È uscito “Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio”, un saggio di Lorenzo Spurio

Photocity Edizioni ha appena pubblicato Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio,saggio monografico dello jesino Lorenzo Spurio.

Il saggio di settantasei pagine è stato portato a termine il 2 luglio 2013 e verte sulla produzione edita e inedita di Emanuele Marcuccio, che amplia e rivisita la relazione da Spurio preparata per la recente presentazione dei libri di Marcuccio, tenutasi a Palermo lo scorso 16 giugno, presso la sede unica dell’Associazione Artistica e Culturale “Centro Caterina Lipari” e “Romantic Museum”.

Ricordiamo le opere di Emanuele Marcuccio: «Per una strada» (SBC Edizioni, 2009), poesia; «Pensieri minimi e massime» (Photocity Edizioni, 2012), saggistica/aforismi.

SCHEDA DEL LIBRO

                        
cover frontTITOLO: Un infaticabile poeta palermitano d’oggi: Emanuele Marcuccio
AUTORE: Lorenzo Spurio
CURATORE: Lorenzo Spurio
Editing Cover Images: Lorenzo Spurio
EDITORE: Photocity Edizioni
GENERE: Saggi/Critica letteraria
PAGINE: 76
ISBN: 978-88-6682-478-7
COSTO: 8,50 €
Link diretto alla vendita

A Pieve Emanuele la presentazione di “Viviamo errando” di Luigi Marini

“Viviamo errando”, la nuova raccolta poetica di Luigi Marini

TraccePerLaMeta Edizioni pubblica l’opera poetica del poeta pievese

 

 cover MariniÈ stata pubblicata da TraccePerLaMeta Edizioni l’ultima silloge poetica intitolata “Viviamo errando” di Luigi Marini, noto personaggio e poeta Pievese.

L’opera, che sarà  presentata ufficialmente nel corso del reading poetico che si terrà a Pieve Emanuele (MI) il 29 settembre p.v., è una raccolta di poesie dedicate all’uomo, agli affetti veri, ai principi e ai valori che fanno da leitmotiv non soltanto alla sua poetica personale, ma allo spirito educativo e civile della nostra società.

Come dice nella sua prefazione Anna Maria Folchini Stabile, poetessa e scrittrice, presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta, Luigi Marini è un profondo conoscitore della vita e della sua gente e «le sue  qualità di osservazione, ascolto, attenzione e  sensibilità profonda gli permettono di scrivere poesie sulle persone che camminano con lui lungo la strada della vita da lui intesa come un pellegrinaggio, ricco di incontri ed emozioni, parentesi da percorrere prima di raggiungere la meta definitiva dove tutto avrà compimento, come egli scrive nella poesia che non a caso si intitola “Viviamo errando” che dà titolo alla raccolta e  che è anche una quadreria di personaggi che a Pieve Emanuele vivono o hanno vissuto e di questa comunità sono tradizione, forza e caratteristica».

Il libro verrà presentato a Pieve Emanuele (Mi) domenica 29 settembre a partire dalle ore 15,30 all’interno dell’evento “Reading & Flamenco” organizzato dalla Associazione Culturale TraccePerLaMeta in collaborazione con la rivista di letteratura Euterpe.

 

Luigi Marini è nato a Pizzabrasa, nel comune di Pieve Emanuele (MI), nel 1944 e risiede da sempre in questa cittadina in cui si è adoperato per migliorarne la qualità dei rapporti umani e i servizi a favore della collettività. Il suo interessamento per le persone in difficoltà lo porta a rafforzare la Croce Bianca con la promozione di corsi di aggiornamento per il volontariato, a fondare il comitato per le tossicodipendenze, a recuperare case coloniche trasformandole in mini appartamenti per anziani, a fondare l’A.I.D.O. Pievese. Marini si diletta a scrivere poesie sia in dialetto pievese sia in italiano che esprimono la nostalgia per un tempo passato in cui i rapporti tra la gente di paese erano più schietti e solidali, caratterizzati da semplicità e cordialità. Marini traccia i ritratti delle persone che conosce o che incontra casualmente con poche e colorate espressioni da vignettista. Non sono mancati riconoscimenti ufficiali alla sua poetica: nel 1982 vince il premio in una gara indetta dal Comune di Pieve Emanuele e nel 2012 il 1° Concorso Letterario Internazionale Bilingue “Tracce PerLaMeta” con la poesia “Viviamo errando” che appartiene a questa raccolta. (Dalla postfazione di Clara Block)

Titolo: Viviamo errando
Autore: Luigi Marini
Prefazione: Anna Maria Folchini Stabile
Postfazione: Clara Block
Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni
Collana: Poesia
Anno: 2013
Isbn: 978-88-98643-01-1
Pagine:  66
Costo: 9 €
Link diretto alla vendita

  

Info:  www.tracceperlameta.org – info@tracceperlameta.org

2° Premio di Poesia “L’arte in versi” – il verbale della giuria

logo_l'arte in versi

2° Edizione

  

VERBALE DI GIURIA

 

La Giuria del II° Premio di Poesia “L’arte in versi” (edizione 2013) composta da Lorenzo Spurio (scrittore, critico letterario e direttore Rivista Euterpe), Emanuele Marcuccio (poeta, aforista e Curatore Editoriale), Marzia Carocci (poetessa e critico-recensionista), Martino Ciano (scrittore, redattore di Euterpe), Annamaria Pecoraro (poetessa, scrittrice e direttrice di Deliri Progressivi), Iuri Lombardi (poeta, scrittore e redattore di Segreti di Pulcinella ed Euterpe), Luciano Somma (poeta, autore di canzoni e critico d’arte), Salvuccio Barravecchia (poeta e scrittore) e Michela Zanarella (poetessa e scrittrice, redattrice di Euterpe) rende noto l’esito del concorso.

 

 MENZIONI D’ONORE

I poeti riceveranno diploma di menzione d’onore con commento critico alla propria poesia e la pubblicazione di poesia, commento critico e nota bio-bibliografica nell’opera antologica.(*)

 

Sezione A – Poesia in lingua italiana

ALICE GORI – Prime impressioni

ANDREA LEONELLI – Cantando in silenzio

ANNA MARIA CARDILLO – Stamattina, ancora una morte in cantiere

ANNALISA SALVADOR – Eri

BRUNO CENTOMO – Da dietro una finestrella

BRUNO CENTOMO – Dissipano le luci, le ombre

CARLA DE FALCO – Voce di brace

CORRADO AVALLONE – Migrantes

CORRADO AVALLONE – Sicilia 2009

CRISTIANA CONTI – I tuoi fiori

ELSO AVALLE – Graffiti a Santa Maria

EMILIO D’ANDREA – Tu vivrai

EMILY CALDART – Scende la neve

LUCIANA ESPOSITO – Angeli dimenticati

ERIKA ESPOSITO – Quinto quarto di luna

FRANCESCA ALIPERTA – Spettri di luce

GIANNI CALAMASSI – Nel cielo il vento dello shoah

MONIA MINNUCCI – La casa degli angeli

MONIA MINNUCCI – Piccolo mondo

NICOLA ANDREASSI – E rivedo mio padre

NICOLA ANDREASSI – Nera la notte

NUNZIO BUONO – Nel cielo di un giorno

RITA CHINOTTI – Vite interrotte

SANDRA AMOVILLI – L’altra metà della luna

STEFANO PERESSINI – Non ho perduto nulla

STEFANO PERESSINI – Sarà forse quel tempo

VINCENZA FAVA – A mio padre

VINCENZA FAVA – Pane e dolore

 

 

Sezione B – Poesia in vernacolo

CRISTINA BIASOLI – Siti d’amuri

EMANUELE INSNNA – Carusanza persa

ERICA GAZZOLDI – Al fosc

ERICA GAZZOLDI – Manèrbe

GIUSEPPE GAMBINI – Tra viche e vicarielle

MARCO BOLLA – Le buanse del tempo

PATRIZIA CHINI – Ha smesso de piove

 

 

 

SELEZIONATI

I poeti riceveranno diploma di selezione e la pubblicazione della poesia nell’opera antologica.

 

Sezione A – Poesia in lingua italiana

ALESSANDRA MARRONE – Carceri

ANGELO GALLO – Shoah

ANNA ALESSANDRINO – Donna

ANNA BARZAGHI – Silenzio nella nebbia

ANNA BARZAGHI – Sospiro d’amore

ANNA MARIA CARDILLO – Madre senza canzoni e senza giovinezza

ANNA MARIA FOLCHINI STABILE – Grigio di cielo

ANNAMARIA STROPPIANA DALZINI – Uomo

ANTONIO BICCHIERRI – Echi lontani

ANTONIO TAMMARO – Dedica

ANTROPOETICO (pseud.) – Caronte

ALESSIO BARDELLI – Il suono del silenzio

CRISTIANA CONTI – Petalo reciso

DAVIDE ROCCO COLACRAI – Il Vangelo delle donne

DAVIDE ROCCO COLACRAI – Movimento ultimo

DONATO LADIK – Sulle ali di Pegaso

ELISA MARCHINETTI – Camminare

ELISA MARCHINETTI – I solchi della vita

EMANUELE ROCCO – Il filtro

ERIKA ESPOSITO – Persephone

FABRIZIO BREGOLI – La buona novella

FABRIZIO BREGOLI – Presagi

FRANCESCA FICHERA – Siesta

FRANCESCA LA FROSCIA – Storia ineffabile

FRANCO CASASEI – Bruno e Rosalba

GIANNI TERMINIELLO – Sotto il cielo, si vive sempre

GIUSEPPE GAMBINI – Passaggio notturno

GIUSEPPE GAMBINI – Transito

GIUSEPPE STILLO – Povero vecchio

GLORIA VENTURINI – Queste sere

LAURA VARGIU – Gli invisibili

LAURA VARGIU – La madre di Tunisi

LEDI CAFULI – Penombre

LEDI CAFULI – Raccontami una storia

LUCA QUIRINI – Tra scaffali e cassetti

LUCIANA ESPOSITO – Oggi no

LUIGI ARENA – Franco

LUIGI ARENA – Ora

LUISA BOLLERI – La vita è fuori

MARCO CRIVELLARO – L’insegna di Auschwitz

MARCO SCARPULLA – Fenice

MARIA SPOTO – L’emigrante

MARINELLA PAOLETTI – Sguardo

MARIO DE ROSA – Anche se

MARIO DE ROSA – Il senso del moto

MASSIMO ACCIAI – Uomo del XXII secolo

MILENA PERICO – Brandelli di sogni

NUNZIO BUONO – I colori della sera

PATRIZIA COZZOLINO – Falesie e crepacci

PATRIZIA STEFANELLI – A margine

PIERANGELA CASTAGNETTA – Nel tempo di Tersicore

PIETRO VIZZINI – Bambini nella guerra

POLDINA FERORELLI – Mondo

RAFFAELLA AMORUSO – Ingannevole

RICCARDO COLOMBARA – Silenti risposte

RICCARDO COLOMBARA – Vuoti

RITA CHINOTTI – Speranza

RITA STANZIONE – All’ora indecifrabile

RITA STANZIONE – Di porte e aperture

ROSSANA SPEZZATI – Al buio

ROUSLAN SENKEEV – L’autunno ci ha colti alle spalle

TANIA SCAVOLINI – Affaccio il cuore

TANIA SCAVOLINI – Ali per sognare

VALERIA MASSARI – Gestazione del dolore

VELIA AIELLO – Ovunque amore

VIVIANA DE CECCO – La stanza vuota

 

 

Sezione B – Poesia in vernacolo

ALESSANDRO ROSSINI – La scorza dice poco

ANGELO CANINO – U viacchiu

ANTONIO PRESTIGIACOMO – Un barbuni

ARMANDO IADELUCA – Figlio reocchia lu cielo

CRISTINA BIASOLI – Voe di detais

DANIELA CORTESI – Porbia dla guera

EMANUELE INSINNA – Passioni

FRANCO PONSEGGI – Armor

GIUSEPPE GAMBINI – Nu felille e voce

GLORIA VENTURINI – Ea casa vecia

GLORIA VENTURINI – No ghea fasso più

MARCO BOLLA – Sensa versoro

PIERANGELA CASTAGNETTA – L’amuri ti vogghiu cantari

ROCCO GIUSEPPE TASSONE – Tramuntu

 

 

Tutti i diplomi dovranno essere ritirati durante la premiazione dai poeti stessi o da incaricati con delega e non saranno spediti a casa, salvo nei casi in cui venga predisposta la copertura di spese per le spedizione.

 

(*) Gli autori che hanno ottenuto la Menzione d’onore e i cui testi verranno pubblicati nell’antologia del concorso di inviare entro il 12 ottobre 2013 alla mail lorenzo.spurio@alice.it la loro nota bio-bibliografica (Word, Formato A4, Times New Roman pt. 12, massimo 25 righe) che accompagnerà la propria poesia nell’antologia e riportare obbligatoriamente nello stesso documento in basso questa attestazione a pena di esclusione dal progetto antologico:

 

“Dichiaro che questa poesia è frutto del mio solo ingegno e che ne detengo i diritti.

Autorizzo gli organizzatori del concorso alla pubblicazione nell’opera antologica.

I diritti sulla poesia rimarranno di mia proprietà.

Non avrò nulla a pretendere agli organizzatori del concorso né ora né mai”

 

 

La premiazione si terrà domenica 17 novembre p.v. a partire dalle ore 16:30 presso la Sede Provinciale dell’ARCI di Firenze, in Piazza de’ Ciompi 11.

 

Evento della premiazione su FB: https://www.facebook.com/events/584550388265800/?fref=ts

 

Tutti i partecipanti al concorso sono invitati alla premiazione.

I poeti premiati con Menzione d’onore leggeranno le loro poesie e si darà lettura ai commenti critici.

 

 

 

 

LORENZO SPURIO                                                                      MARZIA CAROCCI

Presidente del Premio                                                                  Presidente di Giuria

 

 

Info:

lorenzo.spurio@alice.itdulcinea_981@yahoo.it

100 THOUSAND POETS FOR CHARGE – 100mila poeti per il cambiamento

100mila poeti per il cambiamento: oltre 500 eventi nel mondo.

copertina_salice+titolo_150

In Italia una raccolta no profit di poesie su pace, diritti umani, ambiente, etica e lavoro.
Destinatari la politica e le Istituzioni.
Albeggi Edizioni ha aderito alla manifestazione 100 Thousand Poets for Change, che si svolgera’ il 28 settembre in tutto il mondo, con un’antologia di poesie sui temi della pace, dei diritti umani, della sostenibilità ambientale, dell’etica nell’economia e del lavoro, prodotta senza scopo di lucro, che verrà consegnata a rappresentanti istituzionali e resa disponibile gratuitamente sul web. L’obiettivo dell’iniziativa è ridare dignità alla poesia come mezzo di espressione della denuncia civile e sociale, esortando le Istituzioni a mettere al centro dell’agire di governo e politico l’Uomo, i suoi bisogni, il suo futuro.
29 le poesie inedite di: Lucianna Argentino, Claudio Arzani, Fabio Barcellandi, Carlo Bordini, Marisa Cecchetti, Marco Cinque, Massimiliano Damaggio, Andrea Garbin, Giuseppe Iannarelli, Giovanna Iorio, Roberta Lipparini, Gianmario Lucini, Gabriella Modica, Paola Musa, Benny Nonasky, Guido Oldani, Paolo Polvani, Valeria Raimondi, Riccardo Raimondo, Ottavio Rossani,Francesco Sassetto, Adriana Scanferla, Jamshid Shahpouri, Christian Sinicco, Angelo Tonelli, Caterina Trombetti, Claudia Zironi e dei due fondatori dell’iniziativa mondiale Terri Carrion e Michael Rothenberg.
Scrive nella sua prefazione il poeta e critico Ottavio Rossani: Le condizioni sociopolitiche del nostro Paese richiamano i poeti ad esercitare il rigore logico ed il coraggio passionale per denunciare la vergogna delle incompiutezze, delle stragi, della corruzione, delle cadute etiche, della perdita dei valori, delle lacune professionali in tutti gli ambiti produttivi, e di una burocrazia ancora cieca e sorda davanti ai cittadini.
Le poesie di questa raccolta toccano infatti argomenti di forte impatto sociale, politico e di cronaca. C’è la guerra, con le sue atrocità, e la sua vicinanza; c’è il bisogno di etica nella politica e nella società; c’è l’ambiente e le sue sofferenze; ci sono sguardi preoccupati sulle nuove povertà, sulla vergogna delle carceri, sulle tendenze razziste e xenofobe in Europa. Ci sono sguardi pietosi su fatti di cronaca, come i suicidi dei ragazzi derisi per la loro diversità, la violenza che si consuma tra le pareti domestiche, i fatti di Genova, il fioraio suicida ad Ercolano al quale sono state dedicate due poesie. Ci sono versi di profonda indignazione
verso chi profana le Istituzioni e versi di profondo amore per lʼItalia, per la sua bellezza.
Iniziata nel 2011 con una call to action su facebook, 100 Thousand Poets for Change sta oggi davvero scuotendo le coscienze del mondo, chiamando a raccolta artisti di varie discipline da ogni angolo del pianeta, con la Stanford University curatrice di un enorme archivio permanente globale. La gente è ovunque alla ricerca di un cambiamento positivo – scrivono Michael Rothenberg e Terri Carrion nella presentazione.
Sabato 28 settembre il museo dei bambini Explora di Roma accoglierà l’iniziativa mondiale ospitando alle 16 un workshop poetico in cui un gruppo di autori dell’antologia incontrerà i bambini per avvicinarli alla poesia.
Chi, meglio dei bimbi, come futuri attori del cambiamento.

“In ricordo di Neruda: poeta dell’esilio e dell’impegno attivo”, di Lorenzo Spurio

In ricordo di Neruda: poeta dell’esilio e dell’impegno attivo

di LORENZO SPURIO

  

Compagni, seppellitemi in Isla Negra,
di fronte al mare che conosco, ad ogni area rugosa
di pietre e d’onde che i miei occhi perduti
non rivedranno.[2]

 

Il 23 settembre 1973 in una clinica di Santiago de Cile moriva uno dei più insigni poeti della letteratura mondiale contemporanea: Pablo Neruda. L’origine della morte veniva spiegata con l’aggravamento di un tumore, ma ben presto alcune ipotesi più dolorose sembrarono prendere piede: quella che l’uomo fosse stato avvelenato su comando dello spietato dittatore Pinochet. Nell’aprile scorso il Tribunale ha predisposto la riesumazione del corpo del poeta che è stato poi sottoposto a nuove perizie per cercare di acclarare la reale causa della morte.[3] La vicenda rimane ancora oggi velata da mistero.

Nato nel 1904 nella provincia della regione centrale di Maule da un modesto ferroviere e rimasto orfano della madre giovanissimo, Neruda (il cui nome venne utilizzato da lui stesso inizialmente come pseudonimo rifacendosi allo scrittore Jan Neruda e che poi avrebbe utilizzato e con il quale sarebbe divenuto famoso) è comunemente ricordato come uno dei maggiori cantori dell’America Latina assieme a Ruben Darío (1867-1916) e José Martí (1853-1945). La prima opera poetica dell’autore fu Crepuscolario (1923), seguita l’anno dopo dalla ben più celebre Veinte poemas de amor y una canción desesperada nella quale l’animo lirico del poeta si destreggiava tra voraci pennellate nel mondo dell’erotico e una chiara e mai ridondante suggestione modernista.

imagesImportante l’impegno sociale e politico di Neruda a partire dalla sua attività diplomatica di console a Buenos Aires (1940-1943) sino al suo incarico a Barcellona e a Madrid, città nella quale conobbe e strinse amicizia con altri geni del momento quali Federico García Lorca (1898-1936), Salvador Dalí (1904-1989) e Rafael Alberti (1902-1999). Probabile influenza ricevette dagli amici incontrati a Madrid, una delle capitali delle avanguardie europee, dove in molti artisti si confessavano con una nuova poetica: quella del linguaggio surrealista. Luis Buñuel nel 1929 aveva girato il perturbante cortometraggio Un perro andaluz; García Lorca, compose Poeta en Nueva York tra il 1929-1930 impressionato dal suo viaggio negli Stati Uniti, un testo avanguardistico nel quale usa un linguaggio tortuoso fatto di analogie inconfessabili e rivelava il chiaro influsso subito dall’amico e pseudo-amante Salvador Dalí e quest’ultimo nel 1933 aveva appena ultimato il celebre quadro con gli orologi molli denominato “La persistenza della memoria”. Ed è così che l’opera  di Pablo Neruda, Residencia en tierra[4] (1933), una delle più ricordate e celebrate dell’autore, si manifestava per un nuovo gusto per l’avanguardia rilevabile nei suoi testi attraverso l’uso di una poetica asciutta e ricca di “a capo”, quasi asfittica, nella quale imperversavano allusioni difficili da cogliere, un linguaggio a tratti paradossale e immagini chiaramente scaturite da una nuova psico-analisi della realtà: “Dopo tutto sarebbe delizioso/ spaventare un notaio con un gladiolo mozzo/ o dar morte a una monaca con un colpo d’orecchio./ Sarebbe bello/ andare per le vie con un coltello verde/ e gettar grida fino a morir di freddo”.[5]

Importantissime infine altre due opere nel grande mare magnum della monumentale e prolifica collezione artistica di Neruda:  España en el corazón (1937) e  Canto general (1950). In España en el corazón si respira il tormento per la guerra civile spagnola che nel 1936 portò alla fucilazione dell’amico García Lorca al quale pochi anni prima aveva scritto una bellissima ode nella quale lo paragonava a “un arancio in lutto”. In questa silloge prevalgono i toni duri di un uomo addolorato per la scoppio di un clima d’odio e la deriva totalitaria; le immagini evocate sono forti e violente come quando scrive: “Di fronte a voi ho visto il sangue/ di Spagna sollevarsi/ per annegarvi in una sola onda/ di orgoglio e di coltelli!// Generali,/ traditori:/ guardate la mia casa morta,/ guardate la Spagna a pezzi”.[6]

Canto general è la prosopopea lirica dell’amore incontenibile verso la sua terra, non solo la sua regione e il suo paese, ma il Sud America tutto, tanto diverso da quell’Europa che pure conosceva molto bene all’interno del quale il lettore non potrà che rimanere affascinato dalle “poesie oceaniche” e riuscire a scorgere i movimenti delle acque sconfinate. E in questo canto-confessione che l’autore fa con occhi che potremmo dire esser bagnati e con un fedele recupero del suo passato, in molti hanno visto la grandezza di Walt Whitman (1819-1892) che parlò con la sua terra, evitando gli elogi, ma dando la parola a ogni cosa: al cane, alla foglia, alla luna e al colore.

Non va di certo dimenticato neppure il fervido attivismo di sinistra di Neruda con una vera e propria “militanza” nelle file del marxismo e nell’appoggio indiscusso al cheguevarismo di Cuba che lo portò, però, anche a una dura sottomissione di idee da parte dei regimi totalitari che si susseguirono in Cile. La biografia di Neruda, infatti, non può essere scissa dalla storia contemporanea del Cile con la quale si identifica, si intreccia, si coniuga e ne subisce pesantemente gli errori commessi dai militari al comando. Ed è così che nel 1949, dopo un periodo di ostilità e censura nei suoi confronti, che il poeta di Parral viene costretto ad allontanarsi dal suo paese quando con un clamoroso discorso al Senato cileno (Neruda in quel periodo era senatore), ricordato come il discorso del “Yo acuso”, sottolinea le nefandezze operate da certi strati del governo che inizialmente aveva appoggiato e che poi si erano mostrati voltagabbana e violenti, bollandoli come fascisti. E in effetti la vita del poeta è costellata di numerose partenze e ritorni al caro Cile natale, un po’ dovuti ai suoi incarichi di lavoro diplomatici in Europa e in Asia, un po’ proprio per gli esili intimati e coatti a cui il poeta dovrà sottomettersi non senza dolore e nostalgia.

Nel 1970 Neruda ritorna in Cile alla vigilia delle elezioni presidenziali nelle quali appoggia dichiaratamente il candidato socialista Salvador Allende (1908-1973) del quale pure diventerà grande amico, ma l’esperimento democratico per la politica cilena durerà troppo poco e il paese sprofonderà in una nuova, lunga e dolorosa dittatura, quella di Augusto Pinochet (1915-2006) inaugurata con il golpe militare nel 1973. Neruda, ormai visibilmente compromessosi nelle sue eclatanti posizioni sinistroidi e quindi temuto dal nuovo presidente come possibile leader del dissenso, viene nuovamente allontanato dal paese e le opere del poeta saranno censurate per tutto il periodo della dittatura, ossia fino al 1990. La vita di Neruda è una storia fatta di viaggi di lavoro, spostamenti frenetici, relazioni con culture e lingue diverse, esili dolorosi ed attese.

Per ricordare la grandezza del poeta cileno  a quaranta anni di distanza dalla sua morte la rivista di letteratura “Euterpe” della quale sono direttore, in collaborazione con l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta, Deliri Progressivi e il Patrocinio Morale ricevuto dal Consejo Nacional de la Cultura y las Artes del Gobierno de Chile, abbiamo organizzato un incontro poetico che si terrà a Firenze il prossimo 21 settembre 2013 a partire dalle 17:00 presso la Libreria Nardini all’interno del Complesso de Le Murate.

In questa occasione si ripercorrano alcuni momenti cruciali della vita del poeta leggendo alcune sue liriche in lingua originale e in italiano, dando poi spazio ai poeti che interverranno e daranno lettura alle loro poesie.

Il fatto che si sia deciso di intitolare l’evento “Memorial Pablo Neruda” non è causale e ha la volontà di mostrare un doppio rimando alla sua poetica richiamando la sua opera Memorial de Isla Negra composta nel 1964 dove, rimembrando la nascita dell’amore verso la poesia, annotava: “Accadde in quell’età… La poesia/ venne a cercarmi. Non so da dove/ sia uscita, da inverno o fiume./ Non so come né quando,/ no, non erano voci, non erano/ parole né silenzio,/ ma da una strada mi chiamava,/ dai rami della notte,/ bruscamente fra gli altri,/ fra violente fiamme/ o ritornando solo,/ era lì senza volto/ e mi toccava”.[7]

 Locandina_Neruda_definitiva

LORENZO SPURIO

 10-09-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE IL PRESENTE SAGGIO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.                       

  

 


[2] Pablo Neruda, Poesie, cura e traduzione di Roberto Paoli, Milano, Newton Compton Editori, 2007, p. 119.

[4] Il titolo non può che ricordare la celebre Residencia de Estudiantes de Madrid, luogo di incontro di esperienze artistiche nuove e di amicizie tra poeti e pittori che furono importantissime negli sviluppi dell’arte europea. Alla Residencia de Estudiantes gravitavano Luis Buñuel, Federico García Lorca, Salvador Dalí, Manuel Altolaguirre, Manuel de Falla, Gerardo Diego, solo per citarne alcuni.

[5] Pablo Neruda, Poesie, cura e traduzione di Roberto Paoli, Milano, Newton Compton Editori, 2007, p. 61.

[6] Pablo Neruda, Poesie, cura e traduzione di Roberto Paoli, Milano, Newton Compton Editori, 2007, p. 83.

[7] Pablo Neruda, Poesie, cura e traduzione di Roberto Paoli, Milano, Newton Compton Editori, 2007, p. 227.

E’ uscita “Dipthycha”, una polifonia di voci poetiche curata da Emanuele Marcuccio

Comunicato stampa

Dipthycha_cover_frontPhotocity Edizioni ha appena pubblicato Dipthycha. Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira… opera antologica creata e curata dal poeta palermitano Emanuele Marcuccio, ivi presente con ventuno titoli.

Cinzia Tianetti nella prefazione scrive: «Il realizzato progetto antologico si compone di ventuno dittici, quadri in cui si profilano sullo scenario di un tema comune due poesie che si riscontrano in uno sposalizio che, nella loro pur sempre autonoma originalità, li rende rispondenti. È un’intuizione quella dell’ideatore fortemente moderna ma alla luce di un percorso formativo che da sempre partorisce l’artista nella storia, che non può allontanarlo da quel che è un processo che ha il senso radicato della filiazione».

Lo stesso curatore, Marcuccio, in riferimento al titolo scelto per questa pubblicazione ha osservato: «Si è scelto un titolo rapido (Dipthycha), di derivazione latina e che dia subito l’idea del contenuto dell’opera: dittici poetici. Ogni autore ha scritto la propria poesia, anche in tempi diversi, non c’è stata alcuna collaborazione, c’è solo ogni volta il tema comune, ecco perché dittici e non duetti o poesie a quattro mani.»

 

Nell’antologia figurano le poesie dei seguenti autori: Emanuele Marcuccio, Silvia Calzolari, Donatella Calzari, Giorgia Catalano, Maria Rita Massetti, Raffaella Amoruso, Monica Fantaci, Rosa Cassese, Rosalba Di Vona, Lorenzo Spurio, Giovanna Nives Sinigaglia, Michela Tarquini e Francesco Arena.

  

SCHEDA DEL LIBRO

                

 TITOLO: Dipthycha
SOTTOTITOLO: Anche questo foglio di vetro impazzito, c’ispira…
AUTORE: Emanuele Marcuccio e AA.VV.
CURATORE: Emanuele Marcuccio
PREFAZIONE: Cinzia Tianetti
POSTFAZIONE: Alessio Patti
EDITORE: Photocity Edizioni
GENERE: Poesia
PAGINE: 90
ISBN: 978-88-6682-474-9
COSTO:  10 €
Link diretto alla vendita

Info:

marcuccioemanuele@gmail.com

www.facebook.com/Dipthycha

“Cerchi concentrici (sul cadere dell’alba)” di Daniela Ferraro, recensione di Lorenzo Spurio

Cerchi concentrici (sul cadere dell’alba)
di Daniela Ferraro
Aletti Editore, 2012
Pagine: 77
Isbn: 978-88-591-0628-9
Costo: 12 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Lasciatemi uno spazio
in cui blandire
l’ultima stria di mare
dove al cielo s’attacca
placida l’onda
per più fidata morte,
senza rumore. (51)

 

61649_3840551364912_30219808_nDaniela Ferraro, docente di Lettere e poetessa, vive a Locri, nella provincia di Reggio Calabria ed ha pubblicato due sillogi poetiche: “Icaro” (Rupe Mutevole, 2011) e “Cerchi concentrici (sul cadere dell’alba” (Aletti, 2012). La sua poetica raffinata e suadente fa pensare al lettore attento a un odore dolce, forte e totalizzante, del quale prima è inebriato e che poi non riesce a ritrovare. Nelle poesie che compongono la raccolta “Cerchi concentrici”, il cui titolo rimanda a una rotondità nella sua ridondanza, ma anche a una compresenza dentro a un limite di circonferenza, la poetessa abbandona esperienze empiriche e travalica una poetica di tendenza neo-popolarista per giungere, invece, al cuore delle cose. Lo fa con un linguaggio a tratti ricercato e apparentemente incongruo con la costituzione di salde impalcature di correlativi aggettivi prediligendo una strutturazione del verso che è breve e a tratti impetuosa. Nulla di ciò che potrebbe sembrare eccessivo o aggiuntivo è presente in queste liriche che si caratterizzano per una fisionomia minimalista e un gusto ricercato che le trasforma in una sorta di preghiera laica, molto consapevole del tempo in cui vive: “Fermate lo scalpiccio./ Qui troppa gente/ di pugni fa rovello/ e inciampa l’ombre” (51).

L’idea che il lettore si va facendo man mano che prosegue nella lettura è che c’è come un qualcosa che rimane inespresso e che l’io lirico ha espressamente voluto metamorfizzare nei suo versi, ma il compito della poesia è proprio quello di andar ad indagare il mondo attraverso gli elementi di esso che comunemente non consideriamo, ed è così che diventa possibile per la poetessa giungere a ciò che nel reale travalica dal campo di possibilità (“afferro l’ombre”, 11).

I vari titoli delle poesie nella maggior parte dei casi sono resi nella loro forma nominale (“Il sognatore”, “Inedia”, “Attesa”, “Leggerezza”, etc) quasi a voler sottolineare come l’azione (la componente predicativa) non sia che seconda e dipendente dall’universo di oggetti, cose ed elementi che compongono il nostro quotidiano con le quali è possibile colloquiare proprio come i “profili di silenzi” (21).

Difficile poter dire con una certa sicurezza quali sono le tematiche portanti di questa silloge, perché in una sola poesia Daniela Ferraro parla evocativamente di più cose, alludendo a più mondi “sommersi” del nostro io o del nostro passato che vive attraverso il ricordo, ma azzarderei nel dire che è la natura vivente con i suoi misteri ad essere uno dei punti di partenza di questa indagine introspettiva che la poetessa fa dove va pure detto che l’elemento sonoro è importantissimo: da una lirica all’altra sprofondiamo nel caleidoscopio di rumori, suoni sommessi, fruscii e sciabordii che fanno compagnia al lettore e risuonano nella stanza durante la sua lettura. Non da ultimo va detto che come ogni grande poeta, la Ferraro non può esimersi nel fondere le sue liriche con Eros e Thanatos, amore e morte, che sono le pulsioni che Freud descrisse nei suoi studi sulla psicanalisi. E tra cieli stellati, sogni evocati, amori finiti, la poetessa non può fare a meno di riscoprirsi nella quiete (“Esangue il cielo goccia, d’infagottate stelle,/ desolati silenzi”, 67) riecheggiando la poetica del silenzio di Montale.

 LORENZO SPURIO

 10-09-2013

“Dal bisogno di sapere al desiderio di capire” di Ettore Bonessio di Terzet

Quando l’essere umano ha iniziato a pensare qualcosa ( sapendo di pensare), ha pensato come relazionarsi alla Natura e agli altri esseri umani, dapprima dello stesso gruppo.

Un problema si presentò ogni volta che gruppi diversi, magari della stessa etnia, venivano in contatto. Per lo più, ci dicono i dati archeologici, lo scontro era inevitabile, ma talora i gruppi si integravano, si allargavano e aumentavano la capacità del “nuovo gruppo “ di vivere meglio e di raffinare la propria tecnologia.

Che cosa pensavano e si dicevano gli esseri umani di questo gruppo ipotetico?

Certamente erano meravigliati di quello che vedevano sentivano provavano. Contemporaneamente erano curiosi di vedere e di sapere che cosa fossero le cose che vedevano, come funzionassero, come fossero “fatte” e come poterle utilizzare ai propri fini benefici.

Meraviglia curiosità emozioni voglia di sapere che cosa.

Questi i primi movimenti della mente e dello spirito degli esseri del nostro gruppo, mantenutisi per via genetica negli umani ulteriori.

Anche noi ci meravigliamo di fronte ad una cosa nuova, siamo stupiti dall’architettura di un tempio antico o di un palazzo modernissimo; siamo curiosi di avvicinarli di toccarli di vedere che cosa siano; siamo emozionati e vogliamo sapere come sono fatti. Poi li nomineremo secondo il nostro linguaggio in generale ed alcuni daranno loro un nome secondo la propria lingua, distinguendosi dai più.

E via così, venendo sempre più alla mente ed allo spirito il senso dell’ignoranza, il desiderio di sapere sempre di più e il sentimento disturbante di sapere che non sappiamo tutto, se non si intenda per tutto il mondo degli oggetti circostanti. Il che pare una limitazione da non prendere in considerazione.

Allora dobbiamo aggiungere ai primi moti che abbiamo detto, anche l’ignoranza, il sapere di non sapere.

Ignoranza che porta uno squilibrio, la sensazione che “muovendoci” incontreremo cose che non conoscevamo e che non sappiamo che cosa siano e come si comporteranno.  Queste cose ignote portano un nuovo moto della mente e dello spirito: la paura.

Sappiamo soddisfare la nostra meraviglia lo stupore la conoscenza, ma non subito il sentimento di ignoranza e quello della paura.

Ignoranza e paura sono i sentimenti che hanno guidato gli esseri umani nella progressione positiva e negativa dell’evoluzione che va verso la completezza dell’essere umano.

Con che cosa si può combattere l’ignoranza è ben intuibile: con lo studio e la continua conoscenza degli oggetti. Ma la paura non è così facile da superare.

imagesMa anche l’ignoranza non è estinguibile giacché le cose da conoscere “aumentano” con il progredire del conoscere e del sapere.

Che cosa fare?

Per l’ignoranza non c’è scampo.

Possiamo arrenderci non procedendo più nella conoscenza e rientriamo, per sicurezza di sopravvivenza, nella “norma media del gruppo”.

Altrimenti possiamo continuare a conoscere a studiare e indagare “le cose del mondo nostro e altrui”, vicino lontano lontanissimo, ma nella consapevolezza che non raggiungeremo mai la conoscenza totale. Così alcuni esseri continueranno ad accumulare e raffinare il proprio conoscere tentando di pervenire ad un sapere più completo (più profondo) in campi relativamente ristretti e circoscritti, ossia si specializzano. Ma anche in questo caso, l’essere umano non può non riconoscere che ha un limite oltre il quale non può andare e, ragionevolmente, accetta (alcuni non lo accettano) tale limite come il limite di se stessi.

Bisogna ammettere che l’ignoranza si può contenere, ma non sconfiggere.

Più si conosce e più entriamo nella consapevolezza che un vasto territorio di conoscenze rimane da esplorare e che a noi, esseri umani, non è concesso toccare la fine di esso.

L’ignoranza non si sconfigge, ma fa riconoscere in particolare il limite del singolo essere, e in generale i limiti dell’umanità.

Vediamo che cosa succede con la paura.

Dapprima abbiamo paura di tante cose, dal buio al fuoco, del nuovo, del diverso sino a costruirci un nemico su cui scatenare la nostra paura che trasformiamo in aggressività.

Quando ci sembra di aver sconfitto la paura con l’aver individuato il perché del suo insorgere, ecco che un altro evento, cosa o persona, fa rinascere la paura.

E così via, possiamo andare più avanti per giungere alla matrice della paura: la morte.

Abbiamo paura perché sentiamo che siamo limitati dalla fine del nostro essere umani. Abbiamo paura di qualche cosa esterna ed interna perché abbiamo paura della morte. In generale, e oggi più di ieri, non siamo educati alla morte, se non attraverso pedagogie che inibiscono le nostre capacità e possibilità e ci portano se non alla rassegnazione, alla depressione.

Come superare la paura della morte?

Respingere il pensiero di essere immortali come quello dell’inutilità del fare, soprattutto non lasciarsi prendere dal naturale e vitalistico scorrere della vita, manifesto in certi modi di dire: è il destino, doveva andare così ecc.

Ogni essere umano è padrone e responsabile del suo destino e possiamo agire secondo quello che siamo. Ritorniamo all’accettazione del nostro limite, di noi stessi.

Nessuna rassegnazione, nessuna depressione, nessun fatalismo quindi.

Anche l’idea di immortalità può essere riportata, con una conversione mitica, al fatto che un tempo siamo stati immortali e che poi per qualche evento che non sappiamo e per una ragione ignota alla nostra ragione, siamo adesso mortali. Dobbiamo accettare di essere mortali e meglio lo faremo se migliore sarà stata l’educazione a questa condizione.

Solo con la consapevolezza che il nostro vero limite è la morte e non l’ignoranza, possiamo liberarci da questi due sentimenti e possiamo vivere nella libertà e responsabilità verso noi stessi e gli altri. Anch’essa limitata e non assoluta.

Sappiamo, adesso, che sin dall’Inizio l’essere ha saputo di esser limitato a tal punto che sparisce, muore agli affetti agli amori alle cose che per lui erano piacere gioia e lo soddisfacevano anche per un altro sentimento che aveva bussato alla sua mente e al suo spirito: la Bellezza.

La morte ci porta via il sentimento della Bellezza e del Bello.

Che fare a questo punto? Entra in gioco il pensiero.

Per una buona parte dei secoli, dalla Grecia ad oggi, il pensiero è stato confuso con la filosofia, con una certa filosofia che si presenta, troppo spesso sotto mentite spoglie, come una retorica per convincere e guidare la massa verso predeterminate finalità economico-politiche.

La scienza del potere è questa certa filosofia.

Dicevamo che entra in gioco il pensiero. Abbiamo molte tipologie di pensiero: metaforico, simbolico, mitico, metafisico, pragmatico, pratico, scientifico, tecnico e tecnologico (tutti di ordine operativo questi ultimi) ecc.

Entra, può entrare in gioco il pensiero totale, somma dei vari pensieri e che si può esprimere come pensiero trasformativo, a differenza del pensiero filosofico che si esprime  come normativo e ripetitivo.

Il pensiero trasformativo è il pensiero che può salvare l’essere dalla sua paura fondamentale, la morte.

Gli impulsi che il sentimento della morte agita nel nostro interno ed esterno come atti e azioni possono non essere repressi (per paura), ma trasformati in possibilità positive per l’essere. Vale l’esempio di Van Gogh che, ossessionato dalla paura di non essere accettato e quindi isolato, respinto e negato come artista, ha trasformato le energie della paura della morte in opere d’artepoesia. Ed altri esempi esistono.

Trasformare la morte in vita attraverso l’opera d’artepoesia e non per raggiungere una immortalità orizzontale, ma per se stessi prima di tutto ovvero per esprime tutto quello che si poteva dire all’interno del limite riconosciuto e accettato. All’interno di questo limite l’artistapoeta esplode tutte le proprie energie non pensando a se stesso, ma mirando oltre la propria vita, alla vita dell’umanità, alla vita che non muore, ma si trasforma.

Oltre lo spazio e il tempo, verso lo spaziotempo, verso gli universi mondi indefiniti, forse infiniti. Grande scommessa anche senza fede in un Dio, avendo fede nella propria attività, nell’arte scelta per segnarsi nella massima umanità.

Ogni segno è parola.

L’essere trasforma il limite in una luce di Bellezza, siccome l’artistapoeta cerca nel suo “fare artistico”  primariamente, se non solamente, la poesia. E sappiamo, nessuno può negarlo, che nel nostro complesso gruppo etnico europeo la poesia cerca l’idea che esprime la Bellezza.

Semplicemente possiamo dire che l’essere per esistere umanamente al massimo non può che essere un artistapoeta, un essere trasformativo che agisce e opera per la Bellezza, sconfiggendo ignoranza e morte, perché ha capito il grande gioco del pensiero e della parola a cui è stato chiamato.

  

Ettore Bonessio di Terzet

1 settembre 2013

QUESTO ARTICOLO VIENE PUBBLICATO DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

Tre poesie di Rosaria Minosa con un commento di Lorenzo Spurio

Tre poesie di ROSARIA MINOSA

con un commento di LORENZO SPURIO

   

NOTTE  STELLATA

di Rosaria Minosa

  

In questa notte stellata….
Non esiste confine…. tra cielo…. terra…. mare
In questa notte stellata….
Solo le lucciole sono regine,
mentre i pesci sono padroni del Mare.
In questa notte stellata,
gli alberi…. cullano il mondo con i loro rami e le loro foglie,
mentre i fiori chiudono i loro petali
per raccogliere i sogni degli uomini.
In questa notte stellata….
La Luna ….
Osserva ogni creatura di Dio…. per dare loro pace.
In questa notte stellata….
Il mio pensiero
oltrepassa il confine dell’infinito.
Chiudo gli occhi…. e il mio cuore si riempie d’amore….
Affinché il giorno dopo…. io riesco a “DONARLO”.

 

 

 

CIELO

di Rosaria Minosa

 

Cielo ….
avvolgimi nel tuo “IMMENSO INFINITO”,
avvolgimi nel tuo “INFINITO DIVINO”.
Fammi cullare….
dalle tue amiche nuvole.
Cielo ….
inebria la mia mente….
affinché per un attimo  dimentichi “ IL MONDO”.
Cielo….
abbracciami per un attimo….
perché quando aprirò gli occhi….
quell’attimo…. diventerà “UN’ETERNITA’”.

  

                                                            

LETTERA DI UNA MAMMA

di Rosaria Minosa

  

I nostri sogni, si sono fermati quel maledetto giorno.
Uno squillo di telefono.. una corsa in ospedale.. tu.. eri già in sala operatoria
all’improvviso per me e tuo padre, non c’era luce.. non c’era sole.. non c’erano parole.. ma solo buio..fitto .. nero.
L’inferno era dentro di noi. L’inferno era attorno a noi.
Da quel momento, i secondi.. i minuti.. le ore.. i giorni, tutto sembrava andare lentamente. Il tempo si era fermato.
Tutto era immobile.. le persone.. l’aria, tutto ciò che era attorno a noi.
Solo l’attesa.. era viva. Attesa così lunga.. amara.. dolorosa.
Ti avevano tagliato la strada, non avevano rispettato lo stop, a me e tuo padre non interessava,
era importante, solo il tuo respiro, sentire la tua voce, sentirsi chiamare “mamma e papà”.
All’improvviso, mano nella mano, io e tuo padre abbiamo iniziato a camminare in una nuova strada.
I nostri sogni “distrutti”.
Vederci invecchiare assieme, tra le grida gioiose dei nostri nipoti. Vederti davanti all’altare con la tua “sposa”.
Sogni lontani.. sogni svaniti. La porta della sala operatoria si è aperta. Tu eri vivo, respiravi
era come se io e tuo padre, ti avessimo partorito in quell’istante “UN NUOVO FIGLIO”.
Io e tuo padre, mano nella mano, piano piano abbiamo dovuto conoscerti.
Il nostro futuro, il tuo futuro,
non sarà più di schiamazzi di bambini o vederti soffrire per le tue prime cotte.
Il nostro futuro, è fatto e sarà di piccoli gesti guardarti negli occhi, e cercare di cogliere il tuo primo sorriso.
Non possiamo più camminare assieme, le tue gambe non potranno più muoversi,
le tue braccia non potranno più abbracciarci, la tua bocca non dirà più “MAMMA E PAPA’”.
La nostra vita, la tua vita, va’ nello stesso binario. Il nostro treno non corre, ma procede adagio,lento.
La strada non è più scura, ma io e tuo padre riusciamo a vedere ogni giorno, un piccolo spiraglio di Luce.
Luce che è presente, anche quando la sera tutto tace, e il buio e il silenzio prendono il sopravvento.
Perché è quella “Luce”, che ci dà la forza e il coraggio, di dire
“DOMANI E’ UN ALTRO GIORNO”.

   

Commento di Lorenzo Spurio

 

E’ un compito difficile commentare tre poesie di un autore, soprattutto se a noi contemporaneo, se non si conosce il suo profilo umano e letterario e soprattutto, perché il commento potrebbe finire per risultare semplicistico o poco in linea con la sua reale poetica. Ad ogni modo tenterò di dare una mia interpretazione e lettura di tre poesie di Rosaria Minosa.

Delle tre liriche inviatemi mi sento di avvicinare le prime due “Cielo” e “Notte stellata” per la loro affinità concettuale che si evidenzia già dal titolo stesso: entrambe vedono l’io lirico con gli occhi puntati verso l’alto, verso il cielo. Nel primo caso non ci è data la determinazione temporale della giornata, non sappiamo se il cielo sia diurno o notturno (sembrerebbe diurno, perché si parla di nuvole), ma leggendo la lirica ci rendiamo ben presto conto che questo non ha molto senso ai fini del messaggio ivi contenuto.

In “Cielo” Rosaria Minosa utilizza una terminologia che oserei definire “panteistica” o addirittura “universalistica” in quanto fa riferimento a concetti/espressioni indefiniti: si parla, infatti, di ‘infinito’, ‘immenso’ ed ‘eternità’. Concetti che, se vogliamo, possiamo caratterizzare anche secondo una venatura religiosa in quanto ci si riferisce all’infinito chiamandolo “infinito divino”. C’è un senso di mistero e di sospensione in questa lirica in cui la poetessa sembra cercare nella natura sconfinata, soprattutto nella possenza dell’atmosfera, un abbraccio rincuorante (“Fammi cullare…/ dalle tue amiche nuvole”) che individua una velata fuga dalla realtà (le cui motivazioni, però, non vengono fornite al lettore). Il discorso lirico qui contenuto si realizza sul livello della temporalità impossibile da considerare e valutare perché imprecisa e sempre caratterizzata da un velo di infinito, ma dalla quale si evince il desiderio di trasformazione dell’attimo (il momento) in qualcosa di perpetuo (l’eternità).

Nella lirica “Notte stellata” si aggiungono i chiari segnali di una natura rigogliosa, presente e padrona del suo spazio (“Le lucciole sono regine”; “i pesci sono padroni del mare”) che sembra acquisire la sua autorevolezza indiscussa, però, solo di notte, quando le attività dell’uomo sono ferme. La lirica, maggiormente caratterizzata nella tinta cromatica delle immagini, ci fornisce un mondo che pensiamo essere buio (quello della notte) che, invece, è luminosissimo perché abitato dalla Luna, dalle stelle e addirittura dalle lucciole. Il sentimento universale che porta l’io lirico a riconoscersi e quasi a volersi liquefare nello scenario naturalistico dormiente, ma assai vivo, si chiarifica nel finale quando la poetessa appunta: “Chiudo gli occhi…e il mio cuore si riempie d’amore…/ Affinché il giorno dopo… io riesco a DONARLO”.

L’ultima poesia, “Lettera di una mamma” in realtà non è una vera poesia, ma una prosa, sebbene contenga elementi di alto lirismo dovuti all’andamento tragico ed empatico della vicenda in sé narrata (si osservi, infatti, il titolo in cui si dice “lettera”, genere che normalmente è di tendenza prosastica). Il contenuto è doloroso e struggente: una madre mette sulla carta la pena provata dal momento del grave incidente del figlio che da quel giorno sarà un vegetale e non potrà più muoversi né parlare. I sogni fatti e alimentati negli anni svaniscono come bolle di sapone e tutto si fa dolore: la speranza che il figlio si salvi da quell’incidente viene presto soppiantata dalla sua grave invalidità con la quale i genitori dovranno fare i conti giorno per giorno.

Dal giorno si passa alla notte, la luce si fa soffusa e sembra spegnersi per sempre facendo piombare il tutto nel buio se non fosse presente quel “piccolo spiraglio di Luce” che, forse, è figlio del baluardo della religione cattolica alla quale ci si può attaccare ancora di più in circostanze simili.

Il buio e il silenzio prendono il sopravvento”, ma la morte, immagine del buio e del silenzio totale, che viene allontanata dalla salvezza seppur a costo della grave invalidità, viene scalfita dai flebili bagliori di una speranza dolorosa, ma che va alimentata giorno per giorno: “Domani è un altro giorno” è la chiusa di questo strozzato canto d’amore e d’angoscia.

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 28 Agosto 2013

E’ uscito “Maschera” di Vincenzo Monfregola

1059196_10201933685174599_435965659_nMASCHERA “…ci trucchiamo ai confini del cuore…”
di  Vincenzo Monfregola
Casa Editrice: egoEdizioni
ISBN: 978-88-98410-24-8
Numero Pagine: 140
Prezzo: 13,90
 
link per l’acquisto: http://www.twinsgroup.it/twinsstore/home/113-vincenzo-monfregola-maschera.html
 
link pagina facebook: https://www.facebook.com/maschera.it
 
Sinossi:

Porto a voi parole in versi, emozioni in lettere, colori su carta; a voi che respirate di sole, di cielo, di aria quella pura, a voi che amate, piangete, sorridete, vi emozionate. Porto a voi la mia poesia, possa essere di compagnia, di sfogo, di lettura nel tempo, di conservazione per quelli che verranno, per coloro che non vedono, non sentono, non parlano.Porto a voi la mia anima senza veli affinché alcuna maschera salga su quel palco che recita la vita.

“Per una strada” di Emanuele Marcuccio, recensione di Susanna Polimanti

Per una strada
di Emanuele Marcuccio
SBC Edizioni, Ravenna, 2009, pp. 100
ISBN: 978-88-6347-031-4
Genere: Poesia
Prezzo: 12,00 €
 
Recensione a cura di Susanna Polimanti

 

emanuele marcuccio - per una strada“Tutto è passato per una strada, luogo fisico, luogo dell’anima, che è stato trasfigurato dalla mia sensibilità, dalla mia immaginazione, che ho cercato di esprimere con la mia poesia”: parole stupende ed essenziali, scritte da Emanuele Marcuccio, poeta palermitano, nella prefazione alla sua  silloge “Per una strada” – SBC Edizioni.  La nostra vita è cammino lungo sentieri tortuosi e lineari, un passaggio attraverso il tempo terreno. La poesia di Marcuccio  percorre età e stati d’animo differenti, una mescolanza di presente e passato, ogni aspetto della sua realtà poetica è profondamente legato a forti tradizioni artistiche e culturali della sua terra di origine, nonché alla sua storia personale.

Definirei Emanuele Marcuccio un poeta dallo stile arcaico, un’anima antica che predilige l’essere all’avere, un attento ermeneuta alla continua ricerca filologica; in ogni suo verso è estremamente tangibile l’amore per la parola, la sua lirica palesa un’intensa spiritualità, ricorda le antiche odi greche e latine. Memore delle prestigiose liriche classiche, ai cui autori Marcuccio dedica svariati canti, si fa mentore egli stesso, con parole ardenti e passionali penetra tutto ciò che nel mondo è essenziale, suggerisce coraggio ed infonde speranza. Una vena poetica di altri tempi dunque, espressione di affetti e sentimenti su temi come la patria, l’amore, la natura e la libertà dell’individuo; egli manifesta nei suoi versi emozioni che riflettono la contraddizione del proprio tempo in una società moderna di massa,  parole che respirano atmosfere di degrado ed ingiustizie di un progresso pervaso dall’indifferenza verso ogni creatura dell’universo, che siano animali, eventi o luoghi. La dolce e malinconica consapevolezza della capacità distruttiva dell’uomo si alterna e s’intreccia con voci comuni e tradizionali in versi vivaci e coloriti. La sua lirica è echeggiante e pregiata, pregnante di significati connotativi in un insieme di emozioni, immagini ed effetti che la parola è capace di evocare. Imperante il desiderio di un rifugio interiore che sfocia nella dolce catarsi della poesia. Non a caso nella silloge “Per una strada” ritroviamo spesso il verbo “inabissarsi”, il poeta vive ogni suo verso  esattamente come specchio interiore, visione del mondo e mondo essa stessa, secondo quel ritmo purificatorio che le ha impresso. La sua opera è immagine pura della sua stessa integrità  e fedeltà al momento creativo originale.

Profonda e costante la presenza divina la cui ispirazione è tracciato potente e luminoso dell’evoluzione artistica di Emanuele Marcuccio; un poeta-musico, la cui poesia ritengo possa egregiamente essere accompagnata dal suono di uno strumento musicale e magari cantata in un suggestivo teatro, come affascinante può considerarsi la lettura dei suoi versi.

 Susanna Polimanti 

Cupra Marittima (AP), 29 agosto 2013

“Si tira avanti solo con lo schianto” di Davide Rondoni, recensione di Ninnj Di Stefano Busà

Si tira avanti solo con lo schianto” emblematico libro di Rondoni che mostra la poesia come visione lirica di un progetto esistenziale inevitabile e necessario.

 

a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

untitledLa demolizione di ogni sogno, di ogni ideale sembrerebbe racchiudere questo titolo, in realtà si rivela in Davide Rondoni, un panorama ineludibile del far poesia: senza lo schianto non vi possono essere crescita, rinascita, superamento, non vi può essere il palese dissidio, la distonìa che muove e sommuove le anime in un mutuabile e vicendevole percorso di vita.

Lo schianto che come precisa lo stesso Rondoni è mutuato  da un verso del testo poetico “Giorno dopo giorno” di Ungaretti è la molla necessaria, forse dilagante e intristita di un giorno qualunque che si propone come faglia, come referente di mistero, di approdo “altro”, di altre destinazioni ed esperienze.

Ma non basta per dare una svolta successiva ad un’arte che in Rondoni è esperimento di un’alterità, che ci prescinde e ci restituisce la nostra vera essenza, la sorte alla quale siamo chiamati, in prossimità, di esperienze e di conoscenze, di eventi personali a noi strettamente legati.

Tutti gli interrogativi, le incognite, le inadeguatezze portano ad un solo destino: il superamento del punto di fuga, relativo alla stessa coscienza che in modo difforme ci porta ad assumere atteggiamenti diversificati nel pensiero, riconoscendo la poesia come interprete di un quid che si nutre di stupore, di curiosità per un sentire che è sempre balzo in avanti, incantamento e curiosità verso noi stessi e l’altrui.

La molla che ha fatto sua l’esperienza di scrittura di questo libro, è a mio parere, il riconoscere la capacità del dolore, l’impatto con esso e condividerlo con l’esperienza stessa del dolore degli altri. Sono incontri con l’altrui “schianto”, all’interno di una strategia comportamentale che ama confrontarsi e dialogare col suo prossimo, evangelicamente edotta dalla sua esperienza personale di uomo e di cristiano.

Rondoni scrive con un linguaggio asciutto, efficace e moderno che sa individuare e, quindi, tradurre il disagio e il dosaggio dei giovanilismi ai quali la sua poetica è diretta. Davide Rondoni è il poeta delle nuove generazioni, cui lo “schianto” ha permesso di vivisezionare il normale intercalare della coscienza e derimerla dalla conoscenza, dalla esperienza.

La sua scrittura è dotata di assonanze necessarie in una visione d’insieme che è religiosamente laica, ma anche con qualche impennata teologico culturale di neofita cristiano.

 

Gli incontri coi personaggi, le visitazioni di luoghi, in apparenza casuali, si mostrano invece forte sollecitazione per l’anima del poeta che ne viene assorbito, fagocitato e ustionato dalla scoperta di umanità, inevitabile al suo linguaggio che non è circoscritto solo all’ambiente familiare, domestico ma risulta inusuale, caratterizzato da forte simbologie e metafore surreali, quanto di lucido e ruvido realismo: in entrambi i casi, fortemente improntati alla vita di tutti i giorni, alle cadute, alle dinamiche, alle ustioni, agli “schianti” propri e dell’altrui solitudine: “ Si tira avanti solo con lo schianto/ il resto va in panne, si esaurisce/ nella schiena ho il fuoco/ di ali bruciate, se mi dici/ rallenta/ precipito in ogni dolore nel raggio di una vita/…/ la vita è solo se scommette d’essere infinita/ l’impatto è una carezza/ nella nostra condizione/ sbandati da ogni morale/ ed è diritta sparata in Dio o/ in una sacrosanta maledizione.”

In definitiva, la poesia per Davide Rondoni fa da supporto ad un più umano sentire, che è “scienza nutrita di stupore” detta alla maniera bigongiariana, e rinnova, riaccende la coscienza della parola con episodi e visioni di sangue e carne,come previsto dal protocollo che abbraccia l’intera essenza dell’umanità.  

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA DIETRO CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑