di Stefano Bardi
Tutti in Italia, dai giovani ai meno giovani, conoscono Patti Smith come cantautrice, ma in pochi forse la conosco come poetessa e scrittrice. Una scrittura quella della cantautrice rock nata a Chicago nel 1946 che può essere definita come una grammatica colma di sangue, lacrime, blasfemi moccoli, dolore, parole ubriache d’assenzio e fragranze psichedeliche.
Poesia, quella di Patti Smith, mista di versi e prosa, che concepisce il corpo della donna come una denuncia sociale e psichica contro le violenze da esso subite e che ci mostra, allo stesso tempo, la Donna come un’impeccabile creatura a perfetta somiglianza di Dio[1].
Scrittura poetica anche dai toni intimo-confessionali, dove la sua folle ed estrema vita senza Dio è il rispecchiamento della vera e unica Vita, a discapito della quotidiana esistenza di tutti i giorni concepita da Patti Smith come una maledizione dalla quale se ne tiene ben lontana[2].
Figlia dalla carne dannata e lanciata verso follie psico-fisiche, ma anche dolce creatura dall’animo animato dalla bontà, dall’amore e dalla compassione[3]. Liriche scritte da una poetessa americana dove critica la società americana, concepita come un universo animato da false libertà sociali e da dittature etiche, politiche, religiose, sessuali e razziali. Contemporaneamente ci insegna che cos’è la libertà con la L maiuscola.
Il tema della Morte è assai caro a Patti Smith; esso concepito come una dolce amica che ci viene a trovare nei momenti di dolore e come una Madre, che accudisce i nostri affetti più cari[4]. Un tema che è ben liricizzato nella poesia “ala”, che può essere considerato come il suo testamento spirituale in cui la cantautrice s’immagina già morta rimembrandosi come una creatura dalle delicate carni, dallo sguardo coraggioso, come una creatura che ha divulgato con la sua musica e le sue parole la pace, l’amore, la fratellanza.
Un tema, quello dell’acqua, che nella poesia di Patti Smith da fonte battesimale, si trasforma in acqua mortifera che affoga ogni nostro pensiero[5].
Un ultimo tema riguarda l’adolescenza persa e dannata, ovvero l’adolescenza lanciata verso una Vita fatta solo di eccessi, di follie, di anarchie e di brume spirituali. Adolescenza questa che solo dalle donne e più nel dettaglio dalle madri può essere purificata, per salvare così i propri figli da una Vita lanciata eternamente al Male[6].
Dopo la poesia passiamo ora alla scrittura, ovvero al suo pensiero espresso in prosa, per poi concludere spendendo due parole sulla rivoluzionaria scrittura poetico-prosastica della cantautrice rock. Un primo pensiero riguarda la Vita, concepita come una tirannica madre che divora i propri figli con un sarcastico ghigno sul viso e come un atto sessuale, dal quale far nascere pure, dolci, garbate e intense Vite.
Sesso inteso a sua volta e in particolar modo quello giocosamente forzato sul corpo di donna, come un atto che fonde i corpi dei due amanti in Paradisi psichedelici.
Un secondo pensiero riguarda gli asociali, che sono visti da Patti Smith come i veri uomini e le vere donne, poiché in essi convivono la purezza, la compassione e la lucidità psico-sociale.
Un terzo pensiero riguarda suo padre che è paragonato a Dio, perché come esso accoglie chi vive nella luce. Un Dio a sua volta inteso come un’entità ultraterrena in chiave negativa, ovvero come una creatura che crea leggi con le quali ingannare spiritualmente gli Uomini e penetrarli selvaggiamente, nelle loro carni.
Un quarto pensiero riguarda la musica rock, intesa come una guerriglia sociale che può portare alla giustizia sociale e fraterna, ma allo stesso tempo può trasformarsi in una valle di lacrime.
Il rock è paragonato a Dio, poiché come esso porta l’equilibrio a differenza degli essere umani, che sono concepiti dalla cantautrice e poetessa americana come dei maleodoranti e letamosi rifiuti da eliminare, per una migliore Vita della Terra.
Un quinto e ultimo pensiero, si sviluppa attraverso i ricordi di alcuni suoi amici e maestri ispiratori come per esempio il regista e sceneggiatore francese Robert Bresson, il cantante e poeta americano Jim Morrison e infine, lo scrittore, poeta, giornalista, regista e sceneggiatore bolognese Pier Paolo Pasolini. Il tutto sia in poesia sia in prosa, costruito con una scrittura rivoluzionaria fatta per lo più dalla quasi assenza dei punti finali e di minuscole dopo i punti finali, in special modo nella scrittura prosastica. Operazione questa dal doppio significato, dove il primo ci mostra la scrittura di Patti Smith come un discorso ancora aperto e il secondo, invece, ci mostra una scrittura non statica e immodificabile, ma anzi una scrittura dove possiamo togliere e aggiungere nuove parole oppure scambiare la posizione delle frasi e delle parole, per creare inedite riflessioni psichedeliche e socio-esistenziali.
Dopo Patti Smith passiamo ora, all’ex leader dei Doors e poeta americano James Douglas Morrison o più semplicemente Jim Morrison (Melbourne, 1943-Parigi, 1971). Poeta che nel 1969 pubblicò in tiratura limitata di sole 100 copie, le raccolte I Signori. Appunti sulla Visione e Le Nuove Creature che a mio semplice e umile dire da cultore letterario, sono ancora meglio della raccolta Tempesta elettrica. Poesie e scritti perduti pubblicata nell’estate del 1971 e poi ristampata postuma nel 2002. Opere, quelle del 1969, che saranno analizzate da me in generale, poiché al pari dei Diari di Kurt Cobain, anche le due raccolte di Jim Morrison non credo siano da considerare come opere poetiche in tutto e per tutto.
Una raccolta I Signori. Appunti sulla Visione dove leggiamo liriche sotto forma di allucinazioni esistenziali, in cui il cammino degli Uomini è visto come un gioco mortale e dove il sesso depravato, malato, infettivo ne è il principale burattinaio. Un gioco, questo, che è paragonato a uno spettacolo cinematografico, dove la cinepresa cattura le nostre interiorità per poi sputtanarle avidamente e lussuriosamente al Mondo intero senza il nostro permesso. Una cinepresa che, inoltre, trasforma la Vita in natura morta che è contemplata dagli Uomini vampiro (Noi), poiché essi come la natura morta sono condannati a vivere e consumare, una vacua immortalità.
Un secondo tema è quello della dipartita dei nostri parenti, amici e compagni di Vita che si sono trasformati per noi in spettri sconosciuti, inguardabili, intoccabili e inamabili.
Una raccolta Le Nuove Creature, invece, dove possiamo vedere alcune tematiche in maniera distinta: l’adolescenza come quieta fase esistenziale, il sesso selvaggio e animalesco e infine la Morte.
STEFANO BARDI
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Bibliografia:
MORRISON J., I Signori. Le Nuove Creature. Le poesie di Re “Lucertola”, traduzione a cura di Lorenzo Ruggiero, Grammalibri, Milano, 1993.
SMITH P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996.
[1] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 11 (“con le calze di nylon o scalza / stracolma d’orgoglio o curva come l’amore / ramoscello patibolo / beccamorto o ballerina al vento / lo stesso vento ma fetido di porci / polline che dà la tosse o rosa / fantastica crudele diversa da tutto […]-[…] essere santa in qualsiasi forma”)
[2] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 13 (“[…] E allora Cristo / ciao tanti saluti / da questa sera sei licenziato / posso fare brillare la mia luce / ma le tenebre vanno bene uguale / ti hanno inchiodato lassù per mio fratello / ma in quanto a me il capitolo è chiuso / sei morto per i peccati d’altri / non per i miei”)
[3] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 135 (“[…] Padre ho ferito a morte / o padre non ferirò mai più / fra le spine ho danzato / sul suolo dove bruciano le rose. / Figlia che tu possa volgerti in riso / una candela sogna una candela disegna / il cuore che brucia / continuerà a bruciare / volgiti tu al cadere delle rose”)
[4] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 29 (“[…] la morte dilaga frusciando / nell’ingresso di casa / come lo strascico di una dama / la morte arriva in moto / sull’autostrada / con il vestito della domenica / la morte arriva in auto / la morte arriva strisciando / la morte arriva / non ci posso far niente / la morte se ne va / dev’esserci qualcosa / che rimane / la morte mi fa fatto ammalare impazzire / perché quel fuoco / si è portato via / la mia bambina […]”)
[5] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, p. 29 (“[…] ma poi quante domande salgono come schiuma./ come perfetti morti: / era proprio il mar rosso? / l’uomo domina il fiume? / le/lui annegò? / per cause naturali? / di dolore? […]”)
[6] Smith P., Il sogno di Rimbaud. Poesie e prose 1970-1979, traduzione ed edizione italiana a cura di Massimo Bocchiola, Einaudi, Torino, 1996, pp. 75-77 (“[…] cittadini! è d’uopo che non si dorma. / i nostri figli corrono alla natura come stagioni. / armate la torre e fortificate le reclute. / figlie! siate voi vigili alla veglia / siate rigide e immobili e all’erta. / cittadini! risuscitate i vostri figli / da questo triste sito di marciume. […]-[…] è il grembo del ritorno, colei che protrae / stende la mano gli arruffa i capelli / gli copre il capo con un nero berretto di lana / l’urto del ferro i pianti delle donne / una notte accadrà accadrà nuovamente […]-[…] il ragazzo + il fiume nero / mentre si volge fra le braccia della natura / che adora i figli fiammeggianti di donna”)

Dall’11 aprile in libreria Il ritratto vero, appassionato, commovente e lancinante di una delle penne poetiche più intense del XVI secolo







Mare! Tema questo che è stato sempre presente nella poesia italiana dal Medioevo agli anni Duemila e che negli ultimi anni del secondo Novecento è stato usato come specchio della Vita, proprio come è dimostrato dalla raccolta d’esordio La terra del rimorso del giovane poeta Stefano Modeo (Taranto, 1990) del 2018.


Maria Teresa Murgida (Catanzaro, 1976) vive a Vallefiorita, un piccolo paese in provincia di Catanzaro. Lavora e gestisce un centro per la prima infanzia. La scrittura è da sempre il punto fermo del suo quotidiano. Si è avvicinata alla poesia da poco tempo, ottenendo lusinghieri consensi da parte dei lettori. All’interno di alcuni concorsi letterari ha ottenuto riconoscimenti e attestazioni di merito tra i quali il 1° Premio al Premio Nazionale “Città di Latina” (2017) con la lirica intitolata “in un foglio di mare” che, nello stesso anno, si è aggiudicata il primo posto anche al Concorso Nazionale “Metropoli in versi” a Roma. Nella città in cui vive ha ottenuto una Menzione Speciale alla VII edizione del Premio “Versi d’agosto” (2017), questa volta con la poesia “un seme di soffione”. Altri suoi testi compaiono in antologie.
E’ uscito il nuovo libro di poesie del poeta e critico letterario toscano Nazario Pardini dal titolo “I dintorni della solitudine” per i tipi di Miano Editore di Milano. Il testo si apre con una ricca prefazione del critico Michele Miano che così annota: “Nazario Pardini ha al suo attivo molte raccolte di poesia. È un personaggio, noto, da decenni nel campo della scrittura. Sulla sua produzione hanno scritto i più qualificati critici letterari. Alla sua poesia sono state applicate varie chiavi interpretative, dalla motivazione esistenzialistica a quella psicanalitica alla religiosa a quella naturalistica. Ad essa egli perviene in maniera quasi inconscia, o meglio, sulla scorta di un cammino empirico, di sofferenze vissute e ben radicate nel quotidiano. Sarebbe fuorviante definire Pardini mistico dell’essenza, perché si verrebbe inevitabilmente ad intaccare quella razionalità di pensiero e quella misura che caratterizzano il suo fare poesia. Eppure non gli sfugge il senso della sproporzione essenziale dell’uomo […] Il suo non è un canto illusorio, poiché sogno, realtà ed illusione si fondono con la sua identità presente e pienamente raggiunta con il pensiero e con l’azione. Si legga la lirica La poesia si scrive: “… non pensare / alla miseria umana, al suo degrado, / fingi che quel momento sia per sempre. / È l’unico sistema per fregare / lo scettro imperituro della sorte.”