Michela Zanarella torna con “Le identità del cielo”, nuova silloge poetica edita da Lepisma

Titolo:  Le Identità del cielo
Autore: Michela Zanarella
Genere: Poesia
Collana: La Cicala (collana diretta da Dante Maffia)
Editore: Lepisma Edizioni
Anno: 2013
Pagine: 54
Prezzo (brossura): 13.00 €
Isbn: 9788875372033

 

1395770_611477918910384_172609660_nLa silloge “Le identità del cielo” di Michela Zanarella, Lepisma Edizioni, è composta da 40 poesie, che si dilatano, si restringono e si dissolvono come nuvole, così come le sensazioni che si manifestano nella vita, assumendo le infinite identità del cielo. Non mancano gli omaggi ad Antonia Pozzi, ad Alda Merini, a Monteverde che sottende Pier Paolo Pasolini e ad un’amica. Echi di montagna docili e taglienti introducono alla prima fanciullezza della poetessa, che acquistano valore sociale con le strade di Damasco, dove il ferro ancora brucia. Il silenzio sottile del mondo conclude le poesie qui raccolte.

  

Cenni biografici sull’autrice:

Michela Zanarella, è autrice di poesia, narrativa, testi teatrali, supporto stampa di ELFA Promotions, realtà di promozione artistica.  Nata a Cittadella (PD) vive e lavora a Roma, dove svolge la sua attività collaborando con varie testate giornalistiche on web.

Ha pubblicato otto libri “Credo” , “Risvegli”, “Vita, infinito, paradisi”, “Convivendo con le nuvole”, “Sensualità”, “Meditazioni al femminile”, “L’Estetica dell’Oltre”, “Le identità del cielo”. Ha ottenuto diversi riconoscimenti nazionali ed internazionali.

  

Il libro si può prenotare qui: http://www.ibs.it/code/9788875372033/zanarella-michela/identita-del-cielo.html 

“Al rob al cambia”, la nuova silloge in dialetto romagnolo di Paolo Gagliardi

Al rob al cambia
di Paolo Gagliardi
L’Arcolaio Editore, Forlì, 2013
Genere: poesie in dialetto romagnolo
 
 
Estratto dalla prefazione di FABIO FRANZIN

 

_ Copertina AL ROB AL CAMBIA _ UltimaLa raccolta che qui si presenta, dà conto del tema in cui, tutto l’Occidente sembra invischiato per cause che paiono ai più oscure: nel continente ricco, guida del pianeta in quanto a storia, democrazia e benessere, si apre di colpo una falla, una faglia in cui sprofonda il popolo tutto, con il suo status, i suoi euro, le sue garanzie; si perdono milioni di posti di lavoro, e altri milioni di giovani non ne hanno accesso, col rischio, gravissimo, di trovarci di fronte al dato terribile di una generazione perduta.
Ma il poeta non è un sociologo. Non può che descrivere questa ecatombe se non riportandola al di sotto dei diagrammi, delle algide cifre, raccontandola nello strappo alle proprie carni, dall’interno di una casa, una famiglia, una comunità.
Ed ecco che quando il poeta perde il lavoro, pochi anni prima della pensione – perché anche i poeti lavorano e sudano, tutti, ed è questo che gli insegnanti dovrebbero ricordarsi di puntualizzare nelle loro lezioni, perché il poeta è un uomo fra gli uomini,
con le preoccupazioni di tutti, non una cometa appesa nel cielo, o un dio che vaticina da un palco – attua le sue misere, umane, strategie per tirare avanti, per sopravvivere al cambiamento. Per non spendere, per esempio: a j ò impinì cun dagli égh e’ partafoi (ho riempito di aghi il portafoglio), stratagemma davvero acuto, acuminato, metafora davvero pungente, se qui mi si permette una banale grossolanità; o per non sprecare il cibo che avanza: Se dmenga u j armasta / dla chérna da bród, /mért a i dëgh la źounta /
cun de’ pen graté, dla fórma, / dagli óv e di pardisol / e pu a fëgh al pulpet freti. (Se domenica avanza / della carne da brodo, / martedì ci aggiungo / del pane grattugiato, del parmigiano, / delle uova e del prezzemolo / e poi faccio le polpette fritte). È il
popolo, nel portato suo più vero, quello che l’inchiostro di Gagliardi fissa sulla pagina, dove c’è chi, come la vecchietta vicina di casa del poeta, che dopo aver finito il mensile della pensione, i suoi risparmi, vende la fede nuziale per giocarseli nelle slot machines;
o chi baratta il suo tempo, diventato ora purtroppo libero, per l’intervento di un antennista; o ancora chi trova il coraggio, dopo do dida d’pitura (due strati di trucco) per fare la statua candida e immobile (chiamata dal poeta fantasma), per tnir int al men
che piat, / a lè, in faza a l’ipercoop (tenere in mano quel piatto, / lì, di fronte all’ipercoop), di chiedere, cioè, l’elemosina.
Fra i versi di Gagliardi sembra di ritrovare, anche nel dolore e nella disperazione il sapore e l’ironia dei suoi predecessori conterranei, di Baldini o di Tonino Guerra, il cinema di Fellini, tutto il circo e la commedia di una umanità dolente, ma non perciò
meno viva, pulsante. Come il poeta che fa i conti coi suoi chili di troppo, quando sa che il poeta, per antonomasia, è un morto di fame, o il disoccupato che dice alla moglie t’am pu mandé tota la smena / a fé la spéṣa int e’ discaunt (puoi mandarmi tutta la settimana / a fare la spesa al discount), ma non vuole rinunciare ad andare a cena fuori, il sabato sera, come quand ch’a simi sgnur (quando eravamo ricchi).

“Stati d’amnesia” di Lella De Marchi, recensione di Lorenzo Spurio

Stati d’amnesia
di Lella De Marchi
con saggio critico di Enzo Campi
con nota di lettura di Maria Lenti
LietoColle, Faloppio (CO), 2013
ISBN: 9788878487659
Pagine: 80
Costo: 13€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Sono sempre la bambina che non mi hanno
detto (la terza madre
di me stessa), sopra quei panni stesi
su di un filo, ad asciugare, ho costruito il mio altare
di parole. (63)

 

lella-de-marchi-stati-damnesia-copertinapiattaIl percorso che il lettore può fare con questo libro è multiforme e variegato e non è un caso che nell’analizzare l’opera si possa parlare di ‘percorso’: nella lirica che apre la raccolta si parla di un senso di cambiamento cercato-temuto in cui centrale è il tema dello spazio, della de-localizzazione e dello spiazzamento (“itinerare”, “transitare”, “vagando”, “inseguendo”, 14), poesia che incontra la sua acme espressiva nei versi “non avere paura/ di non tornare/ non avere paura di ritornare”, 14.

La poetessa pesarese Lella De Marchi, che ha esordito nel 2011 con la silloge La Spugna, ha espressamente strutturato questa nuova raccolta in vari “stati” che in realtà possono essere considerati come delle stanze, degli ambiti in sé definiti e caratterizzati che però, paradossalmente, mostrano anche delle sembianze contrastive. Questi stati assurgono alla dimensione mentale di luoghi-non luoghi, in sé non identificabili secondo un ordine toponomastico, né congetturabili sulla base di reperti realistici. E in realtà l’intera poetica di Lella De Marchi si realizza proprio in una zona liminare, di confine, uno spazio che è terra di nessuno, d’ombra, una “terra di risulta” per citare la poetessa Mia Lecomte. Fondamentale il ricorso all’ossimoro anche se mi pare di capire che la De Marchi si avvalga di immagini contrastive non in virtù di una chiara volontà di appropriazione del mezzo retorico, ma in quanto chiarificazione dei significanti che istituisce nelle sue liriche. Proprio per questo l’immateriale e l’astratto sono profondamente veri, concreti e tangibili nella sua poetica (“tu non dire/ che mi hai vista che so stare appesa al niente”, 15), a partire dalle liriche nelle quali ci si sofferma sul tempo e si squarcia quella falsa consapevolezza o delirio di volontà che vede l’uomo considerare il presente come summa organica del suo passato, come unicum di ricordi ed emozioni vissute. Esistono le discordanze, le zone buie, i black out, le intermittenze, le afasie, gli intervalli, i sentieri impraticabili. E sono queste espressioni di quello che la poetessa condensa sotto la categoria di “amnesie”, momenti dell’uomo che si caratterizzano per una dimenticanza significativa di qualcosa che concerne il suo passato ma che, come osserva la poetessa nella citazione in apertura al libro, non pregiudicano il sistema delle scelte e delle azioni nel suo vivere presente. L’oblio, dunque, ci dice la poetessa non è solo prodotto di una mente consapevole che fa revisionismo o negazionismo su qualcosa del suo passato personale, né è caratteristica del morbo di Alzheimer o comunque di patologie circoscrivibili all’interno della demenza senile, ma riguarda tutti, volenti o nolenti. La dimenticanza, il perduto, la memoria difficoltosa, traballante, impossibile. E la poetessa sintetizza il tutto con versi lapidari ma chiarificatori:  “La vita è uno stato/ di continua amnesia/ una dimenticanza/ ripetuta”.

Il linguaggio, che in varie liriche sembrerebbe adottare una tendenza quasi narrativa per la chiara attenzione nella descrizione di quelli che potremmo definire fotogrammi, in altre invece si assottiglia completamente quasi a diventare filiforme e sfuggente; in questi casi la poetessa utilizza la tecnica della sintesi condensando un pensiero che, oltre che difficile a stendere sulla carta, finirebbe per risultarne de-naturalizzato se si aggiungesse una sola parola in più. Nelle liriche “confini”, “matrioske” e “prigioni” Lella De Marchi è come se utilizzasse con acume e perspicacia il dosatore di una boccia di un profumo e nebulizzasse immagini dai contorni levigati effondendo nell’aria un odore dolce e al contempo acre.

E le immagini che la poetessa evoca e sulle quali chiede un po’ di compartecipazione al lettore nella loro interpretazione a livelli più ampi da quello implicito-materiale, si centralizzano proprio su degli spazi-non spazi, su degli ambiti di intersezione e di rottura (la fessura) sino alla vera e propria apologia della distanziazione da sé (reale e metaforica) con un atto estremo, chiarificatore e necessario, quello della fuga.

Nelle poesie che compongono il sottogruppo “Stato di materia” la poetessa parte dalla fascinazione e dal rispetto nei confronti di Madre Terra evitando volutamente una poetica di encomio per arrovellarsi invece su questioni di carattere cosmologico, palingenetico e di carattere meramente ontologico. La poetessa parte dal concreto (“la massa magmatica rossa”, “il nucleo ad attrazione costante”, 25) per giungere alla componente intimistica, frustrata e annichilita dell’uomo in quanto singolo (quel “flusso delle coscienze” a cui si riferisce che, di certo, non è un flusso di coscienza della Terra, ma di chi la Terra la vive). A seguire gli “Stati di materia” sono gli “Stati animali” con particolari poesie ispirate ad alcuni animali (talpa, serpente, formichiere, ragno nero) descritti in momenti comuni del loro vivere quotidiano, ma dai quali trasuda inquietudine e un senso di minaccia al mezzo naturale per opera delle azioni degli uomini (il serpente sembra parlare in una supplica accorata all’uomo e dirgli “non foderarmi”, 38) sino all’attesa della morte del lombrico (“il lombrico aspetta il gesto/ sconosciuto il colpo/ che lo spezzi in due metà”, 41) che poi non è una vera morte ma quasi una sorta di ri-nascita per scissione binaria. Il ragno nero, invece, dopo un’attenta perlustrazione dei suoi spazi, in un rituale che è la sua convenzionalità, si renderà carnefice in questo mondo animalesco, trasfigurazione di quello umano dove i rapporti tra simili sono sempre più difficili e deviati.

Le poesie che compongono questa raccolta sono come tanti lapislazzuli di diversa fattura assemblati assieme con dovizia e rigore per regalare al fruitore un prodotto d’inestimabile caratura.

 

Lorenzo Spurio

 Jesi, 25 novembre 2013

“Solo ali di farfalla – Anima mia” di Katia Debora Melis, recensione di Lorenzo Spurio

Solo ali di farfalla – Anima mia
di Katia Debora Melis
GDS Edizioni, 2012
Pagine: 61
ISBN: 978-88-97587-78-1
Costo: 8 €
 
Recensione di LORENZO SPURIO
 
 
 
Il poeta cammina
dentro una fiamma e pensa
ai vertici del male,
pensa alla pioggia e a voi. (38)
 

NZOSolo ali di farfalla (GDS, 2012) è una ricca raccolta di poesie della scrittrice Katia Debora Melis, che ha altre valide e premiate opere alle spalle. La raccolta è da me definita “ricca” sia per una giudizio meramente quantitativo solitamente avulso al critico (la raccolta conta cinquantacinque poesie), che per ragioni di carattere estetico, qualitativo e di forte carica espressiva. Le poesie qui presenti sono difficilmente contraddistinguibili in un genere sia per la tematica che per lo stile impiegato (la gran parte di esse sono molto corte tanto da non superare i dieci versi, ma ve ne sono alcune più lunghe e dal metro leggermente descrittivo).

Il linguaggio impiegato è spesso forte e denso di pregnanza di immagini incisive nella mente del lettore (“Il cuore a tempesta/ usa una scure disperata”, 7; “Come un ago nelle vene,/ nel cervello come un tarlo”, 8; “il caldo criminale”, 27, “omeri scoperti”, 52; “palpebre sgomente”, 52; etc.) che permette alla poetessa di dare al suo poetare una certa concretezza materica, addirittura plastica. Le immagini che Katia Debora Melis evoca e che consegna al lettore sono chiare, prive di offuscamenti e di zone d’ombra: la poetessa ci presenta il mondo che la circonda per come lo vede senza particolari formalismi aneddotici, vagliandolo dal suo sentire di donna e di persona coscienziosa.

Alcune poesie sono un tentativo di mettere sulla carta un ricordo, un evento del passato che si è perduto dal momento stesso in cui si è concluso e che è possibile rivivere solo con armandosi di speranza e fiducia:

 Su carta bianca
dilaga
la speranza
dell’introvabile via d’uscita
se cerco di vedere oltre il muro
uno dei miei tramonti persi. (12)

 

Chiaramente quel “tramonto perso” a cui la poetessa si rifà non è uno qualsiasi, ma corrisponde a un momento peculiare e cruciale del suo passato e della sua intera vita del quale non ci è dato sapere di più. Al lettore non viene chiarito il motivo della fissazione del ricordo proprio perché la poesia s’insinua in un tempo-senza tempo dove passato, presente e futuro possono coesistere. Ed è per questo che il sogno (proiezione inconscia dell’essere, non congetturabile) diventa qualcosa che può addirittura essere governato dalla razionalità: “Conosco le immagini dei miei sogni/ che abitano nel ricordo:/ posso tracciarne la cartografia” (15), ma che a volte perderanno la loro lucidità e vitalismo: “Quei sorrisi/ che rimarranno nei sogni/ e, purtroppo,/ sbiaditi” (26). Ci sono poi poesie più naturalistiche: un chiaro interesse nei confronti della natura animale è ravvisabile nel continuo riferirsi ad animali che appartengono ai vari livelli della catena alimentare, ma anche al paesaggio (il mare soprattutto) o il bosco, come in “Piromani”, dove la poetessa non può che denunciare, tra le righe, l’atto ignominioso di chi si è reso responsabile dell’appiccamento di un “fuoco famelico” (33).

Altre liriche danno spazio, invece, a un misto di apatia e insoddisfazione che aleggiano intorno a una tristezza più ampia dalla quale trasuda sofferenza per delle persone perdute e delle quali si cerca di rivivere l’amore attraverso il ricordo e il pensiero, a volta con scarsi risultati:

 

Cerco immerso nell’acqua
un volto perduto e
si affacciano limpide
lacrime indifferenti,
pioggia vuota dei sorrisi che non vi ho trovato (47).

 

Un messaggio di speranza, di pace e di apertura all’altro (“guizzo di lingue diverse”, 51) è contenuto nella lirica “La libertà delle emozioni” che dovrebbe essere presa come manifesto di un modo pratico di pensiero e di comportamento: “Ogni voce che non conosco in queste parole/ che non ho mai ascoltato/ è un momento per camminare insieme/ nella libertà delle emozioni”. (51)

E la raccolta è anche e soprattutto un fermare sulla carta, come se fosse un diario personale, momenti di vita, esperienze, incontri e attimi di quegli “anni verdeggianti” (13) che sono parte stessa della donna che Katia Debora Melis è oggi tanto da costruire in maniera meticolosa il suo percorso come in un’accurata e rigorosa “cartografia” (15). E questo procedimento di continuo ripensamento al passato, ai momenti che hanno segnato significativamente una svolta nella vita della scrittrice può essere colto in maniera egregia nei versi finali della poesia “La via dei fiori”:

 

[T]ornavo a quelle strade

cercando frammenti di luce. (21)

  

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 16-10-2013

 

KATIA DEBORA MELIS è nata a Milano nel 1973. Vive e lavora a Cagliari. Ha pubblicato saggistica, racconti e apprezzati libri di poesia tra cui: Penombra (2007), Oceano stretto (2008), Yggrasil (2010), Solo ali di farfalla (2012), Poesie del sabato senza villaggio (GDS, 2013).

Ha ottenuto vari premi e riconoscimenti per la sua attività ed è stata la vincitrice della XIII Edizione del prestigioso “Premio Letterario Gramsci”.

“L’estetica dell’oltre”: la poetessa Michela Zanarella pubblica il suo nuovo libro

L’ESTETICA DELL’OLTRE : IL NUOVO LIBRO DI MICHELA ZANARELLA

 

1278360_561980763860100_1499406212_nArteMuse Editrice presenta in anteprima la nuova silloge della giovane e affermata poetessa Michela Zanarella, che esordisce nella collana Castalide. Una voce poetica apprezzata da personalità di spicco della cultura e delle arti in Italia, vincitrice di numerosi premi e citata nei siti di Alda Merini e Pier Paolo Pasolini. Le profonde liriche che compongono L’Estetica dell’Oltre sono introdotte dalle parole di Angela Molteni e Antonino Caponnetto. L’uscita ufficiale della raccolta è il 9 settembre 2013.

Autrice di poesia, narrativa e testi teatrali, supporto stampa di ELFA Promotions, realtà di promozione artistica. Michela Zanarella, nata a Cittadella (PD) vive e lavora a Roma, dove svolge la sua attività collaborando con varie testate giornalistiche on web.

 

Per prenotare il libro: http://www.twinsgroup.it/twinsstore/libri/133-michela-zanarella-l-estetica-dell-oltre.html

“Il grande bluff” di Iuri Lombardi, recensione di Lorenzo Spurio

Il grande bluff
di Iuri Lombardi
Lettere Animate Editore, Martina Franca (TA), 2013
Pagine: 121
ISBN: 9-788897-801887
Costo: 10€
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

untitledConosco Iuri Lombardi da almeno un paio di anni e con lui ho dato vita ad una serie di eventi letterari quali presentazioni di libri a Firenze e ci collaboro anche per mezzo della rivista di letteratura “Euterpe” che dirigo, dove Iuri partecipa sempre con entusiasmo e serietà. Conosco anche tutta la sua produzione più recente, a partire da “La sensualità dell’erba” (Biondi Editore, 2009) passando per “Iuri dei Miracoli” (Photocity Edizioni, 2013 per il quali scrissi la prefazione e curai l’edizione) e “La camicia di Sardanapalo” che è una raccolta di racconti a tutt’ora inedita per la quale ho curato la prefazione e che uscirà nel 2014. Ma dopo “Iuri dei Miracoli”, è uscito un suo nuovo libro di racconti dal titolo “Il grande bluff” (Lettere Animate, 2013) che ho appena terminato di leggere e del quale intendo parlare qui in questa recensione.

Va subito detto che Iuri è portavoce di una nuova letteratura e dal punto di vista contenutistico e dal punto di vista formale e che si configura secondo la mia interpretazione come uno degli autori del nostro panorama culturale più vicini e incalzanti nei confronti dei sistemi di avanguardia letteraria (da non intendere secondo un profilo di critica testuale), perché i racconti di Iuri, pur predisponendo come base una buon bagaglio di elementi biografici, ossia legati al suo reale vissuto, mostrano subito l’elaborazione attenta, la mistificazione e la destrutturazione dei canoni tipici del racconto inteso come genere in sé chiuso e definito. I racconti di Iuri mancano di una conclusività che li rendono di fatto singoli e separati dal tutto (non si travisi quanto si sta dicendo, ogni storia è in sé chiusa), ma ad ogni modo le tematiche che il Nostro propone si intrecciano e si legano in maniera convulsa e inscindibile tanto da creare dei pezzi che hanno un loro significato anche e soprattutto perché relazionati alla silloge. La parte fa il tutto ed ogni parte è necessaria per la costruzione del tutto.

Anche in questa raccolta restano cari all’autore gli episodi di una vita vissuta di notte o di nascosto, tra relazioni amorose svelte, forse deviate e poco razionali, dove è sempre il sesso –quale dio assoluto- a primeggiare nelle sue varie vesti: i rapporti sessuali sono spesso veloci, a volte insoddisfacenti e si realizzano nel momento meno opportuno, ma sono allo stesso tempo dei momenti cruciali, quasi epifanici, per lo svolgimento stesso della storia. Si prenda in considerazione ad esempio il secondo racconto della raccolta dedicato a una pornostar arrivata ai cinquanta anni soffre un momento di debolezza, tanto che finirà per assumere una decisione spietata i cui effetti verranno presentati al lettore con gratuità e un pizzico di cinismo.

Le storie di Iuri sono molto teatrali e, soprattutto, caricaturali e non è un caso che lo stesso autore utilizzi un linguaggio “da scena” come quando parla di ‘atto’, ‘pagliaccio’, ‘palcoscenico’, ‘dramatis personae’ e tanto altro. La vita, nei sui eccessi e nelle sue irrazionalità, è manifestazione di casi umani che Iuri tratteggia con abilità e consapevolezza quali comparse in una tragedia, piuttosto che ombre di una commedia melensa. La teatralizzazione del mondo fatta da Iuri è sempre di carattere per lo più tragico, nefasto: sembra non esserci spazio alla speranza, all’espiazione, alla concessione e tutto precipita spesso nel baratro: morti improvvise, suicidi con barbiturici, tendenze assassine e quanto altro.

E sono prevalentemente tre le anime del “far letteratura” di Iuri che possono essere così esplicitate: 1) la drammaticità/teatralità –si legga a proposito quanto si è testé detto; 2) la religiosità (si badi bene che Iuri utilizza spesso un linguaggio preso in prestito alla religione cattolica e di questo ne è esempio chiarificatore il romanzo-manifesto “Iuri dei miracoli”, ma Iuri protagonista-autore è un uomo non solo laico, ma anche piuttosto irriverente nei confronti di sistemi di pensiero rigidi e dal progetto divino volto alla salvazione, come pure il cristianesimo è. Della religione Iuri si appropria del linguaggio, degli stilemi, per riscriverli e ri-adattarli nella sua narrativa in cui la religione è spogliata di ogni significazione; si noti che le uniche forme di religioni nella prosa lombardiana sono l’edonismo, il dongiovannismo e il ribellismo); 3) la sessualità: il sesso rappresenta il motore dei racconti di Iuri e non potrebbe essere diversamente: l’uomo costruisce i rapporti umani e sociali in base al suo modo di rapportarsi sessualmente con gli altri descrivendo, così, fenomeni di dominio/servilismo, di agonismo e contrasto, di indifferenza e spregiudicatezza. L’unione del maschile e del femminile (ma spesso del maschile col maschile) è visto da Iuri come fondamento dell’esistere anche quando esso non sia volto alla procreazione.

Si ravvisa in questa nuova raccolta anche una più precisa attenzione nei confronti delle realtà paesaggistiche e toponomastiche dei luoghi abitati dai protagonisti (quasi sempre Firenze, con qualche incursione nello spezino e nel casertano) spesso legata anche a una più seria apprensione nei confronti di fatti della cronaca quale ad esempio il pericolo di un disastro ambientale che si teme nel racconto di una nave portatrice di container di carburanti che si è inabissata non lontano dal porto. Nella nuova raccolta di racconti di Iuri dal titolo “La camicia di Sardanapalo” che uscirà probabilmente nel 2014 questo percorso nelle pieghe del sociale, dell’attenzione del free-lance o semplicemente dell’occhio attento dell’uomo sconfortato dall’oggi nei confronti delle sue stesse azioni, con un intenzione leggermente polemica, è ulteriormente sviluppato.

I personaggi principali ancora una volta sembrano essere animati da una mancanza di vera affettività e perseguono i loro scopi in maniera spregiudicata non mancando, però, di conoscere essi stessi momenti di debolezza e di sofferenza, come avviene al protagonista del racconto “Ho incontrato me stesso” che si trova dinnanzi alla scoraggiante presa di coscienza della perdita della propria identità. Il tema teatrale, infatti, porta chiaramenente con sé anche quello della difficile definizione della propria coscienza, della mancanza di una identità unitaria definita. Iuri sembra suggerire che i rapporti con gli altri e con il mondo –che è spietato, perché abitato dagli uomini- abbiano il potere di mutare le attitudini personali; la pornostar che ha lavorato per tanti anni, facendo moltissimi film e risultando una delle più note per le sue valide capacità erotiche, finisce per avere un attimo di sbandamento interiore che la porterà al suicidio. Nessuno è al sicuro. Il prepotente è alle porte, ma dobbiamo saperci difendere.

Il mondo è duro e necessita un comportamento temprato che dobbiamo essere pronti a sviluppare. La società si costruisce sul rispetto e l’ordine, ma anche sulla capacità dell’uomo di farsi valere e rispettare e in questo il sesso mostra ancora una volta una posizione preminente.

I racconti di Iuri sono duri e spietati proprio per questo: danno il tragico risvolto di una realtà sociale che è la nostra e che, sottoposta alle tortuose pieghe della mente, può trovare degli inceppamenti. Iuri vanifica qualsiasi intento allarmistico nel nostro vivere, ma in maniera chirurgica ci indica quali sono le derive che possono interessare la mente umana quando l’uomo resta solo, soffre un dolore o un torto. Ma il lettore non deve prendere il libro troppo seriamente e, anzi, deve ricordarsi che Iuri è un grande camuffatore e che, come un cabarettista impareggiabile, è sempre pronto ad aprire e chiudere sipari per presentarci nuove persone e nuove storie, lì, proprio sul palcoscenico del reale e del grottesco che è la vita dura e a tratti infima dell’uomo. Il lettore, cioè, non dovrebbe dimenticare che, come il titolo dice, è tutto un “grande bluff”.

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 20 Agosto 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE LA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Dicotomie” di Nazario Pardini, recensione a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 DICOTOMIE di Nazario Pardini

 Recensione a cura di Ninnj Di Stefano Busà

 

imagesCAG2LL81Si può dire che ormai Nazario Pardini si presenti come uno dei poeti di grande e notevole spessore del secondo Novecento italiano. Ciò che colpisce di primo acchito è la sua capacità espressiva rigorosamente sintetica che ha conservato, delle prime opere, la schiettezza e l’incanto stilistico, oltre che l’efficacia di una fervida creatività e fantasia. La sua poesia è profonda, illuminata, incisiva con un nitore e una fluidità eccezionali. 

Si tratta davvero di un libro diverso, insolito e stupefacente, il suo Dicotomie perché fuori dagli schemi, nonché diverso anche dai suoi precedenti. Dunque, ritengo sia l’opera della piena maturità, il “clou” della sua attività poetica, incardinata nel senso della vita di cui ha percorso ogni tratto di strada, ogni sentiero impervio, ogni segmento vitale e ogni morte del passato, tra interiore ed esteriore, tra sacro e profano. Il poeta è perfettamente in sintonia con quell’idea di “poesia onesta” di sabiana memoria, una parola che non sia artefatta, arzigogolata e non si compiaccia del proprio potere magico che pure ha a iosa, ma che aderisca alla vita, all’idea di onestà del linguaggio, in una prospettiva storica e umana che ne contenga principi spontanei e linearità, visione della realtà e condivisione con gli altri. In questo libro Nazario Pardini raggiunge la perfezione senza nulla perdere in termini di fascino, d’eleganza della scrittura. Il poeta possiede il carisma come strumento di suggestione poetica, vi si evincono precisione d’immagini, testi memorabili e folgoranti. Sufficienti pochi versi per capire come l’autore sappia coniugare alla perfezione tutti i capitoli della sua storia con estrema semplicità, con sofferta e matura sensibilità emozionale, consegnandoci spaccati di vita e di memoria inossidabili. La poesia di Nazario Pardini è intessuta di nostalgia, si respira in abbondanza una diffusa serenità, in atmosfere calde e suggestive. “non profumano più quei bocci bianchi;/ ci sono uccelli a branchi/ che roteano largamente sui detriti/ dell’ingordigia umana”. L’accento viene posto con lucidità, ma anche con tenero distacco, con sensazioni e pensieri che si avvalgono di un linguismo chiaro, nitido, semplice, raffinato che possiede la grande capacità di testimoniare sul piano letterario un livello che salta all’occhio, per la grande compostezza del modulo espressivo, la trasparenza e la levigatezza del verso.

Segno di grande maturità e autentica vocazione, voce limpida che sa giungere direttamente al cuore del lettore:

Facemmo un ombrello di carta e la sera
ci avvicinò con l’aria
seviziata dai guizzi del tramonto.
Restammo assieme a lungo
sotto il battito
di quella volta fragile.
Poi il silenzio
di me che non sapevo il giorno,
di te che ti affidavi a sera
delle parole al volo,
ci cullò quasi vestito
dei fremiti del mare.
Andare, andare era il tuo sogno.
 
Al semaforo un emigrante lavavetri
cercava tra i colori delle case
un qualcosa che portasse al suo paese.”

 

Anche il pensiero poetante illuminato dalla luce spirituale è un tratto distintivo di Nazario Pardini: i toni epico-lirici sono pervasi da una tensione orfica e di un trasfondere di coscienza che si evince e si individua come autentico e matamorfico coacervo di storia, che indaga il tempo e gli eventi, l’umanità e la divinità dell’universale che non si limitano a descrivere momenti solo alti, ma va al di là, oltre la ferita umana, oltre la fatica esistenziale per rivendicare un po’ d’infinito, quantomeno, la sensibilità di un “perdono” a qualche nota stonata, a qualche rievocazione di silenzio trafitto, che evidenzia e mette in luce il pianto e il dolore universali, tra i riconoscibili segni di questo ottimo poeta. Insomma un libro che c’è, è presente, si fa riconoscere, raggiunge note alte, armonizzandosi alla coscienza planetaria. Si presenta carismatico col segno preminente della pietas, tra gli aneliti estremi del perdono che si configura come immagine di un simbolismo misterico assoluto che pare redimere e del quale tutti ne costruiamo la spiritualità e i sentimenti, umanizzandone solitudini e assenze e aprendo il cuore alla bellezza del creato. Superlativi ad es. questi versi in memoria della madre:

Non di rado,
alla sera, il tramonto si gonfiava
per toccare coi suoi colori d’oro
la mota di quei solchi. E mia madre
si stupiva davanti a quei colori,
davanti a quella volta iridescente.
Con il falcino in mano, e il volto stanco,
ammirava, stupita,
quei giochi del tramonto sopra il campo.
 

La straordinarietà della poesia di Pardini consiste nel voler sottrarre la bellezza della natura, del sogno, del mito agli annichilenti artigli del tempo, alle incidenze delle scoloriture e recuperarle alla vita, limitandone l’entropia e la corruzione, prolungando fin dove possibile le accensioni sublimi delle sue cromature, dei suoi riverberi, fermandone le note essenziali in atmosfera d’anima, con la struggenza ineluttabile e tragica della partecipazione, attraverso il sortilegio del ricordo o di una parola intensa e metafisica che possa limitare i danni della sua autodistruzione nei correlativi analogici oggettivi di eliotiana memoria.  

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA DIETRO GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

 

 

“Poesie come dialoghi” di Francesca Luzzio, recensione di Lorenzo Spurio

Poesie come dialoghi

Di Francesca Luzzio

Recensione di Lorenzo Spurio

  

Il mondo è grigio
Quasi mai blu:
la luce della luna
piange nuda la verità.
(da “Altro cielo”, p. 49)

poesie_come_dialoghiHo avuto l’occasione di conoscere Franceca Luzzio, poetessa e saggista palermitana, pochi mesi fa nel corso di un reading poetico sul disagio psichico e sociale organizzato dalla rivista Euterpe che dirigo. In quella occasione, la poetessa mi ha fatto dono di uno dei suoi libri, Poesie come dialoghi (Thule, 2008), che raccoglie un’ampia produzione poetica che la stessa ha voluto divisa in due parti: una prima parte sotto il titolo di “io e…” e una seconda parte “il mondo”. La silloge si apre con una propedeutica e approfondita analisi alle tematiche che la poetessa sviscera nel libro scritta da Franca Alaimo, altra poetessa palermitana.

Della raccolta mi hanno attratto in maniera particolare le liriche che appartengono alla seconda parte, quelle riferite al mondo, che danno uno sguardo per lo più amaro ma fortemente coscienzioso sulla presenza dell’uomo nel mondo, sui rapporti sociali, sugli accadimenti che mettono gli uomini l’uno contro l’altro. In poche parole questa sezione del libro affronta tematiche di chiaro interesse civile quali la guerra, la prepotenza e il potere dei pochi, la corruzione dei politici, la mancanza di sicurezze per il futuro e si configura, dunque, come un chiaro bozzetto della situazione socio-politica nella quale ci troviamo a vivere.

Numerosi i riferimenti alla società massificata (l’email, la tv, la New Economy) quali elementi necessari e imprescindibili nella vita frenetica e indifferenziata dell’uomo d’oggi, immerso nella sua città quale luogo-non-luogo, spersonalizzante e ormai lontano dalla sua mugnificenza storico-artistica.

Qui, in questa parte del libro, prevale il tono duro, pulito e scarnificato, un linguaggio semplice che trasuda violenza e stilla lacrime e sangue come quando in “Guardando la tivù”, la Poetessa non può fare a meno di impressionarsi (cosa che oggigiorno capita sempre con più rarità) dinanzi alle immagini di corpi trucidati: “Premi il pulsante, guarda là:/ i morti giacciono nel letame/ neanche una litania li sta a consolare” (p. 47). La televisione che è rappresentazione del mondo di fuori è portavoce in diretta di deliri, abomini e nefandezze che nel mondo si compiono di continuo. La crudeltà e l’efferatezza assurgono a programmi di un palinsesto deviato e che genera angoscia, ma che è immagine di quel mondo che uccide, violenta e perseguita il diverso e che porta la Nostra ad osservare con versi lapidari: “Il male è nei cuori, è nella mente nera” (p. 47).

Ed il mondo dei potenti e dei soprusi che la Nostra tratteggia si ritrova, molto probabilmente, all’interno della nostra stessa società, bianca, europea ed occidentale in generale che da sempre è stata caratterizzata come la storia insegna per essere fautrice di una serie di comportamenti quali la persecuzione, la deportazione, la sottomissione, la violenza, la lotta etc. E quelle “verità” pronunciate dai politici, che sono poi le voci che sentiamo alla tivù nei vari notiziari, non sono che parole che coprono bugie e travestono la reale condizione delle cose, tanto che Francesca Luzzio con un intento che oserei dire “velatamente polemico”, non può esimersi dall’osservare con lucidità e forse un po’ di disprezzo: “Fammi ubriacare di menzogne occidentali” (p. 47) e in un’altra lirica: “Roma uccide ancora/ e chiama civilizzazione/ l’arroganza, il potere, la presunzione” (p. 52).

Ma se nel mondo la cattiveria esiste, questo è dovuto solo e solamente dagli uomini, quella che la poetessa definisce “sciocca umanità” (p. 57): dal loro imbarbarimento culturale, dalla loro insensibilità e mancanza di consapevolezza, dall’allontanamento dalla religione, dalla spregiudicatezza e da tanto altro. Nel Mondo esiste il Male, perché ci sono gli uomini ad essere cattivi e a rendere l’umanità tutta una spregevole caricatura di rapporti sghembi, storpiati che non si assoggettano alle leggi di libertà del singolo: “Non incontri rondini, né uomo: solo parvenze, fantasmi smuovati/ manichini abbruttiti da grandi ferite” (p. 52). La ferita del manichino, dell’uomo non più uomo che si autolesiona, è espressione di quella malignità e indifferenza che l’uomo ha adottato come sua religione unica.

Nella prima parte della silloge, invece, troviamo delle liriche che si caratterizzano per un più ampio respiro, pur essendo allo stesso tempo particolarmente intimiste. Con un linguaggio a volte tecnico e che richiama la filosofia, Francesca Luzzio dà espressione a quelle che sono le sue idee e timori sul percorso dell’uomo nel mondo (il tempo che fugge, la morte) e lo fa con una poetica dai toni spesso grigiastri che mi rammenta lo stile crepuscolare, ma che si differenzia da quest’ultimo anche per la capacità di saper cogliere il cromatismo, soprattutto quello del verde, che viene richiamato nelle figure dell’albero e dell’arancio (“Le arance incastonano i rami/ l’azzurro cielo nel verde traspare”, p. 13). Anche qui ritorna il tema dell’impostura, anche se trasfigurato come fosse una favoletta di Esopo: “L’effetto della gara con i lupi:/ conseguenza naturale/ di normale darwinismo sociale”, p. 26).

Interessante la lirica “Rivelazione” nella quale la Nostra prende direttamente voce su una questione che a tutti noi sta molto a cuore: la poesia, il suo significato nel mondo d’oggi e la sua ricezione. La poetessa sembra essere abbastanza pessimista circa il potere effettivo della poesia su di noi: “La poesia? Nessuno l’ascolta./ Le sue voci sono effimere orme/ passi calcati su sabbiosi deserti/ senza sentieri” (p. 28). Permane l’idea che la Poetessa sia una persona stanca delle incongruenze, delle falsità e delle perplessità che l’oggi produce, ma al contempo si evidenzia con inaudita foggia la sua mai pretestuosa analisi alla critica realtà dell’oggi, dove la brama di potere, la superiorità e la bugia sembrano essere le uniche logiche che permettono all’uomo di avere un futuro. Una certa apatia e indolenzimento fanno sì che anche nel buio più pesto ci sentiamo incapaci di cogliere quella fioca luce che potrebbe aprirci a un mondo d’evasione e spensieratezza e Francesca Luzzio liricizza questo concetto in questo modo:

 Nessuno vuol più cercare

vacue scintille

intrappolate nell’oscurità”.

(in “Attesa vana”, p. 68)

 

Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

Jesi, 1 Agosto 2013

 

Poesie come dialoghi
Di Francesca Luzzio
Prefazione di Franca Alaimo
Thule, Palermo, 2008
Pagine: 70
ISBN: 978-88-903717-0-7
Costo: 10€

 

FRANCESCA LUZZIO è nata a Montemaggiore Belsito (PA) e vive a Palermo, dove ha insegnato Italiano e Latino presso il Liceo Scientifico “S. Cannizzaro”.

Ha pubblicato varie sillogi di poesia tra cui “Cielo grigio” (Cultura Duemila Editrice, 1994), “Ripercussioni esistenziali” (Thule, 2005) e “Poesie come dialoghi” (Thule, 2008). Intensa anche la sua attività di saggista (si ricorda il saggio “La funzione del poeta nella letteratura del ‘900 ed oltre) e di narratrice: ha recentemente pubblicato la raccolta di racconti  “Liceali” (Genesi Editrice, 2013). Sulla sua produzione hanno scritto numerosi critici e scrittori di ampia caratura.

Ha partecipato a numerosi concorsi letterari riscotendo ottime segnalazioni.

Suoi testi sono presenti in numerose opere antologiche.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Casa di mare aperto” di Felice Serino, recensione di Lorenzo Spurio

Casa di mare aperto

di Felice Serino

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

imagesE’ una poesia dotta, filosofica e ricca di rimandi alla letteratura europea quella di Felice Serino contenuta nella sua ultima raccolta dal titolo enigmatico “Casa di mare aperto”. Ed è un po’ tutta la poetica di Serino ad essere attraversata da un certo ermetismo che si realizza in un criticismo del linguaggio, in una frantumazione dell’identità e in numerosi squarci visionari e addirittura onirici. Serino parte dal mondo che lo circonda, ma non è quello il suo interesse nell’arte della scrittura, perché l’intenzione è altra. La poetica si trasfonde a un livello più alto, a tratti irraggiungibile a tratti difficile da capire, ma l’artifizio della poesia sta anche in questo: nel dire e nel non dire, nell’utilizzare un concetto per elevarlo a qualcosa d’altro, metafisico, che non può aver concretezza proprio perché ha a che fare con la coscienza dell’uomo.

Importanti e degni di rispetto le poesie d’impianto civile, che nascono cioè dal voler ricordare alcuni personaggi centrali nel processo di crescita e progresso storico com’è la lirica dedicata al Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi nella quale Serino utilizza l’isotopia del sangue e della violenza per tratteggiare il clima d’odio, repressione e vendetta nei confronti della statista appartenente all’opposizione: “Dal suo sangue si leva alto/ il grido d’innocenza/ a confondere intrighi di potenti” (p. 20). La condanna alla tirannia, alla democrazia messa a tacere è evidente anche se il linguaggio di Serino evita la durezza e si contraddistingue sempre per una certa armonia e levità, anche quando parla di drammi in piena regola. Ma ci sono anche poesie in cui il poeta mette allo scoperto terminazioni nervose dolorose dal punto di vista sociale, come è il caso della poesia “A ritroso” ispirata al fenomeno poco noto degli hikikomori in Giappone che riguarda dei giovani che si auto-recludono letteralmente in casa evitando una vera vita sociale.

Centrale anche il tema della morte che ritorna in varie liriche come pensiero spesso assillante, altre volte come semplice dato di fatto dal quale bisogna partire con consapevolezza nell’impostazione del proprio progetto di vita. L’interesse per il mondo, per la socialità, la vicinanza all’altro e la riflessione sulla nostra esistenza fatta di giorni che sembrerebbero identici ma che non lo sono, trova ampiezza in una lirica in particolare, “In questo riflesso dell’eterno” dove il poeta con sagacia e freddezza verga la carta scrivendo: “imbrigliati noi siamo in un tempo/ rallentato/ noi spugne del tempo/ assediati da passioni sanguigne” (p. 61) in cui si ritrovano molti temi/aspetti che contraddistinguono la vita dell’uomo d’oggi: il tempo che scorre in maniera rallentata, troppo lenta, forse perché  non è più in grado di vivere i momenti che riceve in maniera autentica, ma forse perché l’uomo senza lavoro, precario, disoccupato o immigrato che sia, senza una occupazione non può che vedere il suo tempo scorrere in maniera lenta, dolorosa e oziosa; l’uomo è una spugna nel senso che riceve dal mondo, ma è sempre meno in grado di dare; che assorbe, si assoggetta, accetta e che, al contrario, non fa, non dà, non propone. Il mondo frenetico e alienante che propone una società sempre più efficiente, veloce e altamente tecnologizzata in realtà provoca un certo indolenzimento che si ravvisa nel sonnambulismo etico e pratico dell’uomo. Infine gli uomini sono “assediati da passioni sanguigne”: amore e sesso che, come si sa, non sono la stessa cosa e che spesso possono portare alla follia, al delirio, allo spargimento di sangue, in un doloroso banchetto in cui Eros e Thanatos giocano beffardi ignari di cosa stanno combinando. In “L’alba che sa di nuovo” Serino esordisce con versi acuminati: “la si vive nel sangue la nottata” (p. 89).

Numerosissimi i riferimenti e le citazioni a numerosi padri della letteratura europea, tra cui Mallarmé, Ungaretti, Zanzotto, Pessoa  che, oltre a sviscerare il grande amore di Serino nei confronti della letteratura e la sua profonda conoscenza, rendono l’opera un gradevole e profumato percorso in altre storie, tempi e luoghi.

Lascio ai lettori di questa recensione un’ultima lirica del Nostro nella quale si respira un senso d’incertezza e un sentimento di sospensione che non è dato all’uomo capire; il serpente presente quale immagine di fondo della lirica alla quale si tende analogicamente (si richiama il verde e il serpeggiare), rimanda ancora una volta all’immagine del peccato, dell’avvelenamento e dunque della morte. Ma la cosa curiosa è che in questo caso non vi sono vittime, se non la serpe stessa:

 

Di un altrove (p. 78)

di un altrove

d’un altrove

striscia

di luce verde la mente

l’interrogarsi serpeggia

si morde la coda

 Lorenzo Spurio

-scrittore, critico letterario-

 Jesi, 1 Agosto 2013

 

Casa di mare aperto

di Felice Serino

Prefazione di Marco Nuzzo

Centro Studi Tindari, Patti (ME)

Pagine: 90

ISBN: 9-788896-539859

Costo: 10€

 

FELICE SERINO è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta, vive a Torino.

Ha pubblicato varie raccolte: “Il dio-boomerang” (1978), “Cospirazioni di Altrove” (2011).

Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici.

E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Selezione di racconti per Obsession -2013-

Selezione di racconti per OBSESSION

 Racconti a tema “Paranoie, deliri e tradimenti”

 

Prosegue quest’anno l’iniziativa editoriale della raccolta di racconti dedicate allo scandaglio della psiche contorta o messa sotto scacco da eventi scoraggianti. Il sottotitolo tematico proposto quest’anno sarà “Paranoie, deliri e tradimenti”.

Il volume sarà dedicato principalmente a scritti nei quali la componente intimistica e psicologica – biografica o inventata- ricopra un interesse particolare ai fini del racconto.

Il volume sarà composto da una determinato numero di racconti che risulteranno selezionati e verrà pubblicato nel corso del 2014 da TraccePerLaMeta Edizioni.

 terror-miedo-5

MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE:

 -La partecipazione alla selezione di racconti è totalmente gratuita. Agli autori che saranno selezionati e inseriti in antologia è richiesto l’acquisto di minimo di due copie dell’antologia per un totale di 25 €, spese di spedizioni comprese.[1] 

– Saranno accettati solamente testi nella forma del racconto e questi dovranno avere una lunghezza non superiore ai 50.000 caratteri (spazi inclusi)

– Ogni autore può presentare un solo racconto. 

– Il testo presentato potrà essere inedito o edito, ma nel caso sia già stato pubblicato in cartaceo, bisognerà indicare con nota a piè di pagina i riferimenti della pubblicazione. 

– I materiali devono essere inviati rigorosamente in formato Word, con il sistema di pagine numerate e dovranno essere dotati di un titolo.

– Invii di materiali con altri formati diversi da Word non saranno presi in considerazione. Si richiede di non inserire nel file immagini né di adottare caratteri colorati, grassetto o corsivo e si consiglia di utilizzare il carattere Times New Roman, punti 12, interlinea 1,5 paragrafo giustificato. 

– Assieme al racconto è richiesto, quale elemento necessario per la validità della partecipazione, l’invio di un file Word contenente i dati personali -nome, cognome, indirizzo di residenza, recapiti telefonici e mail, l’attestazione che il racconto è di propria paternità e il riferimento bibliografico nel caso il racconto non sia inedito. 6. Assieme al racconto è richiesto, quale elemento necessario per la validità della partecipazione, l’invio di un file Word contenente i dati personali -nome, cognome, indirizzo di residenza, recapiti telefonici e mail, l’attestazione che il racconto è di propria paternità e il riferimento bibliografico nel caso il racconto non sia inedito. Assieme al racconto è richiesto, quale elemento necessario per la validità della partecipazione, l’invio di un file Word contenente i dati personali –nome, cognome, indirizzo di residenza, recapiti telefonici e mail, l’attestazione che il racconto è di propria paternità e il riferimento bibliografico nel caso il racconto non sia inedito. 

– L’invio dei materiali deve essere fatto esclusivamente per e-mail a questo indirizzolorenzo.spurio@alice.it riportando nell’oggetto “Obsession” entro e non oltre il 20 Dicembre 2013.  

– TraccePerLaMeta Edizioni comunicherà a tutti i partecipanti -selezionati o no- l’esito della selezione e le informazioni circa la pubblicazione/acquisto del volume. 

– Per quanto concerne la prima edizione del progetto e la relativa antologia Obsession – Racconti a tema “Manie, fobie e perversioni” (Limina Mentis, 2013), a questo link è disponibile la lista degli autori selezionati e pubblicati: https://blogletteratura.com/2013/03/01/obsession-gli-autori-selezionati/ 

– Questo è il link, invece, per accedere direttamente alla pagina acquisto del libro. http://www.liminamentis.com/scheda-libro/spurio-lorenzo-aavv-a-cura-di/obsession-9788898496020-134324.html

– Questo è il link all’evento creato su Fb: https://www.facebook.com/events/492177750860272/?fref=ts

 Con preghiera di diffusione e di pubblicizzazione dell’evento su blog/siti personali e riviste.

 

Lorenzo Spurio

Curatore Raccolta di racconti Obsession


[1] L’antologia avrà quale prezzo di copertina 12 €. A partire dalla seconda copia, il volume verrà venduto al prezzo di 10€. Si aggiungeranno 3€ per le spedizioni. Ogni autore selezionato è tenuto dunque all’acquisto di 2 antologie per un prezzo complessivo di 25€.

Il pagamento potrà essere effettuato mediante bollettino postale, versamento bancario e Paypal.

“Emozioni” di Mariagrazia Bellafiore, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

[P]er non morire una volta,
ci si costringe a morire,
un pochino
tutti i giorni.
(p. 27)

 

I9788898381203l nuovo libro di Mariagrazia Bellafiore, poetessa di origini siciliane residente a Como, edito da Libreria Editrice Urso, ha un titolo importante, Emozioni, e da subito ci immette in un saliscendi di squarci di storie vissute dove, appunto, è proprio il sentimento con le sue varie sfumature e derivazioni a fare da padrone.

L’autrice accosta la freschezza e la genuinità del suo verso ad alcuni disegni, in realtà sono dei bozzetti monocromatici, opera di Anna Spagnolo che ne arricchiscono le pagine.

Le liriche di Mariagrazia sono tendenzialmente brevi; i versi sono spesso molto corti tanto da contraddistinguersi con una sola parola e poi, subito, si prosegue il ritmo con la punteggiatura della virgola o quella più aperta e sospensiva dei puntini che in parte celano del contenuto, istituendo una ellissi, in parte danno modo al lettore di “riempire il buco” a suo modo, secondo le sue interpretazioni e volontà.

Il filo rosso della raccolta è sviscerato dal titolo, Emozioni, poiché Mariagrazia parla di momenti passati o presenti –si noti la grande malinconia nei confronti della terra d’origine, la Sicilia- ma di ciascuna rappresentazione non sono tanto i colori, i rumori o le sensazioni olfattive che la poetessa rievoca quali momenti focali nel recupero della memoria, ma proprio le emozioni. L’universo delle sensazioni emotive, le forme di empatia con gli altri e con il mondo, l’amicizia e la solarità della poetessa sono palesi in versi asciutti, ma chiarificatori, come nella lirica d’apertura dedicata appunto alla Trinacria nella sua stagione di rinascita, la primavera, che si chiude con una presa di coscienza netta, una riflessione decisa, un commento che non necessita antitesi: “Sensazioni ed emozioni/ che non dimenticano/ più” (p. 9). E si noti quel “più” che la poetessa posiziona sapientemente quale elemento monosillabico nel verso finale, proprio a sottolinearne con una inaudita forza espressiva, quasi iperbolica, il fatto che sensazioni come quelle, non possono essere cancellate dalla mente.

Notevoli gli scenari naturalistici e i vari riferimenti a specie della fauna come in “Gabbiano”, lirica che condensa il motivo del volo e, dunque, quello di osservare il mondo dall’alto senza per forza di cose dover partecipare ad esso, ma simboleggia anche la volontà di conoscenza e la ricerca continua. Il volo ritorna anche nell’accorato lamento che cela la voglia di partire, volare, fuggire per “andare lontano” (p. 37)

Il tema del viaggio, inteso come esperienza di crescita e percorso di conoscenza di sé e degli altri nel mondo, è alla base della poesia “Poeta, viandante di oggi” con la quale la poetessa è stata felicemente segnalata al 1° Concorso Letterario Internazionale Bilingue TraccePerLaMeta dove, appunto, il tema proposto era quello del camminante. Il poeta –ci dice la poetessa- è “come un viandante”, perché sempre in cammino, alla ricerca di se stesso e dei significati, ma anche e soprattutto perché il poeta è un curioso, un animo girovago che non può star con la penna in mano e scrivere restando seduto per ore. Il poeta viaggia e fa viaggiare con i suoi versi, dà espressione del suo percorso –lineare o accidentato che sia- nel mondo e guida il lettore che vuole seguirne l’insegnamento.

La Nostra mostra attenzione e confidenza anche nei confronti della realtà sociale come quando in “L’ultimo viaggio” freddamente riconosce una sacrosanta verità: “il mondo/ ti può cambiare” (p. 17). Tutti i giorni assistiamo in prima persona a quanto il mondo sia difficile e pericoloso da vivere, insidioso a volte, addirittura crudele e il percorso dell’uomo che desidera il benessere e la felicità è di certo ostacolato dalla gravosa situazione economica e quella ancor più grave della perdita dei valori che mettono l’uomo, quasi con forza, di fronte alle brutture del mondo alle quali non si può rimanere estranei. Ecco perché il mondo “ti può cambiare”: nel male, come nel bene. E’ la sperimentazione che il singolo fa sulla sua pelle a portarlo a un cambio di prospettiva, di convincimenti, di necessità.

La Sicilia ritorna spesso nelle liriche di Mariagrazia come la ricerca continua di una mamma che ci aspetta a braccia aperte e in alcuni versi, come quando scrive “La Sicilia/ non la si visita/ la si vive/ […] In essa/ si diventa un tutt’uno” (p. 21) sembra quasi di percepire il sentimento della “sicilitudine” di cui parlava Sciascia in riferimento a quella sensazione indefinibile con semplici parole della grandezza e al contempo mistero di essere siciliani.

Vorrei concludere la mia breve analisi con alcuni versi di Mariagrazia che sono specchio della sua personalità (l’ho incontrata solo una volta, ma l’impressione che ho avuto è stata quella di una persona che già conoscevo da tempo, con un sorriso autentico e una felicità incorrotta che si può notare anche nella sua foto presente nell’aletta destra del libro):

 

[A]ccendiamo la luce

sulle nostre emozioni

per condividerle.

  

Lorenzo Spurio

Scrittore, critico letterario

 

Jesi, 29 Luglio 2013

 

Emozioni

Di Mariagrazia Bellafiore

Con prefazione di Anna Maria Folchini Stabile

Con disegni di Anna Spagnolo

Libreria Ciccio Urso, Avola (SR), 2013

Pagine: 55

ISBN: 9788898381203

Costo: 9,50 €

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

Un sito WordPress.com.

Su ↑