” ‘N ballo de cielo e de tera” di Maria Giannetta Grizi, recensione di Lorenzo Spurio

‘N ballo de cielo e de tera
di Maria Giannetta Grizi
Con prefazione di Germana Duca Ruggeri
Associazione Versante, Ancona, 2013
Pagine: 59
ISBN: 978-88-906127-1-8
Costo: 7 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Vola alto ‘l poeda
Quanno je balla ‘n pensiero nte la testa
Se rrampica
Ndó non è passado mai nigiù
‘ngolla i magù
E ride pure sci n’cià voja. (p. 19)

 

1Maria Giannetta Grizi, ex docente di quella che una volta era definita la scuola elementare e che oggi è la scuola primaria, nel corso degli anni ha scritto molte poesie, tanto in italiano quanto nel dialetto natio: quello di Rosora che, se vogliamo operare una approssimazione non troppo grossolana, è poi quello di Jesi e di tutta la zona dei famosi Castelli dell’entroterra della provincia di Ancona.

Ho sempre sostenuto leggendo autori che adoperano il dialetto che chi fa uso della lingua dialettale ha un particolare legame con la sua terra che gli deriva da un attaccamento estremamente radicato alla tradizione e alle origini; la terra è intesa sia come territorio, come collettività che come attività agricola. Ed è quello che è possibile dire di Maria Giannetta Grizi che, oltre a scrivere poesie in dialetto, fa anche parte di una compagnia teatrale denominata Il passì che porta in scena appunto commedie in dialetto jesino. Di questo dialetto, che ha molti aspetti caratteristici che non sono interesse di questa recensione, posso sottolinearne alcuni come la propensione a rendere le parole, sostantivi o verbi che siano, in maniera tronca sulla falsariga del dialetto romano (padró che sta per padrone, p. 23; ancó che sta per “ancora”, p. 52) , la frequente elisione in parole che iniziano per vocale (‘llineadi che sta per “allineati”; ‘l che sta per “il”, ‘mbiangado che sta per “imbiancato”…), la quasi completa inesistenza del plurale (S’era sposadi che sta per “S’erano sposati”, p. 52) e di certo, anche se non è un elemento stilistico, la compresenza di una vena quasi sempre ironica, pronta ad osservare il mondo e gli altri, ma senza mai prendersi troppo sul serio.

La voce della terra è importante perché è la voce dei nostri avi e di chi ha permesso di essere oggi ciò che siamo. Questa silloge di poesie, la sua prima opera organica, porta il titolo di ‘N ballo de cielo e de terra ed è stata pubblicata dall’Associazione Versante nel 2012. Il libro è completamente in dialetto e nella parte finale è dotato di un apparato di dizionario dialetto-italiano pensato per aiutare la comprensione a coloro che non sono del luogo.

Il libro si compone di due parti: una prima sezione in cui i temi dominanti sono il ricordo della vita di campagna, lontano dalla frenesia e contraddistinta dal sano amore familiare, la descrizione dello spazio naturale a seconda delle sue varie stagioni con l’arrivo ad esempio della neve che rende l’ambiente quasi magico: “Chi de oltra/ nigò s’è ‘mbianngado/ come ‘n lenzolo/ fresco de bucado” (p. 33). In questa prima parte, dunque, si fa continuo riferimento alla figura del contadino, sempre dedito al suo lavoro, instancabile, anche nei periodi stagionali più difficili, alla vita del piccolo borgo fatta di racconti, dicerie e discorsi popolari dove centrale è la considerazione degli altri (“Ma que dirà la gente?!”, p. 46), ma c’è spazio anche per affrescare momenti di festa come quelli dello scampanare per festeggiare S. Floriano, co-patrono di Jesi assieme a S. Settimio.

La seconda parte della raccolta, invece, fornisce delle preziose istantanee di persone del suo paese che vengono descritte in maniera quasi impressionistica sottolineando sempre la loro dedizione al mondo del lavoro (il padre contadino, il sarto e il calzolaio).

Ne fuoriesce una raccolta fortemente compatta dove la lingua vernacolare è non solo adatta, ma addirittura necessaria. Sono convinto che se si traducesse le liriche in italiano, il libro produrrebbe sul lettore un effetto molto diverso e perderebbe quella carica vitale di personaggi e luoghi che Maria Giannetta affresca e costruisce come un grande presepe visto da lontano.

E l’immagine più bella dell’intero libro (ma ce ne sono tante) è forse quella del gabbiano che sembra un inutile “gallinaccio”, ma che, invece, conserva in sé purezza e soprattutto la libertà incontaminata che l’uomo, invece, ha drammaticamente perduto nel corso dei decenni:

 De sera ‘l solido convegno d’i gabbiani
te pare gallinacci appollaiadi
ma quanno spicca ‘l volo, fini, ‘llineadi
a tajà a fette ‘l cielo
t’accorgi de quanto ‘nvece lora è privilegiadi:
Pole stà sospesi senza orari
a dirige l’orchestra del mare
senz’esse comannadi… (p. 17).

  

Lorenzo Spurio

 

Jesi, 6 ottobre 2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

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