“Regalo di compleanno”, racconto di Massimo Acciai, con un commento di Lorenzo Spurio

Regalo di compleanno

di MASSIMO ACCIAI

 

Cristina D’Avena stava cantando la sigla di chiusura dell’ultimo cartone animato del pomeriggio quando Emanuele spense la tv e corse all’ingresso: aveva sentito la chiave nella serratura, segno che suo padre era tornato. Questo significava che avrebbe avuto subito il suo regalo di compleanno. Non aveva fatto nessuna festa in quanto la sua famiglia apparteneva alla congregazione dei Testimoni di Geova, e i festeggiamenti erano considerati frivolezze contrarie alla Bibbia. Anche il cartone animato che aveva appena finito di vedere non rientrava propriamente nelle prescrizioni scritturali, ma fino alle 18 suo padre non rientrava in casa e quindi era libero di vedere ciò che voleva in TV. Naturalmente avrebbe poi mentito: mentire era sopravvivenza in quella casa. Comunque il regalo che gli aveva portato suo padre non era da considerarsi un regalo di compleanno, anche se cadeva precisamente in quella data; era solo una coincidenza. Emanuele lo considerava tuttavia tale: perché gli altri bambini a scuola potevano avere un regalo per il loro compleanno e lui no? Non era giusto ovviamente.

Ma suo padre era categorico su questo punto, come su tanti altri. Questo non significava che Emanuele non avrebbe avuto regali, anzi forse ne avrebbe avuti persino di più dei suoi compagni di quinta elementare, ma non regali legati ad una ricorrenza particolare. Il bambino aveva sempre pensato che fosse una sorta di compensazione per la vita austera e morigerata a cui lo costringeva (anche se “costringere” era una parola che il genitore non avrebbe mai adoperato).

L’uomo entrò in casa con una voluminosa scatola di cartone, a cui erano stati praticati dei fori. Il fatto che traballasse lasciava intuire che il contenuto fosse qualcosa di vivo, ma d’altronde Emanuele sapeva già cosa conteneva perché era ciò che aveva chiesto al padre qualche giorno prima, quindi non fu affatto sorpreso quando, apertala in salotto, ne venne fuori un bulldog. L’animale balzo fuori dalla scatola, impaziente ed avido di aria fresca, quindi iniziò ad abbaiare furiosamente.

– Non preoccuparti, vuol solo farti le feste – lo rassicurò suo padre. Emanuele abbracciò il cane che prese subito a leccargli la faccia.

– Grazie babbo!

L’uomo sorrise compiaciuto e posò una mano sulla testa ricciuta del figlio, scompigliandogli i capelli in un gesto affettuoso che suo padre aveva ripetuto a suo tempo con lui. Emanuele odiava quel gesto, ma non lo aveva mai dato a vedere.

– Hai finito i compiti? – domandò l’uomo.

– Sì – mentì.

– Hai letto i passi della Bibbia che ti avevo detto?

– Certo – mentì.

– Ti sei tenuto lontano dalle cattive compagnie, in modo che Dio sia contento di te?

– Sì, come al solito – mentì. A scuola per fortuna non avevano mai dato peso alla sua fede, o meglio quella di suo padre, anche se i bambini sanno essere crudeli con i diversi. Ma lui aveva fatto di tutto per non apparire “diverso” e aveva fatto amicizia con i cattolici e perfino con un paio di bambine africane musulmane.

– Bene, goditi pure il tuo regalo.

– Posso andare a portarlo a fare una passeggiata? – domandò Emanuele.

– Sì, però non ti allontanare troppo e ricordati di tornare per cena. E soprattutto, stai attento stavolta.

– Certo

– Stasera leggeremo insieme la storia di Abramo e Isacco.

Emanuele sospirò mentalmente. Odiava quella storia, fin da quando l’aveva sentita per la prima volta, anni prima. Quando era più piccolo aveva avuto gli incubi a causa di quella storia. Periodicamente padre e figlio rileggevano tutta la Bibbia, una mezz’oretta al giorno, dopodiché commentavano i brani letti. Nel giro di due anni l’avevano letta tutta, quindi ricominciavano daccapo. Erano alla terza rilettura.

– Allora vado, torno presto, ciao.

 

Il bambino uscì col cane al guinzaglio nella calda giornata di quasi estate. Il piccolo paese era quasi deserto a quell’ora; le brave massaie erano impegnate ai fornelli, l’emporio era chiuso e persino i pensionati che stazionavano sulle panchine davanti al bar erano tornati ciascuno a casa propria. Attraversarono la via principale, il bimbo e il cane, dirigendosi verso il posto segreto. Il cane scodinzolava e fiutava tutto ciò che incontrava, fermandosi un paio di volte a marcare il territorio di urina e lasciando un fumante ricordo marrone sul sagrato della chiesetta. Arrivati in piazza Emanuele scorse il suo amico Giorgio che bighellonava come suo solito. Giorgio era l’ubriacone e lo scemo del villaggio, proprio il tipo di persona da cui lo aveva messo in guardia suo padre. Un uomo così non sarebbe mai entrato nella terra paradisiaca successiva all’Armaghedon, ma certo non se ne curava. Era l’unico ateo che conosceva in quel paese bigotto; gli stava simpatico, anche se emanava un odore di cui era meglio non parlare.

– Hai un nuovo amico? – gli domandò dopo averlo salutato.

– Sì, si chiama Fido IV – rispose Emanuele accarezzando l’animale, che subito iniziò ad annusare i pantaloni sudici dell’uomo.

– Bravo bravo – disse l’uomo agitando la bottiglia mezza vuota di barolo che teneva in mano. Si salutarono, quindi presero strade opposte; Giorgio verso la taverna, che avrebbe aperto di lì a poco, ed Emanuele per il sentiero che scendeva dalla piazza verso il fiume.

Arrivarono al luogo segreto senza fare altri incontri. Il luogo segreto era ovviamente deserto, e altro non era che un vecchio ponte di pietra, in disuso, nei pressi della diga, semi nascosto dalla vegetazione che cresceva rigogliosa fuori dal paese. Il bambino si sedette su di un masso sotto al ponte dopo aver legato il guinzaglio ad un ferro arrugginito che sporgeva dalle pietre del ponte, residuo di un’antica armatura metallica con cui era stato riparato molti anni addietro, quando era ancora in uso. Il cane tirava la corda del guinzaglio, ringhiando insofferente: il bambino rimase a fissarlo in silenzio. Ad un certo punto pronunciò una specie di formula magica, una litania con molte consonanti e suoni gutturali. Tracciò quindi dei segni nell’aria con un bastoncino, raccolto per terra, e ricominciò con la litania. Dopo qualche minuto si alzò ed accarezzò il cane sulla testa, quindi slegò il guinzaglio dal ferro arrugginito e risalì il sentierino che portava dal ponte alla diga.

In cima alla diga tirava vento. Un vento gentile, serale, decisamente piacevole. La giornata era stato un caldo preludio all’estate che sarebbe cominciata ufficialmente di lì ad un mesetto. Il luogo era deserto. Emanuele guardò giù. Qualche metro più in basso la polla d’acqua, racchiusa da grandi cubi di cemento, in cui precipitava l’acqua che traboccava dal muro di calcestruzzo che formava la piccola diga. In quel punto, là in basso, la profondità dell’acqua era notevole, più di quanto si potesse supporre ad una prima occhiata. Era un’acqua torbida, verdastra, di cui non si vedeva il fondo.

Il bambino camminò col cane al guinzaglio sulla cornice di cemento, larga circa un metro, fino al punto in cui l’acqua traboccava e si precipitava dabbasso.

– Buono Fido, a cuccia.

Il cane lo guardò interrogativo, quindi incominciò ad abbaiare.

– Buono ho detto, cuccia!

La voce del bambino era gentile ma decisa. Il cane, come se avesse compreso il linguaggio umano, si accovacciò. Emanuele tornò indietro di qualche metro, fino al punto in cui il cemento si ricongiungeva alla roccia, quindi si inoltrò nel boschetto da cui riemerse qualche attimo dopo trasportando un grosso masso, di almeno cinque o sei chili. Fino a quel momento il volto del bambino era stato inespressivo, adesso la bocca si allargò in un piccolo sorriso che solo prestandovi attenzione si sarebbe potuto notare. Con estrema naturalezza prese il guinzaglio e lo legò strettamente al masso, chiudendo con un nodo sapiente i molti passaggi della cinghia. A quel punto sollevò il masso e lo lanciò giù, nella polla d’acqua sottostante. Il cane lo seguì con un guaito di dolore e sorpresa, quando si sentì tirare il collo con uno strappo secco. I due corpi, animato ed inanimato, legati strettamente da una cinghia di cuoio, piombarono in acqua dopo un volo di cinque metri producendo uno splash accompagnato da spruzzi d’acqua che arrivarono fino al volto di Emanuele, il quale si era sporto per guardare lo spettacolo; spettacolo che durò un attimo. Il cane andò a fondo e non riemerse più. Solo alcune bolle testimoniavano una cessata attività respiratoria.

Emanuele recitò altre parole in quella lingua sconosciuta, fece un segno in aria in direzione dell’acqua e tornò sui propri passi. “Per te, Marianna”, pensò. Anche con l’arsura estiva il livello dell’acqua non sarebbe calato che di pochi centimetri, e le alghe sul fondo della pozza avrebbero custodito per sempre il segreto.

 

– Non ti preoccupare, vedrai che lo ritroveremo – lo rassicurò suo padre. Emanuele si asciugò le lacrime che aveva imparato a simulare fin da quando aveva memoria, e annuì.

– E’ scappato all’improvviso – si lagnò il bambino, ripetendo la storia per l’ennesima volta – mi è sfuggito il guinzaglio e non l’ho più ripreso!

– Stasera diremo una preghiera per Fido – disse l’uomo – e domani metteremo degli annunci promettendo una ricompensa, vedrai che ce lo riporteranno.

– Non è vero! – urlò il bambino, simulando un attacco isterico – Come non abbiamo più ritrovato gli altri cani!

L’uomo si accigliò e guardò brutto il figlio.

– Non dire così, devi avere Fede figlio mio!

Lo abbracciò. Il bambino si lasciò abbracciare, rimanendo però inerte.

– Abbracciami – lo incitò suo padre.

Il bambino ricambiò l’abbraccio.

– Facciamo così – disse l’uomo – se non lo ritroviamo ti porterò io stesso al canile per prenderne un altro.

Il viso del bambino si illuminò e si aprì in un leggero sorriso che l’uomo, che lo stava abbracciando, non poté vedere.

 

 

Firenze, 6-7 fruttidoro dell’anno CCXX (23-24 agosto 2012)

 

 

Commento di Lorenzo Spurio

Dietro al “regalo di compleanno” sul quale è incentrato questo recentissimo racconto di Massimo Acciai si cela un mondo domestico torbido e indecifrabile nella sua interezza dove noia, insofferenza, mancanza d’affetto e bigottismo dominano imperscrutate. Il racconto ci fornisce uno squarcio di vita contemporanea di un’anonima famiglia che potrebbe essere quella di qualsiasi persona. Sono alcuni elementi, però, a caratterizzare il giovane protagonista in maniera poco positiva: suo padre l’ha improntato allo studio e all’interpretazione della religione dei Testimoni di Geova, elemento che in ambito scolastico, porta il ragazzo ad essere in un qualche modo “diverso” dagli altri. Essere diverso non significa essere migliore o peggiore, non esprime mai quindi un commento di tipo valutativo o qualitativo, ma rimarca la non omologazione alla norma in un dato luogo o tempo. Ma non è solo il bigottismo del padre che è praticamente assente dalla vita del ragazzo se non nei momenti in cui gli chiede di leggere brani della Bibbia con lui che “segnano” l’esistenza del ragazzo, presentato come un tipo solitario, silenzioso, razionale, come un tipo del tutto a posto.

L’intero racconto si dispiega con la narrazione di episodi quotidiani di un padre e un figlio. Non si parla mai della madre del ragazzo e anche quando appare un terzo personaggio, l’amico del ragazzo, ci troviamo di fronte ad un essere maschile.

E’ solamente verso la fine del racconto, quando il narratore apre gli occhi e digerisce l’impetuosa svolta nella storia che Acciai ha previsto, che compare un personaggio femminile, una certa Marianna. L’autore, però, sembra voler giocare con il lettore e non dà una chiara chiave interpretativa che ci consenta di spiegare chi sia questa donna: è la madre? è una ragazza della quale si è invaghito a scuola? è una parente? o piuttosto è un artificio narrativo dello stesso autore per far sì che il lettore si scervelli per capire? Ogni risposta è plausibile.

Ciò che emerge nel racconto, sulla scia di un fortunatissimo adattamento cinematografico di una sceneggiatura di Ian McEwan (The Good Son, tradotto in Italia con L’innocenza del diavolo) è come la malvagità possa convivere celata nei panni di un ragazzo tranquillo con se stesso e con il mondo. L’autore fa riflettere su come la violenza, la perversione e il disturbo psichiatrico siano realtà dalle quali non si può eludere per poter capire a tutto tondo la personalità umana. Il protagonista, così, andrà collezionando regali, uno dietro all’altro incrementando, forse, il suo sadismo nei confronti degli altri, mentre l’assente genitore –forse ancor più pericoloso dello stesso ragazzo per il suo fondamentalismo, rigorismo e settarismo- continuerà a credere nell’innocenza di suo figlio. Intanto là fuori continueranno a perpetuarsi violenze, inutili massacri, annegamenti inspiegabili di bestioline inermi, divenute così semplici oggetti con i quali dar sfogo alle proprie ossessioni.

Ma il racconto di Acciai va letto anche più a fondo: come un riflesso amaro del nostro oggi tormentato e spersonalizzante dove le cose importanti sono sempre demandate ad altre od esplicate secondo una logica materiale – come il regalo appunto- e dove allo stesso tempo menzogne, bugie, “posti segreti” diventano l’unica morale imperante e osservata, benché si continui a professare altri “credo” che diventano semplicemente noiosissimi brani da leggere.

 

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