“Una leggenda, una storia e un sogno” di Elena Maneo

Una leggenda, una storia e un sogno di Elena Maneo

Kimerik Edizioni, 2010, pp. 79

ISBN: 9788860965790

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Una delle scene più belle del romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie l’abbiamo verso il termine del romanzo, quando la giovane ragazza, che ha dovuto sottostare a mirabolanti comportamenti umani ed animali e ad una logica strampalata e bizzarra, si fa forza e riesce a sconfessare che tutti quei personaggi, non sono che qualcosa di fantastico e di inesistente. Mi riferisco alla scena del processo al fante di cuori, imputato dalla crudele regina di cuori di aver rubato delle crostate di marmellata. In quella sede viene chiamata in giudizio anche Alice che viene sottoposta a una serie di domande nonsense, trabocchetti, veri e propri controsensi e, ad un certo punto, si alza in piedi e si mette ad urlare contro la corte: “Non siete altro che un mazzo di carte!”. Questo episodio può essere d’interesse per leggere e analizzare, ad esempio, alcune delle opere più recenti della scrittrice Elena Maneo dove, in vari racconti, è solita inserire personaggi o riferimenti che rimandano proprio al mazzo di carte da poker (In Una leggenda, una storia e un sogno è contenuto un racconto dal titolo “Il fante di cuori” mentre in La regina, la forza e l’amore, abbiamo un racconto dal titolo “La regina di Picche”).

Le carte (sia da poker, che d’altro genere) sono, forse, assieme ai dadi, uno dei giochi da tavola e di momento conviviale-ludico più antichi ed è curioso come Carroll le abbia impiegate all’interno del suo romanzo più famoso come veri e propri personaggi. Sta a significare, forse, la constatazione semplice e al tempo stesso originalissima che è possibile proiettarsi in un mondo altro che, pur non avendo niente in comune con la nostra razionalità e fisicità, rappresenta un universo da poter scoprire. Lo stesso avviene, ad esempio, nel proseguo del libro di Carroll in cui Alice passa attraverso lo specchio o, addirittura, nella famosissima partita di scacchi. Il gioco, suggerisce Carroll, è un ottimo modo per svagarci non solo nel senso di allentare le nostre preoccupazioni ma ci permette di estraniarci dal “qui ed ora” per colonizzare spazi e vivere avventure nuove, sregolate, prive di leggi e regolamenti.

Il procedimento che la Maneo fa è probabilmente sulla scia di tali considerazioni e questo breve libro si legge con molta celerità, non solo per la sua brevità ma perché nella lettura siamo portati a fagocitare parola dopo parola, pagina dopo pagina. Il mondo fantastico che la Maneo propone è, però, alquanto composito e abbraccia tradizioni fantasy che fanno riferimento a filoni e generi diversi tra loro: abbiamo così personaggi che sono dei vampiri che interagiscono direttamente con degli alieni. Una singolare accoppiata di folklore rumeno con idee di vita su un pianeta diverso dalla Terra. La breve silloge di racconti è compatta e ha una sua unità, il filo rosso è proprio questo genere fantasy che si sviluppa in varie forme a cui il titolo fa riferimento: La leggenda, una storia e un sogno; un vampiro, un alieno, il Diavolo e un giallo di difficile soluzione ci tengono coinvolti nella lettura sino all’ultima pagina.

Lorenzo Spurio

25-11-2011

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE STRALCI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“La regina, l’amore e la forza” di Elena Maneo

La regina, l’amore e la forza di Elena Maneo

Kimerik Edizioni, 2011, pp. 94

ISBN: 9788860967046 

Recensione di Lorenzo Spurio

Elena Maneo, scrittrice veneziana già autrice di Piccoli racconti (2006), Il mondo di Melì e altri racconti (2008) e Una leggenda, una storia e un sogno (2010) si contraddistingue ancora una volta, con la sua recente opera La regina, l’amore e la forza, per la sua abilità nel gestire il genere del racconto breve. Le tre storie contenute in questa silloge, pur partendo da idee diverse e avendo un retroterra letterario distinto, coinvolgono direttamente il lettore sia per la semplicità del linguaggio adottato che per la capacità della scrittrice di farci sognare ad occhi aperti e viaggiare in spazi immaginari.

A mio avviso notevole è “La rosa nera”, terzo ed ultimo racconto che compone la silloge. Si tratta del racconto più breve che, pur partendo da una cornice di tipo favolistica, inserisce temi e motivi d’indagine sociale particolarmente attuali. La Maneo, ricorrendo all’utilizzo di una narrativa breve e condensata, riesce a dire molto di più e proprio per la fascinazione che ho sentito verso questo pezzo ho deciso di scrivere una prima recensione solo su questo racconto.

Il primo racconto, invece, intitolato “La regina di Picche”, ci trasporta completamente in un viaggio nel mondo fantastico tra mostri, presenze fantastiche, spazi minacciosi e labirintici e un vero e proprio stravolgimento della logica del mondo al quale appartiamo. Difficile non respirare degli echi di Alice nel Paese delle Meraviglie leggendo questo racconto: Mattia, il protagonista, è una sapiente rivisitazione del personaggio di Alice che, al pari di lei, trovandosi in uno spazio che non conosce e abitato da presenze minacciose, finisce per provare paura, smarrimento e preoccupazione. La regina di Picche, poi, ricorda la regina di Cuori in Alice nel Paese delle Meraviglie, sebbene il temperamento delle due donne sia completamente diverso: la Regina di Picche si sacrifica per dare vita al personaggio mentre la regina di Cuori è principalmente dipinta come spietata e crudele, sempre pronta a mandare alla forca. In questo universo alogico, disordinato e caotico Mattia cerca di far mente locale per poter aggrapparsi alle poche certezze che gli rimangono, proprio come cerca di fare Alice quando tenta di fare dei conti, impiegando le regole della matematica, o di ricordare basilari nozioni geografiche. Ma in entrambe le storie la logica è ormai perduta, la ragione viene di continuo minacciata e messa sotto scacco. Non c’è da meravigliarsi né da preoccuparsi perché in entrambi i casi gli autori ci danno la spiegazione che tutto ciò che è accaduto non è stato altro che un sogno. E allora sì che presenze fatate, mostriciattoli, fatti astrusi possono accadere, nell’universo onirico tutto è possibile!

Il secondo racconto, intitolato “La porta rossa”, sviluppa una sorta di thriller story che sembra esser stata adattata a uno dei tanti film horror del momento. Ma anche in questo caso la Maneo risolve la storia ricorrendo ai temi del sogno e dell’amore per fornire un finale, forse un po’ conciliatorio e avventato, ma che non stona con l’intero tenore del racconto.

La Maneo maneggia una materia che da sempre è stata ampiamente impiegata in letteratura, quella fantastica-onirica, inserendo molti elementi che fanno riferimento alla tradizione folklorica di trasmissione orale: le fate, i mostriciattoli, la presenza di reali, i continui riferimenti ai colori (tinte, sfumature) e ai materiali di costruzione degli oggetti. La scrittrice si auto-consacra come una narratrice dal gusto fauvista con particolare predilezione per le tinte forti: si ricordi che due dei tre racconti contenuti nella silloge hanno già nel titolo un termine che si riferisce ad un colore e si pensi alla serie particolareggiata delle tinte del rosso (fulvo, carminio, scarlatto, rubino, rame) in “La porta rossa” che ci fanno pensare ad esempio alla meticolosa descrizione della red room in Jane Eyre della Brontë o, comunque, a numerose altre narrazioni colte che hanno impiegato le tinte del rosso con modi e finalità diverse (La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, Il segno rosso del coraggio di Stephen Crane,…). La narrativa cromatica della Maneo è un modo efficace per rapportarsi al mondo e per trasmettere nel lettore una vivissima rappresentazione a pennellate veloci e tinte luminose. Complimenti.

a cura di Lorenzo Spurio

18-11-2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Le strane abitudini del caso” di Giuseppe Pompameo

Le strane abitudini del caso di Giuseppe Pompameo

Scrittura & Scritture, Napoli, 2011, pp. 86

ISBN: 9788889682388

Prezzo:  8,00 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

E’ indescrivibile la potenza di questo libro di appena ottanta pagine nel far sognare il lettore, accompagnandolo a braccetto in storie suggestive, completamente originali, che si situano a metà tra realtà e fantasia. Se per ‘fantastico’ intendiamo streghe con poteri sovrannaturali, gesta eroiche tecnicamente impossibili, o viaggi nel tempo allora è doveroso dire che non c’è niente di tutto ciò in questa silloge di racconti. L’interesse dell’autore è, infatti, tutta rivolta ad indagare dove termina il sogno, la proiezione delle idee, e dove inizia invece la realtà. Si tratta di un’indagine non di poco conto in cui i vari protagonisti delle storie finiscono per mescolare i due mondi, ribaltarli o per farli contaminare di continuo. E’ ciò che succede a Francesco, detenuto in un carcere dell’isola d’Elba, innamorato della bella Adelina che, però, al momento della sua uscita dal carcere, non trova più e non trova più nessuna traccia di lei, quasi che al lettore venga da pensare che l’intenzione del narratore sia in realtà quella di depistarlo. Ci chiediamo, così, Adelina esiste? E’ mai esistita? Oppure è solo un pensiero ossessivo di Francesco, una sorta di frustrazione del pensiero che si è radicata tanto da non consentirgli di vedere la realtà? L’autore non dà risposte. Ma l’esempio più eclatante e interessante di amore platonico è forse quello contenuto in “Eravamo sogni” in cui lo stesso titolo rinvia a una dimensione onirica e surreale. Ma la realtà e la fantasia, sembra suggerire l’autore, non possono convivere. Dove finisce l’una, inizia l’altra e viceversa. Ludovico P. e Sara G., protagonisti di questo racconto, affiatati e ricambiati amanti della rete, non finiscono neppure per riconoscersi nel loro primo incontro reale. L’idea dell’amore e l’amore in sé sono due cose diverse. L’idea, qualcosa di immateriale, un concetto, è una nostra produzione, personale, mentale, mentre la realtà si caratterizza per la sua oggettività e per la sua fruibilità a tutti.

Particolarmente avvincente è anche l’illusionista Alfonso Ruiz nel racconto “Le cose che restano”. L’illusionismo, la magia, la fascinazione, la sorpresa e la meraviglia, sono campi dell’ignoto e interessano il nostro inconscio. La madre di Alina, quest’ultima innamorata di Alfonso, la metterà subito in guardia: «[Gli illusionisti] per farti sognare te li rubano,i sogni, e dopo, te li vendono col trucco, senza mai svelarti il segreto» (66-67). Non c’è dunque da fidarsi della nostra componente fantastica, immaginativa, irrazionale perché essa mina quella razionale con inganni, enigmi, segreti e trucchi che la ragione stessa non riesce a spiegare.

In “L’aria del pomeriggio”, un racconto brevissimo che condivide con gli altri lo stile spigliato e il linguaggio condensato, ma in certi tratti quasi elettrico, Pompameo ci mette dinanzi a un’interessante storia costruita sul doppio, sull’alter ego, su quello che è e quello che non è, utilizzando una diffusa credenza popolare sull’esistenza del sosia di ciascuno di noi. Ma è molto probabilmente il primo racconto della silloge, “La città incantata”, il più lungo a rappresentare al meglio le tematiche care all’autore. Leggendolo, vorremmo che non finisse mai e che si prolungasse all’infinito per meglio comprendere le motivazioni di quell’attesa di tutta la cittadinanza di Napoli in un giorno di festa. L’atmosfera è assopita e in uno stato quasi di sonnambulismo; il singolare caldo afoso del dicembre del 1977 rende tutti un po’ più deboli, strani, inspiegabili. In quella giornata si intrecciano due storie, quella dell’attesa della cittadinanza di un cambiamento, di un qualcosa che accada e quello di Antonio Coppa, venditore ambulante di ombrelli, un personaggio quasi pirandelliano e dalla componente visionaria particolarmente sviluppata. Quel giorno, il 7 dicembre 1977, dopo 7 anni rincontrerà la sua amata, ma ben presto il lettore si rende conto che c’è qualcosa che non convince; la “lei” non esiste, è un fantasma, è una sorta di ombra che proviene dal ricordo e che si è pietrificata nel cervello del personaggio. La città partenopea, con il suo Golfo, il suo Lungomare e una serie di altri riferimenti fa da scenario all’intera vicenda dove sempre si sottolineano due cose: l’attesa (che è sinonimo di felicità e preferibile al momento, all’evento in sé) e le alte temperature che rendono tutti scontenti e sofferenti. Il lettore, come gli stessi personaggi della storia, resta fermo nella convinzione che «qualcosa doveva succedere» (23) ma non ci capacitiamo mai cos’è quel qualcosa.

Pompameo è attento al mondo enigmatico della temporalità: da per tutto nel corso della silloge ci sono riferimenti a minuti, ore, giorni, mesi e anni, quasi a voler evidenziare il comportamento umano sempre pronto a ricondurre tutto a schemi, strutture, a misure quantitative. Ma, come ha insegnato Bergson e poi la teoria della relatività, il tempo non può esser relegato alla componente razionale dell’umano perché, in fondo, ha in se stesso qualcosa di ambiguo e di indecifrabile. E’ per questo che l’autore impiega espressioni linguistiche che sottolineano discordanze temporali, anacronismi o semplicemente distorsioni, rallentamenti o accelerazioni come quando dice: «per ogni minuto che mancava, pareva che fosse già troppo tardi» (14). Questa particolare indagine del tema del tempo si allarga però anche al tempo fisico, quello meteorologico, con riferimento a presagi, previsioni etc. In “La città incantata” però, dopo varie settimane di canicola nel mese invernale (altro anacronismo), tutti attendono l’arrivo della pioggia o, almeno di un vento rinfrescante, ma quando nel Golfo, in lontananza si vede passare una nave che solca un mare in tormenta, tutti si augurano che ritorni il bel tempo. C’è qui un riferimento, voluto o no, non saprei dire, alla famosa Ballata del vecchio marinaio di T.S. Coleridge dove l’irragionevole uccisione di un albatros da parte del marinaio porta a un improvviso cambio climatico e poi alla morte di tutta la ciurma, tranne il marinaio.

Pompameo si esprime alla perfezione con il racconto breve, fondendo un linguaggio semplice ed accessibile a tutti con divagazioni  e pensieri che potrebbero ad una prima analisi sembrare quelli di un bambino, ma che, in fondo, celano tematiche più complesse. Lodevole è il modo in cui l’autore è in grado di accompagnarci nel mondo del sogno per poi negarci che quello era un sogno o, al contrario, di offrirci una storia completamente realistica per poi renderci conto che non è altro che una frustrazione o un’ossessione mentale del protagonista. In tutto questo è l’anomalia, la stranezza, l’enigma e l’ambiguità a fare da protagonista come richiama lo stesso titolo della silloge e, ovviamente, è il Tempo a regnare indiscusso su tutte le storie.  S. Agostino scriveva: «Chi oserebbe dirmi che non son tre i tempi, come abbiam imparato da piccoli e insegnato ai piccoli, passato, presente e futuro, ma uno solo, il presente, dal momento che gli altri due non esistono?». Pompameo, con la sua scrittura, ci fa riflettere su questa considerazione del grande mistico, districandosi tra due temi fondanti: il ricordo (il passato) e l’attesa (vigilia del futuro). Congratulazioni per questo gioiello.

GIUSEPPE POMPAMEO vive a Napoli dove svolge attività di editor e di consulente editoriale. Scrive per il teatro e insegna scrittura creativa. Suoi testi saggistici e narrativi sono apparsi sulle riviste letterarie “Quarto Potere” e “L’isola”. Collabora, altresì, con la Fondazione Premio Napoli. Nel 2010 la sua raccolta di racconti Il rumore bianco dell’inverno è stata segnalata dal Comitato di Lettura della XXIII edizione del Premio Letterario “Italo Calvino”.

LORENZO SPURIO

7 Ottobre 2011

E’ VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI PARTI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Emanuele Marcuccio intervista Lorenzo Spurio

Intervista a Lorenzo Spurio

a cura di Emanuele Marcuccio

EM: Da quanto tempo scrivi, come è nato in te il desiderio di scrivere e di dedicarti alla critica letteraria?

LS: Oramai scrivo da almeno tre o quattro anni. Mi piace buttare giù delle idee, delle interpretazioni di alcuni dei romanzi che leggo per fare parallelismi o alcune considerazioni più generali.

EM: Cosa significa per te scrivere, cosa non deve mai mancare in un racconto in generale e nei tuoi in particolare?

LS: Scrivere significa esprimersi. Anche se un autore nega che il suo romanzo o racconto non nasce da motivi autobiografici, c’è sempre qualcosa di sé in quello che scrive. Delle cose che abbiamo vissuto o che ci hanno sempre ossessionato, delle manie, delle cose che abbiamo sentito in giro e così viva. È veramente difficile, se non addirittura impossibile, creare una narrazione che non abbia nessun riferimento, diretto o meno, a noi stessi. Credo che quello che non debba mancare è l’originalità. Bisogna trovare sempre un modo per essere originali e non cadere nel banale. Sapersi rinnovare e cambiare, pur mantenendo un proprio stile.

EM: Dal punto di vista strettamente stilistico com’è il tuo modo di scrivere?
LS: Non saprei dirlo. Mi piace analizzare le scritture degli altri quando mi capita di fare delle recensioni ma non saprei dirti com’è il mio stile perché scrivo sempre di getto. Coloro che hanno letto qualcosa di me la giudicano una scrittura spigliata, attenta ai dettagli ma non in maniera morbosa, piacevole, che non stanca. Però, come si sa, la letteratura è una cosa molto personale: a me può piacere un autore o uno stile, che a tanti può far schifo, per cui non saprei specificare. Di certo è una scrittura contemporanea, che rifugge orpelli stilistici d’altre epoche, la retorica e anche divagazioni filosofiche. Mira al sodo e descrive la realtà com’è, senza mezzi termini.

EM: Quanto tempo impieghi per scrivere un racconto?

LS: Alcuni racconti li ho scritti in meno di un’ora, per altri ho impiegato addirittura dei mesi. Spesso mi capita di scrivere degli incipit e poi di riprenderli dopo molto tempo. Il tempo di scrittura di un racconto per me non è per niente proporzionale alla lunghezza dello stesso: ho scritto racconti abbastanza lunghi in poco tempo e racconti brevi, di poche pagine, in un tempo molto più diluito. Dipende tutto dalla storia che creo e, soprattutto, dall’atmosfera di calma e d’ispirazione che riesco o non riesco a raggiungere in certi momenti.

EM: Chi sono i lettori dei tuoi racconti, a quale o a quali generi letterari possono riferirsi i tuoi racconti?

LS: Credo che non ci siano limiti di età, sesso, religione, etnia etc. Sono trasversali e, dando immagini realistiche (a volte surreali) della realtà, credo che possano interessare tutti: dal ragazzo che può farne una lettura veloce, magari divertente e fine a se stessa, alla persona matura che, invece, dietro quelle che sembrano delle casualità o degli imprevisti, può leggere molto di più. Il libro non lo fa solo lo scrittore, ma anche il lettore. La mia interpretazione dei racconti che scrivo è una ma se qualcuno mi dice che, leggendolo, ne ha avuta una diversa allora non posso che essere contento. Il processo di scrittura deve essere fatto da entrambe le parti.

 EM: Come scrive Marcel Proust ne Il tempo ritrovato: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso.»Preferisci scrivere a penna o al PC?

LS: Ho scritto raramente a mano, quando non avevo con me il PC ma è una cosa che cerco di evitare perché poi la ricopiatura può essere noiosa e può accadere che non riesca neppure a decifrare certe parole che ho scritto a mano velocemente a mo’ di scarabocchio. Il computer è un buon amico. Finché non sopraggiungono dei problemi e perdi tutti i dati, cosa che mi è capitata.

EM: Quali esperienze sono state per te più significative per la tua attività di scrittore, giornalista e critico letterario?

LS: La definizione di critico letterario è troppo grande e la lascerei ad altre persone che si dedicano con amore e attenzione alla letteratura sotto questo punto di vista. Ho scritto alcuni testi critici sulla letteratura, è vero, ma non sono un critico letterario. Come dicevo poc’anzi la nascita dell’amore per la letteratura è da localizzare con la mia primissima frequentazione dell’università. È stato quello il germe da cui sono partite varie idee, tentativi di scrittura, progetti e analisi prettamente letterarie.

EM: Lodevole la tua modestia ma, scusami, se scrivi testi critici di letteratura in fondo non fai il critico letterario? Cosa ti manca per esserlo davvero, forse i recensionisti scrivono testi critici di letteratura?

LS: I recensionisti si dedicano a recensire un’opera solitamente nel periodo coevo in cui questa è pubblicata. Se io scrivo un’analisi di Mrs. Dalloway quella non sarà una recensione ma avrà piuttosto la forma di un saggio o di un testo di critica letteraria. Modestia a parte, pur dedicandomi a questo tipo di scrittura con molta attenzione e piacere, devo confessare che non sono molto prolifico sotto questo punto di vista. Una profonda analisi letteraria richiede tempo e più letture, anche a distanza di tempo che ci consentano ogni volta di prediligere un punto di vista diverso.

EM: Capisco, non ritieni di essere un critico letterario perché hai scritto pochi saggi di tal genere. Come nasce in te l’ispirazione, come organizzi il tuo scrivere, ci sono delle fasi?

LS: Se parliamo dello scrivere i racconti allora non esistono delle fasi, dei modelli o dei percorsi che seguo perché mi piace scrivere di getto, senza stare troppo a pensare. Mi piace rielaborare idee e concetti che mi frullano in mente e assemblarli con alcuni episodi che magari ho vissuto direttamente, cambiandoli, stravolgendoli, mettendoci spesso anche dell’ironia. Se invece parliamo di testi critici letterari però il procedimento di scrittura è completamente diverso. In questo caso l’adozione di un metodo di analisi e di scrittura è necessario. L’inizio sta sicuramente nella lettura attenta del racconto o del romanzo che si analizza, fatta anche più volte e ricorrendo al testo in lingua originale. Poi si circoscrivono alcuni temi che sono fondamentali in quel testo e si comincia ad indagarli, riportando estratti del testo e allargando l’analisi al periodo socio-culturale, storico e letterario. La comparazione con altri testi coevi o che presentano temi analoghi trattati nella stessa maniera o stravolti rappresenta, per me, un contributo ulteriore. La lettura e la rilettura di quanto si scrive è necessaria e doverosa, anche a distanza di tempo. Scrivere un saggio è completamente diverso da scrivere un racconto, si è in un certo qual modo gessati, spersonalizzati. Ma mi piace scrivere entrambe le cose, forse perché con il saggio riesco a straniarmi e guardare il mondo dall’esterno mentre con il racconto mi mescolo con i personaggi e gli episodi.

EM: I tuoi racconti sono stati pubblicati in varie riviste letterarie, ce ne puoi parlare?

LS: È proprio così. Nel momento in cui avevo messo da parte un consistente numero di racconti, di natura anche diversa, ho deciso che era il momento di farli leggere a qualcuno. A qualcuno interessato. A qualcuno competente. A tutti coloro che sarebbero stati contenti di farlo. Per cui è iniziata la ricerca on-line di varie riviste di letteratura e cultura. Ne ho trovate molte, alcune on-line, altre anche cartacee. Alcune prestigiose, altre sconosciute. Alcune tematiche, altre a tema libero. Ho cominciato a proporre alcuni miei testi. Il primo racconto pubblicato è stato “Le spade del conte” sulla rivista Il Leviatano, rivista attualmente chiusa e che ha cambiato nome. Molti racconti sono stati pubblicati su Parliamone, una rivista on-line diretta dal sig. Bartolomeo di Monaco, altri sulla rivista Segreti di Pulcinella diretta da Massimo Acciai e della quale sono redattore. Poi numerose altre tra cui Frigidaire, Aeolo, Il Grandevetro, Osservatorio Letterario, Kenavò, Inverso ed altre. È stata una grande soddisfazione per me essere pubblicato. È giusto però che riconosca che alcune riviste abbiano rigettato i miei lavori e rifiutato di pubblicarli perché non in linea con la veste editoriale o perché considerati non buoni. Come sempre i pareri possono essere diversissimi, ed è giusto che sia così.

EM: Perché hai scelto di scrivere racconti, hai mai provato a scrivere poesie o un romanzo?

LS: Devo confessare che la poesia come genere non mi è mai piaciuto molto. A scuola non le leggevo con particolare interesse e trovavo sempre più semplice ricordarne il contenuto se facevo la parafrasi. Non sarei bravo a scrivere poesie per cui non lo faccio. Quando mi metto a scrivere ho spesso bisogno di esprimere idee anche semplici ma per le quali necessito di molte parole e non sarei in grado di utilizzare un linguaggio conciso, metaforico e condensato per esprimere ciò che voglio dire. Non escludo però che in futuro non ne possa scrivere, anche se rimango molto scettico al riguardo. Ho scritto solo racconti, alcuni dei quali anche abbastanza lunghi tanto da poter essere considerati anche come romanzi brevi. Per ora non ho ancora scritto un romanzo propriamente detto ma è probabile che un progetto di questo tipo possa riguardami in futuro. Per ora trovo il genere del racconto più congeniale e adatto a me: mi consente di creare storie semplici, quotidiane o assurde, con pochi personaggi e di cambiare la storia svoltando con degli episodi epifanici. Con il romanzo credo che non potrei fare tutto ciò e dovrei trovare un modo per coniugare la mia scrittura a questo nuovo genere. Vedremo. Assieme alla signora Sandra Carresi ho scritto già dei racconti a quattro mani abbastanza lunghi che pubblicheremo singolarmente a mo’ di romanzo.

EM: Recentemente hai pubblicato con Lulu Edizioni un tuo saggio critico Jane Eyre, una rilettura contemporanea, ce ne puoi parlare?

LS: Ti ringrazio per darmi l’occasione di parlare di questa mia recentissima pubblicazione. Questa raccolta di saggi nasce dal mio grande interesse e dalla mia grande fascinazione per questo romanzo, capolavoro della Brontë e pietra miliare della letteratura vittoriana.  Il romanzo, al di là della storia della povera Jane a partire dalla sua infanzia fino alla maturità, presenta una serie di temi importanti che pervadono tutto il romanzo: il tema dell’orfano, il tema razziale e coloniale, il tema della moglie pazza, il tema religioso e così via. Si presta a una serie di letture molto eterogenee, tutte interessantissime. È quello che ho cercato di fare in questo libro in cui il metodo di analisi utilizzato è stato quello comparativo. Il romanzo della Brontë è stato studiato confrontandolo con prequel, sequel e riscritture che sono nate proprio da questo mother text. Ho parlato così de Il grande mare dei Sargassi, romanzo dell’anglo-caraibica Jean Rhys, La bambinaia francese, romanzo per ragazzi della sarda Bianca Pitzorno, Charlotte, l’ultimo viaggio di D.M. Thomas e Jane Slayre di Sherri Browning Erwin, riscrittura horror di Jane Eyre. Nel libro si fa inoltre riferimento a numerose altre riscritture recenti dell’antico romanzo vittoriano e si fornisce il testo completo di un’intervista da me fatta alla scrittrice americana Sherri Browning Erwin, autrice di Jane Slayre. Ciò che fuoriesce da questo libro non è altro che una lettura tutta contemporanea del romanzo della Brontë. Oggigiorno sono in pochi a leggere i classici della letteratura e ancor meno in numero coloro a cui piace soffermarsi nella lettura e nell’analisi, per cui spero vivamente che il mio libro riceva un buon accoglimento.

EM: Cosa ti ha spinto a pubblicare il tuo libro?

LS: Una volta aver terminato la stesura di questi saggi e di averli riletti attentamente ho deciso di proporne la lettura ad alcuni scrittori e poeti che ho conosciuto on-line, accomunati dal loro amore per la letteratura. La premessa intuitiva che mi sono fatto è che ogni amante della letteratura doveva per forza conoscere questo grande romanzo. La gran parte lo aveva letto o, comunque, anche se non aveva letto il libro aveva avuto modo di vedere il film e quindi sapeva di che cosa si trattava. Alcuni non l’avevano letto ma non si sono rifiutati di leggere la mia raccolta di saggi, anzi a conclusione della lettura mi hanno detto che avevo fatto nascere in loro il desiderio di leggere il romanzo. Ne sono stato contento. Con la signora Anna Maria Folchini Stabile, poetessa, ho avuto l’occasione di conversare privatamente sulla grandezza del romanzo della Brontë e di scambiare considerazioni ed interpretazioni. Gentilmente ha letto il mio testo e mi ha detto che era interessante e ben costruito, si è limitata a fare un piccolo editing per il quale la ringrazio molto. Mi sono così deciso a pubblicare questa raccolta di saggi nella speranza che, qualcun altro, possa trovarne interessante non solo il contenuto ma l’approccio analitico impiegato.

EM: Personalmente, quando leggo un classico, il mio genere di lettura preferito, gli affianco un saggio sull’opera in lettura, cosa che non sempre mi è possibile. Non ho ancora letto Jane Eyre, anche se è presente nella mia libreria, anch’io lo conosco solo tramite il bel film di Zeffirelli e, sicuramente durante la lettura gli affiancherò il tuo saggio critico. Come ti sei trovato con Lulu Edizioni, perché l’hai scelta?

LS: Avrei preferito pubblicare il mio libro tramite un editore italiano (Lulu è un editore on-line e assegna ISBN americano) ma si sa quanto il panorama editoriale italiano sia inaccessibile soprattutto per un ragazzo che non ha intenzione di sborsare un euro per pubblicare il suo libro. Se poi il ragazzo non ha mai pubblicato niente in precedenza ed esordisce con una raccolta di saggi, gli editori sono ulteriormente scettici. Mi sono detto che non mi andava di aspettare un anno, magari due, prima di trovare un editore che avrebbe fatto il caso mio, così mi sono deciso a pubblicarlo tramite Lulu.com che è una piattaforma on-line molto precisa e ben curata, con spiegazioni accurate per ogni stadio di invio bozze, stampa, diffusione etc.

EM: Quali sono i tuoi autori preferiti, ce n’è uno in particolare?

LS: Ho numerosi scrittori che amo molto. Devo dire che sono anche molto diversi tra loro. Sicuramente devo citare il popolare e controverso Bukowski e l’inglese Ian McEwan, del quale ho letto tutta la produzione e sul quale ho scritto la mia tesi di laurea, John Irving, Jeffrey Eugenides, Philip Roth, Franz Kafka, Italo Svevo e soprattutto Virginia Woolf.

EM: Qual è la tua poesia preferita?

LS: Come ti dicevo sopra, non ho un buon rapporto con la poesia. Questo non significa però che non la legga. Mi piacciono le poesie “elettriche” della fase futurista di Aldo Palazzeschi e quelle crepuscolari di Gozzano, i Sonetti di Shakespeare, le poesie di Federico Garcia Lorca.
EM: Quali sono i tuoi libri preferiti, c’è un libro del cuore?

LS: Ce ne sono molti e non riuscirei a metterne uno solo, per cui ti dico che tra i miei preferiti in assoluto ci sono Le metamorfosi di Kafka, Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, Gli indifferenti di Moravia, Mrs. Dalloway di Virginia Woolf, Cuore di tenebra di Conrad, Il giardino di cemento di Ian McEwan, Riccardo II di Shakespeare, le raccolte di racconti di Millás e il suo romanzo La soledad era esto. Ma ce ne sono moltissimi altri.

EM: Mi stupisce la tua scelta di Riccardo II, cosa te lo fa preferire al più famoso Riccardo III?

LS: Riccardo II è un re buono, un po’ sfortunato, vittima degli eventi che accadono senza che lui riesca a risorgere dal suo stato di afflitto. È un re debole, che viene detronizzato e che impazzisce (fantastica è la scena della rottura dello specchio nella quale in re non si riconosce più e si avvia a una celebre spersonalizzazione). È Bolingbroke a trionfare. Ancora una volta è il cattivo, il violento, il più forte, colui che poi diverrà Enrico IV. Mi piace come Shakespeare ha tratteggiato questo sovrano sottolineandone la doppia natura, quella regale, della sacralità del corpo e quella fisica, mortale, che lo rende uguale a ogni altra persona. Riccardo III, non è altro che l’ennesimo sovrano inglese violento, assetato di sangue e che non si ferma di fronte a niente. Di sicuro, Riccardo II è un re molto più umano, anche nella sua follia.

EM: C’è un genere di libri che non leggeresti mai?

LS: Credo che non è un bene avere idee pregiudiziali nei confronti di un determinato genere, come pure non è una bella cosa nei confronti di un preciso autore. Ripeto nuovamente che la poesia non mi attrae molto, leggo poco di teatro. Principalmente mi soffermo sui romanzi e le sillogi di racconti, ma non rifiuto niente. È sempre bene leggere tutto e cambiare genere può essere proficuo anche come fonte d’ispirazione. Ad esempio Il giardino dei ciliegi di Checov, un’opera teatrale, mi piace molto, così come i drammi storici di Shakespeare.

EM: Leggeresti proprio di tutto, anche romanzi rosa?

LS: Di certo non mi attrae molto la letteratura dei romanzi tascabili Harmony ma recentemente mi è capitato di recensire alcuni romanzi che potremmo definire romanzi rosa. Non che rispecchino il mio stile di scrittura e i miei interessi veri e propri, ma non ho disdegnato di farlo. In fondo, anche Jane Eyre è un romanzo rosa, se vogliamo. Ed è affascinante.

EM: Diciamo molto in fondo… Nella tua vita ti è mai capitato qualcosa che ha rischiato di allontanarti dalla scrittura o, che ti ha allontanato per un periodo da essa?

LS: Ci sono dei momenti in cui ci si trova molto indaffarati per altre cose o semplicemente non si ha l’ispirazione necessaria per creare scrivendo. Non ho avuto dei veri e propri momenti di stasi o di momentaneo abbandono della scrittura sino ad ora.

EM: Ami la tua terra, la tua regione o vorresti vivere altrove?

LS: Mi piace la regione nella quale vivo, è molto ricca sia da un punto di vista paesaggistico e culturale. Può sempre arrivare il momento in cui la vita di provincia ti va stretta e quindi decidi di cambiar aria. Mi piace molto viaggiare, soprattutto all’estero. Amo la Spagna, ci vivrei se potessi.

EM: Cosa pensi della prosa poetica, è presente nei tuoi racconti?

LS: Non saprei esattamente cosa risponderti. Non so cosa intendi con “prosa poetica”. Credo che vuoi intendere un tipo di scrittura narrativa che ha un significato condensato e criptico come spesso è quello della poesia, una sorta di prosa intimistica e personale. Se è quello che intendi devo dirti che non mi piace molto.

EM: Hai un sogno nel cassetto?

LS: Sogni e desideri ce li abbiamo tutti, forse anche troppi, altrimenti non saremmo umani. La natura stessa dell’uomo è improntata a desiderare, a volere, ad anelare sempre a qualcosa. È una buona prospettiva per mettersi in gioco di continuo, progettare e darsi da fare. Ovvio che ho dei sogni, ma se la tua domanda successiva sarà “Quali?” allora dovrò risponderti poco elegantemente che i desideri, una volta svelati, non si verificano mai.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale italiano?

LS: Confesso che non conosco molto dell’editoria italiana. Negli ultimi anni mi sono però trovato spesso a contattare editori per proporre i miei lavori. Credo che l’editoria a pagamento sia non solo un furto ma anche una grande offesa. Chiunque ha da parte dei soldi può pubblicare ciò che vuole anche una collezione di scontrini o di liste per la spesa, chi invece non dispone di denaro e, magari, ha scritto un’opera veramente meritevole, si vede marchiato ed emarginato. Ci sono numerose case editrici che pubblicano senza contributo, sono di piccole dimensioni, e la scelta dei testi, proprio perché pubblicano gratis, è molto selettiva ma, credo, che vale tentare. Ai giovani autori che non sanno chi contattare o come muoversi una volta completata la loro opera sconsiglio gli editori a pagamento, consigliando invece, qualora i loro testi non abbiano trovato buon accoglimento presso editori non a pagamento, di stampare la propria opera con editori online che forniscano il codice ISBN, indispensabile per le vendite. Non posso far pubblicità ma una semplice ricerca in rete provvederà a buoni risultati in tal senso.

EM: Cosa pensi dell’attuale panorama culturale italiano?

LS: L’attuale panorama culturale italiano è molto eterogeneo e interessante. Ovviamente per cultura non dobbiamo fermarci a considerare solo la letteratura ma parlare anche di teatro, musica, arti figurative e tant’altro. Per quanto concerne la letteratura italiana del momento credo che ci siano pochi nomi che godano di troppa pubblicità e tantissimi nomi, tra cui esordienti, che invece trovano difficoltà ad imporsi a causa del vertiginoso incremento, anno dopo anno, del numero degli scrittori. Credo che le case editrici, le riviste, i quotidiani, i centri di cultura e tutti coloro che si dedicano alla letteratura debbano incrementare le loro attività anche con congressi e convegni, facilitando l’introduzione e la sponsorizzazione di giovani scrittori o di esordienti che, altrimenti, abbandonati a se stessi finirebbero per vendere pochissime copie e rimanere sconosciuti.

EM: Cosa pensi dei premi letterari, pensi siano importanti e necessari per un autore?

LS: Ho partecipato negli ultimi anni a vari premi e concorsi letterari, rigorosamente gratuiti, perché come dicevo non credo nella cultura a pagamento ma non sono mai stato segnalato né ho vinto niente. Appena ho del tempo e trovo bandi di concorso interessanti continuo a partecipare, non mi sono scoraggiato. Credo che sia un buon modo per emergere un po’ dall’attuale atmosfera culturale, farsi conoscere, oltre che sentirsi riconoscere come scrittore e valorizzare la propria opera.

 EM: Recentemente ho letto un articolo di Cesare Segre sul Corriere della Sera, riguardo all’irresistibile declino della critica letteraria agli autori contemporanei, con la conseguente perdita di prestigio della letteratura. Da critico letterario, cosa pensi a riguardo, è davvero in declino la critica letteraria?

LS: Interessante l’articolo che citi. Mi trovo completamente d’accordo con l’idea di fondo in esso contenuta. Nella società a noi contemporanea il numero degli scrittori, ahimè, è maledettamente superiore al numero dei lettori. Se da una parte può sembrare che la popolazione si caratterizzi per un alto livello di cultura per i loro impegni di scrittura, dall’altra parte il fatto è abbastanza allarmante. È bene che ci siano tanti scrittori ma sono necessari i lettori. Sia lettori del libro inteso come oggetto di consumo che di lettori attenti, critici, recensionisti, che amano analizzarne i contenuti ed i temi a livello più profondo. In parte è quello che faccio attraverso il mio blog, recensendo sillogi di poesie, di racconti e romanzi scandagliando il messaggio di fondo dei libri. Se da una parta abbondano saggi e testi critici su Calvino (per fare un esempio) sono carenti studi su autori contemporanei. Sì, la critica letteraria è di sicuro in declino.

EM: Sì, diciamo che l’autore contemporaneo italiano vivente più trattato dalla critica letteraria è Umberto Eco e pochissimi altri. Cos’è per te la letteratura, come si riconosce un’opera letteraria?

LS: Un’opera letteraria può avere numerose forme. Può essere una raccolta di poesie o di racconti, un romanzo, una raccolta di saggi, un testo teatrale, un testo critico, un diario, una raccolta di lettere. Quello che contraddistingue un’opera letteraria è il contenuto culturale, morale, didattico unito al diletto. Un libro di ricette non ha niente di morale. L’elenco telefonico non trasmette un sapere culturale. L’appartenenza dell’autore a un periodo storico, a una tendenza, a una fase letteraria ci consente di localizzarlo all’interno di una porzione della più ampia storia della letteratura.

EM: Quanto è importante per te il confronto con gli altri autori?

LS: Il confronto con altri autori è di capitale importanza per uno scrittore così come per ogni altro artista. Un regista, scrivendo la storia del suo film, avrà sicuramente in mente delle idee nate o influenzate da alcuni episodi o personaggi visti in altri film. La letteratura, allo stesso modo, è un modo per dire qualcosa di sé con parole degli altri. Quando scriviamo qualcosa non solo ci mettiamo qualcosa di noi stessi ma anche qualcosa degli altri. Degli altri scrittori che leggiamo o che ci affascinano e che, per osmosi, ci trasmettono qualcosa. La letteratura è un continuo processo di analisi, scrittura, riscrittura e rivisitazione di qualcosa. Certi testi non esisterebbero se non ne fossero esistiti altri in passato e, analogamente, non esisteranno mai certi libri se oggi non si scrivessero determinati tipi di libri. Il processo di confronto, comparazione e condivisione con altri autori (non solo vivi e del presente) è importantissimo e viene fatto di continuo anche senza che ce ne rendiamo conto.

EM: Ci sono dei consigli che vorresti dare a chi si accosta per la prima volta alla scrittura?

LS: No. Non ho ricevuto nessun consiglio né li ho chiesti nel momento in cui ho iniziato a scrivere. Per me è stata una cosa tutta mia, tutta personale. Credo che dovrebbe accadere qualcosa di analogo un po’ a tutti coloro che diventano scrittori. Non credo molto agli scrittori su commissione, ai quali viene detto “scrivi un pezzo su X” e loro lo fanno. La scrittura è un processo di creazione libero e spontaneo. Se uno si sente di scrivere lo fa, senza chiedere niente agli altri. Può far leggere agli altri i suoi testi ma consigli sull’inizio dell’attività di uno scrittore per me non ne esistono.  Anzi, troverei estremamente limitante e denigratorio che qualcuno, in virtù della sua esperienza, si offrisse di regalare consigli su come scrivere o cosa non scrivere, come farlo, cosa evitare o come cominciare. Per me le parole “cazzo” e “vaffanculo” possono star benissimo in un certo tipo di racconto e non ci trovo niente di volgare se paragonato alla banalità e alla violenza con la quale siamo abituati giorno dopo giorno. Nessuno deve trasmettere agli altri in maniera preventiva e anticipatoria sedicenti regolamenti su come diventare uno scrittore e cosa evitare. Se proprio un regolamento dello scrittore deve esistere, allora sarà lo scrittore stesso che, mano a mano, andrà creandoselo. Da solo.

EM: Sì, diciamo che quelle due parole servono in massima parte per una caratterizzazione del linguaggio che sia il più aderente alla vita di tutti i giorni. Totalmente diverso, a mio giudizio, è il caso della poesia, il cui linguaggio può anche essere quello di tutti i giorni ma che non necessita il trascendere in termini volgari, proprio perché la poesia non è mera imitazione della realtà, non è sua fredda riproposizione e, quei vari termini e verbi indecorosi sono espedienti fin troppo facili per esprimere rabbia e quant’altro tradendo la poca fantasia, la poca creatività del poeta. La poesia è “rappresentazione”, nel senso di interpretazione soggettiva della realtà e, quindi, nel senso di sua ri-creazione e trasfigurazione. Sono solo due le forme di espressione che non accetto in poesia: la volgarità e la bestemmia, termine esteso ad ogni credo religioso. Per te, quindi, le scuole di scrittura non dovrebbero esistere? Anch’io non credo nella scrittura su commissione, soprattutto riguardo alla poesia. Non daresti consigli neanche se te li richiedessero?

LS: Una scuola è sempre un centro di cultura e quindi non può che essere un elemento positivo. Non ho mai frequentato corsi di scrittura, anche se in giro ne esistono molti anche on-line (tutti rigorosamente a pagamento) e non so bene come si svolgono. Se, oltre a dare alcune dritte generali, il corso non preveda una vera e propria sudditanza di stili, di temi e di forme degli insegnanti ai loro studenti sono favorevole. Quando invece si cerca di ingabbiare la creatività di ognuno, perché poco originale o apparentemente volgare, allora sono contro.

EM: Vuoi anticiparci qualcosa su quello che stai scrivendo, prossime pubblicazioni?
LS: Come sai mi occupo di recensioni di libri di esordienti che pubblico poi sul mio blog. Sono un po’ addietro in questo e ho vari libri da leggere, recensire e poi intervistarne gli autori ma riconoscendomi una persona precisa so che porterò a termine tutto. Mi dedicherò alla promozione della mia raccolta di saggi, Jane Eyre, una rilettura contemporanea e mi occuperò della pubblicazione della mia prima raccolta di racconti. Continuerò la collaborazione con alcuni scrittori con i quali ho portato avanti racconti a quattro mani tra cui Massimo Acciai, Anna Maria Folchini Stabile, Sandra Carresi e Monica Fantaci e continuerò la mia attività di collaborazione con le riviste di letteratura e cultura, la direzione della rivista Euterpe e le altre attività che a tutt’ora mi vedono impegnato.

 EM: Grazie tante per la tua disponibilità e tanti auguri per la tua attività di scrittore e critico letterario, scusami, ma in fondo lo sei!

LS: Sono io a ringraziarti per la tua interessante intervista. Spero di non essere stato troppo lungo con certe risposte e di aver centrato le tue richieste.

EM: Assolutamente, nelle interviste che sto curando non mi preoccupo affatto della lunghezza delle risposte, anzi, auspico che si tramutino in delle autentiche conversazioni tra letterati. Non sono un giornalista ma un autore e curatore editoriale che cerca di promuovere altri autori, come del resto fai anche tu con il tuo blog.

 

A cura di Emanuele Marcuccio                                                                  

6 settembre 2011

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DELL’AUTORE.

Antologia di Racconti 100×100, Montecovello Editore

L’idea è quella di raccogliere in un’ unica antologia 100 autori con diversi generi letterari: dal fantasy ai racconti d’ amore, dal racconto di viaggio al racconto d’amicizia, dal teatro ai saggi e via dicendo.

Il vero lettore, non è colui che predilige un solo genere ma è colui che ama  la lettura in quanto tale, quindi, tutti i generi. L’obiettivo dell’antologia è proprio  questo: far leggere al lettore anche quello che gli piace di meno.

E’ una bella sfida, ma sono certa che con il vostro contributo, riusciremo a realizzarla. Per aderire, vi basterà leggere le informazioni di seguito riportate, in alternativa, potete inviare una e-mail all’indirizzo: annaritamurano@yahoo.it

Titolo del libro: 100×100

Sottotitolo: 100 opere di 100 autori

Edizione cartacea: A5

Edizione digitale: A4

Scadenza: 30 Novembre 2011

Pubblicazione: entro il 12 Dicembre 2011

Commercializzazione: sui siti online e in tutte le librerie di Italia oltre che alle varie presentazioni che Montecovello organizzerà

Contenuto: RACCONTI DI QUALSIASI GENERE O SAGGI.

Ogni opera dovrà essere minimo di 5 pagine in formato A5 massimo 10 pagine ( margini 1,5, interlinea 1, carattere 10),

All’autore non è richiesto nessun contributo di partecipazione. In caso di selezione dell’opera, l’autore della stessa è tenuto solo all’acquisto di 3 copie( ogni copia al prezzo di 12 euro).

Oltre alla pubblicazione del racconto nella nostra antologia, saranno premiati i 3 racconti o saggi.

Per l’invio dei racconti: annaritamurano@yahoo.it

Ricordate di inserire i vostri contatti.

Vi aspettiamo numerosi.

Anna Rita Murano

per la MonteCovello Editore

Un sito WordPress.com.

Su ↑