Nazario Pardini su “Anima di Poesia” di Emanuele Marcuccio

ANIMA DI POESIA

di Emanuele Marcuccio

TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, pp. 80

ISBN: 978-88-98643-08-0

Poesia

 

 Poesia come ricerca di cospirazioni iperboliche

Poesia nitida, chiara, coinvolgente per il  tentativo di scalare la montagna della vita e carpirne da là gli orizzonti più lontani. Ho avuto il piacere di seguire l’evoluzione della poetica di Marcuccio, e, sinceramente, in questa silloge, Anima di Poesia,continuano e si sviluppano le tematiche introspettive e analitico-formali del Nostro: l’attenzione per il figurato, per l’essenzialità della forma, per un crescendo di stilemi che diano corpo ad un sentire generoso e gorgogliante. Un andare malizioso e al contempo spontaneo in cui versi estremamente brevi, trisillabi, si alternano a stesure più ampie (novenari, decasillabi, endecasillabi), per concretizzare le modulazioni dei patemi vicissitudinali:

 

la punta di un albero in piazza

espande

propaggini

profumi

 

nella notte

 

la punta di un iceberg nel glaciale

propaga

bufere

 

all’aurora (Punte).

 

Una struttura metrica originale e rampante per forzatura significante e sintattica:  il verso incipitario è formato da una successione di trisillabi, ed è seguito da tre versi  trisillabi a formare la prima strofa. Ne segue una seconda di un solo quaternario, e un’altra ancora di un endecasillabo e due trisillabi. Lo spartito prosodico si chiude con un verso quinario. Una versificazione che intreccia immagini e note musicali di eufonica sonorità da richiedere nel suo ascolto l’accompagnamento di uno strumento musicale. I versi sono sapientemente distribuiti in vista di un effetto euritmico suasivo, generato da una successione di misure alternate: il primo novenario e il sesto endecasillabo dànno il via ad una cadenza che si fa vera sinfonia con la somma degli ultimi tre versi (propaga bufere all’aurora).

 Cover_front_Anima di PoesiaMa qui la ricerca del termine è più puntigliosa, più meditata e lavorata, nei confronti delle opere antecedenti. Emanuele sa e ne è cosciente che la parola non arriverà mai a ritrattare a pieno l’immensità dello spirito umano; per questo le assegna un compito determinante, incisivo, evolutivo, diacronico: prolungarne il senso oltre la sintassi, oltre il valore canonico e storico-linguistico, con invenzioni morfologiche e neologiche di grande maturazione personale. Un climax che denota una volontà di azzardare oltre,  con l’uso di geminatio, enjambements, iterazioni, anastrofi, sinestesie, metonimie, anacoluti, percorsi anaforici, accentuazioni verbali in contesti di estrema densità emotivo-paradigmatica; una concretezza lirica e una asciuttezza verbale di polisemica vis creativa. D’altronde la poesia è un continuo sforzo di cospirazioni iperboliche per avvicinare il più possibile il linguismo alle grandi fughe dell’essere, e dell’esistere; per renderlo fedele esecutore degli intenti emotivi. Troppo lungo sarebbe, e forse anche freddo e retorico, soffermarci sulle tante figure stilistiche che il Nostro usa per dare vivacità esecutiva al suo poetare. Ma quello che possiamo dire è che tutti gli stilemi e tutte le performances tecnico-foniche vanno a vantaggio di una resa d’ensemble considerevole. Un labor limae che si fa sottile intreccio di nèssi nella produzione del canto. Parlare di “Forma” desanctisiana non è di certo eccessivo, se intendiamo per tale quell’equilibrio fra dire e sentire che è prerogativa indispensabile per ogni forma di arte. Sì, il sintagma, la parola, il verbo vòlti a combaciare gli input esistenziali; ed è qui la novità nella novità della poetica di Emanuele. In questa evoluzione sistematica di intensificazioni verbali, di assemblaggi lessicali, di accentuazioni sintagmatiche che dànno forma al logos di una versificazione in cui l’ieri, l’oggi e il domani si embricano indissolubilmente per ovviare alle ristrettezze del tempo. Un canto di meditazione, di inquietudine, di sottile riflessione, di melanconia, di memoria, ma soprattutto di interrogativi sulla vita ed i suoi accadimenti. Non vogliamo parlare certamente di frattura fra i primi testi del Nostro e Anima di Poesia, ma quello che era in germe ora si fa dettato personalissimo, e di maggiore risonanza visiva ed artistica. Una pluralità di suoni e di immagini che fa da prodromico accostamento ad un melologo di antico sapore prepericleo, rinvigorito, però, di nuovo umanesimo. Già ebbi a dire a  proposito del testo Per una strada: “… La sua filosofia di vita: essere ed esistere per amare, non solo eroticamente, ma per amare, dal profondo del cuore, l’arte, la letteratura, la pittura, la natura!, la natura sì!, in tutte le sue paniche sfaccettature. E sarà la natura stessa ad accompagnare il poeta in questo suo plurale e contaminante percorso. È lei che si assume il compito di rivelare in gran parte i segreti più intimi dell’autore. Perché il Nostro affronta gli aspetti più disparati della realtà: quelli  emotivo-esistenziali, quelli artistici, quelli civili. E con energia linguistica, con innovazione verbale, con l’uso anche di un lessico arcaico in particolari nèssi letterari, esonda tutto se stesso…”. Una profondità di abbrivi interiori che eleva il messaggio di questa silloge dal reale al sublime; un’ascesa di perspicua e polisemica fattura, che parla dell’uomo in quanto tale, con tutte le sue sottrazioni, illusioni e delusioni che trovano rifugio in un amore vasto e incondizionato per questa antica arte. Un’arte che già nei versi della grande Saffo esprimeva il malum vitae. E tanti e plurali i motivi ispirativi:

il panismo, appunto, dove la notte, il mattutino, il cicaleccio, il mare, l’autunno, la luna, i girasoli, gli alberi, le aurore sono tanti simboli di un’anima tutta volta a concretizzare il suo sentire:

 

Torna l’estate

col suo incessante cicaleccio,

torna l’estate

per gli arbusti accesi

e per le vie,

per le montagne

e per le valli amiche… (Torna l’estate)

 

 

il memoriale:

 

Com’eri piccolo e indifeso

in quel letto d’ospedale,

caro papà mio… (Caro papà),

 

le impressioni sensoriali di una realtà sublimata che si sfumano nell’oblio:

 

   … l’aria serena della notte

dolce e cristallina

si rabbuia nella notte;

dolce al mattutino

si dilegua nell’oblio (Gli odori della notte),

 

dove la serenità, la notte (ripetuta), e il nulla hanno molto a che vedere con la Bellezza e la precarietà della vicenda umana,

 

l’impegno civile

 

Tutto hanno perduto,

(…)

I sopravvissuti che sopraggiungono

si perdono in quel mare di cemento,

si confondono nella rovina di quelle case,

e chiedono aiuto, a tutti chiedono aiuto! (Per i terremotati d’Abruzzo),

 

l’abbraccio del canto nella poesia eponima:

 

Anima di poesia, non svegliarmi,

lasciami ancora sognare… (Anima di poesia),

 

 

e, soprattutto, la coscienza della brevità della vita. L’azzardo a superarne i limiti, lo slancio oltre le soglie che delimitano il nostro essere:

 

… c’è una soglia che io voglio varcare

in questa pioggia del mio vegetare,

in questo mare del mio non vivere (Eternità).

 

Una poesia totale, in cui l’Autore abbraccia l’universo umano, delineandone con stupore e meraviglia le bellezze, mutandole in sorprese, ma che ne esprime, anche, quell’inquietudine terrena, quella  voglia di elevazione, che è e sarà sempre il nutrimento della grande poesia.

Ed è proprio in lei, in questa eterna avventura che il poeta si rifugia. E’ lì che trova il terriccio fertile per fiorire e ri-fiorire. Perché è proprio la Poesia a dargli il respiro della vita, la luce della notte, un sole che lo illumini:

 

Siamo come girasoli

ed è la poesia il nostro sole,

che ci fa poeti,

che dà vita ai nostri

caotici pensieri… (Girasoli).

 

Nazario Pardini

 

Arena Metato (PI), 10 settembre 2014

 

 

 

Ilaria Celestini sulla scrittura di Susanna Polimanti

Susanna Polimanti narratrice dell’anima

 A CURA DI ILARIA CELESTINI 

 

 

Susanna Polimanti, nata a Foligno e residente a Cupra Marittima, nelle Marche, oltre a essere un’esperta traduttrice e una fine esegeta di testi letterari, membro di giuria in svariati e prestigiosi concorsi, è una narratrice sui generis, che privilegia l’essere all’apparire, con un uso moderato del linguaggio, fatto di frasi brevi, senza ricerca di effetti speciali con cui stupire il lettore, senza inutili orpelli, molto riservata e al tempo stesso incisiva.

Lo si evince dalla lettura dei suoi due testi più recenti, Lettere mai lette (2010) e Penne d’aquila (2011) (entrambi editi da Kimerik, Patti – Me)

Testi molto diversi tra loro eppure complementari sul piano ideale.

Nel primo, una raccolta epistolare le cui missive non sono mai giunte ai destinatari, non vi è una trama, così come non ci sono personaggi fissi o intrecci.

C’è la voce narrante dell’autrice, che racconta in modo garbato vicissitudini, vita quotidiana, aspettative deluse, doni offerti generosamente senza chiedere contraccambio, tenerezza e amore, anche per le creature più semplici, come un cane, presenza umile ma preziosa che arricchisce l’anima.

downloadE tanto basta per coinvolgere il lettore, senza nessuna affettazione, senza pose intellettualistiche, solo con la forza espositiva di una mente lucida sorretta da un cuore che sa commuoversi, e di conseguenza è in grado di suscitare emozioni profonde.

Il secondo testo potrebbe essere ascrivibile al genere del romanzo di formazione, e sarebbe facile citare l’Emilio di Rousseau o altri analoghi, ma quello che preme alla narratrice sembra il desiderio di farsi voce dell’anima, un’anima che compie la propria maturazione a poco a poco, attraverso dolori e disillusioni cocenti, ma sempre affrontate con dignità, eleganza e pudore.

Susanna è affabulatrice elegante e discreta; conduce per mano il lettore nei segreti teneri e commuoventi di una ragazza di buona famiglia, amata e protetta, ma al tempo stesso autonoma, emancipata, capace d’iniziativa.

Ci s’innamora di Virginia, come personaggio, perché è facile riconoscersi nei suoi pudori, nella sua innocenza, nei suoi slanci e soprattutto nella sua generosità.

E’ un’anima giovane, si è detto, eppure sa amare. Profondamente.

Il suo è un sogno d’amore casto e ardente insieme, che persiste e si evolve nel tempo, e possiede una personalità ricca di sfumature, dietro un’apparenza semplice, da ragazza della porta accanto.

Estremamente attuali sono anche le delusioni, sentimentali ma anche professionali, della protagonista, che sono quelle tipiche di chi ha una cultura umanistica e deve fare i conti con le esigenze del mercato.

Sorprendente è però il messaggio di fondo, che giunge in una modalità inconsueta e insperata: tutti i singoli passi del percorso esistenziale servono, anche quelli che in apparenza sono più ostici, si rivelano e si spiegano in una visione superiore che li ricompone e li colma di significato.

Un messaggio di speranza, utile ai giovani di oggi e alle persone in cerca di risposte sui fini ultimi della vita, a tutte le età.

 

 

                            Ilaria Celestini

 

Brescia, 8 settembre 2014

“Fornarino” di Diego Vian, recensione di Lorenzo Spurio

Fornarino
di Diego Vian
Albatros, Roma, 2011
ISBN: 9788856739589
Pag. 323
Costo: 17,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

copUn libro interessante e leggermente fuori dai canoni formali della letteratura che si produce oggigiorno, questo di Diego Vian che, sotto il titolo simpatico quanto enigmatico di Fornarino, condensa un’intera storia generazionale.

Lo sfondo delle vicende ha chiaramente un riferimento storico-antropologico alla vita nella campagna veneta tra la fine degli anni ’40 ed i primi anni ’50. A Croce del Campo, un paesino del trevigiano, prendono piede le vicende iniziali di questo excursus dell’esistenza del protagonista dell’intero romanzo: il giovane Vanni. Assistiamo al difficile scenario della cronaca di guerra di quegli anni terribili con il conseguente razionamento dei beni alimentari e una vita di austerità e incertezza che poi lascerà il posto all’età della ricostruzione, momento delicatissimo della storia del nostro Paese. All’interno di questa cornice che Vian descrive con attenzione e meticolosità nei dettagli abitudinari della gente popolana in quel periodo, del mondo fatto dalle piccole cose vissuto alimentando una sempre più fervida speranza di un mondo di pace, le vicende della storia biografica di Vanni vengono ad intessere quella che ben presto si svelerà come il tema predominante attorno al quale tutto (eventi, personaggi e momenti di riflessione) finisce per allacciarsi.

In questo esperimento Vian dimostra una particolare enfasi emotiva nel dipingere la realtà popolare di un mondo di provincia, arretrato ma felice del suo poco avere, dove sono spesso i pregiudizi, le dicerie e la considerazione degli altri a rappresentare degli spauracchi con i quali misurarsi giorno dopo giorno. Ci capacitiamo della difficoltà delle condizioni alimentari e anche di quanto complicato potesse essere in una “famiglia di sole donne” vivere aspettando il ritorno di un fratello, di un figlio o del marito; dal punto di vista medico si tratteggia brevemente anche l’alta incidenza in questo periodo della mortalità infantile e delle donne partorienti. Come in ogni storia di paese ci troviamo in uno mondo retrogrado ma genuino nel quale sembra instaurarsi una sorta di contrasto tra natura e cultura che possiamo vedere ad esempio nell’uso del dialetto e della lingua standard, nella grande massa di analfabeti e dall’altra nella presenza limitatissima di persone acculturate (il dottore e il parroco) la cui cultura viene resa a disposizione della comunità tutta.

Della famiglia di Vanni si tratteggiano gioie e dolori, il più grande dei quali è la morte della sorella Gisella pochi giorni dopo della nascita, episodio che il Nostro personaggio sentirà in un certo senso quasi come colpa privata, benché non ne esistano le ragioni.

L’allontanamento di Vanni dall’universo prettamente domestico-familiare si realizza solamente nel momento in cui abbandona la scuola e comincia a lavorare nella bottega di Beppone, il prepotente e cinico fornaio della città. Lì Vanni imparerà a sfruttare una dote segreta con la quale era nato, un’eccezionalità del personaggio che non mi sento di svelare in questo contesto ma che è di certo il motore dal quale l’intera narrazione prende le pieghe. Da inesperto, Vanni passa a conoscere con piacere, entusiasmo e praticità i misteri che regolano la produzione di un buon pane, ottenendo anche una segnalazione di merito a una sorta di kermesse per i fornai che vengono da tutta Italia. L’occasione di un nuovo lavoro, questa volta non più in Provincia e non più vessato e sfruttato da Beppone, consente l’ulteriore evoluzione e miglioramento del personaggio che, una volta a Venezia grazie a quella che ben presto si convertirà nella sua sincera benefattrice, gli è finalmente riconosciuto il valore della sua persona le capacità professionali.

Ed è in questa maniera felice, ma per nulla banale (chi leggerà il romanzo se ne renderà ben conto) che mi piace chiudere questa mia riflessione sulla storia di un povero ragazzo, sfortunato e bistrattato, che grazie alla fede in sé stesso e mediante dei buoni consiglieri è capace di scegliere la sua vita e prendere atto del suo cammino percorso. Una sorta di moderno Lazarillo de Tormes che giunge a compimento di un itinerario difficile e dominato dal dramma della morte della sorella. In tutto ciò Vian ha reputato necessario inserire una folta componente misterica che rende alcune parti del romanzo leggermente più noir, psicologiche, riflesso di un mondo a tinte fosche dove domina il maleficio, la maledizione con accenni qua e là più espliciti a un personaggio femminile reietto dalla comunità e da tutti considerato come pericolosissima strega, capace, però, nell’ostica realizzazione delle vicende di Vanni, di anticipare piccole verità e, soprattutto, di far riflettere il giovane.

Ne consiglio la lettura soprattutto a quelle persone che credono in scritture-cocktail come questa, come mi piace definire questo esperimento di scrittura in cui forme  strutturali diverse della narrativa (il romanzo con una cornice storica, il romanzo di formazione, il romanzo di suggestione-misterico) vengono coniugate con abilità in un unicum con la finalità di permettere, da più punti di vista e secondo varie prospettive interpretative, la comprensione della vera natura psicologica di Vanni.

 

Lorenzo Spurio

 

 Jesi, 03-09-2014

Giorgia Catalano su “Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio

“PENSIERI MINIMI E MASSIME”
di Emanuele Marcuccio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (NA), 2012, pp. 47
ISBN: 978-88-6682-240-0
Saggistica/Aforismi
 
Recensione a cura di Giorgia Catalano
 
 
 
“La felicità dura il tempo di un istante e, attimi di felicità si perdono nella nebbia del tempo.”
 
 
cover (1)Questo, uno degli ottantotto aforismi che compongono l’opera di Emanuele Marcuccio: poeta, aforista e critico letterario palermitano, di grande levatura e competenza.
Un fermo-immagine sulla caducità del tempo, sull’effimero esatto istante in cui la felicità ci abbraccia, per abbandonarci subito dopo.
Come le onde di un mare vivace, i pensieri di Marcuccio approdano sulle spiagge delle nostre menti, inducendoci con dolcezza a meravigliarci delle sue riflessioni.
La Poesia, intima amica e compagna di avventure, ha, in questa opera, un ruolo rilevante.
L’Autore cerca di spiegare al lettore, attraverso le sensazioni di un poeta di razza quale lui è, che cosa succede nel cuore e nella mente di chi coglie a piene mani l’essenza della vita in ogni sua sfumatura, diventando ispirazione profonda e, quindi, Poesia.
E il poeta altro non è che un servo della bellezza e dei sentimenti che lo sfiorano talvolta come la carezza di una piuma, altre volte come l’incedere impetuoso di una valanga e lo accompagnano, per mezzo dell’ispirazione, a rendere indelebili le proprie emozioni.
E che cosa è l’ispirazione? Come lui stesso ci suggerisce: “[…] è caos, siamo noi che cerchiamo di dargli un ordine con la scrittura.”
Non siamo di fronte ad un trattato filosofico, ma ad una raccolta di riflessioni e pensieri che conducono il lettore in una dimensione fatta di sfumature tenui e nel contempo incisive, che lasciano un segno profondo.
Meticoloso ed appassionato, Emanuele Marcuccio, in chiusura del suo testo, narra l’origine della Poesia, fornendoci elementi che fanno anche storia, oltre che cultura.
Una mescolanza ben riuscita di profumi d’emozioni che allietano lo spirito del lettore, permettendogli di guardare la realtà con altri occhi: quelli di un Poeta.
 
Giorgia Catalano
(Poetessa, scrittrice)
 
Torino, 26 agosto 2014

La poetessa Elisabetta Bagli su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione di Lorenzo Spurio
TraccePerLaMeta Edizioni, 2014
Recensione a cura di Elisabetta Bagli

 

“La cucina arancione”, la nuova raccolta di racconti di Lorenzo Spurio, è un libro da leggere piano e da rileggere in modo ancor più accurato per soffermarsi su quei particolari sfuggiti a una prima lettura, che altro non sono che indizi indispensabili alla creazione di riflessioni profonde sulla psiche umana e le sue ragioni che spesso non ha. Proprio da qui l’abilità dell’autore di addentrarci, con il suo stile diretto e di forte impatto, nella nostra mente alla scoperta di quel che siamo o pensiamo di essere. “La cucina arancione” è il luogo dell’infinito, uno spazio aperto e vivo, dotato di una forte complessità, un luogo nel quale l’indagine non si limita solo a quel che è visibile, ma scava nel profondo dell’anima umana, esaltandone la necessità di riflessione ed esternazione.

cover_frontLorenzo Spurio, con la sua scrittura fluida e coinvolgente, riesce a costruire situazioni e personaggi dalle caratteristiche ben diverse. Tutti sono accomunati da un unico filo conduttore: il desiderio dell’uomo di sperimentare, di vivere passioni e fantasie in modo irrazionale e folle, così da poter individuare i limiti da superare e quel che si prova spingendosi oltre essi.

L’arancione, il colore forte e acceso che nel libro domina l’uomo, rappresenta la sua paura verso l’ignoto e la consapevolezza che, solo oltrepassando il mistero, potrà capire se quel che cerca nell’azione è davvero l’unica cosa che possa dare un senso alla sua vita.

L’uomo, anche nella sua apparente inerzia, muove il pensiero e lo spinge a riflettere, a “rotolare” come una palla nella sua mente, per sentirsi mobile, per agire e combattere i suoi conflitti interiori come avviene quando sentirà di essere diventato un nano e non potrà più fare quel che fanno tutte le persone “normali”, schiavo della sua condizione mentale (“La mezza vita”).

Ma dove risiede la normalità? Forse nei sogni abitati da “La vecchia col cappotto ocra”, talmente reali da condizionare l’intera vita del protagonista? O, forse è nella realtà di Giovanna, la “Regina Rossa” che si sentiva morta e rifiutava la sua presenza nel mondo? O risiede nello scetticismo della vita e delle sue girandole di chi vive, muore, ama e di chi, invece, si lascia vivere senza decidere (“Scettico”)?

In questi racconti c’è paura e desiderio di superarla e c’è la Morte e il desiderio millenario dell’uomo di maltrattarla, di violentarla fino a volerne la sua stessa “morte”, come a esorcizzare l’impotenza dell’essere umano che nulla può nei suoi confronti. E, proprio come accade  nel racconto “La cucina arancione” che dà il titolo alla raccolta, la colpa di tutto è da ricercarsi nell’irrazionalità dell’arancione.

L’uomo è figlio del mistero e per tale motivo ne è da sempre attratto. Cosa c’è nell’al di là? Come possiamo continuare a mantenere l’incandescenza e l’energia della nostra vita oltre la morte?

L’essere umano è contraddittorio per natura, si affanna a vivere e diventa folle nell’impresa di superare le sue ossessioni, diventa perverso nelle sue azioni; non si rassegna a salire quotidianamente sulla stessa giostra, a percorrere la strada che gli viene indicata dagli altri o sulla quale si trova senza averlo veramente desiderato. Per natura, l’uomo è nato libero, scevro da catene, anche mentali, per questo non riesce ad accettare i conformismi sociali che lo allontanano dalla sua vera essenza. L’essere umano ha il desiderio di continuare a perseverare la sua esistenza oltre la morte e Lorenzo Spurio, grazie alle intuizioni e ai tormenti che animano i suoi personaggi e le sue storie, riesce a donarci spaccati di vissuto interiore che aprono gli occhi della mente.

“La cucina arancione” è una raccolta nella quale la dimensione visiva è dominante e la capacità dello scrittore di renderla è tale da penetrare negli occhi del lettore in modo invitante e seducente tanto che lo stesso non potrà fare a meno di credere che gli eventi che si sviluppano all’interno della raccolta siano accaduti nella realtà. E ciò avviene anche quando si affronta ironicamente e con molta commozione il tema dell’ibernazione (criogenizzazione) in “Tra quattrocento anni”: le affinità con l’arte visiva, specialmente su pellicola, sono estremamente evidenti.

L’attenzione al sociale di questa raccolta è ben visibile e l’universalità dei temi trattati in essa può dirsi tangibile, considerando che le problematiche della psiche analizzate nei racconti sono vissute da molte persone quotidianamente. Molto spesso, però, accade che le persone portatrici di tali sintomi non solo non sono in grado di attribuire a esse un nome, ma non sono neanche in grado di riconoscere i propri disagi.   

Attraverso la scrittura di Lorenzo Spurio, il lettore viaggerà nei sogni e negli incubi dell’uomo con la giusta dose di furore e osservazione, di incertezze e percezioni, di fuoco e poesia, inscindibilmente incarnati nel mistero della vita.

E’ davvero una voce originale quella di Lorenzo Spurio, di uno scrittore raffinato e colto che emerge per fantasia e imprevedibilità e che ha fatto della libertà di mente il suo modus vivendi.

 

ELISABETTA BAGLI

03-08-2014

La speranza e l’amore in “Soltanto una vita” di Ninnj Di Stefano Busà – Recensione di L. Spurio

Soltanto una vita
di Ninnj Di Stefano Busà
Kairos Edizioni, Napoli, 2014
ISBN: 9788898029808
Pagine: 228
Costo: 14 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Un messaggio di rigogliosa apertura mentale e di speranza è quello che fuoriesce dalla nuova fatica letteraria di Ninnj Di Stefano Busà, celebre poetessa che vanta di un curriculum letterario di tutto rispetto. La poetessa ha deciso di dedicarsi stavolta alla narrativa e lo ha fatto con grande padronanza stilistica e concettuale tanto che Soltanto una vita, questo il titolo del romanzo edito quest’anno da Kairos, può a ragione essere collocato in quel filone del romanzo tradizionalista che ha dominato per decenni la letteratura nostrana del Dopoguerra. Inutile dirlo, si avverte di continuo il tono lirico e appassionato, il coinvolgimento della scrittrice che narra, più che la consequenzialità dei nuclei dell’azione, l’approfondimento dei caratteri e la resa dei relativi universi sensoriali e sentimentali. Un romanzo che copre un periodo di tempo abbastanza esteso e, proprio in ragione di questo, viene ad analizzare non tanto un personaggio calato nella sua dimensione sociale, lavorativa e affettiva, ma un’intera famiglia: come essa nasce dall’incontro accidentale immerso in uno scenario apocalittico di Julie e George, alla nascita della loro figlia che, poi, crescendo, darà origine a una sua famiglia.

Come si diceva, è il sentimento a dominare, l’esigenza di riscoprire la genuinità delle piccole cose, il ricorso necessario al colloquio, al confronto (ci sono molte parti dialogiche nel romanzo), l’intoccabile rispetto dell’altro, la fede in se stessi, la forza di volontà e il desiderio di accogliere l’esistenza come il bene più prezioso che va gioito, incarnato con ardore senza lasciarsi ammorbare dal buio che, pure, esiste.

La struttura del romanzo mi fa pensare a quei famosi “ribaltamenti di fortuna” dell’epica germanica (e poi anche delle fiabe grimmiane) dove a un periodo di tranquillità e felicità (l’incontro di Julie e George e il loro matrimonio) segue un evento infausto che obbliga le persone a rivedere la loro vita, a confessarsi con il Creato e il Creatore e a solidarizzare con la malattia (il tumore di Julie) o a soprassedere a una mancanza (la morte del primo bambino di Julie). E’ la forza di coraggio, l’amore, quel nutrimento fondamentale e necessario che va coltivato e non lasciato stemperare nel tempo né lasciato ammorbare dalla tragedia a permettere di volta in volta quella risalita (a volte lenta e difficoltosa) che consenta un nuovo rinascimento. L’amore ne fuoriesce ancora più forte e la famiglia ancor più rinsaldata.

Non mancano in questo itinerario generazionale che la scrittrice ci fa fare, momenti di vera e propria devianza psichica e sociale che la scrittrice tratta con puntigliosa attenzione: dallo schizofrenico e pericoloso ragazzo di Julie all’apertura del romanzo, alla gelosa e caparbia prima moglie di George, personaggi che, pur localizzandosi in un prima temporale della coppia Julie-George lasciano di certo nei singoli personaggi una certa insoddisfazione e incredulità, addirittura una dilemma scoraggiante come è per George che dovrà, dopo anni e anni in cui la meschinità della ex compagna non ha conosciuto mai un addolcimento, riconquistare la fiducia del figlio allontanatogli mediante stratagemmi infami e che di certo hanno causato dolore anche al ragazzo.

La vita è fatta di luce ed ombre sembra dirci la scrittrice, ossia di piacere e dolore, di entusiasmo e scoraggiamento, di felicità e tragedia, ma sta all’uomo sapersi rialzare proprio grazie al suo spirito vitale improntato alla scoperta e alla conservazione del bene e al rigetto del vittimismo, dell’incupimento e della noia. Non sempre è facile, chiaramente ed è pure giusto osservare che non sempre una malattia può essere vinta riportando la famiglia alla sua serenità caratteristica prima della diagnosi, ma il messaggio di Ninnj Di Stefano Busà va oltre a ciò, analizzando con uno spessore psicologico impressionante cosa accade nei rapporti interpersonali quando subentra la minaccia, la sofferenza per la malattia, il timore di un lutto. A tutto ciò si contrappone un messaggio di speranza e di fede in sé stessi (che non necessariamente implica una fede anche in Dio anche se, come chiosa la scrittrice in chiusura, è bene non lasciarsi invischiare da pensieri ineluttabili quali il fatalismo anima).

Gli scenari esotici descritti con meticolosità tanto nella loro componente arboricola e silvestre quanto nelle loro caratterizzazioni climatiche, rendono questa narrazione ulteriormente speziata permettendo al lettore di non fossilizzarsi e attaccarsi mai troppo agli eventi contingenti quali può essere una vita consuetudinaria vissuta nella quotidianità della propria dimora, e di farlo spaziare, mettere in gioco, inaugurare una nuova abitazione, viaggiare, farlo domandare e osservarlo da vicino come se fosse poi davvero un nostro parente con il quale soffriamo e gioiamo a seconda degli intervalli umorali che sono propri di quella esperienza sul mondo che la scrittrice condensa in quel “soltanto una vita” che poi, per ritornare alla vena poetica della Nostra, non è che un azzeccato ossimoro con il quale giocosamente e lucidamente ci consegna delle pagine di indubbia caratura letteraria e valore morale: “Viviamo l’amore! Non abbiamo molte vite, ce ne resta solo una, ed è molto breve!” (64).

 

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 03.08.2014

 

Lorenzo Spurio su “La testa aspra” di Filippo Parodi

La testa aspra
di Filippo Parodi
Gorilla Sapiens Edizioni, 2013
ISBN: 978-88-90719776
Pagine: 223
Costo:  13,50 €
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 

 

timthumbUn libro curioso e singolare questo di Filippo Parodi che, sotto il titolo di La testa aspra, raccoglie un universo di racconti per lo più brevi che dipartono da ambientazioni e problematiche assai variegate tra loro. Lo scrittore, armato di un suo stile personale, sintetico, poco riflessivo e prettamente narrativo-consequenziale, ci affida degli squarci di esistenze se non completamente comuni, di certo verosimili e possibili nella nostra realtà odierna. I numerosi personaggi di questo libro sembrano essere fagocitati, chi più chi meno, da un sistema a tratti criptico a tratti spersonalizzante che denatura quelli che potrebbero essere le manifestazioni emotive più autentiche e sincere.

Non c’è compatimento né derelizione nei confronti di questi tipi sui generis e al contempo il narratore non fomenta quella che potrebbe rivelarsi come una mera predisposizione al compiacimento; manca, forse, quella compartecipazione del lettore se non nell’immedesimazione per lo meno nel solidarizzare/demonizzare i personaggi di queste storie che in realtà sono dei frammenti, degli squarci incompleti, interrotti, dai finali inconclusi, aperti o il cui significato sembra essere dettato da alcune parole che il narratore impiega nel corso dello stesso.

Il panorama delle fobie sembra essere affrontato secondo un tentativo, pure stimabile, di mappatura di quella complessità insita negli atteggiamenti nevrotici dell’uomo dinanzi a certi oggetti, persone, luoghi, situazioni e quant’altro. Se non altro nella prefazione si fa proprio riferimento a una “scansione precisa e impietosa delle proprie manie, debolezze e fobie” (9). E’ possibile disquisire sulla ‘precisione’ (che non sembra corrispondere a una meticolosità di carattere metodologica né medico-scientifica, né eziologica) e sulla ‘impietosità’ di questa narrazione perché poi i personaggi vengono a risultare un po’ dei caratteri fissi, mono-tematici, addirittura quasi inetti, caratterizzati da una incapacità verso il mondo che non va tanto ricercata nella dimensione caotica e straniante della vita odierna quanto per lo più in una deficienza più o meno pronunciata che ha un’ origine di derivazione traumatica o è frutto di una fissazione localizzabile in un distorto sviluppo psico-sessuale o, ancora, a una predisposizione propria verso un certo tipo di morbo.

Chiaramente La testa aspra è un testo di narrativa che non ha la pretesa di fornire simili elementi secondo un approccio scientifico né di circostanziare un po’ più le varie sintomatologie (cosa che sarebbe stata, però, interessante) e si offre al lettore piuttosto come degli appunti sui quali è possibile aprire una riflessione. Parodi mostra al contempo una certa insofferenza verso quei modelli di riferimento che nella narrativa finiscono spesso per assurgere a categorie logiche (il senso di moralità, la convinzione religiosa, l’autenticità dei rapporti che intrattiene il singolo con l’altro, il sentimento d’utilità per la collettività, etc.) e sembra attuare nella conformazione delle sue storie con una tecnica minimale configurabile all’interno di quella letteratura recente, vicino all’underground, che rifugge lo struggente e lo splatter,  e mette il lettore (che poi è colui che è a rappresentazione del cosiddetto “uomo normale” che fa la differenza dalla morbosità dei comportamenti fobici del libro) dinanzi a questa realtà. L’effetto che ne sorge è straniante, ma lo è in una misura abbastanza controllata poiché mai capace di approdare a livelli pericolosi che potrebbero degradare all’incomprensione (a  quella che potremmo definire una tortuosità del progetto), al mero nonsense, all’utilizzo demagogico di una materia che pure, dovrebbe essere trattata con un piglio maggiormente lirico, empatico e sociale.

I maggiori punti di forza del libro penso siano facilmente localizzabili in frasi ad effetto (non shock) che mettono in luce un difficile rapporto del protagonista con le leggi della fisica e della normalità convenzionale sui cui regge il mondo dalle quali Parodi parte per affrescare individui particolari non perché anticonformisti ma perché manifestazione di un determinato disagio fisico e poi esistenziale, dunque anche relazionale come queste: “La bocca, adesso, costituisce tutto ciò che di lui rimane” (41) che sembra quasi evocare un soggetto molle e fagocitante di un quadro onirico di Dalì; “Era arrivata al settimo mese di gravidanza e Cosimo, il bambino, di punto in bianco le aveva riferito di aver cambiato idea: non voleva più nascere” (65) sintomo di un delirio suicidiario pre-vita del tutto originale quanto inconcepibile del tutto. Il racconto “L’uomo e la spina” a mio avviso è uno dei più riusciti in assoluto dell’intera raccolta della quale, pure, va osservata una capillare attenzione nell’apparato finale del testo nei confronti di riferimenti prevalentemente musicali e in parte anche letterari che hanno evocato, animato e sostenuto la realizzazione dei vari racconti.

 

 

Lorenzo Spurio

 

 

San Benedetto del Tronto, 06.07.2014

“Soltanto una vita” di Ninnj di Stefano Busà, recensione di Rina Accardo

copertina busà per stampa andersen_La_-page-001Mi sembra incredibile che io abbia trovato pezzi di vita mia in un romanzo. Non circoscrivibili agli avvenimenti, ma alle sensazioni provate e mirabilmente descritte dall’autrice, Ninnj Di Stefano Busà. Non ho potuto fare a meno di visualizzare i posti incantevoli visitati dai protagonisti nelle foto scattate da mia figlia che si è trovata per un gioco del destino a visitarli. Mi sono ritrovata poi a tirar fuori merletti, lenzuola di lino, sete dimenticate in bauli antichi. E ancora, servizi in porcellana finemente decorati. Avevo forse bisogno di questo bagno di bellezza per godere di quanto altrimenti sarebbe rimasto sommerso da tovagliato plastificato, tazzine smaltate …tutto all’insegna del modernariato. Pescare nel passato, viverne la bellezza in ogni fattura, può essere di ristoro. Questo è successo a me, ed è tutto merito di chi, con tratti pari a pennellate, ha saputo condurmi in una magnificenza che mi ha reso grata ai miei cari così come nel libro – dove tutto si dipana quasi in un procedere obbligato, dai protagonisti della storia ai loro figli, ai viaggi, ai patemi d’animo, ai momenti sofferti, e ad altri di squisita felicità – è tangibile una grande gratitudine al Cielo. L’accostamento personale è dovuto alla mia immersione involontaria nell’intreccio, individuabile, con fili penduli cromatici, che anima “Soltanto una vita”. Non svelo la trama, mi soffermo a sottolineare che i dettagli, in questo romanzo, hanno sublimato luoghi e stati d’animo descritti nei minimi particolari, suggellando la presa di coscienza così come il coinvolgimento totale nei vari eventi di ogni ‘protagonista’. Non ci sono figure anonime/comparse infatti, l’autrice ha permesso che ogni ruolo ricoperto divenisse parte integrante, nessun soggetto comprimario. Dalla lettura si desume che capillare è l’Amore, per poter aver occhi che permettano di vedere compiutamente ogni sfumatura della natura così come ogni risvolto dell’animo. Sentimenti opposti in base agli avvenimenti, ora dolorosi ora di assoluta gioia, che portano di volta in volta o all’accettazione o a vivere con passione quella che è “SOLTANTO UNA VITA”. Libro che porta ad apprezzare il bello che già ci appartiene, riscoprendo e portando alla luce valori sommersi, o forse solo sopiti. La consapevolezza di grandi ricchezze che tacciono in noi, che ignari ospitiamo, un obiettivo. Ci troviamo di fronte a un regalo di cui non si può fare a meno di essere grati all’autrice, per questo fantastico volume, il cui valore non si può restringere al linguaggio aulico che vi ritroviamo, ma si estende, diventandone fulcro. È un canto, un ossequio alla vita. Un oceano di emozioni, che trovano la matrice in quello stesso oceano in cui è ambientato “Soltanto una vita”, e qui elemento trainante che conduce il lettore, quasi per mano, in spazi infiniti. L’arte della scrittura qui si impone nelle pagine al pari dell’arte del volo in un’aquila reale.

Rina Accardo

 

“La dolce Rua Sovera” di Anna Maria Boselli Santoni, un commento di Lorenzo Spurio

La dolce Rua Sovera
Anna Maria Boselli Santoni
Edizioni Pragmata, 2014
Pagine: 99
ISBN: 9788897792482
Costo: 12 €
 
 
Commento di Lorenzo Spurio

Copertina Dolce ruaUn romanzo che è anche e soprattutto un fine documento storico questo recente di Anna Maria Boselli Santoni che porta il titolo de La dolce Rua Sovera (Edizioni Pragmata, 2014). Sebbene ci sia una protagonista principale, che è Andreina (la ragazza che vediamo riportata nella copertina), il romanzo si offre al lettore volutamente privo di una preminenza nella descrizione dei caratteri (dei personaggi) in quanto ha proprio la volontà di dipingere una determinata fetta di società in un determinato luogo (che è quello di Leno, un paese della provincia di Brescia, ma in maniera più precisa una parte di questa città circoscrivibile attorno a Via Mazzini) in un determinato tempo storico (anni ’40-’60). Ecco per l’appunto perché si diceva che questo romanzo è un documento storico, fedele nella descrizione empatico-emotiva dei personaggi con i loro luoghi vissuti e sperimentati durante la loro età più bella, quella dell’infanzia e dell’adolescenza.

Con un espediente letterario stupefacente e ben congegnato per una narrazione di questo tipo, Anna Maria Boselli Santoni trasmette sulla carta uno spaccato del vissuto di Leno l’indomani della guerra dove non mancano i riferimenti al lavoro nei campi e alla ciclicità delle stagioni, all’animosità costituzionale tra ragazzini, alle preoccupazioni di varia natura delle famiglie, alla spietatezza della morte che spesso sopraggiunge veloce e in tenerissima età.

Un canto alla vita questo di Anna Maria Boselli Santoni condito con una profonda speziosità di nostalgia dei tanti ricordi che appartengono a un’età ormai lontana, ma non perduta perché inscindibili dal suo essere donna nel presente.

La tecnica di narrazioni multiple, di focalizzazioni che cambiano di continuo narratore e che permettono la produzione di una prosa polifonica, a più voci, fatta da più inclinazioni, sarebbe di certo piaciuta molto ai modernisti inglesi che pure la adottarono con compiacimento e abbondanza; ma la novità qui, nel libro di Anna Maria Boselli Santoni, sta nel fatto che non sono solo le persone a parlare, ma anche gli elementi fisicamente morti perché non viventi come le costruzioni architettoniche della città: cortili, piazze e vie quasi da ricordare la montagna rocciosa di Michael Ende in La storia infinita che parla in un’atmosfera avulsa dall’incomprensione e dal timore. Ed è così che la strada racconta se stessa, ciò che vede, sente e percepisce. Essa non origlia, perché non è ficcanasa, è semplicemente testimone onnipresente di un vissuto che si è avuto nella sua superfice. Anna Maria Boselli Santoni fa raccontare la sua storia d’infanzia a un mondo di carne (i vari personaggi che intervengono) e di pietra (le vie, le piazze) a testimonianza di quel legame indissolubile tra uomo e la sua terra.

Leggendo l’intero libro mi sono sentito un po’ un moscerino che svolazzando di qua e di là sulla Rua Sovera ho potuto avere una vista senza impedimenti e capire lo svolgimento delle attività di un’intera comunità. Ho osservato di continuo la via di cemento sotto di me, il principale palcoscenico di tutto, e ho goduto delle giornate assolate in cui la via era popolata di ragazzi a piedi scalzi sino ad ammalarmi di freddo nelle giornate nevose in cui andavano tutti imbacuccati.

Un romanzo sul tempo e sulla ciclicità di tutto.

Un’attestazione d’amore per la propria terra.

Un’indagine precisa e interessante su un’età che fu.

 

 Lorenzo Spurio

 

Jesi, 14.06.2014

Floriano Romboli su “Soltanto una vita”, romanzo di Ninnj Di Stefano Busà

Soltanto una vita, romanzo di Ninnj Di Stefano Busà
 Recensione  a cura di Floriano Romboli

 

downloadNon può che suscitare interesse la prima prova narrativa di Ninnj Di Stefano Busà, poetessa molto conosciuta e apprezzata per le numerose raccolte di versi pubblicate nel tempo con vivo consenso dei critici e del vasto pubblico dei lettori; e il romanzo Soltanto una vita, apparso nel febbraio scorso per i tipi della Kairòs  Edizioni  di Napoli, si rivela un’opera compatta, stilisticamente coerente, scritta con sofferta, intensa partecipazione etico-sentimentale perché concepita sul fondamento di convinzioni ideali salde e profonde.

Il nuovo lavoro, ambientato in Argentina e in un contesto sociale alto-borghese, essenziale e lineare nella sua fisionomia strutturale-organizzativa, non è d’altronde privo di suggestioni poetiche, giacché l’elaborazione romanzesca si anima sovente di accensioni liriche, innanzitutto di fronte allo spettacolo entusiasmante e irresistibile offerto dalla natura:

“Il panorama dal golfo è mozzafiato: un mattino di settembre inoltrato, in cui la luna sparisce dall’orizzonte ancora assonnato, una rada nebbiolina penetra nei respiri sottili  e affannosi dell’estate appena trascorsa, che sta già obbligando le foglie e le chiome degli  alberi a tramutarsi in giallo ocra e arancio. Si avverte nell’aria un tremore  smarrito  di teneri singulti,…quasi uno stupore commovente e tenero, un languore malinconico, una sorta di addio all’estate che già si allontana a piccoli passi, lasciando nell’animo  una nostalgia  di  fondo inesprimibile “(p.37)

Le stesse vibrazioni lirico-meditative ricorrono nel testo allorché l’autrice considera la vicenda umana, la storia intima degli individui, attraversata contraddittoriamente da una spiccata aspirazione alla felicità e quindi da un insopprimibile desiderio di auto-realizzazione personale, e dall’amara esperienza della delusione provocata dai numerosi ostacoli, dalle tante difficoltà materiali e spirituali che costellano la quotidianità di ognuno.

Se l’equilibrio naturale può essere sconvolto dall’uragano, come si racconta proprio all’inizio (“ L’oceano si apre improvvisamente, come una valva sul fondale lussureggiante di un’immensa esplosione di luce (…) e pur tuttavia l’amabile dolcezza di quel tratto d’insenatura stupendo, situato sul litorale atlantico…oggi appare devastato, almeno in parte, martoriato dal ciclone che si è abbattuto con furia sterminatrice”, pp.12-13), pure la stabilità interiore della protagonista, Julie Lopez, risulta seriamente insidiata dalla comparsa di una forma molto grave di malattia:

L’ordine è mutato, sente che nulla sarà più come una volta; la malattia l’ha segnata inevitabilmente, ora vi è come una linea di demarcazione, uno spartiacque che consegna una forma  di  turbamento aggiuntivo, e che Julie non può riordinare nel breve tempo: il male ha sconvolto taluni equilibri, ha  stravolto molti fili che ora restano allo scoperto, in modo quasi indecente; spetta ora a lei ripristinare e assegnare una  dimensione nuova a ogni più piccola tessera del puzzle (pp.77-78)

È tale lirismo riflessivo che nella narrazione valorizza l’intersezione fondamentale dell’àmbito naturale e di quello umano, gettando luce sul rapporto, di rilievo decisivo, fra uomo e natura.

Questi, nella costituzionale ambivalenza di animale di natura e anche di cultura, ha inteso spesso rivendicare la sua innegabile specificità, in base alla quale ha costruito la storia, la civiltà, il proprio imponente patrimonio tecnico-scientifico; ha nondimeno avvertito in molte circostanze il bisogno di ritornare alla natura, di reimmergersi nei suoi ritmi armoniosi e pacificanti, di rinnovare, attraverso la relazione con essa, il dialogo con Dio, come accade ai personaggi principali del libro:

Si  dirigono tutti in quel luogo  e  avvertono che il tempo, lì, sembra essersi fermato come d’incanto. Si  è come sciolto  quel  groppo o nodo che, in genere, tiene stretto il genere  umano  al  suo travaglio, si sono liquefatti ogni impiccio, pena, disillusione, in un idioma naturalistico che tutto idealizza e anima di quieti incantamenti (…) In quel luogo, tutto è un coro  alla filosofia  del creato, che ha saputo così bene orchestrare: suoni, sapori, odori, stille  lucenti di un complesso riproduttivo  chiamato a dare il meglio di sé (p.167)

Certo è che la vita dispensa momenti di letizia e altri di pena, poiché “ la vita è assai bizzarra; il suo fascino strano e misterioso, talvolta, ci porge gioie e dolori, ma ci consente anche di superare il guado e salvarci, oppure c’ inebria o ci blandisce, dopo averci fatto sfiorare il terrore”(p.137); e  quasi a conferma di un’idea siffatta Julie dichiara in un momento toccante della sua esistenza: “Ho visitato l’inferno e ora sono al settimo cielo”(ivi).

L’uomo però può fare della sua vita – che è soltanto una vita – un’esperienza serena e appagante, se saprà fare uso saggio e conveniente della propria peculiarità intellettuale-morale, ispirandosi ai valori della tenacia, dell’auto-stima, di un’attiva e comprensiva solidarietà, della speranza che “dalla notte cupa risorgerà sempre la più luminosa aurora”(p.158), e soprattutto disponendo l’animo all’amore, sentimento di cui nell’opera viene esaltata con toni commossi la centralità nel succedersi  delle generazioni:

Infine, chi regge la storia di ognuno è sempre l’amore, che è anche il fattore impalpabile dell’inconscio  emozionale, ne designa l’orbita  gravitazionale all’interno di ogni nostra proiezione esistenziale (p.63)

Se l’amore s’impara ( come una volta si scopre a pensare ancora Julie), s’impara altresì l’amore per la vita, alla quale nel romanzo la scrittrice – riservandosi risolutamente il ruolo di narratrice onnisciente – tributa un omaggio appassionato che ha nel descrittivismo insistito, a tratti prezioso riscontrabile in molte pagine il più evidente corrispettivo formale.

Talora il gusto per le descrizioni lunghe e raffinate rischia di appesantire il discorso narrativo, determinando cadenze ripetitive (penso in particolare alle parti dedicate agli interni lussuosi delle dimore aristocratiche, agli abiti dei personaggi, sempre debitamente firmati, ai menù dei pranzi e delle cene di gala e via elencando), stilizzazioni irrigidite nocive all’autenticità degli ambienti storici e umani rappresentati; ma il messaggio complessivo del libro – l’invito a dare alla propria vita le caratteristiche di un’esistenza compiuta e originale, significativa e mai opaca ed etero-diretta – si trasmette al lettore con forza persuasiva.

                                                                                                  Floriano Romboli

“Rose d’amore” di Patrizia Pierandrei, recensione di Lorenzo Spurio

Rose d’amore
Di Patrizia Pierandrei
Editrice Pagine, Roma, 2014
ISBN: 978-88-6819-743-8
Pagine: 81
Costo: 23 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio
 
 
Non sappiamo capire i malcapitati,
che sono stati colpiti dalla sventura. (53)

immagineLa nuova silloge poetica della jesina Patrizia Pierandrei dal titolo “Rose d’amore” (Editrice Pagine, 2014) colpisce molto nella copertina dai colori molto forti e caldi dove ci sembra di scorgere un particolare di un quadro dove in primo piano si stagliano delle mele granate. Il fondo, a pennellate veloci e indistinte, è dominato invece da un miscuglio di tinte verdi-giallo-celesti che permettono all’acceso colore rosso dei frutti di risaltare ancor più vivamente. E il contenuto della silloge è in effetti un canto accorato alla natura della quale la Nostra si serve per rievocare momenti d’amore, affrescare momenti della giornata e partire per riflessioni a tratte amare ma realistiche sulla drammaticità dell’oggi. E’ una raccolta poetica nei suoi contenuti molto varia, che spazia da tematiche e suggestioni diverse, ma che riesce sempre a mantenere la presa nel lettore e conservare un grande filo-unicum nel quale le varie liriche si intrecciano. Molto interessante la lirica “La madre” dove la poetessa traccia le caratteristiche emblematiche di una donna-madre che costruisce giorno dopo giorno l’universo domestico, protettivo e identitario per il figlio, non mancando di sottolineare la laboriosità della donna e l’insieme delle mansioni che essa svolge ed è votata a svolgere per il benessere del nido familiare: “Cuore della casa è la madre” (17).

Molte liriche sono chiaramente pervase da un convincimento profondo nella validità degli insegnamenti della dottrina cristiana quali ad esempio l’importanza dell’amore indistinto verso l’altro, della comprensione, della ricerca continua di quel senso di unità nelle diversità sul quale possa costruirsi la società. La parola “insieme” e l’universo semantico ad esso collegato (quello dell’unione, della famiglia, della società) ricorre l’intera opera in modi e forme diverse come quando, nella lirica ispirata al viaggio in Inghilterra, emblema della convivenza multiculturale osserva: “Fra tutte le grandi isole [è] la più rinomata” (20). Lo è, come scopriamo nella poesia, non tanto per le sue bellezze paesaggistiche e patrimonio culturale, ma perché (come lo è forse ancor più negli USA) è il luogo dove la convivenza tra culture, religioni e razze diverse sembra essere meno complicata tanto da poter parlare del celebre melting pot, auspicabile invece in tante altre realtà (compresa l’Italia) dove di continuo si dibatte polemicamente su idee di separatismo, forme di razzismo e manifestazioni più o meno gravi di prepotenza tra diversi gruppi sociali.

Ed è per tutto ciò che si sta dicendo che, forse, la componente principale della poetica della Pierandrei è proprio il suo ordito sociale e solidale, ossia solidaristico, d’amore per tutti indistintamente, che è emblema di un animo aperto, profondo che è improntato sempre a far risaltare il bene sul male. Questa attenzione capillare verso l’altro non si esplica solamente nei confronti dell’uomo, ma travalica anche all’elemento naturale, forestale, con liriche dove la donna esalta l’importanza dell’albero (di qualsiasi specie esso sia) perché elemento che consente all’uomo la vita tanto da tramutarsi in una vera e propria “poetessa degli alberi” come quando in “Natura” sagacemente osserva: “felice è colui che rispetta la sua indole,/ che non fa a nessuno alcun male” (21. L’interesse ecologico e per la salvaguardia dell’ambiente è uno dei motivi preliminari della donna che, proprio partendo dalla vista dell’albero, “essere prezioso” va anche a toccare pieghe di carattere etico-civile quali il disboscamento e la logica smodata della costruzione edilizia su spazi sottratti ad aree verdi (“Il cemento duro gli ha rubato la terra/ […]/ le tante distruzioni,/ dovute alle troppo costrette urbanizzazioni”, 22).

A completare la ricchezza tematica di questa silloge ci sono poesie che più chiaramente si riallacciano a un passato personale ed intimo dove la donna rievoca vecchi amori, amicizie ed episodi che hanno poi marcato la sua vita come la poesia “Giochi” che ci trascina al tempo dell’infanzia o alla poesia “Cortesia” nella quale la donna, invece, come stesse commentando una vecchia lirica medievale, tratteggia come il concetto di cortesia sia poi cambiato nel tempo, fagocitato sempre più dal dilagante e sorpassante dominio del bisogno di libertà.

Mi hanno colpito, in ultima battuta, le poesie nelle quali la donna smette momentaneamente di guardare dentro di sé per attestare ciò che accade intorno a lei dove la donna non può che stupirsi difronte agli insanabili divari tra ricchezza e povertà, tra lusso e inadeguatezza sociale, rappresentati dicotomicamente dalle vetrine luminose e fascinose segno di un progresso sfrenato e di un commercio che va avanti imperturbabile e dall’altra da barboni che si trascinano il cartone o bambini poveri che chiedono pietosamente l’elemosina. Ciò che desta preoccupazione non è la disparità economica di questi due gruppi di persone (ricchi e poveri sono sempre esistiti, in ogni secolo), ma l’indifferenza con la quale i primi si rendono praticamente insensibili, inutili e sprezzanti nei confronti di chi invece si potrebbe aiutare con poco. Patrizia Pierandrei tratteggia con le sue liriche un mondo contemporaneo dove l’azione distruttiva dell’uomo contribuisce a minacciare la natura e mette a serio rischio e pericolo la vita degli alberi che sono come “il miglior amico” (55), dove la terra è inquinata (53) e come una vivida notizia della cronaca giornaliera denuncia la durezza del cuore degli uomini ricchi o economicamente agiati che vivono nella loro dimensione senza concepire che nel mondo, nella loro città, nella loro strada, ci siano anche persone che non hanno nulla: “Ma la gente non si preoccupa dei poveri,/ […]/ non gli importa come stanno gli altri” (45). Ma a questa mancanza di solidarietà la Pierandrei fa far capolino a una sorta di minaccia redentrice che grava dall’alto e che poi, una volta nell’aldilà, forse ci sarà la giusta pena per tutti per quanto hanno fatto/non fatto sulla Terra nei confronti degli altri: “così per [i ricchi] va sempre tutto liscio,/ fino a che non si scatena un bel rovescio” (45).

L’inquinamento, la contaminazione della quale la Pierandrei parla non è solo di carattere atmosferico, ecologico, ma fa riferimento a livello più alto all’endemicità del morbo dell’indifferenza, all’esasperante incomprensione, alla pietrificazione dei cuori, all’acceso narcisismo che degrada giorno dopo giorno quella che dovrebbe essere la felice vita di una società in unione, che si fortifica sui rapporti che intrattiene al suo interno. A tutto ciò la Nostra sembra combattere con l’abbattimento del pregiudizio, la strenua difesa delle libertà personali, la comprensione e l’avvicinamento al diverso e al disagiato, la fede in Dio e una forte speranza che, nel tempo, le coscienze inquinate possano ravvedersi e le cose possano evolvere in meglio:

 La vita cerca sempre un nuovo lume,
che ci porti a ritrovare
la gioia di un leggere barlume
per poter ancora continuare. (23)
 

 Lorenzo Spurio

 Jesi, 22.05.2014

Un libro a sostegno dei profughi siriani: “Tu, Siria” di Asmae Dachan e Yara Al Zaitr

Tu, Siria
di Asmae Dachan e Yara Al Zaitr
Communication Project, 2013
ISBN: 978-88-98530-09-0
Pagine: 83
Costo: 10 €
Pubblicazione in favore dell’Associazione ONSUR
 
 
Commento di Lorenzo Spurio

downloadHo conosciuto di persona Asmae Dachan solo recentemente, sabato scorso nel corso di un evento poetico da me co-organizzato a Bologna il cui titolo era “Poesia, parole e musica di liberazione” nel quale alcuni poeti bolognesi hanno letto le loro poesie di chiaro intento sociale e alcune persone, tra cui Asmae, sono intervenute per dare un importante contributo per la conoscenza e la diffusione di gravissime realtà internazionali maledettamente poco note. Asmae ci ha parlato della Siria, del suo paese che porta nel sangue e nel cuore. Un paese che ormai da tre anni è nella morsa di una violentissima guerra civile fatta di devastazione, violenze, bagni di sangue continui, sfollati, profughi, sevizie e stupri. Una guerra dilaniante che corrode l’anima e annera qualsiasi speranza e futuro in uno dei paesi che, come ha ricordato lei, è stata la culla dell’umanità, della vita, della nascita e che stride e fa male con la presente situazione dominata da “corpi che vagano/ di silenzi pieni d’oblio/ di sangue che scorre goccia a goccia/ di battiti immobili/ di rivoli di sudore tra la polvere/ di lamenti di corvo” (35).

Mi hanno molto colpito le sue parole pronunciate con un tono pacato ma chiaramente intrise di dolore per quanto giorno dopo giorno nel suo paese accade senza che l’Europa o i paesi che per la loro forza politico-economica gestiscono il Pianeta facciano nulla per intervenire. La cosa più grave ed odiosa deve essere quella di vivere in una realtà che tace notizie dal fronte siriano o che semplicemente si dimentica di darne notizia perché effettivamente difettano i sistemi di comunicazione che possano far da grancassa al tremendo genocidio che sta martoriando il paese ormai da troppo tempo. Come in ogni guerra ci sono sempre le logiche geopolitiche, gli interessi economico-finanziari e tanto altro in mezzo che non consentono ai paesi che di fatto si trovano fuori dall’orbita della guerra, di poter intervenire, tentare una tregua o comunque sia instituire delle azioni volte alla salvaguardia e all’appoggio dei repressi, degli esuli, del popolo che soffre ogni giorno sulla sua pelle la morte propria o dei suoi cari, le mutilazioni, lo scoppio di bombe, rappresaglie, violenze indicibili, stupri, stermini, offese e che si vede denigrare ed usurpare la coscienza.

Chiaramente non è solo la Siria che oggi è in una guerra silenziosa (perché volutamente silenziata e obliata), ma lo sono una serie di altri paesi, regioni, realtà locali in tutto il mondo e lo sono per motivi diversi: di razza, di religione, di dominio linguistico, culturale, per ragioni storiche, per mire espansionistiche, per ragioni meramente commerciali e finanziare o anche per tutte le ragioni insieme. Non è solo la Siria ad essere martoriata in silenzio e a morire, ma è importante e necessario che si parli di quanto in questi posti del mondo, seppur a noi distanti per geografia, cultura e grado di sviluppo, accade. Ed è per questo che Asmae Dachan assieme alla giovanissima Yara Al Zaitr, nutrici di un dolore totalizzante che mai si sopirà finché in Siria non cambieranno i destini della povera gente, hanno deciso di scrivere un libro, Tu, Siria, in cui tra commenti critici di altri scrittori, loro poesie e prose poetiche (quelle di Yara Al Zaitr) descrivono la Siria con gli occhi di chi la porta nel cuore e la vede morire lentamente giorno per giorno. Da una testimonianza di una madre di Idlib datata 20 agosto 2013 nel libro leggiamo:

 

“[La mia bambina] se ne è andata con gli occhi aperti: due piccoli fari che ora non brilleranno più. Sono rimasta a guardarla per ore, stringendola tra le mie braccia, pregando che cadesse un’altra bomba per morire con lei. Hanno portato via la mia anima e adesso sono un corpo vuoto. Un genitore non deve sopravvivere ad un figlio. Adesso la sogno mentre suona per gli angeli” (25).

 

imagesSono poesie dai toni forti e pregne di sofferenza che trasmettono la disperazione, la derelizione dell’uomo, il dominio indiscusso della violenza anche se, pur trattandosi di “poesie di guerra” non c’è quell’odio rancoroso, quella voglia di vendetta e quella disperazione che si arma della minaccia e della polemica. Il loro canto accorato si sposa con il desiderio di libertà (di cui Yara Al Zaitr scrive “Non è del despota il vessillo vincitore/ ma dell’eroico popolo della libertà/ che nel martirio è risorto trionfatore”, 64), di quella dimensione sociale che si addica alla normalità del buon vivere e che rispetti la dignità di tutti. Nelle poesie delle due donne non si chiama mai in causa direttamente i fautori del male, non si nomina il dittatore e non si delinea con intenzione chi sta dalla parte contraria del popolo, chi la guerra la comanda, la gestisce e si arroga di fronte a Dio di dar la morte agli uomini, inermi e inconsapevoli, prima del loro naturale compimento terrestre. C’è chi sostiene che le poesie di guerra sono tutte uguali perché motivate tutte da una condizione di spersonalizzazione dovuta al regime, da un odio lancinante, dalla tragicità delle descrizioni e dalla cupezza delle immagini. Non è vero. In queste poesie di Asmae e Yara dove il sangue tinge la purezza dei gelsomini di Aleppo, non c’è solo morte e distruzione, ma anche un canto alla vita e una fede nel miglioramento affinché ci si avveda delle spietate decisioni di alcuni e ci si convinca che, ricchi o poveri, sostenitori o dissidenti di un’idea, abbiamo tutti diritto alla vita e al sacrosanto rispetto di questo dono.

La ricchezza umana di donne come Asmae e Yara che convivono con un dolore continuo è talmente grande che con questo libro hanno deciso di svelarci una delle pagine più nere della nostra cronaca odierna, poco conosciuta perché della quale poco si parla ma anche perché della quale poco ci si interessa (ci sono interi blog sia in italiano che in inglese che si dedicano univocamente al dramma della Siria con foto, resoconti, documenti e tanto altro). Affinché il tutto non resti nel dimenticatoio (il che significherebbe che noi uomini di altri paesi mostreremmo un atteggiamento indifferente e dunque connivente alla logica dei despoti), l’informazione su tali realtà è necessaria e doverosa.

images (1)L’intero ricavato della vendita di questo libro andrà all’ONSUR – Campagna Mondiale di Sostegno al Popolo Siriano (www.onsur.it), consapevoli che con la lettura di questo libro si spalancheranno visioni diverse sul mondo del quale potremmo avere una maggior comprensione.

C’è molto da dire su questo libro perché esso è molte cose allo stesso tempo: testo letterario perché contiene poesie di pregiata forma e contenuto, ma soprattutto canto di sdegno in cui la distruttività del silenzio ha una eco dolorosissima, poesia di denuncia, arma non violenta di lotta e d’espressione, bandiera che anela a sventolare leggiadra senza dover conoscere le stringenti fasce nere del lutto.

  

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 20.05.2014

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