Recensione di “Nuvole bianche” di Ema (Emanuela Cecconi), a cura di Anna Maria Folchini-Stabile

Nuvole bianche

di EMA (Emanuela Cecconi)

Pagnini Editore, Firenze, 2011

Recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile, poetessa e scrittrice 

 

La raccolta di poesie intitolata “Nuvole bianche” della poetessa EMA, come ama farsi chiamare Emanuela Cecconi, esprime il sentire di una donna squisitamente femmina, attenta a tutto ciò che la circonda, capace di fermare sulla carta le emozioni profonde e i brividi di passione che attraversano la sua vita.

 L’opera, illustrata dalla Poetessa stessa con vedute della “sua” Toscana e di altri luoghi visitati che le sono rimasti nel cuore, è suddivisa in quattro parti:

– Uomo che fai

– Nuvole bianche

– Arcobaleno

– Chi sono

e si sviluppa su temi poetici costantemente presenti nelle liriche:

– la natura

– la donna

– la passione d’amore

– il ricordo.

EMA si sente sempre parte della Natura, da lei intesa come mater dolorosa che assiste impotente all’oltraggio dell’Uomo suo figlio: “Uomo che fai /  Di quali violenze / ti stai macchiando…/ Tutto in nome del profitto/ … Neghi ai tuoi figli/ un domani, / un domani su questa terra.” ( da “Uomo che fai, pag. 13)

Conscia di ciò ne ricerca l’abbraccio materno in ogni cosa che la rappresenta e ne riconosce e ne apprezza l’incredibile bellezza sotto ogni aspetto: “ Albero dalle gentili fronde / rigoglioso e verde / con foglie lussureggianti, / accoglienti, tu sei madre”. (da “Albero”, pag. 20)

“ Cavalli dalle nere criniere / rampanti aggrediscono l’azzurro, / talvolta minacciosi, / talora portatori ribelli / di sogni passeggeri”. (da “Nuvole bianche”, pag. 29)

Attenta a ogni cosa, si sofferma anche sul fiore più delicato e timido che sorride alla primavera: “ Così vi presentate / in violetto o giallo, / da tenui a scarlatti/ colori in petali vellutati” (da “Pansè”, pag. 22)

Nei confini naturali illimitati si muove la donna e la Poetessa innalza il suo canto che parla di fragilità e delicatezza, di un’idea di sé ricca di speranze, nonostante il dolore vissuto nel corso della vita tanto da marchiarle a fuoco l’anima: “ …Chi sono? Un fiore! / Il fiore galleggia su speranze deluse, / amori finiti, / ma è felice / del calore del sole / del vento che l’accarezza. (da “ Chi sono”, pag. 61)

EMA guarda con occhi positivi alla vita nonostante “Un vissuto pieno di ferite / che sono solo mie, / che hanno segnato la mia pelle e la mia anima” (idem, pag. 61) e non nasconde il suo amore per l’amore fatto di sentimenti e di carne: “ La mia testa è lì / in quel momento con te, / quando la tua bocca / si socchiuderà per baciarmi, / e tra la tua pelle e la mia / non ci sarà più nulla / al di fuori di noi” (da “Sarà tra poco”, pag. 70). 

Leggere queste poesie dischiude un poco la porta sull’universo femminile, fatto di slanci e di paure, di rimpianti e di ricordi felici.

EMA, infatti, riesce a rappresentare nelle sue liriche il mondo di una donna a tutto tondo forte e delicatissima

 

 Anna Maria Folchini-Stabile

 

Angera, 26 settembre 2012

  

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“Non ora, non qui” di Erri De Luca, recensione di Fiorella Carcereri

Non ora, non qui

di Erri De Luca

Feltrinelli, Milano, 2003

Recensione di Fiorella Carcereri


Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950.

Pur avendo pubblicato il suo primo libro a quarant’anni, De Luca è diventato ben presto uno degli scrittori più apprezzati, in Italia e in gran parte d’Europa. Tra le sue opere più note “Tu, mio” (1998), “Montedidio” (2001), “Il contrario di uno” (2003), “Il giorno prima della felicità” (2009). Erri De Luca è anche poeta e traduttore. Dal 1994 cura “I Classici” Feltrinelli e ha al suo attivo parecchie pubblicazioni tra cui ricordo “Vita di Sansone” (2002) e “Vita di Noè” (2004).

Ogni libro di Erri De Luca ha il suo particolare fascino.  Tuttavia, devo dire che questo suo breve romanzo autobiografico, pubblicato nel 1989, mi ha colpita in modo particolare per la straordinaria capacità dell’autore di descrivere, con realismo a volte anche crudo, scene di vita quotidiana e di scavare come pochi sanno fare nelle pieghe più profonde dell’animo umano.

La lettura risulterà “familiare” soprattutto a coloro che sono stati bambini e adolescenti a cavallo tra fine Anni ‘50 e inizio Anni ’60, a coloro che hanno vissuto con occhi disincantati le mille difficoltà economiche e sociali del Dopoguerra e hanno assistito, in silenzioso dolore e stupore, ai sacrifici fatti dai genitori per riemergere con dignità da un conflitto devastante.

La narrazione è strutturata come una lunga lettera che il De Luca ormai adulto scrive tardivamente alla madre, figura principale del romanzo, tanto amata quanto temuta, per esprimere tutto ciò che il De Luca bambino aveva sempre tenuto dentro.

 “Quand’ero solo nella stanza la palla mi saltava addosso per la gioia e giocava a non farsi acchiappare. D’improvviso mia madre gridava di smetterla e la palla finiva sotto il letto per la paura.. La sua voce governava il mio respiro e lo fermava appena alzava anche di poco il tono. Quella voce era molto del mondo che avevo. Imparai a udirla anche dietro i muri”.

“Non voglio parole, io non riuscivo a dirne tra l’apnea e la balbuzie… Si impara tardi a difendersi dalle parole… Non le tue di conforto rifiutavo, ma quelle del rimprovero, date in cambio dei colpi e che volevano marcare lo scambio di queste con quelle, la differenza. Tra madre e figli non accade il progresso, non si evolve civiltà: le parole saranno sempre poche e saranno solo parole, rare, conservate. Non sostituiscono niente, né i colpi né le carezze”.

 Dopo tanti anni, in questa lunga lettera l’autore si confessa, si mette completamente a nudo, come se la madre fosse lì accanto a lui e lo stesso ascoltando.

In alcuni passaggi, sembra volerle chiedere scusa per non essere stato all’altezza delle sue aspettative.

“Il tuo era un bambino poco adatto a farsi intendere e forse poco disposto. Una fioritura di reticenze preparava la sua identità. Ti toccò un figlio non adatto ai doveri che avevi in serbo per lui, un bambino confuso che accumulava pezzi di identità nel gioco del fraintendimento con te”.

 

 

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La critica su “Ritorno ad Ancona e altre storie” di Spurio/Carresi si arricchisce con la recensione di Emanuele Marcuccio, poeta palermitano

Ritorno ad Ancona e altre storie

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Lettere Animate Editore, 2012

 

Recensione di Emanuele Marcuccio

 

La silloge di racconti Ritorno ad Ancona e altre storie, scritta a quattro mani dallo jesino Lorenzo Spurio e dalla fiorentina Sandra Carresi, si apre con il primo dal titolo “Telefonate anonime”; la narrazione ha il suo esordio in medias res, con il forte rumore del tuono che “fece sobbalzare Giada dalla sedia”, una pagina avanti Giada sobbalzerà per l’arrivo dell’ennesima e sempre silenziosa telefonata anonima mentre “[…] dalla finestra opposta il glicine sembrava quasi voler entrare in casa, tanto era salito.”. Quel glicine, simbolo di amicizia secondo il linguaggio dei fiori, come a voler donare a Giada un senso di protezione nella solitudine della sua casa.

Ma presto un tragico evento sconvolgerà la sua vita: l’omicidio di un’anziana signora proprio nello stesso stabile di sua madre Clara, a Firenze.

La scrittura scorre sicura, veloce e, con abilità consumata, i nostri autori non ci annoiano mai; siamo di fronte a tre racconti, simili nella lunghezza, per esempio a quelli di Thomas Mann o di Hermann Hesse.

La descrizione fisica della protagonista, contrariamente a quello che si può immaginare, avviene alla dodicesima pagina del racconto, improvvisamente, d’acchito, quasi che sia lo specchio del bagno a volercela descrivere: “Era alta e magra, una carnagione ambrata e un bel viso ovale incorniciato da lunghi capelli lisci e neri.”

In questo primo racconto, tranne Giada, ci accorgeremo che tutto non è ciò che sembra, proprio come l’immagine che ci restituisce uno specchio, il quale ci dà solo una realtà superficiale e apparente, così ci ammoniranno i nostri autori nel corso del secondo racconto, “Ciò che trasmette la mente, che si vede attraverso uno specchio, è solo una parte della realtà, l’altra è quella che veste con gli occhi dell’anima, della sua bellezza e del suo respiro.”

Potremmo mai immaginare chi si nasconde dietro quelle silenziose telefonate anonime?

Il secondo racconto porta il titolo di “Ritorno ad Ancona”, si tratta della breve storia d’amore di una coppia non più giovanissima (Rebecca e Vincenzo) a Ischia; la prima reduce da una brutta esperienza coniugale, mentre Vincenzo è vedovo da quattro anni, entrambi però nascondono un grande e insospettato spirito giovanile. Intensamente vivono questo breve amore e, proprio il titolo “Ritorno ad Ancona” diventa metafora di un breve ritorno a una giovinezza che si credeva irrimediabilmente perduta.

Alla fine preferiranno “ritornare” alle loro abitudini, ai loro affetti, a se stessi, ognuno alla loro città che li ha visti crescere, rispettivamente Ancona e Napoli.

Proprio uno stesso spirito giovanile e nostalgico pervade il racconto, Rebecca sente le “farfalle nello stomaco” prima di incontrarsi con Vincenzo, prima che inizi il loro breve ma intenso idillio. Una mano passata sui capelli, portati sensualmente e ingenuamente dietro le orecchie e partirà un bacio.

Il terzo e ultimo racconto si intitola “Un cammino difficile”. Infatti, difficile e tortuoso è il cammino di due genitori (Eva e Alberto) per crescere i figli, ancor più difficile se quei figli sono adottivi e non in tenerissima età, bensì di quattro e cinque anni; così succede che, egoisticamente, uno dei due, il padre nel nostro caso, abbandona il tetto coniugale e lascia la sola madre ad occuparsene, nonostante sia stato lui stesso ad insistere per l’adozione.

Dal punto di vista del numero di pagine “Un cammino difficile” è il racconto più breve della silloge, solo ventuno pagine contro le quasi cinquantanove di “Telefonate anonime” e le quasi trentacinque di “Ritorno ad Ancona”; tuttavia dal punto di vista diacronico della vicenda è il più lungo (poco più di dieci anni) e il più dinamico.

Concludendo, in “Un cammino difficile” il cerchio si chiude. Anche Clara di “Telefonate anonime” era stata abbandonata, perdipiù con una bambina in grembo (Giada), che crescerà da sola e così fa Eva con i due bambini adottivi. Abbiamo quindi un elogio della donna, combattiva e madre nonostante tutto. Questo è “Ritorno ad Ancona e altre storie”, un messaggio di speranza e di felicità insperata, un ritorno a se stessi e amore di madre per i propri figli.

 

Emanuele Marcuccio

Palermo, 10 settembre 2012

 

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“Pensieri minimi e massime” di Emanuele Marcuccio, recensione di Michele Nigro

Pensieri minimi e massime

di Emanuele Marcuccio

PhotoCity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012, pp. 47

ISBN: 978-88-6682-240-0

Genere: Saggistica/Aforismi

Prefazione, a cura di Luciano Domenighini – Postfazione, a cura di Lorenzo Spurio

Curatrice d’opera: Gioia Lomasti – Cover: Francesco Arena

Prezzo: 7,60 €

 

Recensione a cura di Michele Nigro

 

Quale funzione potrebbero svolgere gli aforismi nella cultura del ventunesimo secolo? Noi, abitanti di quella grande rete, veloce e impaziente, chiamata Internet, eterni elemosinanti di tempo per fare migliaia di cose inutili travestite da necessità, alla ricerca di un’informazione liofilizzata e lampante, abbiamo perso l’istinto all’ozio creativo e alla riflessione edificante. In tale contesto l’aforisma, dal greco aphorismós, ‘definizione’, svolge una preziosa funzione di conservazione del patrimonio interiore dell’uomo pensante sotto forma di brevi sequenze testuali indipendenti e al tempo stesso di inseminazione dell’inner spacedel lettore: come una microscopica vita germinale, catturata e letta dall’occhio di un uomo nevrotico ma assetato di piccole verità, l’aforisma innesca nell’animo di chi lo riceve un’inattesa reazione filosofica che prende forza dal potere della brevità. Tra una fermata della metropolitana e la successiva, il tempo necessario per leggere, rileggere e assaporare intimamente un aforisma, è riposto il segreto per la salvezza del nostro pensiero anestetizzato.

Un segreto che Emanuele Marcuccio, autore della raccolta aforismatica intitolata Pensieri minimi e massime, dimostra di aver appreso perfettamente, sperimentando gli effetti di questa antica tecnica scritturale in prima persona, nella propria esistenza di poeta e di pensatore. Anche se ci troviamo dinnanzi a un pensatore non impegnato in sterili filosofismi accademici, i semplici aforismi di Marcuccio inducono il lettore, proprio facendo leva sulla loro struttura apparentemente innocua, alla riflessione, al voler ritornare più volte su frasi brevi, scarne, dirette, raramente articolate, non bisognose di esegesi acuminate, ma al tempo stesso “banalmente disarmanti” grazie a un meccanismo assiomatico che diviene catarsi.

L’Autore sembra quasi indicare ai suoi lettori un metodo di purificazione del pensiero, attingendo a piene mani da un immaginario collettivo, anche se di origine privata, in cui non è difficile riconoscersi: un’operazione che diventa possibile perché Marcuccio adopera gli aforismi come se fossero simboli arcaici di una mappa interiore appartenente al genere umano. Aforismi che sottolineano necessità apparentemente scontate; aforismi da ripercorrere, per non lasciarsi ingannare dalla loro semplicità e dalla nostra distrazione di cittadini già saturi di segni sintetici provenienti dall’informosfera. Aforismi da vocalizzare interiormente, per farli propri, per assorbirli, come preghiere laiche che si distinguono dal flusso compatto della narrazione di grandi storie e c’invitano ad approdare su piccole isole di riflessione.

La ricercata “ingenuità” degli aforismi di Marcuccio conduce il lettore alla scoperta archeologica e al conseguente disseppellimento di un nucleo esistenziale incrostato dalla complessità di una vita tecnologicamente avanzata ma deprivata di senso.

Solo chi ha avuto il piacere, nel corso della propria vita, di assistere allo stillicidio diaristico e silenzioso dei propri pensieri sulla carta può comprendere profondamente l’operazione effettuata da Marcuccio: il bisogno di condensare l’esperienza esistenziale in leggi personali; per ricordare a noi stessi le regole che ci hanno aiutato ad andare nel mondo, interpretandolo; per definire ciò che appare indefinibile, fissandolo. Anche se non tutti i pensieri hanno la vocazione a diventare aforismi. Come scrive l’Autore nell’aforisma numero ottantotto, l’ultimo della raccolta: «Un fotografo coglie un attimo di realtà imprimendolo nella pellicola; bisogna saper scegliere quell’attimo tra mille, da qui si percepisce la sua arte.»

Stralci privati e quotidiani scelti con oculatezza, senza cedere a una sorta di solipsistico protagonismo; sprazzi di esigenze spirituali salvate dall’evaporazione mnemonica e dall’inutile corsa verso falsi impegni che umiliano il pensiero: solo le attività umane degne di questa definizione rientrano nella ricerca di Marcuccio. L’amore, il dolore, la gioia, l’importanza esistenziale della poesia e della scrittura, i rapporti sociali, la saggezza scoperta lungo il cammino, la vita…

I pensieri minimi riecheggiano in maniera autonoma nell’animo di ogni singolo lettore e, a seconda dell’importanza che assumono nel contesto dell’interiorità ricevente, diventano miracolosamente massime.

 

 

 

a cura di Michele Nigro

4 settembre 2012

 

 

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“Il mito nel Novecento letterario” a cura di Antonio Melillo, recensione di Lorenzo Spurio

Il mito nel Novecento letterario

di AA.VV.

a cura di Antonio Melillo

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2012

ISNB: 978-88-95881-60-7

Pagine: 347

Costo: 22€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Collaboratore di Limina Mentis Editore

Il mito è un racconto. Ma cosa racconta? E’ il tentativo di raccontare il senso dell’esserci, è l’interpretazione dell’esistenza del vero che parla al singolo individuo (p. 10).

 

 

Questo libro è un testo di saggistica e di critica letteraria ricchissimo di contenuti che spazia dalla letteratura italiana contemporanea (Pavese, Brancati, Pasolini), alla letteratura inglese modernista (T.S. Eliot) sino al mondo classico (Ovidio, Platone) con numerosi incursioni nella poesia del nostro secolo (Pontiggia, Damiani, Marina Moretti). Il filo rosso del libro, come indica il titolo stesso, è il mito.

Nell’ampia nota di prefazione a cura di Antonio Melillo, il curatore dell’intero volume, traccia in via analitica l’origine, il significato, il valore e l’importanza che il mito ricopre oggi nella nostra società sottolineando da subito il fatto che il mito è una creazione umana, un qualcosa a cui crediamo e a cui non potremmo fare a meno ed è allo stesso tempo un qualcosa che ha sempre accompagnato l’uomo (si pensi l’antico mito della caverna descritto da Platone o il mito del buon selvaggio di Rousseau). Melillo dà le linee guida per riconoscere ciò che è un mito da ciò che non lo è. Il mito, infatti, non va confuso con la leggenda né tantomeno con la favola. La trascrizione e il racconto spesso fanno apparire somiglianze tra di loro, ma sono tre identità super-caratterizzate e ben definite.

Il mondo consumistico e dei mass media con il quale si identifica la nostra società super-sviluppata è un grande contenitore di miti (miti mitologici come quelli di Ovidio e miti contemporanei come Marilyn Monroe, Lady Diana o Batman) tanto che il processo di mitizzazione e di filiazione di miti è nell’attualità un qualcosa d’inarrestabile. Bisogna fare attenzione anche nel non confondere il mito con la storia: il primo è una sorta di aneddoto –non necessariamente vero o realistico- che ha influenzato o presenziato la storia, quest’ultima è il racconto delle nostre vite e quelle dei nostri antenati. Il mito è e allo stesso tempo non è un eroe. Batman, dunque è un eroe o un mito? Melillo offre una attenta chiave di lettura che ci aiuterà a far luce sulla questione. Il mito inoltre ha immancabili riferimenti e legami alla religione, alla filosofia, alla cosmologia e alla poesia perché in fondo –come più volte viene sottolineato- il linguaggio del mito è un linguaggio lirico, cadenzato, strofico e l’atmosfera che evoca lo è altrettanto. La prefazione di Melillo sfocia poi in un’ampia parte che più propriamente fa riferimento alla filosofia e all’epistemologia del mito che può risultare interessante agli studiosi di tali dottrine.

Il libro si compone di una buona quantità di saggi e studi critici di carattere monografico: Gianfranco Lauretano nel saggio dal titolo “Il mondo abitato del mito in alcune esperienze di poesia contemporanea italiana” affronta la poetica di alcuni poeti dei nostri giorni (Giancarlo Pontiggia, Claudio Damiani, Salvatore Ritrovato e Marina Moretti), procedimento impiegato anche da Anna Maria Tamburini con il saggio “Il mito nella letteratura del Novecento” che analizza alcuni aspetti dell’opera poetica di Cristina Campo, Agostino Venenazio Reali, Margherita Guidacci). Neil Novello arricchisce questo testo con il suo saggio dal titolo “Mitopoesia di Gesù. Pasolini-Vangelo secondo Matteo”.

Per chi è, invece, un grande affezionato del modernismo inglese si consiglia vivamente la lettura del saggio di Daniele Gigli, un’ampia ed eterogenea analisi fatta da più punti di vista sul poemetto filosofico The Waste Land (La terra desolata) del britannico Thomas Stearn Eliot dal titolo “The Waste Land. Dalla parola mitica alla parola incarnata”. Uno degli aspetti che contraddistinguono questa pietra miliare della letteratura contemporanea è il totalizzante uso dell’intertestualità per mezzo della citazione e il riferimento che T.S. Eliot fa ad altrettanti testi letterari, popolari e incluso la Bibbia tanto che il suo libro finisce per essere un mosaico di citazioni. Citare non è mai un processo completamente negativo perché è un mezzo per richiamare dell’altro o celebrare un grande autore del passato. Ovviamente la sovra-citazione non deve mai diventare sinonimo di mancanza di originalità, imitazione o addirittura plagio letterario. L’altra componente chiaramente caratteristica di The Waste Land è l’affollatissima presenza di personaggi vivi, morti, reali o mitici che tra le pagine del poemetto vengono descritti, uno tra tutti il profeta cieco Tiresia che in Ovidio è anche manifestazione dell’ermafroditismo e più in generale di metamorfosi.

Matteo Veronesi nel suo saggio “Dal Novecento agli antichi. Volti e riflessi del mito di Narciso” studia, invece, un mito arci-noto, quello di Narciso, del bel giovane aitante innamoratosi di sé che, per incapacità di guardarsi al di fuori di sé, finisce per morire annegato in un ruscello dove stava specchiandosi. Il narcisismo è un comportamento che in taluni casi può configurarsi come patologico e dunque provocare un vero e proprio problema psicotico come Freud sottolineava già nei Tre saggi sulla sessualità (1905). Parlare di Narciso porta indissolubilmente a parlare anche del mito di Eco al quale appunto Narciso è legato nella narrazione che Ovidio fa.  Veronesi analizza come il mito di Narciso e la stessa parola ‘narcisismo’ sono stati impiegati in letteratura nel corso del tempo; curioso è il riferimento ai poeti crepuscolari: “E, nei crepuscolari, il Narciso che si specchia è ormai un fiore pallido, esangue, estenuato. ‘Rassegnato come uno specchio,/ come un povero specchio melanconico’ (Corazzini), ‘Come uno specchio vano si moltiplica’ (Gozzano)” (p. 208).

Il libro ha un contenuto ricchissimo ed estremamente vario. Si prosegue con il saggio a cura di Giancarlo Micheli dal titolo “Thomas Mann, il nutritore. Il mito realista del Novecento e il realismo mitico di un ex-impolitico”. Un grande omaggio alla letteratura spagnola è contenuto invece nel saggio a cura di Cinzia Demi dal titolo “Don Giovanni ripensa se stesso. Dal rovesciamento del grande mito moderno del Don Giovanni di Sicilia di  Brancati al Don Juan di Tirso de Molina al Dom Juan di Molière, al Dissoluto punito di Mozart-Da Ponte” nel quale il critico analizza mediante stralci tratti dalle varie opere – in prima persona- la differenza sostanziale che si respira tra i diversi libri che trattano di un’unica storia, quella di Don Giovanni, mettendo in luce come il processo di rivisitazione e di riscrittura –motivato da differenze geografiche, temporali, personali- sia determinante nella costruzione di varianti del mito.  Si passa così dal Don Giovanni “originario” di Tirso De Molina per arrivare a quello di Vitaliano Brancati nel quale il personaggio ha ormai perso gran parte delle caratteristiche tipiche del Don Giovanni (libertinaggio, spregiudicatezza, blasfemia, violenza) per diventare un personaggio semplice, forse un po’ troppo bonaccione ed inetto.

Il saggio di Andrea Muni si rivolge alla riscoperta della classicità del mito, un’indagine stessa sulla nascita di questa forme d’espressione e di modalità per rapportarsi/conoscere il mondo nel saggio dal titolo “Il mito come luogo della libertà. Edda Ducci e il mito della caverna di Platone” dove la critica, docente universitaria e filosofa, sottolinea l’importanza del mito della caverna da lei definito “filosofia dell’educazione” per poter comprendere attentamente l’intera filosofia platonica. Il mito della caverna viene analizzato da varie ipotesi interpretative e la Ducci al termine del saggio fornisce una serie di temi importanti (come quello della libertà o il tema della persona) che secondo lei scaturirebbero proprio da questi. Seguono poi altri saggi tra cui “Il mito classico nella poesia di Margherita Faustini” scritto da Rosa Elisa Giangoia che analizza l’ampia e instancabile opera poetica della poetessa genovese scomparsa nel 2009 e “Il mito come distanza. Una lettura pavesiana” di Antonio Melillo, il curatore dell’intero progetto.

 L’opera, come già detto, offre vedute multiple e variegate su un’ampia quantità di materiale letterario, poetico e filosofico per cercare di farci entrare a pieno nello studio del mito. Il mito e la mitologia non sono la stessa cosa come dichiara Antonio Melillo nella prefazione. Il processo di miticizzazione e l’importanza di miti classici nel nostro oggi può essere compreso a pieno solo se si fa un’attenta lettura a questo testo con ricchi apparati di bibliografia che offrono numerosi spunti per ulteriori analisi e studi sul tema.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

30/08/2012

 

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“Un continuo principio”, poesia di Monica Fantaci, con un commento di Lorenzo Spurio

Un continuo principio

di MONICA FANTACI

 

 

La musica attraversa il tempo
e lo ferma nell’amore
in un’eterna simbiosi
di palpiti di scale
e ritmi cardiaci
mossi dalle arterie
di un vino buono
bevuto vicino
agli stessi rampicanti di uva
che lo hanno generato.

Palermo, 23 agosto 2012

Monica Fantaci

 

 

Commento a cura di Lorenzo Spurio

 

La palermitana Monica Fantaci, com’è nella sua poetica asciutta e tipicamente descrittiva, ci consegna con “Un continuo principio” dei versi che sono da leggere tutti d’un fiato per non perdere il senso di vigore –e insieme di freschezza- che li caratterizzano.

La musica e la poesia sono ambiti della cultura umana, espressioni artistiche e manifestazioni del genio umano che la poetessa spesso utilizza contemporaneamente nelle sue liriche perché in fondo la poesia non è altro che una musica leggera che ci accompagna e che lambisce i nostri sentimenti, come pure la musica è una lirica pregna di drammatismo, emozioni e tant’altro.

Questa lirica – della quale si potrebbe sottolineare la componente “elettrica”, quasi futurista in quei “palpiti di scale/ e ritmi cardiaci/ mossi dalle arterie” – è senz’atro espressione di un dinamismo sempre presente, di una meccanicità che si rinnova in maniera continuativa, senza per questo denotare semplicità, banalità o ridondanza.

Il senso della Vita sta proprio nelle piccole cose che troppo spesso gli occhi umani –sempre mossi dalle grandi filosofie/morali utilitaristiche dell’oggi- non vedono. I tralci di uva, fini, rigogliosi, arricciati e protesi ad aggrapparsi ad un qualcosa per poter meglio sostenersi e dar vita all’irrobustimento della pianta, ne sono un chiaro esempio.

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O PUBBLICARE IL TESTO DELLA POESIA E IL COMMENTO SENZA IL PERMESSO DEI RISPETTIVI AUTORI. IL TESTO DELLA POESIA VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

“Le undici regole per scrivere una buona recensione” di Lorenzo Spurio

Che cos’è una recensione?

Il termine ‘recensione’ deriva dal latino recensionem (da recenseo) che significava “esamino”, “passo in rassegna”, composto da re (“Addietro”, “di nuovo”) e censeo (“stimo”, “Apprezzo”). Si tratta, dunque di un esame e raffronto di più scritture riguardo alla lezione o interpretazione. E’ una notizia di scrittura con giudizio più o meno aperto. (Definizione tratta dal Dizionario Etimologico Online)

La recensione è un commento che una persona –qualsiasi sia la sua professione- fa su di un libro o un film. Essa può essere verbale o scritta e a seconda del livello culturale/professionale/accademico del recensionista essa assumerà maggior valore. E’ noto, infatti, che le recensioni giornalistiche –almeno nel panorama inglese- sono da considerare come una critica letteraria di second’ordine, dopo la critica più prestigiosa di docenti, cattedratici e studiosi di letteratura.

Nella altre lingue si traduce la parola “recensione” con review (inglese), reseña (spagnolo), recension (francese).

Le undici “regole” da me elaborate per una buona recensione

  1. Non conoscere personalmente l’autore del quale si sta leggendo.
  2. Non svelare troppo della storia.
  3. Non elogiare troppo l’autore per un testo che è semplicemente mediocre. Esprimere un commento entusiasta solo quando realmente l’opera produce nel recensionista un certo gradimento.
  4. Non massacrare l’autore per un testo che è semplicemente mediocre. Esprimere criticità, errori, sviste o condannare messaggi provocatori-denigratori-estremistici.
  5. Argomentare il perché del giudizio che si sta dando.
  6. Fare collegamenti ad altri autori, libri, culture e letterature.
  7. Delineare –per quanto è possibile- il tipo di genere e lo stile utilizzato.
  8. Dare una propria analisi di alcuni punti cruciali.
  9. Non scrivere niente nel quale non si creda solo per compiacere l’autore.
  10. Informarsi del parere dell’autore sulla recensione. Chi ne criticherà la validità del contenuto sarà solamente un narcisista viziato che ha poco di scrittore.
  11. Pubblicare e diffondere la recensione.

La letteratura migrante. Alcune riflessioni sul volume “Scrittura e migrazione” – ediz. Università di Siena (2006)

Scrittura e migrazione – Una sfida per la lingua italiana

a cura di Laura Barile, Donata Feroldi e Antonio Prete

Edizioni dell’Università di Siena, Siena, 2009

ISBN: 978-88-96151-03-7

Numero di pagine: 179

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Curatore di Blog Letteratura e Cultura

“La letteratura migrante è una materializzazione, o un epifenomeno se preferisci, di una data sensibilità individuale e storica, e quando questa sensibilità si trasforma e si standardizza, come nella società globalizzata, è naturale che anche la letteratura segua questa tendenza”.

(Julio Monteiro Martins – “Letteratura migrante/letteratura mondiale”, p. 41)

 

Scrittura e migrazione raccoglie gli interventi, trascritti in forma colloquiale, che vennero pronunciati durante il seminario dell’8-9 febbraio 2006 dal titolo “Reinventare l’italiano: scrittura e migrazione”, tenuto all’interno della Scuola Dottorale “L’interpretazione” della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena. La pubblicazione è curata da Laura Barile, Donata Feroldi e Antonio Prete e riporta gli interventi della due-giorni di conferenze di scrittori di nazionalità straniere che hanno, però, utilizzato la lingua italiana come idioma nella produzione delle loro opere letterarie.

Il libro è una preziosa e curiosa analisi, fatta da molteplici prospettive, sul ruolo e l’importanza della lingua che fu di Dante nella letteratura contemporanea definita migrante ossia fatta da quegli scrittori di nazionalità diverse dalla italiana che per vari motivi hanno deciso di scrivere le loro opere in italiano. Dietro questa scelta, ovviamente, possono risiedere le motivazioni più varie, alcune scontate, altre meno come ad esempio il trasferimento per lavoro o per gli studi in Italia che ha fomentato l’interesse e l’amore verso la cultura italiana o, come sostiene lo scrittore algerino Tahar Lamri semplicemente perché l’italiano nel panorama mondiale è una lingua “neutra” che non è stata impiegata nella storia come lingua dominatrice-colonizzatrice e dunque imposta (se si eccettuano i casi dell’Etiopia, della “questione abissina” e della Libia pre-Ghedaffi): “ per molti immigrati scrivere, ad esempio in francese, lingua di una ex potenza coloniale, significa essere letti da molte persone in Francia, forse suscitare dibattiti, contestazioni, condanne dai propri connazionali; mentre scrivere in italiano significa scrivere a se stessi, cioè in primo luogo ad una cerchia di amici o addirittura per attirare l’attenzione della persona amata, magari italiana” (p. 161).

La dissertazione parte dalla convinzione che la lingua –una delle espressioni dominanti di una cultura- è per sua genetica caratterizzata dall’ospitalità, definizione inaugurata da Edmond Jabès. Ma la lingua è stata spesso utilizzata anche come elemento di differenziazione, emarginazione, lotta, discriminazione, come nel caso delle comunità Rom e Sinti (quelle che comunemente definiamo in maniera approssimativa “zinagari”) come traccia Santino Spinelli nel suo intervento intitolato “Una storia lunga un viaggio. Un excursus da Baro romano drom”. Santino Spinelli, oltre a essere uno scrittore e conferenziere di origini rom, è anche docente di Lingua e Cultura Romanì all’università di Trieste, ed è conosciuto in arte con il nome di Alexian ed è un attivissimo compositore di musica rom. Nel suo intervento, Miguel Angel García osserva inoltre che una delle forme di emarginazione/razzismo linguistico-culturale –se si escludono quelle violente, le persecuzioni e le forme di sopruso- è la ghettizzazione: “la formazione dei ghetti è un rischio sempre presente nei grandi fenomeni migratori” (p. 98).

Pap Khouma, scrittore senegalese, incentra il suo discorso sullo scontro di civiltà richiamando più volte la scrittrice fiorentina Oriana Fallaci e tracciando il suo percorso di migrante in Italia nelle vesti del “vu’ cumprà”. Khouma sottolinea come –pur essendo la popolazione di un paese ospitante buona, aperta e disponibile, come appunto quella italiana- è immancabile un sentimento di allontanamento dal migrante, uno sguardo attento e lontano al migrante e la creazione di un processo di identificazione, di etichettatura, come nella creazione della categoria del vu’comprà, diventato poi sinonimo di persona disagiata, disperata e in alcuni contesti anche di soggetto sbandato, delinquente, violento. Il pensiero di Khouma in merito è forse espresso al meglio nel suo best seller Io venditore di elefanti scritto assieme a Oreste Pivetta e nella rivista on-line “El Ghibli” che lui stesso dirige.

Kossi Komlan-Ebri, scrittore originario del Togo, nel suo intervento “Pian piano maturano le banane” sottolinea nel corso della storia la supremazia di “lingue altre da quelle indigene” in territorio africano per molto tempo: inglese e francese, richiamando l’attenzione sul fatto che gli scrittori africani solo recentemente si sono appropriati della loro lingua madre, “africanizzando” anche i termini che nell’uso comune sono propriamente inglesi o francesi. E’ lo steso autore ad avere coniato il neologismo “oralitura” per far riferimento alla capacità di trasportare la forza e la vivezza dell’oralità nella scrittura.

Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane, affronta la questione da un’altra prospettiva, in maniera teorica, leggermente manualistica ponendosi la questione: che differenza c’è – se c’è- tra gli “scrittori migranti” e i “migranti scrittori”? La differenza esiste ed è vistosa: i primi conservano il loro status di scrittori –già attivi e noti nel loro paese d’origine- nel momento in cui giungono in un altro paese (in questo caso l’Italia) e lì danno vita a opere nella lingua di quel paese (in questo caso l’italiano). I “migranti scrittori”, invece, sono, come indica la definizione stessa, dei migranti che diventano scrittori solo dopo il loro arrivo nel paese di migrazione. E’ ovvio che da queste due diverse esperienze nascano scritture di differente tipo e sensibilità: “Le opere più direttamente autobiografiche sono da attribuirsi spesso ai “migranti scrittori”, mentre quelle più squisitamente letterarie, più complesse ed elaborate a livello formale, quelle con maggior presenza dell’invenzione, dell’immaginario simbolico, appartengono agli “scrittori migranti””.

Miguel Angel García, scrittore e docente di origini argentine, analizza invece il processo che si instaura a livello linguistico quando uno straniero giunge in Italia, solitamente per lavoro dato che “pochi sono i migranti per diletto, quasi tutti migrano perché ne hanno bisogno” (p. 87). Secondo lui si hanno sostanziali differenze tra il “migrare da soli” o il “migrare in gruppo”; nel primo caso, infatti, “è una prova durissima […] [il migrante individuale] deve reimparare tutto, e deve farlo mentre tenta di costruirsi lo strumento necessario per farlo, la lingua” (pp. 86-87) mentre nel secondo caso, il fatto di giungere in Italia “in gruppo” e quindi non da soli è connotato negativamente e funziona come rallentamento nel processo di acquisizione della lingua: “l’ambiente protettivo della sua conchiglia comunitaria lo scoraggia, gli toglie la volontà con la sua dolcezza” (p. 94).

Nel volume figurano estratti degli interventi anche di Ornela Vorpsi, scrittrice di origine albanese, dal titolo “Una conversazione scritta”, Jarmila Ockayova, scrittrice slovacca, dal titolo “Dalle parole di nostalgia alla nostalgia di parole”, un discorso affascinante intessuto su preziose metafore ed analogie e dello scrittore di origine iraniana Bijan Zarmandili dal titolo “Il linguaggio ibrido” nel quale affronta la questione linguistica da un’altra prospettiva, ossia quella dello scrittore italiano che si vede continuamente contaminato da lingue e culture “altre”.

Tahar Lamri, invece, nel suo intervento parla principalmente di “multiculturalità” e di “interculturalità” richiamando direttamente alcuni passi coranici esemplificativi della necessità dell’apertura e della disponibilità all’accoglienza nei confronti di altri popoli. Cita dal Corano: “comportatevi nel modo seguente: intavolate con esse [altri popoli, altra gente] un dialogo in maniera di simpatica amicizia, non badate ai soliti che si allontanano cattivi, ed esprimetevi così: crediamo a ciò che è stato rivelato a noi, crediamo a ciò che è stato rivelato a voi, il nostro dio è il vostro dio, è uno solo, e a lui noi ci affidiamo”.

Un bel messaggio che apre all’integrazione, alla convivenza e all’allontanamento da ogni forma di violenza o discriminazione. Certo è che se l’uomo l’avesse rispettato – questo è un messaggio coranico, ma si trovano equivalenze di contenuto nella Bibbia- di certo non avrebbe prodotto genocidi, violenze spietate, aberrazioni umane e degradato popoli ritenuti “inferiori” o sottoposti a una violenta colonizzazione.

 

 

a cura di Lorenzo Spurio

Curatore di Blog Letteratura e Cultura

 

Jesi, 15 Agosto 2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Lorenzo Spurio intervista Michela Zanarella, autrice di “Meditazioni al femminile”

Intervista a MICHELA ZANARELLA

Autrice di MEDITAZIONI AL FEMMINILE

SANGEL EDIZIONI, CORTONA, 2012

Isbn: 978 8897040750

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

 LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

MZ: Meditazioni al femminile può sembrare un titolo rivolto a un pubblico prettamente femminile, ma non è assolutamente il caso di questa raccolta poetica, che vuole essere messaggio universale  nel nome dell’amore non solo sacro ma anche profano, secondo riflessioni maschili e femminili. Ho scelto di raccontare in versi la mia figura di donna, svelando la  mia identità in modo spontaneo e sincero. Nel libro ho espresso sensazioni ed emozioni che vanno a toccare il senso della vita ed il nostro essere nel cosmo.

 LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

MZ: Il libro è molto autobiografico, non è un caso che io parli degli affetti più cari, della mia terra, delle esperienze che ho vissuto, dei poeti che amo, indirettamente c’è sempre una traccia di me in ciò che scrivo. La letteratura serve a raccontare se stessi, a raccontare situazioni comuni, realtà che appartengono un po’ a chiunque. Già i grandi della letteratura, prendiamo ad esempio Dante, nella sua commedia “divina” introduce un filo sottile per raccontare tutta la sua esperienza terrena, mettendo a nudo la sua anima, con vicissitudini politiche e carnali, così come il Manzoni nei “Promessi Sposi” ha tirato in ballo il suocero.

 LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

MZ: Amo Alda Merini e Pier Paolo Pasolini, sono due figure che hanno segnato il mio percorso di scrittura. Vivo a Monteverde, il quartiere in cui Pier Paolo ha vissuto ed ha ambientato Ragazzi di vita. Ripercorrere quotidianamente le strade dove anche lui è stato, mi porta ad essere ancora più legata alla sua figura, lo considero l’ intellettuale del sociale.  E’ comunque una mia ispirazione l’opera di Henry James, alla quale ancora tutti attingono per la letteratura e il cinema moderno. Logicamente Baudelaire, Rimbaud, Verlaine sono gli angeli custodi della mia penna.

 LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

 MZ: Il libro che più amo è Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, perchè la sua scrittura è visiva, riesce a coinvolgermi e mi fa vedere le situazioni descritte dall’autore. Ambisco ad una scrittura del genere.

 LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

MZ: Alda Merini, Pier Paolo Pasolini, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Quasimodo, Ungaretti. Amo leggere anche molti poeti esordienti.

 LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

MZ: Ho pubblicato sei raccolte di poesia e una raccolta di racconti. Credo ed. MeEdusa nel 2006, Risvegli ed. Nuovi Poeti nel 2008, Vita, infinito, paradisi ed. Stravagario nel 2009, Convivendo con le nuvole ed. GDS nel 2009, Sensualità Sangel Edizioni nel 2011, Meditazioni al femminile Sangel Edizioni nel 2012. Ho pubblicato la silloge Una farfalla in volo nel libro Creare Mondi edito da Fara Editore nel 2011. Credo ha segnato il mio ingresso nel mondo della poesia, la scrittura in versi è molto semplice, dettata dall’istinto. Risvegli è una raccolta intrisa di ricordi, la considero molto descrittiva, meno acerba rispetto al primo volume. Vita, infinito, paradisi è un libro a cui tengo molto, le poesie sono quasi tutte vincitrici di premi letterari e lo considero un volume di qualità. Convivendo con le nuvole è una raccolta di brevi racconti, ha avuto una buona diffusione nel web e devo ammettere che mettermi alla prova in narrativa è stato stimolante. Sensualità è un libro di poesie d’amore, tutto rivolto ai sentimenti. Meditazioni al femminile è un volume di maturazione dello stile e di forte intensità per il contenuto. Sono presente in quasi cento antologie poetiche e spero di continuare a pubblicare. In questi giorni ho terminato il mio primo romanzo.

  LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

MZ: Ho seguito dei corsi di scrittura creativa per affinare lo stile e per migliorare il linguaggio. Conoscere la lingua italiana è fondamentale e studiare non è mai abbastanza. Ho scritto solo qualche poesia a quattro mani, può risultare stimolante per un confronto diretto, ma preferisco comunque gestire in modo autonomo la mia ispirazione. Sono una solitaria in scrittura.

 LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

MZ: Mi auguro che la mia opera sia adatta a chiunque, anche se so che in genere la poesia è apprezzata maggiormente da chi ne è realmente appassionato.

 LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovata con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

MZ: L’editoria italiana è molto vasta, ci sono tante possibilità, bisogna saper valutare bene a chi affidare la propria opera. Personalmente ho cambiato diversi editori, con tutti però ho mantenuto un rapporto di rispetto e di  fiducia. Non è solo l’editore a determinare il “successo” di un libro, conta molto l’impegno dell’autore stesso. Sapersi promuovere nel mondo editoriale è sicuramente un vantaggio.

 LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

 MZ: I premi e i riconoscimenti sono importanti, ottenere dei buoni risultati nei concorsi letterari può sicuramente dare una diversa visibilità.

 LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

MZ: Il confronto con gli altri autori è un ottimo metodo per valutare e comprendere le proprie capacità. Tutto è utile per migliorare.

 LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

MZ: Sicuramente chi scrive apprende o fa riferimento a qualcosa di già noto ed esistente, l’abilità di un autore sta nel saper rendere originale ciò che propone.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Jesi, 14/08/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Ora so cosa rispondere” di Sara Bellagio, recensione di Lorenzo Spurio

Ora so cosa rispondere

di Sara Bellagio

Albatros Editore, Roma, 2011

ISBN: 978-88-567-4073-8

Numero di pagine: 107

Costo: 14,90 €

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

Il tempo si doveva fermare in questo istante, era tutto perfetto poi non sarebbe più stato lo stesso. Quell’istante ha cambiato tutta la mia vita, me stessa, il mio rapporto con il mio corpo e con gli altri. E’ bastato solo un istante per stravolgere tutto. Un unico lungo istante. (p. 85).

 

Ora so cosa rispondere è un libro passionale, che va al fondo delle emozioni di Anna, la protagonista, che potrebbe essere riflesso di ciascuna donna dei nostri tempi. La narrazione si apre con un fatto amaro e sconcertante: l’incidente stradale di Marc, l’uomo che tempo prima la donna aveva amato. In questa occasione subito si precipita in ospedale dove trova i parenti di Marc, tutti speranzosi che il ragazzo si riprenda dal coma e guarisca. Le condizioni di Marc miglioreranno e si salverà, ma di questo verremo a conoscenza solo al termine del romanzo.

La parte iniziale del romanzo è giocato su di una doppia scrittura che prevede due livelli temporali diversi: il presente della routine noiosa di Anna e il suo passato – la relazione d’amore vissuta con Marc. In questo percorso conosciamo anche altri personaggi come ad esempio i genitori di Anna, ma forse il personaggio più interessante è quello di Pam, l’amica fraterna-confidente di Anna. Seguiamo le due ragazze per la via della città durante le loro passeggiate per lo shopping e in questo mondo frivolo dove l’autrice non fa che sottolineare l’importanza che per Anna rivestono trucchi, vestiari, tacchi alti, regali e shopping. Ossia l’importanza adolescenziale, immatura, volta al lato narcisistico e materiale dell’essere.

Le cose cambiano, però, quando Anna conosce e si innamora di Marc, un ragazzo affascinante, fotografo, sempre impegnato in giro per il mondo per il suo lavoro. Tra di loro scocca la scintilla ma la ragazza –sulla scia di una tradizione melensa e sdolcinata della letteratura- vive la nuova relazione in maniera molto diversa dal ragazzo che, invece, pur essendo coinvolto dalla ragazza, continua a dare il giusto peso ai suoi interessi e al suo lavoro. Anna, invece, si lascia travolgere da questa passione e seguirà Marc accompagnandolo anche nei suoi spostamenti all’estero, come durante il viaggio a Dubai. E’ proprio lì, però, che nascono le prime frizioni: la ragazza comincia a parlare di matrimonio, famiglia, di futuro mentre per il ragazzo sembra esistere solo la sua amata fotografia. Ogni altra cosa, pur non rifiutandola a priori, la considera come precoce.

Il romanzo utilizza un linguaggio semplice, diretto e asciutto che è facilmente fruibile a tutti. Si evidenzia qua e là qualche periodo claudicante a causa di una punteggiatura approssimativa e, nel complesso, la trama è abbastanza semplice, prevedibile, in alcuni tratti addirittura ai limiti del realistico.

Quando Anna scoprirà di essere incinta, i due ragazzi finiranno per separarsi e questo momento vissuto in maniera sofferta da parte di Anna, la condurrà a perdere il bambino.

L’incidente di Marc, la notizia con la quale si apre il romanzo, è proprio il luogo/momento dell’incontro dei due dopo un anno di distanza dopo i vari avvenimenti accaduti. Il tempo ha operato un cambiamento in entrambi, i personaggi sono chiaramente cresciuti e più maturi; Sara Bellagio ci consegna due explicit, entrambi plausibili, senza fornirci una conclusione unica. Al lettore sta scegliere come finire la storia. Ecco, appunto il significato del titolo. Anna si mostrerà remissiva e di aver lasciato completamente il passato alle spalle, pronta a inaugurare una nuova vita oppure, debole e ferita del trascorso precedente, sarà decisa nel non dare una possibilità a Marc? Leggete questo libro in modo che poi potrete dire: “Ora so cosa rispondere”.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Curatore Blog Letteratura e Cultura

 

12/08/2012

 

Chi è l’autore?

Sara Bellagio è uno pseudonimo. E’ una giovane scrittrice alla sua prima esperienza letteraria. Vive in una piccola cittadina del nord Italia dove lavora nell’ambito finanziario.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

 

 

“Il valzer delle ombre al lume della lanterna” di Giuseppe Guddemi, recensione di Lorenzo Spurio

Il valzer delle ombre al lume della lanterna

di Giuseppe Guddemi

con introduzione di Margherita Ingoglia e prefazione di Orazio Labbate

Limina Mentis Editore, Villsanta (MB), 2011 – Collana: Ardeur

ISBN: 978-88-95881-41-6

Numero di pagine: 45

Costo: 10 €

Recensione a cura di Lorenzo Spurio – Collaboratore di Limina Mentis Editore

                                                                                                                                                                                

Accediamo a questo libricino di liriche in maniera soave, trovandoci catapultati di punto in bianco in un mondo difficile da comprendere nella sua interezza. E’ evidente l’apporto di una componente onirica che permette a Giuseppe Guddemi di spaziare tra i temi che sono presenti nella silloge. Il tutto è reso ulteriormente piacevole da una serie di immagini che corredano la silloge. In alcuni casi sono foto che richiamano la lirica alla quale sono appaiate, come in “Naufrago” dove vediamo un mare dove si disegnano cerchi concentrici segno, forse, che qualcosa è caduto nell’acqua, in altri casi la relazione foto-testo la trovo più difficile da spiegare come ad esempio in “Sulla soglia sdrucciolevole di un istante nichilista” dove nella foto, che utilizza una scala monocromatica del blu, vediamo la parte bassa di un volto di donna che tiene la mano –nella quale figura un crocefisso- appoggiata al mento.  Forse il collegamento andrebbe visto in quelle “languide carezze […] si consacrano alle ombre della notte” (p. 25).

La poesia di Guddemi non è di impianto realista e, pur caratterizzandosi per una concreta materialità (c’è una continua attenzione per i materiali), scivola via in ambiti più propriamente intimistici quali l’esistenzialismo o addirittura l’ontologia, la ricerca sul sé. Ma come ricorda Margherita Ingoglia nell’interessante introduzione al libro, “la magia della poesia è guardare oltre il significato apparente della parole” (p. 7). Ed è questo che Guddemi fa, in maniera spontanea, quasi inconsapevole. Quello che potrebbe sembrare a una prima vista una meticolosa ricerca delle parole, della strutturazione dei versi,  quasi da sfiorare il rigorismo, in realtà è espressione libera e irrazionale del poeta.

E’ un percorso interessante il suo nel quale il lettore scopre pagina dopo pagina, suggestioni e considerazioni sempre diverse. E’ una poesia imprevedibile e sfuggente, è una poesia “elettrica” per la ricca aggettivizzazione, ma è anche una poesia cupa e critica.

Centrale è nella silloge il tema della luce o del buio e nella poesia di apertura, “Dissolvenze”, l’uomo è investito da una serie di atteggiamenti (inseguire, dissolvere, sfuggire, raggiungere) che richiamano appunto i movimenti solari. Fra i vari componimenti fanno capolino tematiche chiaramente autobiografiche come il “ricordo crudele di lame affilate” (p.19), manifestazione di una memoria difficile che ancora nel presente causa dolore, la continua ricerca di un senso nel nostro vivere (“tenendo tra le mani/ punti vuoti di domanda”, p. 23), l’antinomia tra corporeo e incorporeo, tra reale e aldilà: “Dentro il mio cono d’ombra persi la consistenza. Non ebbi corpo. Non ebbi nome” (p. 31), l’atavico dilemma sul destino dell’uomo –sintomo, forse, della grande coscienza della finitezza del genere umano e anche una paura della morte-: “E adesso che il passato è già passato/ mi chiedo se domani sarà un giorno che è già stato/ mi chiedo se il cammino è stato preso/ o se dovrò percorrerlo all’indietro” (p. 35). Questi versi ci fanno pensare alle considerazioni di Sant’Agostino sul tempo, il quale concludeva, dopo una lunga dissertazione filosofica, che esiste un unico tempo: «Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa» (in Le Confessioni, Libro XI).

La lirica che chiude la raccolta, la stessa che dà il titolo al libro è pervasa di un gioco di fioche luci, “al lume della lanterna” appunto imbevuta di un’atmosfera cupa e addirittura surreale in quegli “orologi gotici sciolti” (p. 44) che tanto ricordano gli orologi deformati di Salvador Dalí.

 

 

Chi è l’autore?

Giuseppe Guddemi è nato a Palermo nel 1986, città che rimarrà a lui molto cara. Nel 2005 ha conseguito la maturità classica presso il Liceo Sperimentale Statale “F. Crispi” di Ribera (AG). Durante il periodo liceale ha partecipato al progetto scolastico “immaginario” (2005) che dà concretamente avvio “all’avvincente ricerca di un sé qualunque come un viandante verso l’oltre”, attraverso la scrittura. Tra le altre partecipazioni letterarie si ricorda la pubblicazione della lirica “Nel sogno” nell’Antologia “Poesia onirica” (2010), Estro-Verso Edizioni. Attualmente segue gli studi di Giurisprudenza presso l’università Statale degli Studi di Palermo, ove vive.

 

 Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Collaboratore di Limina Mentis Editore

 

09/08/2012

 

 E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Coincidenze d’inverno” di Cristiano Mocciola, recensione di Lorenzo Spurio

Coincidenze d’inverno
di Cristiano Mocciola
Montag Edizioni, Tolentino, 2012
ISBN: 978-88-97875-14-7
Numero di pagine: 144
Costo: 15,00 €
 
 
Recensione a cura di Lorenzo Spurio
 

Ricordati che non ti verrà mai dato un desiderio senza che tu abbia la forza ed i mezzi per farlo avverare (p. 132).

La debolezza più diffusa fra gli uomini è senz’altro l’abitudine di essere mentalmente suscettibili agli influssi negativi provenienti da altri (p. 133).

In Coincidenze d’inverno di Cristiano Mocciola è contenuta una storia pregna di sentimento, di emozioni contrastanti e di vicissitudini abbastanza tormentate che fanno seguito a una sorta di colpo di fulmine a distanza. Il romanzo “celebra” a suo modo i contemporanei social network non come semplici spazi d’intrattenimento, ma come potenziale luogo d’incontri. E’ proprio la rete che inaugura la conoscenza tra Valentino e Tecla che ben presto si tramuta in amicizia. I due arrivano ad un punto nel quale – ancora senza essersi mai visti- sembrano conoscersi alla perfezione e nessuno dei due sente dei timori nei confronti dell’altro. Il passo dall’amicizia all’amore è breve anche se –spalleggiato dai pochi strenui romantici all’antica- trovo un po’ di difficoltà a credere nel reale a un rapporto che cresce, matura e si solidifica in brevissimo tempo, senza per altro un incontro diretto delle due persone. Ma il mondo va veloce e nessuno riesce a stargli dietro. Internet –che è la vita virtuale- ossia uno spazio nel quale possiamo fare esattamente tutto ciò che facciamo nella realtà, solamente che a livello “ideale”, è conquistato anche dalla sfera dei sentimenti. In questo rapporto la distanza non sembra configurarsi come un vero e proprio problema anche se Valentino non tarda a riscontrare nell’amica-amante un cambio di atteggiamento che non sa a cosa attribuire.

La narrazione procede in maniera incalzante ed è fatta da brani più o meno brevi che compongono numerosi capitoli, ciascuno con un suo titolo. Nel romanzo entrano in gioco anche altri personaggi come Nicola, il fidato amico di Valentino o l’amica di Tecla, tossicodipendente proprio come lei. E’ questo in fondo il tema principale che fuoriesce dal romanzo: la droga. Il desiderio giovanile di sperimentare nuove forme di eccitazione e stati adrenalinici porta la protagonista a entrare nel mondo della droga –dimensione nella quale, assieme all’amica trova spensieratezza e spontaneità. Ma come insegna la vita questa cattiva amicizia con la polvere bianca la porterà a uno stato di dipendenza, prima e a una profonda depressione, poi. La storia di una ragazza che si droga è la manifestazione concreta della vittoria indiscussa delle debolezze umane e la vigilia di un percorso di logoramento. E’ per questo che Tecla cela la sua dedizione alla droga parlando e aprendosi con Valentino e, conseguentemente, quest’ultimo capisce che c’è qualcosa di diverso in lei per come si comporta.

Il tema sociale è forte; Cristiano Mocciola tratteggia un mondo in cui l’utilizzo e l’abuso di droga ormai è una realtà o piuttosto una mania preoccupante che è inarrestabile in ogni fascia della popolazione che la riguarda: “Tirare di coca, in gergo si diceva così l’inalare col naso la sostanza raffinata ottenuta dalle foglie della suddetta pianta, triturata e resa polvere, voleva dire essere alla moda. Il pulviscolo bianco agiva sul sistema nervoso e riscuoteva un grosso successo tra i giovani, tra gli adulti, gli imprenditori e consensi da molteplici tipologie di soggetti, dai ceti più bassi della società fino alle alte sfere (p. 103). Cristiano Mocciola descrive così un problema si vasto e preoccupante, rendendolo –a mio avviso- ulteriormente ingigantito quasi si trattasse di un problema endemico i cui probabili rimedi siano già stati dichiarati nulli e privi di efficacia. Ma il lettore si renderà ben conto leggendo questo libro che non è un messaggio negativo e privo di speranza quello che l’autore vuole lanciare, tutt’altro.

Il romanzo gioca su una continua isotopia del colore bianco: si parte dalla copertina del libro con uno sfondo bianco sul quale si staglia un ramo di un albero con appoggiata della neve, per poi parlare della cocaina, notoriamente conosciuta come polvere bianca. Ma il bianco ritorna anche nella parte finale dove la protagonista, a seguito di un incidente stradale si trova in stato di coma, -una condizione di “congelamento” delle condizioni vitali. Ma è l’ospedale in se stesso a richiamare il bianco: lunghi corridoi, camici di dottori, luce bianca al neon.

Questo libro ovviamente è molto di più. Non svelerò cosa succede né come si conclude la storia. Basterà sapere che Cristiano Mocciola sottolinea più volte l’imperscrutabilità del destino, gli incontri fortuiti, le coincidenze, appunto che esistono nella nostra vita solo se siamo disposti a condividere un certo tipo di analisi.

Le cose succedono perché devono succedere e basta. Qualcuno le ha decise.

Le cose succedono semplicemente perché sono la conseguenza di altre cose.

Non c’è un senso né un motivo in quel che succede.

Una cosa succede proprio mentre –ironia della sorte, nemmeno a farci apposta- ne succede un’altra che ha uno stretto legame all’altra.

La vita è una successione di eventi. Sta a noi coglierne o ad attribuirne il senso. A seconda di come viviamo saremo in grado di intravedere sfortune, tragedie oppure coincidenze –positive o negative- che rimarcano ancora una volta come il trascorrere ineludibile del tempo a volte è così generoso da far incrociare strade, persone, momenti, pensieri, sogni.

 

Chi è l’autore?

Cristiano Mocciola è nato a Milano nel 1978. Ha esordito con Stop!, romanzo breve edito nel 2008 da Zeroundici editore. Partecipa a diversi concorsi letterari ottenendo buoni risultati. E’ presente nelle raccolte antologiche edite da Montag con due racconti: “La via di uscita” in Alchimie di Viaggio (2010) e “Acqua e Fuoco” in L’amore delle donne (2011).

  

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

03/08/2012

 

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