Concorso di Poesia “E’ un brusio la vita” – omaggio a Pier Paolo Pasolini

BANDO DI PARTECIPAZIONE

EMUI EuroMed University in collaborazione con il Centro Studi e Ricerche Pier Paolo Pasolini (Roma- Madrid), Le Ragunanze e l’Associazione Euterpe organizza il concorso di poesia “E’ un brusio la vita”.

Art. 1 – La partecipazione è gratuita.

Art. 2 – È possibile partecipare con una raccolta di poesie inedite a tema libero (min. 10 – max. 40). Sono gradite poesie di impegno civile, con riferimento alle opere di Pier Paolo Pasolini.

Articolo 3 – Per partecipare al concorso è necessario inviare alla mail international@emui.eu la propria opera poetica in formato Word indicando nel corpo della stessa nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza completo (Via, città, cap.), telefono fisso e cellulare, indirizzo mail e le seguenti dichiarazioni:

  • Dichiaro di essere l’unico autore delle opere e di detenere i diritti a ogni titolo.
  • Acconsento il trattamento dei miei dati personali secondo la normativa vigente nel nostro Paese (D. Lgs 196/2003 e GDPR)

Articolo 5 – I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 30-11-2020

Art.6 – Le opere verranno lette e giudicate da una Commissione composta da personalità del mondo della cultura nazionali e internazionali.

Art. 7 – Il primo classificato si aggiudicherà la pubblicazione della raccolta in formato ebook nella collana ‘Poesia sotto forma di dubbio’ con EuroMed Editions (fornito di codice ISBN) e sarà inserito nel sito della piattaforma interuniversitaria www.emui.eu. Inoltre riceverà una copia dell’antologia di autori vari ‘Pier Paolo Pasolini, il poeta civile delle borgate. A quarant’anni dalla sua morte’, a cura di Michela Zanarella e Lorenzo Spurio, PoetiKanten Edizioni, Sesto Fiorentino (FI), 2016, volume organizzato dalla Ass. Le Ragunanze di Roma e dalla Rivista di letteratura “Euterpe” con il Patrocinio Morale del Comune di Roma e del Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia (PN). Gli altri autori premiati riceveranno attestato di merito e video lettura di una delle poesie incluse nella raccolta.

Art. 8 – Ai sensi del D.Lgs 196/2003 e del Regolamento Generale sulla protezione dei dati personali n°2016/679 (GDPR) il partecipante acconsente al trattamento, diffusione e utilizzazione dei dati personali da parte della Segreteria che li utilizzerà per fini inerenti al concorso in oggetto.

Per maggiori informazioni scrivere a: international@emui.eu e consultare il sito www.emui.eu

“Come una storia d’amore” di Nadia Terranova. Recensione di Gabriella Maggio

Recensione di Gabriella Maggio 

71ykfUW7EmLCome una storia d’amore, edita da Giulio Perrone nel 2020, raccoglie dieci storie ambientate a Roma, città dove oggi vive la scrittrice di origini messinesi. Significativa l’epigrafe da Passaggio in ombra di Mariateresa Di Lascia, premio Strega alla memoria nel 1994, in cui l’essere pellegrina …in una terra senz’anima annuncia il senso delle storie raccontate da Nadia Terranova, connotate da dolore, senso di estraneità, solitudine.

Per i quartieri e le strade di Roma si sviluppano le vicende di personaggi alle prese con la quotidianità, una coppia di anziani che fa la spesa al mercato e incontra casualmente Andrea, il trans gentile, di cui pagherà il funerale in Via della Devozione; lo choc di Veronica infaticabile parrucchiera davanti all’incidente mortale di una sconosciuta in Freezing; la solitudine di Paola, in crisi di coppia e di lavoro, che trascorre le giornate su Facebook spiando la presunta felicità della Sconosciuta in La felicità sconosciuta.

Accanto a queste storie ve ne sono altre narrate in prima persona dove si coglie un’eco autobiografica dai Corvi al Pigneto, a La lavanderia sbagliata, a Due sorelle a L’ora di libertà. Diversamente incisive in questa prospettiva autobiografica e per il senso che danno alla raccolta sono Il primo giorno di scuola, Roma in uscita, Lettera a R. che affrontano in maniera diretta il rapporto che la scrittrice ha con Roma. La città è il luogo in cui s’innerva il tempo della narratrice e diventa co-protagonista necessaria. Da Roma in uscita si apprende il senso e il valore della sua vita romana: penso a quando sono arrivata a Roma e un nome di città era sinonimo di un nome proprio. Roma per me è Carlo. Sono passati ventidue anni e Carlo è sempre Carlo, anche se non stiamo più insieme, e Roma non è più Roma, anche se stiamo ancora insieme”.

Il primo giorno di scuola tratta il tema della memoria personale che s’intreccia con quella storica. Ė ambientato nel Ghetto l’unico luogo in cui non sentivo fretta di allontanarmi, intimamente vicino perché come Messina è stato distrutto e ricostruito e per gli avvenimenti del 16 ottobre ’43, citati in un “tra parentesi”, perché c’è sufficiente letteratura in merito. Lì la scrittrice può ripercorrere la sua infanzia, l’ambiguo suo primo giorno di scuola, l’anno della prima media quando è morto il padre, interrogarsi sulla felicità, che l’ha sempre schivata. Ha cominciato a studiare l’ebraico: Ho bisogno di studiare. Una lingua che si scrive al contrario è perfetta per me. Ho bisogno d’invertire le cose… Lettera a R. chiude la raccolta. La narratrice, facendo un bilancio degli anni romani, scrive una lettera d’amore alla città scontrosa, che ti accoglierà subito e non ti accoglierà mai, dove è giunta per restare, enfatizzando così il passaggio dall’infanzia all’amore, all’età adulta. Dopo quindici anni ha costruito un rapporto intimo con Roma, evidenziato dall’uso della sola iniziale “R.”, e vuole raccontarla dal suo punto di vista: odiarla in pace senza schierarti e amarla in pace senza celebrarla. Tanto è stato scritto e detto sulla città e la scrittrice non vuole aggiungere altro se non la sua esistenziale versione, di una persona che non ha signoria su nulla se non sui propri dettagli (La lavanderia sbagliata).

Nelle dieci storie che raccontano realtà quotidiane, il filo conduttore, a parte l’ambientazione romana, è l’impegno di esprimere la nudità di ciò che è; mancano gli uomini, nominati appena e rappresentati con l’occhio delle donne, che restano spazio esistenziale d’indagine privilegiata, di una sorta di pellegrinaggio nella vita scandito dall’impervia difficoltà dell’incontro con l’altro. Ma questo non implica un punto di vista egoistico, anzi manifesta un’attenzione simpatetica verso gli altri, come per Nilima, in La lavanderia sbagliata.

La scrittura scorre asciutta, incisa di domande, di parentesi, di dialoghi, di inversioni, enumerazioni. Come una storia d’amore segue di poco Addio fantasmi, romanzo pubblicato da Einaudi –Stile libero big, finalista al Premio Strega 2019.

Leggendo la conclusione del romanzo: Rido e finisce un’epoca nel rumore di un tuffo, nel mare che si apre e ingoia senza restituire…e il piccolo orologio al mio polso segna, finalmente, le sei e diciassette.” si gioisce con Ida, che dice addio ai suoi fantasmi. Leggendo poi Come una storia d’amore ci si accorge invece che i fantasmi ci sono sempre anche nella cornice romana: “Non lasci mai nulla, tu,non sei una che lascia. Devi solo cercare nuove strade” (in Lettera a R.) dice di sé la Terranova.

GABRIELLA MAGGIO

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

VII Ragunanza di Poesia, narrativa e pittura: i risultati del concorso

Verbale 7 RAGUNANZA DI POESIA NARRATIVA E PITTURA_page-0003

VERBALE DI GIURIA

La VII edizione del Premio Internazionale “Le Ragunanze”, dedicato alla Poesia, Narrativa e Pittura, quest’anno 2020 costringe, per ragioni inerenti il covid-19, noi ideatori, organizzatori e giurati, a proclamare per mezzo diffusione rete telematica, i premiati.

Ci riserviamo pertanto di organizzare, nei tempi e nei modi opportuni alla salvaguardia della salute individuale, la cerimonia di premiazione, che avverrà come di consueto nel rispetto storico dei dettami arcadici, nella suggestiva cornice di Villa Pamphilj.

La giuria, presieduta da Michela Zanarella, presidente dell’Associazione di Promozione Sociale “Le Ragunanze” e dal vicepresidente Giuseppe Lorin, con il presidente del Premio Internazionale Roberto Ormanni, seguiti dalla schiera di giurati composta da: Antonella Capponi (pittura), Serena Maffia, Fiorella Cappelli, Lorenzo Spurio, Vinicio Salvatore Di Crescenzo, ha assegnato:

OPERA PITTORICA

1° – “Preferisco il mare” di Bruna Milani (Roma)

2° – “Tempo” di Tatyana Zaytseva (Roma)

3° – “Natura ferita” di Giacomo Minella (Roma)

Menzione d’onore – “I miei colori” di Iolanda Morante (Avellino)

 

NARRATIVA – LIBRO EDITO 

1° – “La sacralità del sacro” di Oscar Esile (Udine)

2° – “I piani inferiori della luna” di Michele Manna (Roma)

3° – “Arktikos” di Bruno Scapini (Trieste)

Menzioni d’onore – “Il quaderno del fato” di Edoardo Guerrini (Torino); “Finalmente!” di Flavio Dall’Amico (Vicenza); “Chissà se al Liga fischiarono le orecchie” di Anna Pasquini (Roma); “Come anime scelte che si ritrovano” di Gianni Verdoliva (Torino); “Ippocampo” di Renzo Piccoli (Bologna); “La stanza dei pensieri” di Giulia Porena (Roma); “Human” di Alberto Spartaco Umbrella (Roma)

 

POESIA – LIBRO EDITO

1° –  “D’artista” a Fadi Nasr (Milano)

2° – “Come cenci stesi al vento” a Roberta Mezzabarba (Viterbo)

3° – “Il filo quotidiano” a Teresa Murgida (Catanzaro)

Menzioni d’onore: “Linee emozionali” di Lucia Izzo (Roma); “Concerto per grafemi” di Alberto Alessandri (Venezia); “Il canto del cuore” di Cinzia Manetti (Siena); “Sulle ali della poesia” di Corrado Cioci (Latina); “Le brughiere parlanti” di Carmelina Ciaccio (Roma); “Colore di donna” di Liliana Manetti (Roma); “Scintille” di Saverio Caivano (Salerno)

Per la sezione “Libro edito di poesia” sono stati assegnati due trofei:

Trofeo Euterpe per il libro “Amori trovati per strada” di Antonio Gerardo D’Errico (Milano)

Trofeo EMUI EuroMed University per il libro “Domina” di Maria Morganti Privitera (Messina)

 

POESIA A TEMA NATURA

1° –  “Salsedine” di Cristina Biolcati (Padova)

2° – “Oggi canto te” di Mario De Rosa (Cosenza)

3° – “Fiorire fuori stagione” di Laura Tommarello (Roma)

Menzioni d’onore: “Sono una barca” di Lucia Lo Bianco (Palermo); “La terra si ribella” di Maurizio Bacconi (Roma); “I colori del Peloponneso” di Giovanni Battista Quinto (Matera); “Mediterraneo” di Luisa Rega (Roma); “Polvere di zolfo” di Mario Pizzolon (Treviso); “In tempi non sospetti” di Carla Abenante (Napoli); “Dio…e folle vento” di Gianluca Lorenzini Collodi (Firenze)

Targa “Anastasia Sciuto 2020” a Giulio Corso, diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”.

Nelle precedenti edizioni la Targa Anastasia Sciuto è stata assegnata a: Enoch Marrella e a Sara Putignano i quali avranno a loro disposizione, così come il nuovo premiato, gli spazi di Palazzo Fani a Tuscania per una loro rappresentazione da concordare nei tempi e nei modi con il presidente dell’A.C.T.A.S.

 

N.B.: I premi sopra elencati, verranno consegnati personalmente nel Maggio 2021 ad apertura della Cerimonia di Premiazione per la VIII edizione del Premio Internazionale “Le Ragunanze”.

Per la VIII Ragunanza di Poesia, Narrativa e Pittura il bando sarà disponibile sul sito dell’associazione o richiesto alla mail apsleragunanze@gmail.com

Ammaestramenti d’amore e arte del silenzio. Note su “L’istinto altrove” di Michela Zanarella

Recensione di Cinzia Baldazzi

Nei termini classici della stilistica italiana si qualifica poesia “didascalica” un corpus lirico capace di alimentare lo scopo complesso di mettere in evidenza alcuni messaggi sotto forma di ammonimenti, input rivelatori, confessioni toccanti: ciascuno accrescitivo, in modo specifico, di informazione per i destinatari. Pertanto, ogni valida scelta di poësis, in grado di unire all’esigenza espositiva l’intento di temperare con l’arte la presunta aridità degli insegnamenti, potrà ricoprire con successo un simile incarico, nel condurre – almeno speriamo – lo spirito umano a una più alta contemplazione del contesto evocato, lasciandolo quindi migliore.

copertina Zanarella bozza (2)1In una tale prospettiva, L’istinto altrove di Michela Zanarella articola una poetica che si potrebbe definire didascalica in senso specifico o meglio sui generis, in quanto indaga e comunica con metafore, metonimie e allegorie un intento didattico non legato alla diffusione di informazioni, bensì a un repertorio più classico e antico dove coesistono l’ars amandi e le norme cortesi, il galateo erotico e gli ammaestramenti d’amore, rischiarando una zona sconosciuta sia per il lettore sia per se stessa.

L’autrice in persona si trova a rivestire il ruolo di destinatario, testimoniato qua e là nella raccolta ogni qualvolta la Zanarella rappresenta la propria disponibilità umana e poetica ad auto-rappresentarsi oggetto di una simile didattica: una storia personale «ci sta insegnando ad amare / ad accudirci / per schivare il fango» (Ieri ti ho guardato); le mani, lo sguardo, le labbra, il respiro, le parole della persona amata suscitano le richieste su «come toccare la notte» (Insegnami come toccare la notte), in qual modo «restituire la luce» (Meglio spaventarsi per amore), con quali occhi «si guarda la tenerezza» (Insegnami tu). Per ritrovarsi nel rapporto evocativo di maestro e di allieva, nella dialettica insita nel connubio imparare/insegnare:

 

Mi hai insegnato

ad amare la terra dove cammino

perché sa il peso dei silenzi

che mi porto addosso.

Sulle mie mani ci sono linee

di un tempo passato

dove ho lasciato frantumi di me.

Ho imparato da te

che il sole esiste anche dietro le nuvole

e che posso trovarti in ogni respiro.

Tu sei la pioggia di luce

la tempesta che cerco

e che non temo

per sentire il mare dove abbracciare

iridi nude bagnate di vita.

[Mi hai insegnato]

 

E quando la poetessa chiede all’uomo di rimanere «fino a quando / gli alberi perdono le foglie / e chiamano di nuovo il verde / ad insegnare ai fusti l’odore della vita» [Volevo amarti], allora l’illuminazione di zone oscure affidata alla poesia arriva ad esplorare tutto quanto possa configurarsi altrove dall’istinto. Il regista russo Andrej Tarkovskij, esperto di chiaroscuri, sosteneva:

 

L’artista crea istintivamente, egli non sa perché proprio in quel momento fa una cosa oppure un’altra, scrive proprio di questo, dipinge proprio questo. Soltanto dopo egli comincia ad analizzare, a trovare spiegazioni, a filosofeggiare e giunge alle risposte che non hanno nulla in comune con l’istinto, col bisogno istintivo di fare, creare, esprimere se stesso. In un certo senso la creazione è rappresentazione dell’essenza spirituale nell’uomo ed è la contrapposizione all’essenza fisica; la creazione è in un certo senso la dimostrazione dell’esistenza di questa essenza spirituale.

 

Quando la Zanarella, nell’affidarsi a un’istintualità affine, tenta di riequilibrare il dosaggio tra progresso dell’autocoscienza e forza dei sentimenti, i suoi versi raffigurano il varco dell’insieme reale delle parole d’amore. Ed ecco quindi l’assenza: «cercarti nonostante / il tuo essere altrove» [Potrebbe essere la notte giusta]; il significato dell’esistenza: «ti trovi a sfiorare l’infinito / senza avere fretta / di cercare altrove / il senso delle cose» [L’amore quello vero]; il passato: «la stanza ordinata / dove sono cresciuta / prima di andare altrove a cercarti» [Le mie mani sanno parlare una lingua]; la fisicità: «mi volgo altrove / in un corpo che non è più / nemmeno mio» [Sono fatta di carne e silenzio].

Il concetto dell’altrove rinvia quindi a una dislocazione non solo spazio-temporale ma essenzialmente psichica, là dove l’hic et nunc, il “qui e ora”, si rimodula in ubique et semper, “ovunque e sempre”:

 

Sono viva

quando avanzi con il tuo sguardo

verso la mia fronte

e cerchi di leggermi parole

velate d’amore

parole che vanno oltre le labbra

parole che vorrebbero

crollarti come una preghiera

nel petto.

[Mi tiene in vita]

 

E dalla passione intensa dentro noi sorge la luce dopo un bacio, quasi un’allusione al virgiliano Omnia vincit amor:

 

Anche per te

arriveranno verità

come i raggi caldi dell’estate

e dovrai solo assistere

al sole che sorge

accanto all’armonia del mio canto.

[Nell’amore che mi vive dentro]

 

In realtà, la ποίησις della silloge, in parallelo all’intero, autentico repertorio poetico, canta qualcosa di più della natura, della vita nei suoi grandi eventi: illustra l’ininterrotta vicenda di trasformazioni e, soprattutto, dell’esistere e dello scomparire. Ciò accade perché il vissuto può coincidere, in particolare, con un’opera d’arte, o almeno con un atto di immaginazione creativa. Così intendeva Arthur Schopenhauer in un passo de Il mondo come volontà e rappresentazione:

 

La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro: leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.

 

Nello “sfogliare”, allora, le pagine de L’istinto altrove, seguendo l’indole personale o la logica, i lettori possono cogliere in contemporanea l’interdipendenza del vivere e del pensare, del creare e del progettare, dell’immanente e del trascendente, in una possibilità di interscambio simbolico tra la natura inanimata e il mondo umano:

 

Non è solo il cielo

ad occuparsi di noi

c’è il miracolo della vita

che ritorna

ed è tutto un disegno perfetto

pari ad un’eco dolce di mare.

È possibile che io incarni

il sentiero di una strada bianca di campagna

e tu lo scoglio che si lascia sconsacrare

dalle alghe.

[Non è solo il cielo]

 

Di conseguenza avanza, ricco di significati ulteriori, il silenzio, invocato con solenne emozione dalla Zanarella in numerosi brani della raccolta al punto di diventarne trait d’union strutturale:

 

L’amore quello vero

lo riconosci da quanta luce

ti entra negli occhi

da quanto fiato spendi

per trattenere un respiro.

Non occorre nemmeno

saper dire le parole giuste

perché basta un silenzio.

[L’amore quello vero]

 

Il tacere assoluto simboleggia, nella silloge, il luogo semantico di un divenire non proteso in avanti né rivolto all’indietro, ma esplicato all’interno, sotto forma di coscienza matura di non esclusione, incline a comprendere ogni possibilità:

 

Tu passi da un silenzio a uno sguardo

ed io sento lo stesso ossigeno.

[Tu passi da un silenzio a uno sguardo]

 

«A volte», spiega l’autrice, «le parole non servono». Così chiede alla persona amata di comunicare senza parlare: «io capirò cosa vuoi dirmi» [Mandami ancora il tuo silenzio]. Sempre che l’atto del tacere venga scelto liberamente e non subìto come imposizione: nel qual caso diventa, secondo le parole pronunciate tempo fa da Dacia Maraini, «pieno di echi sinistri, tracce di richiami falliti, di grida soffocate, di segnali di fumo che il vento ha disperso». Piuttosto, come la Maraini stessa scrive nella prefazione a L’istinto altrove, esso costituisce un intervallo:

 

Bandito il realismo, è solo il suono delle parole a svelare il loro significato più nascosto, più segreto.

 

Michela Zanarella
Michela Zanarella

Secondo il linguista e semiologo lituano Algirdas Greimas, il silenzio costituirebbe dunque un concetto strumentale, il quale, se inserito nella totalità significativa della poetica, conduce sempre a individuare i limiti ristretti e preziosi del messaggio elaborato. «Ti darei le mie parole / per unirle al tuo silenzio» [Ti verrei ad abbracciare], scrive la Zanarella, dopo aver privilegiato «chi sa prendersi cura / del mio silenzio» [Merito un amore]; un silenzio di cui «abbiamo entrambi bisogno / per far sgorgare la luce» [Anche il cielo può sembrare saturo], anche se «stanno in silenzio i tuoi occhi» [In quale mondo mi amerai?]; infine, «mentre io proverò a parlarti / tu mi guarderai con la forza / del tuo silenzio» [Passeremo i giorni ad innamorarci].

Nei versi appena citati, accanto ad esso agisce la sfera simbolica della luce, prima creatura di Dio che, secondo il Vangelo di Giovanni – tanto caro anche alla Ginestra leopardiana – fu rifiutata alle origini dagli uomini a favore dell’oscurità («Ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce», III, 19). Nelle pagine di Michela Zanarella, l’elemento risulta massimamente potenziato nel ruolo di alternativa o soluzione di fatto:  

 

C’è la luce migliore di me

sul fondo del tuo silenzio

e anche se il tempo

ci sta abituando più alle assenze

che alle presenze

io so che le nostre distanze

sono alleanze sacre.

[C’è la luce migliore di me]

 

Restiamo chiusi nel nostro mutismo, “illuminati” all’interno di un affascinante sistema di istituzioni letterarie (tropi, analogie, figure retoriche) all’altezza di divenire esempio di tradizionalità e, nello stesso tempo, ars originale in cui i brani non concretizzano un arco irrelato di esperienze inverificabili perché utopiche, ovvero basate sul valore di una trama lessicale non sottomessa allo scarto convenzionale di vero-falso. Ne emerge, invece, una lettura in grado di evocare la nostra esistenza, quali ne siano le condizioni immediate, dilatata sulla realtà vivente dell’arte in sé, anima e parola di un mondo da rifondare:

 

Non fermiamoci alla fatica

di stare in piedi.

Proviamo a non cadere

e quando il fiato si farà pesante

diamoci la mano.

Insieme ci schiariremo.

[Non fermiamoci alla fatica]

 

Ma la percezione epifanica di un’attualità inaspettata e invasiva, di lì a breve tempo destinata a manifestarsi con violenza, irrompe nel ragionamento poetico sotto forma di paradossale monito per i giorni a venire:

 

Ho negli occhi la radice

del nostro tempo

dove abbiamo imparato a tenerci per mano

in lontananza.

[Sarà che ti sento vento caldo]

 

CINZIA BALDAZZI

 

L’autrice del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o disputa possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni, ricadendo unicamente sull’autore del testo ciascun tipo di responsabilità.

Lorenzo Mele: inediti da “Casa mia non ha le ringhiere” e altre poesie

Segnalazione di Lorenzo Spurio 

 

POESIE DI LORENZO MELE

 

Hanno chiamato il mio nome,

mamma papà e io entriamo.

Siamo soli in questo branco di sedie,

il magistrato ho paura che mi porti via.

E piango sulle gambe di mia madre,

ho paura tra le braccia di mio padre,

me ne sto con la faccia mani nelle mani,

mi consolo in un pianto che non so dire.

Orfanotrofio – diceva –

L’istituto dei bimbi sperduti. 

Ma io non ero sperduto, 

avevo una madre e un padre:

due mani calde a carezzarmi la testa.

 
*

 

Un giorno ti sei presa cura di me

e non mi conoscevi nemmeno:

una chiamata nella notte, uno sbaglio

forse, che ti ha stravolto la vita.

Non sapevi l’amore di esser madre

nell’attimo in cui mi prendesti in braccio,

e io non mi sapevo figlio di qualcun altro 

 – se non tuo – proprio nell’attimo in cui,

per forza di cose, ho imparato il tuo nome. 

 

 (inediti, dalla raccolta Casa mia non ha le ringhiere)

 

68680983_1384583608359165_3001034004951465984_n (1)
Lorenzo Mele

 

Anche il silenzio mi parla al posto tuo,

quel silenzio che ti è caduto giù dalla tasca.

Dice che ti sei persa come si perdono i folli,

tu, che folle non lo sei affatto.

Anche io come te

mi sento una gioia martoriata

che aspetta una parola sana

davanti al camino.

 

*

 
Io, nel ricordo

di una strada bucata

mano nella mano con un padre

che non è mai stato il mio.

 

Sul dito un moccolo verde

e nell’occhio un’immagine

di una bici senza freni

che mi aspetta impaziente

come un cane gioioso

pronto a farmi le feste

nel cortile di casa.

 

61T57SCuraL

 

Ma non abbiamo più paura,

noi figli appesi a un filo,

noi che la morte

l’abbiamo vista in faccia

e la chiamavamo Madre.

 

(da Dove non splendi, Controluna, 2019)

 

Lorenzo Mele (Burgwedel, Germania, 1997) è cresciuto a Lecce. Attualmente vive a Roma. Ha pubblicato Tu mi abbandoni (La gru, 2018) e Dove non splendi (Controluna, 2019). Suoi versi sono apparsi su Atelier, ClanDestino, Inverso e altre riviste. Dirige il blog di poesia “Il visionario”. 

 

La riproduzione del presente testo e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

“Tu, io e Montale a cena”: la silloge di Gabriella Sica dedicata al poeta romano Valentino Zeichen – recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

 

“Corre con il fiume scorre

[…] il suo essere si estenderà ancora” (25)

 

Tu io e Montale metà copertinaUn libro agile e intenso in versi, quasi un canzoniere, che rievoca un amico poeta nel momento della sua scomparsa e nei mesi successivi al lutto.

La poetessa Gabriella Sica[1] ha da poco dedicato a Zeichen, “un neoclassico beffardo”[2], un volume di quarantaquattro poesie con due prose in chiusura che muovono interamente da una volontà di commemorazione del poeta amico. Non un pianto né un elogio, che sarebbero forse ben poca cosa nel mare magnum della poesia indifferenziata e tumultuosa d’oggi – soprattutto quella dal contenuto annebbiato da un sentimento di pura malinconia – ma un vero compendio atto a ripercorrerne alcuni tratti della sua esistenza, gli aspetti distintivi del carattere fiero e sicuro, le convenzioni della sua vita underground, la ricchezza dei contenuti del suo dettato lirico.

Scrive il poeta Guido Zavanone, recentemente scomparso, in una delle sue ultime poesie “Piace ai poeti/ divagando fantasticare/ liberi come sono/ da ogni vincolo/ di contenuto o formale”[3] e tale verità può ben desumersi dalla poesia argomentativa e icastica di Valentino Zeichen, una delle voci poetiche più curiose della scena romana degli ultimi decenni, saltato alle cronache per le sue frequentazioni mondane al tempo della giovinezza.

Sono poesie che ci parlano di incontri, di dialoghi, di idee e contenuti esposti da Zeichen nel corso di tante occasioni, spesso di cene con amici, che evidenziano la complessità del poeta, la versatilità dei suoi codici e, sempre, comunque, la sua occhiata critica e avvolgente verso la realtà di fuori con timbri d’ironia e d’invettiva.

La Sica riesce in maniera egregia a presentarci, tramite la sua conoscenza diretta dell’uomo, la stima e l’amicizia intessute e coltivate con Zeichen, uno dei ritratti più completi e meno sfocati di questa figura complessa, criticata, non del tutto compresa e in un percorso di latente dimenticanza contro cui il volume stesso della Sica s’infrange. Ne emerge un dialogo ininterrotto tra due amici sullo sfondo di una Roma vivace e ricca, e di un mondo letterario disgregato.

Il giornalista Camillo Langone de Il Foglio ha titolato un breve articolo con “Vorrei anch’io una poetessa come Gabriella Sica a commemorarmi”[4] e questo è indicativo del fatto di quanto amore, sapienza e desiderio di condividere con gli altri, ci sia nelle pagine della Sica, tra ricordi e circostanze curiose, tra inviti a cena (“La poesia mi ha aiutato a procurarmi pranzi e cene”[5], rivelò Zeichen in un’intervista) e passeggiate per Roma.

Il volume della Sica, Tu io e Montale a cena, apre a un contenuto al contempo privato e pubblico di Zeichen da lei definito “poeta bellicoso/ bell’uomo alto scattante” (21), con un “sarcasmo glaciale” (62), narrandoci com’era, come si comportava, come si relazionava agli altri e all’ambiente: “Scriveva poesie nitide e precise/ […] rovistava con la lima nella storia.// [con] ironia intelligente/ l’abbellimento logico pungente// […] indomito sagace alla Szymborska” (57).  La Sica non risparmia di affrescarcelo anche negli aspetti più spigolosi come quando osserva: “Valentino coriaceo al vetriolo/ stai nella tua area di rigore/ gelida area di esodo corrusco/ di esilio da persone e cose/ […] impertinente/ […] nel tuo veemente duello mentale” (9).

Ci sono tutti gli aspetti chiave della vita di Zeichen: dalle liriche che alludono più spesso al tema dell’esodo, alla figura della madre, all’istituto di correzione dove venne collocato giovanissimo, all’ossessione per gli orologi, e poi la dimensione abitativa da lui scelta (“una casa/ vera lui non la vuole” (18), la nota “baracca del poeta” alla quale la poetessa dedica una lirica dove si può leggere:  “È una leggenda la baracca a Roma/ sta in un vicolo cieco sulla Flaminia/ […] nel centro della città eterna/ è una misera fragile frontiera” (17) ricordando il poeta in uno dei loro incontri: “su una logora sedia di legno/ siede pensoso sul da farsi il poeta/ lì coltiva una coppia di piante/ un fico e una vite americana” (17). Quel “fico generoso” (27) vicino al glicine massacrato a colpi d’ascia dopo la sua morte di cui la Sica parla in una lirica di commiato che chiude il volume: “L’hanno tagliato acidi con l’accetta/ nel giardino del poeta/ dove c’era anche un fico ospitale/ che triste s’è seccato” (87).

E poi la condivisione del cibo e dell’ospitalità della Sica (come di tante altre persone sue amiche, poeti e non) verso Zeichen: “Vorrei più spesso invitarti a cena/ come a te tanto piaceva/ […]/ conversare/ in casa e fuori” (53). C’è il sentimento destabilizzante di paura dinanzi alla recente malattia dell’amico, il timore  che presto possa andarsene ad abitare altri spazi (“prometto lo inviterò di più a cena”, 15, pronuncia come sottovoce, a motivo di un fioretto, di un impegno tra lei e se stessa) fino alla lirica che dà il titolo al volume, “Tu io e Montale a cena” dove la poetessa ipotizza           un’improbabile cena a tre, tra cui il grande poeta genovese (“certo è che noi e il convitato immortale/ incallito scanzonatore/ ci siamo rallegrati oltremodo/ banchettando ilari noi tre insieme/ al secolo nuovo brindando/ come un niente lo snodo al Novecento”, 44) e, ancora, la rievocazione di una cena col padre dell’avanguardia, Pagliarani: “la dolce cena noi tre insieme/ la cambiamo questa morte in vita/ […] tu io e Pagliarani come un tempo” (49).

Nel breve periodo di malattia di Zeichen, dopo l’ictus che lo costrinse all’ospedale, una poesia-preghiera forte e sentita perché il suo amico possa rimettersi e ritornare nel suo universo sociale: “fallo tornare tra noi/ Valentino è in un letto d’ospedale/ […]/ non so se ci sei madremadonnina/ se ci sei salvalo salvalo tu che mi ascolti/ […]/ fallo combattere ancora” (15). Ci sono poi le poesie scritte dopo la scomparsa di Zeichen, “ultimo degli irregolari del nostro tempo”[6], che attestano una dolorosa assenza nell’animo della poetessa come ben si evidenzia nella lunga lirica “Il lento congedo” dalla quale cito alcuni estratti significativi: “Così te ne sei andato d’un colpo/ quel terribile diciassette aprile/ l’ictus il trauma il dolore/ ma per un po’ sei tornato indietro/ sul letto di una camera ospedaliera/ […] nei lunghi ottanta giorni/ per fare ancora festa con gli amici/ […] come in un lauto gran banchetto/ […] per poco così sei tornato in vita/ […] cantavi perfino le canzoncine/ lento nel distacco lento” (55-56). La poetessa è evidentemente costernata e affranta dalla dolorosa assenza del poeta-amico al punto tale che cerca una qualsiasi forma di possibile comunicazione con lui, alla ricerca impellente di una relazione: “Potresti con Dio darti un po’ da fare/ e attivare un filo teso e diretto/ tra te e me tra i morti e i vivi/ inviami un segno fammi un fischio” (26).

“Riquadro 67 Gruppo 2 Terza fila n. 7” (35) è l’espressione in codice della localizzazione fisica sullo spazio terrestre, “nel nome del luogo dove stai ora” (35)…, sempre Roma, è vero, ma in una dimensione diversa, qui dove il “cielo [è] a pezzi e i cipressi [stanno] invano” (35). Sempre dedicata alla sua lapide al Verano è un’altra lirica: “ti intrattieni con i nuovi amici/ vicini di casa affini/ Ungaretti e Moravia lì anche loro/ […] ve ne andate/ giù fino all’imbrunire/ piacevolmente in tre a conversare” (85).

Il poeta, andandosene, ha lasciato sola l’amica confidente, la poetessa Gabriella Sica, chiusa in una sensazione d’assenza e di vera e propria malinconia dei tanti momenti vissuti, a “scrutare la geografia di nuvole estrose” (31) come lui spesso faceva, interrogando il tempo: “il poeta agguanta nuvole/ (non ragionammo di questo insieme?/ non era questo il nostro diletto?)” (32), un gioco che ha introiettato e fatto suo, più triste ora che non potrà che condurlo da solista. Se è vero che nel giardino del poeta il glicine è stato ucciso e il fico, solo e impoverito, s’è lasciato morire, c’è ancora un virgulto di speranza che testimonia la vita che mai si frena e che perversa, proprio come le nuvole indecifrabili che sfilano e che affascinavano Zeichen. La Sica, al termine di questo viaggio poetico che ha segnato profondamente la sua esperienza, annota infatti che “spuntano dal tronco le foglie/ più del solito tremolanti/ sta nascendo ancora qualche bel fiore” (87).

Lorenzo Spurio

Jesi, 14/03/2020

 

 

E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. 

 

[1] Gabriella Sica, originaria della Tuscia e romana d’adozione, scrive in versi e in prosa fin da quando negli anni Ottanta ha ideato e diretto “Prato pagano”, ha pubblicato le Poesie per le oche, con prefazione di Giovanni Raboni (Almanacco dello Specchio, Mondadori, 1983) e La famosa vita, nel 1986.  A più di dieci anni di distanza dal suo ultimo libro in versi, Le lacrime delle cose, a fine 2019 è uscito Tu io e Montale a cena per Interno Poesia. Ha ricevuto vari riconoscimenti tra cui, nel 2014, il Premio Internazionale del “Lerici Pea” per l’Opera poetica. Tra i libri in prosa Sia dato credito all’invisibile. Prose e saggi (2000), Emily e le Altre. Con 56 poesie di Emily Dickinson (2010) e Cara Europa che ci guardi. 1915-2015 (2015).  Nel sito ufficiale, www.gabriellasica.com, si possono trovare sue poesie, traduzioni in varie lingue, notizie sui video da lei realizzati per la Rai dedicati ai poeti del Novecento.

[2] Leone D’Ambrosio, “Valentino Zeichen: Sono un poeta mondano e so fare i dialoghi”, Patria Letteratura, 13/03/2015.

[3] Guido Zavanone, Foto ricordo, Manni, Lecce, 2019, p. 69.

[4] Camillo Langone, “Vorrei anch’io una poetessa come Gabriella Sica a commemorarmi”, Il Foglio, 26/10/2019.

[5] Antonio Gnoli, “Valentino Zeichen: sono un poeta grazie alla mia matrigna, essa era una musa crudele e involontaria”, La Repubblica, 16/02/2014.

[6] Giuseppe Rizzo, “La poesia di Valentino Zeichen ci regala un po’ di libertà”, L’Internazionale, 18/05/2016.

Flavia Novelli e il suo libro “Parole nude” – con alcuni inediti

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio

flavia
Flavia Novelli

Flavia Novelli[1] (Pontebba, UD, 1968) vive da sempre a Roma. Laureata all’Università “La Sapienza” in Sociologia, con specializzazione in comunicazione, si è dedicata per diversi anni all’attività didattica e di ricerca e alla scrittura saggistica. Per il genere poesia, che considera come uno stato di necessità inderogabile e alla quale riconosce, tra le tante, la funzione di far emergere con maggior distinzione la micro e la macro realtà (“La poesia è uno specchio in grado di restituirmi l’immagine reale di me stessa, ma anche una finestra spalancata sul mondo e sulla vita”[2], sostiene) ha pubblicato Vennero i giorni (2017) da lei definita “una sorta di diario poetico che raccoglie poesie scritte quotidianamente in un periodo di febbrile bisogno di dar voce ad un dolore profondo”[3], Universi femminili (2018)[4] e Parole nude (2019). Le sue opere sono presenti in varie antologie tra cui Aspettando Santander – Autori in evoluzione, Come Aquiloni – Autori in evoluzione, Mi illumino d’immenso, Poesia 2019. Centocinquanta poeti in antologia, Elucubrazioni inconsce, Il risveglio del mattino. Collabora con il blog Librinews libri da leggere, cultura e notizie, per il quale ha realizzato e cura la rubrica di poesia. Nel 2018 ha fatto parte del gruppo di otto poeti selezionati tramite bando nazionale per partecipare al progetto europeo “REFEST – Images and Words on Refugees Routes” (Immagini e Parole sui Percorsi dei Rifugiati) e raccontare, attraverso la poesia, le storie di migranti e richiedenti asilo. Le poesie realizzate sono state esposte in mostre ospitate nei quattro paesi europei partecipanti; in Italia al Passaggi Festival di Fano (PU), partner italiano del progetto. Varie le interviste rilasciate a siti e format culturali online tra cui Librinews, Scritto io e Le stanze di carta. Tra i riconoscimenti letterari ottenuti il 1° premio al Premio Afrodite (2018) per la poesia erotica, la menzione di merito al Premio Internazionale di Poesia L.S. Senghor (2019) con il libro edito Universi femminili.

Universi femminili (2018) contiene – sono le stesse parole dell’Autrice – poesie che parlano della vita, dei problemi e della forza delle donne, di stereotipi di genere, di amori malati, di violenza e femminicidio, di donne migranti.  Nella prima parte sono raccolte poesie che trattano gli aspetti più vari dell’universo femminile: la complessità e la bellezza dell’essere donna; la maternità e la libera scelta di non essere madre; il lavoro e le difficoltà di carriera; i sogni e le passioni dell’età giovanile e della senilità; il rapporto con il proprio corpo e la sessualità; gli stereotipi e i modelli che la società impone alle donne. La seconda sezione affronta il tema della violenza contro le donne, con poesie (a volte direttamente ispirate dai drammatici fatti di cronaca) che parlano di rapporti sbagliati e pericolosi […] L’ultima parte è dedicata a quelle sorelle che vengono da lontano, fuggendo da drammi, attraversando altri drammi e, purtroppo, incontrandone altri ancora, una volta giunte nel nostro Paese. Giovani donne meravigliose che, nonostante l’inferno vissuto, sono ancora capaci di sorridere e sperare in un futuro per sé e per i propri figli. Gina Francesco nella prefazione ha scritto: “Le zone più autentiche della scrittura della Novelli nascono dall’impatto continuo con le sue ombre e luci in un mondo che si perde e sembra non più raccoglierci e comprenderci. Nel lessico usato nel libro, l’autrice fa dire alle parole quello che in genere non dicono mai: tutto il dolore, lo stupore, lo smarrimento, gli intimi o collettivi drammi, i fugaci piaceri, tutti controversi compagni come Universi, che riempiono o svuotano il quotidiano vivere. […] Universi femminili sembra essere il tentativo di rompere il muro di una solitudine, di una disperazione, accompagnate da indignazione e speranza, senza lamentazioni dentro una strenua difesa della propria identità e voglia di vivere”[5].

parole nude

L’opera successiva, Parole nude (2019), contempla al suo interno una serie di “poesie nate da un fluire libero di pensieri ed emozioni, da una fretta di trovare forma ed evidenza prima di svanire nell’oblio”[6].

La Novelli non è solo poetessa ma anche studiosa e saggista dal momento che ha pubblicato negli ultimi mesi una serie di interventi critici tra cui cito un interessantissimo contributo sui nuovi approcci e forme poetiche in uso ai nostri giorni dal titolo “Poesia sociale versus poesia social. Nelle piazze reali e virtuali si sta giocando la sfida per la rinascita della poesia” dove affronta, tra gli altri, i fenomeni della “poesia di strada”, del poetry slam e degli Istanpoets[7].

L’appassiona anche la lettura degli epistolari di alcuni intellettuali di spicco quali la tormentata Marina Cvetaeva con Pasternak e Rilke e quello tra Virginia Woolf e Vita Sackville West[8] e ha rivelato di aver visto accresciuta, come a determinare una sorta di imprinting nella sua maturazione, “la sua introspezione al monologo interiore […] parte essenziale della scrittura poetica” a partire dalla lettura di Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci in giovanissima età, a dodici anni[9].

 

Alcune poesie scelte da Parole nude (2019)

Disferò i nodi
che aggrovigliano i miei pensieri
Tesserò nuovi fili
per ricucire la trama lisa
dallo sfregare del tempo
Un altro ordito
più colorato e lineare
disegnerà il tessuto
del nuovo abito
di cui si vestirà
la mia pelle
Non apparirò più nuda
annodata e sperduta
Avrò la mia calzante armatura
tagliata e cucita su misura
per nascondere il groviglio di pensieri
sotto la nuova pelle
apparentemente più colorata e lineare

 

*

 

Finalmente sento
la patina dell’indifferenza
posarmisi addosso
come uno strato di polvere
che l’immobilità del tempo attira
Anche gli antistatici sentimenti
si arrendono al lento ed inesorabile precipitare
E non fa neanche più tanto male
perché la polvere è così calma e leggera
che addomestica le emozioni
Le rende fragili e impotenti
arrendevoli
come l’antico legno ai tarli
che ne mangiano l’anima
lasciando intatto
l’antico splendore

 

*

 

Non mi lascia scampo la poesia
quando mi viene a stanare
Mi afferra alla gola
Mi scava con le unghie nel petto
E a nulla serve
tentare la fuga
fingermi felice
od assente
Lei lo sa
conosce alla perfezione i miei maldestri tentativi
di ingannare la vita
di coprire con il velluto la ferita
Non si fa raggirare
dal mio sorriso tirato
Sa bene
cosa nasconde
Forza la porta
e penetra nel mio più profondo dolore
Scava a mani nude
fra strati di finzione
Si fa largo
tra alibi
costruiti ad arte
dalla ragione
Sbaraglia ogni emozione
Sulla gola allenta la presa
e lascia libero il passaggio
Un conato di vita
esplode sulle labbra
e urla la verità

 

*

 

Apprenderò l’arte del tacere
Non proferirò parola né verso
Sigillerò le labbra
e legherò polsi e pensieri dietro la schiena
Calpesterò la scena del totale disincanto
con maestria da attrice consumata
e mi racconterò
di essermi salvata
Ci crederanno forse
l’autunno e l’inverno
ma la primavera e l’estate
sveleranno l’inganno
Profumeranno di gelsomino
i miei inutili silenzi
e risveglieranno dal torpore
i maltrattati sensi
La schiuma del mare
mi verrà a bagnare
sciogliendo i lacci
delle mani e dei pensieri
E sarà di nuovo
la sconfitta della ragione
L’inevitabile ritorno
della passione

 

Alcuni recenti inediti:

 

Con passi lenti e pesanti

ci siamo avvicinati

alla porta socchiusa

Con occhi sognanti ma stanchi

abbiamo scrutato

la luminosa lama oscura

che dalla fessura

filtrava

orizzontale e tesa

sotto la nudità indifesa

dei nostri archi plantari

Le articolazioni

della mia spalla sinistra

della tua spalla destra

si sono all’unisono attivate

le braccia sollevate

le dita delle mani

allungate

verso la maniglia

su opposti versanti

Per un attimo esitanti

poi inesorabilmente decise

Una ad aprire

L’altra a chiudere

 

*

 

E tu che dicevi

non andare

mentre il treno già fischiava

e gli affilati binari

tagliavano la vostra distanza

fatta di alibi

paure

inconfessabili desideri

incauti pensieri

Ci vediamo ieri

al solito posto

dove non ci siamo visti

mai

 

*

 

L’energia perduta delle cose

dei tessuti acrilici dei pigiami

strusciati al buio sotto le lenzuola

che si faceva a gara di scintille luminose

La memoria del tempo

indossato con ingenua arroganza

correndo senza paura

nelle stanze della vita

E con esperto pudore

ci scoprivamo crescere

nel corpo e nei pensieri

Quante stagioni sono passate

attraverso la cruna dei desideri

Ed è perduta ormai l’energia

di quell’eterno istante

 

 

La riproduzione del presente testo, e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

 

[1] Sito personale: https://flavianovelli7.wixsite.com/website – Profilo FB: https://www.facebook.com/Flavia.Novelli.poesie/

[2] https://www.culturalfemminile.com/2019/03/08/il-te-del-venerdi-con-flavia-novelli/

[3] “Le donne si raccontano… in poesia” (Intervista di Antonia Romagnoli a Flavia Novelli), Cultura al Femminile, 8 Marzo 2019, https://www.culturalfemminile.com/2019/03/08/il-te-del-venerdi-con-flavia-novelli/?fbclid=IwAR1O4TxBCpdHDVfKRNDHrz7V7qrwTYOF6TECsQUgKnDlTza5bge0m70XGKg

[4] Questa opera è stata presentata alla Casa internazionale delle donne di Roma nel 2018 e al Passaggi Festival della saggistica di Fano (PU) nel 2019.

[5] Il testo integrale della prefazione può essere letto cliccando qui: https://www.librinews.it/autori/universi-femminili-flavia-novelli/?fbclid=IwAR00uUpuY4Cm95iDkJnWdnc8Nz7xDw_OFqmjxVbK52_BLnDAHcDcC_rNFwI

[6] Lo ha rivelato la poetessa in un’intervista rilasciata al sito Scritto.it il 17/01/2020, http://www.scritto.io/2020/01/17/intervista-a-flavia-novelli/?fbclid=IwAR38wBGR0vfg62pBZMo1FS2nXXJz_Udcormlp7bM3fwXgmEjkXRbbuckuNc

[7] Articolo pubblicato su LibriNews. Libri da leggere, cultura e notizie il 12/09/2019, https://www.librinews.it/poesia/poesia-sociale-versus-poesia-social/?fbclid=IwAR2mjYs7RYOa5abywA2zl4t8_StVR3G0z49O9MqKOC9bf972dmgGkVibN_8

[8] http://www.scritto.io/2020/01/17/intervista-a-flavia-novelli/?fbclid=IwAR38wBGR0vfg62pBZMo1FS2nXXJz_Udcormlp7bM3fwXgmEjkXRbbuckuNc

[9] Intervista a Flavia Novelli“ di Ilaria Cino, Le stanze di carta, Febbraio 2020, https://lestanzedicarta.blogspot.com/2020/02/intervista-flavia-novelli-di-ilaria-cino.html?fbclid=IwAR0V1q0j4jMuxe4afdCc4ysohmYiBJaA8RChkm9s68CJiRenDkggV_CwMvY

“L’istinto altrove” (Ladolfi, 2019) di Michela Zanarella – con tre inediti – a cura di Lorenzo Spurio

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio

Michela Zanarella (Cittadella, 1980) dal 2007 vive e lavora a Roma. Poetessa, scrittrice e giornalista, molteplici i suoi impegni nel campo della letteratura. Per la poesia ha pubblicato: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018 – co-autore Fabio Strinati) e L’istinto altrove (2019). Le sue opere sono state tradotte in varie lingue tra cui il rumeno: Imensele coincidenţe (2015 – traduzione di Daniel Dragomirescu) e in inglese: Meditations in the Feminine (2018 – traduzione di Leanne Hoppe); numerosi testi singoli sono stati inoltre tradotti in inglese, francese, spagnolo, portoghese, greco, arabo, turco. Le sue poesie figurano su numerose antologie italiane e straniere, volumi monografici, riviste, antologie di concorsi, blog, siti e piattaforme culturali online.

Per la prosa ha pubblicato la raccolta di racconti Convivendo con le nuvole (2009), la biografia Nuova identità (Il segreto). Linda D, biografia di una cantatrice (2015) e il breve saggio Com’erano i ragazzi di vita (2017). Figura, inoltre, tra gli otto coautori del romanzo di La ragazza di Roma Nord (2020) di Federico Moccia. Ha curato varie antologie tra cui vanno ricordate, tre le più recenti, Pier Paolo Pasolini. Il poeta civile delle borgate. A quaranta anni dalla sua morte (2016 – co-curatore Lorenzo Spurio) e Senza pietre. 11 poeti per Carlo Levi (2019).

Numerosi i riconoscimenti ottenuti nel corso degli anni tra cui il Premio Cerda “Calogero Rasa” a Palermo (2008), il Premio “Anime e Luci” di Padova (2008), il Premio “Giovanna Dalla Torre” di Roma (2011), il Premio 13 di Roma (2013), il “Creativity Prize” al Premio Internazionale Naji Naaman’s (2016), il Premio “Le Rosse Pergamene” di Roma (2018), il Premio “Officine Ensemble” di Roma (2019),…

È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman e socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. È redattrice di Periodico italiano Magazine, Laici.it e della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe e speaker di Radio Doppio Zero. Già Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF), è Presidente Onorario dell’Enciclopedia Poetica WikiPoesia.

Membro di giuria in vari concorsi letterari, da anni è Presidente di Giuria del Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” di Jesi (AN) e del Premio Letterario “Città di Latina”. Presiede il concorso letterario nazionale “Le Ragunanze” indetto dall’omonima associazione romana della quale è presidente con il patrocinio dell’Ambasciata di Svezia.

Su di lei hanno scritto, tra gli altri, Dacia Maraini, Dante Maffia, Donatella Bisutti, Giuseppe Neri, Marcella Continanza, Antonino Caponnetto, Antonio Spagnuolo, Roberto Ormanni, Marco Falco Rinaudo, Cristina Biolcati, Vittorio Pavoncello, Dario Amadei, Cinzia Baldazzi, Paolo Merenda, Michele Bruccheri, Irene Sparagna, Gilbert Paraschiva, Luciano Somma, Marco Marra, Daniel Dragomirescu, Leanne Hoppe,…

86501653_2832223340169153_7177540068498735104_o
Michela Zanarella

Ho sempre seguito con attenzione e interesse il percorso poetico di Michela Zanarella a partire dal libro Sensualità. Poesie d’amore e d’amare, edito nel 2011, e per il quale scrissi una recensione nella quale osservavo: “Michela Zanarella è una sensibilissima compagna in questo vivido viaggio nel mondo amoroso, dipinto con grande attenzione mediante un’ampia aggettivazione, soprattutto quella che si riferisce ai colori. […] È un amore quanto mai realistico e vivo, per nulla romanzato, che, come nella realtà, è irrimediabilmente esposto al «dolce aggredire del tempo» e alla lontananza tra gli amanti vissuta con sofferenza: «La vita è misera come un secco ruscello d’agosto senza il tuo fiato accanto» […] La silloge descrive un affascinante universo fondato sui sensi e sulle sensazioni, tutte viste dal sensibile animo femminile della Zanarella”[1].

Spostandoci, invece, alle opere più recenti, vorrei porre l’attenzione – seppur fugacemente – su due opere in particolare: Le identità del cielo (2013) e L’esigenza del silenzio (2018). In riferimento alla prima di queste avevo scritto: “La nuova poesia di Michela Zanarella è materica, nel senso che impiega una sintassi che fa riferimento a forme di materia ed è terrigna, perché nelle divagazioni la poetessa non può che istituire rapporti tra quel che fu, l’origine e la nascita, e quel che sarà, il tutto dominato sempre da una sovrastante in-conoscibilità dei fatti. Come un vate del silenzio, Michela Zanarella fonde nel canto più alto pensieri di palingenesi e costruzioni cosmologiche rapportate nella dimensione dell’uomo qualunque, portato a vivere “un’esistenza che si ripete” […] Con questa silloge esprime la fenomenologia della polvere, per rintracciare sensi e significati in quelle nuvole alte [impresse nell’immagine della cover] che ci sovrastano e che, giorno dopo giorno, vivono con noi[2]”.

Nel 2018 per Le Mezzelane Casa Editrice di Santa Maria Nuova (AN) uscì il nuovo libro Le identità del cielo, un progetto diverso dai soliti e assai curioso a partire dalla conformazione dello stesso se si tiene conto di essere stato scritto assieme al poeta maceratese Fabio Strinati[3]. Non poesie scritte “a quattro mani”, come è facile abitudine degli ultimi anni ma poesie personali, scritte per intero da ciascun autore, inserite all’interno del medesimo volume, senza ripartizioni interne, né indicazioni esplicite su quale dei due autori del volume fosse stato a scrivere i singoli testi. Chi conosce bene la scrittura dell’autrice però (come pure, d’altra parte, quella dell’altro autore) non farà molta difficoltà ad attribuire di volta in volta la paternità (maternità, dovremmo dire, nel primo caso) dei testi. Notevole in questo caso anche la prefazione stilata dal noto poeta Dante Maffia che così si apprestava a presentare i due autori, le due esperienze, il progetto nella sua unicità: “[Gli autori] compiono un viaggio insieme e ne danno un resoconto non attendibile, fuori dalla verità comune. Perché nelle loro parole c’è la verità di un cielo che si è specchiato senza cercare la deflagrazione. La metafora per fare intendere la catena di metafore sottese in ogni pagina, il fluire limpido e a volte magmatico dei pensieri e delle emozioni, lo sforzo per poter entrare nell’invisibile e trarne ragioni ineluttabili. Non è questo del resto il compito dei poeti? Non è quello di squarciare veli e di entrare nella magia di insondabili chimere per offrire poi la dovizia di nuovi cammini?”. Ho ripreso alcune riflessioni esposte precedentemente sulle sue opere passate all’atto della loro pubblicazione e diffusione sia perché hanno ancora una loro validità sia perché consentono di studiare in maniera più particolareggiata e concreta la poetica della Nostra che, pur iscritta in un processo di continua maturazione, ben si contraddistingue – e in maniera peculiare – sin dalle sue origini per la forza e al contempo l’eleganza delle immagini, per la sontuosa elaborazione del verso, per l’alto afflato lirico che consente una vivida partecipazione da parte del lettore.

copertina Zanarella bozza (2)1Marco Marra recensendoLe parole accanto (2017) ebbe a scrivere: “La voce di una poetessa si fa tale quando scandaglia senza alcuna riserva ogni angolo dell’anima, toccandone anche gli anfratti più remoti e bui. L’introspezione proposta in questa silloge poetica è densa di coraggio, talvolta velata da un lucido piglio critico e autocritico che puntualmente l’autrice diluisce in una goccia di speranza e stempera nella sua visione di fondo positiva della vita” [4].

Arriviamo così all’ultimo libro pubblicato, L’istinto altrove (2019), per il quale sembra opportuno – data l’autorevolezza della firma – citare direttamente dalla prefazione siglata dalla scrittrice Dacia Maraini: Michela Zanarella sembra voler far sua la natura stessa del linguaggio poetico che riesce a scavare e mettere in luce le radici più profonde e nascoste dei sentimenti che ci animano, l’amore sopra tutti. E come l’amore ci porta lontani e distanti dal mondo reale per abbracciare quelle che credi essere o sono davvero le ragioni della nostra vita, così la poesia si concede la libertà di connessioni, digressioni, perdite di senso, perché qui sono le parole che si incontrano, si intrecciano in un gioco spesso senza senso apparente, non ci sono verità, ma solo, appunto, istinto e quando le parole prendono ad avere un senso compiuto è proprio allora che si allontanano di nuovo”.

A seguire una scelta di componimenti tratti da L’istinto altrove, edito per i tipi di Ladolfi di Borgomanero (NO) nel 2019:

 

Siamo liberi di sentire

Siamo liberi di sentire

con le vene e con gli occhi

come si muove in silenzio l’amore.

Ci capiterà di non fermarci

tra uno sguardo ed un respiro.

Proveremo a scavalcarci le labbra

nell’armonia perfetta di un bacio.

Ci capiterà forse di non vergognarci

se ci esplode la vita.

Non rinunceremo mai

a ripetere il senso

del nostro avvicinarci all’infinito.

 

*

 

Non si ferma la luce

Non si ferma la luce

che mi sfrega l’anima

e che va in giro per il corpo.

Resto con i palmi aperti

in attesa delle tue dita

e quando sento che mi sfiori

è come se il mondo prendesse forma.

Dentro di noi non fa silenzio il sangue.

Se puoi avvicina l’aria che respiri

alle mie labbra

e fammi strada dentro il tuo corpo

fino a parlare il verbo

delle nuvole e delle stelle.                                       

 

*

Ti verrei ad abbracciare

Ti verrei ad abbracciare

come fa il sole quando sorge

sulla terra

e ti darei le mie parole

per unirle al tuo silenzio.

L’amore che ho per te

fatto di luce e di pazienza

si moltiplica come fa la vita

quando arriva come pioggia improvvisa

a risvegliare l’erba o a riempire i pozzi.

 

A seguire tre inediti:

 

Sono le fidate espressioni degli occhi

Sono le fidate espressioni degli occhi

la posa del silenzio tra le labbra

il corsivo di un amore scritto di getto nell’anima.

Si misero al vetro tra il destino e il tempo

i corpi scesi a innamorarsi

quasi a chiedere permesso alla terra

di toccare l’infinito.

L’hanno conosciuta le guance le mani le ossa

la verità.

Nude hanno stretto la luce

nel compimento del sole.

 

*

 

E se la vita fosse

E se la vita fosse

un perpetuo scavare tra le macerie

un continuo estrarre detriti di cielo

a mani nude.

Avremmo meno paura del vento

che spinge i tronchi a tremare

e le tegole dei tetti a cadere

o tratteremo l’aria come un’anticipazione

della pioggia che turba e poi spaventa?

Continueremo a credere di poter arretrare il dolore dagli occhi

ma le ciglia sono fatte per conoscere il pianto

quel fiume che pare rischiarare il tempo

unicamente alla foce.

 

*

Di tutto il cielo sopra di noi

Di tutto il cielo sopra di noi

sappiamo ben poco

ma se stiamo fuori dal portone

col cuore taciturno nei cappotti

e lo sguardo rivolto al sole

cerchiamo di tenercelo stretto

come se fosse il primo bacio

che la luce dà alla terra.

Magari verranno albe meno fredde

e potremmo lasciare le mani fuori dalle tasche

libere di indicare le nuvole, l’amore e il bianco della neve.

 

 

La riproduzione del presente testo, e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

 

 

[1] Recensione pubblicata su Blog Letteratura e Cultura il 26/05/2011, https://blogletteratura.com/2011/06/26/sensualita-poesie-damore-damare-di-michele-zanarella/

[2] Recensione pubblicata su Blog Letteratura e Cultura il 26/12/2013, https://blogletteratura.com/2013/12/26/le-identita-del-cielo-di-michela-zanarella-recensione-di-lorenzo-spurio/ ; per chi volesse leggere la mia recensione alla precedente silloge, Meditazioni al femminile (2012) rimando al testo pubblicato su Blog Letteratura e Cultura il 03/02/2012, https://blogletteratura.com/2012/03/03/meditazioni-al-femminile-di-michela-zanarella-recensione-a-cura-di-lorenzo-spurio/

[3] Fabio Strinati (San Severino Marche, 1983), poeta, scrittore e compositore, vive ad Esanatoglia (MC). Importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ha partecipato a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea, come interprete e compositore. È presente in diverse riviste tra cui Il Segnale, Odissea, Euterpe, Fucine Letterarie, Il Filorosso, Diacritica, Il Foglio Volante, Versante Ripido. Numerose le sue pubblicazioni poetiche.

[4] Recensione pubblicata su Different Magazine nel 2018, https://www.differentmagazine.it/recensione-di-marco-marra-sulla-silloge-le-parole-accanto-di-michela-zanarella-recensione-di-marco-marra-sulla-silloge-le-parole-accanto-di-michela-zanarella/

Alcuni testi di Liliana Manetti tratti da “Colore di donna”, la nuova silloge poetica

Segnalazione a cura di Lorenzo Spurio  

Liliana-foto
Liliana Manetti

Liliana Manetti (Roma, 1980) si è laureata in Filosofia all’Università “Tor Vergata” di Roma. Poetessa e scrittrice, ha pubblicato numerosi volumi. Per la poesia L’ultima romantica (2011), La mia arpa (2012), Il fiore di loto. Storia di una rinascita (2015) e Colore di donna. La forza di una nuova rinascita (2020) con acquerelli della quotata artista polacca Anna Novak[1]. Per la narrativa il romanzo fantasy Almond. Il fiore dei Mondi Paralleli (2013) scritto assieme a Selina Giomarelli e i romanzi Shabnam. La donna che venne da lontano (2016) e La nuova favola di Amore e Psiche (XXX).  Consulente radiofonico e responsabile colloqui nel format radiofonico in onda su Radio Roma Capitale 93 FM dal titolo “Live Social” e giornalista e opinionista in varie testate cartacee come l’inserto culturale di Gaetano Di Meglio “Il Dispari”, “PaeseRoma”, “Abitare a Roma” di Vincenzo Luciani, e nella rivista “La Sponda” di Benito Corradini. Collabora come volontaria nel salotto culturale Polmone Pulsante a Roma e organizza eventi. È Ambasciatrice della Regione Lazio dell’Associazione culturale Internazionale DILA di Bruno Mancini. Numerosi gli incontri con il pubblico tenuti nel corso degli ultimi anni in vari locali e contesti culturali della Capitale e non solo.

Il volume Colore di donna (Santelli, Cosenza, 2020) si apre con una esaustiva presentazione della stessa autrice che fornisce alcuni parametri di lettura importanti da poter tenere in considerazione durante la lettura del volume in relazione all’approccio personale e biografico dell’autrice. In essa viene detto: “Le liriche sono ispirate al mio mondo interiore, sono quasi tutte introspettive ma anche e soprattutto celebrative: ossia esaltano l’importanza della poesia e dell’ispirazione poetica che è in me anche e soprattutto “catarsi” (purificazione) dal dolore e dai drammi che sono presenti nell’esistenza… una capacità che assomiglia, grazie alla sua forza immensa, al rinascere della natura nel periodo primaverile. […] Le liriche (come anche i romanzi) sono ispirati a delle mie situazioni esistenziali complicate, dove la soglia del dolore psicologico è stata ed è purtroppo molto alta per la mia persona, dovuta a esperienze limite ma anche alla mia spiccata sensibilità”. Ed è la stessa autrice, sempre in questa nota iniziale, a chiarirci le componenti tematiche che contraddistinguono le varie parti del nuovo libro, accompagnandoci come “per mano” in questo percorso: “La silloge inizia con il capitolo “Tra sogno e realtà. Nel limbo”: sono i primi cenni di riapertura al mondo, i sogni che rimangono nella nostra esistenza, nonostante il fatto che la realtà è molto più dura di quello che ci eravamo da sempre aspettati che accadesse nella nostra vita. […] La seconda parte si intitola “Approdo all’altro”: apro tematiche molto profonde, come quelle sull’amicizia e sulla pace, che mi sono sempre state a cuore, e che hanno segnato tante mie riflessioni, queste pubblicate sono le più mature. […] La terza e quarta parte della silloge, “La rinascita”, […] riprende la voglia e la capacità di andare avanti… una rinascita che è interiore, ma che avviene in particolare nel periodo primaverile. La quinta parte è quella in cui mi autodefinisco “Emersa nell’altro”, come il fiore di loto che “emerge dal profondo e sboccia”, a cui si arriva quando, avvenuta la rinascita ci si può aprire all’amore. La sesta e ultima parte “Essenza di donna” […] rappresenta una raccolta di poesie tutte dedicate alla donna”.

 

A continuazione quattro testi poetici selezionati dal volume:

 

Approdo all’altro

 

Viaggiatrice dell’anima

 

Scintilla di rugiada

sulle tue guance

scivola delicata

sulle fessure gentili del tuo volto

dove io scruto

attenta

la tua

ANIMA…

*

 

Rivoglio le mie ali

 

Vita restituiscimi i miei sogni!

Quella vita sempre immaginata…

quella storia che mi sono sempre raccontata

ancora aleggia nei miei desideri!

Speranza lotta contro i momenti bui

del mio vagare…

La meta porta in vetta,

la voglia di non arrendersi mai

mi trascina in percorsi mai

esplorati

ma da sempre impressi

nella mappa geografica

della mia vita…!

Striature colorate

vedo in lontananza…

il filo rosso che conduce

ai miei obiettivi più profondi

emerge dalle difficoltà…

Non voglio perdermi…

rivoglio le mie ali!

 

*

 

Figlia della luna

 

Figlia della luna

sorella delle stelle

con i sogni per vestiti

e le ali per volare

per raggiungere

le vette più alte delle mie fantasie…

io?

Una creatura fragile,

fragile e felice.

Ma la vita non perdona

invidiosa del mio volo e del mio canto

mi ha strappato le vesti,

le ali.

Son caduta in picchiata

in questa fredda realtà…

ora, nuda

scrivo versi

con la nostalgia di quel mondo tutto mio

un mondo silenzioso

disegnato dai colori della mia anima.

*

 

A Frida Kahlo (come bozzolo…)

 

Come bozzolo

incustodito

mi sforzo di custodire

il mio dolore…

contengo le mie ferite più profonde

ma le mie nell’anima,

le tue nel corpo e nell’anima

scalfisco lì dove fa male

dipingo,

io con parole,

scolpisco

ma senza sublimare

mi osservo

mi accetto

rifletto luce

dal profondo dell’oscurità

vivo l’attimo che scorre…

assaporo, degusto

il cibo più prelibato…

come te:

comunque vivo!

519s97YTBjL._SX317_BO1,204,203,200_Rilevanti anche i sostanziosi contributi critici che arricchiscono il testo, ovvero la prefazione a firma di Domenico Mazzullo[2] e la postfazione stilata da Franco Di Carlo. Cito da entrambi i testi riportando in superficie considerazioni interessanti e degni di una maggiore diffusione. Mazzullo, che è un affermato medico psichiatra, annota: “Ho trovato, scoperto, riconosciuto [nei suoi versi] la conferma di una sensazione, un’intuizione che è sempre stata una mia ferma convinzione, tanto da farne una ragione di vita. La sofferenza […] non sempre è, come spesso ci appare, inutile, insulsa e fine a se stessa, ma a volte, e questo dipende solo da noi, essa si trasforma, si trasmuta, si nobilita in una esperienza personale e collettiva che ci insegna, che ci fa, o ci obbliga, a crescere, a farci più maturi, a capire e comprendere noi stessi e gli altri che ci circondano, a trasformarci da esseri spontaneamente e naturalmente egoisti, in Persone capaci di soffrire, ma anche di gioire assieme agli Altri, per i Loro dolori e le Loro gioie. […] Le poesie sono tutte belle e ognuna diversa dalle altre, permettendo ad ogni Lettore, di scegliere tra queste quella che è stata maggiormente capace di penetrare il Suo animo, di sconvolgerlo, di travolgerlo, di commuoverlo, di emozionarlo”.

 

 

NOTE:

Franco Di Carlo[3], noto poeta e scrittore, autore di vari volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), invece, nella nota di chiusura al volume riporta: “[La sua] è una poesia esistenziale e affettiva, fatta di incontri (voluti o sognati): con la poesia stessa e con l’arte, con la Natura (sempre Mater benigna), con l’Amicizia e soprattutto con l’Amore, principio di tutte le cose, “Principio Vivificante”, come ci ricorda Giacomo Leopardi. […] [Essa è connotata dal] suo lirismo passionale ma luminoso, [dal]la vena autobiografica, [da]l diarismo esistenziale, [dal]l’afflato simbiotico e archetipico con i Principi fondanti della Vita (naturale e umana). […] L’Amore [è] inteso in tutte le sue varie declinazioni: ansia, sogno, desiderio; tema-guida”.

[1] Nella sua introduzione l’autrice scrive: “La pittrice Anna Novak è famosa per i suoi dipinti, che hanno come soggetto donne dai colori pastello sorprese in alcuni momenti particolari tutti al femminile. Il lavoro di questa silloge quindi rappresenta un connubio tra le arti, la poesia che si fa pittura e la pittura che si fa poesia: una modalità di espressione che mi è cara da sempre”.

[2] Domenico Mazzullo è nato a Roma, ove vive ed esercita; si è laureato in Medicina a Roma e successivamente specializzato in psichiatria a Pisa. Nei primi anni di professione è stato medico condotto e medico di bordo. Ha lavorato presso l’ospedale psichiatrico di Volterra ed in varie strutture specialistiche psichiatriche. È stato consulente psichiatra e poi Direttore medico di un istituto specialistico di riabilitazione psichiatrica. Ha curato i capitoli inerenti la Psichiatria e la Psicofarmacologia nella stesura di testi di medicina interna. Collabora, in qualità di psichiatra, con rubriche di medicina su Internet. Esercita la libera professione come psichiatra clinico e psicoterapeuta. Ha partecipato all’edizione 2003-2004 della trasmissione Domenica In di RAI UNO condotta da Paolo Bonolis.

[3] Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), Le stanze della memoria (1987), Il dono (1989); fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002). Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013).

 

La riproduzione del presente testo, e dei brani poetici riportati (dietro consenso dell’autore), sia in forma di stralcio che integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dei relativi autori.

La forza e la poesia dei fiori di “Marienbad”. Prefazione a cura di Marco Camerini

Prefazione a cura di Marco Camerini

“Non si scrive per affermare principi e credenze che chiunque sembra condividere. Il mondo della finzione letteraria ci libera dalle gabbie in cui la società racchiude i sentimenti. Per carità, possiamo anche sapere di non avere un ampio spettro di sentimenti e reazioni, finché non vi entriamo in contatto grazie alla narrativa che ha il potere di liberarci dalla nostra prospettiva angusta e terribilmente limitata”[1]. E per affermare la propria vocazione a riconoscersi, il personale coraggio anche ad accettarsi e mettersi in discussione fra le righe di un racconto tornano – lo meritano, li aspettavamo – i giovanissimi, talentuosi autori dei Corsi di scrittura creativa tenuti dal prof. Pierangeli presso i Laboratori integrati dell’Università di Tor Vergata e dell’Istituto Villa Flaminia, dopo il successo conseguito da Con l’augurio di molte farfalle (Loffredo 2017).

Marienbad, copertina_page-0001 (1)La scrittura, per molti di loro, continua a significare Agnizione coerente e lucida di una malattia invalidante solo per quanti ignorano il desiderio tenace di sconfiggerla, riconoscendo il valore primario della vita (“Non posso cambiare la direzione del vento, ma sistemare le vele in modo da raggiungere la destinazione”, Caro diario, bellissimo)[2] o della lancinante solitudine che nasce dall’isolamento autistico, dall’abbandono familiare, da una adozione che non placa il desiderio di conoscere il genitore/fratello biologico (Maison Nani, Un ragazzo speciale) mentre – sono fra gli esiti più felici – una brillante fantasia creativa consente di proiettare il malessere di patologie ed esclusioni in un “futuro possibile” onirico e inquietante (Racconto bianco rimanda a “Sentinella” di F. Brown e Fuori di testa lascia il segno) o calarlo nei toni di un gotico noir (Phantomhive). Per avvertire, comunque, con Determinazione (“lottate, cadete e rialzatevi. Fatelo, fallite, piangete, semplicemente vivete”) che non importa la durata della kafkiana Cavalcata verso il villaggio ma – grazie anche alla Presenza silenziosa di Chi ti cammina accanto (“Quando nella vita inciampiamo c’è sempre qualcuno cui appoggiarsi”: un gatto “completamente nero con occhi azzurri”, l’attore famoso che, al Globe Theatre ti nota, un medico discreto che ha acceso la tua vocazione, insieme al display di un monitor clinico) – battersi e combattere. Farlo sostenuti e animati dalla strenua fiducia nella forza incontenibile di un sentimento – di volta in volta pietà, incoscienza, anticonformismo sessuale, angoscia di Cuore e mente, mai ripiegato Dejavù…”Amate sino al limite, fino a straziarvi il cuore e sarà sconfitta anche la morte”: quanto della Dickinson in Un destino crudele – di un gratuito gesto di carità che regala Felicità senza prezzo, di un Ultimo sguardo che sconfiggerà il (non) Tempo in un futuro apocalittico e degradato, di un’esistenza la quale rinuncia alla perfezione per farsi tela bianca su cui la “musica del caso” (che fine ha fatto Paul Auster?) dipinge “costellazioni di cicatrici” (Siate Arte) o – seducente miracolo del processo artistico – si trasfigura nell’immaginaria gratificazione/gratitudine di Venere per il “suo” Botticelli, come avviene nell’originale Che sia Primavera!. Tutto, alla fine, per (ri)scoprire, fra Ritagli e punti di vista sbilenchi, “in una valigia di sogni, speranze, prospettive, avventure”, i Momenti spensierati dell’amicizia, le Prospettive doverose dell’integrazione in un’Italia che è “Roma, termini detti male in mezzo arabo, casa, Paese, studio, lavoro” – Segni vitali per ricominciare, “sentire il dolore dell’altro” e sconfiggere xenofobia, odio, cinismo – il calore familiare, anche quando “baci e abbracci si fanno quasi inesistenti, le facce si girano, le espressioni quelle che non si dovrebbero usare e le frasi quelle che non si dovrebbero dire”, la compagnia discreta di un Diario informale con il quale si parla se non ci sono più lacrime, magari trasformandolo in Prova di umanità condivisa che passa di mano in mano diventando Letteratura, il coraggio che ci vuole a morire quando, mangiando una Mela verde, lo si scopre inevitabile e di bello rimane solo l’anima, quello necessario a vivere, “anche se assomiglia a trascinare un mattone nel fango sotto la pioggia”, con L’altra metà della mela e una bilancia che ha distrutto i sogni. Allora scrivere aiuta a “ricavare più miele che da tutti i fiori di Marienbad”: dalla stupita Bellezza infranta di una farfalla, dal fascino di 1000 origami (quanti i catulliani baci), da buzzatiani Suoni del bosco, soprattutto dalle Braccia aperte della solidarietà e dell’altruismo (se armate sono quelle di Ginevra, impegnata nella missione umanitaria di keap peace in Libano), soli valori in grado di sconfiggere la sordità vigliacca dell’Indifferenza verso il prossimo, la società, noi stessi. La più subdola e imperdonabile.

Sorprendentemente lirico lo stile di molte prose della raccolta (edita ancora da Loffredo), con “la nebbia diluita nell’azzurro liquido dei suoi occhi scandita dai primi raggi di sole in un’orgia di luce” e “il luccichio intenso delle stelle a farsi strada nel cielo nero come una grande lavagna pronta a schiantarsi” o “tenero come un’aurora di aprile”  mentre “le colline sembrano aver messo la cipria e risuonano, lontano pianto sperduto, i rintocchi languidi di una campana”[3], a conferma, ci pare, di una sensibilità sempre maggiore dei giovani verso questa forma di espressione. Così “Nelle onde di disperazione e di solitudine/il pensiero maligno avvampa/e il fuoco subito infiamma le vene/è freccia, tarlo, ago pungente/Se dentro c’è il mostro/quello non lo puoi combattere/quello sta lì/e ogni tanto viene fuori/e ti mangia il cervello/e ti mangia il cuore”. Ma d’improvviso “L’urlo si perde nella plastica forma della vita/dove tutto appare/dove tutto tace” e “scritte da secoli/nella pietra le parole/s’è reso regola l’amore/s’è reso gesto e compagnia” in grado di lavare il caravaggesco “grasso dell’esistenza/che tutto unge e sporca” con l’intensità della sua luce , “un dolce fiume di baci”, il dono inatteso del sorriso “musica di un assolo dimenticato”[4].

Confuso, poi, fra “tutti i nomi” quello di uno straordinario narratore italiano che all’accettazione/inclusione del disagio ha dedicato la sua combattiva passione di docente militante. Con l’umiltà di chi “in equilibrio fra domanda e risposta rischia tantissimo, guida e ascolta ponendosi accanto prima che di fronte all’altro”[5], Eraldo Affinati ha fatto correre il suo Maratoneta insieme a quanti, un giorno, potranno diventare come lui (ammesso lo desiderino e non basti loro semplicemente…scrivere) assolvendo, in ogni caso, sin d’ora al compito dello scrittore che è “forse quello di sottolineare ciò che già esiste, eppure rischia di essere trascurato, per decifrare il senso ultimo di un evento”. Con buona pace delle joyciane epifanie, Chiara, Daniele, Jasmine, Michela, Luciano, Ludovica hanno compreso anzitutto se stessi. Non è poco. Sarà moltissimo, poi, per i lettori di Marienbad.

MARCO CAMERINI

 

[1] PH. ROTH, Perché scrivere?, Einaudi 2018, p.55.

[2] Vengono riportati in corsivo i titoli dei racconti, spesso integrati nel corpo del testo stesso, in grassetto i titoli delle sezioni, fra virgolette i passi e i versi citati [N.d.A.]

[3] Passim da Fuori di testa, La mia cavalcata verso il villaggio, I suoni del bosco.

[4] Il testo è composto con versi liberamente tratti dalle (splendide) liriche del libro: Tu pensiero maligno, Il sole, Il canto di Demetra, Autismo, Caravaggio, Santa Chiara, Un giorno, Mi sono spaccata lì sulla vetta.

[5] E. AFFINATI, Via dalla pazza classe, Mondadori 2019, p.47.

 

“The Call Center”: spavento Vs curiosità nella poesia-telefonata della performance di Francesca Fini e Davide Cortese. Articolo di Lorenzo Spurio

Articolo di Lorenzo Spurio 

Ben dice Antonietta Tiberia in un recente articolo apparso sulla rivista romana Il Mangiaparole: «Ogni tanto qualcuno ci informa che la poesia è morta. Ma non è vero: la poesia è ben viva e lo sarà finché la porteremo nel cuore. Per questo, dobbiamo ringraziare quei poeti che tanto si adoperano, con mezzi diversi, per renderla accessibile a tutti, per portarla nei luoghi dove non arriverebbe oppure proporla a persone che non la cercherebbero mai di loro spontanea volontà».[1]

Senz’altro curiosa e innovativa la performance poetica di Francesca Fini[2] e Davide Cortese[3] che lo scorso novembre (esattamente il 3 novembre 2019)[4] si è tenuta presso la stanza media del Macro Asilo a Roma. Il progetto, dal titolo inequivocabile “The Call Center”, aveva a che vedere con l’idea di un contatto diretto tra un produttore di poesia e un ipotizzabile ricettore. Un pubblico qualsiasi, trasversale, non scelto, non dotto (non necessariamente), frutto di nessun tipo di scelta e selezione, volutamente indistinto e potenzialmente teso verso un qualsiasi identikit umano. Si tratta dell’evento-avvenimento che Cortese e Fini, con le istallazioni della stessa Fini, hanno voluto portare in scena: una sorta di reading poetico cadenzato, a colpi di cornetta. Performance che non può non far pensare all’invettiva del poeta americano John Giorno (1936-2019) che in Dial a Poem, munito di una cornetta nera (esposta in mostre con suoi reperti e opere) provvedeva a chiamare a random un pubblico declamando poesie di William S. Burroughs, Allen Ginsberg, Diana De Prima, Clark Coolidge, Taylor Mead, Bobby Seale, Anne Waldman e Jim Carroll.[5]

Nel progetto di Fini/Cortese era previsto che il performer, in questo caso non semplice dicitore ma poeta egli stesso, fosse munito di un elenco telefonico della Capitale dal quale trarre numeri di casuali destinatari. Si apprestava così a chiamare, in maniera ordinata, una platea incognita di possibili fruitori della poesia, dietro sua sollecitazione. Viene fatto il numero, la cornetta dall’altro capo del filo squilla e si attende quel tempo, normalmente assai breve, affinché il destinatario si approssimi a rispondere alla chiamata. Ma chi trova dall’altra parte? Non un familiare, non un amico né un collega di lavoro. Oppure – se vogliamo – al contempo tutto questo e anche dell’altro. Trova una voce qualsiasi, di una persona sconosciuta, che chiede di poter recitare una poesia.[6] Una beffa? Forse sì per alcuni. Una perdita di tempo? Altrettanto plausibile nel pensiero di altri. C’è chi storce il naso e, sbigottito, non perde tempo a riattaccare per ritornare alle sue mansioni credute di rango superiore all’ascolto di alcuni sani e gratuiti versi. Chi, intimorito (come non poterlo essere in questa società che grida e inveisce, fatta di persone che ti cercano sembrerebbe solo per un proprio fine di qualche tipo, non di rado economico?) intuisce una possibile inchiesta su prodotti, su tendenze e usi nelle famiglie o, al contrario, di un probabile call-seller, un venditore, un molesto ripetitore di formule persuasive, procacciatore di intercalari di cortesia per cercare di allontanare la discesa della cornetta e la rottura del contatto. È ciò che accade nella gran parte dei casi, è vero, come dar torto a chi, preso in un momento di piccola pausa dal lavoro o chi, tra gli sforzi del seguire un familiare malato, riceve una chiamata imprevista il cui contenuto è nullo, privo di significato, astratto? Ed è proprio in ciò che risiede la potenzialità di questo progetto: nel cercare in uno sconosciuto – potrebbe essere il nostro vicino che mai salutiamo – di farsi accogliere nella propria casa, senza nessun fine disgiunto dal contenuto del messaggio. Quello di usufruire di un bene immateriale, collettivo, gratuito e non deteriorabile quale è la poesia. Se è vero che sono pochi coloro che possono rispondere positivamente a una chiamata di questo tipo, nel lasciarsi coinvolgere da una relazione misteriosa, nel concedere un po’ di tempo all’altro fornendo il solo ascolto nel recepire il messaggio, non c’è neppure da biasimare la poca confluenza e propensione dell’altro a rendere praticabile questo tipo di esperimento.

3d01cd8da9846a2b1044e7c15cd1face

Le variabili, i contorni, ne abbiamo già accennati alcuni, possono essere innumerevoli, tutti plausibili e più o meno onesti anche se, dopo che il mittente chiarifica che non si tratta di una vendita telefonica ma di una persona che si offre di leggere una poesia, non si capisce il perché della diffidenza nel continuare a sentire per qualche altro minuto. Si comprende che, al di là dei canonici motivi del poco tempo, della frustrazione collettiva, della poca fiducia nell’altro, si assommano una serie di altri motivi quali l’incomprensione propriamente detta, la considerazione della poesia alla stregua della vendita dell’enciclopedia Treccani, l’inutilità dei contenuti, finanche la paranoia vera e propria. Tutti aspetti che nascono, si fortificano e si estremizzano nel brevissimo tempo del rapporto comunicativo che intercorre tra l’alzata della cornetta e la chiusa della chiamata, in alcuni casi davvero una manciata di secondi.

Le poesie che il performer legge sono di sua produzione o appartengono ad autori del mondo classico ai quali lui (e la curatrice, come il caso di Lowell)[7] si sentono particolarmente legati; tra di essi Walt Whitman, Gregory Corso, Emily Dickinson e Amy Lowell. Cito dalla descrizione della iniziativa: «L’esperienza alienante[8] dei call center, dove il poeta Davide Cortese ha lavorato per un periodo della sua vita, si trasforma in un’azione surreale che capovolge completamente il significato delle telefonate commerciali, instaurando con lo sconosciuto dall’altra parte del filo un’inaspettata relazione poetica priva di scopi utilitaristici». Il funzionamento di questo attacco d’arte, questa performance poetico-sonora, di questo esperimento sociologico: «Davide si siede al tavolo e apre le pagine bianche. Senza pensarci troppo sceglie un numero a caso e chiama. Quando intercetta una presenza umana dall’altra parte del filo, comincia a recitare una poesia, dalla pila di libri che tiene accanto al telefono. Una roulette russa poetica, inaspettata, imprevista e imprevedibile, scevra da mediazioni, presentazioni, preliminari, filtri e formule di cortesia. Ogni nuova telefonata, una poesia: contemporanea, viscerale, secca, dura, tra i denti. Le reazioni degli sconosciuti sono altrettanto sorprendenti e inaspettate: silenzio, sconcerto e, come qualcuno ha avuto poi il coraggio di confessare, puro terrore. Nella maggior parte dei casi, appena Davide comincia a recitare le sue poesie, la gente reagisce ammutolendo. Immagino occhi sgranati e fronti aggrottate, in qualche angolo della città, davanti a qualcosa di evidentemente inimmaginabile e incomprensibile: uno sconosciuto che ti chiama per dedicarti una poesia». 

23659458_541723559513773_6557631760698256405_n

Pur vero, come sostiene Giulia Bertotto in un recente articolo dedicato a questa performance, che la lettura di una poesia – in questo contesto e con tali modalità – è «un’azione invadente ma non prepotente».[9] Come dire, è vero… la telefonata può scioccare (oltre che scocciare!) tanto da far rimare il destinatario alla cornetta senza un filo di voce, interdetto e curioso al contempo, da motivarlo in pochi frammenti di secondi a chiudere quella telefonata-boutade o a dare qualche secondo aggiuntivo “omaggio” al chiamante per farsi meglio interpretare. Eppure, per quei pochi che lo scopriranno (che crederanno nel beneficio del dubbio), noteranno che non avranno niente da perdere: nessuno li minaccerà, nessuno chiederà firme elettroniche, pin del proprio bancomat, né dovrà sorbirsi gli intercalari osannanti e mielosi di un venditore di fumo. O forse sì, perché, in fondo, cos’è la poesia? Perché si usa la telefonata se non per comunicare qualcosa di urgente, utile o necessario? La poesia possiede qualcuna di queste caratteristiche? Sì per alcuni (pochi), no per tutti gli altri (la stragrande maggioranza). La telefonata – che giunge imprevista, puntuale, aprendo a un incognito – desta sempre un grande mistero (chi si celerà dall’altro capo del filo?; adesso, che cosa sarà successo?!; lo sapevo che mi avrebbe trovato, ora cosa faccio?!) solo una volta alzata la cornetta può svelare la sua vera natura ma nel caso di questa poetry-call (che nulla ha a che vedere con un call for paper accademico con una sua deadline) non dissipa il suo gradiente di mistero e suspence anche una volta che l’interlocutore ha chiesto “chi è?”, “cosa vuole?” dal momento che sta proprio all’interlocutore – unico padrone del mezzo, ma non del meccanismo nel quale indirettamente è stato introdotto – decidere se continuare questo “gioco”, chiamiamolo così, nella sua accezione di qualcosa di infantile e di indescrivibile al contempo, o per lo meno tentare di comprenderne un po’ meglio i contorni. Cosa che, come Cortese stesso ha rivelato, in pochi hanno deciso di fare.

Frenesia del vivere, disinteresse, disattenzione e fastidio, ma anche mancanza di coraggio – bisogna rivelarlo – nel predisporsi al nuovo, nel gettarsi verso l’incognito. Spazio sconosciuto che si può conoscere e abitare, semplicemente lasciando qualche secondo in più al mittente per recitare qualche altra battuta. E poi, in fondo, anzi in principio, la questione cardine: la poesia. Ovvero quella strana materia scolastica fondata sul ripeti a memoria, fai copia-incolla cerebrale e ripeti alla bisogna, usa e getta… quella cosa pedante da libri a rilegatura pesante di stoffa scura che prendono polvere in qualche angusta libreria di legno che sembra scricchiolare al passaggio, come un qualche lamento di anime. Può destabilizzare una poesia? Può arrecare disturbo, disagio o addirittura spavento l’assistere alla lettura di una poesia? Semmai può creare incomprensione per questa proposta che avviene in maniera incisiva e invadente… Lo spiazzamento che si crea tra l’apertura della chiamata e la decisione istintuale di mettere fine alla conversazione improbabile e assurda, viene coperto da un tempo brevissimo. In pochi – stando alle dichiarazioni dello stesso Cortese caller-poeta, poet-performer che viaggia sulle linee telefoniche – decidono di accettare la sfida e di dedicarsi tempo (non è solo un dedicare tempo all’altro, allo sconosciuto mittente, ma a se stessi, ed è questo il bello) pervasi dai propri dilemmi, ammorbati dal temperamento bizzoso di chi, con una telefonata di quel tipo, si è in qualche modo visto offeso, disturbato, quasi violato nel suo universo domestico. Ci sono anche le eccezioni, è vero e, in quanto tali, non vanno dimenticate e sono meritorie di menzioni; come ha riportato Antonietta Tiberia nel suo articolo «[Alcune] persone, specialmente donne anziane sole, hanno ringraziato per il piacevole intermezzo nel loro pomeriggio di solitudine domenicale».[10] Lo spettro delle risposte è assai ampio: dalla prepotente indifferenza che non dà scampo al performer e che lo silenzia subito chiudendo la chiamata dopo pochi secondi, a un atteggiamento di curiosità mista al tormento che, invece, motiva l’apertura della chiamata… vale a dire il destinatario non interviene (in nessun modo, in nessuna forma) ma resta in ascolto, un po’ inebetito e un po’ affascinato. Dall’altra parte ci sono casi che evidenziano un reale interesse, finanche (raro) una reale partecipazione dell’interlocutore che fa domande, interviene, commenta, addirittura (rarissimo) esprime un giudizio critico o un parere su quel testo o che, avendo introiettato il meccanismo e avendolo trovato utile e divertente al contempo, chiede di poter recitare lui stesso una sua poesia. Nel chiamare a caso i numeri tratti dall’elenco, in effetti, c’è la stessa possibilità di chiamare un meccanico che un poeta, un chirurgo appena rientrato a casa da una dura giornata di lavoro o un modesto carpentiere, come pure un italiano o uno straniero, un anziano o un bambino (e potremmo continuare così all’infinito!) ad ulteriore evidenza di questa applicazione fortemente libera e partecipativa, democratica, scevra da parametri di qualsiasi natura. Così come sono variegati i profili umani dei destinatari, altrettanto lo sono le loro risposte, le loro non risposte, le loro esitazioni, fughe, riprovazioni e condanne.

cc

Alcune considerazioni dello stesso Cortese in merito alla performance possono aiutarci a comprendere ancor meglio il raggio d’azione e gli intendimenti di questo procedimento, finanche gli esiti raggiunti. In una recente intervista da me condotta al poeta, questi ha rivelato che «Le mie aspettative non sono state deluse. Ero convinto che in molti sarebbero rimasti ad ascoltare, anche solo per curiosità, e così è stato. […] Certamente l’avere all’altro capo del filo un perfetto sconosciuto fa mettere sulla difensiva. Ma lo avevamo messo in conto. Faceva parte del gioco. […] Da questa performance si può desumere che anche tra quelli che non si professano amanti della poesia ci si può ritagliare uno spazio d’attenzione per quest’arte meravigliosa». 

Chi meglio della stessa ideatrice della performance può parlarcene? A continuazione qualche mia domanda posta a Francesca Fini e le sue preziose risposte.[11]

1) Com’è nata l’idea di questa performance e quali obiettivi si proponeva? Essi possono considerarsi raggiunti?

La performance è nata in seguito ad una riflessione che personalmente porto avanti da moltissimo tempo sulla possibilità concreta di realizzare una performance interattiva e immersiva, in cui la separazione tra pubblico e privato, spettacolo e spettatore, venga realmente abbattuta. La risposta a questo eterno quesito, nel caso delle performance che implicano un coinvolgimento del pubblico presente nello stesso spazio del performer, è chiaramente no. Nel senso che il coinvolgimento viene condizionato dalla consapevolezza dello spettatore di essere coinvolto nell’azione artistica, dalla sua preoccupazione di calarsi in una parte e, quindi, di vestire la maschera di ciò che ci si aspetta da lui in quanto spettatore-attore. Comincia quindi, inevitabilmente, a recitare una parte. E dove c’è recitazione, dove c’è rappresentazione, non c’è più performance art. Ho notato come quasi sempre le performance cosiddette interattive, realizzate cioè coinvolgendo il pubblico presente nello spazio performativo, consapevole di diventare parte dell’opera, naufraghino in una sciatta mistificazione concettuale, in una maldestra simulazione di spontaneità e autenticità. Ho quindi immaginato un performance radicale che si basi sul coinvolgimento di un pubblico veramente inconsapevole, ignaro di diventare parte di un’azione artistica. L’idea del telefono è stata prodotta da queste riflessioni, e da lì si è poi sviluppato il concept generale della performance “The Call Center”, con la collaborazione di Davide Cortese, che in scena è semplicemente se stesso, nella doppia veste biografica di poeta e di operatore di call center. Gli obiettivi credo siano stati felicemente raggiunti.

 

2) Porterete questa performance in altri contesti, riproponendola, con la partecipazione di un pubblico come fatto al Marco Asilo di Roma?

La performance “The Call Center” è pensata come dispositivo portatile, adattabile a qualsiasi contesto espositivo e a versioni site-specific. Sono già in contatto con altri festival interessati ad ospitarla, anche all’estero, e con una società per realizzare un vero e proprio set, con gli stessi strumenti e arredi che vengono utilizzati in un call center, lavorando con veri operatori di telemarketing commerciale, che affronteranno una sfida assolutamente nuova, quella di tenere al telefono il potenziale cliente con la poesia.

 

3) La performance può essere definita come un esperimento sociologico? Se sì, ora che è terminata, quali dati di lettura e analisi possono essere dedotti e riferiti?

Ogni opera di performance art pubblica è, di fatto, un esperimento sociologico: innesca una serie di domande, a cui spesso non si trovano risposte esaurienti, sul rapporto tra arte e vita, tra esperienza e rappresentazione, tra verità e finzione. Nel caso di “The Call Center”, questo principio è del tutto evidente. Naturalmente nessuno di noi ha scelto di registrare i dati prodotti dalla performance per una sua lettura analitica, e neppure abbiamo sviluppato preventivamente un criterio scientifico per la registrazione di questi dati. Perché abbiamo scelto di rimanere nel campo effimero dell’arte performativa, il cui impatto è sempre transitorio, la cui narrazione si apre a infinite possibili letture e il cui criterio fondamentale non è quello del senso ma della sensazione. La sensazione più clamorosa che sicuramente questa performance ci ha dato – comunicandola con forza al pubblico presente in sala, quello sì, vero spettatore oltre la quarta parete – è che oramai siamo abituati esclusivamente a comunicazioni di carattere utilitaristico e commerciale. Da cui, ovviamente, abbiamo imparato a difenderci. La comunicazione puramente empatica, priva di secondi fini, tra sconosciuti, non è più considerata qualcosa di possibile per lo stile di vita contemporaneo. Si cerca dietro la strategia, la fregatura, il trucco. La chiacchiera inutile ma utile, senza scopo ma con un fine, per ammazzare il tempo e così dargli un senso, quella dei nostri nonni e di quelli prima di loro, è severamente bandita. Con Davide abbiamo provato che invece questo tipo di comunicazione fa parte del nostro DNA già antico. Ce ne siamo accorti ascoltando lo scambio con quegli interlocutori – pochi ma buoni – che hanno deciso di far cadere il sospetto, di stare al gioco, di farsi trascinare in una situazione così insolita e surreale. E quando riattivi quella latente porzione di codice del nostro DNA, in un sonnacchioso pomeriggio domenicale, scoppia la magia.

Lorenzo Spurio

 

Bibliografia

Bertotto Giulia, “L’arte contemporanea nella poesia: The Call Center”, Slam Contemporary, 3 novembre 2019, https://slamcontempoetry.wordpress.com/2019/11/11/larte-contemporanea-nella-poesia-the-call-center/

Di Genova Arianna, “John Giorno, l’artista che regalava poesia al telefono”, Il Manifesto, 13/10/2019, https://ilmanifesto.it/john-giorno-lartista-che-regalava-poesie-al-telefono/

Tiberia Antonietta, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

Intervista a Francesca Fini per performance novembre 2019: https://www.youtube.com/watch?v=DfJ1okAHKRI

http://performart.altervista.org/the-call-center-performance-art-tv/

https://abitarearoma.it/the-call-center-davide-cortese/

https://vimeo.com/groups/21825/videos/385885170

 

Note di riferimento 

[1] Antonietta Tiberia, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

[2] Francesca Fini è un’artista interdisciplinare la cui ricerca spazia dalla video-arte al documentario sperimentale, dal teatro alla performance art, dalle arti digitali all’installazione pittorica, inoltrandosi in quel territorio di confine dove le arti visive si ibridano, cercando di proporne una sintesi nuova proprio nel linguaggio performativo contemporaneo. Negli anni ha performato ed esibito il suo lavoro in numerosi contesti di alto livello sia in Italia che all’estero tra cui al MACRO (Roma), Manege Museum (San Pietroburgo), Schusev State Museum of Architecture (Mosca), Arsenale (Venezia), a Toronto, Chicago, San Paolo, Rio. Ha realizzato “Ofelia non annega”, un lungometraggio sperimentale, che mescola il linguaggio della performance art a quello dell’archivio storico. I suoi video sono distribuiti da Video Out di Vancouver e VIVO Media Art Center.

[3] Davide Cortese è nato sull’isola di Lipari (ME) nel 1974 e vive a Roma. Per la poesia ha pubblicato ES (1998), Babylon Guest House (2004), Storie del bimbo ciliegia (2008), Anuda (2011), Ossario (2012), Madreperla (2013), Lettere da Eldorado (2016) e Darkana (2017). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui Poeti e Poesia e I fiori del male. Nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro”. Autore anche di raccolte di racconti.

[4] Non si è trattata della prima performance di questo tipo dato che già due anni prima, nel novembre del 2017, venne realizzato, sebbene in una dimensione domestica nello studio di Francesca Fini. Qui si trova il video di quella esperienza: https://www.facebook.com/performancearttv/videos/544181842601278/ mentre a questo link un estratto della performance romana: https://vimeo.com/groups/21825/videos/385885170

[5] «Dial-A-Poem scaturì da uno scambio con il sodale Burroughs; all’inizio, le linee previste erano dieci, poi crebbero: bisognava strappare più persone possibile dalla banalità del loro everyday», in Arianna Di Genova, “John Giorno, l’artista che regalava poesia al telefono”, Il Manifesto, 13/10/2019, https://ilmanifesto.it/john-giorno-lartista-che-regalava-poesie-al-telefono/

[6] In altri casi il perfomer declama direttamente la poesia senza nessuna richiesta in tal senso e il messaggio poetico, l’attacco d’arte, anticipa un qualsiasi tipo di rapporto dialogico tra mittente e destinatario.

[7] Davide Cortese in una recente intervista privata da me fatta ha dichiarato che «Amy Lowell è un’autentica passione di Francesca Fini e piace molto anche a me. Francesca ha dedicato a questa affascinante poetessa un film meraviglioso: Hippopoetess». Nessuno dei destinatari, come rivelato dallo stesso Cortese, è stato in grado di accennare o intuire l’autore di determinate liriche lette durante la performance.

[8] L’uso del corsivo è mio per sottolineare alcune parole-chiave nella descrizione del progetto fatta dallo stesso autore-performer.

[9] Giulia Bertotto, “L’arte contemporanea nella poesia: The Call Center”, Slam Contemporary, 3 novembre 2019, https://slamcontempoetry.wordpress.com/2019/11/11/larte-contemporanea-nella-poesia-the-call-center/

[10] Antonietta Tiberia, “Poesia al telefono. Call Center poetico al MACRO asilo”, Il Mangiaparole, n°7, luglio/settembre 2019, p. 44.

[11] Intervista condotta a livello privato per e-mail il 24-01-2020.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Luca Pizzolitto su “L’istinto altrove” di Michela Zanarella

Recensione di Luca Pizzolitto

copertina Zanarella bozza (2)1L’istinto altrove (Ladolfi, 2019) l’ho letto tutto d’un fiato, in mezza giornata. Eppure le poesie  – (quasi) solo d’amore – a me, dopo un po’, annoiano. Ma, questa volta, è andata diversamente. Il modo in cui Michela Zanarella parla di questo argomento (un amore finalmente incontrato, vissuto, corrisposto) non è mai scontato o ripetitivo. E, sinceramente, non so come faccia. Scrivere di un amore felice senza scivolare ogni tre per due nel già detto/già visto mille volte in mille posti, non è per niente facile. Michela non solo non inciampa nel banale ma, spesso, utilizza immagini che richiamano a un qualcosa che ha a che fare con gli spazi più grandi, con uno sguardo che richiama l’infinito. 

 

L’autrice

Michela ZanarellaMichela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018), L’istinto altrove (2019). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. E’ tra gli otto coautori del romanzo di Federico Moccia “La ragazza di Roma Nord” edito da SEM. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. Già Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF). Presidente Onorario dell’Enciclopedia Poetica WikiPoesia.

 

L’autore del presente testo acconsente alla pubblicazione su questo spazio senza nulla pretendere all’atto della pubblicazione né in futuro. E’ severamente vietato copiare e diffondere il presente testo in formato integrale o parziale senza il permesso da parte del legittimo autore. Il curatore del blog è sollevato da qualsiasi pretesa o problematica possa nascere in relazione ai contenuti del testo e a eventuali riproduzioni e diffusioni non autorizzate, ricadendo sull’autore dello stesso ciascun tipo di responsabilità.

Un sito WordPress.com.

Su ↑