“Frammenti” di Tina Ferreri Tiberio, recensione di Lorenzo Spurio

Tina Ferreri Tiberio, Frammenti in Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa, Aletti, Guidonia, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

download.jpgLa silloge Frammenti di Tina Ferreri Tiberio è contenuta nella raccolta poetica a più autori dal titolo Sopra il deserto avviene l’aurora. Qualcuno lo sa (Aletti, 2017). Come ha osservato l’autrice in una recente dichiarazione, si tratta della sua prima raccolta di poesie che timidamente ha pubblicato, perché un po’ restia a estrinsecare i suoi pensieri.

L’elemento naturale e paesaggistico è spesso contenuto nelle composizioni della Nostra da divenire ingrediente speziato e radicato di quei brani lirici le cui tematiche riaffiorano nell’infanzia richiamando ricordi lontani che si rimembrano con letizia e un pizzico di nostalgia.

Il tono è pacato, il linguaggio rifugge virtuosismi di sorta per prediligere forme canoniche di una sintassi che trae dal linguaggio comune le terminologie. Poetica descrittiva e figurativa, cadenzata da tocchi di intimismo e di regressione a fasi del passato della donna vissute in completezza e concordia con l’amato e con l’ambiente che la circondava (“Come a vent’anni!”, 84).

L’intera dissertazione lirica gira attorno alla tematica del tempo, ricorrente con immagini e forme diverse ma sempre a sottolinearne il fulmineo tracciato e l’intransigenza del suo percorso, la Nostra parla, infatti di un “tempo caduco e crudele” (78) così impietoso da ricevere i connotati di violenza e brutalità: esso non conosce requie come nei Sonetti addolorati d’amore del Bardo inglese.

I frammenti della Nostra sono stralci di un vissuto che vengono ripescati e incastonati nella carta a eterna memoria e per un rinvigorimento continuo delle esperienze, difatti la stessa Poetessa rivela in una poesia che la sua volontà è quella di “rivivere/le storie” (78). Così i versi contengono una materia che ha a che fare col vissuto autentico della donna, vagliato dall’esperienza saggia di protagonista del mondo, al punto da poter descrivere i suoi brani come delle vere e proprie stesure di “vite narrate” (82).

Talora appaiono sporadiche tracce di criticità e insoddisfazione, oppure di perplessità che la porta a servirsi della confessione con la carta proprio per l’esternazione dei suoi pensieri che, a volte, rasentano quel “nulla fulmineo” (77) indescrivibile in quell’oscurità che può prendere forma anche se poi l’aurora non manca di succederle. Tina Ferreri Tiberio racconta in stille poetiche quelle che furono le gioie e le spensieratezze di un’età giovane e smaliziata: “Canto la giovinezza/ sognante e tenebrosa” (80): curiosa ma assai d’impatto questa costruzione ossimorica della giovinezza quale momento sognante, dunque dotato di stupore e meraviglia, ma anche tenebrosa, perché, forse, inconoscibile e dunque misteriosa.

L’introspezione, pur vagliata da una profonda conoscenza della storia, a volte assurge ad alti livelli come accade nella lirica “Dammi i colori, madre” dedicata al ricordo di Auschwitz (non contenuta nella silloge in oggetto), risultata vincitrice del 3° posto alla VI edizione del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (2017) di cui la Commissione Giudicatrice così commentò il bel testo: “I versi semplici e puliti sono un sofferto inno d’amore e un richiamo accorato e sincero in cerca di aiuto e di amorevole sostegno. Gli orrori della prigionia ad Auschwitz divengono anche voce e ispirazione di una preghiera rivolta alla Madre Celeste, a testimoniare un affidamento e una devozione senza confini, ad alleviare la pena di un’esistenza che si avvicina al termine”.

La Poetessa – come ogni buon poeta – si interessa anche dei fatti del mondo non mancando di riferirsi alle “miserie umane” (91) e all’impassibilità dell’uomo (“Gli amici, indifferenti, vanno via”, 99) sebbene la centralità rimanga sempre attorno alla tematica del tempo, delle emozioni vissute, dei soavi ricordi che riaffiorano con piacevolezza mentre “la vita sussulta alla debole luce” (81). C’è un effluvio comunicativo anche con l’ambiente paesaggistico che contorna le vicende episodiche tratteggiate nei componimenti lirici come quando la Nostra osserva “Ho provato ad immaginare/ il vento senza la sua carezza” (85) e poi, in un’altra lirica, fa capolino una domanda impalpabile: “È possibile correre sotto/ lo stesso cielo?” (86).

Tina Ferreri Tiberio trae dall’esperienza personale la materia prima per impastare i versi delle sue liriche che si contraddistinguono per freschezza, gradevole fruibilità, carico espressionismo, rifuggendo forme arcane di stagno ermetismo o di virtuosismo performativo. Donna che appartiene alla terra e che, nella semplicità genuina dove risiede il senso di bellezza, “am[a] ascoltare il silenzio” (87); silenzio che fa pensare a versi dolci e pacificati di Giusi Verbaro o, meno efficaci all’istante, di Mario Luzi.

Così la donna ci affida le “molte avventure” (91) appartenute al suo tracciato esistenziale ferme nella convinzione che “amore è giovinezza” (92). Nell’età matura in cui la Poetessa scrive ci informa anche del suo “spossato corpo” (91), sintomo – forse – di una leggera stanchezza che non ha nulla dell’affanno ed è in linea con una più consapevole coscienza che “la vita fievolmente/ rotola” (99) verso il suo “interminabile peregrinare” (94). In tale vissuto esistenziale la Poetessa ha deciso di lasciarsi felicemente trasportare dall’emozione, valicando i continui “battiti del tempo” (94) che a volte ci pongono dinanzi a dei bivi, a delle decisioni, a delle stasi, a dei dolori invalicabili che si scoperchiano.

Con dignità e fermezza Tina Ferreri Tiberio “Ravvolg[e] i rimanenti battiti accartocciati;/ arranc[a]” (100) tra i banchi densi di “solitudin[e] e [di] indifferenza caliginosa” (103) con la virtù innata di un insegnamento morale che sa d’antico e di profonda spiritualità e che, invece, è motivo e fine del nostro ‘esserci’ al mondo: la traccia che lasciamo è estensione di noi stessi. Ecco perché “ammutoliti possiamo/ raccogliere e tessere i labili frammenti/ della nostra vita” (105).

Lorenzo Spurio

Jesi, 26-01-2018

 

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Dittico poetico Marcuccio-Leopardi con approfondimento critico a cura di L. Bonanni

A SE STESSO[1]
DI GIACOMO LEOPARDI

 

Or poserai per sempre,

stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,

ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

in noi di cari inganni,

non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

palpitasti. Non val cosa nessuna

i moti tuoi, né di sospiri è degna

la terra. Amaro e noia

la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T’acqueta omai. Dispera

l’ultima volta. Al gener nostro il fato

non donò che il morire. Omai disprezza

te, la natura, il brutto

poter che, ascoso, a comun danno impera,

e l’infinita vanità del tutto.

 

 

A GIACOMO LEOPARDI[2]
DI EMANUELE MARCUCCIO 

 

Or posa, stanca mano,

e il flebil spirto ancor risuona…

riluce ancora il verso tuo immortale…

o eterno illuminator dell’uman cieco

spirto errante…

Infondi ancor, su noi mortali,

aura divina del meraviglioso

mare di mille illusioni… spira…

 

 

Angoscia, declino, ripiegamento e soffi di speranza nel ‘dittico poetico’[1] Leopardi-Marcuccio
SAGGIO A CURA DI LUCIA BONANNI 

Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma “il cimento e l’armonia” nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di “studio matto e disperatissimo”, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra “vita strozzata” e pessimismo, ma divennero “strumento conoscitivo” del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.

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Emanuele Marcuccio 

Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.

Il 1828 è l’anno dei “grandi idilli”, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la “prigionia giovanile”. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.

Leopardi muore a Napoli nel 1836 e “finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima”, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di “filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo”. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola “idillio” assume significato di “visione” più che di veduta, infatti il paesaggio, il “colle” è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la “siepe” che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. “Spazi”, “silenzi”, “quiete” con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale (“[…] mi sovvien l’eterno”) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento (“[…] e la presente/ e viva, e il suon di lei”) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.

Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del “naufragar” è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».

E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.

 

Il canto XXVIII “A se stesso” appartiene al “Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.

Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «T’acqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come “ultima dea” che Foscolo enuncia ne I Sepolcri. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.

I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della “canzone libera” leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto “per l’infinita vanità del tutto” è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.

Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.

La lirica “A Giacomo Leopardi” di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all’ “eterno illuminator” affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.

L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito “cosmico” perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello “storico”. Lo stile dell’ “infaticabile poeta palermitano” è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.

La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione (“[S]pirto errante…// […] spira…”), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo “spirto”, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo “flebil” e al participio “errante”, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo “flebil”, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del “natio borgo selvaggio”, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.

Il participio “errante” non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagne del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.

Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la “vergine luna”, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un’ “aura divina”, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura “… spira…”, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.

Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.

LUCIA BONANNI 

San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017

 

Bibliografia:

Cesare Segre; Clelia Martignoni (a cura di), Testi nella storia, Mondadori, 1992.

Angelo Marchese (a cura di), Storia intertestuale della letteratura italiana, D’Anna, 1990.

 

NOTE:

[1] Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente ‘dittico poetico’ è proposto da Emanuele Marcuccio per il prossimo quarto volume del progetto “Dipthycha”, in cui ogni dittico con autore classico sarà introdotto da un saggio breve.

[2] Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]

 

L’autore della poesia, Emanuele Marcuccio, acconsente alla pubblicazione del suo testo su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. L’autrice del saggio, Lucia Bonanni, acconsente alla pubblicazione del testo critico su questo spazio online senza nulla avere a pretendere al momento della pubblicazione né in futuro. La pubblicazione e la diffusione dei relativi testi – in forma integrale o di stralcio – non è consentita in assenza di autorizzazione da parte degli autori. Il gestore del blog è sollevato da eventuali problemi di plagio o furbeschi copia-in-colla possano presentarsi. 

Dante Maffia su “Lamento dell’emigrante” di Guido Miano, lo storico editore milanese col sangue siciliano

Miano Guido - Lamento dell'emigrante (.JPGa cura di Dante Maffia

Il giudizio espresso da Maurizio Cucchi mi pare che sintetizzi il lavoro di Guido Miano (Lamento dell’emigrante, Milano, Miano, 2017): “…il tuo lavoro è notevole per originalità e forza espressiva, per la febbrile quasi ferocia della parola…”.

Una parola che seppure accesa da lampi e da una fede totale dei suoi effetti benefici, non si è mai incrinata e non è mai scesa a patti con le interferenze che assiduamente Miano ha dovuto scansare per evitare d’essere preso nei virgulti intricati delle sperimentazioni per lo più gratuite. Prova ne è anche l’amicizia con Mario Luzi e con Davide Maria Turoldo.

Non è stato facile lasciare la Sicilia e arrivare a Milano dove il mondo dell’editoria era prepotente e ben asserragliato nei progetti che vedevano le problematiche del Meridione come un’intrusione anomala e assurda. Miano però ha una sua idea precisa che si connota immediatamente: fare emergere la poesia dai significati densi, con una forte carica etica, con una eleganza tutta derivata dai classici e senza concessioni alle stravaganze e alla gratuità.

Questa forza, ovviamente, gli veniva dall’essere lui stesso poeta che seguiva questi principi senza deroghe e li difendeva a spada tratta.

Infatti basti leggere con attenzione e con partecipazione Lamento dell’emigrante per rendersene conto. Non c’è una sola punta di retorica e nemmeno di tendenziosità politica; non si sentono lamenti nel senso tradizionale in cui si intendono quando c’è di mezzo l’emigrazione. Non so, come è accaduto, per fare qualche esempio, con Rocco Scotellaro o con Franco Costabile. In Miano tutto è limpidamente fuori dalle convenzioni  e credo che sia un merito da sottolineare, perché, come diceva Rilke, se si vuole attrarre l’attenzione su un argomento bisogna trattarlo con leggerezza, fermo restando il come, la parola appunto, per ricordare ancora il giudizio di Cucchi, “febbrile quasi ferocia”.

E’ un vezzo dei lettori cercare sempre chi sta alle spalle del poeta, consapevolmente o soltanto per affinità, io vi ho scorto la leggerezza ariosa di Arturo Onofri, quel passo felpato che rende le immagini sinfonie, passi di musica orchestrata con sapienza e con esperienza. Infatti non è casuale il rapporto stretto di Guido Miano con la musica, così bene messo in evidenza dallo scritto introduttivo di Franco Lanza. Un rapporto che andrebbe approfondito e studiato e che ci riporta ai bei tempi,in questo senso, di Arrigo Boito ed Emilio Praga.

Ma va dato merito anche allo studio di Gualtiero de Santi che sa accompagnarci, con una profonda analisi, in questa poesia che io trovo accattivante, e direi addirittura lievitante. I versi di Guido Miano hanno qualcosa di dolcemente attraente e riescono a far emergere le emozioni più profonde nel lettore, perché non coprono mai il dettato limpido che scaturisce dall’animo. Leggiamo Il VERSO: “Nel rifugio della verde foglia / la favola si sgrana, / disperde il ritmo arcano / del richiamo fidente. / E’ ora monolitico il verbo, / struggente la voce del deserto / tra pigmei assorti sulla sabbia. / Ma la mia fede al verso, al musicale / ancora mi conforta / con la sua nota trepida, sovrana, / quasi litania perenne”.

DANTE MAFFIA

 

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L’intellettuale Michele Miano su “Ingólf Arnarson” di Emanuele Marcuccio

Dramma_cover_front_900.jpgNon avrei mai potuto immaginare che il poeta siciliano Emanuele Marcuccio potesse cimentarsi anche con il dramma epico: un genere letterario sui generis, desueto e poco diffuso nella letteratura contemporanea. Marcuccio, noto poeta palermitano, ci consegna un’opera unica, incredibile, un affresco pittoresco di una civiltà a cavallo tra mito e realtà e come osserva acutamente il prefatore Lorenzo Spurio, “La materia utilizzata da Marcuccio è in parte storica e in parte fantastica, tanto che potremmo dire leggendaria”.

L’ambientazione è l’isola di Islanda del IX secolo d.C. dove si narra la vicenda umana e leggendaria del condottiero norvegese Ingólf Arnarson e dove l’ambientazione storica e suggestiva di sapore “fiabesco” è il pretesto per narrare una storia fantastica. Impossibile raccontare gli infiniti episodi, le vicende incalzanti di questo dramma; il tutto mescolato sapientemente da Marcuccio ai topos dell’epica germanica, e dove il protagonista rivela la sua virilità di eroe solitario, tradito dai suoi stessi compagni ma che assolve a una missione indicatagli dal fato.

La più antica epica medievale, nata in età pregermanica, cui il poeta attinge nella creazione dei suoi personaggi ed episodi, conserva ancora i caratteri dell’epopea greco-romana (basti pensare alle vicende di Sigfrido). E i modelli classici sono sempre alla base dell’ispirazione letteraria di Marcuccio. Ricordiamo i caratteri riguardo alla narrazione del “meraviglioso”, popolato da draghi, nani, streghe, divinità pagane, duelli, combattimenti che intervengono nelle vicende umane, oltre a conservare dell’epica classica il pathos di fatale predestinazione dell’eroe protagonista.

Ma è la fervida immaginazione del poeta, oserei dire, di sapore “salgariano” che evidenzia uno stile asciutto e vigoroso come insegna la lezione dello scrittore veronese, autore dell’indimenticabile ciclo malese e che ha fatto sognare generazioni di adolescenti e non. Sembrerebbe un accostamento azzardato, fuori luogo e poco pertinente. In effetti, come Emilio Salgàri viaggiava con la fantasia e nello stesso tempo si documentava minuziosamente prima di scrivere un romanzo delineando i suoi personaggi, frutto di pura invenzione, inseriti in un accurato contesto storico e che hanno sempre incarnato ideali di libertà, giustizia, indipendenza, così l’opera di Marcuccio affonda le radici non solo in un solido retroterra culturale di matrice classicheggiante ma mescola sapientemente episodi, personaggi leggendari con dovizia di particolari descrittivi tali da rendere vivo, attuale e “palpitante” il suo dramma epico, rinvigorendo ancor di più quegli ideali di libertà, giustizia e indipendenza, cari a tutti i popoli. Non più un dramma epico calato nella lontana e remota isola di Islanda del IX secolo d.C. ma quasi una metafora di una “meta-realtà”, una sorta di tentativo di riscatto dell’umanità intera da ogni forma di colonizzazione e soggiogamento fisico e morale. Un monito nei confronti dell’umanità intera nell’acquisizione di una nuova e moderna coscienza, senza mai dimenticare le proprie radici e la propria identità.

E in un’epoca cibernetica come la nostra popolata purtroppo non da fate, folletti e draghi ma da istrioni e demagoghi, “soloni” della cultura e dispensatori di false immagini patinate, ecco che il dramma epico Ingólf Arnarson potrà aiutarci a sognare l’ “isola che non c’e”.

MICHELE MIANO

Milano, 15 settembre 2017

 

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“Paesaggio con ossa” di Lella De Marchi. Recensione a cura di Lorenzo Spurio

9788899429287_0_0_0_75.jpgApprocciandomi a “Paesaggio con ossa” (Arcipelago Itaca, 2017) devo riconoscere la precisione del verso: nelle righe che si susseguono trovo perizia e necessità di dire, in alcuni tratti addirittura uno sfogo o una lamentazione. La struttura lievemente procedente nel verso della prosa è la forma unica che possa in effetti possa plasmarsi alle necessità di quel che s’ha/si vuole dire. Il linguaggio è chiaramente asciutto – e non potrebbe essere diversamente – perché per descrivere la miseria e il dolore, la nefandezza e il sonno della mente, non s’abbisogna di fronzoli né di linguismi ricercati. La caratura tipica della penna della De Marchi è quella di forgiare versi a volte argomentativi altre volte ipnotici, fortemente visuali, che scorrono per diapositive continue, anche slegate tra loro. Ciò in alcuni contesti genera, oltre allo scoramento dinanzi a quanto vien detto, anche un attimo di vertigine che spesso si risolve nei finali laceranti che tolgono dubbi e, spesso, anche le poche possibili certezze. 

Mi rimangono nettamente in mente versi come “Il corpo disteso dimentica di essere stato già vivo” o “mi trovo più spesso/ dove non sono” e, ancora, “si fatica a produrre silenzi, siamo qui per mangiare/ i nostri tormenti“. Se è vero che le immagini che spesso vengono a delinearsi tra i versi – non di rado in forma antitetica – danno una sensazione di negativo e di desolazione,  d’altro canto si crea anche un contorno di illeggibile enigmaticità che può esser utile e fruttuoso in chi, più che cercare facili risposte e versi limpidi, ricerca la realtà che può sviscerarsi dal tormento e dal viluppo di pensieri. Le immagini – ritorno a dirlo – sono in prevalenza fosche e di disagio, di allontanamento da quel quieto e parco vivere della mediocrità borghese o comunque popolana d’oggi. Tra di queste senz’altro è la siringa che esordisce in un brano poetico nel quale vien mantenuto per tutto il corso il procedimento di assunzione all’interno di una realtà liquida per iniezione (“forse non eri in vena“); ecco che gli scenari – mai un accenno al tempo atmosferico, neppure un riferimento toponomastico, neppure vago e i “paesaggi” sono così d’ossa, pregni d’assenza e derelizione, invalicabili e che generano tormento, condizioni d’asfissia e di sospensione temporale dove ciò che accade s’iscrive in maniera invisibile fagocitati da un detto roboante che è illusorio e coprente di tanto inespresso e taciuto. Ecco, dunque, una poesia molto venosa – piena di sistole che pulsano – percorsa da canali dove la vita pullula e rifluisce, un dire che si costruisce ‘plasticamente’ all’atto di pronunciarlo, vera e tormentata, dettata dal ritmo dell’ansia e del delirio comunicativo.

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Lella De Marchi 

Nei meandri di una questione sociale degradata nella quale si pone con volontà il dito nella piaga con l’intenzione di esacerbare barbarismi quotidiani, insolenze diffuse e marginalità vergognose, la Poetessa alza la visiera dell’ampio cappello e con sguardo nitido e ferino osserva il mondo, l’inabitabile stanza che ci attornia, nella penuria di compassione e di rassicurazione. C’è paura nei versi, ma non solo, c’è il riconoscere la paura che è già qualcosa d’altro dalla paura propriamente detta. La convinzione ( termine che nella poetica della Nostra ha da esser preso con vari paia di pinze) che sembra in qualche modo risaltare è che il tempo che si vive ha la forma di una condanna maturatasi al singolo non si sa in seguito a quale episodio. Si tratta di un tempo che si spezza e si lacera, che annulla e deprime o, più spesso, come nelle truci immagini dello stupro, che si ferma per restare sospeso, ingestibile, come una piuma che continua a volare cadenzando in alti e bassi senza mai toccare terra né raggiungere una posizione apicale invisibile all’occhio.

I “Momenti” (prima silloge del volume) che Lella De Marchi descrive sono episodi di lotta interiore, di assassinio delle interiorità e di bieca de-responsabilizzazione umana. La chiusa di questa silloge è di una resa indescrivibilmente forte e da toglier il fiato “mi mostra sicuro il luogo/ nascosto dove il tempo risiede senza/ far rumore“. Ci sono spazi che non sono abitati dal suono eppure il tempo scorre anche lì. Luoghi resi inospitali, non dall’ecosistema arido, ma dall’incivile azione dell’uomo che, sprezzante di tutto, bistratta il suo simile, cosifica l’altro, lo brutalizza e lo nientifica alla cieca ricerca di una banale quanto illusoria imposizione.

Le “Astuzie” che la De Marchi mette in gioco nella parte centrale del volume sono senz’altro degne di essere rimarcate. Con il groppo nella gola delle immagini di profonda sofferenza e silenzio che il lettore ha ormai incamerato delle precedenti poesie dedicate alla giovane Malina, qui il lettore trova una poesia in qualche modo ben più energica e invettiva, sagace e irruenta, risoluta e di una più marcata volontà d’azione. La lirica che apre la silloge chiarifica anche il sentimento altruistico che  s’esplica nella necessità di un impegno attivo e congruo atto al rinnovamento: “forse sapevo/ di cielo e non di terra forse siamo capaci di cambiare/ la nostra sostanza“. Considerazione questa non da poco che nella terminologia di ‘sostanza’ fa venire alla mente i vari stati di materia e, ancora, in un non ricercato cameo, un richiamo al precedente volume di poesie “Stati d’amnesia” (LietoCollo, 2013). 

Il linguaggio della poetessa, finora assai materico e così ben adatto a creare immagini nell’interlocutore, si fa qui leggermente più filosofico ed elucubrativo (si noti i non radi casi in cui viene utilizzata la parola ‘teorema’ che, oltre al richiamo pasoliniano, fa riferimento a una terminologia scientifica dove, data per assodata la validità di alcuni assiomi, si procede alla formulazione di un teorema che ne raggruppa le varianti di formulazione) e, ancora, alla prassi (dal greco praxi, l’attività pratica a presupposto o completamento d’un’ideologia). La De Marchi sostiene “l’amore dimora nella prassi“. 

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 Lella De Marchi  

La ricerca di un messaggio univoco quando ci si approssima a letture poetiche che tanto hanno di personale e di vissuto può risultare un trabocchetto se non vestire i panni di clamorosi abbagli o rotte non praticabili, eppure alcuni versi della Poetessa debbono senz’altro esser prelevati – così, come si distilla il liquore più prezioso – dai brani nei quali sono contenuti; pongo attenzione a un verso che così dice: “insegnami il luogo della sfumatura dove dura ciò che non dura“, metafora che fa uso di tautologia, inversione, antitesi e che fa vorticare la testa. La fa girare velocemente, ci fa chiudere gli occhi, reclamare pace attorno a noi. Se riapriamo gli occhi dopo un po’ di quel vorticare sommesso, ci sembra di avere una realtà nuova, ottenuta con sforzo, che non siamo però in grado di rilevare o attuare. Ci ha illuminato e rinvigorito, sostenuto e fortificato. Sono queste le potenzialità delle liriche della De Marchi: versi che scuotono, che ti serrano la gola e poi di colpo ti lasciano, frasi che ti mesmerizzano, altre che t’impongono di rifletterti allo specchio per vedere chi sei, altre, ancora, che ti obbligano a sederti per non farti male, o a stenderti addirittura. Ciò che in maniera ben più nefanda subisce Malina nella violenza fisica e nel disagio nei quali è immersa: “non si alza non si alza/ […]/ adesso cade adesso cade, invece lei si regge/ […]/il suo corpo che non esiste/,la forma dell’aria/ […] in controluce le macchie sul suo corpo“.

Ritorna – ma in effetti non ci si era mai slegati da ciò – la privante condizione sociale, abitativa e solitaria di Malina dalla Poetessa definita senza se e senza ma con termini netti che non necessitano di amplificazioni critiche: “sei stata creata emblema/ vivente dell’umana sciagura“. Sorta di capro espiatorio, di Madonna degli oppressi, di martire dell’umana tragedia. La poetessa – dinanzi alla desolazione alla perversa inanità dovuta dal raccapricciante ‘spettacolo’ – opera una trasfigurazione immaginando la cara Malina altro da sé e in altre circostanze a lei meno avverse con un’operazione metamorfica nella quale è palese la volontà di risoluzione a quel dramma: “Se appartenessi al mio paesaggio saresti un lichene,/ saresti un fiore che sopravvive alle avversità./ nel nostro deserto di sole ossa“. Il tema di Malina è il tema del corpo, di quella materialità dolente, di quella prevaricazione continua, di quello stupro lacerante che nella società contemporanea è merce diffusa. Esso è una copertura, una pelle che copre i sensi d’intimità, passione e sentimento, un contenitore che viene leso producendo danni palpabili e altri, insondabili all’occhio, ben peggiori e inscalfibili. “Il corpo è un rifugio solo se nudo nel sole, nel breve/ spazio tra un albero e l’altro, solo se ha forma/ di abisso, nel breve spazio tra un osso ed un altro“. 

In “Deliri” si pone il tema dell’appartenenza al proprio locus. Tema da sempre nevralgico in tutta la letteratura e divenuto elemento principe in quegli autori esuli che, per vari motivi, hanno finito per eleggere una patria diversa da quella natale. In poesia, poi, tale questione è stata spesso letta e interpretata alla luce delle considerazioni dell’intellettuale in merito alla propria collocazione in quanto tale, in maniera ben più estesa, dunque, alla mera localizzazione geografica. Il tema posto dalla De Marchi non ha nulla a che fare con intendimenti volti a ricercare una definizione spaziale, si tratta più di una necessità di concepire se stessi in relazione a un contesto – pur mentale – piuttosto che sperimentare la marginalità, la desolazione, l’abbandono, l’allontanamento, la sevizia. “Non basta ipotizzare un’assenza di vento o/ di vibrazione, non è sufficiente“, scrive la Poetessa ponendo in chiusura la questione di una reificazione dal paesaggio. Anche in questo caso, come d’altronde accade per l’intero lavoro, la chiusa della silloge è dedicata al pensiero di Malina non quale entità universale nella totalità delle sue definizioni ma nella forma concreta, tangibile, esperibile della sua macerata fisicità: “il tuo corpo nudo e disteso nella roulotte non è/ un corpo vero, fuori di qui non esiste nemmeno./ di lui, mi fido“. La fase di ricerca di un rapporto con una proiezione di contesto dà luogo all’annullamento della forma, alla sua riduzione totale a possibilità non più percorribile. Quel corpo che non esiste – e che poche pagine prima era così presente e implorante, tra ecchimosi e denutrizione – non fa più parte di un immaginario reale perché l’accumulo di sofferenza che il procedimento poetico ha arrecato nell’elaborazione delle immagini, ha portato all’esigenza della sua rottamazione. Si tratta di una distruzione irreale, che si realizza man mano della ripresa di Malina,ma che è pur sempre una forma di nascondimento motivata da un oblio che si anela con foga.

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Lella De Marchi 

Infine il corpo ritorna ad essere centrale nella sezione “Gesti”, una delle più struggenti ed evocative, più plasmatiche e vorticose dell’intero libro. Trovano posto liriche ispirate e dedicate a donne che hanno lasciato il segno non solo nel mondo della cultura ma in termini di impegno sociale. Artiste performative e fotografe italiane e straniere che hanno messo al centro dei loro happening e performance il corpo umano studiandolo e offrendolo alla comprensione del pubblico sotto vari luci. Da Ketty La Rocca (1938-1976) nota per le “Craniologie” (1973), serie di radiografie al cervello con cui nella fase finale della sua vita si spogliò senza timidezza del male fisico che l’ammorbava a Gina Pane (1939-1990) di cui la Poetessa scrive “ogni/ gesto si muove nella carne./ ogni gesto tocca la carne/ la incide ogni gesto provoca una ferita lascia/ sul corpo una traccia sentimentale“. La Pane, icona indiscussa della performance art degli anni ’70 con particolare attenzione alla body-art, rimane nota – tra le varie istallazioni in giro per il mondo – per la performance nella quale si auto-infliggeva dolore, una sorta di martirio spettacolare al quale lo scioccato pubblico prendeva parte con curiosità o riprovazione. La stessa ebbe a dire (fonte: Wikipedia) “Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo sia la propria debolezza, sia la tragica e impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze”. Una disanima, quella della Pane, pur dalle connotazioni voyeuristiche e inclini alla spettacolarizzazione mediante situazioni-limite e ready-make fatti col proprio corpo. Omaggio anche a Cindy Sherman (n. 1954) che – devo confessarlo – non conoscevo e che sono andato a scoprire proprio grazie al volume di Lella di Marchi. Nella poesia a lei dedicata si parla del corpo in relazione a forme di mutabilità, di cambiamento e trasformazione per mezzo di un processo di travestimento (l’incipit, invadente e risolutivo, già anticipa: “il corpo non abita il genere“).

Ricerca e studio del corpo e delle sue ambivalenze, soprattutto nelle forme di contatto e relazione con un pubblico sconosciuto, una massa spesso piena di tabù e di inconfessati desideri. Nell’istallazione “Sex pictures” (1989) la Sherman introdurrà anche l’elemento-immagine del manichino, poi proposto in smembramenti inconsueti e in scene piccanti o atte a risvegliare pensieri sepolti. La De Marchi omaggia sapientemente e con profondo rispetto anche Francesca Woodman (1958-1981), fotografa statunitense che si specializzò nel nudo femminile in bianco e nero, artista morta all’età di ventidue anni; nella lunga poesia che ha lei come dedicataria la De Marchi annota verso la chiusura “tutte cose che sono in me quanto le vedo tutte le cose che/ non possono essere me perché suono fuori di me./ il mio corpo è in tutte le cose che vedo ma non tutto/ intero, a pezzi, un po’ qua e un po’ là, in modo vago” che richiama anche “Tutte le cose sono uno” (Prospettiva, 2015), titolo di una recente pubblicazione di narrativa breve della De Marchi. 

Altrettante liriche sono dedicate alla performer francese Sophie Calle (n. 1953) alla quale scrive di “quanto sia impossibile/ penetrare nel fondo di ognuno di esse” e di “quanto sia necessario/ avvicinare ogni corpo, un corpo alla volta, quanto sia/ necessario chiedere ad ogni corpo di lasciarci una/ testimonianza ulteriore di sé“. In questo gineceo di presenze femmine da ricordare che hanno segnato distintamente l’arte concettuale e performativa delle ultime decadi non mancano neppure la fotografa americana Nancy Goldin (n. 1953) portavoce e difensore di un messaggio di sincretismo autentico tra arte e vita, nota anche per l'”Autoritratto un mese dopo esser stata picchiata” ben presto divenuto manifesto contro la violenza di genere e, ancora, le ben più note Marina Abramovic (n. 1946) definita “la nonna della performance art” e Vanessa Beecroft (n. 1969), artiste e performer di fama mondiale che hanno affrontato in modi diversi il tema della corporeità: dalla sperimentazione del dolore in Abramovic e il rapporto con il pubblico quale sconosciuta alterità, al tableau vivant di nudo della Beecroft. Autrici complesse e mai scontate che lanciano messaggi chiari – spesso di denuncia – o di riprovazione verso un mondo in cui la massificazione dei commerci, la molteplicità delle comunicazioni, il mancato dialogo e l’indifferenza generale fanno dell’uomo un essere spesso distaccato e incompreso, corazza di dolore a coprire uno stato di disagio. 

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 Uno scatto di una performance dell’artista Vanessa Beecroft tenutasi nel 2009. 

In chiusura una lirica densa, dove le immagini si ricorrono e si affastellano, dove il verso lungo non dà requie al respiro e trascina in maniera concentrica verso una spirale di materia, di carne viva, che arde e si spolpa distaccandosi dall’osso. Si tratta della concretizzazione completa di quell’allucinante stato di delirio che ha anticipato la distorsione della frivola quotidianità e del cosiddetto normativismo: “è un immenso paesaggio con ossa, vita che vive senza ornamenti di necessari ornamenti“.

Non è affatto un caso che sia dedicata a una delle voci più distinte della poesia italiana del secolo scorso, autrice di “Variazioni belliche” (1964) e di “La libellula” (1985). Il percorso della De Marchi si chiude con un mesto e al contempo vigoroso ossequio e tocco amicale verso Amelia Rosselli della quale pure ci si riferisce alla “caduta” e alla sua disposizione “in fondo alle scale” che, di certo, non può non rimandare all’immagine scomposta del suo corpo ai piedi della rampa dove si suicidò. La Rosselli – via Lella De Marchi – pronuncia frasi livide che racchiudono tormento e instabilità ma anche esigenza di cambiamento: “l’aria ha una forma che fa paura che non è astratta se vista da/ noi“. Mi è venuto intuitivo pensare a una poesia che scrissi mesi fa e che dedicai alla stessa Rosselli, dal titolo “Hai dominato l’aria”, nella quale sono presenti alcune fosche considerazioni sulla incongetturabile esistenza e sulla vorticosità degli accadimenti che hanno capacità di generare lesioni interne di vario tipo. Nella stessa scrivo “Il muro respira tensioni/ tra stinti capelli arcuati/ soppesi il balzo dell’aria/ quando il cumulo pesa/ e torce idee di sospensione/ […]/ Arcigna è quella rampa/ che ti ha dato la vita;/ […]/ Hai scorso di colpo il percorso/ il foglio che centrifuga il mondo/ non l’hai lasciato vuoto“. 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 03-01-2018

 

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“Dimmi le parole” di Marco Fortuna, recensione di Lorenzo Spurio

“Le parole hanno mani e piedi,

escono fuori dal foglio di carta

e camminano sulla nostra pelle” (61)

Marco Fortuna, autore di Dimmi le parole (Italic Pequod, 2017), gioca e produce con la parola, fa suo l’universo semantico dei vocaboli, dei significati e delle loro possibili implicazioni.

Il linguaggio ha spesso una componente ombrosa, polivalente, antitetica o semplicemente ambigua e controversa: l’importante è essere volitivi nel porre attenzione verso l’universo prismatico e polimorfico della parola. Parola che dice e rivela, fa trasparire, annuncia e reclama, ma anche – e soprattutto – che confessa e allude, vale a dire promana sensi e incentiva forme d’incontro.

Il suo poetare ha a che vedere con tutto questo essendo, come il titolo della silloge evidenzia, una ricerca continua e misurata, analitica e pure personale, di quel detto, quella comunicazione intercorsa, ammiccante e rivelatrice, confessione e dichiarazione di un’età che, in qualche modo, si è ormai fatta più concreta, scevra di quelle possibili frange esornative di cui la giovinezza spesso s’agghinda.

downloadÈ così che il poeta fermano – anticipato dalla ponderata prefazione di uno valido studioso e storico qual è Marco Rotunno – con quest’opera è come se compiesse una casta operazione di svestimento o denudamento, affidandoci pensieri personali, ragionamenti maturati nell’intimità, appelli d’amore e inviti all’accoglimento del proprio sentimento e, ancora, rivelazioni che hanno un senso epifanico – e dunque travolgente in senso illuminante – per il solo io lirico che ne traccia le vicende di un amore forte, intristito solo da alcuni capovolgimenti che tendono più a un’ombrosità del pensiero data dall’elucubrazione su realtà insondabili eppure oggetto d’interesse dell’uomo. Vengono a mente allora le voci e le considerazioni apparentemente astruse ma assai rivelatrici di studiosi quali Roland Barthes e del filosofo austriaco Wittgenstein; entrambi, pur con inclinazioni e intendimenti diversi, hanno dissodato la parola come realtà, sviscerandola e destrutturandola per meglio misurarla, odorarla, farne uso.

Nella sostanziosa e intramontabile dedica personale al testo un’efficace chiosa di un altro filosofo, Nietzsche che – come lo stesso autore ha vergato a mano – scriveva: “Io sono di oggi e di un tempo… ma in me c’è qualcosa che è di domani e dopodomani e dell’avvenire”. Parola che ha in sé i tratti di una significazione universale che varca limiti temporali e geografici, che incunea nel suo addome il senso concreto e al contempo astratto degli accadimenti, delle leggi insondabili dell’anima, gli arcani intellettivi che trovano compimento automatico nel sentimento di pluralità al quale la società ci chiama.

Parola che rivela verità, che affida certezze e sensi ineludibili, validità che è ben più che razionale e dogmatica, travalicando anche la vasta aiuola dell’inespresso, tra rituali, convinzioni, tabù, regressioni, fobie e forme di digiuno espressivo.

Parola che è anche varco, ambito che consente il traghettamento, espressione codificata ma anche apertura, forma inclusiva e globalizzata.

Parola che nasce e sa crescere, che feconda e fruttifica, parola che si celebra e che sa redimersi delle sue più bieche adozioni.

Per dirla con Alessandro Ceni la parola è custode: bauletto che conserva altro, non un senso in sé impalpabile e arioso, bensì una costruzione fisica ben delineata. Le parole sono e hanno la forma di chi è in grado di emetterle, vale a dire hanno sempre e comunque una morfologia umana, una aurea tempestata di lessemi con una loro genesi. Ceni nella sua opera riepilogativa Il pieno e il vuoto (1996) ritrova nel mondo delle parole proprio la fisionomia buia e inconfessabile dell’uomo: “Nel buio le parole/ non sono parole ma uomini/ che con rasoi tentino tele cerate di/ sonori padiglioni sulla sabbia”. Parole, dunque, che sono composte di sillabe di carne e ossa. Non solo: sono parole che possono avere una funzione altisonante e lesiva, pungente e dissacrante com’è appunto l’azione di una tela che viene squarciata.

Le parole di Fortuna sono spesso in forma di imperativi riferiti a se stesso com’è il verso d’apertura: “Non mi lascio mai stare!” (13) che, se intuitivamente potrebbe essere visto come espressione di grande convinzione, ha più la forma di una rassicurazione pacata che l’io lirico intrattiene col suo animo per mezzo della riflessione.

Numerosi i riferimenti a quel mondo di campagna che, per breve distanza, lambisce anche il mare, scena veridica del locus nel quale Fortuna è nato, vive e lavora, quello della Marca Fermana nel centro-Italia. I contesti che accolgono le riflessioni o le rivendicazioni amorose del Nostro sono sempre ambientali, riferite a un pezzo di terra ridente e fecondo, dalla conformità dolce e dalla spiccata diversità in un territorio ristretto. Raramente si accenna a un tessuto urbano che, nelle poche volte che è citato o alluso, sembra esser connotato in maniera veloce, offuscata, quasi ottenebrata come è appunto “l’alcolica città” della poesia che apre la raccolta. “Nelle vene ho la terra rossa” (14) scrive il Nostro in “Il viaggio” in questa lirica dove la natura è solo uno scenario di fondo sul quale campeggia il grande tema dell’amore, del rapporto saldo e simbiotico con l’amata, che è il tema di fondo dell’intero lavoro.

Gli amanti vengono spesso descritti distanti o in procinto di allontanarsi – intuiamo per le vaste necessità della vita quotidiana – e viene a rimarcarsi in maniera decisiva il distacco, il disagio che deriva dall’allontanamento, questa migrazione coatta dal flusso inarrestabile delle energie. Così si incunea anche la solitudine e la lontananza che non sono mai motivo di pesante struggimento né di annullamento di una possibile fuga. Gli amanti sanno amarsi anche a distanza e percepire la presenza dell’altro anche dinanzi a divaricazioni spaziali. Ciò è possibile – per il Nostro – mediante l’affido completo al mondo ieratico e vorticoso eppure silente della poesia che non è mantra dinanzi a desolazioni o fobie insostenibili bensì accoglienza e sostegno e, ancor più, consacrazione dell’amore vissuto in termini platonici ma non per questo meno significativi. Per tali ragioni l’io lirico percorre cammini mimetici e più spesso veste panni d’altra natura, non tanto per simulare, bensì per abitare – pur nel pensiero – uno spazio totale nel quale possa esser possibile un rapporto con l’amata, “sgorgherò acqua scrosciante/ dalle tue risa” (20). Causa e fine di quest’operazione è, come lo stesso Autore riconosce a pagina 35, per chi non l’avesse in qualche modo ancora eccepito, “la ragione del mio canto” ovvero la stessa amata, “gioia che si moltiplica” (35).

Merita una particolare nota di commento la lirica “Non sentire più” nella quale l’autore cerca di intuire, o piuttosto di vagheggiare, come potrebbe essere l’esistenza dell’uomo in assenza di una dimensione sonora, condizione che non solo lo impaurisce, ma sembra in qualche modo tormentarlo. Impossibile non rammentare allora il professor Renato Pigliacampo, docente universitario e poeta del Maceratese che, sordo dall’età di undici anni, dedicò l’intera sua esistenza per denunciare insensibilità a vari livelli contro gli ipoacustici, dedicando tutta la sua attività, tanto poetica quanto di ricerca, all’universo della sordità del quale viene ricordato come uno dei maggiori studiosi e portavoce. Mi è sembrata cosa sensata mettere a specchio alcuni versi di Fortuna che esprimono l’angoscioso pensiero dinanzi a un mondo averbale e di Pigliacampo, “guerriero del Silenzio”, che fece della parola grido sociale maturato nell’intimità. Fortuna scrive: “Crederei che sia forse cosa buona, prendere carta e penna/ per segnare con qualche becco o cerchietto d’inchiostro/ cosa possa provare un sordo…/ Sapere che nel sentire, nasce un giorno il timore…/ di non poter più sentire un qualche giorno la propria/ voce” (39). Questa la ‘risposta’ di Pigliacampo, in tale possibile colloquio, “A me non è dato ascolto se non che/ nelle labbra che muovono rapide parole”.[1]

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Il poeta fermano Marco Fortuna

Nella poesia di Fortuna si nota una nota malinconica e di preoccupazione: il pensiero sentito relativo a un mondo privo della sensorialità uditiva, nell’impossibilità di sentire gli altri e di riconoscere la propria voce, ma anche timore verso la dimenticanza, l’Autore mostra perplessità nei confronti di un tempo nel quale l’io lirico non sarà più in grado di riconoscersi, di sentirsi, di ricordarsi. Pensieri nevralgici che ruotano attorno a un evidente grande amore della vita e della domesticità, della semplicità di un vissuto che si desidera sempre vivere al massimo. La voce che non ritorna, i ricordi che si impolverano e che decadono nel mare magnum di un tempo che scorre e che rende vulnerabile la salute, sono minacce concrete e plausibili che l’autore, pur giovane e coscienzioso, non esime da riconoscere come tali: esse sono confessabili con quella semplicità che impone al poeta di essere onesto. Sincero e concreto, affidabile e vero.

Fortuna, come noi tutti, prima d’essere un “uomo di carta” (uno scrittore e un poeta), è un “uomo di carne” e, com’è connaturato nella fisiologia umana, non si può recidere dalla mente ciò che, pur disturbandoci, occupa i nostri pensieri. Li rende concreti e ce li narra, con la libertà sconfessata di un ragazzino, ce ne attribuisce il senso con le parole ben calibrate, ce lo condivide e ci traghetta verso una riflessione che, comunque, la buona poesia è sempre in grado di addurre.

La poesia di Fortuna potrebbe dirsi maggiormente filosofica che amorosa in senso stretto se per filosofica accettiamo di non riferirci a qualcosa di ostinatamente ingarbugliato, enigmatico, tendente alla creazione di una realtà che ha senso per chi la produce ma non trova facile accoglimento né comprensione in un possibile lettore.

È filosofica nel senso che – pur nella domesticità dei rapporti e del dialogico che si realizza – impiega una costruzione con la quale i sentimenti fuoriescono se si rilegge con attenzione, diluendo le parole che compongono i versi: l’amore è presente sotto forma di timori, imperativi, tentativi, richiami, echi e aneliti, non è mai reso in maniera palese o plateale, sdolcinato né abusato. Si ravvisa qui, in tale procedimento, la necessità di prendere in mano i fili che l’autore di continuo getta per legarli assieme e riconoscerne così, a silloge compiuta, l’intera foggia della corda più salda.

“Io avanzo e trascino con me l’erba, dovunque sia la vostra terra” (46) scrive nella poesia “Io avanzo”, sintomo di un fluire che s’intuisce e ci si impegna a favorire al quale unisce l’aspersione sacrale di protezione, il balsamo di riconoscenza: “Vorrei lavare la mia terra come fosse mio figlio” (50). Immaginifico atto rituale di abluzione totale: non è una recondita pioggia che laverà la terra, ma sarà lo stesso poeta a farlo, “approda[ndo] le […] parole [per] farla scivolare sulle zolle e fin sopra le punte degli alberi” (50). Parole in cui l’acqua lambisce e scivola, scorre e fluisce mentre l’autore ricalca sulla carta le linee di un mondo familiare che l’acqua non scolora.

LORENZO SPURIO

Jesi, 26-12-2017

[1] Renato Pigliacampo, L’albero di rami senza vento, Neftasia, Pesaro, 2006, p. 108.

 

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“Pietra e farfalla” di Paolo Mazzocchini, alcune note a cura di Lorenzo Spurio

A cura di Lorenzo Spurio

[H]o faticato un po’ a leggere il suo libro; […] questa non è minimamente una recensione, non ha nessuna velleità di mostrarsi come tale. Si evince dalle Sue liriche una netta predilezione per forme e immagini della classicità e ciò non potrebbe essere diversamente data la sua natura, la sua inclinazione e i suoi interessi che la vedono docente proprio in quella branca del sapere.

9788866443575_0_0_300_75Al di là della pregevole fattura del libro che testimonia come sempre la sopraffina cura editoriale di un editore quale Ladolfi, ho letto il suo libro in numerose riprese, ritornando spesso indietro, rileggendo anche due o più volte alcune liriche perché forse un’unica e sommaria lettura non poteva dirsi sufficiente nel permettere al lettore di avere gli arnesi interpretativi. Si tratta chiaramente di un’impresa che sempre si concretizza quando ci si pone dinanzi a un libro di poesia: da un lato si cerca di capire che cosa il poeta realmente intendesse, dall’altra si conclude spesso che la poesia è meramente una comunicazione pluri-evocativa, vale a dire che può – anzi deve – realizzarsi su più piani e dunque provvedere a varie chiavi esegetiche. Comprendere ciò che uno è in grado e vederci ciò quell’uno pensa di intravedervi.

La poesia contenuta in Pietra e farfalla s’inserisce in maniera ancor più vivida in questo approccio interpretativo e relazionale che il lettore intreccia ai vari righi. Il prefatore Giulio Greco credo che abbia delineato nelle sue note iniziali – con grande capacità – solo alcune delle angolature della sua opera poetica che, in effetti, risulta ben meno catalogabile e definibile di ciò che lo stesso – opinatamente – ha fatto. L’impalcatura volutamente ossimorica o manichea è ciò che ben salta subito all’occhio, sin dalla lettura del titolo, e da una serie di immagini, rimandi e riflessi che, lungo tutta l’opera, fanno capolino, ammiccano, s’intravedono e s’annunciano anche per mezzo di un linguaggio meno luminoso.

Alcuni versi che hanno colto positivamente il mio animo – e per la loro fattura e per la costruzione ficcante delle immagini – posso anche riportarglieli: “La notte è pure/ nuvola che dilaga imprevista/ per la ferita del monte” (p. 15); interessante anche la poesia “Ethos daimon” che, nel forgiare di un carattere, possiamo anche vedere la stessa natura primigenia dell’etimo del termine ‘poesia’ quale, appunto, atto creativo, di costruzione: “ti ho creato per gioco/ disperato bisogno” (p. 28).

M’impressiona molto quel “nulla che dilata” (p. 15), un ottundimento totale, un dominio della cofosi senza precedenti, uno squarcio netto su una tela che aspetta d’essere dipinta. Esso è anche un richiamo assordante e reiterato che minaccia le nostre orecchie nella società d’oggi divisa tra indifferenze e vocii, poco distante da un baratro non meglio definito né definibile. Di certo non è il ‘nulla’ in quanto tale a gettare nella cupa angoscia, piuttosto quell’anonima dilatazione, quell’apertura massiccia e ingestibile, quella voragine che s’amplia, quella macchia che si diffonde. Neppure la “pupilla nera” della notte che, pochi righi sotto la succede, è in grado di scalfire la durezza di quella costruzione che – mi sento in dovere di ripeterlo – è terrificante e al contempo imperiosa, indefinibile e tragicamente assurda.

RingraziandoLa ancora per il dono […] saluto sulle “punt[e] delle dita ai suoni/ che divampano sul frigido/ aplomb della tastiera” (p. 58) delle nostre “percezioni indirette”.

LORENZO SPURIO

 

Il presente testo è un estratto della lettera di lettura del volume inviata all’autore.  La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

L’AUTORE DEL LIBRO

paomazPaolo Mazzocchini (Castelfidardo, 1955), è insegnante di Lettere nei licei, studioso di filologia classica e leopardiana, autore di testi scolastici e scrittore. Nel suo settore di studi ha prodotto numerosi articoli raccolti ora, in gran parte, nella miscellanea Noctes vigilare serenas (Aracne, 2010); una monografia sulla rappresentazione virgiliana della guerra (Forme e significati della narrazione bellica nell’epos virgiliano, Schena, 2000); un’edizione critica commentata della Titanomachia di Esiodo di Giacomo Leopardi (Salerno, 2005). Autore di una raccolta di racconti (L’anello che non tiene, Prospettiva, 2007; Aracne, Roma 2013) e di libri di poesie: Zero termico (Italic Pequod 2014), Chiasmo apparente (Lietocolle, 2016) e Pietra e farfalla (Ladolfi, 2017). 

“Via Paganini, 7” di Myriam De Luca. Recensione a cura di Francesca Luzzio

Il romanzo di Myriam De Luca, Via Paganini, 7 (Spazio Cultura Edizioni, Palermo, 2016) possiamo definirlo un romanzo di genere psicologico, infatti Viviana, la protagonista, da narratrice omodiegetica, racconta la sua vita, la sua storia, non certo indotta da una volontà di oggettivazione narrativa del suo vissuto, quanto dall’esigenza di chiarire a se stessa le ragioni del suo esistere.  

9788894006971_0_0_1415_75.jpgGli eventi esterni della prima fase della sua vita sono stati motivo di smarrimento e sofferenza, tali da indurla a ricercare se stessa, per capire cosa vuole veramente realizzare, insomma, per esserci nel senso heideggeriano del termine, ossia vivere un’esistenza caratterizzata da un’intenzionalità verso il mondo. Ma quella di Viviana, sarà un’intenzionalità che non conduce all’angoscia della morte, come per Heidegger, ma alla gioia di vivere e morire nel dedicarsi agli altri, nel trovare, porgendo la mano a deboli e indifesi, la ragione di essere hic et nunc

Viviana vive una situazione familiare che non comprende, che determina in lei un dolore indescrivibile: la madre e in genere tutta la sua famiglia la trattano da estranea, ma tale affermazione è un eufemismo, di fatto la disprezzano e questo le procura una sofferenza tanto più grande, quanto più inesplicabili sono per lei  le motivazioni di tale comportamento, né  l’affetto patinato del suo fidanzato o quello sincero e autentico di una sua zia o di un’amica  riescono ad attenuare in lei la condizione di smarrimento che vive, il progressivo annullamento del suo ego che tutto ciò determina. 

Nasce così l’esigenza  di cercarsi, di dare una direzione alla sua vita e lo farà attraverso un  viaggio  che segni un taglio con il passato, e una nuova dimora, Torino, dove, inserendosi nel mondo del lavoro, anche quello più umile, conoscerà altra gente  e, nell’iter faticoso dei giorni, troverà nell’amore verso gli altri, verso i sofferenti, anche solo per l’età, come i vecchietti del pensionato dove alla fine lavora, la ragione vera e il senso della sua vita.  Né la morte della zia e una sua lettera rivelatrice delle ragioni del disprezzo alterano la sua serenità.   

Il viaggio pertanto, come nell’Odissea di Omero o nell’Ulisse di Joyce diventa strumento di conoscenza degli altri e di costruzione della propria identità. Socrate, d’altronde, sosteneva che l’uomo non può che tendere a scoprire quello che è e quello che deve fare per vivere nel modo migliore e conoscere il modo più adatto per essere felice e Viviana, in fondo, fa tutto questo e neppure la cruda verità (l’essere frutto di uno stupro), rivelatrice delle ragioni del disprezzo  nei suoi confronti, riesce a turbare l’equilibrio da lei raggiunto: il perdono e l’amore trionfano.

Lo svolgimento diacronico degli eventi fa sì che in genere fabula e intreccio coincidano, ma non mancano feed-back memoriali sollecitati da occasioni che, come la madeleine di Proust,  immergono nel passato; ad esempio, il vedere anche la spazzatura “vestita a festa” a causa della neve, ricorda alla protagonista, quando sua madre l’agghindò nel migliore dei modi possibili, per partecipare a una festa di gente che contava, offrendo così alla Viviana adulta e consapevole  l’opportunità per scagliarsi contro l’arrivismo della classe borghese emergente.

A livello formale, la scrittrice va alla ricerca di un linguaggio essenziale e pregnante e che nello stesso tempo trasfigura la realtà descritta (ad esempio, la già citata spazzatura “vestita a festa”), rendendola allusiva e polisemica. Ciò ha comportato in genere l’adozione di una dimensione lirica, la realizzazione di pagine nelle quali l’uso di clausole poetiche e il valore fonico delle parole danno consistenza anche emotiva alle vicende narrate e generano, di conseguenza, una sorta di intensa empatia tra lettore e narratrice-protagonista.

A pagina 101  si legge: “Amore che non ha bisogno di parole, amore che si traduce attraverso l’intenso linguaggio degli occhi…, amore che non si aspetta nulla in cambio, amore che non si accorge…, amore che non sa neanche cos’è l’amore…”. Orbene, sono numerosi i periodi che come questo, grazie alle anafore, alle allitterazioni, alle rime o quasi rime, cesellano di poesia la prosa, pertanto non si reputa erroneo sostenere che trattasi in genere di  “prosa lirica”.

FRANCESCA LUZZIO

 

L’autrice della presente recensione dichiara, sotto la sua unica responsabilità, di essere la naturale e unica proprietaria dei diritti sul testo. La pubblicazione del testo è consentita su questo spazio dietro autorizzazione dell’autrice senza nulla avere a pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro.

Conosco la soglia del buio e da lì osservo: la poesia di Martina Luce Piermarini

a cura di Lorenzo Spurio 

Martina Luce Piermarini è nata e vive a Macerata. Ha seguito studi umanistici e filosofici e frequentato il Master in Tecniche della Narrazione a Torino dove ha lavorato con artisti del calibro di Alessandro Baricco, Sandro Veronesi e Carlo Lucarelli. Specializzata in drammaturgia, ha tenuto laboratori di scrittura creativa in alcune scuole inferiori e superiori della provincia di Macerata. Ha tenuto altresì laboratori teatrali fondando il primo laboratorio di teatro spirituale con sede a Macerata. Ha scritto opere teatrali, partecipa a incontri letterari e poetry slam; collabora con la rivista d’arte e letteratura “UT”. La sua opera poetica, Interferenze alla luce (Italic Pequod, 2014), è stata oggetto di vari eventi di presentazione e di letture pubbliche in vari luoghi della Regione.

Il sottotitolo dell’opera della Piermarini è già di per sé esplicativo del percorso umano e letterario che la poetessa offre al lettore con questo denso volume di liriche che lambiscono i temi dell’esistenza, il dubbio che riaffiora, la compresenza di illusioni e moniti di fuga, cadute e derive ma anche pensieri orgogliosi retti da un simbolismo a tratti iconico e frugale, altre volte da costruzioni avvolgenti e curiose degne della più vigorosa poesia contemporanea. In esso, come in una sorta di possibile rivelazione o risoluzione di un assioma che non è dato conoscere, leggiamo: “ci sono casi in cui la poesia salva e un verso purifica l’intera esistenza”. Tale definizione, che potrebbe essere assunta quale motivazione vera e propria del fare poetico nella Nostra, chiarifica non solo gli intendimenti ma anche i mezzi, le plurime forme evocative che la poesia immancabilmente richiama. Un confidare al testo che è una modalità in qualche modo taumaturgica e svelante in quel demiurgo inconscio che è l’io lirico, ma anche l’unicità, l’essenza, che apre varchi a un’immensità spesso difficilmente percepibile e da affondare con una scioltezza comunicativa e una predisposizione innata alla partecipazione attiva che sono il sale dell’esserci nel qui e ora.

Poesia per la Piermarini quale esigenza che è immancabilmente presente e forza costitutiva di quell’entità indefinibile che è l’anima, estensione che sfugge da categorie di ogni tipo ma anche poesia introspettiva, di riflessione, di analisi. È proprio dalle immagini a loro modo fornite in accostamenti anche atipici che si compie quello scandaglio dell’interiorità, figlio di un’esigenza di narrarsi, senza implicazioni di sorta, velleità né forme di inibizione alcuna. Confessione che si compie con uno svelamento. Rivelazione che si compie con l’evocazione e la creazione di scene sospese che rivelano il concreto di un vissuto frastagliato e contorto.

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Martina Luce Piermarini

Nella ricchissima, visionaria e suadente apertura narrativa al volume, la Nostra parla di un metaforico viaggio che dobbiamo essere disposti a fare. Non solo, della convinzione di intraprenderlo e dell’orgoglio che può derivare dall’aver tentato un’impresa che – come la stessa dice – non ci è dato conoscere come evolverà. In questo tragitto, dove sembra percepirsi una fosca nube a dettare le pagine esistenziali in senso fatalistico, la Piermarini contrappone la forza di volontà, il desiderio di conoscenza, l’esigenza di costruire, l’impegno, anche a seguito di una dimensione asfittica e deprimente sottolineando l’impellenza di una rivelazione che consenta una rinata autoconoscenza ma anche l’approdo convinto a una sensibilità resiliente.

Ed è già qui espressa in nuce l’idea comunicante che riappare nelle varie liriche rappresentata dalla luce – termine importantissimo per l’autrice maceratese tanto da aver deciso di affiancarlo al suo nome di battesimo – a intendere una via luminosa, un’epifania del vero. “Bisogna cercare la luce” afferma la Nostra aggiungendo, poco dopo, “I resti della donna-uccello si alzano un istante nelle tenebre”. Questo libro allora possiamo percepirlo come l’auscultazione intima e la repertazione di vicende rese in maniera analogica e lirica di un vissuto che ha visto il buio (la caduta) alla quale, però, ha fatto seguito una vigilia di bagliori (la rivelazione) ad anticipare il dominio della luce (la rinata coscienza, l’approdo alla felicità, la completezza di sé). Questo accade perché “il corpo buio non è definitivo ma deve essere attraversato e distrutto”. Vengono in mente i Neoplatonici e Shakespeare dei Sonetti in questi riferimenti simbolici e allegorici alle fasi di luce, sembianze di un avvicendamento umano tra vizi e ravvedimenti. La Piermarini, nelle liriche che compongono il volume, va rintracciando gli stati fisici di materia e gli stati immateriali dell’anima che hanno visto cambiamenti, flessioni e rinvigorimenti, in un percorso di viva metamorfosi, rottura e sviluppo continuo.  

L’esergo del volume contiene una citazione del Dhammapada, noto testo della tradizione buddhista, ulteriore ingrediente di quell’inclinazione palesemente aperta e partecipe, solidaristica ed entusiastica della Nostra, nutrita olisticamente di saperi tanto mitici quanto arcani, di forme di benessere personale e di concordia sociale, principali espressioni di forza in un credo animistico e spontaneo che nel suo svincolamento da legami e forme di giudizio, ben esprime la visione comunitaria e filantropa. Inizia così il percorso memoriale e conoscitivo della Nostra tra versi che incalzano e descrivono la realtà in termini clinici accentuandone gli angoli, i brandelli, gli elementi di disillusione, compresa la presenze di insetti infestanti, le rotture, nonché l’aria fredda e tagliente, l’assopimento del reale anche per mezzo della resa perspicace di immagini cariche di shock, che in un mix oculato di crudeltà e scollamento, generano il perturbante: “le mani di granito [che] rompono lo spazio”, “la lisca ventrale sfiatante” e “i numeri cavi delle colpe” sono solo alcuni esempi. Contaminazioni e processi di putrefazione, distorsioni della mente, forme ambigue d’esistenza che creano annichilimento, sentimento d’inadeguatezza e incongruenze fornite come realtà solidi e poi ancora desquamazioni, interrogativi arcani che non hanno risoluzione, dilemmi che squarciano e illividiscono, deficit invalicabili (“imperfezioni divenute pietra”) e infebbrate ben più emotive che corporee.

Concentrica e irreversibile, spasmodica e conturbante, la poetica della Piermarini procede a spirale avvinghiando il lettore e facendolo sprofondare in uno spazio sconosciuto, capitomboli e ammiccamenti e, ancora, tentavi continui per oltrepassare il reale. Numerose le immagini che si riferiscono a questo comportamento ribellistico improntato all’escapismo e alla ricerca continua: molto carrollianamente si valicano specchi (o, almeno, si tenta); la mossa dell’uomo non è determinata da un fine ultimo che motiva lo spostamento ma si realizza proprio nella gnoseologia della sua forma: l’attraversamento, vale a dire il procedimento stesso: “oltre/passare / fogliame buio che non scricchiola”. Questo perché “Esserci nell’essere è porta stretta” e con questo fraseggio apparentemente semplice come un sillogismo la Nostra indirettamente si riallaccia a quelle fosche considerazioni e pensieri filosofici di ampia schiera degli intellettuali del secolo scorso.

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Martina Luce Piermarini assieme ai poeti Guido Garufi ed Enrica Loggi in un recente incontro poetico

La realtà nella Piermarini è delineata per mezzo della presenza o assenza di luce e, congiuntamente, per una feticistica attenzione alle particolarità, al residuale, all’inesatta e insensata tendenza dell’uomo di fare partizioni, quantificare, vale a dire determinare in maniera convinta e assoluta un’entità. Ce ne rendiamo conto dinanzi alle affascinanti “porzioni di luna oracolare” che tanto sanno di orfico e in prossimità dei ben più surrealisti “pioli del silenzio che si spezzano”. La luce – biancore e fonte di conoscenza – è ricercata continuamente, dalle “vaschette d’alluminio” dove si tratta di una luce in qualche modo artificiale e reclusa, all’abbacinante biancore della neve, “luce gelida [che] toglie il respiro”.

La Piermarini ci conduce con “passo folle” verso questo singolare e prospettico “viaggio nel doppio fondo del bagaglio” nel quale dominano le ombre e gli oggetti, ben più delle persone definite in maniera sbiadita quali “comparse rarefatte”. Pervade un’aria strana, d’incomprensione e imminente rottura o, più frequentemente, di una stasi granitica difficile da perforare nella quale “il suono/ della cerniera […] gratta l’orlo”. Fanno capolino pure la solitudine (“la caverna di carenze”) e la sfiducia (presenti, in giro, troppe “coppe di nero nei cervelli”). Le riflessioni di ciascun tipo trovano foce in considerazioni ampie e nevralgiche come quella che perora la causa del tempo sospeso: “Le parole stanno nei brandelli/ nelle pause (o nelle lacrime)”. Talvolta il presente è infestato da contaminazioni perigliose di un passato non troppo lontano e che a suo modo incalza con tabernacoli di ricordo scolpiti nella mente: “Il tempo ha imprigionato/ il fantasma tremulo nella stanza profonda”.

Le poesie della Nostra sono ricche di quelli che Marc Augé definì non-luoghi ma, in realtà non sono gli spazi confusi dei mezzi di comunicazione o del mondo del commercio, piuttosto stanze invalicabili della mente, mondi doppi, ovattati e riflettentisi, domini imperscrutabili della psiche, scene di quotidiano che hanno perso i connotati spiccioli ora per assuefarsi, ora per sublimarsi. Un ritmo di ricerca incalzante dove la retorica dei quesiti è scalzata dal delirio delle forme, da un’interrogazione spietata che volutamente confonde razionalità e trasposizione, nella quale “solo […] Dio mi può vedere” in quell’atto estremo di denudamento di cui si diceva. Contro gli imperativi della quotidianità la Piermarini incorona la speranza e l’illusione, la fiducia e la voglia di combattere come temi principi, ancor più validi e reali se derivati da dolore, solitudine e di lotta personale e sociale.

Lorenzo Spurio

Jesi, 13-12-2017

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

 

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s-l640L’autrice presenterà il suo libro Interferenze alla luce di poesie domenica 17 dicembre alle 17:30 a Macerata presso la Locanda del Belli (Via Mazzini 29) durante la quale si terrà un aperitivo letterario con la presenza del poeta e critico letterario prof. Guido Garufi (di recente uscito con la silloge Fratelli con prefazione di Giovanni Tesio) e gli intermezzi musicali al pianoforte di Halyna Zamyatina.  Per chi gradirà fermarsi per l’apericena, essa ha un prezzo di 13€ e sarà possibile effettuare la prenotazione ai riferimenti in calce.

Tel. 328-0061446  –   Evento FB: https://www.facebook.com/events/1967722100220232/

I “Pensieri ricamati” di Anna Olivari. Recensione di Lorenzo Spurio

Anna Olivari, Pensieri ricamati, Affinità Elettive, Ancona, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

La prerogativa principale delle poesie della signora Anna Olivari – se di prerogativa è giusto parlare – è quella di parlare del tempo che cambia rendendo attuabili e vivibili nella sua realtà personale i carichi profondi di un passato che hanno dettato in maniera forte la sua crescita e passaggio nelle varie età. Già il titolo, Pensieri ricamati, evoca di per sé questo fascino verso il semplice, semplicità che si ravvisa non solo nei contenuti (pluri-tematici eppure con la solita trattazione leggiadra ed evocativa), ma anche nella forma. Versi prevalentemente corti contraddistinti spesso da cesure che giungono per dar maggior respiro alle stesse parole impiegate descrivendo distici – com’è il caso della poesia che apre la raccolta – o, più spesso, dando una costruzione pluristrofica, sempre di diversa forma, godendo di quella libertà di costruzione del verso che le consente – come dovrebbe essere – di esprimersi in maniera ariosa e di muoversi con maggior praticità. 

Anna Olivari, con la sua tecnica poetica minimale eppure di forte coinvolgimento e di empatia nel lettore, ci affida versi che sono riflessioni, sguardi sul mondo, approfondimenti interiori che fungono anche da ricordi e dunque come monito per non dimenticare (“il seme della memoria/ rode la mia mente” (40) scrive in “Ricordi”; vi sono poi varie liriche che fanno riferimento alla guerra) nonché delle pillole di profonda saggezza che – crediamo inconsapevolmente – offre al lettore. Poesia basica e pura, con un afflato lirico pregnante che trova i suoi acmi in alcune composizioni nelle quali è vivido e quasi palpabile il sentimento provato. Così, come una buona tessitrice, la signora Olivari “ricama” i suoi versi su una tela, dando preminenza a particolari immagini, ricordi, momenti, tematiche: l’ordito che ne fuoriesce è assai prezioso. I filamenti colorati delle varie liriche si uniscono in maniera ben più che perfetta a delineare un’immagine policromatica lucente, cangiante al sole, ricca di plurievocità.

Poetica del semplice, delle piccole cose, che nasce dalla quotidianità, dal guardare con stupore e interesse ciò che si staglia al di là della finestra di casa o basata sui ragionamenti lucidi, eppure di mondi immateriali, che la donna è in grado di fare in maniera assai pratica. Poesia evocativa, dove la stanza della casa, da scrittorio e fucina dei pensieri, non è altro che il trampolino di lancio verso mondi altri, riallacciati tra loro per mezzo dei fili del destino, della meticolosità della cura, dell’esigenza di raccontarsi.

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Nelle pagine di questo libro, tra i ricordi e le speranze di una donna saggia e vegliarda che tanto ha visto accadere nel mondo del quale è protagonista, non mancano gli aneliti verso l’apertura di una stagione di pace, che sia seria e duratura, a permettere l’abbandono di odi, invidie e di lotte intestine. La spontaneità nel trattare questo e altri temi di portata universale (la poesia “Grazie potenti” è incentrata, ad esempio sull’endemico problema dell’immigrazione) fa sì che i suoi moniti non divengano retorica né puerile sfogo dagli intenti buonistici. Al contrario i versi – così ben espressivi e mai ridondanti – fungono da labile carezza verso quei volti di emarginati e disattenti, come un aiuto corale che vive della solidarietà e della bonomia dell’animo umano.

Esempio di virtù e di positività di cui abbiamo ben bisogno non solo per poter affrontare le troppo spesse fosche giornate dell’ordinario, ma per prenderci meno sul serio e vedere – con lo scandaglio del cuore, che mai mente – “che brutte cose fanno grandi e piccini” (25) e ricordare gli abomini che – in nessuna forma – dobbiamo mettere nelle condizioni di poter ritornare. Questo, perché, per richiamare alcuni versi di chiusura della bella poesia “15 aprile 1999” qui contenuta, si deve ascoltare il cuore, ben prima dell’intelletto, che spesso è soggiogato e non permette di attuare nel Bene: “[L]a ragione è smarrita/ la strada non si trova/ il cielo non manda più luce” (33).

Ad arricchire ulteriormente la silloge sono alcune liriche dedicate al ricordo di alcune località visitate che la poetessa descrive con tocchi di vivo espressionismo da permetterci di visualizzare con precisione i suadenti contesti geografici di cui scrive (La Maddalena, Santorini, Procida, solo per nominarne alcuni). Ad essi si associano anche alcuni importanti omaggi alla città che da anni l’accoglie, ovvero il capoluogo dorico, alla quale sono dedicate due liriche: “Piccola anconetana” (proposta anche in lingua greca) e “Cardeto” che, con perizia descrittiva, ci offre una bella miniatura del noto parco di Ancona dal quale si gode una vista mozzafiato. Non solo beltà paesaggistica (i colli e il mare) ma anche la capacità edilizia dell’uomo (il vecchio e il nuovo faro) e, ancora, la necessità del ricordo, lì tra le steli bianche con le incisioni difficili da sviscerare, che ricordano i tanti ebrei uccisi nell’età delle diaboliche persecuzioni e della vergognosa miopia dell’uomo.

Lorenzo Spurio

Jesi, 02-12-2017

 

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Le vicende di un’intera famiglia tra varie generazioni: “L’inatteso” di Cinzia Perrone (Recensione di L. Spurio)

Cinzia Perrone, L’inatteso, Del Bucchia, Massarosa (LU), 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio

 

23172642_363777467384562_2642203604729630886_nUna vicenda intricata dai toni per lo più amari quella raccontata da Cinzia Perrone, l’autrice partenopea da vari anni attiva a Jesi che ha recentemente pubblicato anche Mai via da te (Montedit, 2017), cronica romanzata di un momento personale di particolare tormento.

Qui, in L’inatteso (Del Bucchia, 2017), l’autrice ha predisposto una trama dal contorno storico. La cornice permette di iscrivere la storia all’interno di una data fase storica – anche ampia, come vedremo – che ha contraddistinto la vita sociale del nostro Paese. Non un romanzo storico propriamente detto, dunque, ma una serie di episodi collegati alla famiglia Selvaggi che danno vita, nel trascorso generazionale, a vicende successive, digressioni nonché incroci tra personaggi e curiosi ribaltamenti.

La narrazione, dalla cadenza spigliata e dalla preferenza semantica per un lessico piano e d’uso comune, prosegue in maniera piacevole tra i vari capitoli che compongono la densa narrazione. Densa per la gran quantità di personaggi che intervengono a costruire il romanzo, tra figli, nipoti e cugini, tutti in qualche modo legati tra loro – non solo per questioni meramente genetiche – ma per le tematiche di fondo che la Perrone sviscera.

Dal capostipite seguono almeno quattro generazioni che vanno a coprire un tempo superiore a un secolo, aprendosi la narrazione in un’età di fine ‘800 e concludendosi – intuiamo dai riferimenti – attorno agli anni ’70-’80 del Secolo scorso. In questa ampia fascia temporale nella quale l’Italia visse momenti critici come le due guerre mondiali, le problematiche relative alla Ricostruzione, il dominio del ventennio, la transizione democratica e tanto altro ancora alla Perrone non interessa ricostruire fedelmente, dando validi appoggi cronachistici, ciò che nel tessuto socio-economico-politico accadeva. Piuttosto – come già si è accennato – i rimandi a determinati periodi della storia (le due guerre, il regime, etc.) servono per meglio contestualizzare gli episodi di alcuni membri della famiglia e di darne, nel loro continuum, un tracciato completo di nascita, crescita, sviluppo e diffusione di un ceppo familiare.

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L’ambientazione – a differenza della cronologia – non è ben chiarita per espressa volontà dell’autrice ma non è difficile capire, da alcuni piccoli elementi sparsi qua e là, che ci troviamo in una qualche realtà di provincia del Meridione; quel regno del sud dei Borboni che di lì a breve tramonterà, aveva consentito un certo benessere sociale anche per mezzo di un propulsivo incentivo alle attività agricole. Si tratta comunque di un ambiente che la Perrone preferisce non connotare in maniera troppo netta né distintiva per permettere forse di poter leggere la storia come universale, come possibile di ogni ceppo familiare.

Difatti ciò che viene narrato appartiene alla consuetudinarietà della vita: tra figli non voluti, abbandoni, matrimoni che finiscono, allontanamenti, privazioni, precarietà e tanto altro ancora. Notevole il fatto che in tale ampio excursus episodico di vicende umane e familiari la Perrone abbia voluto riferirsi – nella narrazione delle nuove generazioni – a tematiche assai importanti e diffuse la cui trattazione è stata ed è nevralgica nella nostra società contemporanea. Mi riferisco alla questione delle ragazze-madri che consente di parlare e approfondire i temi del pregiudizio sociale, nonché delle difficoltà economiche e psicologiche di sostenere la crescita di un infante in mancanza dell’altra figura genitoriale. Meritano la giusta attenzione anche lo scottante episodio dell’abbandono del tetto coniugale (tema comunemente stigmatizzato come lascivia e immoralità della donna, in decadi a noi non troppo lontane) a seguito di episodi di violenza domestica. Non ultimo per importanza è anche il fatto di aver posto attenzione verso l’universo dell’omosessualità (altro tema che nella nostra società continua a essere stigmatizzato) e di aver, in qualche modo, proposto con la fusione abitativa dei due fratelli (ragazza-madre e omosessuale) un nuovo tipo di nucleo sociale – se non proprio di famiglia canonicamente detta – che può esser valido e aiutare la crescita dell’infante che, per lo meno, matura in un contesto d’amore e di pace tra gli adulti.

Lorenzo Spurio

Jesi, 02-12-2017

 

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La Scampia di Vincenzo Monfregola nel nuovo libro, “Le navi di cemento e amianto”, a cura di L. Spurio

Vincenzo Monfregola, Nelle navi di cemento e amianto, Marotta & Cafiero, Napoli, 2017.

Recensione di Lorenzo Spurio 

Il nuovo libro di Vincenzo Monfregola, noto poeta napoletano con varie sillogi alle spalle e numerosi riconoscimenti in concorsi nazionali, si presenta assai interessante e godibile. Questo per almeno un paio di motivi, il primo dei quali, già noto per chi conosce il profilo letterario del Nostro, è che Vincenzo non solo è un grande amante della poesia ma, nella sua profonda semplicità e umiltà che ne contraddistinguono il carattere, è un poeta propriamente detto. Vale a dire un’anima sensibile, concreta eppure capace di voli e sospensioni verso un mondo meno palpabile e – spesso – più difficilmente mappabile e circoscrivibile a chi non è dotato di quella misterica e autoctona auscultazione dell’interiore. Poeta i cui versi hanno spessore tramite i tracciati di un vissuto non particolarmente edenico eppure rimembrato con leggiadria nonché con un respiro malinconico.

L’altra ragione per la quale il nuovo volume, Nelle navi di cemento e amianto, può dirsi un esperimento letterario valido e consigliabile a terzi è che permette di denudare pregiudizi stantii, fatti di luoghi comuni e ignoranza generalizzata attorno alla questione sociale della realtà di Scampia. Realtà questa quasi sempre presentata come nefanda e sommersa, dominata dal malaffare e dalla corruzione, terra di nessuno e spazio dove non vigono le leggi della civiltà, dello Stato. Con questo non si intende alludere al fatto che Scampia non sia ciò, essendo questo quartiere decentrato del capoluogo partenopeo uno dei principali centri di smistamento e vendita di droga, dello spaccio e di affari loschi, terra abitata da personaggi pericolosi e senza scrupoli che si sono auto-eretti a capi di zona, a boss incontrollati, liberi di spadroneggiare sotto la luce del sole perché, appunto, terra di risulta dalla civiltà.

Quello di Scampia è uno spazio liminare nefando e inquinato, avulso alla civiltà, alla giustizia, al buon governo, alla sicurezza e della salute sociale. Tutto questo è notorio a tutti ed è la Stampa, e più in generale i mezzi di comunicazione, – come pure l’autore osserva nel volume – ad aver permesso di coniare questo brand negativo e spregiudicato di Scampia. Non solo di averlo generato ma di continuare a incrementarne la pericolosità, accentuandone le negatività, le peculiarità che lo contraddistinguono come recesso dell’umanità, terra infeconda e depravata, negletta alle persone buone, giuste, oneste, una sorta di valle delle lacrime, una zona paludosa e invivibile di cui tutti si sono dimenticati. Persino Dio, sembrerebbe. Monfregola – che in una delle note “Vele” ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza – non dice che quel mondo che così conosciamo non esista, ma ci aiuta a capire che non è solo ciò che ci viene mostrato, semplicisticamente o per comodo.

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Le Vele di Scampia (Napoli)

Le poesie si trovano disposte nel volume inframmezzate da brani narrativi scritti come in forma diaristica nei quali l’autore, rievocando episodi di tanti anni fa, ci informa sulla sua infanzia e adolescenza, del suo rapporto con i genitori e del loro impegno e capacità nel “colorare il mondo di fuori” quando esso era monocromatico, grigio, spersonalizzante e di cemento. Brani che ci narrano non tanto delle difficoltà oggettive di vivere quegli spazi ma di cosa, a livello psicologico, il contesto, le variabili ambientali e sociali hanno significato nello sviluppo del ragazzo alla maturità. L’autore, infatti, è orgogliosamente definibile come esempio buono e lucente di quella Scampia che, però, è meglio nota per camorra e droga.

Un libro che, con semplicità di narrazione ed efficace volontà di denuncia, narra una parte della realtà, per nulla nota e tralasciata, quella del Bene che, in un mondo popolato in via prevalente dal Male, è però a suo modo presente. Segno di un seme buono che nel campo arido, bruciato e contaminato, seppur con lentezza o stento, riesce a radicare e a divenire solida pianta. Pianta che nasce e segue i suoi cicli in un ambiente ostile e inabitabile dove facciamo difficoltà anche a intravedere il sole e che il Nostro, in maniera assai espressionistica e concreta, delinea nella figura brumosa della “bizzarria della speranza” (20).

La definizione identitaria e abitativa con Scampia – come narra il Nostro – era anche foriera di spregevoli disuguaglianze in sede scolastica dove i bambini delle altre zone di Napoli erano meglio considerati rispetto agli abitanti del precario quartiere che erano “macchiati dal peccato originale della mancata appartenenza alla Napoli bene” (18). Inferiorità ed emarginazione che i ragazzi subiscono – in maniera anco più grave e lamentevole – al di fuori dello spazio dal quale provengono dove – in nessun modo – hanno diritto a partecipare alla vita attiva e collettiva, se non allineandosi alle schiere del malaffare.

17474573_10212819350469428_135616267_nVincenzo Monfregola, da poeta e narratore, in tale pubblicazione si mostra anche quale analista di una società in sfacelo, come un reporter che denuncia le difficoltà, gli stati di miseria: la sua voce – pur rivestita da quel suo tono pacato e gentile che sembra percepirsi nella lettura, per chi lo conosce – contiene messaggi assai taglienti atti a denunciare l’inclemenza e l’offesa di vedersi cittadino di una terra che non esiste se non pensata come proprietà dei potenti. Così, con il monito di ribellione che nasce internamente e che prende man mano forma con la formazione scolastica “guard[a] [verso] un mondo che finge di evolversi” (24) eppure, nell’insalubrità dello spazio affossato dai drammi atavici ai quali nessuno sembra particolarmente interessato a porre sano rimedio, intravede luce e speranza proprio nella potenzialità della parola che comunica, fa riflettere, interpella, indaga e confida: “Nessun attimo/ viene vissuto/ più d’una volta sola,/ eppure la gente/ non si accorge/ che la poesia rinasce sempre” (25).

Ecco allora che l’infanzia viene ricollegata a immagini che imprimono di per sé un senso d’alienazione e trasmettono inanità, indifferenza, lontananza dal senso comune di un bene collettivo. Lemmi che ricorrono sono il ‘silenzio’, il ‘cemento’, il ‘teatro’, la ‘maschera’ (non a caso un suo precedente libro portava proprio il titolo di Maschera a sottolineare quanto il tema dello specchio, del doppio, dell’identità e dalla sua difficoltà di definizione sia centrale nei suoi ragionamenti) e ‘bambino’. Su quest’ultimo in particolare vorrei soffermarmi nel dire quanto il tema dell’infanzia sia rilevante non solo in questo libro, ma in maniera più generale e ampia nell’esperienza umana dell’autore.

Il libro – come già osservato – riporta l’autore a ripensare i momenti di quando era giovanissimo e questo fatto – nelle condizioni di cui si è detto – lo ha portato nel tempo a maturare l’esigenza di impegnarsi materialmente in loco per favorire momenti di incontro, socializzazione, condivisione con bambini per eludere la minaccia che finissero in strada e da essa venissero fagocitati. Per tali ragioni nel 2014 è entrato a far parte della Associazione CentroInsieme Onlus – Progetto Vela: Rendere Consapevoli dove ha subito assunto la presidenza. Un ente associativo che – come scrive – “cerca di evitare […] il fenomeno della dispersione scolastica per i minori che hanno dai sei ai dodici anni di età e che, quindi, frequentano la scuola dell’obbligo” (67) e che in questi anni molto si è impegnato e continua a farlo strenuamente con iniziative volte a consapevolizzare in merito alle “possibilità tangibili che esistono per condurre una vita al pari con gli altri” (69).

A mio vedere due sono le poesie attorno nelle quali l’autore concentra in maniera sapiente le problematiche, i dilemmi, i pensieri e gli istinti di ribellione interiore nonché di denuncia che lo ha portato all’evidenza della necessità di fare; esse sono rispettivamente “Quando il tempo non conosce differenze” e “Nelle navi di cemento e amianto”, che dà il titolo all’intero libro. Inutile dire che entrambe le composizioni sono risultate premiate in vari concorsi, rispettivamente la prima alla XXVI edizione del Concorso Letterario di Poesia “Città di Porto Recanati” e l’altra risultata meritevole di inserimento nella antologia Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano (Agemina, 2015 – curata dal sottoscritto). 

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Vincenzo Monfregola, autore del libro

La poesia “Quando il tempo non conosce differenze” esprime, pur nel verso che raramente si calcifica in asprezza, un accorato canto d’indignazione nei confronti dell’insensibilità comune verso chi vive nel disagio dovuto a un handicap sensoriale. Il poeta immagina e intuisce come si può vivere in assenza dei segni distintivi con i quali ci si approccia al mondo e si fa promotore di un universo equo, di sana compartecipazione e solidarietà. Un invito a riscoprire giorno dopo giorno dentro noi stessi la più grande ricchezza che possediamo: la vita. In una società che ha perso la sua identità e nella quale è il clamore per l’effimero a dominare, Vincenzo Monfregola oppone con saggezza e profondo incanto lirico l’esigenza di approfondire il rapporto con sé stessi, unico ingrediente che possa fornire la possibilità di comprendere e aiutare gli altri e di sradicare l’ipocrisia e la freddezza dei “signori dei piani alti” che vivono la vita come egoistico tran-tran senza ascoltare le leggi del cuore.[1]

L’altra poesia, “Nelle navi di cemento e amianto”, l’autore è in grado di trasmettere in maniera molto pregnante la desolazione e la freddezza del suo quartiere e dello spazio abitativo delle Vele di Scampia connotato da materiali inerti che appartengono al mondo sterile dell’edilizia: “le mura di quei mostri di cemento”, “la nave d’amianto”, la “disperazione delle macerie” e il “quartiere abbandonato dalla dignità”. Non c’è spazio in quella terra martoriata per la luce, i raggi del sole, le grida gioiose per la strada, un parco pubblico, una vegetazione spontanea e ridente a contrastare le distese di cemento dell’uomo e i marciapiedi spaccati. Eppure nell’inclemenza degli ambienti e nella desolazione emotiva che da essa può derivare il poeta, quale annunciatore del Buono, senza se e senza ma, è convinto che la ripartenza sia sempre possibile ed è doveroso non abbandonare questo pensiero: “nonostante tutto/ di sorrisi ne nasceranno ancora” perché, come poco dopo chiosa, “Si rinasce là, dove anche i fiori neri sembrano belli./ Là, dove troppi non sanno di esistere” (46). Cito allora anche il poeta marchigiano Elvio Angeletti che nella sua poesia “Erano fiori”[2] racconta con intensi acmi lirici di una conversazione tra Viola e Margherita, due bambine malate nella Terra dei fuochi, costrette a vivere in mezzo all’inquinamento da diossine celle discariche a cielo aperto: “Viola un giorno disse:/ “ce la faremo”/ Margherita pianse di gioia./ […]/ e di lì a poco/ arrivò anche la morte”. Ma, come in Monfregola, la morte e il dolore che da essa si sprigiona, il senso di malessere, la paura e, di riflesso, l’assoggettamento e la convinzione di una perdita, s’intravvede la speranza – pur tenue e logora – di un domani che c’invita e ci sprona, ancora, più consapevoli e maturi, a esserci: “Crebbero rose/ dal colore indeciso/ […] Erano fiori/nati nel prato/al primo sole di primavera”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 23-11-2017

 

[1] Si tratta del commento di motivazione da redatto per la poesia in oggetto al conferimento del 1° premio assoluto al XXVI Concorso Letterario “Città di Porto Recanati” (2016), nel mio ruolo di Presidente di Giuria.

[2] Elvio Angeletti, Refoli di parole, Intermedia, Orvieto, 2017.

 

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