poeta palermitano Emanuele Maruccio, e di scriverne alcuni commenti, come una recensione alla sua prima silloge di poesia Per una strada (SBC Edizioni, Ravenna, 2009) o, addirittura, curare la postfazione al suo libro di aforismi in via di pubblicazione.

Marcuccio è un poeta attento e delicato, molto produttivo, del quale sono a commentare questa sua nuova produzione lirica. Come ho già avuto modo di osservare nella recensione a Per una strada, e come rivela lo stesso poeta nella prefazione della stessa silloge, la sua produzione è fortemente ispirata, motivata e imbevuta dei temi e dei topos leopardiani (la sofferenza, la malinconia, la solitudine, lo sguardo pessimista e cupo sulla società che circonda l’uomo). “Serena e di stelle”, ritorna ai motivi del poeta recanatese e il riferimento è ben evidente dai versi iniziali in esergo tratti appunto dalla nota “La sera del dì di festa”.

La poesia di Marcuccio, concisa e densa nei significati, si offre al lettore piacevolmente a partire dall’estetica, dalla sua morfologia, che alterna versi lunghi a versi molto più corti, costituiti da poche sillabe. I temi cari a Leopardi sono ripresi e utilizzati tenendo ben presente questo prestigioso rimando letterario e, come nell’ampia produzione poetica del Marcuccio,  si riscontra un senso di cupezza e nostalgia. La tranquillità e la beatitudine del cielo nelle ore notturne contrasta con l’inquietudine e la desolazione dell’animo del poeta il quale pure si deprime per la presa di coscienza del tempo beffardo che scorre e che mai più ritorna, similmente alla concezione shakesperiana del tempo contenuta nei famosi Sonetti.

E’ una poesia che va letta tutta d’un fiato, e poi riletta e riconsiderata. Leopardi fuoriesce da ogni singola parola, dalla cadenza, dalla struttura e dai temi. La facoltà che Marcuccio ha è quella di far rivivere nella nostra contemporaneità un’artista scomparso da tanti anni, riproponendolo a suo modo, e ricordando i suoi pezzi più celebri.

a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE QUESTO TESTO SIA INTEGRALMENTE CHE IN FORMA DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

“Ombre di macchia” di Roberta Borgianni, recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ombre di macchia

di Roberta Borgianni

con prefazione a cura di Anna Intartaglia

e postfazione a cura di Carmine Valendino

Onirica Edizioni, Milano, 2011

ISBN: 978-88-96797-28-0

Prezzo: 9,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

La poesia che apre la raccolta, “Ombre di macchia”, è anche quella che dà il titolo all’intera raccolta. Da subito ci si rende conto, che la poetica della Borgianni è ricca di colori e sfumature, come pure di riferimenti al mondo della natura. La poetessa arricchisce le sue liriche di elementi che appartengono alla grande Dea Madre per evidenziare, forse, la grandezza e la complessità di essa. E’ una poetica dolce e intimistica, a tratti sensuale, dalla quale traspare un forte legame tra la donna intesa come essere umano e la madre terra intesa, invece, come la Natura incontaminata e primigenia. Le descrizioni naturalistiche della Borgianni, i dettagli dell’ambiente, le tinte di fiori e piante, sono tutti elementi che convergono con l’unica intenzione di dare un’immagine vivida e pulsante di quello che c’è attorno a noi tutti i giorni, anche se raramente ce ne rendiamo conto. La sua scrittura “fauvista” – per citare un termine utilizzato dalla Intartaglia nella prefazione – , lo è a mio avviso nell’utilizzo della tecnica (quello delle pennellate veloci con tinte sgargianti e spesso dai colori caldi e brunastri) ma non nell’effetto finale. Le sue poesie, infatti, al termine della lettura si configurano come quadretti naturalistici quasi arcadici, in parte utopici, i cui colori per nulla stridono, e non generano ansia o smarrimento. Tutt’altro. Danno, invece, un’immagine fotografica, spesso realistica di quello che c’è attorno a noi e che solo occhi e menti sensibili ed attente riescono a percepire. Conservando la metafora della Intartaglia, mi azzarderei a definire la poetica della Borgianni come quella di un fauvista addolcito, dai componimenti strutturati e materici e da un animo puro, suscettibile allo spettro dei colori.

In “La sposa del mare” la poetessa offre un parallelismo molto ben costruito tra il mare spumoso e la sposa basandolo sulla comunanza del colore immacolato dei due e conclude magistralmente: “Sulle nere bordure di scoglio/ l’onda rincalza la schiuma/ e poi d’improvviso ricade…/ come pizzo strappato/ all’abito della sua sposa”. Lodevole anche “La Venere e il geco” in cui la Borgianni fonde in un testo unico una sorta di preghiera laica a un divertente avvistamento sul muro di un giardino di notte. E nell’attenta descrizione botanica che la Borgianni fa delle numerose varietà di piante ed erbe è la vegetazione mediterranea ad essere sovrana (timo, croco, menta, capperi, salvia, basilico, mirto, quercia).

Nella parte finale della silloge sono riportati vari esperimenti poetici della Borgianni a quattro mani con altrettanti poeti tra cui Carmine Valendino, Daniela Cattani-Rusich, Leonarda De Cristoforo, Luciano Tarasco, Michele Biglia e Gianmaria Ghillani Sforza.

I versi della Borgianni si susseguono tra scenari campestri, agresti, silvani e il tutto rimanda a una completa e continua identificazione panteistica della poetessa con la natura che la circonda. Una sorta di panismo per nulla forzato ma che, anzi, si rinnova inconsapevolmente senza ridondanze pagina dopo pagina. Ma è anche un chiaro invito a lasciarsi andare, a sapersi prendere poco sul serio e a scoprirsi giorno per giorno, lasciando fare al caso quello che vuole, per sorprenderci e farci cambiare percorsi. Non da ultimo, è un modo per proiettarsi in spazi altri, per farci spaziare e sognare ad occhi aperti, renderci pianta o animale, acqua o acero. “Se passeggi tra le nuvole/ troverai anche la luna” conclude in “Mele cotogne”.

 A CURA DI Lorenzo Spurio


Chi è l’autrice?

Roberta Borgianni è una poetessa toscana. Ha pubblicato Labirinti (Onirica Edizioni, Milano, 2010) e Ombre di macchia (Onirica Edizioni, Milano, 2011). E’ socia fondatrice dell’Associazione Culturale LunaNera e partecipa a reading letterari e poetici.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTA RECENSIONE INTEGRALMENTE O IN FORMATO DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

Un sito WordPress.com.

Su ↑