A Fabriano un incontro per ricordare lo scrittore generazionale Pier Vittorio Tondelli

A Fabriano un incontro per ricordare lo scrittore emiliano a 25 anni dalla morte

Sabato 14 ottobre alle ore 17 presso la Sala “D. Pilati” della Biblioteca Multimediale “R. Sassi” di Fabriano si terrà una conferenza a cura dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi tesa a ricordare lo scrittore generazionale emiliano Pier Vittorio Tondelli a venticinque anni dalla sua morte. Aprirà l’evento lo scrittore e critico letterario Lorenzo Spurio (Presidente della Ass. Euterpe) con un saluto d’apertura e un breve intervento introduttivo.

Pier_Vittorio_TondelliPier Vittorio Tondelli (Correggio, 1955 – Reggio Emilia, 1991) personaggio controverso e dibattuto della scena culturale degli anni ‘70/’80: ritenuto maledetto e degenerato, per le tematiche che presentavano i caratteri di un morbo endemico, dunque pericoloso, è stato riscoperto e riletto solo recentemente, a distanza dalla sua morte, permettendo un congruo inserimento nella scena sociale del periodo in cui visse di cui si contraddistinse per eccentricità e grande fame di vita. Il suo primo libro, “Altri Libertini” (1980), ben presto un must del momento tra i giovanissimi, venne accolto con fastidio e riprovazione dall’opinione pubblica d’impostazione conservatrice, difatti la pubblicazione venne di fatto sequestrata perché contenente materiale osceno. Tra le sue altre opere i romanzi “Pao-Pao” (1982), “Rimini” (1985), “Biglietti agli amici” (1987), “Camere separate” (1989) e le raccolta di saggi “L’abbandono” (1981) e “Un weekend postmoderno” (1990).

Lo scrittore e studioso Enos Rota, che fu amico dello stesso Tondelli, ne parlerà al pubblico tracciando la complessità della sua figura umana e letteraria fornendo un puntuale inserimento nel contesto sociale in cui visse. Rota tratteggerà la storia dello scrittore di Correggio passando dal successo letterario, al suo rapporto con i lettori e la sua scrittura emotiva, calda e avvolgente, finanche le controversie, le critiche suscitate. Lo studioso parlerà di questo e altro proponendo un percorso ravvicinato e amicale nella storia difficile e così breve di Tondelli fornendo anche alcune tracce di lettura contenute nel volume di cui è autore, “Biglietti a un amico” (Edizioni Magellano, 2017) dedicato all’amico scomparso.

Stefano Bardi, collaboratore della rivista di letteratura online “Euterpe” con saggi e critiche letterarie, interverrà ponendo un approfondimento in merito all’attività editorialista di Tondelli e in particolare sulla curatela in tre volumi da lui prodotta del noto progetto under 25 “Giovani Blues-Belli & Perversi-Papergang” con il quale si proponeva la valorizzazione di giovani esordienti. Lo stesso Bardi poco tempo fa ha dedicato allo scrittore di Correggio un approfondimento sull’attività letteraria di Tondelli dal titolo “Omosessualità e transessualità. L’amore è sempre amore: Pier Vittorio Tondelli” pubblicato sul numero 18 della rivista “Euterpe” (Gennaio 2016).

Durante l’intero evento verranno proiettate immagini inerenti a Pier Vittorio Tondelli: la sua vita, le amicizie, le sue frequentazioni, tanto letterarie che non, da averne permesso la costruzione di una sorta di mito generazionale, in parte impolverato e che è doveroso ricordare adeguatamente, avendo dettato pagine importanti della letteratura italiana contemporanea.

 

Info:

www.associazioneeuterpe.com

ass.culturale.euterpe@gmail.com

Tel. 327 5914963

 

Biblioteca Multimediale R. Sassi

info@bibliotecafabriano.it

Tel. 0732 709390

 

cover_tondelli-page-001

 

Si è spento lo scrittore Sebastiano Vassalli

La morte improvvisa di Sebastiano Vassalli di recente candidato al Nobel

È stato stroncato da un male incurabile. La chimera del 1990 è il suo capolavoro tradotto nel mondo e adottato a scuola accanto aiPromessi sposi. Aveva appena terminato un nuovo romanzo, Io, Partenope, in uscita il 12 settembre, quando avrebbe ritirato il premio Campiello alla carriera. Nelle sue opere, pubblicate da Einaudi, Interlinea e Rizzoli, viaggi nel tempo e metafore della società contemporanea alla ricerca del carattere nazionale degli italiani. Mercoledì dalle ore 10 camera ardente alla Biblioteca civica negroni di Novara e funerali civili alle ore 17,30 al Broletto di Novara, con una lettura no stop dei suoi testi a cura della sua casa editrice novarese.

Sebastiano Vassalli

È mancato improvvisamente per un male inguaribile lo scrittore novarese Sebastiano Vassalli che di recente aveva ricevuto notizia della candidatura ufficiale dell’accademia svedese al premio Nobel 2015 per la Letteratura. L’autore della Chimera, romanzo nel 1990 premio Strega da poco riedito nella “Bur”, tradotto in tutto il mondo e molto adottato nelle scuole superiori accanto ai Promessi sposi, è nato a Genova nel 1941 ma fin da piccolo ha vissuto a Novara; viveva da anni in un’antica casa in mezzo alle risaie in località Marangana dove conduceva un’esistenza sobria e riservata, quasi eremitica, dedicandosi alla scrittura. L’annuncio è stato dato dalla moglie e dal Centro Novarese di Studi Letterari. I suoi libri sono pubblicati da Einaudi, Rizzoli e Interlinea. Aveva appena terminato un nuovo romanzo, Io, Partenope, in uscita il 12 settembre, quando avrebbe ritirato il premio Campiello alla carriera.

Mercoledì dalle ore 10 camera ardente alla Biblioteca civica negroni di Novara e funerali civili alle ore 17,30 nell’antico al Broletto di Novara, luogo di memoria storica e letteraria dove trascorse l’ultima notte di dolore la giovane Antonia protagonista della Chimera.Nell’occasione Interlinea ricorderà l’autore invitando a un reading no stop del suo capolavoro durante l’apertura della camera ardente in biblioteca, di cui vassalli è stato testimonial.

I maggiori dati biografici di Vassalli sono raccolti nel sito dello scrittore www.letteratura.it/vassalli. Negli anni anni ’60 e ’70, dopo la laurea in Lettere con una tesi sull’arte contemporanea e la psicanalisi discussa con Cesare Musatti e durante un primo periodo di insegnamento, spicca l’attività di pittore ed esponente della neoavanguardia nell’ambito del Gruppo 63. Ha infatti esordito con testi poetici affermandosi con alcune prose sperimentali (tra cuiNarcisso del 1968 e Tempo di màssacro da Einaudi) travasando nella pagina, attraverso un furore linguistico e una satira culturale, le inquietudini politico-sociali di quegli anni. Rispetto a queste esperienze giovanili, Abitare il vento del 1980 segna il primo tentativo di un distacco e di una svolta. Il protagonista, come nel successivoMareblù, si sente incapace di cambiare il mondo con metodi trasgressivi e rivoluzionari (e poi si chiede: contro chi?). Vassalli cerca quindi nuovi personaggi o, meglio, una letteratura pura (in questo senso è per lui emblematico il poeta Dino Campana, la cui vicenda è ripercorsa nella Notte della cometa, la prima opera della stagione narrativa matura) e una dimensione esistenziale anch’essa pura, come la fanciullezza, che è al centro della ricerca delle origini della società odierna nel romanzo L’oro del mondo, ambientato nel dopoguerra. Intanto Vassalli non smette di indagare il mondo con eclettismo intellettuale (si pensi ai pamphlet Sangue e suolo e Il neoitaliano). L’investigazione letteraria delle radici e dei segni di un passato che illumini l’inquietudine del presente e ricostruisca il carattere nazionale degli italiani è quindi approdata prima al Seicento con La chimera, un successo editoriale del 1990, poi al Settecento diMarco e Mattio, uscito l’anno dopo, quindi all’Ottocento e agli inizi del Novecento prima con Il Cigno nel 1993 e successivamente conCuore di pietra, dove ricrea un’epopea della storia democratica dell’unità d’Italia fissando come protagonista una grande casa di Novara. Nei libri a cavallo del Duemila lo scrittore si è avvicinato al presente riscoprendo anche il genere del racconto, soprattutto con La morte di Marx e altri racconti del 2006 e L’italiano dell’anno successivo, prima del ritorno al romanzo fondato sulla storia con Le due chiese, del 2010, anno in cui, alla vigilia dei settant’anni, ha dato alle stampe un’autobiografia in forma di intervista, Un nulla pieno di storie, presso Interlinea, la casa editrice dove è uscita anche la raccolta di saggi e letture Maestri e no e vari testi.

Attenzione privilegiata ha sempre dedicato al territorio novarese ricevendo anche il premio alla carriera Dante Graziosi/Terra degli aironi per la narrativa di pianura. Tra i suoi atti d’amore per i suoi luoghi vanno ricordati almeno Il mio Piemonte, con fotografie di Carlo Pessina, e Terra d’acque. Novara, la pianura, il riso, con presentazione di Roberto Cicala, con fotografie a colori, editi da Interlinea, come Il robot di Natale e altri racconti, Natale a Marradi. L’ultimo Natale di Dino Campana e di recente Il supermaschio da Alfred Jarry. Interventi militanti di Vassalli sono stati pubblicati sui quotidiani “La Repubblica”, “La Stampa” e “Corriere della Sera”, negli ultimi anni con la rubrica “Improvvisi”. Nel 2014 con Terre selvagge è passato a Rizzoli, che a fine primavera ha pubblicato Il confine. È del maggio 2015 la candidatura ufficiale dall’accademia svedese al premio Nobel per la Letteratura.

Un profilo video dello scrittore su YouTube:https://www.youtube.com/watch?v=wuofOCuOExw

Scheda biobibliografica su Sebastiano Vassalli: http://www.novara.com/letteratura/bibliografia900/vassalli.htm

Il sito dello scrittore: http://www.letteratura.it/vassalli/

Vassalli su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Sebastiano_Vassalli

Una battuta dello scrittore sulla sua terra di risaie: https://www.youtube.com/watch?v=R41b8eU4K0c

(Testo ricevuto via mail dall’Ufficio Stampa Interlinea in data 27-07-2015)

“Frammenti di vita”, l’antologia di racconti di Marco Bertoli

Frammenti di vita. Antologia di racconti.

Editore: “Liber Iter” casa editrice elettronica.

Prezzo: Euro 4,99.

ISBN: 978-88-98906-16-1.

 

FrammentiDall’Introduzione

L’antologia “Frammenti di vita” raccoglie una serie di testi che l’autore ha scritto nel biennio 2013 – 2014.

I racconti sono inseriti nel cosiddetto filone “realistico”, poiché analizzano varie problematiche sociali e affettive che in alcuni casi riguardano la vita di tutti i giorni. Affrontano, cioè, situazioni peculiari dell’esistenza di un qualsiasi essere umano inteso, però, nella più ampia delle sue accezioni: i protagonisti, infatti, possono essere sia persone comuni che si ritrovano l’esistenza sconvolta all’improvviso oppure veri e propri serial killer e criminali, nascosti – e questa è la cosa peggiore – sotto apparenze innocenti o, invece, soldati alle prese con la drammaticità della guerra. Tutti, però, sono accomunati dalla profonda consapevolezza che la vita è molte volte un susseguirsi di azioni ed eventi imprevedibili che, spesso, ci travolgono con la loro violenza. In quei momenti di crisi solo la solidità delle radici a cui ognuno di noi àncora il proprio intimo impedisce di perdere la ragione e di cadere nella pazzia; in caso contrario le conseguenze possono essere tragiche.

 

Marco Bertoli è geologo. Vive a Pisa. Il suo romanzo “La Signora che vedeva i morti” ha vinto il Premio Scrittore Toscano 2012 selezione on-line e quello della Giuria al Concorso “Città di parole”, 2013. Nel 2014 ha pubblicato il suo secondo romanzo, “L’avvoltoio. Delitti all’alba della scrittura”, un giallo storico. Nel 2015 ha pubblicato l’antologia epub “Frammenti di vita”, una raccolta di racconti inseriti nel cosiddetto filone “realistico” scritti nel biennio 2013 – 2014. Suoi racconti sono inclusi nelle antologie “365” Delos Books. “Buchi” è stato finalista al Concorso Robot 2014, Delos Book, “Ali” pubblicato su Romance Magazine 13 e “- 40°C” su Terre di confine Magazine 1, il racconto “Processione” è stato selezionato nel Contest “Ira Domini” e pubblicato sul numero 41 della rivista “Writer’s Magazine”, Delos Books, e il racconto “Lampo nero” sul numero 5 della rivista “Il lettore di fantasia”. Numerosi altri hanno vinto concorsi, o classificati finalisti, e pubblicati in oltre settanta antologie.

Addio a Julio Monteiro Martins, scrittore italo-brasiliano

download

Julio Monteiro Martins

Mi è appena giunta la brutta notizia della morte di Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane che da anni viveva a Lucca.
Poeta, scrittore, critico e direttore della rivista di letteratura “Sagarana” da lui fondata e con la quale ho avuto il piacere di collaborare varie volte con racconti e saggi. Cliccando qui si potrà leggere una biografia dell’autore.
Se ne va una persona dall’animo gentile e dalla cultura sterminata, sensibile, un autodidatta sincero che mi ha insegnato molte cose e di cui la letteratura italiana, brasiliana, della migrazione e mondiale, dovrà di certo tenere in considerazione.
Per ricordarlo, di seguito, lascio i link di due miei interventi sull’attività di Julio Monteiro Martins che sono l’intervista che gli dedicai qualche tempo fa prima della scoperta della malattia e la recensione che scrissi per la sua seconda e ultima raccolta di poesie “La grazia di casa mia”


R.I.P. Direttore.

 

 

Lorenzo Spurio: riflessioni di un autore “eretico”. Intervista di Iuri Lombardi

Intervista a cura di IURI LOMBARDI

pubblicata nel libro “L’apostolo dell’eresia”, Faligi Editore, Aosta, 2014.

Lorenzo, tu sei un critico letterario e uno scrittore di racconti, uno studioso delle lettere e, per chi ti conosce, lasciatelo dire, un interventista; nel senso che vivi la letteratura in tutte le sue forme possibili, al punto di organizzare eventi che vanno da presentazioni a concorsi letterari, ora secondo te, prendendo in considerazione le tue due attività: qual è quella che maggiormente ti coinvolge?

 

I miei due ambiti di scrittura, che come tu dici sono essenzialmente quelli che mi vedono da una parte critico letterario e dall’altro scrittore, sono quanto mai differenti tra loro per intenzioni, forme espressive e finalità. Questo, però, non significa che siano antitetici o, per dirla in parole più semplici, che uno scrittore debba/possa essere soltanto un romanziere. Egli può essere anche un poeta, un critico o un saggista (la differenza tra critico e saggista è per lo più una sfumatura, ma significativa al tempo stesso). Il critico fa essenzialmente qualcosa di più dello scrittore perché è in grado di calarsi in una dimensione (de)soggetivizzata (che anche nel romanzo è possibile adottare, ma non a questo livello), assumendo una prospettiva tendenzialmente neutra e asettica scevra da intenzioni di sorta. In questa luce il critico non giudica, ma osserva, non descrive ma analizza, non spiega ma interpreta. E la differenza tra le varie antinomie citate non è minima, ma è sostanziale. 
Non è solo una questione di linguaggio, di tecnica o di conoscenza della storia della critica letteraria di un determinato periodo che permette di definire uno scrittore come critico, ma anche e soprattutto una sua certa predisposizione nel sapersi allontanare dal concreto per vederlo da distante prima con un cannocchiale e via via sempre più vicino fino a sondarne minuzie, dettagli e quello che è l’ordito di un testo. Il critico non colloquia con i personaggi di un romanzo, ma li de-struttura, li smonta, li viviseziona e li interpreta alla luce della storia, dello spazio, della società, etc.
Quanto alla tua domanda posso dire che a livello di coinvolgimento probabilmente è la narrativa che mi dà maggiori possibilità e realizzazioni, perché sono io a creare un personaggio, ad animarlo e magari a decretarne la sua tragedia come un invisibile burattinaio. La scrittura di un saggio, al contrario, non nasce da una volontà di rappresentazione, re-creazione (e magari mistificazione) di una vicenda, ma dal desiderio di carpire il legame tra significato e significante, tra la parola scritta e i concetti, per un approfondimento tematico, concettuale, monografico dove la penna finisce per essere penna e diventa bisturi.

 

Che salute gode oggi la critica letteraria – intendo quella avanguardistica e non settoriale o accademica?

 

Per critica letteraria “avanguardistica” credo tu voglia intendere non tanto quella che fa riferimento a scuole di pensiero particolari, a tendenze di un certo tipo, ma un tipo di critica che nasce piuttosto come forma d’espressione legata al singolo che adotta un certo tipo di studio e di approfondimento su certi autori o tematiche in particolare. Quello che mi sento di dire a riguardo è che i più grandi critici italiani del ‘900 vengono principalmente ricordati e menzionati nei manuali di storia della letteratura non in quanto critici, ma in quanto esponenti di altri generi letterari che possono essere ad esempio la poesia o la narrativa. Leonardo Sciascia, ad esempio, oltre che romanziere, fu un ottimo saggista e microfono del sistema di malaffare e corruzione radicato nelle terre di Sicilia che pure trattò nei romanzi (Il giorno della civetta, per fare un esempio concreto); Italo Calvino a suo modo in una serie di saggi trattò le problematiche legate alla speculazione edilizia e alla cementificazione ed esempi di questo tipo se ne potrebbero fare a decine. I due autori restano però principalmente noti per una serie di scritti di fiction e non di critica vera e propria. A questo punto si potrebbe parlare di come e quanto la società con le sue problematiche e deficienze ispiri o abbia ispirato certi scrittori e quanto il tema sociale, l’impegno civile, sia importante, ma per ritornare alla tua domanda devo osservare che la critica, per quanto possa risultare disturbativo ai più, è uno dei generi fondanti del sapere letterario che viene tenuto di poco conto e viene spesso stigmatizzato. Esistono ottimi critici che si sono occupati con serietà ed acume ad alcuni autori/fasi letterarie arricchendo notevolmente le pagine della nostra letteratura, ma l’opinione che domina oggi è quella di considerare il critico principalmente quello che scrive in un qualche quotidiano una striminzita mezza colonna su un libro appena uscito dando un giudizio per lo più scialbo e slavato. Reputo importantissime, invece, qualora vengano curate con attenzione e con profonda conoscenza del testo/autore, le note preliminari ai testi, i commenti critici, le prefazioni e tutto quello che solitamente possiamo catalogare sotto “apparato critico”. Esso, lungi dall’essere uno strumento che vuole mostrarsi pedante, tecnico e apparentemente inutile, è uno strumento importantissimo ed essenziale per fornire una lettura di quello che ci si appresta a leggere. Perché va ricordato che quello che il critico scrive, attesta, dichiara, verga sulla carta, non è la verità assoluta alla quale bisogna assoggettarsi, ma semplicemente un commento che, pur evitando soggettivismi, implicazioni amicali/sentimentali, forze empatiche, è una interpretazione di quello che ha letto e analizzato secondo il suo bagaglio culturale e la sua particolare prospettiva. È stupido oggi fare una cosa che è stata fatta per troppo tempo nel passato, anche vicino, cioè quella di cercare di inserire il critico per la sua impostazione, tendenza, formalismo, cliché all’interno di una particolare branca o sezione della critica perché questo è un procedimento insulso, illiberale e del tutto inaccettabile che non rispetta la dignità del singolo.

 

In secondo luogo, ma non per ordine di importanza, si diceva prima che tu sei anche un narratore e hai avuto la possibilità di cimentarti nel genere del racconto (con non poche polemiche da parte dei moralisti), ora secondo te: che importanza ha il racconto nel panorama delle lettere italiane? E perché non hai sentito l’esigenza di un romanzo almeno sino ad adesso?

 

Ho avuto varie occasioni per parlare del racconto come genere sottolineando un certo timore e incomprensione per come venga considerato nel Belpaese dove sostanzialmente è assimilabile a letteratura di serie B, se non addirittura di serie C. Sulla condanna alla poca fortuna (e poco rispetto, aggiungerei) del racconto in Italia va subito detto che non è dovuto, neppur lontanamente (e chi lo sostiene è un ignorante o fa una analisi semplicistica)- alla mancanza di validi propugnatori e utilizzatori di questo genere: si pensi a Buzzati, Calvino, Sciascia, Camilleri (i cui romanzi brevi possono a ragione esser definiti anche racconti, quelli che nel gergo inglese sono short story o novellas). Questo per scartare dunque la prima falsa ipotesi che vede nella letteratura italiana principalmente un esercito di romanzieri con poche espressioni di narrativa breve. Le ragioni per cui il racconto come genere non ha mai attecchito nel panorama della scrittura in Italia a mio modo di vedere non è tanto legato con le preferenze della massa di lettori, ma piuttosto con quella del monopolio del romanzo attuato da sempre da parte dei marchi editoriali, famosi o non che siano. Si riconosce nel romanzo una maggiore professionalità nella scrittura, una più chiara ed esaustiva elaborazione del plot e dei personaggi, un artificio letterario impareggiabile, un’orchestrazione delle vicende più complessa con trame secondarie, storie collaterali che si intrecciano e dunque un prodotto finale più appetibile, ricco e interessante. Ovviamente tutto questo può essere (ed è) presente anche nel racconto.
Il racconto non è un romanzo in miniatura, né il romanzo è un’estensione di un racconto: i due generi pur affini hanno caratteristiche completamente diverse. Il racconto –o per lo meno questo è come la penso io- ha i suoi punti di forza nella freschezza del linguaggio, nella sintesi, nell’inconsapevolezza degli eventi che si descrivono e in questa brevità (che si badi non è sinonimo di semplicità perché sa che la grande capacità scrittoria del narratore è in grado di far capovolgere la storia anche con due misere righe, piuttosto che con interi capitoli di centinaia di pagine l’uno. Il racconto è stato visto come una forma espressiva incompleta, poco organizzata e curata, come una sorta di esperimento letterario, ma in realtà non è così e questo è dimostrato dal fatto che all’estero, dove addirittura è il genere prediletto o se lo contende con il romanzo (si pensi all’Inghilterra e ai paesi anglofoni) i più celebri scrittori di racconti (Patricia Highsmith, Flannery O’Connor, Raymond Carver e il recente premio Nobel per la letteratura  Alice Munro) hanno sì sperimentato anche il romanzo, ma restano celebri perché “masters of short stories”. 

La seconda domanda che mi fai, dunque, potrebbe essere risposta con le varie cose a cui ho accennato: non è detto che chi ha scritto dei racconti o ha esordito la sua carriera letteraria con questo genere evolva poi nel romanzo (e secondo me non si può neppure parlare di evoluzione perché il passaggio dal racconto al romanzo non è da intendere come miglioramento o sviluppo delle conoscenze). Essi sono due mondi a parte ed è quanto mai ridicolo e riduttivo sostenere che il racconto sia qualcosa di inferiore al romanzo.

 

734071_10201997928173166_1373390105_n
Una delle tue raccolte di racconti, La cucina arancione (TraccePerLaMeta Edizioni, 2013), ha destato molto scandalo, in parte è stata censurata, per le tematiche che affrontano i singoli racconti: ora in relazione a questo, per te la letteratura oggi che ruolo ha? In altre parole, può essere ancora un’arte di intrattenimento o deve essere altro? Parlo di una letteratura di denuncia ad esempio.

 

La cucina arancione come giustamente osservi è una raccolta di racconti pubblicata quest’anno e che ha generato qualche iniziale malumore non tanto per come i temi vengono proposti, ma per i temi stessi. La raccolta fornisce un’analisi ampia di personaggi che si trovano alle prese con delle problematiche di varia natura (patologie, manie, perversioni) che mettono in luce delle esistenze disagiate e minacciate dal gruppo umano nelle quali sono inserite. Sono personaggi che spesso sono privi di una dimensione affettiva, familiare ed amicale, ma il messaggio che intendo mandare non è allarmistico e non è che si diventa pericolosi per sé e per gli altri nel momento in cui si diventa soli ed emarginati. Il procedimento è piuttosto il contrario e lo sguardo, anche se sembra essere puntato principalmente su queste esistenze che convivono (o addirittura sopravvivono alle loro difficili anomalie mentali e psicologiche), in realtà è puntato sulla società, sulla massa, sul gruppo umano, su quel senso di comunità che dovrebbe eleggere a suoi fondamenti l’amore verso l’altro, il perseguimento della fratellanza, la condivisione e la certezza nel sistema giudiziario a garanzia del bene comune. Il libro non critica né giudica la società, ma la osserva con attenzione da distante, ne sbircia il funzionamento, senza stigmatizzare i comportamenti umani perché se questi sono di una certa natura hanno di certo un legame alla società e al suo grado di progresso. Non sempre, infatti, quelle che crediamo essere delle realtà progredite ed evolute dal punto di vista economico e culturale (la presenza di biblioteche e università consentono di definire un paese una realtà culturale?) lo sono a livello umano, solidaristico, umanitario. Raramente. Il libro non allarma, ma indaga. Non critica, ma guarda l’altro. Non disprezza, ma cerca di trovare una comprensione ad ogni realtà, ad ogni atteggiamento, pur perverso e sregolato che sia.
Per ritornare al tuo quesito sul ruolo della letteratura, è difficile dirlo. Sicuramente la letteratura non deve essere strumento di commercio come invece la logica del marketing editoriale dà manifestazione ormai da decenni, inseguendo il calciatore o la soubrette che hanno scritto un libro sulla propria vita. La letteratura non deve neppure commiserarsi, deprimersi, esprimere la sua nullità nei confronti della risoluzione di questioni pratiche, contingenti e materiali. Non è vero infatti che con la cultura (all’interno della quale inseriamo la letteratura) non si mangi (ossia non si possa guadagnare e farne quindi il proprio lavoro), anche se è giusto osservare che per i motivi sopra detti, proprio per gli sconsiderati atteggiamenti dell’editoria, la strada sembra esser per lo più sbarrata.
La letteratura, la nuova letteratura, non deve essere studiata con coercizione e ripetuta a voce alta, né verificata con obbrobriosi test a risposta multipla, ma va espressa, interpretata, ricercata eprodotta negli spazi ad essa più inconsueti. La letteratura per il suo proprio benessere deve abbandonare gerarchie e caste (che purtroppo pervadono anche le Giurie dei premi letterari sui quali, pure, ci sarebbe tanto da dire) e deve rifiutare a priori la sua considerazione di sapere “morto” perché in-concreto. La letteratura deve fornire domande e permettere all’uomo di scervellarsi, addirittura fino a logorarsi, per cercarne possibili risposte.
Chiaramente l’elemento di fondo deve essere la denuncia sociale, l’attenzione verso le condizioni disagiate e depresse, le realtà sommerse e borderline, evitando accenti di populismo e stando bene attenti anche a non sfociare nel marcato campanilismo. La letteratura deve rigenerarsi di continuo e questo non necessariamente deve essere fatto partendo dagli autori a noi contemporanei (a cui però è bene dare preminenza), ma può essere fatto anche proponendo una propria rilettura o rivisitazione di un classico intramontabile. Perché finché ci sarà qualcuno in grado di dire qualcosa di nuovo su un’opera e di saperlo fare con professionalità dimostrando acume e sapienza, allora la letteratura non perirà  mai.

 

Il sesso e le perversioni sessuali e mentali sono sempre presenti nelle tue opere e anche come critico ti sei cimentato in studi di certi autori, certi romanzieri che hanno affrontato in passato – con tanto di polemiche- certe tematiche. La domanda che sorge spontanea è quindi: parlando in termini freudiani e psicanalitici del termine, attraverso certe perversioni o certe attitudini sessuali, volendo quasi fare una storia del sesso e di come questo è mutato nel corso del tempo, tu cerchi di leggere la storia di un paese?

 

La critica su Alberto Moravia ha osservato che la gran parte delle sue opere si centralizzano attorno a due temi-sfere semantiche importantissime che sono causa degli eventi delle sue storie; questi sono sesso e soldi. Si ricordi ad esempio le vicende contenute in Gli indifferenti (1929) suo romanzo d’esordio e uno dei miei romanzi preferiti. Questo per dirti che non è possibile sviscerare le vicende umane e quelle fittizie (trasposte in letteratura) scantonando la componente sessuale. Parlare di sesso non significa parlare di amore, non sempre per lo meno. Dici bene quando affermi che mi sono dedicato ad autori che hanno dato particolare attenzione nelle loro storie a episodi che coinvolgono espressioni varie di sessualità (non sempre consentite dalla Legge né dalla morale comune) quali Ian McEwan, ma anche John Irving, Charles Bukowski e in parte anche Nabokov. Chiaramente ogni autore ha una sua idea ed interpretazione sul
tema del sesso, ma da critico è interessante indagare non tanto la mera repertazione delle citazioni magari un po’ più forti, ma il perché l’autore tratti certi argomenti e come li presenti. Nella mia analisi su McEwan in particolare si è osservato come il tema del sesso (spesso deviato) incida profondamente sulle storie da lui narrate e come sia impossibile eludere questa componente. Non sono completamente d’accordo su quanto chiedi, ovvero che l’analisi del tema del sesso possa essere anche un mezzo per dare una lettura del periodo storico narrato o vissuto dall’autore. Se le perversioni sessuali nella letteratura possono essere considerate un fenomeno abbastanza recente (si veda il grande e preoccupante successo della saga di Mr. Grey in America) non è vero che non si sia parlato di questo in passato. Lo si è fatto, ma si è censurato, le opere sono andate perse o si sono volutamente celate e quindi dimenticate anche nei successivi lavori documentaristici. Però non significa che non si sia parlato di cose che oggi sono scottanti e repellenti (ma neppure tanto) nel passato: basterà leggere degli stralci del Decamerone, dei romanzi di De Sade e della storia del libertino Casanova per rendersene conto.
Il sesso è stato da sempre al centro della vita degli uomini, uno dei motori trainanti nei rapporti sociali (e di dominio), ma è nella nostra contemporaneità che, grazie a un sistema di espressione completamente democratico e libero, può aver voce senza veli né recriminazione. Esiste ed esisterà sempre qualcuno che si scandalizzerà nel leggere qualcosa o che in pubblico si dirà disgustato per aver letto qualcosa, ma non è questione di morale. Scrivere di sesso e di perversioni non significa essere un maniaco né tanto meno non avere un proprio giudizio su quelle cose, ma è interessante come l’uomo possa rendersi protagonista (e spesso colpevole) di atteggiamenti e situazioni che vengono mossi proprio dal modo di vivere la sessualità.
Posso aggiungere che Federico García Lorca fu chiaramente omosessuale, ma non per questo negli anni ’30 venne stigmatizzato e allontanato da altri uomini di cultura. Tutti lo apprezzarono per la grande integrità intellettuale e capacità di saper parlare alla gente. I franchisti lo fucilarono con disprezzo sparandogli dei colpi anche nel sedere per la colpa di essere omosessuale (il biografo Ian Gibson riporta vari riferimenti di questo drammatico episodio).Non è parlare di sesso o avere una certa inclinazione a portare problemi e a instaurare ruggini tra gli uomini, ma è la prepotenza e la mancanza di uguaglianza. Ieri, come oggi.

 

Da critico e quindi da studioso di letteratura, mi potresti dire se la letteratura oggi può essere ingabbiata da un genere? O deve e può essere solo di genere?

 

È evidente, alla luce di quanto detto sin qui, che la risposta è negativa. La letteratura oggi non può e non deve essere ingabbiata in un genere, o corrente o movimento che dir si voglia, perché in questo modo si attuerebbe una analisi storico-cronologica che non possiamo permetterci di fare perché noi viviamo il presente e non possiamo inserirlo in un comparto stagno in sé definito e conosciuto in toto. Le categorie sono sempre state utilizzate e sono sempre state strette a tutti. Difficile riconoscersi solo in una categoria e non avere legami o collegamenti con altre categorie. John Donne, il grande poeta metafisico inglese, sosteneva che “nessun uomo è un’isola” intendendo che il senso di comunità deve necessariamente esser vissuto al plurale, in condivisione e che nessuno può arroccarsi nella sua torre d’avorio. Si rischierebbe l’emarginazione indotta, l’auto-esclusione, il vittimismo, il ripiegamento su se stessi. Tutto questo deve essere evitato.
Le categorie possono avere una loro utilità pratica e mnemonica per i ragazzi delle scuole primarie e secondarie nel legare un personaggio a un periodo storico, ma non debbono essere utilizzate in maniera pretestuosa. In Dino Campana, creatore dei Canti orfici che sono considerati espressione di frammentismo e quindi di una nuova letteratura, sperimentale e anti-classicistica, si ravvisa tra le strofe anche una certa fascinazione per uno stile che non ha nulla di avanguardistico. Govoni, che ebbe una fase crepuscolare e futurista, viene ricordato anche per la fase del “ritorno all’ordine” e all’utilizzo di una scrittura di recupero dei canoni novecenteschi. Ergo, le etichette in letteratura debbono essere scollate per sempre, permettendo al materiale letterario di essere analizzato in maniera ampia, polifonica e variegata.
Sono dell’uomo gli opposti, i contrari, gli ossimori e ciò è valido anche per la letteratura. Una stessa persona può essere un poeta romantico, un narratore gotico, un attore tragico, un saggista vittoriano, un pensatore esistenzialista. Le cose, tra loro distanti e apparentemente contrastanti, possono convivere in un’unica persona che ha prodotto più opere. Centrale in questo discorso è tutta quella componente della critica letteraria che, partendo dal concetto di intertesto elaborato da Julia Kristeva, ha permesso gli studi sulla meta-letteratura, il rapporto tra letteratura e vita, l’utilizzo del pastiche e via dicendo.

 

Da organizzatore di eventi, girando per tutta Italia, ti sarai reso conto che una nuova avanguardia si sta affacciando sempre più nel panorama letterario italiano: ora secondo te che importanza hanno i laboratori, i gruppi letterari?

 

Parlare di avanguardia è azzardato. Abbiamo conosciuto in Italia e in Europa due importanti periodi di avanguardia letteraria e artistica che sono stati fondamentali per traghettare dal prima al dopo e che hanno significato dei crocevia importantissimi. Mi riferisco alle avanguardie storiche di primo ‘900 al cui interno si trova il futurismo il cui apporto fu importante nella letteratura italiana e quelle di secondo ‘900, meno note e poco considerate: il gruppo ’63, i “novissimi”, il gruppo Beta, etc. A loro modo furono dei momenti di cesura che proposero una rottura con i vecchi schemi classicisti (la avanguardia storica) o che proposero un nuovo approccio alla letteratura proponendo vie concettuali diverse (la nuova avanguardia). Chiaramente nelle scuole (e ahimè anche alle università ci si sofferma sulle prime avanguardie, perpetuando l’ignoranza sulle seconde avanguardie che poi sono quelle a noi più vicine e interessanti da investigare).
Dicevo che parlare di avanguardia oggi è tendenzialmente sbagliato perché si rischia di adottare in questa maniera un’etichetta di definizione. Ovviamente oggi il clima letterario, sviscerata la componente editoriale chiaramente volta a un mero guadagno- è variegato e difficile da classificare. Ci sono autori che propongono idee apprezzabili e che, pur non avendo alle spalle grandi marchi editoriali che gli garantirebbero una ampia diffusione, si accontentano (lo scrittore è per sua natura un passivo da non intendere in senso negativo) di medie case editrici che offrono una diffusione scarsa o addirittura illusoria. Il fenomeno internet è chiaramente una delle anime della nuova letteratura per mezzo di siti, blog letterari, riviste digitali scaricabili, forum e quant’altro. L’errore che si fa quando si utilizzano mezzi con praticità, facilità e gratuità è quello di abusarne e va dunque detto che esistono molti spazi internet che dicono di dedicarsi alla letteratura o alla scrittura ma che lo fanno con mancanza di conoscenza, con improvvisazione e poco spessore. Molti ad esempio si cimentano nella scrittura di recensioni (la recensione è un testo critico che, di pari passo al racconto, ha poca importanza in Italia, a differenza dell’Inghilterra), ma una recensione non è una sintesi della trama, cioè una sinossi, né un commento personale che si riduce a “bello, perché…” o “non mi piace quando”. La recensione come forma testuale ha una sua fisionomia particolare che dovrebbe esser tenuta da conto perché una recensione neutra o mal fatta, oltre a non dar nessuna soddisfazione a chi la scrive, non avrà nessuna utilità per l’autore del libro. Come conclusione posso dire che la qualità fa sempre la differenza e peggio per noi se non fosse così!

 

Infine, ci potresti dire se secondo te il romanzo (intendo quello vero, non quelli che ci propinano ed è solo robetta da poco) è ancora vivo? E a che punto di crescita e consapevolezza si trova la narrativa in Italia e in Europa?

 

Per non ripetermi dirò semplicemente che il romanzo gode di vita propria nel panorama letterario italiano e la mia considerazione sul romanzo è abbastanza positiva nel senso che è forse l’unico genere che ha sempre mantenuto interesse nei lettori italiani, a dispetto della poesia che negli ultimi decenni (forse a causa della crescita esponenziale dei poeti) sta perdendo il suo seguito o radicalizzando l’interesse solo su alcune figure in particolare. La storia della letteratura italiana è percorribile benissimo attraverso la storia del romanzo, un genere che ha sempre avuto fiducia nei lettori, riscosso entusiasmo e animato ad esempio anche registi per la realizzazione filmica delle storie in esso contenuti. Si tenga presente che il fenomeno della telenovela non è altro che una rappresentazione cinematografica di una storia romanzesca che viene proposta allo spettatore diluita, fruita in piccole dosi, con una modalità seriale. I primi romanzi inglesi del ‘700 (ma ancora anche nella prima metà del ‘900) venivano pubblicati a stralci su delle riviste, proposti serialmente, proprio come una arcaica telenovela ante litteram. I punti di forza del romanzo che gli hanno concesso la sua diffusione e il mantenimento di interesse e successo sono essenzialmente due: 1) la possibilità che la storia narrata possa evolvere sempre in meglio, in una forma ideale (che poi magari non viene raggiunta), 2) il coinvolgimento del lettore che arriva ad immedesimarsi in alcuni personaggi.
Il futuro del romanzo, tanto in Italia che in Europa, lo vedo altrettanto roseo, come lo è sempre stato.

“La cucina arancione” di Lorenzo Spurio presentata a Porto San Giorgio

locandina

Lo scrittore jesino Lorenzo Spurio, attivo da anni nella scrittura di fiction e della critica letteraria (ha all’attivo già vari saggi e studi su autori prevalentemente anglosassoni) presenterà la sua ultima opera letteraria a Porto San Giorgio (FM) presso il Parco La Cascina il prossimo 25 Luglio 2014 a partire dalle ore 21,15.

L’evento, patrocinato dalla Regione Marche, dalla Provincia e dal Comune di Fermo, è inserito all’interno del programma letterario-musicale organizzato da Nunzia Luciani e denominato “Di Villa in Villa” volto a promuovere autori ed artisti fermani e marchigiani in generale.

La presentazione sarà introdotta da Gian Vittorio Battilà e sarà condotta interamente da Susanna Polimanti (scrittrice e recensionista) che presenterà l’autore, l’opera “La cucina arancione” e colloquierà con l’autore. Ad impreziosire la serata ci sarà la voce di Daniela Agostini (attrice, interprete) che leggerà passi scelti dall’opera di Spurio, una raccolta di venticinque racconti che indagano la psiche umana in maniera innovativa e interessante.

Ci saranno  altresì intermezzi musicali di Federico Bracalente (violoncello) ed Eleonora De Angelis (pianoforte).

 

Chi è l’autore?

Lorenzo Spurio è nato a Jesi nel 1985. Si è laureato nel 2011 in Lingue e Letterature Moderne all’Università degli Studi di Perugia con una tesi di letteratura inglese.

Ha pubblicato racconti e saggi di critica letteraria su riviste, antologie e in volume. Collabora con le riviste Sagarana e Le Reti di Dedalus e dirige la rivista di letteratura Euterpe, da lui fondata nel 2011. Intensa la sua attività di critico con un’ampia stesura di recensioni, prefazioni e note critiche per autori esordienti e non.

Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti La cucina arancione (2013) e Ritorno ad Ancona e altre storie (2012). Per la critica letteraria ha pubblicato Ian McEwan: sesso e perversione (Photocity, 2013), Flyte & Tallis (Photocity, 2012), La metafora del giardino in letteratura (Faligi, 2011, co-autore Massimo Acciai) e Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu, 2011).

E’ stato ed è membro di giuria in vari concorsi letterari. Preside il Premio Letterario Nazionale di Poesia “L’arte in versi” ed è Presidente di Giuria del Premio di Letteratura “Ponte Vecchio”.

 

 

L’ingresso è libero e tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

A conclusione della manifestazione seguirà un buffet.

Per maggiori info:

www.divillainvilla.it –  info@divillainvilla.it

348.0691303

 

 

Anna Scarpetta su “La cucina arancione” di Lorenzo Spurio

La cucina arancione
di Lorenzo Spurio
Collana Oltremare Narrativa
Editrice TraccePerLaMeta
Prezzo Euro 10.00
 
Recensione di ANNA SCARPETTA

 

          cover_front   La mezza vita, è il primo, dei venticinque, di una serie di racconti,  dello scrittore Lorenzo Spurio, incluso nel libro: La cucina arancione,  edito dall’Associazione TraccePerLaMeta. Da un’attenta lettura, prefigura, in sostanza, quella chiave di apertura che traina, con maestrìa, le altre storie, inserite nella piacevole raccolta, di notevole interesse. In realtà, il nuovo lavoro di narrativa, di Lorenzo, dal titolo: La cucina arancione, rappresenta una carica essenziale, così idonea a rafforzare uno spirito già pregno di effettiva libertà  linguistica, da cui emergono, in questa particolare scrittura, due principali fattori di base: sobrietà e autenticità.

             A mio dire, un narratore, con sottile arguzia,  deve mettere in gioco, nella scrittura, tutti gli strumenti possibili, forti anche della formazione culturale. E, Lorenzo Spurio, in questo libro riesce ad offrire al pubblico una varietà di storie, così nuove, ricche di tanta immaginazione descrittiva, correlate di minuziose particolarità, molto affine ad ogni singola personalità di ciascun personaggio.

             In concreto, sono racconti diversi l’uno dall’altro, con una scelta di individui semplici, non troppo ricercati, ovvero, gente sempre la stessa, di tutti i giorni, di tutti i tempi, del nostro vivere quotidiano, della nostra moderna società. Orbene, personaggi descritti, ognuno, con scrupolosa cura nei loro particolari e minimi dettagli. A mio parere, sono esaltanti ritratti lineari, sia caratteriali che quelli fisici, che danno spesso l’immagine reale dei forti disagi fisici o mentali di talune persone. In effetti, le tante analitiche particolarità descrittive, inerenti ai racconti,  hanno insieme un solo filo conduttore, cioè il disagio mentale o fisico, più o meno accentuato, in taluni personaggi.

             Una novità editoriale, di Lorenzo, o meglio un lavoro centellinato a dovere, che risalta al meglio le sue qualità di scrittore, mettendo a fuoco l’analisi introspettiva della condizione umana, con una varietà di disagi non solo psicologici, ma anche nei suoi vari aspetti, fisici e psicofisici che, tuttavia, affliggono parte della nostra umanità. Noto,  leggendo con piacere, che il primo racconto svela, in maniera naturale,  a dir poco, il vero fascino di una scrittura, che, nel suo complesso, si rivela  abbastanza divertente, oserei dire, alquanto, mimica.

              Infatti, emerge una mimica parlata, molto bene pensata in ogni suo dettaglio, orchestrata con perfetta minuziosità nella varietà degli innumerevoli particolari, dando corpo e vivacità di linguaggio al racconto stesso, con un finale quasi sempre a sorpresa. Non c’è dubbio, una mimica, capace di vestire e svestire, con sottile ironia, nonché, con forte, fervida, immaginazione, quei personaggi un po’ strambi e curiosi, nel ridurre le  dimensioni fisiche, appunto, nella descrizione del nano, così come si riscontra nel racconto: La mezza vita. Invero, nella lettura, di questo racconto risalta l’immagine di  certi individui autentici, molto espressivi, dinamici nei movimenti, e nelle loro azioni, proprio come fa un bravo registra coi suoi attori, dietro alla macchina da presa, mentre sta girando le sue scene pensate e immaginate, coi suoi strani, numerosi, personaggi e  comparse,  per narrare, alla fine, una storia di vita reale oppure immaginaria.

             Dunque, è anche la stessa mimica che accomuna i grandi e piccoli artisti, veri interpreti dell’arte, come i divertenti clown dei circhi più in vista, sempre in giro per il mondo. E, quando si presentano al pubblico, per esibire il loro migliore numero di spettacolo, più fantastico, così bello, e molto divertente, il risultato finale, dinanzi alla moltitudine  di  gente,  rimane  alla  fine  assai  sorprendente. Orbene,  La  mezza  vita come racconto iniziale,  rappresenta la tipica narrazione di un uomo fantasioso e curioso, che  psicologicamente, da persona normale, crede di avere acquisito nuove dimensioni fisiche, appunto, in nano. E, dovendo condurre una vita reale, fa davvero  fatica, a muoversi nell’interno della sua casa, come chiudere e aprire la porta  per uscire, in quanto è di altezza piccola, così come le sue mani sono troppo corte per svolgere le personali faccende di tutti i giorni. Il finale si rivela una sorpresa.

          Mi hanno schedato è un altro racconto ch’io trovo abbastanza intrigante, con una scrittura davvero divertente. Lo scrittore  narra di un uomo che fa un sogno davvero strano e bizzarro,  sogna di essere nella città di Rabat e di parlare arabo. Intrattiene con la  stessa gente del luogo, abituali cordiali conversazioni, come se la conoscesse molto bene, addirittura, parla con loro la stessa lingua. Egli si muove a suo agio in questa città straniera e cammina frettolosamente. E, incuriosito, si sofferma davanti ad una bottega di spezie odorose e raffinate; che sono in bella mostra, trite e polverizzate, con una straordinaria varietà di colori. Ma, al suo risveglio, egli prova subito un forte impatto con la realtà, ricordando di  non essere mai stato realmente in quella città araba, né di conoscere quella lingua. Dunque, quel sogno non poteva essere suo, non gli apparteneva nei minimi dettagli. Da queste confuse e personali  considerazioni, dentro di sé, riparte, in maniera surreale, tutta un’analisi introspettiva, abbastanza contorta. Infine, decide di non volere più, per sé, quel sogno così strambo. Il finale è a dir poco, inaspettato.

              La vecchia col cappotto ocra  è  tutt’altra trama,  un po’ forse troppo forte, in sostanza. In questo episodio un uomo viene disturbato da un sogno sempre lo stesso e ricorrente, con la presenza di una donna alta, di aspetto grossolano,  e trascurato,  indossa un lungo cappotto colore ocra.  La donna appare in sogno, quasi sempre di spalle, poi finalmente gli  mostrerà anche il suo volto sgraziato. Tuttavia, questo sogno si rivela una continua persecuzione,  così assillante, al punto che, ad ogni suo risveglio, si sente minacciato.  In concreto, il sogno diviene ingestibile nella realtà. Egli, infatti, si lascia prendere dall’ansia, e da incredibile paura. Infine, decide di camminare con un coltello in tasca per una sua difesa personale. Ma, un giorno, per un caso fortuito, trovandosi per strada, incontra realmente la donna del suo sogno, è lì dinanzi  ai suoi occhi, veste uguale, stesso volto, stesso cappotto. Questa visione, infatti, produrrà in lui una reazione istintiva, così incontrollabile, che lo porterà a compiere un gesto insano.

              In conclusione, la lettura del libro: La cucina arancione, dello scrittore Lorenzo Spurio, si presenta  scorrevole, come linguaggio, con episodi ricchi di un dinamismo incredibile. A mio parere,  sin da subito, emerge quella straordinaria capacità espressiva così complessa in ogni minuziosa descrizione, fatta di movimenti ed azioni, di ciascun personaggio. Non sbaglierei dicendo che questa scrittura, non può che affascinare il lettore. In sintesi, i venticinque racconti, uno dopo l’altro, ti prendono con il particolare piacere di capire, fino in fondo, l’importanza e il senso autentico di questa scrittura, non di facile interpretazione. E’, senza dubbio, una personale scrittura che  rasenta l’espressività di un verismo ancora così presente nella nostra  società odierna. Tuttavia, un verismo, temprato e forgiato nel tempo, che accomuna la visione, la dialettica, e abbraccia, in un solo afflato, l’umanità dei nostri giorni. Inverosimilmente, a mio dire, l’abbraccia, con gli stessi bisogni e urgenti necessità, anche coi suoi disagi individuali, sempre in forte crescita, in un territorio uguale a tutti  gli altri del mondo, con le stesse problematicità che sembrano non avere mai un fine reale.  

 

Novara, lì 4 Ottobre 2013                                                             Anna Scarpetta

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Espiazione” di Ian McEwan, recensione di Anna Maria Balzano

Espiazione
Titolo originale: Atonement
di Ian McEwan
Trad, Einaudi, Torino, 2001
 
 
Recensione a cura di Anna Maria Balzano 

Espiazione è un romanzo-saggio o saggio-romanzo sulla funzione dell’arte e, nello specifico, della letteratura nella società contemporanea: un’idea geniale, a mio avviso, quella di creare una storia e dei personaggi, che possano esprimere concetti teorici altrimenti fruibili solo da studiosi o critici letterari.

La storia inizia in una vecchia casa di campagna1 , dove si trovano riuniti molti membri della famiglia Tallis ed alcuni amici. La protagonista appare subito essere Briony, adolescente ambiziosa con aspirazioni da scrittrice. L’opera “Le Disavventure di Arabella” da lei scritta per l’occasione non potrà essere rappresentata, come lei aveva programmato, a causa degli eventi drammatici che si verificheranno in quel luogo.

Ed è sul personaggio di Briony che si concentra l’attenzione dell’autore e, di conseguenza, del lettore. Ella appare subito come il simbolo, la personificazione dell’arte stessa nella sua forza mistificatrice. Il tema del rapporto finzione-realtà è fondamentale. Con la sua interpretazione dei fatti, con la sua descrizione della violenza subita nella notte nel parco intorno alla casa, dalla cugina Lola e con la sua identificazione dello stupratore nella persona di Robbie, Briony crea una realtà alternativa, offrendo alla madre, Emily, un ottimo motivo per allontanare definitivamente dalla sua casa quel giovane, figlio della domestica, mantenuto all’Università dalla generosità di suo marito e  innamorato di Cecilia.

Briony prende gradualmente coscienza del crimine da lei commesso, che fu la causa della condanna di Robbie al carcere da cui uscirà solo per arruolarsi e andare a combattere in Francia contro i tedeschi.

La seconda parte del romanzo si concentra sull’esperienza della guerra e segue le vicende di Robbie sul suolo francese dopo la sconfitta di Dunkerque. Questa parte assai realistica nella descrizione, assumerà più avanti un significato rilevante, sempre nella prospettiva della teorizzazione del romanzo secondo McEwan.

Ritroviamo Briony nella terza parte del racconto come infermiera volontaria preposta ad una serie di umilianti  incombenze, che assolve con stoica rassegnazione, come  fossero parte della meritata espiazione.

2È in questo periodo che Briony riceve una lettera da un editore che, pur non potendo pubblicare il racconto da lei inviatogli, le dichiara di avere molto apprezzato la sua opera. Il contenuto di questa lettera è assolutamente chiarificatore sulla teoria del romanzo dell’autore. Il riferimento esplicito al flusso di coscienza di Virginia Woolf, al cui stile d’altra parte si ispira McEwan, alla teoria bergsoniana del tempo, all’analisi degli stati d’animo dei personaggi, sono chiari riferimenti all’evoluzione della narrativa dai primi del Novecento. Nonostante il debito indiscusso verso queste rivoluzionarie innovazioni letterarie, l’autore sembra però aderire maggiormente ad un’impostazione più realistica e attinente ai fatti che non fantasiosa o troppo descrittiva. E qui si inserisce anche un giudizio negativo sugli artisti che si dilungano su temi politici che riguardano la guerra, che è “nemico giurato della creatività”.

L’ultimo capitolo del romanzo sconvolge la tecnica narrativa fin qui adoperata, in quanto da una descrizione impersonale affidata alla terza persona, in assenza di un narratore-personaggio, si passa ad una narrazione in prima persona: è Briony, divenuta scrittrice di successo, ormai giunta alla fine della sua vita,  che racconta come ritorna alla vecchia casa di campagna, trasformata in albergo, per festeggiare con quei membri della famiglia che sono rimasti e quelli che si sono aggiunti con le successive generazioni, il suo settantottesimo compleanno. Questa sarà l’occasione per mettere in scena a sorpresa le “Disavventure di Arabella”, interpretate dai più giovani discendenti della famiglia.

Due sono i punti rimarchevoli di quest’ultimo capitolo. Il primo riguarda l’affermazione di Briony di avere più volte cambiato la versione della sorte di Cecilia e Robbie. Nell’ultima stesura li ha voluti insieme riuniti e felici, mentre precedentemente aveva scelto una fine più tragica. In questo Briony, come artista, rivendica a sé il diritto, quasi divino, di poter decidere della vita e della morte dei suoi personaggi.

Il secondo riguarda la decisione di concludere la storia là dove era cominciata, nello stesso luogo, secondo una tradizione che spesso il romanzo inglese ha rispettato. Come a chiudere un cerchio. Del resto il cerchio è la figura perfetta.

 

ANNA MARIA BALZANO 

QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA DIETRO CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

Per ampliare l’analisi sul romanzo, consiglio il mio saggio “Flyte & Tallis”.

 

“Flyte & Tallis” di Lorenzo Spurio, recensione di Emanuela Ferrari

Flyte & Tallis
di Lorenzo Spurio
Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012
ISBN: 978-88-6682-300-1
Numero di pagine: 143
Recensione di EMANUELA FERRARI 

Il nuovo lavoro elaborato da Lorenzo Spurio merita un‘analisi accurata per comprendere a fondo i significati e le modalità espressive che ne sono alla base.

Il testo intitolato Flyte & Tallis, con il sottotitolo Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese, si articola in più parti per ”proiettare” il lettore nella prospettiva narrativa dei due romanzi presi come riferimento da parte dell’autore, su cui poi si “fonda” la piattaforma interpretativa per possibili raccordi letterari e contenutistici.

Nello specifico, la prima parte dello scritto argomenta sulle vicende e personaggi legati al romanzo Espiazione di Ian McEwan, poi segue la trattazione dell’opera di Evelyn Waugh dal titolo Ritorno a Brideshead.

La seconda parte è incentrata sull’analisi semantico-narrativa delle parole conversione ed espiazione che si pongono come “metro” dialogante presente in entrambi i romanzi. Ci sono anche richiami alle rappresentazioni cinematografiche con rivisitazioni, a volte, discordanti rispetto alla traccia originaria.

Il saggio di Brian Finney si presenta come uno studio approfondito di Espiazione e “chiude” il lavoro di Spurio, il quale decide di fornire ai lettori anche un quadro bio-bibliografico dei due autori che hanno composto i romanzi su cui concentra la sua indagine. Questo modo di impostare il “corpo” del lavoro – a mio avviso – aiuta molto a penetrare nel “mondo” descritto dai due romanzieri e a focalizzare la simbologia che li domina, fornendo materiale anche per quella riflessione individuale e dal carattere soggettivo che induce a trovare spiegazioni nel modularsi del racconto. Lo sguardo insomma diventa più vigile su luoghi, descrizioni e personaggi per poter poi raccogliere quelle informazioni necessarie per farsi un’idea anche sull’autore del brano. Vorrei puntualizzare quest’ultimo aspetto partendo appunto dall’inizio, seguendo cioè l’impostazione adottata da Spurio. Andiamo con ordine… Nel paragrafo di apertura, intitolato Villa Tallis, la guerra, Londra, ci vengono presentati i personaggi che animano il romanzo Espiazione di McEwan. La famiglia Tallis è composta da cinque persone: Jack, un padre sempre assente che trascorre molto tempo a Londra per la sua carriera politica, Emily, la moglie perennemente ammalata di emicranie, e tre figli di nome Leon, Cecilia, conosciuta con il diminutivo Cee, e Briony di tredici anni, che si diletta a scrivere drammi. Quest’ultima sarà il personaggio chiave delle vicende familiari e la “penna” narrante di una storia parallela alla vita reale vissuta da chi la circonda.

La scena si amplia con l’arrivo dall’Irlanda dei cugini Quincey: due gemelli di nove anni, Pierrot e Jackson, e la sorella maggiore Lola. La scenografia si arricchisce con la presenza di un giovane “lontano” dallo status di questa famiglia altolocata. Lo scrittore McEwan inserisce appunto in questa cornice il figlio della domestica, Robbie Turner. Lo sfondo dove si ambienta tutto è, almeno nella parte iniziale, Villa Tallis, come alla fine della narrazione, quasi a “creare” un collegamento circolare, un rimando alle origini da cui tutto è dipeso, nonostante il trascorrere del tempo e la maturità raggiunta dai personaggi che abbiamo conosciuto nella fase di passaggio dall’infanzia all’adolescenza.

Il “mondo” che si trova davanti il lettore è quello vissuto da un gruppo di adolescenti che si incontrano e passano del tempo insieme. In realtà, nella storia ci sono quattro eventi o svolte, che formulano una nuova prospettiva interpretativa: a) la scena della fontana che coinvolge Robbie e Cecilia, b) la lettera che Robbie consegna a Briony per Cee, c) la scena della biblioteca che coinvolge ancora i due giovani della prima scena, d) la violenza che subisce Lola. E’ importante rilevare che chi “vede” e “immagina” cosa sta accadendo è la scrittrice di atti per drammi, che è artefice delle liti tra i familiari per la “vicinanza” tra la sorella e Robbie. Quest’ultimo viene sempre visto con disprezzo, infatti finisce in prigione per una colpa, la violenza su Lola, che non ha commesso.

Inoltre, la guerra diventa un campo di prova per tutti, Robbie si arruola, Cecilia diventa infermiera… Poi un colpo di scena… nella parte finale del romanzo si apprende che “avevamo compreso” una storia che non era vera in quanto nata dalla mano di Briony, oramai scrittrice affermata, che aveva fatto rivivere la sorella e il suo amore per il figlio della domestica… in realtà entrambi erano morti da anni e, soprattutto, non si erano più incontrati dalle vicende legate a Villa Tallis!

In tale passaggio finale si comprende il valore della parola espiazione che dà il titolo al romanzo. Il tutto è iniziato perché Robbie, un giovane appartenente ad una classe sociale inferiore, ha “osato” troppo verso la famiglia che lo aveva ospitato insieme alla madre. La metafora significativa al riguardo è un richiamo alla differenza di classe sociale che “domina” tutta la narrazione, poi ”prende forma” la visione mono-direzionale della protagonista e artefice del dramma, Briony.

Nel romanzo, oltre ai personaggi che sembrano quasi “visibili” al lettore per la maestria descrittiva, emergono dei “sottotitoli” molto interessanti; mi riferisco ai “luoghi” che diventano il palcoscenico delle azioni narrate. Nello specifico, prendo a riferimento il giardino della villa, sterminato e guarnito da una fontana simile a quella del Bernini a Roma, e in un questo ambiente esterno si snodano due momenti: la prima e la quarta scena. Inoltre, all’interno della casa c’é la biblioteca, quindi un “luogo” interno in cui prosegue ciò che si è verificato all’esterno, ovvero l’ “avvicinamento” tra Cee e Robbie che “dovrebbe” continuare all’esterno di tale abitazione, quindi dovrebbe “essere parte” integrante della loro vita passionale…

Tutta la narrazione, di fatto, rievoca l’importanza delle parole, scritte o dette, sottolineandone sia l’aspetto positivo che, soprattutto, i contenuti dissonanti dal contesto reale. Le parole scritte di una lettera consegnata che non doveva arrivare, il libro che ha ispirato il contenuto della missiva, le parole che si mettono insieme per “creare” un dramma in atti, le parole che dovevano essere scritte per espiare una colpa commessa legata ad una falsa testimonianza ed ecco che… l’espiazione rimane “sospesa” tra le vite di coloro che avrebbero voluto, e soprattutto dovuto, vivere a loro modo senza intromissioni fanciullesche. Anche durante la guerra le parole “viaggiano” tra i protagonisti, le lettere comunicano un “sentire”, uno “stato d’animo”, come è accaduto durante la prigionia. La forza della parola, quale sinonimo di verità, sembra trovare una via di uscita nonostante le avversità.

La necessità di voler cambiare pagina, di lasciare alle spalle quanto è accaduto si rende palese nell’ultima parte del romanzo, quando Briony, oramai anziana ed affermata scrittrice, ritorna a Villa Tallis che, nel frattempo si è trasformata in un hotel. Il tempo trascorso si “rispecchia” nel cambiamento dei luoghi vissuti da bambina, ma forse Briony avrebbe dovuto “cogliere” già al tempo tanti cambiamenti abbandonando una visione miope degli eventi a cui fu particolarmente suggestionabile. Tutta l’opera è percorsa da due linee parallele che, essendo tali, non avranno mai un punto di incontro: la vita reale dei personaggi, legata a parole non scritte in quanto si tratta di un vissuto emozionale, e la vita rivista come scrittura parlante, come interpretazione solipsista espressa in un monologo che riempie le pagine di inchiostro “colorando” le vite di persone che non ci sono più da tempo.

Nel secondo romanzo, Ritorno a Brideshead – Le memorie sacre e profane del capitano Charles Ryder, c’è come sfondo iniziale la II guerra mondiale ed il protagonista è il trentanovenne Charles Ryder, che conduce il suo plotone in una dimora per essere adibita a caserma. Si tratta, in realtà, di una tenuta che egli aveva frequentato in passato, durante il periodo della sua magnificenza e sfarzo… Vi abitava un’aristocratica famiglia inglese, i Flyte, che il protagonista conobbe tramite Sebastian al college Hertford. Anche in questa residenza è presente un fontanone nell’ingresso esterno che si può “prestare” a varie interpretazioni simboliche, alcune delle quali marcatamente religiose: la necessità di “lavare” delle colpe, di avvicinarsi alla purezza, ma anche lo scorrere del tempo, l’armonia dell’ingegno umano con l’elemento naturale, quindi la sinergia tra creazione e creato quale connubio realizzabile, oltre ad una espressione estetica pura e completa – ed aggiungerei – quasi di inafferrabilità del tutto.

Proseguendo… si ravvisa una traccia di infantilismo anche in questo romanzo con la figura di Sebastian, un giovane molto bello che porta con sé l’orsetto Aloiso, ma – a mio parere – anche da parte della madre, Lady Teresa Marchmain, legata ad un mondo religioso che la “estranea” dalla quotidianità vissuta dalla sua famiglia.

I contatti tra il mondo ateo e quello religioso, ovvero tra Charles e Sebastian iniziano circa venti anni fa, durante il periodo di studio ad Oxford. Trascorrono insieme le vacanze, così l’amico conosce il resto della famiglia: Julia, la sorella dalla bellezza strabiliante proprio come Sebastian, il fratello maggiore Bridey, che prenderà il titolo di conte Brideshead, i genitori di Sebastian, Lord Alex Marchmain e Lady Teresa. Le vicende della famiglia però coinvolgeranno altre persone come Cara, una signora francese residente a Venezia con il ruolo di amante di Lord Alex, la tata Hawkins, Ned Ryder ovvero il padre di Charles ed altri ancora…

A questo punto è già possibile sottolineare delle similitudini con Espiazione: a) ci sono molti personaggi che ruotano intorno alla famiglia di Villa Tallis, come accade appunto per la tenuta a Brideshead, b) la narrazione ha il suo nucleo di partenza dalle amicizie e frequentazioni in età adolescenziale ed ancora una volta c) ci sono esponenti appartenenti a diverse classi sociali. Inoltre, si deve aggiungere la presenza di un elemento religioso che permane con insistenza nella vita dei personaggi di Brideshead, anzi è manifesto e quasi palpabile nell’aria, mentre nel romanzo di McEwan è un “ingrediente” che prende forma nel tempo per “soffermarsi” su Briony… Poi d) le due residenze, che fanno da sfondo ai due romanzi, assumeranno destinazioni diverse: rispettivamente un hotel e una caserma. Qui si può apostrofare una metafora: i luoghi nati per essere patrimonio esclusivo di un vivere familiare duraturo, quasi dinastico, si trasformano in sedi della temporaneità e della necessità del momento da parte di chi ne fa uso, si passa cioè dalla staticità di un mondo fragile alla dinamicità di una realtà che si “modula” davanti a ciò che trova…

Il tempo, altra metafora, porta comunque cambiamento e non sempre in senso positivo.

Non può mancare il senso della bellezza visibile negli arredi, nelle architetture che Charles, in quanto amante della pittura, non può non sottolineare. E qui si intrecciano altre possibili forme di raccordo con il romanzo precedente: Briony diventerà una scrittrice, mentre Charles un pittore di talento. Ed ancora il tema della differenza di classe è affrontato da entrambi gli autori e si personifica nel legame Cee-Robbie e nella frequentazione Charles-Julia, ricordando che sia Robbie che Charles studiano, di conseguenza migliorano il loro status. Forse, in questo passaggio è da sottintendere un’evoluzione dei costumi che rispecchia l’approssimarsi verso una nuova epoca, che inizia già ad assumere dimensione all’interno della famiglia di Sebastian attraverso la figura del padre che svolge una “nuova vita” amorosa a Venezia.

Nella parte centrale del libro Lorenzo Spurio dedica due sezioni rispettivamente al tema religioso e alle influenze letterarie che sono alla base dei due testi narrativi. Nello specifico, tracce di religiosità sono presenti nel titolo del romanzo Espiazione, mentre la famiglia Flyte ha profonde radici cattoliche, gli eventi si scandiscono in base a tali festività e la casa è piena di accessori e suppellettili religiosi, ma soprattutto è abitata da persone che fanno della religione l’unica regola di vita, come la madre di Sebastian, il fratello maggiore poi lo stesso Sabastian che, col passare del tempo e le varie vicissitudini, diventerà un predicatore per il mondo… E chi ha professato un fervente ateismo, come nel caso di Charles, come si comporta? Alla fine sembra quasi cedere a favore di una conversione…

Altro dettaglio in comune di notevole importanza – a mio avviso – è l’elemento bellico, che irrompe nella vita dei personaggi, si pone quasi come uno spartiacque tra la vita adolescenziale e quella matura.

Inoltre, è da notare che i due romanzi, così ben strutturati, sono stati presi come riferimento per serie televisive e cinematografiche tra il 2007-2008. Ritengo però che le trame narrate hanno un altro “sapore” se lette dalle pagine di un libro rispetto ad una trasposizione figurativa, sicuramente più immediata come impatto, ma meno interiorizzata dal pubblico. Sicuramente, come specifica Spurio, siamo di fronte a romanzi di grande valore nati da esperienze letterarie sofisticate, infatti, dalla biografia degli autori, risulta che McEwan studia letteratura inglese ed inizia a scrivere drammi, successivamente si dedica ai romanzi americani. Questa scelta segna una svolta significativa in cui esprime tutto il suo “carattere” avanguardista. Waugh è un importante scrittore del secolo passato, di lui ci rimangono numerosi articoli, saggi, romanzi, alcuni dei quali densi di quello spirito cristiano che diventa parte della sua vita a partire dal 1930.

In base a quanto evidenziato, risulta che tra le due opere prese a confronto nel lavoro di Spurio ci sia una coerenza quantitativa relativa appunto allo spazio dedicato alle loro rispettive trattazioni ed analisi, in realtà proseguendo nella lettura il giovane scrittore sembra – a mio parere – quasi fare una “scelta”, tende a prediligere o comunque a “proiettarsi” più nello stile narrativo di Espiazione rispetto a quello di Waugh. Un elemento dialogante di questa sua “partecipazione” credo di poterlo rintracciare dalla presenza del saggio di Brian Finney, dedicato in prevalenza alla figura di Briony, che si pone appunto come scelta letteraria dopo l’esegesi dei due lavori messi a confronto. Forse, questa “vicinanza” è da attribuire ad una passione per la letteratura inglese che accomuna McEwan e il giovane Spurio, ma non è tutto… Vorrei avanzare un’ipotesi, che ho maturato leggendo questo nuovo lavoro di ricerca letteraria. Credo ci sia un elemento “caratteriale” che si pone come chiave di raccordo tra i due autori (McEwan e Spurio) che identifico con il termine “escursionismo letterario” inteso come voglia di sperimentare, di provare a creare qualcosa di nuovo, di tentare in concreto altre strade sperimentando, essendo comunque entrambi impegnati su più fronti e, soprattutto, portati ad innovare. Questa “mia interpretazione” prende avvio anche dalla lettura del quadro biografico dello scrittore jesino da cui si evince una formazione in progress in ambito letterario attraverso la redazione di testi di vario genere.

 

 

Emanuela Ferrari

 

20-11-2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI.

 

Lorenzo Spurio intervista lo scrittore di origini brasiliane Julio Monteiro Martins

Intervista a Julio Monteiro Martins

scrittore, poeta, saggista di origini brasiliane, direttore della rivista “Sagarana”

a cura di Lorenzo Spurio

 

 

Recentemente ho avuto modo di collaborare alla rivista online “Sagarana”, diretta da Julio Monteiro Martins con la pubblicazione di qualche saggio di critica letteraria. Ho avuto così modo di mettermi in contatto con lui e di scambiare qualche mail vertente principalmente su alcuni aspetti importanti della letteratura: la letteratura migrante, la metaletteratura, la poca fortuna del genere “racconto” in Italia, tutte questioni a conoscenza dell’attuale élite culturale italiana.

Julio Monteiro Martins, scrittore di origini brasiliane, insegna attualmente Lingua Portoghese e  Traduzione all’università di Pisa con un curriculum letterario fatto di pubblicazioni, collaborazioni, presenze a conferenze, studi critici, ricchissimo e per questo, invidiabile. Esordì nel mondo letterario a metà degli anni Settanta in Brasile con testi nella sua lingua originale (Torpalium, Bárbara, A oeste de nada, O livro das Diretas,…) e, a partire dal 1995, anno nel quale è giunto in Italia, ha pubblicato nella nostra lingua senza mai smettere. Tra le sue pubblicazioni più celebri vanno ricordati il romanzo madrelingua[1] e  la raccolta di racconti L’amore scritto, entrambi editi da Besa.

Nel 2011 la casa editrice Libertà Edizioni ha pubblicato un interessante studio critico sulla scrittura di Julio Monteiro Martins dal titolo Un mare così ampio, curato da Rossana Morace. Nel testo, nella parte finale, è presente una interessantissima intervista che Rossana Morace ha rivolto allo scrittore e in appendice alcuni racconti brevi inediti.

Ho il grande piacere ed onore di fare qualche domanda allo scrittore, su alcuni aspetti centrali del suo percorso letterario. Grazie anticipatamente per avermelo concesso.

 

LS: Il libro Scrittura e migrazione[2] edito nel 2006 e contenente gli atti di una serie di conferenze tenute all’università di Siena con altrettanti scrittori migranti, mi ha avvicinato all’argomento interessandomi molto. Nel suo intervento, Lei sottolinea la differenza che esiste tra gli “scrittori migranti” e i “migranti scrittori”, una differenza sostanziale che si esplica principalmente, tra i vari caratteri, nel considerare i primi i “veri scrittori”, cioè coloro che lo erano già prima di migrare in un paese. Nel testo, più volte, ci si riferisce al fatto che la “letteratura migrante”, una letteratura viva, contemporanea, ma anche non (dato che le migrazioni sono sempre esistite) sia in realtà poco studiata, analizzata in maniera poco attenta, tanto da finire per risultare una letteratura di second’ordine. In una società nella quale il multiculturalismo, l’internazionalizzazione, l’abbattimento di frontiere e l’ospitalità comunitaria sono (con spregevoli eccezioni) dei dati di fatto, delle realtà consolidate, quali sono secondo Lei le cause o le motivazioni che stanno alla base di questa “ghettizzazione” degli scrittori migranti, nella loro “inferiorità” rispetto ai colleghi autoctoni?

JMM: Non vorrei essere frainteso. Un concetto come questo di “veri scrittori” mi sembra troppo elitario e non mi appartiene. Siamo tutti “veri scrittori”, ognuno a modo suo. Con la distinzione tra “scrittori migranti” e “migranti scrittori” volevo solo chiarire una differenza di origine della scrittura, di motivazione esistenziale: per qualcuno la scrittura è nata molto presto nella vita come vocazione squisitamente letteraria, un’inclinazione naturale all’affabulazione, all’inventare e raccontare storie, per qualcun altro invece è nata più tardi, come reazione a una condizione tutta nuova e pericolante, quella dell’immigrato in un grande paese occidentale. Tutto qua. Non facevo nessuna valutazione qualitativa, ma soltanto un necessario chiarimento sulle origini possibili della letteratura scritta nella nuova lingua, origini ben diverse ma che alla fine sono confluite nell’attuale letteratura italiana della migrazione, e questo è ciò che interessa. La distinzione da me proposta, ormai dieci anni fa, e che è diventata nel tempo un punto fermo tra gli studiosi della materia, ha uno scopo logico-didattico, fa riferimento a un processo di formazione di ciascuno scrittore durante la sua particolare parabola esistenziale.

Poi, quando si ragiona sul concetto, peraltro molto questionabile, di “vero scrittore”, può sembrare che si parli di un qualche tipo di predestinazione o di privilegio, e non è il caso. Semmai, se devo proprio fare una distinzione tra “veri scrittori” e “falsi scrittori” direi che “falsi scrittori” sono quelli che scrivono con fini strettamente commerciali, gli autori dei “best seller” o candidati a tale, che scrivono una sorta di spazzatura modellata di proposito per corrispondere a un conformismo prefabbricato dal marketing delle case editrici e dello squallido collaborazionismo di una certa stampa. Falsi scrittori che sfornano falsi romanzi erotici, falsi gialli e noir, falsi splatter, false storie d’amore per adolescenti, false fiabe fantasy medioevali inzuppate di un’ideologia di destra, proponendo un ritorno alle caste sociali, false autobiografie lacrimose, falso umorismo politico che in fondo fa propaganda subliminale in favore di quello che finge di criticare, falso misticismo e esoterismo da shopping-center, falso eroismo da guerrigliero fasullo nella “giungla” della Costa Smeralda. La vera letteratura tuttavia persevera, al buio, sotto questa montagna di detriti che cerca di sotterrarla ogni mattina dell’anno. E, sai, una valanga di spazzatura non può fare una biblioteca, semmai fa una discarica.

Sono i falsi scrittori quelli che svendono l’arte letteraria con una retorica di facile digestione, semplicistica e banale, ingannevole, farcita di stereotipi e che strumentalizza vecchi e logorati preconcetti e luoghi comuni duri a morire per così cadere nelle grazie di un pubblico estivo saltuario e poco esigente, facendo appello ai sentimenti peggiori di questo, alla dimensione più arretrata di una società che invece ha un bisogno irrimandabile di modernizzarsi, di aprirsi, e che è ancora molto restia al diverso, ha paura e diffidenza di tutto quello che ancora non gli è familiare, altro che “ospitalità comunitaria”.

Solo a pensarci, o a ricordare certi brani dei cosiddetti “libri di successo” in cui incappo casualmente, mi viene il voltastomaco. Senza mai smettere di combattere questa corruzione generalizzata dell’arte letteraria, devo anche assuefarmi un po’ a questa schifezza per non soffrire troppo. Condivido in pieno l’indignazione di Pablo Neruda, che in risposta a una domanda sulla verità della sua poesia si è alzato e ha risposto: “Dios me libre de mentir cuando estoy cantando”.

 

 LS: Se si pensa alla letteratura in base ai diversi periodi storici (letteratura romantica, letteratura risorgimentale, letteratura della guerra civile, letteratura elisabettiana, etc) o alle correnti, stili, tendenze (letteratura futurista, letteratura modernista, letteratura frammentista) allora la definizione di “letteratura migrante” sembra essere anomala e non rispondere a nessuno di queste due determinazioni: quella storica-temporale e quella di genere. La “letteratura migrante” finisce così per essere un ampio calderone nel quale troviamo autori giovani, a noi contemporanei, altri morti e sepolti da secoli (i grandi viaggiatori ed esploratori, non erano forse migranti?), di tutte le nazionalità, che scrivevano nei vari generi ed erano distanti anni luce l’un l’altro per sensibilità. È forse in questa stessa definizione di letteratura che si cela il germe della sua vaghezza, indistinzione, mancata caratterizzazione e conformità che porta poi il lettore a preferire altri tipi di letteratura più “caratterizzati”?

JMM: Innanzitutto, non accosterei la narrativa degli antichi viaggiatori come Marco Polo o il Montesquieu delle “Lettere persiane” alla contemporanea letteratura della migrazione, che è un fenomeno diverso e circoscritto a una trasformazione epocale, a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo. Qui domina la globalizzazione delle merci e dei media, che vuole escludere però quella dei corpi degli esseri umani (sì, perché le menti si globalizzano lo stesso), la formazione della soggettività di un “ceto medio” mondiale, presente oggi nello spirito anche degli abitanti delle zone più povere del pianeta, le nuove guerre del neo-liberalismo che provocano gigantesche maree di profughi, Internet e i voli low-cost, ma soprattutto le migrazione di interi popoli, un fenomeno di dimensioni bibliche. Questi uomini e donne, quando salgono sui gommoni ripetono il gesto che avevano già realizzato negli anni precedenti: salire sui “gommoni” delle idee, della fantasia di un nuovo mondo e di una vita nuova di zecca. Il vero gommone, quello che preannuncia i gommoni gonfiabili, è il gommone dei sogni. Il resto sono mezzi di trasporto di fortuna, barchette, camion, container, pretestuosi visti di turista, la snervante attesa delle regolarizzazioni, delle amnistie, i finti contratti di lavoro, i finti matrimoni, insomma le consuete strategie di sopravvivenza. L’energia viene emanata dalla potenza del loro desiderio, un desiderio sedimentato dopo anni di febbrile fantasticare. Vedi, la letteratura della migrazione è il miracoloso risultato artistico di questa immensa avventura dei corpi e degli spiriti. La luce della stella che guida gli uomini verso la terra promessa.

Siamo immersi profondamente nello zeitgeist di questo periodo storico. Le migrazioni sono l’epidemia del nostro tempo. Dico sempre che oggi anche quelli che s’illudono di rimanere fermi, statici, al sicuro, radicati nel paese dove sono nati, migrano a ritroso, perché è il mondo attorno a loro che si sposta velocemente, e un bel giorno si guardano intorno e non capiscono più nulla, non sanno più dove si trovano. Migrano nel tempo, che allo stesso modo è un paese straniero.

Nessuna letteratura rispecchia meglio questo zeitgeist della letteratura della migrazione. È nata e cresciuta al suo interno, superando le sue trasformazioni. Gli scrittori e le scrittrici che la creano ogni giorno hanno vissuto in pieno il trauma della migrazione, hanno dovuto ricomporre un’identità frantumata, riscrivere più volte il proprio personaggio. Hanno acquisito, a scapito di loro stessi, una saggezza e una sintonia con la modernità che è tutta spontanea e reale, è viva, non pianificata a tavolino da qualche editor astuto, ed è quello che regala a questa letteratura il particolare e inconfondibile spessore.

A proposito, in Italia si parla tanto, e giustamente, della “fuga di cervelli”. Perché non parlare anche del consistente “sbarco di cervelli” avvenuto qui negli ultimi decenni?

 

LS: La metaletteratura è un espediente narrativo (ma non solo) che è stato ampiamente utilizzato in forme e modi diversi nella letteratura postmoderna. Secondo alcuni il postmoderno è ormai terminato da anni, secondo altri ci troviamo nel post-post-moderno. Ci si riferisce tradizionalmente alla letteratura dell’oggi, del nostro momento, alla letteratura contemporanea sebbene la definizione sia abbastanza approssimativa, erronea e “allargata” nel senso che anche Svevo, Pascoli e Gozzano – solo per fare qualche esempio – sono autori contemporanei. Come secondo lei la letteratura – non solo quella italiana – è cambiata (in cosa) rispetto ai “grandi padri” contemporanei e quali tendenze/generi/correnti nota nella letteratura contemporanea?

JMM: Cominciamo dalla metaletteratura. Secondo me è sbagliata la tendenza generale a vederla come un ipersofisticato e complesso esercizio di virtuosismo narrativo, una strategia narrativa messa in atto da alcuni writer’s writers, i maestri della forma e delle sperimentazioni, magari con lo scopo velleitario di esibire le loro doti. In Italia, ogni volta che sento parlare di metaletteratura sembra che si parli di cose ermetiche, esoteriche e anche un po’ noiose, per una manciata di iniziati, come la teoria quantica o la fisica delle particelle. Invece la metaletteratura – quella presente per esempio in Pirandello, nel Borges di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in Vila-Matas o nel mio romanzo madrelingua – non è altro che un modo contemporaneo di giocare con la struttura letteraria, di divertirsi portando a galla il dietro le quinte della scrittura, svelando la sua impalcatura, lo scheletro, come attraverso un raggio X. Nei casi più riusciti, riesce a trasmettere ai lettori non un senso di pedante erudizione ma al contrario una leggerezza che dice “dài, non prendete troppo sul serio il racconto, in fondo è solo un gioco”. Trasmette un sano scetticismo, che deride con buon umore la tradizionale “sospensione dell’incredulità” della narrativa, come nel gioco delle tre carte. La metaletteratura narra contemporaneamente in diversi livelli esegetici, e in 3D, si potrebbe dire, e può essere molto divertente. In essa tutti i ruoli sono scambiabili, come in un ballo in maschera, e il narratore che, attenzione, non è l’autore, diventa a sua volta un personaggio, fino a che compare dal nulla un altro narratore, che si presenta come quello vero, e cioè travestito da autore, mentre i personaggi si ribellano a questo gioco che smaschera il loro ruolo consueto e rivendicano un atteggiamento più “autorale” dall’autore. Oltre a madrelingua, avevo scritto in Brasile due opere metaletterarie (anche se molti altri miei testi hanno “pennellate metaletterarie” al loro interno). Sono il romanzo “O Espaço Imaginário” (Lo spazio immaginario) e il lungo racconto “Migrações” (Migrazioni). Sono forse i libri che mi sono più divertito a scrivere, e a volte dovevo fermarmi per ridere da solo con le cose assurde che inventavo.

Inoltre, non bisogna dimenticare che oggi quasi tutti scrivono, penso che mai una generazione di lettori ha avuto una tale dimestichezza con le questioni che naturalmente affiorano nello scrivere, molti sono voraci lettori che vivono immersi nel grande mare della narrativa. Quindi, da questi lettori, la metaletteratura è un genere molto apprezzato, perché le storie trattano proprio di un mondo, quello della scrittura, che gli è caro e conosciuto, il particolare ambiente metaletterario gli è familiare, sono curiosi delle strategie letterarie, dei problemi collegati alla creazione, alla verosimiglianza, alla costruzione e decostruzione di trame, intrecci, stili e personaggi.

Quanto alla seconda parte della tua domanda, devo confessare che ho un problema con queste etichette, del tipo postmoderno, post-postmoderno, ecc. Sembrano voler nascondere, più che rivelare. Per esempio, l’etichetta “postmoderno” – oltre a tutte le teorie astruse che gli hanno cucito addosso – può essere vista anche come un grande artificio promosso da una certa critica per giustificare e agevolare l’abbandono dell’arte impegnata in favore di una superficialità voluta, di un’adozione dei simboli del mercato – da Prada alla Danone, alla Sony e alla Samsung – come icone, prestandogli un’aura che non possedevano, e tutto questo ispirato dalle tentazioni neoliberiste che hanno stregato tanti intellettuali. In altre parole, una cortina di fumo per nascondere un tradimento, non molto diverso dal “tradimento dei chierici” descritto da Julien Benda nel lontano 1927. Sarebbe una strategia un po’ furbesca di, rimescolando tutte le carte, sovvertire le regole del gioco in chiave conservatrice.

Vedi per esempio la questione del sesso dal punto di vista “postmoderno”. Si è tramutato in merce, è diventato una branca dell’industria dell’intrattenimento, in un’operazione di “abbellimento” della prostituzione che ha cambiato la moralità piccolo borghese anche attraverso alcuni film e articoli di riviste e giornali che hanno rivestito di un inedito, e del tutto falso, glamour neoliberale l’atto di prostituirsi. Fino a pochi anni fa eravamo in piena mercificazione generale di tutto. Ogni cosa che deteneva un valore riconosciuto doveva avere un prezzo di mercato, il corpo e l’anima, e anche l’onestà, l’onore, l’opinione e la verità. Per fortuna le cose sembrano riacquistare un certo equilibrio negli ultimi anni, e forse la cosiddetta “crisi” – che non è mica una “crisi” ma un cambiamento definitivo di parametri in Occidente – è venuta per salvarci piuttosto che per rovinarci.

Tornando alle etichette, al loro posto preferisco rivolgere la mia attenzione sul fenomeno, sulla cosa, viva e vera, sulla scrittura in sé, sulla qualità della fattura letteraria, in grado occasionalmente di fare scaturire da sé una forza dirompente. Vedi, non riesco a innamorarmi delle cartelle. Mi innamoro delle storie.

Per concludere, e in risposta a quello che mi solleciti nella tua domanda, e senza azzardarmi a fare una classifica di tendenze e di generi, voglio sottolineare la molteplicità, la varietà mozzafiato della letteratura del nostro tempo, la coagulazione lenta ma costante delle vecchie letterature nazionali in una nuova letteratura mondiale, seguendo passo a passo le trasformazioni della soggettività collettiva in un mondo sempre più globalizzato. Una caratteristica lo rende, questo mondo, particolarmente affascinante, è il fatto che mentre cresce per certi aspetti l’omologazione e la standardizzazione del gusto e dei valori, si sviluppa in contemporanea un nuovo apprezzamento delle realtà locali, di nicchia, della “biodiversità” culturale, delle narrazioni prodotte dalle diverse culture ed etnie, delle svariate interpretazioni della vita e del trascendente, delle lingue minoritarie e delle fiabe e tradizioni create da piccoli e arcani gruppi umani. Un mondo che diventa al contempo più concavo e più convesso, vuole concentrare e vuole diffondere, come un grande cuore, con le sue sistole e le sue diastole, questo mondo distingue  ma poi mescola visioni, pensieri e fantasie.

E anche il ritmo delle trasformazioni si è notevolmente accelerato. Nello spazio di un’unica vita umana – che peraltro si è parecchio estesa – è possibile sperimentare diversi cicli storici, alte e basse maree artistiche e filosofiche: individualismo seguito dal collettivismo totalitario, poi il recente individualismo e infine il collettivismo che sembra stia tornando, stavolta democraticamente. Apice, decadenza, oblio, rinascita, nuovo apice delle stesse manifestazioni. È possibile, mentre si invecchia, vedere queste maree tornare anche due, tre volte, e diventare fenomeni universali nelle viscere della cultura.

Un esempio personale della vertigine delle trasformazioni: quando penso che ho scritto diversi libri prima del computer e prima addirittura delle fotocopiatrici, e che per poterli presentare a un concorso o a una casa editrice dovevo ricopiarli ogni volta, mi sembra proprio di essere un reduce del medioevo, una sorta di monaco amanuense venuto da uno sperduto monastero chiamato Rio de Janeiro anni ’70.

Considerando tutto questo su cui abbiamo riflettuto, mi viene da dire che la sensibilità letteraria che ha dato origine al nuovo protagonismo del racconto breve, alla letteratura della migrazione e alla metaletteratura è proveniente anch’essa da questo tempo accelerato, da questo orbitare a una velocità pazzesca attorno a un mondo incostante. La letteratura del futuro non sarà qualcosa che possiamo progettare razionalmente, ma qualcosa che saremo noi stessi diventati, a scapito dei nostri desideri. Qualcosa di inevitabile, irreversibile e ineluttabile, che stupirà i suoi autori non meno che i suoi lettori.

 

LS: Nella mia attività di critico-recensionista ho avuto l’occasione di leggere varie raccolte di poesia, genere che leggo con assiduità preferendo, però, la narrativa ed ho notato che ai nostri giorni c’è una tendenza molto diffusa nel pubblicare di tutto senza che ci sia alla base una vera e seria selezione editoriale dei materiali. La poesia, da sempre decantata come il genere più puro d’espressione umana, è stata – a mio avviso- maltrattata, violentata, derisa e beffata in una serie di sillogi che ho potuto leggere per una serie di elementi quali la mancanza di originalità, l’utilizzo di un linguaggio criptico, a spirale, ridondante, pieno di nonsense con la sola volontà di creare dubbio e smarrimento nel lettore. Credo che in molti si riempiano la bocca di “poesia”, scrivendo semplicemente spazzatura. Cosa ne pensa a riguardo? Ogni forma dell’espressione ha un suo valore intrinseco e deve necessariamente essere rispettata anche se travalica i canoni estetici/stilistici/canonici oppure la selezione, la qualità, la capacità espressiva sono più importanti?

JMM: Non c’è giorno in cui io non pensi all’importanza immensa della poesia e non celebri dentro di me, a modo mio – pensando al significato di un verso, scrivendo qualcosa, leggendo poesie, selezionandole per la rivista – la sua esistenza nella mia vita. Offro spazio per la poesia, sempre, in diverse sezioni della rivista Sagarana, e quando, in Brasile, ero il direttore della casa editrice Anima, pubblicavamo tanti libri di poesia quanto degli altri generi, forse di più. Oggi le richieste per i reading delle mie poesie sono uno dei pochi inviti che non rifiuto mai, e mi sposto qua e là per l’Italia, in Svizzera, in Francia, non di rado pagando il biglietto di tasca mia, perché per onorare la poesia farei qualsiasi cosa, davvero. E non solo le mie poesie, ma anche, per esempio, reading miei delle poesie di Pablo Neruda, di Drummond de Andrade, o di Fernando Pessoa.

Detto questo, ammetto che hai ragione sul proliferare di poesie scialbe, ridondanti, o troppo sbiadite o troppo sgargianti, con urla isteriche senza un motivo chiaro, o sciatte e tirate via, oppure pedanti e noiose come un ingorgo di traffico, o tormentate dentro la loro noia come avere la macchina guasta dentro un ingorgo di traffico. Tuttavia sono convinto che non esiste “cattiva poesia” perché se è poesia non può essere cattiva. Sarà sempre, in qualche modo, ricerca, problema, catarsi, seduzione delle parole, braccio di ferro con i concetti, estasi metaforico. Sarà sempre e comunque un atto d’amore (non dimentichiamolo, anche la vanità è amore verso sé stesso).

Pensando alla commovente generosità dei poeti possiamo affermare che nessuno dedica tante ore come loro a qualcosa con così poche chances di avere un qualsiasi ritorno. L’accusa tacita ai poeti è conosciuta: sprecare la loro vita in qualcosa di perfettamente inutile. Nessun dare è così disgiunto dal ricevere quanto lo scrivere poesia. E nonostante tutto mi arrivano ogni giorno poesie belle e bellissime. Scopro ogni settimana un nuovo bravo poeta (questa settimana per esempio è stato il turno dell’argentino Roberto Juarroz: “Sto perdendo le zone intermedie. / Percepisco soltanto ciò che è molto vicino / o ciò che è molto lontano. / Questo cambio radicale dei sensi / o chissà il sorgere di un senso diverso / conferma il mio sospetto / che soltanto negli estremi / abita il reale.” E ha scritto che la poesia “è sempre tempo giovane / tiepida valigia della vita”.)

Posso dire che la mia “tiepida valigia” è più spaziosa a causa della vicinanza persistente della poesia. E quando non capisco quello che mi sta succedendo, quando non capisco più niente e non so come spiegare certe cose, è alla poesia che chiedo aiuto, e lei mi trova le parole chiare per i miei pensieri appannati, impenetrabili anche a me stesso. Meravigliato, riesco allora ad esprimere l’anima di un io sconosciuto. Ero rauco, balbettante, a volte muto, e la poesia è venuta in mio soccorso per restituirmi la voce smarrita. Come non esserne grato?

Forse non ho risposto alla tua domanda, almeno non nei termini in cui l’hai formulata. Ma devi capire, hai toccato un nervo troppo sensibile, il rapporto con la poesia, e non potrei parlare di poesia in un modo razionale, cartesiano, senza sentire di averla tradita.

 

LS: Lei ha avuto modo di sostenere che il racconto, ossia la narrativa breve, è la forma di scrittura più adatta, espressiva, esatta e congeniale al suo essere scrittore. Condivido pienamente l’importanza che riconosce a un genere che, come lei ha sottolineato, viene un po’ snobbato in Italia perché equiparato a una espressione frettolosa e concisa, a una sperimentazione o addirittura a una mancanza di immaginazione. Sono convinto come lei che il racconto sia una forma di scrittura particolarmente efficace e diretta, tanto che anche io lo preferisco ad altri generi, sia in lettura che in scrittura. Lei sostiene che la mancata affermazione e il poco riconoscimento del racconto nella letteratura italiana, al di là di semplici e frettolose spiegazioni che hanno poco di letterario, sia da ricercare nell’aspetto conservatore del pensiero e della società italiana. Sarebbe in grado di ampliare questo aspetto e di parlarcene più diffusamente?

JMM: Questa svalutazione del genere racconto, a cui fai riferimento, tutta italiana in verità, è un segno di ignoranza, è non capire minimamente il percorso della letteratura nel Ventesimo e Ventunesimo secolo. I generi letterari non nascono, prosperano o muoiono per decisione dei critici. Essi sono il risultato e la materializzazione di una certa costante sintonia dell’arte letteraria con la sensibilità generale di ogni periodo storico. Cambiano gli uomini, cambia la società, cambia il genere letterario. C’è poco da fare. Il romanzo epistolare per esempio era in perfetta sintonia con la sensibilità di una certa aristocrazia europea del Settecento, così come il romanzo-fiume, le narrazioni monumentali, i grandi pannelli narrativi come “La commedia umana” di Balzac o “Alla ricerca del tempo perduto” di Proust, con intrecci che si dipanavano per decenni, a volte per secoli. Corrispondevano a una sensibilità di un certo mondo borghese dell’Ottocento post-Restaurazione, un mondo stile Biedermeier. Il romanzo-fiume si prolungò nel tempo fino a ritrattare la decadenza e il sovvertimento di quel mondo, per esempio nel ciclo dei Rougon-Macquart di Zola, nei “Buddenbrook” di Thomas Mann, e più vicino alla nostra epoca nel ciclo ambientato nella contea di Yoknapatawpha, di Faulkner. In Brasile, oltre ai libri di Machado de Assis, con il consigliere Aires come narratore/protagonista di diversi romanzi, e all’opera di Macedo, abbiamo i 15 volumi della “Tragedia borghese” di Octávio de Faria. Queste opere smisurate, quasi infinite, dipendono per nascere da una coerenza stabile del mondo nella mente dei suoi autori, da una weltanschauung tipicamente ottocentesca, impossibile in un Novecento esplosivo, nichilista, spaccato tra ragione e inconscio, “oltre il bene e il male”, frammentario, surreale, assurdo, senza più Dio e, nel suo epilogo, anche senza più Storia. Molti individuano la rottura negli orrori della Prima Guerra Mondiale, nella delusione con la Scienza e il Progresso, divenuti agenti del Male contro ogni speranza, l’incubo delle trincee, le stragi commesse in nome dell’amor patrio, origini di opere strazianti come “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, di Remarque o “Terra desolata” di T. S. Eliot: “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura”. Dopo la “grande guerra civile europea” niente più sarebbe stato lo stesso, e tra le sue vittime giaceva anche il romanzo-fiume e la sua ormai impossibile compattezza.

Il romanzo stesso è prima esploso al suo interno, riducendo la sua dimensione e così assumendo per la prima volta un’inedita “modestia” ontologica, oltre a limitare anche l’estensione temporale della trama, che in certi casi aveva la durata di un solo giorno, come nel “Ulysses” di Joyce, in “La nausea” di Sartre, in “Lo straniero” di Camus o in “La passione secondo G. H.” di Clarice Lispector. Pensiamo, per esempio, alla dilatazione/concentrazione del tempo in “Gita al faro” di Virginia Woolf o nel “L’urlo e il furore” di Faulkner.  Inoltre, il senso della realtà era completamente destabilizzato e rovesciato con il dominio dell’inconscio sulla logica; romanzi come “Il male oscuro” di Giuseppe Berto, “La casa assassinata” di Lucio Cardoso o “Mia madre” di Georges Bataille ne sono degli esempi compiuti. Le pulsioni dell’inconscio determinano il discorso del protagonista ma a volte anche quello del narratore. Ed è in questo contesto liquido e instabile che nasce il racconto breve contemporaneo, come un ulteriore passo nella frammentazione della narrativa. E in certi casi non sarebbe esagerato parlare addirittura di polverizzazione della narrativa, come in Augusto Monterroso, in Cortázar, in Donald Barthelme o in Carver. Non a caso questo genere appare con forza prima nelle zone più dinamiche e in rapida trasformazione del mondo, gli Stati Uniti, l’America Latina, la Spagna del dopo-Franco. La sfida letteraria in quel momento era riuscire a realizzare una “fotografia istantanea” dello spirito del nostro tempo, con la massima concentrazione di senso, cogliere l’attimo nella sua massima intensità, senza più l’illusione di un nesso coerente e uniforme (quello che in passato era all’origine del romanzo) e soprattutto senza più desiderarlo: donne e uomini nuovi, affezionati ormai al mutamento e all’indistinto. Il racconto breve emerse così come la forma perfetta e provvidenziale, lo strumento narrativo più preciso, più chirurgico, per le soggettività che si affermavano. In seguito, anche i paesi che avevano trovato in passato nel romanzo la loro espressione per eccellenza, come la Francia, la Germania o l’Inghilterra, ritrovarono linfa letteraria nel racconto breve, come le principali riviste letterarie inglesi di oggi, “Granta” in testa, dimostrano chiaramente.

In questo processo, l’Italia è rimasta indietro, magari non nel suo ambito creativo, dove il racconto si è espanso nettamente, e riviste come “Sagarana”, “El-Ghibli” ne sono la prova, ma per quello che riguarda la critica, l’accademia e anche la stampa culturale c’è stato, come descrivi bene nella tua domanda, un rifiuto emotivo, viscerale e irrazionale del genere racconto, una vera rete di giudizi sfavorevoli che cerca a tutti i costi di ridimensionare la sua importanza, di confinarlo in una sorta di “dilettantismo “ e di irrilevanza letteraria, ed è chiaro che questi giudizi hanno influenzato negativamente le scelte editoriali degli ultimi decenni. È come se l’ascesa di questo genere, il suo protagonismo, mettesse a repentaglio una tradizione che trova nel romanzo di stampo manzoniano il suo “ancoraggio” sicuro. Ma come diceva Cazuza, il cantautore brasiliano, “il tempo, caro mio, non si ferma mica”. Lo sforzo di “protezione” della tradizione del romanzo in Italia – protezione di cui il romanzo peraltro non ha alcun bisogno – non è un segno di forza, bensì segno della percezione della sua recente fragilità. Come ho scritto nel madrelingua, “ai nostri giorni non è più possibile scrivere un romanzo, e non è più possibile non scriverlo”. Questo inutile sforzo protettivo cerca di arginare il fatto che l’uomo che si sentiva pienamente rappresentato dalle caratteristiche del genere romanzo sta scomparendo e dando luogo a un uomo nuovo, più assuefatto all’effimero, alla precarietà, più veloce mentalmente e più flessibile nelle sue “certezze”, e anche più aperto al mondo e al diverso. E l’uomo nuovo vuole leggere libri nuovi.

Come si fa a immaginare che la letteratura può rimanere statica e congelata dopo l’enorme diffusione di Internet, con le sue pratiche di lettura così differenti, con la sua scrittura frammentaria, al sapore di un clic o di uno zapping? Nei tempi dei paragrafi solitari nei post dei blog o nei social network? Nei tempi della nascita, insieme agli e-book, della possibilità di creare e di pubblicare libri di 50 pagine, prima considerati impraticabili dall’editoria tradizionali, e aprendo così nuovi orizzonti all’idea stessa di “libro”? Sappiamo bene che tutte le innovazioni sostanziali in Italia – al di là del “coraggio” tutto sommato innocuo del design, della forma per la forma – sono travagliate e arrivano in ritardo. E qualcuna, penso alle rivoluzioni democratiche per esempio, non arrivano mai. Ma succede che il mondo diventa sempre più piccolo e interconnesso, e l’Italia non può pretendere di esistere isolata e protetta dalle potenti tendenze della mondializzazione. Nel caso del racconto breve, lo sforzo di fare finta di ignorare la sua affermazione e il suo prestigio è così grande, e così patetico, che alcuni critici arrivano a menzionare il genere “racconto” facendo riferimento esclusivamente alla produzione del periodo rinascimentale, quello di Boccaccio e dei suoi contemporanei per intenderci. Come se fosse non un genere fiorente ma… estinto!

In ogni modo, cambia poco. Il vigore dello sviluppo del racconto è palese e inarrestabile. La trasformazione viene dal basso, dalla creatività dei nuovi autori e dai gusti dei nuovi lettori. Ogni anno il racconto breve diventa più importante anche in Italia, più apprezzato, più necessario – è da lì che vengono le innovazioni, le sperimentazioni, l’avventura del narrare –, oltre ad essere il genere per eccellenza degli scrittori non italiani che hanno scelto l’italiano come lingua letteraria.

 

Grazie mille per avermi concesso questa intervista su alcuni aspetti nevralgici e cruciali della letteratura del nostro oggi.

 

Lorenzo Spurio

 31 Agosto 2012


[1] Su questo romanzo ho scritto una recensione, pubblicata sul mio blog personale e disponibile qui: https://blogletteratura.com/2012/07/25/madrelingua-di-julio-monteiro-martins-recensione-a-cura-di-lorenzo-spurio/

[2] Su questo libro ho fatto una mia recensione-analisi, pubblicata sul mio blog personale e poi anche sulla rivista di letteratura migrante “El Ghibli” fondata dal senegalese Pap Khouma e disponibile qui: http://www.el-ghibli.provincia.bologna.it/index.php?id=6&sezione=4&idrecensioni=186

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.