Aldo Palazzeschi (ri)letto ed approfondito

Il secondo volume della iniziativa della rivista di letteratura “Euterpe”

1599_10208217645622215_3109353557930082694_nAll’insegna della riscoperta dei geni della letteratura italiana, quegli esponenti che spesso vengono studiati in maniera semplicistica alla scuola dell’obbligo riducendone la reale cifra letteraria, la rivista di letteratura “Euterpe” ha organizzato il secondo volume della iniziativa letteraria “Stile Euterpe”  dedicato quest’anno alla riscoperta e allo studio attento del poliedrico Aldo Palazzeschi. Il volume, dal titolo di Aldo Palazzeschi: il crepuscolare, l’avanguardista e l’ironico, è curato da Lorenzo Spurio, Martino Ciano e Luigi Pio Carmina e pubblicato dalla casa editrice fiorentina PoetiKanten Edizioni (pagg. 228, Costo: 10 €, ISBN: 9788899325275).

Dopo la nota critica introduttiva scritta da uno dei curatori, il siciliano Luigi Pio Carmina, si susseguono testi poetici ispirati all’impetuosità lirica del Palazzeschi poeta-funambolo o a lui dedicati. Tra di essi figurano opere di Lucia Bonanni (San Piero a Sieve/Scarperia – FI), Corrado Calabrò (Roma), Luigi Pio Carmina (Palermo), Maria Salvatrice Chiarello (Palermo), Osvaldo Crotti (Almenno S. Bartolomeo – BG), Rosanna Di Iorio (Cepagatti – PE), Valentina Giua (S. Pietro Clarenza – CT), Emanuele Marcuccio (Palermo), Francesco Mazzitelli (Policoro – MT), Patrizia Pierandrei (Jesi – AN), Margherita Pizzeghello (Rosolina – RO), Sebastiano Plutino (Messina), Enrica Santoni (Schorndorf – Germania), Francesca Santucci (Dalmine – BG), Antonio Spagnuolo (Napoli), Teresa Spera (Ruvo del Monte – PZ), Rodolfo Vettorello (Milano), Michela Zanarella (Roma), Marta Zirulia (Quartu Sant’Elena –CA).

aldopalazzeschi

Aldo Palazzeschi

Per la sezione narrativa breve l’antologia contiene i racconti di Luisa Bolleri (Empoli – FI), Francesco Paolo Catanzaro (Palermo), Cristina Giuntini (Prato), Gianluca Guillaume (Moncalieri – TO), Samuele Mazzotti (Cesena) ed Antonio Merola (Roma).

Un’ultima, importante, sezione del volume è costituita dalla saggistica e contiene articoli, saggi e critiche letterarie che numerosi studiosi, critici ed amanti della letteratura hanno voluto dedicare ad Aldo Palazzeschi. In questa sezione sono presenti i saggi “Palazzeschi: Vita Vs Letteratura” di Angelo Ariemma (Roma), “Palazzeschi, incendiario assennato” di Marco Ausili (Ancona), “Prospettive storiche per un umorismo… mancato” di Raffaele Guadagnin (Feltre –BL), “Palazzeschi il sovversivo: il corpo come rivoluzione e rimozione del “ di Iuri Lombardi (Firenze), “Palazzeschi: Chi sono?” di Francesco Martillotto (Lago – CS), “Luce alla lanterna” di Antonio Melillo (Almese – TO),  “Stasi e dinamismo ne ‘I cavalli bianchi’ di Aldo Palazzeschi” di Valentina Panarella (Aversa – CE), “Il ‘buffo’ e l’umorismo: l’indagine sulla vita di Aldo Palazzeschi” di Luca Rachetta (Senigallia – AN), “Il tiepido grigiore e il fuoco incandescente: Aldo Palazzeschi” di Lorenzo Spurio (Jesi – AN).

A chiudere il volume sono uno scritto del professore e critico d’arte Armando Ginesi (San Marcello – AN) dal titolo “Internazionalità del futurismo delle arti visive” che dedica particolare attenzione all’avanguardia futurista letta all’interno delle arti figurative e la nota di postfazione firmata dal poeta e critico Antonio Spagnuolo.

(*) Il primo volume di Stile Euterpe era dedicato, invece, a Leonardo Sciascia e il suo titolo è Leonardo Sciascia: cronista di scomode realtà. 

Il volume è disponibile alla vendita sul portale IBS e le altre librerie online. Può essere richiesto anche alla Casa editrice scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com

“Elogio dell’imperfezione” di Rodolfo Vettorello, nota critica di Lorenzo Spurio

Elogio dell’imperfezione

di Rodolfo Vettorello

LuoghInteriori, 2015

Recensione di Lorenzo Spurio

copÈ sempre un grande piacere poter assaporare un libro di Rodolfo Vettorello sia perché le sue opere sono sempre ricche di tematiche e rifuggono quindi un concettismo unico, sia perché il linguaggio adoperato si svincola volutamente da un linguismo stringente fatto di arcaismi e di pesanti articolazioni e ancor più per la sua stupefacente abilità nel saper colloquiare con il Tempo.

Qui, ancor più, il dialogo tra lui, poeta che ragiona sul momento storico attuale, con squarci di passato rievocato con un mesto entusiasmo, si fa ancora più serrato e pregnante. Non tanto perché Vettorello si consideri oramai solamente un anziano e quindi dà una visione sfiduciata del presente perché talmente diverso e dissonante da quel passato culla di ricordi, emozioni e valori, ma perché sono connaturate alla sua natura di pensiero la considerazione e la sperimentazione del tempo. Tempo che, a questa altezza, trova spesso un collegamento nelle liriche a ciò che è la dimensione dell’aldilà, dell’altrove sconosciuto o misconosciuto, di quel viaggio oltre tempo e spazio che ognuno di noi compirà.

Partendo da una poetica che predilige le piccole cose, l’osservazione di cosa lo circonda, da una rumorosa e degradata stazione a una città che lo ha ospitato durante una vacanza, Vettorello giunge a una disanima più attenta della sua condizione di uomo: approfondisce il legame della coscienza e rivitalizza il suo sentimento d’amore verso la natura e gli altri.

Elogio dell’imperfezione si nutre prevalentemente di quattro nuclei tematici che sono rispettivamente l’ossessione della morte, la città di Milano, il ricordo accorato dei genitori defunti e l’indignazione sociale.

L’ossessione della morte o sarebbe più opportuno dire il pensiero del trapasso, che nell’opera si configura come un tema dominante: la morte non è solo un pensiero, ma un presagio e un annullamento di ogni tipologia di attesa. Nei versi che si susseguono leggiamo così dell’ “attimo prima di finire” (19) tanto da dedicare una lirica all’epanalessi, una figura che consiste nella “ulteriore ripresa” cioè atta alla reiterazione di un dato termine nel corso dei versi che seguono ma qui non è tanto l’epanalessi dal punto di vista metrico-stilistico interesse del Nostro quanto quella concettualizzata, appunto, nel ciclo della vita di nascita-morte-rinascita: “l’inizio che riparte dalla fine./ Le troverò cercando le parole/ per chiudere quel cerchio che non chiude” (22). In “A mia insaputa” il Poeta si pone faccia a faccia con la Morte rivelando la sua paura di fronte ad essa e augurandosi che si compia nel modo più furtivo e veloce tanto che possa avvenire, appunto, a sua insaputa o comunque in un momento di non consapevolezza. Particolare attenzione merita la lirica “Così è morire” a mio modesto parere la più intensa e spessa di riflessioni molto oneste nella quale il lettore non può che soffermarsi nei versi centrali “Finisce il mondo,/ tutte le volte che qualcuno muore” (34) passando poi ad elencare brevemente alcune manifestazioni concrete della morte dell’umanità: le catastrofi naturali di terremoti, frane, eruzioni in cui “s’apre la terra/ e inghiotte prati boschi e acquitrini” (34) momenti di derelizione ed ecatombe in cui “tutto si ferma” (34) che il poeta annota anche nell’eclissamento del sole. La lamentazione e le lacrime divengono, allora, poca cosa (“Il nostro pianto è nulla e si disperde”, 34) tanto da annullarsi brevemente nei fragori di un mondo limitrofe estraneo alla tragedia e che imperversa con le sue attività. Per questo la lirica si chiude con un verso lapidario, nefasto e privo di consolazione, in cui il Nostro avverte con durezza la mancanza di fraternità e compartecipazione tra popoli ed anche tra gente dello stesso popolo, l’indifferenza e l’incuria emotiva, l’abbandono della comunione: “Si muore soli e senza far rumore” (34).

A seguire sono prospetti della propria dipartita, volontà sfumate e pensieri circa il giorno in cui il suo corpo avrà abbandonato il reale in cui Vettorello si augura una dipartita veloce e non vista, nel silenzio: “Voglio andar via in un attimo e sparire/come la nube ch’è trascorsa adesso” (25). Una fuga nebulosa che vorrebbe accadesse in maniera improvvisa e velocemente tanto da apparire inavvertita anche se lascerà traccia, proprio come le nubi che ridestandosi e cambiando struttura, lasciano sfilacciamenti ed abbracci sfumati nel cielo.

Rodolfo Vettorello

Rodolfo Vettorello

Il concetto dell’aldilà, pur sostenuto da un animo cristiano, è in Vettorello concepito come una dimensione della quale è impossibile avere certezze e fondamenti ed anche per questo il poeta, molto compostamente, asserisce “Io non vorrei per me nessun altrove,/ mi basterà la vita che ho vissuto” (29). L’aldilà è per il Nostro non la proiezione di un universo di pace, felicità e coralità che si preserva all’infinito senza scadenze né tribolazioni, ma una “strana idea […] che non sappiamo bene dove esista” (29), una sorta di illusione più o meno convinta o una allucinazione perdurante (“ci insegue dalla nascita,/ da sempre”, 29).

Vettorello parla del difficile da attestare, quella “bellezza dell’imperfezione” (17) sottolineando come sia “il fango che produce/ le fioriture magiche del cuore” in un componimento d’apertura, che è quello che dà il titolo all’intera raccolta, ricco di suggestioni: il fango, metafora dell’indistinto e una sorta di magma onnicomprensivo del quale si ha ribrezzo, è in grado di aprire alla vita e condurre a “fioriture magiche”: non si parla qui in termini direttamente materiali del processo di produzione e crescita della natura, quanto piuttosto delle logiche del sentimento. Il cuore, dice Vettorello, può fiorire e dunque aprirsi o addirittura esplodersi anche dinanzi ad avvenimenti, incontri e situazioni che apparentemente non hanno in sé nulla di luminoso ed edificante. Vettorello uomo, che ha alle spalle un lungo cammino fatto di esperienze, incontri e viaggi, è la persona più cara che può trasmetterci piccole pillole di saggezza (non sono insegnamenti, né denunce morali, né hanno un intento didattico che rifugge dalle volontà di un uomo spontaneo quale lui è) come quando in “L’incapacità della parola” annota “Nessun istante è uguale/ a un altro” (18) instillando con vigore la straordinarietà di ciascun momento che non ha nulla di duplicativo all’altro o di tendenzialmente banale. È una asserzione questa assai importante nel Nostro dove spesso ho letto tracce di crepuscolarismo nel tinteggiare grigiori e desolazioni, mancanze e desolazioni di chi è portato troppo spesso a navigare nel passato ancorato da ricordi che altisonantemente risuonano a cascata.

A mitigare la foschezza di alcuni impianti lirici già evocati sono una serie di “diapositive” di alcuni viaggi fatti dall’autore tra cui Camaldoli e Reggio Calabria (la poesia intitolata “Fata Morgana”, 43) e vari ambienti della città di Milano, luogo dell’autore, in cui Vettorello sembra voler andare sempre a rintracciare un’immagine del passato per porla in comparazione a quella che vede al presente. Così “Milano alla mattina/ è triste come il sogno che finisce/ quando la sveglia ha già suonato l’ora” scrive in “A Rogoredo” (42) ed ancora è il grigiore, questa cappa indistinta di a-solarità e noia di Via Ghiberti e di Piazza Duomo 19 (precisissimo il riferimento toponomastico, quasi stessimo leggendo una cartolina!) che si riallaccia al ricordo della madre, passata a quell’ “altrove” indefinibile e che ha lasciato suppellettili che ora, col trascorrere del tempo, anch’essi sembrano disfarsi: “si fanno bruni d’ossido e di morte/ i rilucenti pomoli d’ottone” (49).

Riflessi civili (già presenti nelle precedenti opere dell’autore) confluiscono anche in quest’opera contribuendo ad arricchirne le sfumature tematiche. La partecipazione del Nostro dinanzi alle dinamiche sociali internazionali è una costante che gli rende merito (si ricordi la poesia dedicata a Rajm contro la lapidazione di una donna indiana) poiché è compito della letteratura, ancor più oggi giorno, denunciare con asprezza le ingiustizie e le forme di tortura che dominano ancora in varie realtà. Vettorello lo fa non con uno svolazzante pietismo come spesso viene fatto quando si prende dalla cronaca per farne una poesia, ma con profondo interesse indagatore (“si dissangua/ quell’operaio che non ha lavoro”, 50) e con una commozione di fondo che risiede nell’indolenza comune, l’inedia comunicativa e nell’apatia generalizzata. Ed è così che i suoi occhi cadono sul mondo della disoccupazione, sugli anziani abbandonati che muoiono nella completa solitudine, sui civili giovanissimi di una guerra che sembra non finire mai (quella siriana). Nelle tante ferite che la società ha sul suo corpo e dalle quali grondano sangue tanto da non riuscire a cicatrizzarsi spunta lo spauracchio più pericoloso che è quello del negazionismo e della dimenticanza: “Non c’è stupore e non c’è novità,/ quello che accade è come sempre uguale” (50).

A chiudere il volume è la poesia “Lager” nella quale Vettorello non manca di dipingere alcune delle scene più dolorose e raccapriccianti del periodo nazista degli internamenti forzati: sono immagini che sfilano davanti ai nostri occhi come se sfogliassimo un manuale di storia contemporanea. L’attenzione è posta su quei “reticolati,/ corone di spine per tanti calvari” (85) in cui non è solo il metallo acuminato che punge e fa sanguinare che ci ricorda la corona di spine del Cristo della Passione ma anche l’elemento che divide e dissacra la separazione dell’umanità libera. Ed è lì che sui “reticolati malati di gelo e cristalli rappresi” (85), la luce sembra esser stata sconfitta per sempre tanto che Dio sembra essersi annullato per non assistere a quel massacro. Vettorello, com’è tipico della sua verve proclamatoria e libertaria, è ancora una volta il cantore spontaneo di una situazione dove il delirio ha preso il sopravvento tanto da produrre un processo omertoso di ammutolimento e di disinteresse globale: “Nessuno si accorge di nulla,/ non s’odono gridi,/ la morte che uccide/ sa farlo anche senza rumore” (85). Ritorna qui, con esiti impareggiabili nella resa delle immagini, il nero girotondo di solitudine, morte e silenzio che è spesso causa-conseguenza di tragedie, tanto personali e familiari, quanto sociali e internazionali.

A completare il volume, come già accennato, sono una serie di liriche dedicate dal Poeta ai propri genitori e in particolare quella alla “dulcissima mater” (59) nella poesia “Gli addii”. Sono poesie cariche di ricordi e d’affetto nelle quali si respira una certa inquietudine mitigata solo dall’anzianità lucida e saggia dell’autore dove, come risultato di una sorta di immancabile rito di passaggio, leggiamo: “Ho capito/ che si diventa un uomo solo quando,/ quando si impara a dire/ il primo addio” (59).

Se la società nella quale viviamo è talmente insensibile da non mostrare la benché minima precauzione è anche vero che la potenza del pensiero, l’autenticità di un animo riflessivo, contemplativo e tenacemente razionale quale quello di Vettorello è, non devono lasciarsi intorbidire dai meccanismi utilitaristici del mondo, dalle logiche altisonanti del progresso privo di etica, dai fragori e dalle maleducazioni di sorta: “Mi tiene vivo, in fondo l’incertezza,/ la mia precarietà, la voglia folle/ d’altre bandiere da affidare al vento,/ di nuovi porti ed altri approdi certi” (67). C’è solo da sperare, allora, in un piacevole e salvifico vento di bonaccia. Ma la speranza è poca cosa se manca la volontà di fare e il credere in noi stessi. Grazie Rodolfo per i tuoi insegnamenti di cui fai gratuito dono alla collettività!

Lorenzo Spurio

Jesi, 21-08-2015

Le interviste di Lorenzo Spurio ad alcuni grandi poeti pubblicate in “La parola di seta”

La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi

di Lorenzo Spurio

COMUNICATO STAMPA

cover la parola di seta-page-001Lo scrittore e critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio ha raccolto in questo volume una serie di interviste fatte negli ultimi anni ad esponenti di spicco del panorama culturale letterario legate all’universo della Poesia.

Sandro Gros-Pietro nella prefazione osserva: «Per usare la metafora scelta dall’autore, la poesia è una parola di seta, tanto elegante quanto resistente e tenace, pure nella sua leggerezza dell’essere. Il merito maggiore di Lorenzo Spurio, per il quale non smetteremo di essergli grati anche negli anni a venire, è quello di non avere voluto, neppure come idea peregrina o barlume montaliano, propinarci l’ennesimo repertorio sulla poesia italiana d’attualità, cioè una sorta di distillato d’autore sui nomi fondanti e significativi dei bravi poeti che rappresenterebbero il nostro tempo. Lorenzo Spurio non è, dunque, caduto in quel collettore oscuro della vicenda poetica che gorgoglia solo di presunzione e di collusione con il potere editoriale, e che compila le classifiche di merito tra i poeti italiani con la risibilità truffaldina delle hit parade canzonettare, ma al contrario si è mantenuto fedele a una concezione di “viaggio nella conoscenza poetica d’attualità».

Tra i poeti intervistati figurano Corrado Calabrò, Marzia Carocci, Ninnj Di Stefano Busà, Fausta Genziana Le Piane, Dante Maffia, Francesco Manna, Fulvia Marconi, Julio Monteiro Martins, Nazario Pardini, Franco Pastore, Renato Pigliacampo, Ugo Piscopo, Anna Scarpetta, Luciano Somma, Antonio Spagnuolo, Rodolfo Vettorello e Lucio Zinna. In appendice una sezione dedicata alle interviste di alcuni giovani promesse poetiche: Iuri Lombardi, Emanuele Marcuccio, Annamaria Pecoraro e Michela Zanarella.

All’interno del volume figurano anche poesie proposte in lettura e per un commento ai poeti intervistati. Tra i classici: Marino Moretti, Corrado Govoni, Leonardo Sciascia, Alda Merini, Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Antonio Machado, Pedro Salinas, Walt Withman, William Butler Yeats, Sylvia Plath, Bertolt Brecht, Charles Bukowski, Wislawa Szymborska; tra i contemporanei: Paolo Ruffilli, Elisabetta Bagli, Mia Lecomte, Sandra Carresi e Giorgia Catalano.

Il libro edito da PoetiKanten Edizioni può essere acquistato scrivendo a poetikantenedizioni@gmail.com oppure su ogni vetrina online di libri (Ibs, Amazon, Libreria Universitaria, Unibo,…).

SCHEDA DEL LIBRO

La parola di seta. Interviste ai poeti d’oggi

a cura di Lorenzo Spurio

Prefazione di Sandro Gros-Pietro

Postfazione di Amedeo Di Sora

PoetiKanten Edizioni, 2015

ISBN: 9788899325206

Costo: 15 €

Lorenzo Spurio intervista il poeta Rodolfo Vettorello

LS: Nella poesia “Il mio Moleskine”, che contiene una sorta di manifesto della sua poetica, scrive: «La poesia/ se mi cerca mi trova/ di certo/ perché sono in attesa»[1]. Questo evidenzia quanto l’atto creativo non possa né debba avvenire su committenza o con ragionevolezza, mettendosi a tavolino per scrivere qualcosa. La poesia, l’inspirazione, arrivano velocemente come una folata di vento –sembra dirci- ed è pertanto importantissimo avere i mezzi e le facoltà per coglierla e saperla trasmettere. Le è mai successo di aver percepito un’idea, una sensazione che poi, al momento della stesura sulla carta era già svanita e la poesia si è persa nell’aere? Può spiegarci qual è il suo rapporto con l’atto di scrittura?

RV: Scrivere poesia è come mettersi all’ascolto, si dice. Una bella metafora che però non è la verità. Nessuno regala nulla, la poesia è sedimentazione della propria esperienza personale e ciò che ci pare arrivare dall’ignoto è frutto di ciò che abbiamo costruito nel tempo. La poesia non è solo flusso di coscienza, è anche lavorio paziente e metodico perché ciò che viene dall’inconscio prenda la forma adatta. La spontaneità della poesia va costruita. Sembra un paradosso, ma è una verità o almeno la mia verità.

   

2234170_origLS: Nella Sua produzione ci sono varie liriche ispirate a delle città che ha avuto modo di visitare, come quella dedicata a Teramo, a Orvieto da lei descritta come «quella dama ingioiellata»[2]e Tivoli. Non ho trovato delle poesie chiaramente ispirate alla città di Milano di cui è figlio adottivo e dove vive da moltissimi anni anche se in varie liriche si notano chiari riferimenti come quando in “Il gioco a Monopoli” scrive: «A Milano ogni cosa è diversa,/ così stretto lo spazio che resta/ tra una casa e una casa./ Tutta gente che passa/ ma nessuno che bussi alla porta. Non conosco il vicino/ di quell’uscio qui accanto»[3] o quando in “Crete senesi” osserva «[la] città che pare/ l’anticamera angusta dell’inferno,/ una bolgia dantesca/ come di api dentro un alveare».[4] In altre parole Milano è affrescata come una città spersonalizzante, che non favorisce i contatti tra persone, alienante, quasi egoistica nei suoi fiorenti affari e commerci, poco attenta alla riscoperta dell’animo autentico e dello spirito di convivialità che, invece, ha sempre connotato le campagne, rumorosa, accalcata, in grado di rendere l’uomo una sorta di automa. E’ giusta questa mia lettura oppure c’è dell’altro? Come considera Milano nel nostro oggi?

RV: Milano è una presenza limitata nella mia poesia perché Milano è la realtà concreta e la poesia preferisce alludere quasi sempre a un altrove. Un luogo e un tempo irraggiungibile e impraticabile dove immaginare possa esistere quello che sogniamo. E’ un po’ la stessa sorte che tocca a un amore vero e concreto che ti vive accanto, rispetto ad amori sperati, sognati o evocati. Milano, oggi come ieri, ha una sua poesia. La poesia colta così bene da Jannacci che sono andato a salutare poche settimane fa al Teatro Dal Verme.

 

 

 LS: In molti poeti e scrittori è spesso evidente e a volte palese il riferimento e l’ispirazione ad alcune correnti letterarie e ad alcuni artisti. Leggendo la sua poesia, invece, non ho notato chiari rimandi a letterati, né vi sono citazioni in esergo, dediche, poesie d’encomio o celebrative e quant’altro. Quali sono i poeti –sia vivi che scomparsi- che Lei considera i più grandi e che molto hanno significato nel suo percorso di fare poesia? Ha avuto l’occasione di conoscere personalmente qualcuno di essi?

RV: Non esisterebbe la poesia moderna senza Leopardi ma senza scomodare l’Empireo, ho fatto molto spesso citazioni specie di Montale di cui condivido la disperazione quieta e l’espressione poetica. Amo Luzi per la sua classicità luminosa e abbagliante, amo la Spaziani, che ho conosciuto, per il suo rigore formale. Ho per amici Davide Rondoni che amo per le sue tematiche e la limpidezza lessicale e Paolo Ruffilli, un fratello, che ha riconosciuto alla mia poesia una certa consonanza con i suoi temi e le sue modalità espressive. Di lui condivido l’idea che la poesia è l’arte del “togliere” per arrivare a una concisione che, secondo le intenzioni del poeta, può sconfinare in un controllato ermetismo.

   

LS:  Corrado Govoni (1884-1965) fu amico di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), padre del futurismo, e collaborò a varie riviste letterarie di spessore tra cui le celebri Lacerba (diretta da Soffici e Papini, a Firenze) e La Voce (fondata da Prezzolini e Papini, a Firenze). Della sua produzione si distinguono varie fase poetiche tra cui quella crepuscolare, quella futurista (si ricordi le “poesie visive” come “Il Palombaro”) e quella di un personalissimo “ritorno all’ordine”.[5] Le propongo la lettura di “Crepuscolo ferrarese”[6] tratta dalla raccolta I fuochi d’artifizio (1905) dove si respira, già dal titolo, l’atmosfera mesta e crepuscolare di cui Govoni fu caposcuola fiorentino. Che cosa ne pensa di questa poesia? Può darci un suo commento?

 

Il mao si stira sopra il davanzale
sbadigliando nel vetro lagrimale.
 
Nella muscosa pentola d’argilla
il geranio rinfresca i fiori lilla.
 
La tenda della camera sciorina
le sue rose di fine mussolina.
 
I ritratti, che sanno tante storie,
son disposti a ventaglio di memorie.
 
Nella bonaccia della psiche ornata
il lume sembra una nave affondata.
 
Sul tetto d’una prossima chiesuola,
sopra una pertica, una ventarola
 
agita l’ali, come un uccelletto
che in un laccio pel piede sia stretto.
 
Altissimi, per l’aria, dai bastioni,
capriolano fantastici aquiloni.
 
Le rondini bisbigliano nel nido.
Un grillo, dentro l’orto, fa il suo strido.
 
Il cielo chiude nella rete d’oro
la terra, come un insetto canoro.
 
Dentro lo specchio, tra giallastre spume,
ritorna a galla il polipo del lume.
 
La tristezza s’appoggia a una spalliera,
mentre le chiese cullano la sera.

  

RV: Una modalità espressiva delicata che trova il suo apice nei due bellissimi versi finali: «La tristezza s’appoggia a una spalliera/ mentre le chiese cullano la sera». Per il resto mi intriga l’insistenza ossessiva delle rime baciate, a tratti con una valenza ironica che è tipica di molto decadentismo. Per la mia cura maniacale della forma mi devo soffermare sul verso «la terra, come un insetto canoro». Rilevo che avendo accenti tonici, oltre che alla decima, anche alla quinta e settima sillaba, il verso si configura come endecasillabo non canonico. Da qui la sua sonorità non del tutto gradevole.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo per un commento è “I poeti vanno”[7] del poeta palermitano Lucio Zinna[8], direttore della rivista “Quaderni di Arenaria”:

 

I poeti vanno
lungo le strade della poesia
se il vento li accompagna
arrivano ovunque
vanificando transenne.
 
I poeti sanno
di altre strade e altro vento
di percorsi sghembi
dai fossati impraticabili
e li attraversano
perché sia tutto tentato
ogni viaggio sempre
nel verso del verso.

 

RV: Non mi piace la retorica dei poeti che “vanno lungo le strade della poesia”. La scrittura verticale poi non fa di un pensiero prosastico una poesia. Il risultato non è nemmeno “versificazione”, perché le frasi poetiche sono versi solo se la loro musicalità è sostenuta da corrette accentuazioni. E non paia questa considerazione una forma di nostalgia passatista; Montale, Caproni, Quasimodo, Ungaretti, Luzi, Raboni, Ruffilli e tutti i più grandi hanno elaborato contenuti poetici con versi liberi ma versi, come testimonia la musicalità della loro espressione. Parlo di questa singola poesia e senza pregiudizio alcuno per la produzione poetica generale di Lucio Zinna, poeta affermato.

  

  

LS: La sua poetica, molto evocativa, parte dall’analisi del quotidiano e naviga tra la semplicità e la purezza di ricordi inamidati e il presente, spesso troppo rumoroso e spersonalizzante. Ci sono liriche in cui parla dell’inquinamento, altre in cui affronta, invece, episodi della cronaca che fanno della sua scrittura una poesia molto reale, vivida e attaccata al mondo di tutti i giorni. Che cosa ne pensa, invece, della poesia ermetica, mi sento di dire tendenzialmente estranea al suo modo di poetare?

RV: La mia poesia, come la mia vita, è in evoluzione e i miei interessi poetici come quelli esistenziali sono molteplici e determinati dal momento contingente. Considero importante per me una crescente apertura verso il sociale o più specificatamente la sofferenza degli altri. Amo infinitamente la poesia ermetica e spesso anche la mia poesia nasce con una profonda cripticità, dettata dal mio vissuto che non vorrebbe rivelarsi più di tanto. Poiché poi considero la poesia una forma superiore di comunicazione esercito le mie capacità lessicali e critiche per rendere più comunicabili le mie emozioni e sensazioni. Ritengo corretto arrivare a un ermetismo controllato o a una espressività contenuta attraverso il lavorio del dire e del togliere, come ho precisato più sopra, affinché la comunicazione avvenga senza equivoci ermetici ma anche senza prolissità contrarie alla poesia stessa.

 

 LS: Purtroppo puntualmente la cronaca ci informa di desolanti casi d’ingiustizia sociale: forme di prevaricazione, bullismo, violenza sulle donne, episodi di xenofobia, imposizioni di organizzazioni malavitose, tratta dell’essere umano e tanto altro che rendono palese quanto la mente umana possa essere fautrice di reati che, analizzati da un punto di vista cristiano, si configurano anche come dei gravi peccati. Di fronte ad omicidi, abusi e violenze e dinanzi alla constatazione della inefficacia della giustizia dei popoli, spesso si invoca la giustizia di Dio, sicuri che nell’aldilà sarà Lui a garantire eguaglianza ed equanimità. Che cosa ne pensa di tutto ciò? Lei è credente e condivide questo pensiero?

RV: Affrontare temi di forte emotività è una grande sfida per la poesia. Il rischio è di cadere nella retorica o  peggio ancora nell’enfasi declamatoria. Ho corso diverse volte questo rischio trascinato da emozioni vere dettate da un fatto di cronaca o di tipo personale. Ho fortunatamente avuto dei riscontri positivi quanto a trasmissione dell’emozione con modalità misurate, controllate e rispettose del dolore altrui. Citerò solo la poesia “Rajm-Lapidazione”. Ho chiamato spesso in causa il Creatore davanti a episodi inaccettabili per la nostra coscienza e mi sono dato la sola risposta possibile per la mia fede incredula. Sono un credente problematico che aspira a una fede senza domande.

 

 LS: Il poeta dialettale romano Giorgio Carpaneto (1923-2009) parlando della poesia, in una intervista ha definito le caratteristiche e le prerogative del poeta d’oggi sostenendo: «Il poeta deve recepire gli stati d’animo, le aspirazioni, le incertezze, le ansie degli uomini che vivono intorno. Deve interpretare, comprendere, consolare, confortare le creature umane del suo tempo con i suoi versi, veri messaggi fraterni; mai abbandonarle, perché sarebbe un rinnegare la sua vera missione».[12] Che cosa ne pensa a riguardo?

RV: Il poeta non deve nulla, non gli è stato affidato nessun compito o missione esplicita da nessuno. Ho scritto da qualche parte che i poeti non servono a nulla, in fondo come le farfalle e l’arcobaleno. Si scrive poesia perché non si sa fare niente altro che ci sembri “bello” anche se inutile.

   

LS: Lei è presente come  membro di giuria in numerosi concorsi letterari nazionali di ampia caratura, tra cui il premio Thesaurus ideato proprio da Lei che ha cadenza annuale. In molti, anche scrittori che possono dirsi fuori dal canone di “esordienti”, non amano partecipare ai concorsi perché li reputano un’insulsa competizione  che non serve all’autore e hanno addotto che ciò che è meritevole nel curriculum di un autore sono le pubblicazioni e la loro diffusione, piuttosto che la presenza in antologie del premio. Quanto è importante la partecipazione ai concorsi letterari per l’esordiente secondo Lei? Quali sono le ragioni per le quali un esordiente dovrebbe “giocarsi” anche questa carta?

RV: Al Premio Cattolica, trenta e più anni orsono, erano insieme in giuria Montale, Quasimodo e Ungaretti, (almeno si dice), in molti premi più attuali sono in giuria i grandi del momento: Rondoni, Piersanti, Ruffilli, Spaziani, Calabrò, De Signoribus e tanti altri e questi stessi sono a loro volta concorrenti in tanti premi letterari e questo la dice lunga sull’interesse dei Concorsi. La competizione e il confronto fra gli autori sono una sfida che ha valore in tutti campi. Di grande interesse i Concorsi che offrono al vincitore, come premio, la pubblicazione. Una raccolta di poesia che derivi da questa selezione ha sicuramente più valore di un’opera pubblicata a spese dell’autore. Il narcisismo di molti produce una mole infinita di cattiva poesia che autori di nessun valore e incapaci di confrontarsi con la realtà, immettono in tanti piccoli e insignificanti circuiti anche attraverso presentazioni e pubblicità ossessiva.

La poesia che ottiene riconoscimenti ha normalmente anche dei lettori, per via della sua leggibilità. La poesia che alcuni impropriamente chiamano “difficile” si muove nel ristretto ambito degli addetti ai lavori, si fa forza dell’autoreferenzialità e del voto di scambio e si trincera dietro il velario della poesia d’elite.  Di fatto deprime la domanda di poesia e allontana i possibili lettori dalla già ristretta nicchia degli amanti della materia.

 

 

Milano, 10 maggio 2013

 

[1] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, p. 59.

[2] Ivi, p. 56.

[3] Rodolfo Vettorello, Contro il tempo, il tempo contro, Torino, Carta e penna, 2012, p. 10.

[4] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, p. 79.

[5] Nella sua fase futurista il poeta si convertì in convinto nazionalista e sostenitore del regime mussoliniano, dedicando anche un poemetto al duce. La perdita del figlio in guerra, però, lo lasciò profondamente addolorato e rivide il suo pensiero politico. Al figlio dedicò Aladino (1946) dove si ravvisa un animo sofferto a tratti duro e polemico.

[6] cit. in Francesco Grisi, I crepuscolari, Roma, Newton e Compton, 1999, pp. 137-138.

[7] Lucio Zinna, Stramenia, Salerno, L’arca felice, 2010, p. 4.

[8] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.

[12] cit. in Fausta Genziana Le Piane, Interviste a poeti d’oggi, Comiso, Edizioni Eventualmente, 2010, p. 23.

Intervista a Francesco Manna. A cura di Lorenzo Spurio

LS: Quando si è reso conto che aveva bisogno di scrivere e quali sono stati i suoi primi componimenti? Può raccontarci il suo esordio come autore, come è avvenuto e quali sono stati i vari passi della sua carriera letteraria?

FM: Prima dei diciotto anni già dalle scuole medie amavo trascrivere sul mio banco versi di poeti italiani come Montale, Ungaretti e Quasimodo, o addirittura versi di canzoni italiane e straniere. (La musica è stata la mia prima fonte d’ispirazione fin da piccolo, a casa mia i miei genitori ascoltavano molta musica e mio zio amava il jazz che ho avuto modo di conoscere molto presto). Poi giunto a questa età, a causa di un grande innamoramento (il mio primo amore serio) ho cominciato a scrivere versi, e questa diciamo mia vocazione non  mi la lasciato più. Come autore ho esordito a metà degli anni settanta nella mia città con l’associazione poetica “Formica nera”, a mio avviso un po’ troppo dilettantistica, pubblicando su una loro antologia di poeti padovani. Associazione che dopo poco ho abbandonato, per frequentare alcuni poeti a mio avviso più seri, soprattutto negli anni ottanta, che successivamente formeranno il primo nucleo della rivista Inverso e del P.I.P (pronto intervento poetico) che ancora sopravvive a Padova. In seguito, ho pubblicato il mio primo lavoro poetico Verso i bordi (Editrice Universitaria, 1992) e tutti gli altri miei libri fino ad ora…

 

LS: Il significato intrinseco di ogni opera artistica (una poesia, un quadro, un film) non sta tanto all’interno della sua rappresentazione, ma fuoriesce dal rapporto che si instaura tra produttore e fruitore, se parliamo di poesia tra poeta e lettore. Questa è la ragione per la quale la letteratura, poesia o romanzi che siano, può avere una risposta molto diversa da persona a persona, da epoca ad epoca, da zona geografica a zona geografica. L’interpretazione di un testo, però, è necessario per la corretta comprensione delle intenzioni dell’autore anche se, come spesso è accaduto, alcuni critici o recensori hanno calcato la mano nelle loro analisi tanto da depistare e distorcere il messaggio che l’autore voleva mandare. Gli studi sulla letteratura insegnano che più è ampio lo spettro di risposte (sia positive che negative) che un testo genera, cioè più letture possibili un testo fornisce, più esso è un ricco contributo alla letteratura e generalmente un testo valido. Quando si parla tanto di un testo –sia osannandolo che demonizzandolo- inconsapevolmente si attua un procedimento che deriva dalla potente forza attrattiva che questo ha suscitato su di noi. Che cosa ne pensa della difficile e spesso spietata attività dei critici letterari?

FM: Come lei appunto afferma, l’interpretazione è soggettiva e opinabile, trattandosi di attività non scientifica ma umanistica, in cui proprio il ricercatore-critico essendo un uomo, inserisce magari neanche consapevole valutazioni del tutto soggettive e criticabili, ma ciò non toglie che le opere di qualità restano tali, nonostante critiche spesso ingiustificate. Voglio dire che gli artisti non cessano di esserlo quando subiscono critiche o stroncature, anzi vanno avanti ancor più corroborate da esse, consapevoli che non è certo una critica che possa smontare una vocazione, un’esigenza di espressione, di ricreazione della realtà che sono la materia fondante dell’arte, della letteratura, della musica e della poesia.

 

LS: La rivista Inverso di cui è co-direttore assieme a Beppe Mosconi e a Roberto Segala Negrini, si caratterizza per dare una vivida immagine iconografica delle poesie in essa pubblicate grazie alla presenza di foto che accompagnano i vari testi, pagina dopo pagina. Una sezione importante è dedicata alla pubblicazione di testi di poeti “classici” che in questo modo vengono ricordati e un’altra alle traduzioni dato che molti poeti –più o meno conosciuti – all’estero, in molti casi in Italia non hanno voce e solo in pochi casi esistono delle persone che si dedicano a tradurre questi testi nella nostra lingua per farli fruire a un pubblico maggiore. Può dirci come è nata l’idea della rivista, quale è la sua diffusione e se vi hanno scritto eminenti penne della letteratura italiana e straniera?

FM: Era la fine dell’estate del ’96, quando in una pausa di riflessione, dopo un periodo contrassegnato dalle nostre esperienze nel P.I.P, ci eravamo ritrovati, noi tre, un po’ spaesati in un locale messicano, il Puerto escondido, un posto dove attraccare dopo un lungo periodo passato in mare, e ci domandammo “e adesso?”. Il problema nel P.I.P (pronto intervento poetico) era stato spesso quello di dire che l’organizzazione doveva cominciare ad essere la priorità, dopo anni in cui poeti e artisti avevano lavorato insieme, alcune volte anche piuttosto bene; ma c’era sempre chi affermava che organizzarsi significava imbrigliare la creatività, salvo poi arrabbiarsi quando nelle nostre iniziative i microfoni non c’erano, o non funzionavano. Poi quella sera qualcuno di noi disse che una rivista di poesia poteva essere il conseguente approdo del gruppo e delle esperienze condivise. L’idea sembrava buona, anche se già sapevamo che sarebbe stato un bell’impegno e il dover affrontare una serie di difficoltà oggettive, ma eravamo pronti a fare il salto. Quale nome dunque dare a questa nuova rivista? Non c’era bisogno di sforzarsi tanto, un nome già c’era stato agli inizi degli anni ottanta, e tra l’altro non male, Inverso, una serie di fogli più o meno fotocopiati che avevano “invaso” la nostra città e facevano bella mostra alla libreria Feltrinelli. E così ci siamo messi in moto e siamo arrivati fino ai giorni nostri.

La rivista ha ospitato nel corso degli anni autori stranieri come Stephen Kudless, David  Shapiro, Wendy Cope, Nils Hav, Delfín Prats, Jorge Etcheverry, Carlos Valerino, o italiani come Andrea Zanzotto, Alda Merini, Ferruccio Brugnaro, Milo de Angelis, Roberto Mussapi, Claudio Pozzani; ed è diffusa soprattutto in Sud America, ma ci scrivono poeti da tutto il mondo. Insomma va avanti da ormai 17 anni e questo vorrà pur dire qualcosa…

 

LS: La sua attività di poeta e scrittore si accompagna ad altri interessi artistici: la musica jazz e l’arte figurativa. Può dirci cosa le dona in particolare ciascuna forma artistica e qual è il peso che rivestono nella sua vita la letteratura, la musica e la pittura?

FM: La pittura l’ho praticata per moltissimo tempo, ancora prima della poesia, e ho fatto varie mostre personali e collettive. Ora invece mi dedico solo alla poesia e alla letteratura. La musica, poi, è sempre con me, la sua presenza è costante, non saprei vivere senza la musica e la scrittura, fanno parte integrante della mia personalità ed esistenza. La poesia, inoltre, è assimilabile a queste due forme d’arte, sia nel mondo classico, in cui poesia e musica erano un tutt’uno, sia nell’esperienza poetica contemporanea. La pittura, infatti, è ciò che le parole descrivono con un altro medium. L’Impressionismo, ad esempio, è pittura e musica, ma anche poesia (Pascoli, Mallarmé, D’Annunzio, e per alcuni versi Montale, per fare solo i primi nomi che mi vengono in mente di poeti che potremmo definire espressionisti).

 

LS: Il poeta spagnolo Antonio Machado (1875-1939) fu un esponente di spicco della letteratura del secolo scorso e ancora oggi la sua poesia continua ad essere studiata ampiamente nei migliori atenei italiani ed esteri quali chiara manifestazione di una purezza esistenziale ed amore profondo per la tradizione.[1] L’attenzione verso l’ambiente incontaminato della Castiglia, l’amore autentico per Leonor, lo sguardo critico nei confronti della storia e le inquietudini pressanti derivanti dal catastrofico 1898, año del desastre[2], sono tutti ravvisabili in quella che è considerata la sua opera magistrale, Campos de Castilla, pubblicata nel 1912. Nella città di Soria, dove Machado insegnò letteratura francese e visse per vari anni, si trova ancor oggi conservato il grande olmo a cui il poeta dedicò una lirica, “A un olmo secco”[3], dove descriveva il possente albero colpito a morte da un fulmine, ma sul quale spuntavano delle gemme. Le chiedo un suo commento personale su questa poesia:

 

Al vecchio olmo, spaccato dalla folgore
e nel mezzo marcito,
con le piogge d’aprile e il sole a maggio,
sono spuntate alcune verdi foglie.
Oh, l’olmo secolare sopra il colle
ch’è lambito dal Duero! La corteccia
bianchiccia da un gialligno musco è tinta
nel tronco putrefatto e polveroso.
Come i pioppi canori, che sorvegliano
il cammino e la riva, non sarà
di rossicci usignuoli popolato.
S’arrampica su esso di formiche
un esercito in fila, e nelle viscere
tramanos i ragni le lor grigie tele.
Olmo del Duero, prima che t’abbatta
con l’ascia il legnaiuolo, e il falegname
trasformi in un mozzo di campana ,
stanga di carro o giogo di carrettai
prima che rosso nel camino arda
domani in qualche misera casetta.
sull’orlo d’una strada;
prima che ti annienti un turbine e ti schianti
il soffio delle candide montagne;
prima che il fiume ti sospinga al mare
per valli e per burroni,
olmo, voglio annotare nei miei appunti
la grazia del tuo ramo rinverdito.
Anche il mio cuore aspetta,
alla luce guardando ed alla vita,
altro prodigio della primavera.

 

FM: Machado e Unanumo sono autori che io amo molto, anche per la loro correlazione con la storia di Cuba, che è la mia seconda patria elettiva. Che dire della poesia, è splendida e ricorda un po’ Leopardi nelle sue descrizioni della natura, ma dotata di un’energia e positività sconosciute al grande marchigiano, tipiche della latinità e del vitalismo spagnolo e latino americano che io amo oltre ogni dire. E’ una poesia splendida che già conoscevo. Tra l’altro, molti anni fa nel giardino antistante la mia casa c’era una grande e vecchia quercia che una notte di temporale fu colta da un fulmine e crollò, risparmiando per fortuna la mia casa. Un’emozione fortissima mi portò a scrivere una poesia dedicata a quella vecchia e amata pianta. La mia poesia, dal titolo “La pianta”, così recitava:

 

Quando portarono via
la pianta
tagliata a poderosi spicchi
di sole spremuto agli aghi
e foglie e rami ancora vivi
sradicata all’alba
da furore rovesci impetuosi
e potenti d’energia
tuoni lampi tromba d’aria
dalla mia casa a chiudere
finestre e sbattere di vetri
la gola arsa
acqua fredda
la luce abbatté dalla terra
radici lacerate con urlo
quasi d’animale
cadde
la vidi abbattersi
su altre piccole innocue piante
cipressi a crescere al cielo
distrusse un’automobile
propaggine meccanica
d’umana indifferenza
quando portarono via i tuoi resti
triste
fumai una sigaretta
piansi
la natura distruttrice
il morire della vecchia
cara indimenticabile
pianta di vita.

 

LS: L’idea di questa intervista è quella di poter diffondere le varie interpretazioni sulla Poesia e in questo percorso ho ritenuto interessante proporre a ciascun poeta il commento di due liriche di cui la prima è di un poeta contemporaneo vivente e ampiamente riconosciuto dalla comunità letteraria e un’altra di un poeta contemporaneo, esordiente o con vari lavori già pubblicati, per consentire l’articolazione anche di una sorta di dibattito tra poeti diversi, per esperienza, età, provenienza geografica, etc. e di creare una polifonia di voci e di interpretazioni su alcune poesie appositamente scelte. La prima che Le propongo è “Noia”[4] del poeta milanese Rodolfo Vettorello[5], celebre anche per la frequente presenza come giurato in famosi concorsi letterari:

 

Giorni d’estate e noia disperata,
quella che fa suonare i campanelli
per poi scappare,
giocare a rimpiattino nei fienili
e toccare furtivi le compagne
e imparare così l’anatomia
con un po’ d’esercizio obbligatorio.
E pomeriggi ai cine d’oratorio
Per masturbarsi al buio
col seno nudo della Pampanini.
Il catechismo usato in penitenza
per scontare i peccati capitali
e preparare i canti gregoriani
per una processione patronale.
Si giocherà alla lippa nel cortile
e con le figurine contro il muro
e la raccolta delle cartoline
e le biglie di vetro di Murano.
E fiutare nell’aria odor di donna,
sbavare dietro a una ragazza bella
soltanto per lo spacco di una gonna.
La noia se ne va con l’età grande
quando iniziano le preoccupazioni
e poi si invecchia
e con gli anni ritornano anche quelli,
i giorni della noia disperata.
Il tedio è come un morbo che accompagna
l’età più bella
e poi si fa silente per la vita
pronto a ripresentarsi puntuale
come una sorta di recrudescenza
d’un bell’attacco d’herpes genitale.

 

FM: Premetto che non voglio assolutamente dare giudizi estetici e/o contenutistici, mi limito ad alcune brevi considerazioni e riflessioni del tutto personali. Questa è a mio avviso una poesia che, nella felicità di alcune immagini poetiche, si scontra purtroppo con un certo poetare un po’ troppo esplicito. Peccato, perché è proprio vero che la giovinezza è contrassegnata dalla noia del dover crescere, aspettando il tempo che passi più velocemente di quello che si sente a quell’età, poi si rincontrerà con la velocità ineluttabile, invece, degli anni che passano nell’epoca della maturità come vero e proprio tedio. Sperando che questa specie di ritorno non sia poi solo tutto un fatto di malattia venerea, ciò sarebbe troppo truce.

  

LS: Di seguito, invece, Le propongo una poesia della poetessa Giorgia Catalano[6]  intitolata “A te, poesia”[7] dove l’io lirico sembra colloquiare con la sua fonte-ispirazione e al contempo mettere in luce la grande affezione nei confronti dell’arte lirica: essa è gioia, conforto, speranza e motivo d’esistere. Gliela sottopongo per un analisi-commento:

 

Fedele compagna dei malanimi miei,
generosa ascoltatrice dei miei silenzi,
mi conduci là dove vi è respiro,
dove la notte s’illumina a giorno.
Mia speranza, in te vivo per il mio domani,
per respirar profumo di freschi nettari
d’alberi in fiore.
Dalla tua pianta colgo
immagine di me stessa,
dalle tue radici
la mia stessa essenza.
Vivo per te,
per la gioia che m’offri
vivo per l’ombre del sole
a mezzodì.
Vivo per questa vita,
per i figli miei.
Vivo con te,
sempre eterna Poesia.

 

FM: Come già detto prima, queste sono solo mie considerazioni personali e opinabilissime. Siamo qui di fronte decisamente a una poesia più idealistica e protesa alla metafisica, che è poi l’approdo, secondo me,  più felice o forse unico della vera poesia (vedi Emily Dickinson). Anche se la poesia non è solo gioia, o sentimenti positivi e alti, ma anche negatività, dolore, delusione e risentimento, magari per la vita stessa, o per gli esseri umani che ne impediscono a volte il naturale e libero esprimersi (vedi ancora Emily Dickinson che per me, con Sylvia Plath, è la vera poesia declinata al femminile).

  

LS: Nella sua produzione poetica si ravvisano vari componimenti che a titolo diverso sono pensati come ricordo e commemorazione di personaggi pubblici, quali Fellini e alcuni musicisti del jazz. L’encomio e la commemorazione sono tra le forme-generi poetici più antichi e che sono sempre stati coltivati nella storia della letteratura come chiaro esempio di omaggio e riconoscenza ad autori e personalità varie per il loro indubbio operato. Quanto secondo Lei è importante nella nostra contemporaneità questo tipo di poesia? Quali sono secondo Lei i motivi scatenanti che la portano ad omaggiare alcune personalità di indiscussa fama?

FM: Alcune mie poesie sono dedicate ai miti moderni che hanno, secondo me, detto moltissimo sulla vita e sulla morte, sull’arte e sulla realtà, sull’ideale e il banale, sulla nostra contemporaneità, cose e opere che ce li fanno sentire grandi, enormi, alti, distanti, irraggiungibili, ma nello stesso tempo uguali, vicini a noi stessi.

 

 LS: Puntualmente, quasi ogni giorno, veniamo a conoscenza tramite i mass media di deprecabili episodi di violenza dell’uomo nei confronti della donna. L’universo di violenze verbali, soprusi e violenze fisiche a cui spesso la donna è soggetta sono motivo di mutismo per ragioni di vergogna, mancanza di difesa e paura. Se si pensa che il reato di stalking è stato riconosciuto dalla Legge Italiana solo nel 2009 e che oggigiorno si presentano ancora dei casi d’omicidio all’interno della coppia dopo varie segnalazioni da parte della donna alle autorità competenti, ci rendiamo conto che il problema, più che legale (prima) e sanzionatorio (poi) sia radicato nella mente malata dell’uomo che vive e alimenta il suo stato disturbato, ossessivo, violento in azioni in cui si situa al di sopra di ogni sistema di uguaglianza. L’atteggiamento ha probabilmente a che fare con una errata convinzione dell’uomo e delle sue prerogative che gli deriva da indecorosi modelli di patriarcato portati all’estremo con virate misogine e maschiliste nei confronti della donna. Che cosa ne pensa di questo grave problema sociale?

FM: Avendo fatto parte proprio della giuria di un concorso, il cui tema era  la donna di oggi, ho avuto modo di leggere come chi scrive poesia sia naturalmente toccato dalla condizione, incredibilmente per i nostri tempi, di inferiorità di essa nell’immaginario contemporaneo, in cui è vista ancora o come madre e santa, o come puttana e demonio. Bisogna assolutamente fare tabula rasa in noi stessi di questi sciagurati luoghi comuni, contrassegnati dall’odio e dalla violenza per e sulle donne, ma bisogna anche essere inflessibili e durissimi con chi ancora esprime selvaggiamente, uccidendo e menomando, queste sue mostruosità.

  

5114225054_baf6a4880d_mLS: Negli ultimi anni si sono diffuse molte scuole, centri e corsi di scrittura creativa con l’intento di offrire l’esperienza di validi professori e scrittori al servizio delle nuove generazioni che, amanti della scrittura, vogliono dar un senso ai loro testi. Secondo alcuni detti centri di “insegnamento a scrivere” sono una stupida forzatura perché lo scrittore nasce tale da sé, rendendosene conto durante la sua esistenza e, per quanto la sua scrittura agli esordi possa essere acerba, la andrà affinando con il tempo grazie alle letture, al rapporto con altri scrittori, alle esperienze fatte e a tanto altro senza il bisogno di mettersi “a studiare” per comprendere come e che cosa scrivere. L’atto di scrittura, infatti, è molto personale e ciò che un autore scrive può essere insignificante per una persona, ma interessante per un’altra. Ci si domanda, insomma, da una parte, che diritto ha il docente ad insegnare allo scrittore in erba – giovane o no- come scrivere? Secondo altri, invece, le considerazioni in merito sono diametralmente opposte e sono convinti che simili percorsi istruttivi, culturali e di affiancamento possono realmente mostrarsi producenti sostenendo che il professore in quella veste non detta né insegna, ma dà consigli ed accoglie proposte alle quale fornisce suggerimenti. Lei che cosa ne pensa a riguardo?

FM: Essendo anche insegnante di lettere, penso che sull’argomento scrittura, cosiddetta creativa, si stia facendo spesso un’opera di strumentalizzazione, a fini di interesse economico personale, da parte di coloro che gestiscono queste scuole di scrittura. Certamente, seguire una scuola fa sempre bene, nel momento in cui si impara qualcosa, ma o uno è scrittore per vocazione e ha talento, allora la scuola può fargli solo bene, oppure se scrivere non è il suo destino, non è necessario essere scrittore, non ce lo ha ordinato il medico: il solo fatto di leggere e godere della letteratura, è sempre anche un atto creativo. Inoltre, seppur la scuola insegni a scrivere, bisogna imparare tutto sulla scrittura e poi magari dimenticarlo ed essere poi scrittore. Come ebbe a dire il grande e innovativo musicista jazz Charlie Parker: “Impara tutto sulla musica, poi dimenticalo e suona jazz” così io dico: impara tutto sulla scrittura, poi dimenticalo e fai lo scrittore.

 

 

Padova, 7 maggio 2013

 

[1] A questo riguardo mi pregio di ricordare che l’Associazione Culturale TraccePerLaMeta di cui faccio parte ha organizzato nel 2012 un Concorso Letterario Internazionale Bilingue (italo-spagnolo) ispirato ai versi “Caminante no hay camino” di Antonio Machado. Detto concorso ha avuto una grande partecipazione e ha avuto la sua premiazione ufficiale a Firenze il 11 maggio 2013.

[2] Il 1898 per la Spagna fu un anno catastrofico che la storiografia ricorda come año del desastre (anno del disastro) perché il paese perse le sue ultime colonie (Cuba, Porto Rico e le Filippine). Questo episodio generò nelle coscienze una profonda crisi d’identità. Con l’intento di “rigenerare” la Spagna autentica, una pattuglia di scrittori che in seguito vennero riconosciuti come membri della generazione del ’98 si dedicarono ai problemi contingenti della società spagnola, rompendo con gli ideali romantici e realisti e battendosi per la riscoperta e la diffusione della tradizione autentica della Spagna con la relativa rivalutazione del paesaggio e della natura popolare. Antonio Machado, assieme a Miguel de Unamuno, Baroja e Azorin, fece parte della pattuglia. 

[3] Antonio Machado, Poesie. Soledades – Campos de Castilla, Traduzione di C. Rendina, Milano, Newton e Compton, 2012.

[4] Rodolfo Vettorello, Siamo come sassi, Reggio Calabria, Leonida, 2010, pp. 72-73.

[5] Per maggiori informazioni sul poeta si legga la sua biografia nel capitolo-intervista a lui dedicato.                                      

[6] Giorgia Catalano è nata nel 1971 a Ventimiglia (IM). Sue liriche sono incluse in antologie, in un libro d’arte, agende e calendari poetici e su quotidiani, periodici locali e riviste letterarie on line, anche internazionali. Alcune di esse sono state lette in trasmissioni radiofoniche quali “L’uomo della notte”, condotta da Maurizio Costanzo su RadioUno, e “Dimensione Autore”, condotta dagli autori Giorgio Milanese e Laura Scaramozzino su Radio Italia Uno. Ha ricevuto segnalazioni e menzioni in diversi concorsi letterari sia per la poesia che per la narrativa. Recentemente ha pubblicato la sua prima silloge poetica, Un passaggio verso le emozioni (Photocity Edizioni, 2012), e un libro d’artista, Alle risposte, il tempo (EGS Edizioni, 2013). Collabora con la rivista di letteratura on line Euterpe. Cura un blog che porta il nome della sua raccolta poetica.

[7] Giorgia Catalano, Un passaggio verso le emozioni (2010-2012), Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 28.