“I cristalli dell’alba” di Sandra Carresi, postfazione di Lorenzo Spurio

I cristalli dell’alba

di Sandra Carresi

Postfazione a cura di Lorenzo Spurio

A quell’Italia

che va via,

ma non viaggia,

si ammazza. 

 

imagesHo sempre letto con grande piacere e curiosità le raccolte poetiche dell’amica Sandra, perché a differenza di tanti poeti o pseudo tali che si riempiono la bocca di belle parole convinti di far poesia, ho sempre trovato in Sandra –sia nella sua poetica, che nella sua grande umanità- una grande ricchezza e generosità. Qualità queste che non si sposano bene con il tempo presente e che sembrano conoscere una continua messa alla berlina, ecco perché reputo che quando una persona ancora si emoziona visibilmente nel leggere le proprie poesie, significa che quella persona non solo le poesie le ha scritte e le ha vissute, ma le rivive e le sente sulla sua pelle come sensazioni che si rinnovano. Questa, oltre ad essere una cosa meravigliosa, è anche una manifestazione di come un’anima sensibile sia in grado di rapportarsi al mondo della scrittura, perché scrivere poesie, pubblicare sillogi e presentarle non è altro che il più piccolo tassello di quel grande mare magnum del “far letteratura”. La letteratura non è carta stampata, libri messi sulla scrivania e mai aperti, smaniose frequentazioni a concorsi per rincorrere l’ambito premio, ma è una riflessione sul mondo, un’analisi sul vissuto e su cosa rappresentiamo per noi, per i nostri cari e per l’intero tessuto sociale. Credo che se viene meno questa impostazione di fondo, non si potrebbe parlare di artisti che, invece, credono nella loro arte, alla quale apportano innovazioni arricchendola.

Ciò che mi piace poter sottolineare di questa nuovissima esperienza poetica di Sandra è l’attenzione alla dimensione sociale, ossia l’impegno attivo, etico e di denuncia che è possibile circoscrivere in numerose poesie della raccolta. La Nostra non è nuova, invece, a una poetica di carattere modernista, fatta di dolcezze, colori e esuberanti osservazioni della natura e del suo funzionamento con speziati aromi che derivano dagli ecosistemi più vari: poesie di questo tipo, colorate, quasi effervescenti, di compiacimento di fronte al bello e alla semplicità e al contempo del Creato abbondavano già nella raccolta La vetrata incantata del 2011 per la quale Sandra mi aveva inorgoglito chiedendomi un commento preliminare. Se decidiamo dunque di scantonare l’analisi critica da quelle poesie dal gusto sobrio ed elegante che hanno un taglio più marcatamente personale o intimista e ci concentriamo, invece, su quelle che compongono l’ampio corpus del poetare civile, ci sarebbero senz’altro molte cose da osservare e alle quali render merito.

Sandra parla di un presente difficile dove domina il narcisismo, i personalismi e le bieche leggi di mercato, un mondo dove la politica (dal greco “governo della città”) termina per essere garante del bene sociale, della giustizia e di preservare il destino del paese. Si allude di continuo alla difficoltà del tempo in cui viviamo, difficoltà che possiamo spiegare attraverso la precaria e preoccupante situazione economica che non permette futuro e che spesso porta a gesti autolesionistici, alla burocrazia tipica delle amministrazioni pubbliche del Belpaese che infastidisce, rallenta e grava pesantemente sugli uffici di qualsiasi tipo alimentando il disconcerto della popolazione. Viviamo in tempi feroci come recita il titolo di una delle poesie, e io aggiungerei anche maledetti, perché anche le più labili speranze giorno dopo giorno sembrano venir meno e dileguarsi incrementando l’alone di insofferenza e delusione.

La poesia sociale di Sandra non è pacata, ma intrisa di rabbia: è diretta, denuncia e graffia e il lettore non può che solidarizzare con convinzione di fronte agli abusi sociali ai quali gli uomini vengono sottoposti. Ricorre spesso il tema della giustizia come quando Sandra, in riferimento a uno dei tanti omicidi, immaginiamo per ragioni sentimentali, ma che possiamo anche leggere come delitti d’onore, delitti familiari che fanno seguito a raptus omicida osserva: “Dal vortice della follia/ la testa a volte/ rimane impunita”. Si nutre insoddisfazione di fronte a un sistema di leggi che non è realmente garante e patrocinatore della legalità come i tanti casi di cronaca spesso ci mettono al corrente. Ed è per questo che le povere ed inermi vittime di mani nefande muoiono spesso due volte, assassinate prima dall’omicida e poi dallo Stato che, pur caparbio nel rispetto di una legge che è sbagliata, inefficace, insultante, contribuisce a massacrare l’esistenza di familiari e amici che non possono far altro che immergersi nella preghiera fingendo di trovarsi sollevati o attuare e incrementare forme di giustizia privata.

Il linguaggio che Sandra utilizza per richiamare i casi di assassinio è chiaramente lirico ed evocativo: le vittime non sono i perdenti, i morti, coloro che di punto in bianco per qualche ragione hanno sofferto un’aggressione, una coltellata o una sparo ma sono semplicemente “qualcuno/ [che] diventa un angelo prima del tempo” come per l’appunto la giovanissima Fabiana Luzzi di Morano Calabro (CS) che la scorsa estate venne uccisa dal suo ragazzo e poi arsa ancor prima che avesse smesso di vivere. Sandra ha scritto e dedicato un’intera poesia a questa pagina amara della cronaca, su questo caso di femminicidio annunciato di fronte al quale non si può rimanere impassibili:

 

Potrò, forse,

un giorno perdonare,

ma, Tu,

dovrai pagare

tutto,

fino in fondo.

Lo devi

Al Mondo. 

 Ritorna qui il tema della pena che spesso Sandra utilizza quale espressione di giustizia che si riconnette a quanto già detto limitatamente all’inefficacia del sistema giudiziario italiano. La poetessa è riluttante di fronte alla possibilità di considerare il perdono dinanzi all’atrocità di un simile gesto e si mostra titubante nel valutare questa ipotesi, certa invece che è necessaria una condanna –la poetessa non dice di quale tipo- per riparare a quanto commesso. Chiaramente nessuna pena potrà mai ridare indietro la vita alla povera ragazza, ma la poetessa sottolinea quanto sia necessario che a dei fatti faccia seguito l’attribuzione di responsabilità e il riconoscimento di una pena, perché un’anima dannata che compie simili gesti non possa avere accesso in maniera libera e ingiudicata alla vita. “Dovrai pagare/tutto,/ fino in fondo”, pronuncia la poetessa con ribrezzo, costernazione, partecipazione empatica e un dolore che di fronte a simili aberrazioni deve essere di tutti ecco perché chiude “Lo devi/ al mondo”.

Il tema della giustizia e la necessarietà di una pena da scontare ritorna nella poesia ispirata al generale nazista Erich Priebke scomparso nel 2013. La figura di Priebke, uno dei militari del Reich che decise la strage delle Fosse Ardeatine nel 1944, la cui morte ha aperto in Italia e in Europa anche un aspro dibattito su quale dovesse essere il luogo della sua sepoltura, non può lasciare l’uomo contemporaneo indifferente o ignaro delle sue malefatte affinché venga ricordato non solo nelle scuole nelle ore in cui si studia la seconda guerra mondiale, ma perché sia di dominio comune per non cadere in angusti scantinati che conducono alle claustrofobiche stanze del negazionismo. Ancora una volta la poetessa, che non manca di osservare il suo animo cattolico –tendenzialmente propenso al perdono- mostra difficoltà e incomprensione di fronte a un gesto riparatore di questo tipo che per lei è inaccettabile e addirittura offensivo alle memoria dei tanti caduti:

 

Vorrei perdonare

Da donna cristiana,

ma, non riesco,

non oso

non posso. 

 Il perdono, che è l’anticamera della riappacificazione, non è possibile e non deve essere consentito perché significherebbe attuare un comportamento approssimativo e lascivo nei confronti della pesantezza della storia.

downloadLa Sandra Carresi poetessa di denuncia è una donna forte, che non ha paura a parlare e a denunciare i punti di sutura tra il Bene e il Male, di documentare dov’è che s’annida il tormento e l’angoscia. La società ne fuoriesce come un’accozzaglia di gente dove domina il potente, nei confronti del quale la Nostra non può che provare “disgusto/ per il cacciatore/ di poltrone”. Un animo pacato come quello di Sandra di fronte a queste situazioni endemiche di prevaricazione s’infiamma di colpo diventando sprezzante, indignato e addirittura ribelle, perché non si deve più essere disposti ad accettare e incrementare le ingiustizie dell’oggi. Il potente e lo spregiudicato (si veda la poesia ispirata a un triste episodio di furto in casa) sono entrambi espressione di una mentalità pericolosa, depravata e che acuisce la disperazione del povero Cristo, mettendolo in stato di ansia, facendolo sentire minacciato e compromettendo la sua naturale inclinazione alla vita. Ed è per questo che Sandra addita con precisione quali sono i mali sociali, le loro origini, i portatori di queste forme d’odio che si riproducono e si alimentano di se stesse in un clima che tende alla più cupa paranoia: “Non ci sarà/ esistenza/ […]/ in assenza di onestà”.

In un’altra poesia la Nostra dà un quadretto concreto del senso di disagio economico e morale nel quale siamo immersi descrivendo forse meglio di qualsiasi cronista o editorialista il presente: “Periodo storico di menti sapienti/ creatrici di numeri pronte a partorire tasse/ che non danno speranza all’uomo/ piegato da mille difficoltà e povertà”.

Con questa silloge trovo che Sandra abbia compiuto un azzeccato e lodevole passo in avanti nella sua poetica impiegando le tematiche del disagio, della povertà e della condanna a una poetica di disprezzo, di frustrazione e improntata a uno sfilacciamento delle ultime speranze con la quale anima le coscienze di tutti noi che, immersi nella gravità del presente, dobbiamo rimboccarci le maniche e batterci affinché ogni forma di giustizia sia veramente la nutrice della Legge:

Quando indignati

urleremo il

nostro NO

ai signori della morte

e al dio quattrino? 

La potenza lirica della poesia di Sandra si unisce a un impeto di ribellione che smuove e anima le coscienze e che ha la stessa forza incendiaria di una molotov scagliata contro un edificio. A tanto grigiore dovuto alla desolazione, all’impoverimento delle menti, alla sfiducia nella Ragione e alla crisi della morale, la poetessa trova però anche spiragli di luce regalandoci immagini evocative e che ci trasmettono calore, come l’impronta onirica della visuale sulla luna con la quale la poetessa intimamente colloquia:

 

Ho pensato

che tu avessi lassù

un corteggiatore

capace di farti arrossire.

 

Sei fortunata,

Luna! 

 

 Lorenzo Spurio 

Jesi, 21.02.2014

“Petite Anthologie”: la raccolta di lirici francesi tradotti da Luciano Domenighini

Esce “Petite Anthologie”, piccola antologia di poeti classici francesi, tradotti dal poeta Luciano Domenighini 

Esce nella collana “Collana Arancione – Antologie” di TraccePer LaMeta Edizioni: «Petite Anthologie. Piccola Antologia di poesia francese: Da Villon a Jammes», sotto la cura editoriale del poeta e aforista Emanuele Marcuccio. Nel Volume, con testo a fronte in lingua originale, il critico letterario e poeta Luciano Domenighini, sceglie e traduce poeti classici della letteratura francese tra Quattrocento e inizio Novecento: François Villon, Marceline Desbordes-Valmore, Charles Baudelaire, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Jules Laforgue, Francis Jammes, Guillaume Apollinaire.

142petiteanthologie900L’opera si aprirà con una prefazione a cura del prof. Mario Pietro Zani e si chiuderà con una postfazione a cura dello scrittore Giordano Tedoldi. Chiuderà il libro una quarta di copertina con una nota critica a cura del poeta, scrittore e critico letterario Aldo Occhipinti.

Leggere la parola “antologia” sulla copertina di un libro, riporta immediatamente, per necessità lessicale ma anche per la consuetudine di ciò che abbiamo appreso sin dai banchi di scuola, all’immagine fredda e meccanica di una “raccolta di passi scelti di uno o più scrittori confezionata per scopi didattici”. Più forte è l’associazione quando, poi, riconosciamo all’istante i nomi degli autori, perché celeberrimi esponenti di una forte e consolidata tradizione letteraria. In realtà, quando la selezione dei testi di una “antologia” è frutto non di esigenze didattico-divulgative bensì del gusto e del percorso estetico, culturale e immaginativo del curatore, la parola “antologia” si carica di una valenza ben diversa.

Vieppiù, quando, oltre ad esserne il curatore critico, del “florilegio” di testi lo studioso è anche il traduttore – originale, appassionato e attento – il libro si carica di un valore del tutto diverso da quello solitamente attribuito alla parola “antologia”: non è più un semplice e sterile “raccoglitore”, bensì un’opera d’arte autonoma e compiuta in ogni aspetto. È il caso della presente Petite Anthologie, dove Luciano Domenighini dà la sua personalissima «testimonianza di una lettura disorganica e quasi casuale, dislocata e disseminata in un lungo arco di tempo di vita e sedimentata nella memoria come un frammentario bagaglio culturale specifico».

Villon, Desbordes-Valmore, Baudelaire, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud, Laforgue, Jammes, Apollinaire, fulgidissimi testimoni della produzione poetica in lingua francese tra Quattrocento e Novecento, sono i maestri accolti nel volume. In appendice, poi, si aggiunge un nome che, tra tanti “puro sangue” così indiscussi e rappresentativi, può sembrare un “intrus”: è quello dell’abruzzese Gabriele d’Annunzio. Il camaleontico artista italiano, in realtà, avendo contribuito – prima, durante e dopo il suo soggiorno in Francia – alla storia letteraria d’Oltralpe con opere poetiche, narrative e teatrali vergate in francese, può e deve a buon diritto collocarsi all’interno della Répubblique littéraire française della Belle Époque. È così che, a chiusura di questa squisita Petite Anthologie, possiamo leggere – sapientemente tradotti – tre dei dodici Sonnets Cisalpins, opera quasi del tutto sconosciuta in Italia, che ha sancito l’avvio dell’esperienza letteraria in francese del d’Annunzio. (Aldo Occhipinti)

 

Luciano Domenighini (Malegno – BS, 1952) dopo il liceo classico si laurea in Medicina lavorando come medico, professione che svolge tuttora.  Come letterato ha ottenuto alcuni riconoscimenti in premi letterari nazionali di poesia. Nel 2004 pubblica la silloge poetica Liriche Esemplari. Inoltre ha svolto saltuariamente in varie sedi l’attività di critico per la musica operistica e di critico letterario. In questa veste si è occupato di alcuni poeti italiani contemporanei raccolti nell’antologia critica, La Lampada di Aladino (TraccePerLaMeta Edizioni, 2014). Fra questi si è soffermato in particolare sull’opera poetica del siciliano Emanuele Marcuccio, che Domenighini, in varie sedi, ha commentato quasi integralmente approfondendone la lettura critica e individuandone il ruolo nel panorama letterario nazionale contemporaneo. (Risvolto di quarta)

TITOLO: Petite Anthologie

SOTTOTITOLO: Piccola Antologia di poesia francese: Da Villon a Jammes

AUTORE-TRADUTTORE: Luciano Domenighini

CURATORE: Emanuele Marcuccio

PREFAZIONE: Mario Pietro Zani

POSTFAZIONE: Giordano Tedoldi

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

PAGINE: 182

ISBN: 978-88-98643-35-6

COSTO: 12 €

Le città parlano: l’antologia poetica sul dinamismo urbano curata da Lorenzo Spurio

L’antologia del dinamismo urbano

Un volume poetico dedicato alle città a cura di Lorenzo Spurio

 

cover agemina stesa-page-001Lo scrittore e critico letterario jesino Lorenzo Spurio ha curato per i tipi di Agemina Edizioni di Firenze un’antologia poetica dedicata alle città in cui i poeti, partecipanti da tutta Italia, hanno dedicato versi alle proprie città di nascita e residenza, o di quelle visitate o agognate quale futura meta da scoprire. Il volume, dal titolo “Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano” contempla al suo interno testi di 32 poeti sparsi in tutta Italia che hanno risposto con entusiasmo a questa iniziativa corale che dà voce al tessuto urbano dove viviamo.

In particolare tra di essi vi sono alcuni poeti jesini: Marinella Cimarelli che dedica due liriche alla città direttamente in dialetto, com’è nella sua natura di poetessa verace, Patrizia Pierandrei che, invece, porta con le sue poesie delle riflessioni importanti sul benessere della città, nonché alcune liriche di Spurio, il curatore, di cui una dedicata alla città di Ancona.

Tra gli altri marchigiani presenti figurano altri poeti e poetesse attivi da anni tra cui Elvio Angeletti (Senigallia-AN), Daniela Gregorini (Fano-PU), il prof. Renato Pigliacampo (Porto Recanati-MC) e Maria Rita Massetti (San Benedetto del Tronto-AP).

Si percorre l’Italia in lungo e in largo grazie ai trentadue poeti inseriti che dedicano altrettante liriche a varie città tra cui Napoli (Anna Scarpetta, Vincenzo Monfregola), Piacenza (Giorgina Busca Gernetti), Palermo (Francesco Paolo Catanzaro, Francesca Luzzio, Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio), Messina (Cristina Lania), Rimini (Manuela Di Caprio), Firenze (Anna Grecu, Sandra Carresi), Roma (Giuliana Montorsi), Morano Calabro (con una poesia in dialetto locale del poeta moranese Mario De Rosa), Venezia (Cristina Vascon),…

Tra gli altri presenti nel volume figurano: Franco Andreone, Bartolomeo Bellanova, Lucia Bonanni, Maria Pompea Carrabba, Osvaldo Crotti, Teresa Anna Rita De Salvatore, Elisabetta Mattioli, Maria Luisa Mazzarini, Gianluca Papa, Massimo Rozzi e Michela Zanarella.

Dalla prefazione di Lorenzo Spurio, curatore dell’opera si legge: «La città, infine, è un organismo vivente proprio come un animale o una pianta: essa cresce e muta con chi la abita, si sviluppa e si de-struttura in maniera diversa, si amplia  e si abbellisce, si dota di volta in volta di tutte quelle componenti di cui la comunità abbisogna. Il cambiamento più evidente di una città resta quello della sua architettura e del sistema di viabilità, ma essa è in continua metamorfosi anche internamente, nella sua anima e nel suo temperamento nei confronti dell’altro, tutto ciò che è al di fuori della città».

 

SCHEDA TECNICA DEL LIBRO:

Titolo: Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano

Autore: AA.VV.

Curatore: Lorenzo Spurio

Casa editrice: Agemina, Firenze

Anno: 2015

ISBN: 9788895555799

Pagine: 159

Costo: 10€

Aspettando Bologna in Lettere – Terzo step – Incontro con Franco Buffoni & Marco Simonelli

L’incontro con Franco Buffoni e Marco Simonelli sabato 18 aprile a Bologna

Avatar di enzocampi61

Aspettando Bologna in Lettere – Terzo step

Incontro con Franco Buffoni & Marco Simonelli

Cura, conduzione e critica Alessandro Brusa, Fabio Michieli

Sabato 18 Aprile ore 18.00

Il Cassero – Via Don Minzoni 18 – Bologna

Franco-Buffoni

Franco Buffoni

Ha pubblicato le raccolte di poesia Suora carmelitana (Guanda 1997), Songs of Spring (Marcos y Marcos 1999), Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Theios (Interlinea 2001), Del Maestro in bottega (Empiria 2002), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori 2014). L’Oscar Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012) raccoglie la sua opera poetica. Per Marcos y Marcos dirige il semestrale “Testo a fronte” e ha tradotto Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni, 2012. Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005). E’ autore dei pamphlet Più luce, padre (Sossella, 2006) e Laico Alfabeto (Transeuropa 2010) e dei romanzi Reperto 74 (Zona 2008), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di…

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“Respiri di vita” di Elvio Angeletti, recensione di Lorenzo Spurio

Respiri di vita

di Elvio Angeletti

Intermedia Edizioni, Orvieto, 2015

ISBN: 9788867861392

Pagine:120

Costo: 10€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

Distratto nel mio vagar silente

m’attempo nel mirare il mare

che dall’alto colle di via della Torre

spumeggiante appare. (85)

 

PRIMA_RESPIRI-DI-VITAIl critico milanese Michele Miano che apre la nuova raccolta poetica di Elvio Angeletti, Respiri di vita, edita per i tipi di Intermedia Edizioni nel marzo 2015 con una prodigale ed efficace sintesi nell’analizzare il testo parla del potere di evocazione che ha la poesia di Elvio Angeletti. Mi trovo perfettamente d’accordo con lui in tale commento nella misura in cui l’evocazione sia da intendere come trasposizione che Angeletti fa dal personale (dunque le vicende intime, le sue relazioni con altre persone, i suoi ideali, etc.) trasfondendo il tutto a un livello superiore, direi quasi universale.

Elvio Angeletti è un poeta che ha la sua terra veracemente connotata nel suo sangue e proprio per questo non può che dar sfogo nell’atto creativo della poesia a scenari paesaggistici quasi sempre in compagnia dell’amato mare Adriatico dal quale vive vicinissimo, ma anche di una attenzione particolare nei confronti dell’elemento naturale: Angeletti non è solo un vivido poeta dello scenario mare, ma oserei dire dell’ecosistema mare nel suo complesso. Sfogliando pagina per pagina di questo libro i gabbiani, i cavallucci marini, le stelle marine e tant’altro sembrano fare un percorso assieme a noi.

Il poeta si muove tra fasci di luce che descrivono le varie fasi del giorno (sono descritte varie albe e tramonti) ma sa essere anche un sodale compagno nei momenti di buio dati però dalla presenza della luna che, più che rassicurare l’animo, viene vista come “spavalda” forse perché unica padrona egoista nel cielo notturno se non fosse per quell’immensità di stelle che fioche e ad intermittenza rischiarano i cieli d’estate come se il nero nel quale sono sprofondate non sia che una morbida ed infinita coperta a protezione di noi tutti.

In questo libro c’è molto dell’Elvio personale ossia da riferirsi a un mondo prettamente domestico, privato e fortemente intimo e ce ne rendiamo conto leggendo una serie di poesie d’amore (le più dirette ed espressive, ma anche le più profonde e radicate) dedicate all’amata, a sua moglie che da tanti anni condivide con lui la sua vita.

Come ogni uomo è interprete del tempo che vive non mancano brevi accenni ora qui ora là a chiare preoccupazioni dell’Elvio in campo sociale che dimostrano, anche sulla carta, un animo pervicacemente autentico, naturale, improntato alla difesa del bene comune. Elvio si descrive a tutto tondo non mancando di osservare con un pizzico di autoironia il tempo che imperituro incede e che cambia le cose: ci fa perdere persone amate, ci fa diventare vecchi nel corpo ma non nella mente, ci fa vedere un mondo in cui è difficile scorgere la beatitudine, il senso di fratellanza e la felice speranza che invece era possibile nutrire in passato.

A dominare sono i colori, i cambi di luce, gli odori forti del mare con la sua salsedine e il lezzo opprimente delle alghe nonché i richiami a un mondo sonoro incontaminato e che ha la voce delle onde. Elvio è il cantore della natura cosi come è e come vorrebbe che si conservasse nel tempo. Splendente e felice, coralmente partecipe alle attività dell’uomo, ricca di suggestioni, lasciando trasparire un forte orgoglio di essere abitante di un piccolo centro della fascia adriatica. E come è intuibile possa essere per un poeta che ha la sua terra nel cuore e che ha il dono della forte espressività del verso, Elvio è classicamente fedele a un sistema di elementi poetici inscindibili al testo strutturale del componimento quale la sonorità (in alcuni versi anaforici sembra di percepire l’avanzata e il ritirarsi delle onde) e la dimensione melodica: la poesia che chiude il volume è intitolata e dedicata “Euterpe”, divinità della melodia spesso raffigurata in unione ad un flauto. Euterpe letterariamente è “colei che rallegra” e trovo che la poesia di Elvio, scantonando poche cupe riflessioni e grumi esistenziali, sia senz’altro positiva in questo senso: allieta il lettore, lo fa sognare in territori che sono però del possibile e non dell’inverosimile, lo abbraccia e ne ravviva il ricordo dell’infanzia. Lo rallegra e lo fa sentir bene come un abbraccio di un caro che si è perso nel corso del tempo e di colpo si è ritrovato.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 24-03-2015

ALCUNI SCATTI DELLA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SVOLTASI ALLA BIBLIOTECA “LUCA ORCIARI” DI MARZOCCA DI SENIGALLIA IL 29 MAGGIO 2015

Da sinistra Angelo Monterrosso (pittore), Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Elvio Angeletti (poeta) e Francesco Capricci (lettore)
Da sinistra Angelo Monterrosso (pittore), Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Elvio Angeletti (poeta) e Francesco Capricci (lettore)
Da sinistra, in piedi, Angelo Monterrosso (pittore), Marinella Cimarelli (poetessa dialettale jesina) Da sinistra, seduti: Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Elvio Angeletti (poeta)
Da sinistra, in piedi, Angelo Monterrosso (pittore), Marinella Cimarelli (poetessa dialettale jesina)
Da sinistra, seduti: Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Elvio Angeletti (poeta)

Michele Miano presenterà Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti

Michele Miano presenta l’attività letteraria di Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti

PRESENTAZIONE LIBRI APRILE4perFb

Milano, 23 marzo 2015

Venerdì 10 aprile, alle ore 18,30, il Centro Leonardo Da Vinci nell’ambito della sua Rassegna Letteraria, presenterà l’attività degli scrittori Elvio Angeletti, Massimo Pistoja e Stefano Preziotti. La serata culturale sarà introdotta dal critico Michele Miano.

Elvio Angeletti ha pubblicato i volumi di poesia “Luce” e “Respiri di Vita”. “Poesia minimalista e dalle immagini evocative, così può essere definita l’attività letteraria di Elvio Angeletti. La liricità e il sentimento della natura, il senso della religiosità, la tensione allo spirituale che trascende il dato reale, le vivifiche descrizioni liriche di sapore pascoliano, sono gli elementi catalizzanti dell’ispirazione di Angeletti.”   (Michele Miano)

Massimo Pistoja ha pubblicato il volume di poesia “I colori della vita”. “Un percorso interiore, quello di Massimo Pistoja, il quale, tramite la scrittura definisce i veri valori e i sentimenti più genuini dell’esistenza umana. Una poesia dai toni colloquiali, dove l’autentica ispirazione costituisce la struttura portante del suo messaggio poetico in chiave intimista.” (Michele Miano)

Stefano Preziotti ha pubblicato i volumi “Scatti dell’Anima” e “Asfalto e poesia“. Le foto dentro i cassetti rimangono ricordi senza vita, dimenticati. Nelle mie immagini ci sono sempre emozioni, dolori, gioie e cambiamenti che vivono anche in questo libro.” (Stefano Preziotti)

L’appuntamento del 10 aprile al Centro Leonardo da Vinci conferma gli interessanti propositi della nuova realtà artistica e culturale che per tutto il 2015 vanta già un calendario di eventi di altissimo livello, non ultimo il Premio Internazionale di Arte e Letteratura, che premierà scrittori e artisti il 5 e 6 giugno presso la Sala degli Arazzi del Museo d’Arte e Scienza, durante Expo.

Maggiori informazioni su: www.centroleonardodavinci.com
Per organizzare interviste:  Ufficio Stampa Centro Leonardo da Vinci

Violetta Serreli – E20WebTv e20webtv@gmail.com

ufficiostampa@centroleonardodavinci.com Tel. 3405250155 – 3337811504

Gli aperitivi letterari al Caffè Meletti di Ascoli Piceno: tutti gli appuntamenti

Aperitivo Letterario al Caffè Meletti

 

Per il ciclo Apericultura organizzato dai Giovani delle Acli di Ascoli Piceno con la cooperativa sociale Il Melograno, il mese di Aprile sarà dedicato alla scrittura con incontri dedicati alla poesia e alla narrativa, alla scrittura emergente e alla fiaba, alla letteratura dialettale, al romanzo, alla poesia locale con un ricordo a Lea Ferranti. Sarà un viaggio nella scrittura di sette incontri all’insegna del suo significato e della sua funzione. Tra gli appuntamenti due saranno dedicati ai laboratori di scrittura presso la sede Acli di Ascoli Piceno, gli altri saranno interessanti caffè letterari presso il prestigioso Caffè Meletti di Ascoli Piceno.

L’organizzatrice è la giovane scrittrice Giorgia Spurio che modererà, in collaborazione con l’associazione In-soliti Sentieri, assieme a Roberta Carboni, conduttrice del programma Versi e DiVersi presso Radio Studio Erre.

Le opere dei partecipanti scritte durante i laboratori saranno recitate all’ultimo incontro e avranno visibilità sul web. Il primo appuntamento sarà il 3 aprile.

Per info e prenotazioni contattare l’email giorgia.spurio@acli.it o la pagina facebook dei Giovani delle Acli di Ascoli Piceno oppure telefonicamente.

Tra gli ospiti saranno presenti: i poeti emergenti Alessio Alessandrini, Amedeo Clementi, Marco Squarcia, Davide Tartaglia; il critico letterario e poeta Lorenzo Spurio; per la letteratura dialettale la commediografa e poetessa Giuliana Piermarini, gli scrittori e poeti Stanislao Aleandri, Emidio Martini, Tita Mosca e Enzo Morganti, inoltre Roberto Buondi dell’Ass. Corale Polifonica Cento Torri e del Premio Mimmo Cagnucci; per la narrativa la scrittrice di fantasy Scilla Bonfiglioli, la giovanissima Deianira Camisa, la saggista e scrittrice storica Maresciallo Francesca Parisi; per la poesia locale nella quale si ricorderà Lea Ferranti interverranno Leo Bollettini, Alessandro Centinaro, Franca Maroni, Guido Angelini e Guido Nardinocchi del Premio Nazionale di Poesia e Prosa Inedita Cecco D’Ascoli.

Scrittura Locandina (1)

Aperitivo letterario al Caffè Meletti – Giovani delle Acli di Ascoli Piceno e Coop Soc Il Melograno

 

Programma dettagliato:  

modera la scrittrice Giorgia Spurio con Roberta Carboni di RadioStudioErre

 

  • 3 aprile ore 20.30 – Caffè Meletti

Scrittura emergente: incontro con la poesia e la fiaba.

Con i poeti Alessio Alessandrini, Amedeo Clementi, Marco Squarcia,  Lorenzo Spurio, Davide Tartaglia.

 

  • 8 aprile ore 20.30 – Caffè Meletti

Letteratura Dialettale.

Con gli scrittori e poeti Stanislao Aleandri, Roberto Buondi, Emidio Martini, Enzo Morganti, Tita Mosca e Giuliana Piermarini.

 

  • 11 aprile ore 16.30 – Caffè Meletti

Narrativa: Tra fantasia e realtà, come in un libro di Murakami.

Con le scrittrici Scilla Bonfiglioli, Deianira Camisa e Francesca Parisi.

 

  • 15 aprile ore 20.30 – Caffè Meletti

Poesia Locale: Ricordando Lea Ferranti.

Con i poeti Leo Bollettini, Alessandro Centinaro, Franca Maroni, Guido Angelini e Guido Nardinocchi.

 

  • 17 aprile ore 20.30: Laboratorio di Scrittura, presso la sede Acli di Ascoli Piceno, 2° piano, via III Ottobre 9.

      Lettura, analisi e commento delle opere dei partecipanti: laboratorio di poesia, una 

      lirica di 30 versi.

 

  • 20 aprile ore 20.30: Laboratorio di Scrittura, presso la sede Acli di Ascoli Piceno, 2° piano, via III Ottobre 9.

      Lettura, analisi e commento delle opere dei partecipanti: laboratorio di narrativa,   

      un racconto di 5000 caratteri.

 

  • 29 aprile ore 20.30 – Caffè Meletti

     Aperitivo finale

     Lettura delle opere dei partecipanti ai laboratori, che avranno inoltre visibilità sul  

     web.

 

 

Info e prenotazioni: Giorgia 320 2831361

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“Dipthycha”: il curioso e poliedrico progetto antologico di Emanuele Marcuccio

Dipthycha: Progetto poetico di dittici a due voci

Il 26 marzo 2013 il poeta e aforista, Emanuele Marcuccio, ha dato l’avvio al progetto di un Volume antologico di dittici poetici a due voci[1], «Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…»

Con questa non solita antologia, da lui ideata e che lo vede anche autore di ventuno poesie dei dittici poetici, insieme ad altri amici autori, per un totale di quarantadue liriche, non si è voluto scendere in nessun agone poetico, in nessuna gara. L’intento è l’amore per la poesia, nei suoi diversi stili ed espressioni, la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta.

Dipthycha, termine derivato dall’originale latino diptycha (-orum), con contaminazione in chiave moderna e riadattamento del dittico, la tavoletta cerata in uso presso gli antichi Romani per scrivervi con lo stilo, in chiave poetica. Come sottotitolo «Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…», parafrasando i versi finali della sua poesia “Telepresenza”, ispiratrice del primo dittico poetico intercorso con l’amica poetessa, Silvia Calzolari, nel maggio 2010. L’idea di questi dittici è nata su internet e davanti a un PC.

 

L’Antologia è stata pubblicata il 10 settembre 2013 con Photocity Edizioni.

Marcuccio, Emanuele; AA.VV., Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2013, pp. 90.

ISBN: 978-88-6682-474-9

 

Dipthycha e Dipthycha 2

Il 22 luglio 2014 Marcuccio avvia il progetto di un secondo Volume, con la collaborazione del critico letterario e poeta, Luciano Domenighini, che redige le note critiche su ventinove dei trentatré dittici a due voci presenti. Marcuccio questa volta è presente con trenta poesie.

Scrive quest’ultimo in un suo aforisma del 2014: «Qual è lo spirito di un dittico poetico? Perché creare un dittico poetico a due voci?

Per trovare corrispondenze di significanti nei versi di due poesie di due poeti, accomunate dal tema simile, per trovare affinità elettive nella loro poesia, oltre le distanze e il tempo; quando ciò accade, si riesce ad ascoltare la voce della poesia che, va oltre la voce del singolo poeta, ed è stupore e meraviglia.»

 

L’Antologia è stata pubblicata il 7 gennaio 2015 con TraccePerLameta Edizioni.

Marcuccio, Emanuele; AA.VV., Dipthycha 2. Questo foglio di vetro impazzito, sempre, c’ispira…, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015, pp. 184.

ISBN: 978-88-98643-25-7

 

 

Progetto a cura di Emanuele Marcuccio

Introduzione: Emanuele Marcuccio

Prefazione I Vol: Cinzia Tianetti

Prefazione II Vol. e note critiche: Luciano Domenighini

Postfazione I Vol: Alessio Patti

Postfazione II Vol: Antonio Spagnuolo

Co-curatori I Vol: Gioia Lomasti e Francesco Arena

Original Cover Book I Vol: Emanuele Marcuccio

Editing Cover Images I Vol: Francesco Arena

Editing Cover Images II Vol: Laura e Stefano Dalzini

www.facebook.com/Dipthycha

 

 Gli Autori presenti nei rispettivi due Voll.

 

Emanuele Marcuccio

Silvia Calzolari

Donatella Calzari

Giorgia Catalano

Maria Rita Massetti

Raffaella Amoruso

Monica Fantaci

Rosa Cassese

Rosalba Di Vona

Lorenzo Spurio

Giovanna Nives Sinigaglia

Michela Tarquini

Francesco Arena

Ilaria Celestini

Ciro Imperato

Grazia Finocchiaro

Aldo Occhipinti

Marzia Carocci

Giusy Tolomeo

Grazia Tagliente

Daniela Ferraro

Antonino Natale

Anna Alessandrino

Teocleziano Degli Ugonotti

 

D’accordo con tutti gli autori presenti, l’intero ricavato delle vendite dei volumi è devoluto a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla. Si procede però per via privata alla devoluzione dell’intero ricavato delle vendite, non essendo stato possibile inserire la notizia della devoluzione all’interno del libro.

Contiamo sulla vostra collaborazione. Questi i link attraverso i quali potrete effettuare l’acquisto.

 

©Dipthycha 2, TraccePerLaMeta Edizioni, 2015

ISBN: 9788898643257

tracceperlameta.org
libreriauniversitaria.it
webster.it
ibs.it
unilibro.it

 

 

©Dipthycha, Photocity Edizioni, 2013

ISBN: 9788866824749

tracceperlameta.org
photocity.it
libreriauniversitaria.it

unilibro.it
ibs.it
amazon.it

 

 

L’8 dicembre 2014, dopo aver dato il “Visto, si stampi!” per Dipthycha 2, Marcuccio avvia il progetto di un terzo Volume, sempre con la collaborazione critica di Luciano Domenighini. Dipthycha 3. Classica Litteraria Dipthycha: Questo terzo Volume accosterà voci in dittici dal tema simile, di poeti che hanno fatto la storia della letteratura. Un progetto ambizioso e certamente non di facile realizzazione, ci vorrà almeno un anno o anche più.

Come prima proposta, si accosterà Catullo a Foscolo: con traduzione dal latino di Luciano Domenighini, il Carme 101 di Catullo con “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo, sono entrambi due omaggi funebri al proprio fratello. Il secondo, i due autoritratti: Alfieri-Foscolo. Un terzo, “Come le foglie”, che il critico ha già tradotto per Dipthycha 2, di Mimnermo, con “Soldati” di Ungaretti. Nel quarto si accosterà Virgilio a Pascoli. E poi si vedrà.

Tutti saranno seguiti da una nota critica di Luciano Domenighini.

 

 

[1] Dittico poetico a due voci, una composizione di due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Nell’agosto 2014 la composizione del dittico poetico a due voci, ideata da Marcuccio nel 2010, è stata accolta in seno al neo-nato movimento poetico-culturale dell’Empatismo, quale forma poetica di elezione.

“Charme” di Raffaella Amoruso e Anna De Santis. Prefazione di Lorenzo Spurio

Charme 

di Raffaella Amoruso e Anna De Santis 

(The Writer Ed., 2015)

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

 

Anomala esperienza nel mio percorso di critica letteraria ad autori contemporanei è questa che mi vede quale prefatore del nuovo testo di Raffaella Amoruso scritto a quattro mani con la poetessa Anna De Santis. O, per esser più precisi, bisognerebbe dire che Charme è una bi-antologia poetica che contiene testi dell’una come testi dell’altra e non poesie scritte propriamente a quattro mani, che è tutto un altro discorso, oltre ad una moda abbastanza diffusa negli ultimi tempi.

Conoscevo già la poetica della Amoruso per aver letto recentemente e recensito il suo volume Aculei spilli (2014) e torno a leggerla, ora, con piacere in questa esperienza condivisa con Anna De Santis. La Amoruso non è nuova a pubblicazioni che hanno questo taglio “plurale” dato che, recentemente ha pubblicato anche Ama…amo (2013) insieme a Fabio Amato, poeta milanese.

Punto di partenza dell’analisi potrebbe offrirla l’etimologia della parola charme che campeggia quale titolo di copertina: ci troviamo di fronte a un francesismo che deriva dal latino “carmen” che significava incantesimo e/o fascino. Lo charme quale definzione in un vocabolario di utilizzo odierno è un termine il cui significato è legato prevalentemente a due concetti che sono il fascino (dunque l’avvenenza e l’attenzione per l’estetica, come era nella sua accezione latina)  e la gentilezza (dunque la capacità innata di rapportarsi agli altri). Fascino e gentilezza che possiamo ricercare in una donnna (ma, perchè no?, anche in un uomo) non sono relegati, però, solamente alla loro dimensione fisica cioè legata alla apparenza e al sistema di buone/cattive maniere, ma è anche una categoria dello spirito, una caratterizzazione dell’anima e dunque della propria interiorità.

Chi ha charme è ricco d’attenzioni, interesse, fascino e dunque è attraente, ammaliante, ricercato, seducente, avvenente etc etc. Tutto questo contribuisce a dare alla persona charme quel quid aggiuntivo che gli altri privi di charme non hanno: coloro che sono i comuni, i non avvenenti, i non seducenti.

Ma chi definisce la presenza o meno di charme? Quale è il metro di giudizio e di investigazione per poter dire che, effettivamente, una donna è dotata di charme mentre un’altra non lo è? Non vi è un sistema caratterrizante di questo tipo (e per fortuna!, aggiungo) dunque lo charme, quale figlio diretto della bellezza e dunque del sublime non è che un fattore estetico opinabile, una considerazione soggettiva e in quanto tale degna di osservazioni e di pareri discordanti.

Ma, per non divagare e per ritornare all’oggetto della presente raccolta, dirò che il tema fondamentale che unisce un po’ tutte le liriche è quello dell’amore: dell’amore sognato o sperato, di quello realizzato e consumato, di quello che si conserva e che resta a testimonianza di un percorso di condivisione unico e raro; dell’amore che si ricerca, al quale si tende, dell’amore che a volte si consuma o che porta alla rottura, alla lontananza, alla disperazione o addirittura (la cronaca ne dà ampia testimonianza) alla tragedia che -come sempre si dice- poteva essere evitata.

L’amore di cui parla la Amoruso trasmette sensualità ed è sembianza concreta di un erotismo palpabile come quando parla degli “infiammati sguardi” (p. 10), degli “spogli corpi” (14) e delle “dita ribelli” (p. 17) o evoca la “totale estasi” (p. 13) in quel vorticare sommesso e piacevole dell’amplesso amoroso. Un po’ più austera è la descrizione amorosa della seconda poetessa, Anna De Santis che, castamente, parla di “ardite carezze” (p. 53) e del ritmatico sfiorar delle labbra (p. 68).

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A livello stilistico, abissale è la distanza tra le due poetesse di questo libro: alle immagini-fotogramma della Amoruso si contrappongono immagini descrittive e meticolose, quasi didascaliche della De Santis; al poetare veloce ed espressivo, come fossero pennellate vigorose della Amoruso, si contrappone un verso per lo più lungo e dalla struttura paratattica; all’evocazione di immagini che costituiscono analogie e danno in qualche occasione vita a delle vere isotopie nella Amoruso corrisponde una caratterizzazione quasi prosastica della De Santis.

Chiaramente sono due diversi modi di fare e di intendere la poesia: la Amoruso si attesta su una poesia medio-breve che si concentra attorno ad immagini-simbolo che ne divengono importanti chiavi di lettura, mentre la De Santis sembra particolarmente legata alla costruzione di una poetica di stampo per lo più classico (anche nell’utilizzo di un determinato registro linguistico che, in date circostanze, potrebbe sembrare anche desueto come lo è ad esempio la “d” eufonica che spesso ricorre).

Anche a livello tematico, pur rimanendo all’interno dell’ampio filone della poesia d’amore o, comunque, votata a indagare le pieghe più intime del sentimento, si ravvisa una lontananza tra i due sistemi poetici: la Amoruso parla di un amore consumato e da consumarsi con vari e puntuali riferimenti alla sfera dell’Eros e al bisogno insopprimibile di unione della coppia in quella condivisione da lei definita quale “la perfetta sinergia” (17) che si concretizza in una dimensione quasi mitica, fuori dalla concretezza del reale, ossia ben al di là dello “smisurato tempo del non tempo” (47).  Anna De Santis, invece, pur chiamando in causa la sfera dei sentimenti, lo fa in maniera più intima e pudica, senza svelarsi troppo, quasi con quella distanza dalla vicenda maggiormente caratterizzante un testo narrativo dove vi è impiegato un narratore onnisciente: “le mie gote divenivan purpuree/ mentre le mani sue accarezzavan pelle” (50) dedicandosi nelle liriche oltre all’amato anche a riflessioni sulla propria natura di amante come avviene nella lirica “Mio cuore gitano” (p. 64). Non manca l’indignazione nei confronti di un mal-trattamento nei confronti delle donne subito dagli uomi che la Nostra così sviluppa a conclusione di una lirica dal tono duro e ribelle: “per quello mi chiamano tutti ..meretrice/ arrivate ansimando solo su quello che si vede, si tocca/altro non sapete fare” (p. 65),

Una poesia viscerale, carnale  e, se non ardita, senz’altro espressione di una forte femminilità quella della Amoruso; una poesia razionale e riflessiva, intima ed emozionale quella di Anna De Santis.

Non è possibile, però, dire se una delle due poetiche sia in qualche modo e per qualche ragione a me preferibile per una motivazione molto semplice: che il critico non è un maestrino e soprattutto, ancor più evidentemente, perchè non esiste (o per lo meno non dovrebbe esistere) una scala gerarchica nella poesia: chi è mosso a comporla, chi ne sente l’ispirazione, chi ne abbisogna e chi la ricerca tortuosamente quale prodotto creativo sono tutti accomunati a quel “fare” tipico e connaturato dell’etimologia stessa di poesia contenuta nella radice poiesis.

Virginia Woolf, grandissima donna e per la vigorosa mentalità di pensatrice e per la sua prolifica attività di scrittura, sosteneva che se un libro è ben scritto e ha un valore intrinseco al suo interno, il lettore non farà difficoltà a rendersene conto e a percepirlo, sempre mediante le sue inclinazioni e per mezzo dei filtri che ha nei confronti del mondo e allo stesso tempo che una prefazione per questi motivi può risultare poco meno di una perdita di tempo perchè non è mai (e grazie a Dio!) il prefatore o il commentatore ad accrescere o a determinare il successo di un’opera.

Essa è già sufficiente, in sé, da sola.

Scusatemi, dunque, per avervi rallentato la lettura di questo libro e, per favore, scordatevi tutto quello che vi ho detto.

 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 13-02-2015

Ninnj Di Stefano Busà risponde alle domande di Daniela Quieti

D: la Poesia ama tempi lunghi, Lei ritiene che oggi, in tempi reali, in cui la cultura e la poesia (più in particolare) restano ostiche e invise ai più, possa ancora avere indici di ascolto?

R: oggi più che mai, proprio perché viviamo un mondo tragicamente difficile, carico d’incognite, privato di felicità e serenità, la Poesia è rifugio da antichi dolori, nicchia refrigerante di temporanea pacificazione col nostro “io” tormentato.

In effetti, si avverte un avvicinamento a questa grande arte, un po’ bistrattata, perché spesso incompresa o ritenuta “inutile”. Riguardo alla sua inutilità, vi sarebbe poi, molto da dire. Niente è inutile in questo mondo, se non il “male”: Mi pare che la Poesia non appartenga a questa categoria, anzi, sia lenimento al male, fatto salvo il timore di esserne intimiditi o temerla, perché parla un linguaggio interiore, fatto di suoni modulati al mistero, alla trascendenza, La poesia non è stata mai una materia bene accetta dal “vulgus” troppe implicanze v’intravede al suo interno, troppe interferenze di carattere psico-analitiche, troppa cultura, troppo tempo da perderci per capirla…Ma gli altri, tutti gli altri possono trovare nella Poesia quel “quid” mancante che lega il soggetto al suo infinito, alla memoria fruibile del suo io più interiore che parla la lingua dell’intelligenza del cuore.

 

D: E’ preferibile che la poesia sia vissuta dall’uomo di oggi come protagonista? oppure come comparsa nel ruolo secondario di un mondo fatto di fattori dissacratori, di devianze, o assenze?

R: la poesia è altro da sé, altro anche del nostro immaginario comune, dalle regole del gioco, dal suo verosimile. Non si può immaginare la poesia, senza quel minimo di mistero, di divinità, di trascendente, d’infinito, di “oltre” che porta in sé sin dalla sua genesi. Vi è un fattore che la determina, ed è l’esigenza di rapportarsi con una Entità perfettibile che vive dentro di noi, ma non fa appello al fragore per farsi sentire, non grida, non si agita. E’ solitaria compagna, e accondiscendente segno e sogno infinito della nostra esistenza. Chi la scrive per il futuro ne traccia i segnali, ne istruisce la voce dell’oltre, fa sue le corde infinite di un suono quasi celestiale che origina dal di dentro. Non è diversamente spiegabile, la sua vocazione a restare nelle retrovie del mondo, a proteggere l’uomo dalle sue stesse temperie. La vita non è solo sogno e la poesia lenisce in parte questo attrito, questo stridore, le incoerenze, gli affanni, le assenze di un mondo carico di  -non sense-

 La scienza cosa pensa della poesia? dove la colloca? le dà una definizione?, la giustifica?

R: la scienza ha i sui alti meriti, la poesia ne ha altri, Le due cose non sono necessariamente interscambiabili, né cumulabili. Non sono per schematizzare tutti i processi indistintamente. Trovo giusto che ogni Ente nel suo campo trovi la sua ragion d’essere e vi si distenda, vi si avvicini come può, meglio che può per creare armonia, per sintonizzarsi con gli altri Enti, che sono diversificati e hanno dalla loro, la certezza di portare avanti una causa giusta, di sponsorizzare un bene comune, di valutare in orbite e ambiti diversi le condizioni reali di un mondo multiforme, variegato e (per certi versi) sconosciuto come è il nostro.

 

D.. Quale è stato il suo primo approccio con la Poesia?

R: avevo tredici anni quando misi in essere il mio istinto poetico. Scrissi i miei primi versi su un quadernetto a copertina nera (come si usava un tempo). Li tenevo in cassetto come un tesoro da nascondere, erano le prime emozioni, le prime suggestioni della vita che mi si schiudeva innanzi e di cui capivo appena il profilo. I contorni netti mi apparvero più tardi, quando capii che ero fortemente votata alla poesia, quasi come un destino. A quindici anni, mio padre che era amico di Salvatore Quasimodo, glii mostrò alcuni testi e il grande poeta, ne fu entusiasta, tanto che espresse il desiderio di farmeli pubblicare con una sua prefazione. Dopo alcuni mesi morì. Tutto rimase lettera morta anche per me. Successivamente ripresi il mio iter da sola. Fui letta da grandi critici come: C. Bo, M. Sansone, V. Vettori, A. Capasso, Barberi Squarotti, fino ai più recenti: Giovanni Raboni, M. Forti E. Giachery, A. Merini, Walter Mauro, Davide Rondoni che ne hanno manifestato entusiamo e ammirazione. Il resto è storia personale. Non sono stata consacrata mai dai Grandi Editoriali, ma come abbiamo detto da principio la poesia ama tempi lunghi, saprò aspettare, poiché è determinante per la mia storia personale continuare a scrivere, solo quello…

 

D: la letteratura è una delle sue più importanti forme di vita, Lei vi dedica gran parte del suo tempo.

R: si, è vero, fa parte del mio essere in quanto tale, non saprei disgiungerla dalla mia vita, ma altre sono state le priorità e le occasioni, diverse le esperienze, le necessità…a cominciare dalla famiglia, le figlie Clara e Roberta, i quattro nipotini, e molto altro. Mio marito mi ha sempre sostenuto, ma sovente ho dovuto prendere decisioni importanti, occuparmi della conduzione familiare, seguire gli studi delle figlie, le loro vite, consigliarle, sorreggerle nelle difficoltà, etc. La mia vita è sempre stata carica di una grande quantità di cose. In tutta questa fucina non è mai venuto meno l’amore per la poesia. Le sono stata fedele, l’ho coltivata in silenzio, nei ritagli di tempo, la notte nel silenzio della mia casa. Oggi la poesia e la fede si combaciano, per me poesia è divenuta anche la mia fede. Ci credo come ad una religione, cerco di inculcarla nei giovani, nelle scuole in cui spesso vengo ospitata per discettare di poesia e tentare di farla amare ai giovani, che rispondono positivamente (devo dire) e per fortuna, perché la poesia è quel filo sospeso tra noi e il cielo, tra il bene e il male, tra la vita e la morte, e non si deve spezzare, perchè equivarrebbe a rovinare qualcosa di bello, di buono che ancora resta.

Nazario Pardini su “Dipthycha 2”, volume poetico-antologico curato da Emanuele Marcuccio

Emanuele Marcuccio e AA. VV., Dipthycha 2[1]

TraccePerLaMeta Edizioni, Sesto Calende (VA), 2015, pp. 184

ISBN: 978-88-98643-25-7

  

Nota critica a cura di Nazario Pardini

  

Dipthycha 2_original_front_cover_900Opera interessante, polimorfica, parenetica, e plurale, questa, curata da Emanuele Marcuccio, che assembla vari Autori nell’intento di “rivalutare la poesia, come forma di comunicazione emotiva ed empatica per eccellenza e come forma verbale più profonda mai creata dall’uomo” (Manifesto dell’Empatismo). Condotta con tattica esplorativa, e con vèrve innovativa, riesce a sorprendere per la simbiotica dualità dei testi e per gli allunghi critici di valida soluzione autoptica di Luciano Domenighini, il quale afferma: “ho cercato, commentando, di privilegiare gli aspetti perifrastico ed ermeneutico rispetto a quello più strettamente analitico”. Vere explications du texte quelle del critico, e per affondi di acribia intuitiva e per inarcature d’energia perlustrativa, con cui riesce a sottolineare i giochi lessico-semantici e stilistici, puntualizzandone la natura estetica e filologica: un chiaro esempio di stesura recensiva; di come si deve condurre l’esegesi di una pièce, senza perdersi in vaghe e rocambolesche locuzioni, o in pleonastiche avventure linguistiche, stando coi piedi per terra e con l’occhio attento alla parola, ai suoi meccanismi, agli intrecci allusivi, e ai valori morfosintattici. Un manuale di accorgimenti tecnici, di applicazioni figurative, e di importanti significanti metrici. Il tutto garantito dalla inossidabile vis creativa di un poeta, quale Emanuele Marcuccio, che, facendo da primo attore in questa antologia, affianca, alternativamente, una sua poesia a quella di ogni Autore della raccolta: “Due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza epatica” (da nota pp. 11 del testo). Il tutto per illustrare la poetica di un manifesto che riunisce attorno a sé diverse voci, esemplificandone i parenetici intenti propositivi con un titolo di per sé emblematico: “Manifesto dell’Empatismo”, che fa da prodromico ingresso al libro. Citarne quello che secondo me è l’articolo più attinente allo spirito generale dei fondatori è, di sicuro, fondamentale per percepire la pienezza paradigmatica dell’opera: “Noi vogliamo che tra i poeti empatisti e tutti i poeti e artisti in genere, ci sia rispetto e stima reciproca, senza nessuna presunzione di possedere la verità. Eleggiamo il dittico poetico a due voci[2] e il pluricanto[3], come forme per eccellenza di empatia poetica e come forme di poesia empatista per antonomasia”. Senza trascurare naturalmente tutti gli altri punti del programma che ne caratterizzano la grande valenza, considerando che il canto è soprattutto generosità emotiva, e ricerca verbale. Opera, quindi, di una plurivocità accattivante, i cui duetti canori fanno da controcanto a un tema di urgente resa artistica: quello di saper tradurre le nostre contaminazioni soggettive in cospirazioni universali; in slanci verso l’oltre, dacché l’arte è qualcosa di più dell’umano; sì, ne vuole tenere di conto, ma per farne un trampolino di lancio verso l’inarrivabile: è così che mantiene quel senso del mistero che la rende unica. Ciò che si percepisce dalle molteplici composizioni di Marcuccio, il quale, attraverso le sue espressioni si fa chiara esemplificazione del nerbo di quei dettami. Forza emotiva, ricerca semantica e sonora, contenuti che non tradiscono lo slancio romantico verso l’oltre, assenza di contaminazioni epigonistiche o pleonastiche. Un fluire semplice il suo che trae dalla vita e dai suoi perché i motivi della poesia. Tutte le questioni che hanno a che vedere col tempo, il luogo, il sogno, l’essere, l’esistere, e le inquietudini della nostra permanenza terrena. Interrogativi e insoddisfazioni esistenziali di memoria leopardiana, si è detto; ma io credo abbrivi e cospirazioni intime che chiedono slanci oltre quegli orizzonti che demarcano il nostro vivere. E che, al fin fine, tanto sono legati all’amor vitae di cui si nutre la poetica del Nostro. Molto ci sarebbe anche da dire sugli altri poeti di questa particolare Antologia. Della loro forza emotiva, del loro stile maturo e ricco di figure allegoriche; della loro metaforicità; e soprattutto della grande padronanza metrica che sa intonarsi con vigoria significante al denominatore comune delle pièces: “[E]mozionare con i nostri versi, pur rimanendo fedeli ognuno al personale modo di fare poesia.”[4]

Ne consigliamo la lettura a tutti coloro che ci seguono, dacché credo faccia loro piacere leggere una molteplicità di stili confluenti nel fiume chiaro dell’arte del dire e del sentire; come penso non sia disdicevole proporre una esemplificativa e indicativa pagina di questo innovativo testo:

 

  

ETERNITÀ

  

Ho vissuto tante eternità

nell’assoluta pienezza

di un attimo.

Ti ho cercato nel vento

e nell’acqua.

Ti ho trovato

e ti ho perso.

Con la morte e la vita

usavo lo stesso linguaggio

perché nelle note del tempo

arrivassi a me.

 

3 agosto 2003

Giusy Tolomeo

 

 

ETERNITÀ[5]

  

Oltre quel fumo,

oltre quella porta,

oltre il mare immenso,

oltre l’orizzonte sconfinato,

oltre le piogge di mezz’agosto

c’è una luce che io voglio attraversare,

c’è una soglia che io voglio varcare

in questa pioggia del mio vegetare,

in questo mare del mio non vivere.

 

10 marzo 2009

 

Emanuele Marcuccio

 

 

 Nota critica di Luciano Domenighini

 «In quattro strofe, tutte al passato, la prima e l’ultima meditative e le due centrali narrative, rivelatrici e brucianti nel succedersi di tre passati prossimi (“Ti ho cercato […] ti ho trovato/ e ti ho perso”), “Eternità” di Giusy Tolomeo è una poesia d’amore, è anche la narrazione di un amore, ma soprattutto parla del rapporto fra amore e tempo: un teorema, il cui enunciato è tutto nella prima strofa (“Ho vissuto tante eternità/ nell’assoluta pienezza/ di un attimo”) per dire che un istante di vero amore vale tutto il tempo di mille anni e molto più ancora, per dimostrare che l’amore può dare scacco al tempo.

Questa riflessione ha per la poetessa un valore immenso, il valore soggiogante di una rivelazione e conta per sé sola, assai più della cronaca quotidiana di una storia amorosa, del suo svolgersi e del suo esito stesso. Nella strofa finale, commovente, struggente, la poetessa, con afflato squisitamente romantico, allinea e omologa vita e morte, ponendole dinanzi al sentimento che solo può arricchire l’una e disperdere l’orrore dell’altra.

Di tutt’altro tono e ambito psicologico-concettuale si presenta lʼ “Eternità” di Emanuele Marcuccio, lirica metaforico-intimistica, spiccatamente esistenziale, di estrazione leopardiana, che ha per argomento il dolore per il tedio del non essere, il rincrescimento per il tempo della vita che trascorre invano. Marcuccio si dimostra abile nel disporre con ordine e simmetria non solo i suoi versi ma anche le figure simboliche. La composizione, di nove versi, presenta tre cellule iterative subentranti (vv. 1-5 “oltre”, 6-7 “c’è”, 8-9 “in questa/o”) ma il nucleo significativo portante è contenuto nella corrispondenza fra i vv. 3 e 5 e il distico ai vv. finali 8 e 9 realizzante un chiasmo “ritardato”, a distanza, nel quale, di fatto, si sdoppia il dettato poetico: allora abbiamo l’ “immenso mio non vivere” e il “mezz’agosto del mio vegetare”.» (p. 90)

 

 Nazario Pardini

 

Arena Metato (PI), 2 febbraio 2015

[1] Come da accordi, il ricavo delle vendite spettante agli autori partecipanti andrà a AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla, così come si è già fatto con il ricavo di «Dipthycha» (Photocity Edizioni, 2013). [N.d.R.]

[2] Composizione poetica ideata dal degno poeta empatista, Emanuele Marcuccio, nel 2010. Due poesie di due diversi poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. (Nota 2 al testo “Manifesto dell’Empatismo” in Emanuele Marcuccio e AA.VV., Dipthycha 2, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 11.) [N.d.R.]

[3] Composizione poetica ideata dalla fondatrice del nostro Movimento, Giusy Tolomeo. Una poesia composta da uno o più versi di poesie di vari poeti, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, seguendo uno stesso tema in una sorta di corrispondenza empatica. (Nota 3 in ibidem, p. 12.) [N.d.R.]

[4] Da “Manifesto dell’Empatismo”, IX capoverso in ibidem.) [N.d.R.]

[5] Già edita in Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 17. [N.d.R.]

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