“Il minimalismo letterario di Raymond Carver”, di Lorenzo Spurio

Il minimalismo letterario di Raymond Carver, uno degli ultimi scrittori maledetti made Usa

DI LORENZO SPURIO

_______

Non conoscevo RAYMOND CARVER, scrittore americano morto nel 1988 e considerato uno degli ultimi bohemien americani. Ho avuto l’occasione di leggere alcuni suoi racconti brevi contenuti nella raccolta Limonata ed altri racconti, pubblicato dal quotidiano Sole 24 ore per la collana “Racconti d’autore” e uscito in edicola domenica 7 Agosto 2011. Lo stile è piano, il linguaggio semplice e domestico come pure le ambientazioni e le vicende che Carver racconta e proprio per questi motivi è stato definito il padre del minimalismo in letteratura. Da pochi giorni è uscita nelle librerie italiane un’attenta biografia dello scrittore intitolata Raymond Carver, Una vita da scrittore, scritta da Carol Sklenicka dopo quindici anni di studi e di repertazione di materiale. L’opera è tradotta da Marco Bertoli ed è edita da Nutrimenti Editore, Roma (pp. 782, 25 Euro).

imagesCA821VFYMolti riferimenti biografici sono presenti nella narrativa breve di Carver come quello della passione per l’alcool; la facilità e l’essenzialità con la quale lo scrittore parla di sesso è inoltre degna del riconoscimento di scrittura bukowskiana. Ma se Carver è uno degli ultimi scrittori maledetti americani, di quelli che non le mandano a dire e che non rifuggono temi o parole poco ortodossi, è un Bukowski diverso. E’ un Bukowski addomesticato, più buono, meno spietato. Nella sua scrittura è infatti presente una chiara dimensione morale come nel racconto “Jerry, Molly e Sam” in cui il protagonista Al, stanco della cagnetta Suzy, con uno stratagemma per nulla encomiabile decide di rapirla dall’affetto dei suoi figli e di abbandonarla per strada. Potrebbe sembrare questo un vivo e drammatico quadretto realistico di quando troppo spesso, purtroppo, accade nella nostra società, se non fosse che verso il fine del racconto Al sente addosso il senso della colpa e il narratore osserva: «Non se lo sarebbe mai perdonato, di aver abbandonato quel cane. Sentiva di esser finito, se non lo ritrovava». E così, dopo l’ignobile gesto dell’abbandono, Al parte alla disperata ricerca di Suzy, riuscendo alla fine a trovarla.

In “E vuoi star zitta per favore?” (racconto che diede il nome alla sua prima raccolta di racconti, pubblicata nel 1976), Carver ci presenta la storia di un uomo, Ralph, ossessionato dall’idea che la moglie in passato lo abbia tradito, intuizione che corrisponde alla realtà e che la moglie rivelerà innescando in Ralph una serie di comportamenti vittimistici e masochistici.

Nei pochi racconti di Carver che ho potuto leggere in questo libro (ne contiene appena quattro) c’è sempre qualche avvenimento che rompe la tranquillità del protagonista: un ossessione, un intuizione, una morte, come a voler dimostrare quanto la vita dell’uomo sia fatta di attimi: alcuni tragici e fatali, altri positivi ma tutti ad ogni modo imperscrutabili. Affascinante il racconto “Limonata”, racconto breve e condensato nelle immagine nel quale Carver dà sfogo all’ossessione di un uomo per la morte di suo figlio, della quale si sente maledettamente colpevole per aver concesso al figlio di recarsi a prendere la bottiglia con la limonata che si trovava in macchina. Ma per cercare di ammorbidire questo peso opprimente il personaggio va via via ricercando in modo quasi schizofrenico altre cause ed altri colpevoli della morte del figlio: i venditori di frutta, il supermercato dove ha comprato i limoni, i piantatori di frutta, i raccoglitori, i trasportatori dei limoni. E così la limonata dal tradizionale sapore agrodolce non è che una singolare e liquida metafora della vita che, alla stessa maniera, ha questa doppia ed eterogenea saporosità.

LORENZO SPURIO

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE QUESTO TESTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Un racconto di Natale: “Silenziosa notte” di Gianluca Paolisso

Silenziosa notte

racconto di Gianluca Paolisso

 

1Il piccolo paese di Oberndorf era avvolto nel silenzio della notte. Il solo lieve rumore che avreste potuto udire in quel tempo era la neve che lentamente si posava sul terreno ghiacciato. Praterie di bianco si perdevano a vista d’occhio fino al limitare dei boschi, che avvolti dalle tenebre apparivano come una indelebile macchia di inchiostro su un foglio inviolato.

I focolai oramai in fin di vita emanavano piccoli lampi di luce a intermittenza, che riflettendosi sui vetri delle finestre screziate d’azzurro, creavano fugaci e irripetibili giochi di colore. Nell’aria fredda dell’inverno si respirava un profondo desiderio di vita, e di riposo.

Eppure, la notte del neonato ventiquattro dicembre non portò ristoro a tutti.

In lontananza, una piccola fonte di luce nacque pian piano dalle lunghe e buie pareti della Chiesa di San Nicola.

Il Reverendo Joseph Mohr camminava nervosamente nella piccola stanza in penombra che fungeva da Sacrestia, posta esattamente dietro il lato sinistro dell’altare. Leggeva e rileggeva quasi ossessivamente un foglio: al minimo contatto, la carta sembrava bruciare più delle fiammelle ancora vive nel camino di fronte a lui. Si asciugò con l’avambraccio la fronte madida di sudore, poi sedette di peso su una sedia, reclinando il capo in avanti. “Non può essere vero!”, mormorò, passandosi entrambe le mani sul volto accaldato.

Ad un tratto, il cigolio sinistro di una porta lo fece sobbalzare:<< Chi è? >>.

:<< Stia tranquillo, Reverendo, sono io.

:<< Oh, Elizabeth …

:<< Mi scusi, non avrei voluto spaventarla.

:<< Non preoccuparti – mormorò Joseph, sedendosi nuovamente – Cosa ci fai sveglia a quest’ora?

:<< La stessa domanda potrei fargliela io – replicò la donna, il volto evidentemente provato dal sonno interrotto. L’uomo annuì lentamente, lo sguardo perso nel vuoto. Dopo secondi che parvero eterni, invitò Elizabeth a sedersi accanto al fuoco.

:<< Qualcosa vi turba, Reverendo? – Come unica risposta Joseph Mohr le porse quasi meccanicamente il foglio graffiato d’inchiostro, fonte del suo turbamento notturno: la donna ne lesse rapidamente il contenuto, gli occhi illuminati da una gioia irrefrenabile. Guardò il Reverendo, incredula.

:<< E’ il canto di Natale?

:<<Sì.

:<< Oh, che gioia, Reverendo! Tutti i fedeli del paese lo aspettavano con ansia, quest’anno più degli altri anni!

:<< Avevano paura che avessi perso completamente l’uso della penna … – replicò Joseph, amaramente.

:<< Questo pensiero ci ha sfiorati, lo ammetto, ma abbiamo sempre sperato che questo periodo passasse in fretta. Le nostre preghiere sono state ascoltate!

:<<Elizabeth, devo farti vedere una cosa>>.

Joseph condusse la giovane donna sul fondo dell’altare, dove l’imponente organo di San Nicola regnava incontrastato, diffondendo la sua ombra autoritaria fin quasi al principio della lunga navata centrale.

Elizabeth tremava per il freddo, emettendo piccoli sbuffi di vapore candido dalla bocca.

:<<Guarda i tasti – disse Joseph, indicando i lunghi rettangoli bianchi e neri disposti come soldatini sotto i loro occhi.

:<<Non vedo nulla – mormorò Elizabeth, sfregandosi le mani.

:<< Guarda meglio. – La donna si avvicinò alla tastiera, incuriosita. Nella penombra regnante sull’altare notò sottili e lunghe crepe azzurrognole estendersi sulla superficie dei tasti, a creare uno strano effetto color madreperla. Provò a premere un tasto, ma invano. Sembrava bloccato. Guardò Joseph, interdetta.

:<< Credo proprio che non ci sarà nessun canto di Natale, Elizabeth – sentenziò l’uomo, scuro in volto. La donna guardò a lungo la tastiera dell’organo, incredula.

:<<Come è possibile?

:<< Il freddo. Ha gelato quasi tutti i tasti.

:<<Quasi?

:<< Se ne sono salvati quattro- disse Joseph, inarcando le sopracciglia in una smorfia amaramente ironica – Pochi per scrivere anche la melodia più semplice, non credi? – Elizabeth si avvicinò nuovamente alla tastiera, individuando poco dopo i quattro tasti miracolosamente scampati alla morsa del gelo. suonò un accordo, poi un tasto alla volta, con estrema delicatezza … Joseph ascoltò con noncuranza i lievi tocchi di suono prodotti dalla maestosa struttura di legno morente, pensando che per la prima volta nella sua vita il Signore aveva dimenticato di ascoltare le sue preghiere. La disperazione iniziava a regnare pericolosamente nella sua anima. Come avrebbero accolto i fedeli quella improvvisa mancanza di novità? Da oltre dieci anni l’abitudine si era mutata in tradizione: un nuovo canto di Natale rappresentava l’illusoria speranza di un anno sereno, privo di guerre o divisioni. Joseph pensò che dopo quell’insuccesso avrebbe dovuto chiedere il trasferimento, e che quelli, probabilmente, erano i suoi ultimi giorni a Obendorf nella veste di Reverendo di San Nicola.

Elizabeth intanto continuava a premere i quattro tasti superstiti, lo sguardo da scolaretta concentrata: un accordo, poi un tasto alla volta, con estrema delicatezza … poi accadde. Una melodia inaspettata invase la Chiesa di San Nicola: era semplice, eppure contornata dai colori di una sconvolgente bellezza. Joseph si ridestò immediatamente dai suoi pensieri, come incantato alla vista di angelo.

:<< Risuonalo!

:<< Cosa?

:<< Questo breve fraseggio. – Elizabeth ripeté quella serie da quattro note, e vide il Reverendo Joseph Mohr tornare improvvisamente alla vita. Un sorriso di luce si dipinse sul suo volto.

:<< Ce l’abbiamo fatta, Elizabeth! – disse, abbracciandola con forza.

:<< A far cosa? – chiese la donna, perplessa.

:<< La melodia per il canto di Natale … l’abbiamo trovata, anzi, l’hai trovata. Sei un genio!

:<< Non capisco …

:<< Non importa. Ho già il seguito nel cuore e nella mente. Devo solo trovare qualcuno che possa aiutarmi a scriverla.

:<< Ci sarebbe Franz Gruber, Reverendo. È un giovane organista arrivato da poco a Oberndorf. L’ho conosciuto qualche giorno fa. Forse potrebbe aiutarla.

:<< Sì, potrebbe. – Joseph era elettrizzato e allo stesso tempo spaventato da ciò che correva furiosamente nella sua anima. D’altra parte doveva combattere un nemico impietoso come pochi: il tempo. Dalle finestre della Sacrestia iniziavano a intravedersi i primi colori del giorno. Aveva solo ventiquattro ore per convincere quel Gruber ad una collaborazione quanto mai paradossale. In una giornata avrebbero dovuto comporre la musica, fissarla sul pentagramma, e poi provarla fino alla nausea per la domenica di Natale … e con quale strumento? Certamente in paese nemmeno il musicista più appassionato avrebbe potuto permettersi un organo da piazzare in salotto. Joseph piombò nuovamente nello sconforto. Non ce l’avrebbe mai fatta.

Se aveste chiesto l’opinione degli anziani di Obendorf riguardo quell’inverno, sicuramente vi avrebbero risposto che non se ne era mai visto uno così freddo. La neve cadeva incessantemente da mesi, con piccole pause di sereno oramai dimenticate. In breve tempo il bianco aveva sommerso il paese, rendendo inaccessibili molte abitazioni e impedendo un regolare trasporto delle merci per via. Molti giovani si davano da fare con pale e vanghe per liberare le strade e le vie di accesso: il sudore si gelava sui loro colli, e ben presto, con l’andare del giorno, venivano irrimediabilmente offuscati dalle ombre della sera, divenendo essi stessi ombre di fatica e nevischio.

Quando il Reverendo Joseph Mohr uscì dalla Chiesa, un vento gelido lo investì impietosamente: si coprì il volto con la mantellina nera, guardando per un attimo il cielo: vide unicamente una massa compatta di grigio pronta ad emettere nuovi interminabili sbuffi di neve. Si incamminò a passo svelto verso la casa di Franz Gruber che, secondo le indicazioni fornite da Elizabeth, doveva trovarsi nella parte estrema del paese, al confine con il Comune di Arnsdorf.

Raramente Joseph avrebbe potuto attraversare la via principale del paese senza essere fermato da numerosi fedeli in cerca di assistenza materiale o spirituale: quella mattina Obendorf sembrava disabitata. La neve aveva costretto i più ad una reclusione forzata.

Il Reverendo, in un quadro così apparentemente desolante, sarebbe apparso come una macchiolina di inchiostro nero sfuggita erroneamente alla mano di un pittore.

:” Dovrebbe essere questa”, pensò Joseph. In effetti le indicazioni coincidevano: una piccola casa in legno situata sul limitare del bosco. Il Reverendo si avvicinò alla porta, ansimando, ma prima che potesse bussare, questa si aprì energicamente. Joseph quasi saltò dallo spavento. Un uomo dal fisico imponente e dall’aspetto burbero lo osservava con evidente sospetto.

:<< Chi siete? – chiese il padrone di casa, rivelando una voce profonda e cavernosa.

:<< Come avete fatto a sapere che stavo per bussare?

:<< Vi ho visto dalla finestra. Chi siete?

:<< Sono il Reverendo Joseph Mohr, della Chiesa di San Nicola.

:<< Non ho soldi.

:<< Oh, no, non preoccupatevi, non sono venuto per questo. Siete Franz Gruber?

:<< In persona.

:<< Bene, allora forse dovrei essere io a darle dei soldi.

:<< Non capisco …

:<< Posso? – chiese Joseph, tremando visibilmente.

:<< Oh, sì … prego, accomodatevi>>.

La casa, esternamente di una semplicità che oseremmo definire “popolare”, all’interno presentava un unico ambiente caldo e accogliente: un caminetto sfrigolava con le sue fiamme color arancio acceso, dietro una tendina un letto color panna intagliato nel legno, e tutt’intorno una mobilia semplice e frugale. Franz Gruber fece sedere il suo inatteso ospite senza troppe cerimonie. Scostò alcuni spartiti dal tavolo al centro della stanza, poi chiese:<< Allora, cosa vuole? >>. Joseph Mohr tirò un profondo respiro, poi raccontò all’organista la sua personale sventura.

:<< Posso comprendere la sua preoccupazione – esordì Franz Gruber, dopo aver ascoltato pazientemente la storia del Reverendo – Ma non capisco in che modo io possa esserle d’aiuto.

:<< Ecco … il favore che le chiedo è grande, me ne rendo conto. – Tirò un nuovo sospiro, poi decise di non perdere più tempo in inutili preamboli – Avrei bisogno di stendere con lei una melodia che sia pronta per essere suonata e cantata domani mattina in Chiesa >>. L’organista aggrottò la fronte, visibilmente stupito da quella richiesta.

:<< Lei vorrebbe comporre una melodia in un giorno, partendo da sole quattro note di base?

:<< L’ho già composta, signor Gruber. È tutta qui, nella mia mente!

:<< E dovrebbe essere pronta per la Messa di domani mattina?

:<< Sì.

:<< Che pazzia!

:<< La prego, lei in questo momento è la mia unica speranza.

:<< Me la canti, allora.

:<< Cosa?

:<< Mi faccia sentire questa nuova melodia natalizia. In caso contrario non potrò aiutarla in nessun modo>>. Joseph arrossì di colpo: stupidamente non aveva considerato quella eventualità. Non aveva scelta. Si slacciò leggermente il bavero del colletto, sorridendo nervosamente. Prese dalla tasca il foglio con il testo, dispiegandolo con cura e, dopo qualche attimo, iniziò a cantare. La sua voce era chiara e limpida, a tratti squillante. Provò una forte emozione che per attimi apparentemente infiniti provocò in lui ricordi sopiti nel fondo della sua anima. Aveva gli occhi lucidi. Franz Gruber ascoltò in religioso silenzio, fino alla fine, poi guardò a lungo Joseph, senza proferir parola. Questi fu il primo a rompere il silenzio:<< Cosa ne pensa?

:<< Lei è un tenore – rispose Franz Gruber, sorridendo impercettibilmente.

:<< Sì, ed ho qualche rudimento musicale …

:<< Notavo. Reverendo, le dico la sincera verità: penso che questa melodia sia molto bella, ma avrebbe bisogno di qualche modifica interna.

:<< Non sarei venuto da lei, signor Gruber! – replicò raggiante Joseph, porgendogli il foglio.

:<< Inoltre dovremo lavorare con poco. L’unico organo funzionante che io conosca si trova ad Arnsdorf, nella scuola elementare al centro del paese, dove insegno. Ma con questo freddo credo sia inutile anche solo pensare di muoversi. Avrei una possibile alternativa, Reverendo.

:<< Mi dica.

:<< Scrivere una partitura per chitarra e due voci soliste. In questo caso opterei per un tenore e un basso, in mancanza di un coro.

:<< Mi affido a lei, signor Gruber. Ma la chitarra …

:<< Ne ho una qui. Direi di metterci al lavoro.

:<< Certo. Signor Gruber …

:<< Mi dica, Reverendo.

:<< Grazie.

:<< Non lo faccio per lei. Lo faccio per me>>.

800px-Organo_di_Santa_Maria_degli_Angeli_e_dei_Martiri_-_Roma_-_Concerto_di_Natale_2009_-_1In poche ore i due stesero una prima bozza del canto su spartito. Franz Gruber accompagnava con la chitarra il canto del Reverendo Joseph Mohr, che pian piano vedeva nascere e consolidarsi un piccolo e inaspettato miracolo. Eppure la sua mente tornava costantemente ad una frase pronunciata dal suo collaboratore organista qualche ora prima:” Non lo faccio per lei. Lo faccio per me”. Così, davanti ad un silenzioso e fumante caffè, trovò il coraggio di chiedere:<< Cosa la turba, signor Gruber? – L’uomo alzò di scatto la testa, come una preda di fronte al predatore.

:<< Lei non è qui per confessarmi, Reverendo. La sto aiutando, e tanto basta.

:<< Non vorrei risultare invadente, ma lei poco prima ha affermato che ha accettato questa collaborazione non tanto per me, quanto per lei. Perché?

:<< Preferirei non parlarne>>. Franz Gruber si alzò, camminando lentamente verso la finestra. Joseph tacque, ripercorrendo con lo sguardo lo spartito ancora incompleto. Il silenzio si protrasse a lungo. Ad un tratto, l’organista mormorò:<< Si tratta di mia figlia. – Il Reverendo alzò lo sguardo – Non mi parla da mesi, oramai.

:<< Perché?

:<< Non lo so. Vede, sua madre morì due anni fa … un incidente. Fu un duro colpo per tutti. Ecco, da quel momento Katrine ha iniziato pian piano ad allontanarsi da me: nutre nei miei confronti un odio inspiegabile. È come se ogni suo sguardo volesse ricordarmi le mie responsabilità per la morte della madre. Forse ha ragione: non sono mai stato un padre e un marito esemplare, e questo mi fa soffrire ancor di più tutte le volte che sento la sua mancanza. Dopo qualche tempo decise di lasciare la nostra casa a Mariapfarr, e si trasferì qui a Obendorf dalla sorella della madre. Non la vidi per due anni. Solo pochi mesi fa ho trovato il coraggio di trasferirmi qui, con la speranza di trovare un lavoro che potesse mantenermi, e soprattutto con la speranza di rivederla. Il lavoro è arrivato: insegno musica ai bambini della scuola comunale di Arnsdorf …

:<< E Katrine?

:<< Ogni volta che ci incontriamo per strada, fa finta di non vedermi, e passa oltre.

:<< Capisco.

:<< Mi ha chiesto perchè questa collaborazione aiuta più me che lei … Ecco, Reverendo, è molto semplice: non riuscirei a vedere la mia vita separata da uno strumento musicale o da uno spartito. La musica mi ha sempre salvato dalla crudeltà della vita. Alle volte immagino che ogni mia piccola composizione possa arrivare nel cuore e nella mente di Katrine, e che possano farle comprendere quanto io, in tutto questo tempo, non abbia mai smesso di amarla.

:<< Forse lei lo sa. – disse Joseph, scaldandosi le mani sulle pareti della tazza ancora colma di caffè.

:<< Non lo so, Reverendo. Non so più nulla. Rimettiamoci al lavoro, vuole?

:<< La ringrazio, signor Gruber. Non so come avrei fatto senza il suo aiuto. – disse Joseph, osservando le prime ombre della sera far capolino sui tetti di Obendorf.

:<< No, Reverendo. Lei ha aiutato me, più di quanto possa immaginare. E, so che le sembrerà strano, ma vorrei chiederle un favore.

:<< Dica pure.

:<< Lasci che sia io ad accompagnarla domani mattina. – Joseph sorrise, scuotendo il capo.

:<< Avevo giusto bisogno di un basso. – A quelle parole il Reverendo strinse la mano dell’organista, che sorrise a sua volta con sguardo complice, poi si incamminò nel bianco della strada, stringendosi alla mantellina ondeggiante nel vento. Pian piano la sua ombra scomparve nelle spire del buio.

Franz Gruber respirò a pieni polmoni l’aria della sera, percependo una fetta di gelo trapassargli il petto con dolce violenza. Poi mormorò, quasi a se stesso:<< Benvenuta, silenziosa notte >>.

Finalmente arrivò il tanto atteso venticinque dicembre. Arrivò il Natale.

Quella mattina, la neve non cadde. Un cielo terso si affacciò sulle case e i selciati di Obendorf, che sembravano respirare il sereno con avidità, come volessero trattenerlo per sempre nei loro cuori di legno e pietra. I radi stormi di uccelli in volo potevano osservare dall’alto un paese improvvisamente tornato alla vita, dove centinaia di puntini neri in movimento si dirigevano lentamente, a piccoli gruppi, verso la Chiesa di San Nicola. Le campane suonavano a festa, annunciando la divinità, o forse solo la grande umanità di un uomo.

Alla fine della cerimonia, Il Reverendo Joseph Mohr abbracciò con un sorriso tutti i fedeli di Obendorf, seduti in religioso silenzio, in attesa. Discese lentamente le due file di scale che separavano l’altare dall’inizio della navata centrale, avvertendo un lieve brivido corrergli lungo la schiena. Il momento era arrivato:<< Come potete vedere – esordì, indicando il lato destro dell’altare, sul quale svettava una piccola pedana in legno a più livelli – quest’anno non avremo un coro. E, fino a pochi giorni fa, io stesso credevo di non poter mantener fede alla nostra vecchia tradizione. – Lievi mormorii si sollevarono vivacemente dall’uditorio – Eppure – continuò il Reverendo – il Signore non ha smesso di ascoltare le nostre preghiere.>>. Con un cenno della mano, invitò Franz Gruber a salire sull’altare: egli avanzò con sicurezza, la chitarra in mano, gli occhi evidentemente provati da una forte emozione. Sedette al fianco del Reverendo, che rimase in piedi, gli occhi rivolti verso un punto indefinito. Ad un tratto, lievi arpeggi di chitarra risuonarono nella Chiesa, leggeri come una brezza che bagna gli alberi sul far della sera. Il pizzicare delle corde diradava nel freddo un silenzio fatto di sospiri.

Dopo minuti che parvero eterni, un applauso fragoroso, simile alla pioggia che batte sui vetri di una finestra. Molti fedeli, commossi, non potevano far altro che abbracciare il vicino, scossi da una gioia incontenibile. Altri rimasero in silenzio, come incantati da un’ eco sconosciuta.

Joseph Mohr guardò il signor Gruber. Piangeva. Posò delicatamente una mano sulla sua spalla, in segno di ringraziamento, ma l’organista non vi fece caso: il suo sguardo si perdeva negli occhi di una ragazza seduta tra le prime file, le mani giunte come ad implorare perdono.

Poco dopo, sul sagrato di San Nicola, centinaia di fedeli si strinsero intorno al Reverendo Joseph Mohr, confuso nell’animo da quell’inaspettato e tumultuoso calore. Ringraziava tutti, e gli sembrava di non aver ringraziato nessuno; sorrideva distrattamente, come se il suo animo fosse distante dal presente, ancorato alla magia di un canto. Si guardò intorno, alla ricerca del signor Gruber, ma invano: sembrava essere scomparso.

Ad un tratto, vide Elizabeth farsi spazio tra la folla, saltellando graziosamente come una ragazzina:<< Reverendo! – esclamò, abbracciandolo con forza – è stato … Oh mio Dio!

:<< Elizabeth – riuscì ad articolare Joseph, stretto in una morsa di ferro – Grazie …

:<< Non so cosa dire.

:<< Non dire nulla, ma lasciami respirare! – La donna sciolse l’abbraccio, ricomponendosi con evidente imbarazzo.

:<< Mi scusi, Reverendo, sono così felice! Questo nuovo canto è meraviglioso, unico … non ho mai ascoltato nulla di simile!

:<< Hai visto il signor Gruber, per caso?

:<< Reverendo, non mi prestate attenzione – replicò Elizabeth, offesa.

:<< Perdonami – disse Joseph, lo sguardo perso oltre la folla che pian piano andava disperdendosi – Vorrei solo ringraziarlo per quanto ha fatto.

:<< Eccolo, Reverendo! Lo vede? – disse la donna, indicando un punto lontano – E’ in dolce compagnia>>.

Joseph vide l’organista sul limite estremo del sagrato parlare con una ragazza dai capelli rossi color fuoco. I due si abbracciarono a lungo, poi la giovane donna si incamminò verso casa. L’organista la vide scomparire nel bianco, passandosi un avambraccio sulle gote rigate di lacrime.

:<< Signor Gruber.

:<< Oh, Reverendo …

:<< Era Katrine?

:<< Sì. Pensavo che non mi avrebbe salutato.

:<< E invece? – l’organista alzò le braccia al cielo.

:<< Come può sentirsi un uomo felice, Reverendo?

:<< Non lo so – disse Joseph, sorridendo – ma credo che non se la passi poi così male.

:<< Sono d’accordo con lei! Sa’, penso che la musica mi abbia salvato ancora una volta.

:<< E’ il destino degli uomini di spirito: essere salvati dalle loro stesse creazioni. Il divino respira in tutte le melodie della terra >>. Joseph strinse la mano di Franz Gruber – Ora vada da lei. La starà aspettando. Buon Natale, signor Gruber.

:<< Anche a lei, Reverendo. E grazie >>.

Non appena Franz Gruber fu a debita distanza, Joseph vide Elizabeth camminare con passo lento verso di lui. Come aveva previsto, ancora una volta la sua innata curiosità sembrava non conoscere confini.

:<< Hai origliato.

:<< Solo qualche parola, Reverendo. – Joseph scosse il capo, con aria di falso rimprovero. Respirò profondamente, passando un braccio sulle spalle della donna.

:<< Sai, Elizabeth, credo di aver imparato una cosa importante in questi due giorni. L’amore non può perdersi mai. Per quanto si cerchi di allontanarlo, alla fine ritorna sempre ad invadere il nostro animo, più forte di prima. Da sole quattro note può rinascere una serenità che credevamo perduta.

:<< E’ un miracolo …

:<< Sì, Elizabeth.

:<< A proposito, Reverendo: come mai non ha raccontato ai fedeli la verità?

:<< Quale verità?

:<<  La storia dell’organo.

:<< Nessuno dovrà mai saperlo. – la interruppe Joseph, risoluto – Nessuno!

:<< Non posso raccontarlo nemmeno a mio marito?

:<< Elizabeth!

:<< Va bene: saprò mantenere il segreto.

:<< E’ una promessa.

:<< Certo, Reverendo, ma si ricordi che le prime quattro note sono frutto della mia creatività. Lo rivendicherò sempre e comunque. >> Elizabeth si avviò trionfante verso il paese, canticchiando la melodia che poco prima aveva incantato l’intera popolazione di Obendorf.

Joseph Mohr, sconsolato, alzò gli occhi al cielo, mormorando:<< Signore, dammi la forza! >>.

Joseph Mohr scrisse il testo della celebre canzone natalizia “Stille Nacht” nel 1816. Trasferitosi nella cittadina di Obendorf nel 1817, chiese al musicista Franz Xaver Gruber di comporre la musica per le sue sestine, in un arrangiamento per due voci soliste, coro e chitarra. Non è noto il motivo per cui venne fatta questa richiesta.

 Nel giro di pochi anni, la canzone si diffuse in tutte le diocesi di Salisburgo, e poi in tutta Europa. La versione italiana, dal titolo “Astro del Ciel”è una libera composizione del prete bergamasco Angelo Meli, pubblicata nel 1937.

 

 QUESTO RACCONTO VIENE QUI PUBBLICATO SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTORE.

 

“Vidas al límite” di Juan José Millás, recensione di Lorenzo Spurio

Vidas al límite

di Juan José Millás

prefazione di Ángel Gabilondo

Seix Barral, 2012

ISBN: 978-84-322-1049-5

Numero di pagine: 377

Costo: 19 €

 

Recensione di Lorenzo Spurio

«Le ombre dei cadaveri rimasero impresse nel suolo come il negativo di una foto. La gente rimase cieca, continuando a rendersi conto che la propria pelle si staccava dal corpo come la buccia di una banana. Per la strada correvano persone senza bocca, con il teschio aperto. Gli ospedali erano stati distrutti e molti dottori erano feriti o morti. Nelle vene scomparivano i globuli rossi e si moltiplicavano i globuli bianchi. Poi arrivarono la pioggia nera e la leucemia. Nel museo dell’olocausto una guida spiega che l’inquinamento di Fukushima è uguale a quello di Hiroshima»[1], scrive Millás nel racconto “Viaggio in Giappone” che chiude il libro in questione. Questo libro è un pugno nello stomaco. Non ce ne rendiamo conto una volta finito, ma racconto dopo racconto in cui Millás è come se punzecchiasse su una ferita fresca.

Juan José Millás, celebre narratore spagnolo con all’attivo una serie di romanzi e varie raccolte di racconti, ancora una volta dà prova di essere un grande scrittore. L’autore, celebre anche per i suoi “articuentos” (termine di sua invenzione, ossia una sorta di racconto e di articolo giornalistico) e per i suo “micro-relatos” è un grande artefice del genere narrativo breve. Nella sua nuova opera, Vidas al límite, titolo che non necessita di una traduzione, sono raccolti vari racconti scritti tra il 2008 e il 2012 e pubblicati su El País nei quali l’autore-narratore si cela nella forma di una “ombra” che segue fedelmente i personaggi che va descrivendo. Questi scritti sono racconti e al contempo non lo sono.  Millás inserisce la cronaca di sue esperienze, di suoi viaggi e soprattutto di suoi incontri, mistificando di certo in vari punti come ciascun buon scrittore sa fare, consegnandoci però un’opera che è anche e soprattutto una forte critica sociale contro il menefreghismo, ad esempio, la poca solidarietà o addirittura lo spietato colonialismo degli europei.

Le “vite al limite” che il narratore descrive sono quelle di personaggi deboli, al margine della società sia per colpa di quest’ultima che li ghettizza, sia per la loro condizione patologica. La raccolta si apre con un racconto dal titolo “Biografia di una mosca” nel quale Millás, attraverso uno scienziato, è in grado di tracciare la vita di una mosca, dalla sua nascita alla morte, per concludere che, sebbene possa sembrare una cosa stupida, l’esistenza dell’insetto non è che una replica della sua vita, sebbene estremamente ridotta dato che la vita media di una mosca è di appena trenta giorni. Nella stessa maniera apparentemente surreale e con la sua descrizione attenta al dettaglio ci accompagna in altrettante storie: osserva la vita di un cieco e prova a vivere la condizione di questi per un giorno; segue la giornata di un malato di Alzheimer e quella di un ragazzo Down, poi quella di un malato di cancro per il quale non rimane speranza e quella di un cieco sordomuto. Ma non è solo la malattia che viene investigata in questa maniera singolare (prima guardata a distanza come sempre fa la società, poi inserendosi in essa e vivendola per un giorno quasi sulla sua pelle, rendendosi estremamente abile nel gioco continuo di realtà e finzione). Segue un’attenta analisi del gravoso compito della donna di casa e quello del più stigmatizzato di una prostituta nella sua difficile, ma naturalizzata giornata di lavoro. In alcuni racconti l’autore sembra addirittura giocare con il lettore per indurlo a chiedersi: “ma cosa sta dicendo? cerca di prendermi in giro? io non ci credo a quello che dice!” ed è in questi scenari in cui Millás da maestro della finzione narrativa rende impossibile una semplice distinzione tra cronaca e immaginazione, che incontriamo personaggio quali Ronaldo, Penélope Cruz, Pasqual Maragall e Pedro Almodóvar.

Ma come si diceva non mancano pagine più amare con le quali Millás si trasforma in cronista di guerra come in “Orrore in Sierra Leone” raccontando la guerra civile del povero paese africano tramite la storia di due fratelli rimasti orfani dopo che i suoi genitori vennero uccisi e massacrati sotto ai loro occhi. Sono pagine dalle quali gronda sangue: storie di violenze, stupri, uccisioni, stermini, sopraffazione, roghi di abitazioni, traumi, amputazioni, ferite sempre lancinanti di dolore. E’ la storia di ciascuna guerra, certo, ma Millás con un attento riferimento allo scrittore Graham Green, parlando della capitale della Sierra Leone, il cui nome evoca un sentimento di libertà che contrasta dolorosamente con quel luogo, sostiene: “Tutte le cose più brutte di Freetown erano europee” passando poi per fare una lista. Con la dotta citazione Millás ricorda non solo i conflitti interni di paesi da noi tanto distanti, ma anche quanto gli europei abbiano contribuito a far male ai paesi colonizzati sia nel passato che tutt’ora nel presente tanto da ricordare che “i morti erano neri, ma le armi bianche”.

In “Inferno nella terra delle divinità” il tenore del racconto non cambia di molto, ci troviamo semplicemente in un’altra terra geografica, anche questa martoriata dalla violenza, a contrastare con la ricchezza ed eterogeneità dei culti e delle divinità che poco riescono a fare su quei popoli irrimediabilmente corrotti e votati al Male. Siamo nella regione di confine indo-pakistana, il Kashmir. Anche qui Millás adotta la lucidità dello stile, una cronaca tragicamente forte quasi che riusciamo a vedere le immagini scorrere davanti ai nostri occhi. Dolore, sangue e pagine drammaticamente dure da mandar giù. Eppure come possono infastidire persone ultra-modernizzate, ricche, acculturate che sono informate delle notizie di guerra leggendole comodamente a casa in Internet? A volte serve un cambio di prospettiva (‘prospettiva’, ‘visione’, ‘punto di vista’ sono termini importantissimi nell’intera produzione di Millás) per vedersi in contesti diversi, come appunto lo scrittore mostra di aver fatto superbamente in questa opera dove ogni racconto non è solo frutto di una squisita scrittura, ma di ricerca e di eventi visti dai suoi occhi.

Bisogna squarciare quel velo che, pur trasparente, ci circonda e sembra proteggerci.

Millás è attento nel cogliere dalla realtà che lo circonda esempi di finzione, di rappresentazione della realtà che sono solamente copie, sembianze grottesche, manipolazioni per trasmettere la sua visione del mondo, una continua ricerca volta alla scoperta del vero e alla differenziazione dalla sua sinistra rappresentazione come avviene in un passo tratto dal racconto “Viaggio in Giappone” che riporto di seguito: «Siamo arrivati in un mondo, in definitiva, nel quale le pasticcerie sembrano gioiellerie e le parrucchierie delle gallerie d’arte. E nelle quali le chiese cattoliche false sembrano chiese cattoliche vere. Diciamo questo perché nella nostra passeggiata allucinante per quella piccola Europa improvvisamente ci imbattemmo in una chiesa dai tratti gotici la cui presenza era scioccante  fino a che non ci spiegarono che si trattava, in effetti, di una chiesa cattolica falsa dove venivano celebrati dei falsi matrimoni cattolico il cui obiettivo era quello di fotografarsi sulla scalinata, alla moda delle coppie europee che vediamo nelle riviste di cronaca rosa. Gli piacciono la forma delle nostre nozze, sebbene non credono nella loro sostanza, ma quando a un giapponese gli piace la forma di qualcosa, la copia, migliorandola e se ne appropria».[2]

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Pamplona, 18-11-2012

 

 

JUAN JOSÉ MILLÁS è nato a Valencia nel 1946. Ha pubblicato i romanzi Cerbero son las sombras (Premio Sésamo, 1975), Visión del ahogado (1977), El jardín vacío (1981), Papel mojado (1983), Letra muerta (1983), El desorden de tu nombre (1986), La soledad era esto (Premio Nadal, 1990), Volver a casa (1990), Tonto, muerto, bastardo e invisible (1995), El orden alfabético (1998), Nos mires debajo de la cama (1999), Dos mujeres en Praga (2002), Laura y Julio (2006), El Mundo (2007) e varie raccolte di racconti tra cui le più recenti sono Lo que sé de los hombrecillos (2010) e Vidas al límite (2012). L’autore è anche giornalista e ha prodotto una serie di “articuentos”, un genere a metà tra il racconto breve e l’articolo di giornale. Ha ricevuto numerosi premi letterari nazionali sia per la narrativa che per l’attività giornalistica. I romanzi maggiori sono stati tradotti in italiano e in numerose altre lingue.

 


[1] La traduzione del testo è eseguita da me. La citazione in originale si trova a pagina 377 del testo.

[2] La traduzione del testo è eseguita da me. La citazione in originale si trova a pagina 344 del testo.

 

“La scorciatoia”, racconto di Fiorella Carcereri

LA SCORCIATOIA
racconto di FIORELLA CARCERERI

Quando mi ha sorriso ho perso la speranza. Non subito. Ma quasi. Riconoscevo quegli occhi, li avevo già visti troppe volte addosso a facce identiche alla sua. Persino le sue labbra piegate all’insù mi erano familiari. E il tono della voce, quasi incrinato dalla spasmodica ricerca di una personalità che, alla resa dei conti, poteva dirsi originale come l’annuncio di un’offerta speciale ripetuto dagli altoparlanti del supermercato. Ecco, proprio quella era l’unica cosa che le mancava. Un’etichetta con il codice a barre stampata sulla fronte: in alto il prezzo e, subito sotto, le istruzioni per l’uso del corpo. Un corpo talmente abituato a piegare le sue emozioni alla convenienza del momento da conservare ben poco di umano.
Ero stato interpellato, come avveniva abitualmente già da un po’ di tempo, per la messa a punto del sistema informatico dell’agenzia “Nuovi talenti”. L’andirivieni di ragazze poco vestite nelle sale dei casting, e talvolta anche negli uffici, non era una novità per me. Ma nessuna tra le centinaia che avevo visto passare fino a quella mattina mi aveva colpito in modo particolare. Troppo superficiali, troppo evanescenti…
Lei però sembrava diversa. I nostri sguardi si erano incrociati per puro caso, lei mi aveva fissato per un attimo incuriosita, con un’espressione buffa da ragazzina acqua e sapone. Per una frazione di secondo pensai che forse avrei dovuto ricredermi e che i miracoli possono ancora accadere. E invece no. Il sorriso che venne subito dopo, quel modo di gesticolare studiato ed innaturale, quella voce da gatta morta lasciavano ben poco spazio a romantiche immaginazioni. Eppure, avrà avuto sì o no diciannove anni…
La seguii con lo sguardo, senza farmi notare, per tutta la mattina. Volevo avere la certezza matematica di che tipo di ragazza fosse e la ebbi.
La vidi dapprima posare per il fotografo per un calendario o qualcosa del genere. Addosso aveva poco, quasi nulla per la verità. Ad un tratto, quel tizio, che avrebbe potuto tranquillamente essere suo padre, le si avvicinò per suggerirle all’orecchio pose più piccanti e provai un forte senso di nausea quando mi resi conto che lei si stava facendo toccare ovunque, anche dove non sarebbe stato necessario.
Già, era consapevole di avere un’arma eccezionale da sfruttare: il suo corpo stupendo. Quel corpo le avrebbe consentito di arrivare dappertutto o, per lo meno, dove sognava lei. Ma il prezzo era, e lo aveva imparato in fretta, quello di chiudere sotto chiave e nascondere in un posto sicuro tutte le possibili tracce di sentimenti, emozioni e debolezze. Il suo era un gioco duro, ma la concorrenza era agguerrita e non faceva sconti. Se ci fosse cascata, anche una sola volta, sarebbe stata sbattuta fuori dal giro e agli scopritori di “talenti” sarebbe bastato un attimo per rimpiazzarla. Ma lei era ambiziosa, cinica e determinata. Nel momento esatto in cui si era presentata al primo provino, e doveva averne fatti parecchi a giudicare da come sapeva muoversi, aveva lasciato alle spalle ogni remora sentimentale e morale. Senza mettere spudoratamente in vendita il suo corpo con le istruzioni per l’uso stampate in fronte, magari avrebbe potuto ugualmente raggiungere il successo. Ma ci sarebbe voluto più tempo. E lei aveva fretta e quella era l’unica scorciatoia possibile.
Verso le dodici, mentre stavo salendo sul mio furgone per una breve pausa pranzo, visto che sarei dovuto rientrare nel pomeriggio ad ultimare il lavoro, la vidi uscire a braccetto con il titolare dell’agenzia, un individuo senza scrupoli e non certo morigerato, come tutti del resto in quell’ambiente. Era un settantenne grasso, stempiato e ripugnante, che emanava, indipendentemente dalla stagione, un penetrante odore di sudore. Ma era lui, e solo lui, la chiave d’accesso al mondo in cui quella ragazza in vendita aveva deciso di entrare. Salirono sul suo potente SUV e scomparirono ad alta velocità.
Alle due ritornai al lavoro. Mentre stavo resettando un computer negli uffici della presidenza sentii per caso una conversazione tra la segretaria del titolare ed il fotografo.
“Mi serve la ragazza per rifare alcuni scatti”.
“Te l’ho già detto, ha il cellulare spento…”
“Allora chiedi al titolare come mi devo comportare, io ho delle scadenze da rispettare!”
“Purtroppo, anche il dottore ha il telefono staccato. Sono usciti insieme a pranzo e non sono più riuscita a rintracciarli…”.
Molto probabilmente, quell’angelo perverso stava, ancora una volta, concedendo al potente di turno l’uso del suo corpo, languidamente distesa sul letto di una stanza d’albergo a cinque stelle.

QUESTO RACCONTO VIENE PUBBLICATO SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.
E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE IL PRESENTE RACCONTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Macchie”, racconto di Rita Barbieri

MACCHIE

di Rita Barbieri

Mettimi via. Nascondimi, come si fa con la polvere sotto il tappeto, come le macchie d’umidità sotto i quadri alle pareti. Depositami in un angolino, lasciami lì dove non avrò voce né consistenza alcuna. Perché se sarò così ben nascosta, allora potrà darsi che piano piano scolorisca fino a svanire o che, più semplicemente, mi succeda di essere dimenticata.

Certe macchie sono più dure di altre da mandar via: resta l’alone. Impresso sul muro, sulla stoffa, sulle pagine di un libro: una macchia lascia tracce, più o meno visibili.

Anche le persone lasciano tracce. E macchie e depositi e strati e strati di polvere che, per quanto si tenti di pulire via, si riformano sempre. La polvere è nell’aria e certe persone anche. Si respirano involontariamente, assimilando ad ogni boccata il loro personalissimo mix di ossigeno e smog.

Quelle sono le persone in cui si inciampa per caso, camminando sicuri per la propria strada, con lo sguardo alto e le difese abbassate: come buche non segnalate ci fanno vacillare, cadere, perdere l’equilibrio e, prima ancora di capire bene come sia successo, ci si trova impantanati e arresi. Ci piovono addosso,  gocce di pioggia improvvisa in una calda giornata estiva.

Inopportuna e rinfrescante insieme: ancor prima di aver trovato un ombrello o un provvidenziale portico sotto cui ripararci, ci siamo già bagnati almeno un po’ e siamo anche scocciati per l’accaduto. Una stretta di mano, una frase, uno sguardo e tutto cambia: se ne stanno lì e la loro presenza già da sola basta a interrogarti.

E di domande se ne fanno sempre troppe e sempre alla persona sbagliata: l’unica che le risposte non le sa e non le può sapere. Gli incontri sono giochi a premi: un azzardo in cui bisogna essere fortunati prima e furbi poi. E in cui bisogna anche sapere quando fermarsi in tempo prima di perdere tutto.

Perché quello è il rischio grosso, la vera posta in gioco: il problema vero non è vincere quanto PERDERE. Perdere un’occasione, perdere la credibilità, perdere la bussola, perdere il controllo. Infinite varianti e  possibilità del verbo perdere. Si può perdere tutto, praticamente. Dalle chiavi al tempo che non torna più indietro, da una partita amichevole finita a pacche sulle spalle, alle opportunità che capitano sempre una sola volta nella vita. Dai ricordi alle speranze.

“Ho paura di perderti”. Quante volte diciamo questa frase. Il gioco del fare e non fare, del dire e non dire, perché poi perdi tutto, comprese le mosche che pensavi di tenere ben strette nel pugno della mano. Anche quelle volano via, se vogliono. Non serve a niente stringere le dita per impedirlo, certe volte è più semplice aprirle.

Aprirle come si fa con una porta, una finestra, uno spiraglio. Aprire per lasciare uscire e per far entrare. Per portar fuori e per accogliere dentro. Stare un po’ sempre sulla soglia, appoggiati alla maniglia: guardare per strada e osservare chi passa. Perché tante persone passano e poche, invece, restano. E, se restano, chissà poi per quanto.

Ci sono giorni torti, difficili in cui mi rendo conto che ancora non ho cancellato proprio un bel niente. Ho accantonato, separato, fatto il cambio dell’armadio forse…ma non dimenticato. Certe cose, eventi, persone semplicemente non sono pensati per essere dimenticati. Non si può: torneranno in mente all’improvviso, attraverseranno la mente come proverbiali fulmini in un cielo apparentemente sereno, faranno sorridere o piangere. O anche tutti e due insieme. Perché se tutte le storie felici sono simili tra loro, ogni storia infelice è infelice a modo suo:  Anna Karenina insegna.

Ci sono storie che nemmeno un menestrello stonato potrebbe cantare, fiabe che non conciliano affatto il sonno ma semmai evocano la compagnia informe dei pensieri. Racconti che non finiscono con un punto ma sfumano in infiniti e inediti punti di sospensione. Aspettano che si tiri una linea, che si tirino le somme, senza scarti e senza resti.

Come certe macchie anche certe cose sono indelebili: perfino se vengono strofinate via con cura, riappaiono.

Rita Barbieri

QUESTO RACCONTO VIENE PUBBLICATO QUI PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE IL PRESENTE RACCONTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

“Case del passato”, racconto di Fiorella Carcereri

CASE DEL PASSATO

DI FIORELLA CARCERERI

Era un appartamento al terzo piano di una vecchia palazzina stile liberty in cui trascorsi il periodo più “magico” della mia  vita, l’età compresa tra i sei e i vent’anni. L’ingresso era enorme, uno spazio vuoto ed inutilizzato, chissà, forse progettato da un geometra ubriaco od inesperto. Per contro, la cucina era incredibilmente piccola, la sala impossibilmente fredda d’inverno e calda d’estate. Si salvava soltanto la mia cameretta, riscaldata da una maestosa stufa a carbone coke sistemata nell’atrio ed impreziosita da un gigantesco tappeto di pelle bovina, in voga all’epoca,  arricchita da un allegro tendaggio giallo e marrone e tappezzata dai poster dei miei idoli canori e calcistici, il tutto davvero molto trendy.   Ma il punto di forza di quella casa era però costituito dall’enorme terrazza che offriva una generosa panoramica su tutto il quartiere. Al centro, un bizzarro progettista aveva sistemato un possente tavolo di pietra con sei sedie, il tutto decorato con sculture di angioletti ed altri strani soggetti.

D’estate, la terrazza era un naturale punto di ritrovo per grandi e piccini. D’inverno, quando nevicava, diventava una specie di trappola glaciale, dove il vento accumulava decine di centimetri di neve. E c’era Gaspare, il mio gatto, che non voleva saperne di abbandonare lo scatolone pieno di stracci di lana sistemato nel punto più riparato, sotto il tavolo di pietra. Usciva solo quando vedeva qualche timido raggio di sole per venire a grattare alla porta della cucina all’ora di pranzo. Che buffo vederlo camminare lentamente, con quelle zampette vellutate interamente sprofondate  nella neve fresca, ancora immacolata. Il gelo doveva infastidire parecchio le sue estremità. A volte, i suoi movimenti davano l’impressione che camminasse, paradossalmente, su carboni ardenti. Quei muri videro la mia gioia ad ogni bel voto portato a casa,  la serenità di tante festività natalizie attorno al presepio illuminato ed addobbato con muschio fresco e vere cascatine d’acqua, ma assistettero anche impotenti ai frequenti litigi fra i miei genitori e alla malattia di papà. Quelle pareti furono testimoni di ogni mia parola, dubbio, paura ed affidabili custodi di tutti i miei piccoli e grandi segreti. Ora però, quelle stesse pareti non sono più a colori ma in bianco e nero. Troppi affetti persi per strada, troppe parole taciute, troppa tenerezza soffocata, troppa nostalgia per quegli anni perduti e la loro magia.  

 

QUESTO RACCONTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE ESTRATTI O L’INTERO RACCONTO SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

“Porte sbattute”, racconto di Fiorella Carcereri

racconto di FIORELLA CARCERERI

 

Sbattere la porta è la cosa che ho sempre saputo fare meglio nella vita, in senso pratico, ma anche in senso metaforico. Sbattere la porta è la cosa che gli altri hanno sempre saputo fare meglio nei miei confronti, quasi esistesse una scuola di specializzazione che ne insegna tecniche e modalità e tutti coloro coi quali mi sono rapportata l’avessero frequentata con profitto.

Sono nata e cresciuta in un ambiente di porte sbattute, in faccia o dietro le spalle. E ciò si è verificato in tutti i possibili orari del giorno e della notte, in una miriade di situazioni.

La nonna paterna, già parecchio anziana quando io nacqui, odiava mia madre con tutta se stessa.

Mia zia, seguendo fedelmente le orme della nonna, non è mai riuscita ad avere con mia madre un approccio civile, un minimo di dialogo, non dico fraterno, ma almeno di reciproca tolleranza. I motivi scatenanti di questa “tragedia” familiare erano, in fondo, sempre gli stessi.

Da una parte, una madre rigida e mai disposta a scendere a compromessi con nessuno.

Dall’altra, una zia  perfida ed avida di denaro, quello che sottraeva a mio padre durante i suoi tristi e prolungati ricoveri in ospedale.

Nonna e zia paterne non hanno mai fatto mancare a mia madre dosi letali di ostilità e hanno sempre fatto del loro meglio per metterla in cattiva luce nei confronti di chiunque, per renderle la vita impossibile, soprattutto durante i primi anni di matrimonio in cui si viveva tutti sotto lo stesso tetto, com’era usanza diffusa un tempo.

E quella bimba, figlia unica, (non so se questo sia stato un vantaggio od una sfortuna) ebbe il “privilegio” di assistere a snervanti alterchi quotidiani che scaturivano anche da banalissimi pretesti e, talvolta, sfociavano nell’aggressione fisica, quando tutte le frecce verbali erano state esaurite.

Abitualmente, le liti avvenivano tra donne ma poi, immancabilmente, veniva coinvolto mio padre che aveva l’arduo compito di ergersi a giudice di quelle  controversie e poi, carico di rabbia, scaricava le sue ire sempre sul medesimo capro espiatorio: la più piccola ed indifesa, facile da redarguire, facile da sculacciare.

Ora sto scrivendo queste cose con sufficiente distacco emotivo e le osservo seduta in platea, in ultima fila,  spettatrice annoiata di una squallida rappresentazione teatrale. Ma allora era diverso. 

E, bene o male, tutto ciò che ho visto e sentito da zero a quindici anni ha lasciato profonde cicatrici e bruciature indelebili nella mente, nel cuore e nell’anima. Sono sopravvissuta, è vero, ma a quale prezzo!

Ogni giorno mi auguravo  di ricevere qualche complimento, qualche tenera carezza, e pregavo per veder sorridere e ridere i miei genitori ma, pensandoci bene, non ricordo di aver mai colto anche un solo attimo di felicità nei loro sguardi…

Il nonno materno che sbatteva la porta dopo aver cercato invano di difendere figlia e nipote…

Mia madre che, un mese sì e l’altro pure, raccoglieva i nostri abiti in una grande valigia rigida di colore marrone scuro per andare a chiedere ospitalità ai nonni…

Porte sbattute, a centinaia…

Ad un certo punto, cominciarono a non farmi più effetto e pensai: “Se per i grandi questo è l’unico modo per ottenere qualcosa o attirare l’attenzione, perché non dovrei farlo anch’io?”.

Frequentavo le scuole medie quando, per i motivi più diversi, che sono sempre e comunque di importanza esistenziale per un’adolescente,  non di rado saltavo la cena e mi chiudevo a chiave nella mia stanza per riaprire soltanto al mattino successivo. 

Quando mio padre era ancora vivente, non aprivo per non essere picchiata.

Dopo la sua morte, non aprivo per non dare soddisfazione a mia madre che mi minacciava e mi intimava di aprire da dietro la porta  in legno e vetro smerigliato.

Non riesco a ricordare con esattezza per quali motivi arrivassimo ai ferri corti. A scuola andavo molto bene, non avevo brutte compagnie, anzi, ero pressoché un’eremita.

E’ passato troppo tempo ormai e, fortunatamente, ho rimosso i particolari più dolorosi di quei momenti. I nostri caratteri erano del tutto incompatibili.  Punto e basta.

E quella santa donna della nonna materna sempre in mezzo, nel tentativo di ricucire gli strappi su due pezzi di stoffa ormai logori e lacerati e che nessun filo sarebbe mai stato in grado di riunire. Se oggi fosse ancora tra noi, avrebbe potuto ricoprire degnamente la carica di giudice di pace, mediatore od altra attività diplomatica di tutto rispetto. Povera nonna… Non smetterò mai di ringraziarla nelle mie preghiere per avermi salvato la vita in più occasioni, purtroppo non solo, e non sempre, in senso metaforico.

Quando, dopo la maturità, entrai ufficialmente nella vita “seria”, nel mondo degli adulti, ero già rodata, avendo alle spalle una ragguardevole gavetta. Gli inizi non furono esattamente da tappeto rosso ma, tutto sommato, una passeggiata rispetto a quanto avevo avuto il “privilegio” di condividere nella mia pseudo-infanzia ed adolescenza dalle tinte fosche.

Ancora oggi quando, nonostante gli sforzi, non riesco ad esprimere verbalmente ciò che sento e che vorrei,  quando ho l’impressione di essere attaccata ingiustamente o in tutte quelle situazioni in cui, mio malgrado, sono costretta a far emergere il lato peggiore di me, ricorro al vecchio metodo della porta sbattuta o della cornetta riattaccata, un classico.

Un gesto, forse, vigliacco, una modalità un po’ ferina per chiudere una controversia che so benissimo essere  momentaneamente sospesa e la cui soluzione è purtroppo solo  rimandata.

Considerando però questo comportamento da un’altra prospettiva, ritengo possa essere il “minore dei mali” nelle situazioni che stanno per sfuggire di mano, quando non è più possibile provare a ragionare, venirsi incontro, riavvolgere la bobina, quando ormai ci si è spinti troppo in là per abbassare i toni e nessuno è più disposto a cedere di un millimetro.

Sbattere la porta è la “protesta estrema” per non imboccare la via di non ritorno.

Sbattere la porta lascia tempo ai contendenti di riflettere, riordinare le idee, rimuginare sulle proprie colpe, se ve ne sono, o su quelle degli altri.

E’ una specie di intervallo tra due round di pugilato, aiuta a riprendere vigore se lo scontro è destinato a protrarsi, o a dire definitivamente “basta”.

Ogni volta che mi succede penso sempre “Questa è stata l’ultima”, anche se so perfettamente che cambiare il proprio temperamento è un’impresa disperata e comunque discutibile, qualora ciò fosse possibile. 

C’è una soglia di sopportazione, o di dolore, o di rabbia  oltre la quale scatta l’allarme. Faccio sempre del mio meglio per rallentare l’avvicinarsi di questo  momento ma poi il fiume esonda.  Le mani non obbediscono più alla ragione che vorrebbe fermarle e succede. Succede e basta. Perché siamo esseri imperfetti e qualche difetto, anche grosso, dobbiamo pur averlo.

Chi mi conosce bene non si stupisce più. Magari, ci resta male sul momento, ma sa che basta pazientare. Dopo ogni tempesta, anche la più terribile, arriva sempre la quiete. Tanto più violenta è la tempesta, tanto più nitido, luminoso e stupendo sarà l’arcobaleno.

Non so quanto c’entrino la famiglia d’origine e le circostanze della vita in questo mio modo di essere, ma sicuramente hanno dato il loro non indifferente contributo.

Non sono sicuramente un mare forza uno.

Non sono la brezza impercettibile di una tiepida giornata di aprile.

Sono spesso un osso duro, una gatta da pelare, a volte una corona di spine.

Tuttavia, a mia parziale discolpa, se di colpa si può parlare, posso dire che nessuno mi ha mai amata di meno per questo.

E sono enormemente grata a chi è riuscito a vedere ben oltre le apparenze. A chi ha avuto la volontà e la pazienza di comprendere che cosa si cela dietro quella dura corazza difensiva. A chi, dopo un po’, si fa sempre trovare sorridente dietro ogni mia porta sbattuta.

E, in cuor mio, spero di potermi un giorno riconciliare completamente con il mondo in modo tale che quel gesto non rappresenti più, per me, l’unica via possibile.

 

 

QUESTO TESTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE QUESTO TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

Lorenzo Spurio intervista lo scrittore di origini brasiliane Julio Monteiro Martins

Intervista a Julio Monteiro Martins

scrittore, poeta, saggista di origini brasiliane, direttore della rivista “Sagarana”

a cura di Lorenzo Spurio

 

 

Recentemente ho avuto modo di collaborare alla rivista online “Sagarana”, diretta da Julio Monteiro Martins con la pubblicazione di qualche saggio di critica letteraria. Ho avuto così modo di mettermi in contatto con lui e di scambiare qualche mail vertente principalmente su alcuni aspetti importanti della letteratura: la letteratura migrante, la metaletteratura, la poca fortuna del genere “racconto” in Italia, tutte questioni a conoscenza dell’attuale élite culturale italiana.

Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane, insegna attualmente Lingua Portoghese e  Traduzione all’università di Pisa con un curriculum letterario fatto di pubblicazioni, collaborazioni, presenze a conferenze, studi critici, ricchissimo e per questo, invidiabile. Esordì nel mondo letterario a metà degli anni Settanta in Brasile con testi nella sua lingua originale (Torpalium, Bárbara, A oeste de nada, O livro das Diretas,…) e, a partire dal 1995, anno nel quale è giunto in Italia, ha pubblicato nella nostra lingua senza mai smettere. Tra le sue pubblicazioni più celebri vanno ricordati il romanzo madrelingua[1] e  la raccolta di racconti L’amore scritto, entrambi editi da Besa.

Nel 2011 la casa editrice Libertà Edizioni ha pubblicato un interessante studio critico sulla scrittura di Julio Monteiro Martins dal titolo Un mare così ampio, curato da Rossana Morace. Nel testo, nella parte finale, è presente una interessantissima intervista che Rossana Morace ha rivolto allo scrittore e in appendice alcuni racconti brevi inediti.

Ho il grande piacere ed onore di fare qualche domanda allo scrittore, su alcuni aspetti centrali del suo percorso letterario. Grazie anticipatamente per avermelo concesso.

 

LS: Il libro Scrittura e migrazione[2] edito nel 2006 e contenente gli atti di una serie di conferenze tenute all’università di Siena con altrettanti scrittori migranti, mi ha avvicinato all’argomento interessandomi molto. Nel suo intervento, Lei sottolinea la differenza che esiste tra gli “scrittori migranti” e i “migranti scrittori”, una differenza sostanziale che si esplica principalmente, tra i vari caratteri, nel considerare i primi i “veri scrittori”, cioè coloro che lo erano già prima di migrare in un paese. Nel testo, più volte, ci si riferisce al fatto che la “letteratura migrante”, una letteratura viva, contemporanea, ma anche non (dato che le migrazioni sono sempre esistite) sia in realtà poco studiata, analizzata in maniera poco attenta, tanto da finire per risultare una letteratura di second’ordine. In una società nella quale il multiculturalismo, l’internazionalizzazione, l’abbattimento di frontiere e l’ospitalità comunitaria sono (con spregevoli eccezioni) dei dati di fatto, delle realtà consolidate, quali sono secondo Lei le cause o le motivazioni che stanno alla base di questa “ghettizzazione” degli scrittori migranti, nella loro “inferiorità” rispetto ai colleghi autoctoni?

JMM: Non vorrei essere frainteso. Un concetto come questo di “veri scrittori” mi sembra troppo elitario e non mi appartiene. Siamo tutti “veri scrittori”, ognuno a modo suo. Con la distinzione tra “scrittori migranti” e “migranti scrittori” volevo solo chiarire una differenza di origine della scrittura, di motivazione esistenziale: per qualcuno la scrittura è nata molto presto nella vita come vocazione squisitamente letteraria, un’inclinazione naturale all’affabulazione, all’inventare e raccontare storie, per qualcun altro invece è nata più tardi, come reazione a una condizione tutta nuova e pericolante, quella dell’immigrato in un grande paese occidentale. Tutto qua. Non facevo nessuna valutazione qualitativa, ma soltanto un necessario chiarimento sulle origini possibili della letteratura scritta nella nuova lingua, origini ben diverse ma che alla fine sono confluite nell’attuale letteratura italiana della migrazione, e questo è ciò che interessa. La distinzione da me proposta, ormai dieci anni fa, e che è diventata nel tempo un punto fermo tra gli studiosi della materia, ha uno scopo logico-didattico, fa riferimento a un processo di formazione di ciascuno scrittore durante la sua particolare parabola esistenziale.

Poi, quando si ragiona sul concetto, peraltro molto questionabile, di “vero scrittore”, può sembrare che si parli di un qualche tipo di predestinazione o di privilegio, e non è il caso. Semmai, se devo proprio fare una distinzione tra “veri scrittori” e “falsi scrittori” direi che “falsi scrittori” sono quelli che scrivono con fini strettamente commerciali, gli autori dei “best seller” o candidati a tale, che scrivono una sorta di spazzatura modellata di proposito per corrispondere a un conformismo prefabbricato dal marketing delle case editrici e dello squallido collaborazionismo di una certa stampa. Falsi scrittori che sfornano falsi romanzi erotici, falsi gialli e noir, falsi splatter, false storie d’amore per adolescenti, false fiabe fantasy medioevali inzuppate di un’ideologia di destra, proponendo un ritorno alle caste sociali, false autobiografie lacrimose, falso umorismo politico che in fondo fa propaganda subliminale in favore di quello che finge di criticare, falso misticismo e esoterismo da shopping-center, falso eroismo da guerrigliero fasullo nella “giungla” della Costa Smeralda. La vera letteratura tuttavia persevera, al buio, sotto questa montagna di detriti che cerca di sotterrarla ogni mattina dell’anno. E, sai, una valanga di spazzatura non può fare una biblioteca, semmai fa una discarica.

Sono i falsi scrittori quelli che svendono l’arte letteraria con una retorica di facile digestione, semplicistica e banale, ingannevole, farcita di stereotipi e che strumentalizza vecchi e logorati preconcetti e luoghi comuni duri a morire per così cadere nelle grazie di un pubblico estivo saltuario e poco esigente, facendo appello ai sentimenti peggiori di questo, alla dimensione più arretrata di una società che invece ha un bisogno irrimandabile di modernizzarsi, di aprirsi, e che è ancora molto restia al diverso, ha paura e diffidenza di tutto quello che ancora non gli è familiare, altro che “ospitalità comunitaria”.

Solo a pensarci, o a ricordare certi brani dei cosiddetti “libri di successo” in cui incappo casualmente, mi viene il voltastomaco. Senza mai smettere di combattere questa corruzione generalizzata dell’arte letteraria, devo anche assuefarmi un po’ a questa schifezza per non soffrire troppo. Condivido in pieno l’indignazione di Pablo Neruda, che in risposta a una domanda sulla verità della sua poesia si è alzato e ha risposto: “Dios me libre de mentir cuando estoy cantando”.

 

 LS: Se si pensa alla letteratura in base ai diversi periodi storici (letteratura romantica, letteratura risorgimentale, letteratura della guerra civile, letteratura elisabettiana, etc) o alle correnti, stili, tendenze (letteratura futurista, letteratura modernista, letteratura frammentista) allora la definizione di “letteratura migrante” sembra essere anomala e non rispondere a nessuno di queste due determinazioni: quella storica-temporale e quella di genere. La “letteratura migrante” finisce così per essere un ampio calderone nel quale troviamo autori giovani, a noi contemporanei, altri morti e sepolti da secoli (i grandi viaggiatori ed esploratori, non erano forse migranti?), di tutte le nazionalità, che scrivevano nei vari generi ed erano distanti anni luce l’un l’altro per sensibilità. È forse in questa stessa definizione di letteratura che si cela il germe della sua vaghezza, indistinzione, mancata caratterizzazione e conformità che porta poi il lettore a preferire altri tipi di letteratura più “caratterizzati”?

JMM: Innanzitutto, non accosterei la narrativa degli antichi viaggiatori come Marco Polo o il Montesquieu delle “Lettere persiane” alla contemporanea letteratura della migrazione, che è un fenomeno diverso e circoscritto a una trasformazione epocale, a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo. Qui domina la globalizzazione delle merci e dei media, che vuole escludere però quella dei corpi degli esseri umani (sì, perché le menti si globalizzano lo stesso), la formazione della soggettività di un “ceto medio” mondiale, presente oggi nello spirito anche degli abitanti delle zone più povere del pianeta, le nuove guerre del neo-liberalismo che provocano gigantesche maree di profughi, Internet e i voli low-cost, ma soprattutto le migrazione di interi popoli, un fenomeno di dimensioni bibliche. Questi uomini e donne, quando salgono sui gommoni ripetono il gesto che avevano già realizzato negli anni precedenti: salire sui “gommoni” delle idee, della fantasia di un nuovo mondo e di una vita nuova di zecca. Il vero gommone, quello che preannuncia i gommoni gonfiabili, è il gommone dei sogni. Il resto sono mezzi di trasporto di fortuna, barchette, camion, container, pretestuosi visti di turista, la snervante attesa delle regolarizzazioni, delle amnistie, i finti contratti di lavoro, i finti matrimoni, insomma le consuete strategie di sopravvivenza. L’energia viene emanata dalla potenza del loro desiderio, un desiderio sedimentato dopo anni di febbrile fantasticare. Vedi, la letteratura della migrazione è il miracoloso risultato artistico di questa immensa avventura dei corpi e degli spiriti. La luce della stella che guida gli uomini verso la terra promessa.

Siamo immersi profondamente nello zeitgeist di questo periodo storico. Le migrazioni sono l’epidemia del nostro tempo. Dico sempre che oggi anche quelli che s’illudono di rimanere fermi, statici, al sicuro, radicati nel paese dove sono nati, migrano a ritroso, perché è il mondo attorno a loro che si sposta velocemente, e un bel giorno si guardano intorno e non capiscono più nulla, non sanno più dove si trovano. Migrano nel tempo, che allo stesso modo è un paese straniero.

Nessuna letteratura rispecchia meglio questo zeitgeist della letteratura della migrazione. È nata e cresciuta al suo interno, superando le sue trasformazioni. Gli scrittori e le scrittrici che la creano ogni giorno hanno vissuto in pieno il trauma della migrazione, hanno dovuto ricomporre un’identità frantumata, riscrivere più volte il proprio personaggio. Hanno acquisito, a scapito di loro stessi, una saggezza e una sintonia con la modernità che è tutta spontanea e reale, è viva, non pianificata a tavolino da qualche editor astuto, ed è quello che regala a questa letteratura il particolare e inconfondibile spessore.

A proposito, in Italia si parla tanto, e giustamente, della “fuga di cervelli”. Perché non parlare anche del consistente “sbarco di cervelli” avvenuto qui negli ultimi decenni?

 

LS: La metaletteratura è un espediente narrativo (ma non solo) che è stato ampiamente utilizzato in forme e modi diversi nella letteratura postmoderna. Secondo alcuni il postmoderno è ormai terminato da anni, secondo altri ci troviamo nel post-post-moderno. Ci si riferisce tradizionalmente alla letteratura dell’oggi, del nostro momento, alla letteratura contemporanea sebbene la definizione sia abbastanza approssimativa, erronea e “allargata” nel senso che anche Svevo, Pascoli e Gozzano – solo per fare qualche esempio – sono autori contemporanei. Come secondo lei la letteratura – non solo quella italiana – è cambiata (in cosa) rispetto ai “grandi padri” contemporanei e quali tendenze/generi/correnti nota nella letteratura contemporanea?

JMM: Cominciamo dalla metaletteratura. Secondo me è sbagliata la tendenza generale a vederla come un ipersofisticato e complesso esercizio di virtuosismo narrativo, una strategia narrativa messa in atto da alcuni writer’s writers, i maestri della forma e delle sperimentazioni, magari con lo scopo velleitario di esibire le loro doti. In Italia, ogni volta che sento parlare di metaletteratura sembra che si parli di cose ermetiche, esoteriche e anche un po’ noiose, per una manciata di iniziati, come la teoria quantica o la fisica delle particelle. Invece la metaletteratura – quella presente per esempio in Pirandello, nel Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in Vila-Matas o nel mio romanzo madrelingua – non è altro che un modo contemporaneo di giocare con la struttura letteraria, di divertirsi portando a galla il dietro le quinte della scrittura, svelando la sua impalcatura, lo scheletro, come attraverso un raggio X. Nei casi più riusciti, riesce a trasmettere ai lettori non un senso di pedante erudizione ma al contrario una leggerezza che dice “dài, non prendete troppo sul serio il racconto, in fondo è solo un gioco”. Trasmette un sano scetticismo, che deride con buon umore la tradizionale “sospensione dell’incredulità” della narrativa, come nel gioco delle tre carte. La metaletteratura narra contemporaneamente in diversi livelli esegetici, e in 3D, si potrebbe dire, e può essere molto divertente. In essa tutti i ruoli sono scambiabili, come in un ballo in maschera, e il narratore che, attenzione, non è l’autore, diventa a sua volta un personaggio, fino a che compare dal nulla un altro narratore, che si presenta come quello vero, e cioè travestito da autore, mentre i personaggi si ribellano a questo gioco che smaschera il loro ruolo consueto e rivendicano un atteggiamento più “autorale” dall’autore. Oltre a madrelingua, avevo scritto in Brasile due opere metaletterarie (anche se molti altri miei testi hanno “pennellate metaletterarie” al loro interno). Sono il romanzo “O Espaço Imaginário” (Lo spazio immaginario) e il lungo racconto “Migrações” (Migrazioni). Sono forse i libri che mi sono più divertito a scrivere, e a volte dovevo fermarmi per ridere da solo con le cose assurde che inventavo.

Inoltre, non bisogna dimenticare che oggi quasi tutti scrivono, penso che mai una generazione di lettori ha avuto una tale dimestichezza con le questioni che naturalmente affiorano nello scrivere, molti sono voraci lettori che vivono immersi nel grande mare della narrativa. Quindi, da questi lettori, la metaletteratura è un genere molto apprezzato, perché le storie trattano proprio di un mondo, quello della scrittura, che gli è caro e conosciuto, il particolare ambiente metaletterario gli è familiare, sono curiosi delle strategie letterarie, dei problemi collegati alla creazione, alla verosimiglianza, alla costruzione e decostruzione di trame, intrecci, stili e personaggi.

Quanto alla seconda parte della tua domanda, devo confessare che ho un problema con queste etichette, del tipo postmoderno, post-postmoderno, ecc. Sembrano voler nascondere, più che rivelare. Per esempio, l’etichetta “postmoderno” – oltre a tutte le teorie astruse che gli hanno cucito addosso – può essere vista anche come un grande artificio promosso da una certa critica per giustificare e agevolare l’abbandono dell’arte impegnata in favore di una superficialità voluta, di un’adozione dei simboli del mercato – da Prada alla Danone, alla Sony e alla Samsung – come icone, prestandogli un’aura che non possedevano, e tutto questo ispirato dalle tentazioni neoliberiste che hanno stregato tanti intellettuali. In altre parole, una cortina di fumo per nascondere un tradimento, non molto diverso dal “tradimento dei chierici” descritto da Julien Benda nel lontano 1927. Sarebbe una strategia un po’ furbesca di, rimescolando tutte le carte, sovvertire le regole del gioco in chiave conservatrice.

Vedi per esempio la questione del sesso dal punto di vista “postmoderno”. Si è tramutato in merce, è diventato una branca dell’industria dell’intrattenimento, in un’operazione di “abbellimento” della prostituzione che ha cambiato la moralità piccolo borghese anche attraverso alcuni film e articoli di riviste e giornali che hanno rivestito di un inedito, e del tutto falso, glamour neoliberale l’atto di prostituirsi. Fino a pochi anni fa eravamo in piena mercificazione generale di tutto. Ogni cosa che deteneva un valore riconosciuto doveva avere un prezzo di mercato, il corpo e l’anima, e anche l’onestà, l’onore, l’opinione e la verità. Per fortuna le cose sembrano riacquistare un certo equilibrio negli ultimi anni, e forse la cosiddetta “crisi” – che non è mica una “crisi” ma un cambiamento definitivo di parametri in Occidente – è venuta per salvarci piuttosto che per rovinarci.

Tornando alle etichette, al loro posto preferisco rivolgere la mia attenzione sul fenomeno, sulla cosa, viva e vera, sulla scrittura in sé, sulla qualità della fattura letteraria, in grado occasionalmente di fare scaturire da sé una forza dirompente. Vedi, non riesco a innamorarmi delle cartelle. Mi innamoro delle storie.

Per concludere, e in risposta a quello che mi solleciti nella tua domanda, e senza azzardarmi a fare una classifica di tendenze e di generi, voglio sottolineare la molteplicità, la varietà mozzafiato della letteratura del nostro tempo, la coagulazione lenta ma costante delle vecchie letterature nazionali in una nuova letteratura mondiale, seguendo passo a passo le trasformazioni della soggettività collettiva in un mondo sempre più globalizzato. Una caratteristica lo rende, questo mondo, particolarmente affascinante, è il fatto che mentre cresce per certi aspetti l’omologazione e la standardizzazione del gusto e dei valori, si sviluppa in contemporanea un nuovo apprezzamento delle realtà locali, di nicchia, della “biodiversità” culturale, delle narrazioni prodotte dalle diverse culture ed etnie, delle svariate interpretazioni della vita e del trascendente, delle lingue minoritarie e delle fiabe e tradizioni create da piccoli e arcani gruppi umani. Un mondo che diventa al contempo più concavo e più convesso, vuole concentrare e vuole diffondere, come un grande cuore, con le sue sistole e le sue diastole, questo mondo distingue  ma poi mescola visioni, pensieri e fantasie.

E anche il ritmo delle trasformazioni si è notevolmente accelerato. Nello spazio di un’unica vita umana – che peraltro si è parecchio estesa – è possibile sperimentare diversi cicli storici, alte e basse maree artistiche e filosofiche: individualismo seguito dal collettivismo totalitario, poi il recente individualismo e infine il collettivismo che sembra stia tornando, stavolta democraticamente. Apice, decadenza, oblio, rinascita, nuovo apice delle stesse manifestazioni. È possibile, mentre si invecchia, vedere queste maree tornare anche due, tre volte, e diventare fenomeni universali nelle viscere della cultura.

Un esempio personale della vertigine delle trasformazioni: quando penso che ho scritto diversi libri prima del computer e prima addirittura delle fotocopiatrici, e che per poterli presentare a un concorso o a una casa editrice dovevo ricopiarli ogni volta, mi sembra proprio di essere un reduce del medioevo, una sorta di monaco amanuense venuto da uno sperduto monastero chiamato Rio de Janeiro anni ’70.

Considerando tutto questo su cui abbiamo riflettuto, mi viene da dire che la sensibilità letteraria che ha dato origine al nuovo protagonismo del racconto breve, alla letteratura della migrazione e alla metaletteratura è proveniente anch’essa da questo tempo accelerato, da questo orbitare a una velocità pazzesca attorno a un mondo incostante. La letteratura del futuro non sarà qualcosa che possiamo progettare razionalmente, ma qualcosa che saremo noi stessi diventati, a scapito dei nostri desideri. Qualcosa di inevitabile, irreversibile e ineluttabile, che stupirà i suoi autori non meno che i suoi lettori.

 

LS: Nella mia attività di critico-recensionista ho avuto l’occasione di leggere varie raccolte di poesia, genere che leggo con assiduità preferendo, però, la narrativa ed ho notato che ai nostri giorni c’è una tendenza molto diffusa nel pubblicare di tutto senza che ci sia alla base una vera e seria selezione editoriale dei materiali. La poesia, da sempre decantata come il genere più puro d’espressione umana, è stata – a mio avviso- maltrattata, violentata, derisa e beffata in una serie di sillogi che ho potuto leggere per una serie di elementi quali la mancanza di originalità, l’utilizzo di un linguaggio criptico, a spirale, ridondante, pieno di nonsense con la sola volontà di creare dubbio e smarrimento nel lettore. Credo che in molti si riempiano la bocca di “poesia”, scrivendo semplicemente spazzatura. Cosa ne pensa a riguardo? Ogni forma dell’espressione ha un suo valore intrinseco e deve necessariamente essere rispettata anche se travalica i canoni estetici/stilistici/canonici oppure la selezione, la qualità, la capacità espressiva sono più importanti?

JMM: Non c’è giorno in cui io non pensi all’importanza immensa della poesia e non celebri dentro di me, a modo mio – pensando al significato di un verso, scrivendo qualcosa, leggendo poesie, selezionandole per la rivista – la sua esistenza nella mia vita. Offro spazio per la poesia, sempre, in diverse sezioni della rivista Sagarana, e quando, in Brasile, ero il direttore della casa editrice Anima, pubblicavamo tanti libri di poesia quanto degli altri generi, forse di più. Oggi le richieste per i reading delle mie poesie sono uno dei pochi inviti che non rifiuto mai, e mi sposto qua e là per l’Italia, in Svizzera, in Francia, non di rado pagando il biglietto di tasca mia, perché per onorare la poesia farei qualsiasi cosa, davvero. E non solo le mie poesie, ma anche, per esempio, reading miei delle poesie di Pablo Neruda, di Drummond de Andrade, o di Fernando Pessoa.

Detto questo, ammetto che hai ragione sul proliferare di poesie scialbe, ridondanti, o troppo sbiadite o troppo sgargianti, con urla isteriche senza un motivo chiaro, o sciatte e tirate via, oppure pedanti e noiose come un ingorgo di traffico, o tormentate dentro la loro noia come avere la macchina guasta dentro un ingorgo di traffico. Tuttavia sono convinto che non esiste “cattiva poesia” perché se è poesia non può essere cattiva. Sarà sempre, in qualche modo, ricerca, problema, catarsi, seduzione delle parole, braccio di ferro con i concetti, estasi metaforico. Sarà sempre e comunque un atto d’amore (non dimentichiamolo, anche la vanità è amore verso sé stesso).

Pensando alla commovente generosità dei poeti possiamo affermare che nessuno dedica tante ore come loro a qualcosa con così poche chances di avere un qualsiasi ritorno. L’accusa tacita ai poeti è conosciuta: sprecare la loro vita in qualcosa di perfettamente inutile. Nessun dare è così disgiunto dal ricevere quanto lo scrivere poesia. E nonostante tutto mi arrivano ogni giorno poesie belle e bellissime. Scopro ogni settimana un nuovo bravo poeta (questa settimana per esempio è stato il turno dell’argentino Roberto Juarroz: “Sto perdendo le zone intermedie. / Percepisco soltanto ciò che è molto vicino / o ciò che è molto lontano. / Questo cambio radicale dei sensi / o chissà il sorgere di un senso diverso / conferma il mio sospetto / che soltanto negli estremi / abita il reale.” E ha scritto che la poesia “è sempre tempo giovane / tiepida valigia della vita”.)

Posso dire che la mia “tiepida valigia” è più spaziosa a causa della vicinanza persistente della poesia. E quando non capisco quello che mi sta succedendo, quando non capisco più niente e non so come spiegare certe cose, è alla poesia che chiedo aiuto, e lei mi trova le parole chiare per i miei pensieri appannati, impenetrabili anche a me stesso. Meravigliato, riesco allora ad esprimere l’anima di un io sconosciuto. Ero rauco, balbettante, a volte muto, e la poesia è venuta in mio soccorso per restituirmi la voce smarrita. Come non esserne grato?

Forse non ho risposto alla tua domanda, almeno non nei termini in cui l’hai formulata. Ma devi capire, hai toccato un nervo troppo sensibile, il rapporto con la poesia, e non potrei parlare di poesia in un modo razionale, cartesiano, senza sentire di averla tradita.

 

LS: Lei ha avuto modo di sostenere che il racconto, ossia la narrativa breve, è la forma di scrittura più adatta, espressiva, esatta e congeniale al suo essere scrittore. Condivido pienamente l’importanza che riconosce a un genere che, come lei ha sottolineato, viene un po’ snobbato in Italia perché equiparato a una espressione frettolosa e concisa, a una sperimentazione o addirittura a una mancanza di immaginazione. Sono convinto come lei che il racconto sia una forma di scrittura particolarmente efficace e diretta, tanto che anche io lo preferisco ad altri generi, sia in lettura che in scrittura. Lei sostiene che la mancata affermazione e il poco riconoscimento del racconto nella letteratura italiana, al di là di semplici e frettolose spiegazioni che hanno poco di letterario, sia da ricercare nell’aspetto conservatore del pensiero e della società italiana. Sarebbe in grado di ampliare questo aspetto e di parlarcene più diffusamente?

JMM: Questa svalutazione del genere racconto, a cui fai riferimento, tutta italiana in verità, è un segno di ignoranza, è non capire minimamente il percorso della letteratura nel Ventesimo e Ventunesimo secolo. I generi letterari non nascono, prosperano o muoiono per decisione dei critici. Essi sono il risultato e la materializzazione di una certa costante sintonia dell’arte letteraria con la sensibilità generale di ogni periodo storico. Cambiano gli uomini, cambia la società, cambia il genere letterario. C’è poco da fare. Il romanzo epistolare per esempio era in perfetta sintonia con la sensibilità di una certa aristocrazia europea del Settecento, così come il romanzo-fiume, le narrazioni monumentali, i grandi pannelli narrativi come “La commedia umana” di Balzac o “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, con intrecci che si dipanavano per decenni, a volte per secoli. Corrispondevano a una sensibilità di un certo mondo borghese dell’Ottocento post-Restaurazione, un mondo stile Biedermeier. Il romanzo-fiume si prolungò nel tempo fino a ritrattare la decadenza e il sovvertimento di quel mondo, per esempio nel ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, nei “Buddenbrook” di Thomas Mann, e più vicino alla nostra epoca nel ciclo ambientato nella contea di Yoknapatawpha, di Faulkner. In Brasile, oltre ai libri di Machado de Assis, con il consigliere Aires come narratore/protagonista di diversi romanzi, e all’opera di Macedo, abbiamo i 15 volumi della “Tragedia borghese” di Octávio de Faria. Queste opere smisurate, quasi infinite, dipendono per nascere da una coerenza stabile del mondo nella mente dei suoi autori, da una weltanschauung tipicamente ottocentesca, impossibile in un Novecento esplosivo, nichilista, spaccato tra ragione e inconscio, “oltre il bene e il male”, frammentario, surreale, assurdo, senza più Dio e, nel suo epilogo, anche senza più Storia. Molti individuano la rottura negli orrori della Prima Guerra Mondiale, nella delusione con la Scienza e il Progresso, divenuti agenti del Male contro ogni speranza, l’incubo delle trincee, le stragi commesse in nome dell’amor patrio, origini di opere strazianti come “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Remarque o “Terra desolata” di T. S. Eliot: “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura”. Dopo la “grande guerra civile europea” niente più sarebbe stato lo stesso, e tra le sue vittime giaceva anche il romanzo-fiume e la sua ormai impossibile compattezza.

Il romanzo stesso è prima esploso al suo interno, riducendo la sua dimensione e così assumendo per la prima volta un’inedita “modestia” ontologica, oltre a limitare anche l’estensione temporale della trama, che in certi casi aveva la durata di un solo giorno, come nel “Ulysses” di Joyce, in “La nausea” di Sartre, in “Lo straniero” di Camus o in “La passione secondo G. H.” di Clarice Lispector. Pensiamo, per esempio, alla dilatazione/concentrazione del tempo in “Gita al faro” di Virginia Woolf o nel “L’urlo e il furore” di Faulkner.  Inoltre, il senso della realtà era completamente destabilizzato e rovesciato con il dominio dell’inconscio sulla logica; romanzi come “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, “La casa assassinata” di Lucio Cardoso o “Mia madre” di Georges Bataille ne sono degli esempi compiuti. Le pulsioni dell’inconscio determinano il discorso del protagonista ma a volte anche quello del narratore. Ed è in questo contesto liquido e instabile che nasce il racconto breve contemporaneo, come un ulteriore passo nella frammentazione della narrativa. E in certi casi non sarebbe esagerato parlare addirittura di polverizzazione della narrativa, come in Augusto Monterroso, in Cortázar, in Donald Barthelme o in Carver. Non a caso questo genere appare con forza prima nelle zone più dinamiche e in rapida trasformazione del mondo, gli Stati Uniti, l’America Latina, la Spagna del dopo-Franco. La sfida letteraria in quel momento era riuscire a realizzare una “fotografia istantanea” dello spirito del nostro tempo, con la massima concentrazione di senso, cogliere l’attimo nella sua massima intensità, senza più l’illusione di un nesso coerente e uniforme (quello che in passato era all’origine del romanzo) e soprattutto senza più desiderarlo: donne e uomini nuovi, affezionati ormai al mutamento e all’indistinto. Il racconto breve emerse così come la forma perfetta e provvidenziale, lo strumento narrativo più preciso, più chirurgico, per le soggettività che si affermavano. In seguito, anche i paesi che avevano trovato in passato nel romanzo la loro espressione per eccellenza, come la Francia, la Germania o l’Inghilterra, ritrovarono linfa letteraria nel racconto breve, come le principali riviste letterarie inglesi di oggi, “Granta” in testa, dimostrano chiaramente.

In questo processo, l’Italia è rimasta indietro, magari non nel suo ambito creativo, dove il racconto si è espanso nettamente, e riviste come “Sagarana”, “El-Ghibli” ne sono la prova, ma per quello che riguarda la critica, l’accademia e anche la stampa culturale c’è stato, come descrivi bene nella tua domanda, un rifiuto emotivo, viscerale e irrazionale del genere racconto, una vera rete di giudizi sfavorevoli che cerca a tutti i costi di ridimensionare la sua importanza, di confinarlo in una sorta di “dilettantismo “ e di irrilevanza letteraria, ed è chiaro che questi giudizi hanno influenzato negativamente le scelte editoriali degli ultimi decenni. È come se l’ascesa di questo genere, il suo protagonismo, mettesse a repentaglio una tradizione che trova nel romanzo di stampo manzoniano il suo “ancoraggio” sicuro. Ma come diceva Cazuza, il cantautore brasiliano, “il tempo, caro mio, non si ferma mica”. Lo sforzo di “protezione” della tradizione del romanzo in Italia – protezione di cui il romanzo peraltro non ha alcun bisogno – non è un segno di forza, bensì segno della percezione della sua recente fragilità. Come ho scritto nel madrelingua, “ai nostri giorni non è più possibile scrivere un romanzo, e non è più possibile non scriverlo”. Questo inutile sforzo protettivo cerca di arginare il fatto che l’uomo che si sentiva pienamente rappresentato dalle caratteristiche del genere romanzo sta scomparendo e dando luogo a un uomo nuovo, più assuefatto all’effimero, alla precarietà, più veloce mentalmente e più flessibile nelle sue “certezze”, e anche più aperto al mondo e al diverso. E l’uomo nuovo vuole leggere libri nuovi.

Come si fa a immaginare che la letteratura può rimanere statica e congelata dopo l’enorme diffusione di Internet, con le sue pratiche di lettura così differenti, con la sua scrittura frammentaria, al sapore di un clic o di uno zapping? Nei tempi dei paragrafi solitari nei post dei blog o nei social network? Nei tempi della nascita, insieme agli e-book, della possibilità di creare e di pubblicare libri di 50 pagine, prima considerati impraticabili dall’editoria tradizionali, e aprendo così nuovi orizzonti all’idea stessa di “libro”? Sappiamo bene che tutte le innovazioni sostanziali in Italia – al di là del “coraggio” tutto sommato innocuo del design, della forma per la forma – sono travagliate e arrivano in ritardo. E qualcuna, penso alle rivoluzioni democratiche per esempio, non arrivano mai. Ma succede che il mondo diventa sempre più piccolo e interconnesso, e l’Italia non può pretendere di esistere isolata e protetta dalle potenti tendenze della mondializzazione. Nel caso del racconto breve, lo sforzo di fare finta di ignorare la sua affermazione e il suo prestigio è così grande, e così patetico, che alcuni critici arrivano a menzionare il genere “racconto” facendo riferimento esclusivamente alla produzione del periodo rinascimentale, quello di Boccaccio e dei suoi contemporanei per intenderci. Come se fosse non un genere fiorente ma… estinto!

In ogni modo, cambia poco. Il vigore dello sviluppo del racconto è palese e inarrestabile. La trasformazione viene dal basso, dalla creatività dei nuovi autori e dai gusti dei nuovi lettori. Ogni anno il racconto breve diventa più importante anche in Italia, più apprezzato, più necessario – è da lì che vengono le innovazioni, le sperimentazioni, l’avventura del narrare –, oltre ad essere il genere per eccellenza degli scrittori non italiani che hanno scelto l’italiano come lingua letteraria.

 

Grazie mille per avermi concesso questa intervista su alcuni aspetti nevralgici e cruciali della letteratura del nostro oggi.

 

Lorenzo Spurio

 31 Agosto 2012


[1] Su questo romanzo ho scritto una recensione, pubblicata sul mio blog personale e disponibile qui: https://blogletteratura.com/2012/07/25/madrelingua-di-julio-monteiro-martins-recensione-a-cura-di-lorenzo-spurio/

[2] Su questo libro ho fatto una mia recensione-analisi, pubblicata sul mio blog personale e poi anche sulla rivista di letteratura migrante “El Ghibli” fondata dal senegalese Pap Khouma e disponibile qui: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=6&sezione=4&idrecensioni=186

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Regalo di compleanno”, racconto di Massimo Acciai, con un commento di Lorenzo Spurio

Regalo di compleanno

di MASSIMO ACCIAI

 

Cristina D’Avena stava cantando la sigla di chiusura dell’ultimo cartone animato del pomeriggio quando Emanuele spense la tv e corse all’ingresso: aveva sentito la chiave nella serratura, segno che suo padre era tornato. Questo significava che avrebbe avuto subito il suo regalo di compleanno. Non aveva fatto nessuna festa in quanto la sua famiglia apparteneva alla congregazione dei Testimoni di Geova, e i festeggiamenti erano considerati frivolezze contrarie alla Bibbia. Anche il cartone animato che aveva appena finito di vedere non rientrava propriamente nelle prescrizioni scritturali, ma fino alle 18 suo padre non rientrava in casa e quindi era libero di vedere ciò che voleva in TV. Naturalmente avrebbe poi mentito: mentire era sopravvivenza in quella casa. Comunque il regalo che gli aveva portato suo padre non era da considerarsi un regalo di compleanno, anche se cadeva precisamente in quella data; era solo una coincidenza. Emanuele lo considerava tuttavia tale: perché gli altri bambini a scuola potevano avere un regalo per il loro compleanno e lui no? Non era giusto ovviamente.

Ma suo padre era categorico su questo punto, come su tanti altri. Questo non significava che Emanuele non avrebbe avuto regali, anzi forse ne avrebbe avuti persino di più dei suoi compagni di quinta elementare, ma non regali legati ad una ricorrenza particolare. Il bambino aveva sempre pensato che fosse una sorta di compensazione per la vita austera e morigerata a cui lo costringeva (anche se “costringere” era una parola che il genitore non avrebbe mai adoperato).

L’uomo entrò in casa con una voluminosa scatola di cartone, a cui erano stati praticati dei fori. Il fatto che traballasse lasciava intuire che il contenuto fosse qualcosa di vivo, ma d’altronde Emanuele sapeva già cosa conteneva perché era ciò che aveva chiesto al padre qualche giorno prima, quindi non fu affatto sorpreso quando, apertala in salotto, ne venne fuori un bulldog. L’animale balzo fuori dalla scatola, impaziente ed avido di aria fresca, quindi iniziò ad abbaiare furiosamente.

– Non preoccuparti, vuol solo farti le feste – lo rassicurò suo padre. Emanuele abbracciò il cane che prese subito a leccargli la faccia.

– Grazie babbo!

L’uomo sorrise compiaciuto e posò una mano sulla testa ricciuta del figlio, scompigliandogli i capelli in un gesto affettuoso che suo padre aveva ripetuto a suo tempo con lui. Emanuele odiava quel gesto, ma non lo aveva mai dato a vedere.

– Hai finito i compiti? – domandò l’uomo.

– Sì – mentì.

– Hai letto i passi della Bibbia che ti avevo detto?

– Certo – mentì.

– Ti sei tenuto lontano dalle cattive compagnie, in modo che Dio sia contento di te?

– Sì, come al solito – mentì. A scuola per fortuna non avevano mai dato peso alla sua fede, o meglio quella di suo padre, anche se i bambini sanno essere crudeli con i diversi. Ma lui aveva fatto di tutto per non apparire “diverso” e aveva fatto amicizia con i cattolici e perfino con un paio di bambine africane musulmane.

– Bene, goditi pure il tuo regalo.

– Posso andare a portarlo a fare una passeggiata? – domandò Emanuele.

– Sì, però non ti allontanare troppo e ricordati di tornare per cena. E soprattutto, stai attento stavolta.

– Certo

– Stasera leggeremo insieme la storia di Abramo e Isacco.

Emanuele sospirò mentalmente. Odiava quella storia, fin da quando l’aveva sentita per la prima volta, anni prima. Quando era più piccolo aveva avuto gli incubi a causa di quella storia. Periodicamente padre e figlio rileggevano tutta la Bibbia, una mezz’oretta al giorno, dopodiché commentavano i brani letti. Nel giro di due anni l’avevano letta tutta, quindi ricominciavano daccapo. Erano alla terza rilettura.

– Allora vado, torno presto, ciao.

 

Il bambino uscì col cane al guinzaglio nella calda giornata di quasi estate. Il piccolo paese era quasi deserto a quell’ora; le brave massaie erano impegnate ai fornelli, l’emporio era chiuso e persino i pensionati che stazionavano sulle panchine davanti al bar erano tornati ciascuno a casa propria. Attraversarono la via principale, il bimbo e il cane, dirigendosi verso il posto segreto. Il cane scodinzolava e fiutava tutto ciò che incontrava, fermandosi un paio di volte a marcare il territorio di urina e lasciando un fumante ricordo marrone sul sagrato della chiesetta. Arrivati in piazza Emanuele scorse il suo amico Giorgio che bighellonava come suo solito. Giorgio era l’ubriacone e lo scemo del villaggio, proprio il tipo di persona da cui lo aveva messo in guardia suo padre. Un uomo così non sarebbe mai entrato nella terra paradisiaca successiva all’Armaghedon, ma certo non se ne curava. Era l’unico ateo che conosceva in quel paese bigotto; gli stava simpatico, anche se emanava un odore di cui era meglio non parlare.

– Hai un nuovo amico? – gli domandò dopo averlo salutato.

– Sì, si chiama Fido IV – rispose Emanuele accarezzando l’animale, che subito iniziò ad annusare i pantaloni sudici dell’uomo.

– Bravo bravo – disse l’uomo agitando la bottiglia mezza vuota di barolo che teneva in mano. Si salutarono, quindi presero strade opposte; Giorgio verso la taverna, che avrebbe aperto di lì a poco, ed Emanuele per il sentiero che scendeva dalla piazza verso il fiume.

Arrivarono al luogo segreto senza fare altri incontri. Il luogo segreto era ovviamente deserto, e altro non era che un vecchio ponte di pietra, in disuso, nei pressi della diga, semi nascosto dalla vegetazione che cresceva rigogliosa fuori dal paese. Il bambino si sedette su di un masso sotto al ponte dopo aver legato il guinzaglio ad un ferro arrugginito che sporgeva dalle pietre del ponte, residuo di un’antica armatura metallica con cui era stato riparato molti anni addietro, quando era ancora in uso. Il cane tirava la corda del guinzaglio, ringhiando insofferente: il bambino rimase a fissarlo in silenzio. Ad un certo punto pronunciò una specie di formula magica, una litania con molte consonanti e suoni gutturali. Tracciò quindi dei segni nell’aria con un bastoncino, raccolto per terra, e ricominciò con la litania. Dopo qualche minuto si alzò ed accarezzò il cane sulla testa, quindi slegò il guinzaglio dal ferro arrugginito e risalì il sentierino che portava dal ponte alla diga.

In cima alla diga tirava vento. Un vento gentile, serale, decisamente piacevole. La giornata era stato un caldo preludio all’estate che sarebbe cominciata ufficialmente di lì ad un mesetto. Il luogo era deserto. Emanuele guardò giù. Qualche metro più in basso la polla d’acqua, racchiusa da grandi cubi di cemento, in cui precipitava l’acqua che traboccava dal muro di calcestruzzo che formava la piccola diga. In quel punto, là in basso, la profondità dell’acqua era notevole, più di quanto si potesse supporre ad una prima occhiata. Era un’acqua torbida, verdastra, di cui non si vedeva il fondo.

Il bambino camminò col cane al guinzaglio sulla cornice di cemento, larga circa un metro, fino al punto in cui l’acqua traboccava e si precipitava dabbasso.

– Buono Fido, a cuccia.

Il cane lo guardò interrogativo, quindi incominciò ad abbaiare.

– Buono ho detto, cuccia!

La voce del bambino era gentile ma decisa. Il cane, come se avesse compreso il linguaggio umano, si accovacciò. Emanuele tornò indietro di qualche metro, fino al punto in cui il cemento si ricongiungeva alla roccia, quindi si inoltrò nel boschetto da cui riemerse qualche attimo dopo trasportando un grosso masso, di almeno cinque o sei chili. Fino a quel momento il volto del bambino era stato inespressivo, adesso la bocca si allargò in un piccolo sorriso che solo prestandovi attenzione si sarebbe potuto notare. Con estrema naturalezza prese il guinzaglio e lo legò strettamente al masso, chiudendo con un nodo sapiente i molti passaggi della cinghia. A quel punto sollevò il masso e lo lanciò giù, nella polla d’acqua sottostante. Il cane lo seguì con un guaito di dolore e sorpresa, quando si sentì tirare il collo con uno strappo secco. I due corpi, animato ed inanimato, legati strettamente da una cinghia di cuoio, piombarono in acqua dopo un volo di cinque metri producendo uno splash accompagnato da spruzzi d’acqua che arrivarono fino al volto di Emanuele, il quale si era sporto per guardare lo spettacolo; spettacolo che durò un attimo. Il cane andò a fondo e non riemerse più. Solo alcune bolle testimoniavano una cessata attività respiratoria.

Emanuele recitò altre parole in quella lingua sconosciuta, fece un segno in aria in direzione dell’acqua e tornò sui propri passi. “Per te, Marianna”, pensò. Anche con l’arsura estiva il livello dell’acqua non sarebbe calato che di pochi centimetri, e le alghe sul fondo della pozza avrebbero custodito per sempre il segreto.

 

– Non ti preoccupare, vedrai che lo ritroveremo – lo rassicurò suo padre. Emanuele si asciugò le lacrime che aveva imparato a simulare fin da quando aveva memoria, e annuì.

– E’ scappato all’improvviso – si lagnò il bambino, ripetendo la storia per l’ennesima volta – mi è sfuggito il guinzaglio e non l’ho più ripreso!

– Stasera diremo una preghiera per Fido – disse l’uomo – e domani metteremo degli annunci promettendo una ricompensa, vedrai che ce lo riporteranno.

– Non è vero! – urlò il bambino, simulando un attacco isterico – Come non abbiamo più ritrovato gli altri cani!

L’uomo si accigliò e guardò brutto il figlio.

– Non dire così, devi avere Fede figlio mio!

Lo abbracciò. Il bambino si lasciò abbracciare, rimanendo però inerte.

– Abbracciami – lo incitò suo padre.

Il bambino ricambiò l’abbraccio.

– Facciamo così – disse l’uomo – se non lo ritroviamo ti porterò io stesso al canile per prenderne un altro.

Il viso del bambino si illuminò e si aprì in un leggero sorriso che l’uomo, che lo stava abbracciando, non poté vedere.

 

 

Firenze, 6-7 fruttidoro dell’anno CCXX (23-24 agosto 2012)

 

 

Commento di Lorenzo Spurio

Dietro al “regalo di compleanno” sul quale è incentrato questo recentissimo racconto di Massimo Acciai si cela un mondo domestico torbido e indecifrabile nella sua interezza dove noia, insofferenza, mancanza d’affetto e bigottismo dominano imperscrutate. Il racconto ci fornisce uno squarcio di vita contemporanea di un’anonima famiglia che potrebbe essere quella di qualsiasi persona. Sono alcuni elementi, però, a caratterizzare il giovane protagonista in maniera poco positiva: suo padre l’ha improntato allo studio e all’interpretazione della religione dei Testimoni di Geova, elemento che in ambito scolastico, porta il ragazzo ad essere in un qualche modo “diverso” dagli altri. Essere diverso non significa essere migliore o peggiore, non esprime mai quindi un commento di tipo valutativo o qualitativo, ma rimarca la non omologazione alla norma in un dato luogo o tempo. Ma non è solo il bigottismo del padre che è praticamente assente dalla vita del ragazzo se non nei momenti in cui gli chiede di leggere brani della Bibbia con lui che “segnano” l’esistenza del ragazzo, presentato come un tipo solitario, silenzioso, razionale, come un tipo del tutto a posto.

L’intero racconto si dispiega con la narrazione di episodi quotidiani di un padre e un figlio. Non si parla mai della madre del ragazzo e anche quando appare un terzo personaggio, l’amico del ragazzo, ci troviamo di fronte ad un essere maschile.

E’ solamente verso la fine del racconto, quando il narratore apre gli occhi e digerisce l’impetuosa svolta nella storia che Acciai ha previsto, che compare un personaggio femminile, una certa Marianna. L’autore, però, sembra voler giocare con il lettore e non dà una chiara chiave interpretativa che ci consenta di spiegare chi sia questa donna: è la madre? è una ragazza della quale si è invaghito a scuola? è una parente? o piuttosto è un artificio narrativo dello stesso autore per far sì che il lettore si scervelli per capire? Ogni risposta è plausibile.

Ciò che emerge nel racconto, sulla scia di un fortunatissimo adattamento cinematografico di una sceneggiatura di Ian McEwan (The Good Son, tradotto in Italia con L’innocenza del diavolo) è come la malvagità possa convivere celata nei panni di un ragazzo tranquillo con se stesso e con il mondo. L’autore fa riflettere su come la violenza, la perversione e il disturbo psichiatrico siano realtà dalle quali non si può eludere per poter capire a tutto tondo la personalità umana. Il protagonista, così, andrà collezionando regali, uno dietro all’altro incrementando, forse, il suo sadismo nei confronti degli altri, mentre l’assente genitore –forse ancor più pericoloso dello stesso ragazzo per il suo fondamentalismo, rigorismo e settarismo- continuerà a credere nell’innocenza di suo figlio. Intanto là fuori continueranno a perpetuarsi violenze, inutili massacri, annegamenti inspiegabili di bestioline inermi, divenute così semplici oggetti con i quali dar sfogo alle proprie ossessioni.

Ma il racconto di Acciai va letto anche più a fondo: come un riflesso amaro del nostro oggi tormentato e spersonalizzante dove le cose importanti sono sempre demandate ad altre od esplicate secondo una logica materiale – come il regalo appunto- e dove allo stesso tempo menzogne, bugie, “posti segreti” diventano l’unica morale imperante e osservata, benché si continui a professare altri “credo” che diventano semplicemente noiosissimi brani da leggere.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTO RACCONTO E QUESTO COMMENTO IN FORMA INTEGRALE O IN FORMA DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEI RISPETTIVI AUTORI.

Selezione dei racconti per l’antologia “OBSESSION”

Carissimi amici,

Sto organizzando un volume antologico tematico di racconti dal titolo “Obsession”, concessomi dalla direzione della Limina Mentis, che verrà da me curato e pubblicato nel 2013.

Il tema della raccolta di racconti è “Fobie, manie e perversioni”. Il volume sarà dedicato principalmente a scritti nei quali la componente intimistica e psicologica – biografica o inventata- ricopra un interesse particolare ai fini del racconto.

Il volume sarà composto da una determinato numero di racconti che risulteranno selezionati.

Chi fosse interessato a partecipare a questa iniziativa, di seguito si riportano tutte le informazioni:

 1. La partecipazione alla selezione dei materiali per l’antologia di racconti è totalmente gratuita. Agli autori presenti in antologia non verranno date copie omaggio, né verrà obbligato l’acquisto del volume che, comunque, è consigliato.

 2.Verranno accettati solamente testi nella forma del racconto e questi dovranno avere una lunghezza non superiore ai 50.000 caratteri (spazi inclusi).

3.Ogni autore può presentare un solo racconto.

4. I materiali devono essere inviati rigorosamente in formato Word, con il sistema di pagine numerate e dovranno essere dotati di un titolo. Invii di materiali con altri formati diversi da Word non saranno presi in considerazione. Si richiede di non inserire nel file immagini né di adottare caratteri colorati, grassetto o corsivo e si consiglia di utilizzare il carattere Times New Roman, punti 12, interlinea 1,5 paragrafo giustificato.

5. Si richiede di inviare, insieme al testo, un file contenente i dati personali (nome, cognome, indirizzo di residenza, e-mail, telefono, cellulare) e un curriculum bibliografico (facoltativo).

6. L’invio dei materiali deve essere fatto esclusivamente per e-mail a questo indirizzo:  lorenzo.spurio@alice.it riportando nell’oggetto “Obsession” entro e non oltre il 20 Dicembre 2012.

 7.Limina Mentis comunicherà a tutti i partecipanti -selezionati o no- l’esito della selezione e le informazioni circa la pubblicazione/acquisto del volume.

 Si richiede, inoltre, la gentilezza di far circolare questa notizia tra scrittori, esordienti e amanti della scrittura in modo da allargare al massimo il range di collaborazione, fino a includere tutt’Italia (o l’estero di lingua italiana).

 Sperando di fare cosa gradita, invio i miei

Cordiali saluti

 

Lorenzo Spurio

Collaboratore Limina Mentis Editore 

Intervista a Cristiano Mocciola, autore di “Coincidenze d’inverno”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a CRISTIANO MOCCIOLA

Autore di COINCIDENZE D’INVERNO

(Edizioni Montag, Tolentino, 2012)

Isbn: 978-88-97875-14-7

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CM: Il titolo scelto fa riferimento agli eventi sincronistici che tessono la trama della vita di ognuno di noi. Se rimanesse distaccato dal risultato, l’essere umano riuscirebbe a scorgere tutte quelle coincidenze che, passo dopo passo, lo portano al raggiungimento della propria mèta. In “coincidenze d’inverno” viene evidenziato questo fenomeno (magia?) nella vita dei due protagonisti.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CM: E’ ovvio che c’è molto di autobiografico. Come è altrettanto ovvio che la fantasia ha svolto il suo compito. Credo che ogni singolo personaggio, di qualsiasi romanzo si tratti, sia parte della personalità dell’autore. E’ inutile negarlo. Sono le diverse sfaccettature di questo IO, che vengono messe in gioco e fatte danzare, a formare il romanzo. Credo che la letteratura serva essenzialmente per aiutarci a sognare, come qualsiasi altra forma d’arte. Nel suo raccontare storie ci aiuta a crescere, a migliorarci, a scorgere il futuro che realmente desideriamo. La letteratura con il solo fine di intrattenere, come potrebbe fare qualsiasi telefilm, a mio avviso, non è utile.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CM: Ogni autore è come un amico. E come nella vita capita di avere ‘’migliori amici’’ che ci accompagnano per alcuni tratti del nostro cammino, così abbiamo anche autori che leggiamo con più interesse in certi momenti della nostra esistenza. Penso sia capitato a tutti di cominciare un libro e poi lasciarlo lì perché non andava giù. E magari riprendendolo in un secondo momento, trovarlo così esaltante da divorarlo in poco tempo. Ogni libro, ogni autore, ha bisogno di essere inserito nel giusto frangente della nostra vita. Essendo noi stessi in continuo cambiamento abbiamo bisogno ogni volta di persone diverse attorno a noi (o autori). In parte ho già risposto anche al resto della domanda. Non ho mai letto noir o gialli, ma sicuramente ci sarà il momento in cui ne avrò bisogno.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CM: Hai ragione, è molto difficile rispondere. Tornando alla risposta di prima si capisce il perché. Comunque un libro preferito ce l’ho: “Il tuo sacro io” di Wayne Dyer. Ho perso il conto delle volte che l’ho letto e sicuramente lo leggerò ancora molte volte in futuro. Quando mi decentro, quando non ritrovo il silenzio necessario dentro me, lui mi viene in aiuto. Poche e semplici regole per vivere, pensare ed emozionarsi alla giusta maniera.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CM: Idem come sopra. Se osservo come scrivevo cinque anni fa, o due, o ora, noto il cambiamento avvenuto. Cambiamento dovuto ai libri letti, alle esperienze vissute, alle persone incontrate. Quindi ritengo tutti e tutto responsabili del mio modo di narrare storie.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CM: Ho pubblicato un solo romanzo breve nel 2008 dal titolo ‘Stop!’. Ho poco da dire a riguardo. Tranne che ora lo riscriverei da capo. Quando mi ci dedicai lo feci per gioco, per una scommessa fatta con me stesso. Ora lo racconterei sicuramente in maniera differente.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CM: Posso dire di essere molto fortunato. Oltre ad aver trovato una donna bellissima, una moglie premurosa e un instancabile alleato, in Rosalba De Amicis ho trovato un valido aiuto per i miei scritti. Se non ci fosse stata lei, se non l’avessi incontrata, forse non sarei neanche qua a rispondere a queste domande. L’idea di scrivere a quattro mani la trovo interessante anche se, ahimè, ancora non ne ho fatto esperienza.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CM: A chiunque ne sia incuriosito.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

CM: Da quel poco che ho capito c’è molta confusione nell’editoria italiana. Pochi “grandi” detengono il potere, molti e validi piccoli editori invece raccolgono altrettanti validi scrittori ai quali risulta difficile farsi notare nell’oceano di libri che ogni giorno vengono messi in stampa. Ma poco mi interesso di quel che avviene a livello burocratico ed economico attorno all’editoria. Scrivo per puro piacere. E l’editore Montag mi ha aiutato concretamente a realizzare un piccolo sogno. Oltre a essere stati gentili e professionali sono stati gli unici a offrirmi una pubblicazione senza contributo. Cosa molto importante soprattutto in questo periodo di crisi. Vuol dire che credono in quello che fanno.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

 

CM: Credo che la vera passione dello scrittore nasca dal cuore. Penso che se non venga da dentro la spinta necessaria per scrivere, tutto il resto non serve a niente. Non esiste scuola che possa insegnarti a scrivere, non esiste premio che possa soddisfare le tue esigenze. Scrivere stando seduti sotto un albero, scrivere solo per il gusto di scrivere, e magari non far leggere mai a nessuno quello che hai scritto, scrivere per mettere nero su bianco quelle emozioni che altrimenti andrebbero perse, questo è il lavoro di chi narra. Lo scrittore contemporaneo, quello di ieri o quello di domani, sono scrittori. Punto.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CM: E’ nel contrasto che vediamo le immagini no?!

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

 CM: Credo che ogni scrittore si sia formato sui libri che ha letto e studiato. Ed è giusto, oltre che inevitabile, dal momento che prende come buona un’idea, che prima o poi la riproponga in ciò che scrive. Non è perché ha voluto prendere possesso dell’idea di un altro, ma perché l’altro è stato in grado di farlo maturare. E se lui ritieni importante “tramandare” quell’idea, è giusto che lo faccia.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il bambino musicista”, racconto di Monica Fantaci

IL BAMBINO MUSICISTA

di MONICA FANTACI 

 

Una mattina d’estate il signor Genius comprò una chitarra per regalarla al figlio Alberto.

Il bambino vedendo lo strumento musicale rimase contento e decise di telefonare a tutti i suoi compagni ed amici.
La mattina seguente Alberto uscì insieme alla mamma e portò con se la chitarra.
Mentre la signora Genius parlava con il commesso di un negozio d’abbigliamento, il bambino iniziò a suonare talmente bene che un signore che stava pagando alla cassa lo notò e si avvicinò per ammirarlo: era il signor Planet, un produttore che era arrivato nella cittadina tre giorni prima per trascorrere qualche giorno di vacanza.
Dopo l’esibizione di Alberto:

-Ti piacerebbe diventare famoso e suonare in un palco con tante persone che ti guardano e ascoltano la tua musica? – chiese il signor Planet al piccolo.

– Certo che mi piacerebbe! A me piace suonare, mi diverte! – rispose Alberto.

– Allora è fatta! Tra dieci giorni ci vediamo a Milano nei pressi del Duomo dove io ho la casa di produzione.

– Va bene, non aspetto altro!- disse Alberto con gli occhi spalancati e un sorriso abbagliante.

La madre si avvicina ed Alberto le presenta il produttore:

– E’ un piacere conoscerla signora. Suo figlio è un bravissimo musicista! – disse il signor Planet stringendo la mano alla signora Genius.

– Ho capito che lei ha preso a cuore mio figlio e sarò contenta se un giorno Alberto potrà diventare un musicista affermato – disse la signora Genius.

– Allora ci vediamo tra dieci giorni a Milano. Ecco il mio biglietto da visita. Arrivederci! ¾ disse il produttore, uscendo dal negozio.

– A presto! – dissero in coro madre e figlio.

Dopo dieci giorni esatti Alberto Genius, con il consenso di entrambi i genitori, firmò il contratto che lo fece diventare un chitarrista conosciuto in tutto il mondo.

 

DI Monica Fantaci

 

QUESTO RACCONTO VIENE PUBBLICATO SU QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑