“La cucina arancione”, il nuovo libro di Lorenzo Spurio

Un viaggio tra le pieghe disturbate dell’io

La cucina arancione: il nuovo libro di LORENZO SPURIO

 

Comunicato Stampa

 cover_frontLa cucina arancione è la nuova raccolta di racconti dello scrittore marchigiano Lorenzo Spurio che nel 2012 ha esordito con Ritorno ad Ancona e altre storie (Lettere Animate Editore) scritto a quattro mani assieme a Sandra Carresi. Dopo essersi dedicato ampiamente alla critica letteraria, l’autore ritrova con questa silloge la sua forma letteraria espressiva più congeniale: il racconto breve.

La cucina arancione si compone di ventiquattro racconti di diversa lunghezza e il filo rosso della raccolta è l’analisi di “casi umani”, di personalità fragili o disturbate, personaggi apparentemente sani che, invece, celano al loro interno delle inquietanti verità o problematiche che restano latenti. Nella silloge si parlerà di violenza e solitudine, ma anche di pedofilia, ossessioni adolescenziali e tanto altro. Nella prefazione firmata da Marzia Carocci si legge: «Amori non ricambiati, nonne ricordate, morti improvvise, viaggi di speranza, pulsioni devianti, magie e luoghi incantati, occasioni perdute… Un’appassionante raccolta fantasiosa, dove l’autore con immaginazione, intelligenza e acutezza, propone al lettore vicende realistiche e chimeriche di una mente che va oltre il consueto, sottolineando, però, in questo percorso d’indagine psicologica anche pregi e difetti dell’umanità».

L’opera è edita da TraccePerLaMeta Edizioni, casa editrice dell’omonima Associazione Culturale all’interno della quale Spurio è socio fondatore. Il libro può essere acquistato mediante lo Shop Online dell’Associazione TraccePerLaMeta e a partire dalla prossima settimana su qualsiasi vetrina online di libri (Ibs, Dea Store, Libreria Universitaria,..) o mediante ordinazione in qualsiasi libreria.

 

LORENZO SPURIO è nato a Jesi (An) nel 1985. Ha conseguito la Laurea in Lingue e Letterature Straniere e si è dedicato alla scrittura di racconti e di saggi di critica letteraria. Ha collaborato con prestigiose riviste di letteratura italiana tra le quali Sagarana, Silarus ed El Ghibli. Per la narrativa ha pubblicato “Ritorno ad Ancona e altre storie” (Lettere Animate, 2012), scritto assieme a Sandra Carresi; per la saggistica ha pubblicato “Ian McEwan: sesso e perversione” (Photocity, 2013), “Flyte e Tallis” (Photocity, 2012), “La metafora del giardino in letteratura” (Faligi, 2011), scritto assieme a Massimo Acciai e “Jane Eyre, una rilettura contemporanea” (Lulu, 2011).

Ha curato, inoltre, l’antologia di racconti a tema manie, fobie e perversioni “Obsession” (Limina Mentis, 2013).

Nel 2011 ha fondato assieme a Massimo Acciai e a Monica Fantaci la rivista di letteratura online “Euterpe” che dirige e con la quale organizza eventi letterari su tutto il territorio nazionale.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

                

Titolo: La cucina arancione

Autore: Lorenzo Spurio

Prefazione di Marzia Carocci

Casa Editrice: TraccePerLaMeta Edizioni, 2013

Collana: Oltremare (narrativa)

ISBN: 978-88-907190-8-0

Pagine: 237

Costo: 10 €

 

 

Info:

info@tracceperlameta.org –  lorenzo.spurio@alice.it

Annalisa Soddu pubblica la raccolta di poesie “Interni”

“INTERNI” DI ANNALISA SODDU

 COMUNICATO STAMPA

  

interni_600Titolo suggestivo e invitante per la nuova pubblicazione di Annalisa Soddu, Interni, il suo nuovo libro di poesie. La pubblicazione dell’opera è stata curata e gestita da TraccePerLaMeta Edizioni, attività di editoria rivolta ai soci dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta.

Dopo il successo avuto con il racconto Il fuoco di Lorenzo, la scrittrice di origini sarde ritorna con una nuova pubblicazione molto carica di significati, come lo stesso titolo del libro chiarifica.

Il critico Lorenzo Spurio nella prefazione osserva: «Questo libro non lascerà indifferente il lettore, perché le liriche che si appresta a leggere “graffiano” il cuore di chi, con sensibilità e innocentemente, sa leggere tra i versi. […] La Soddu affonda con perizia il bisturi in una materia sociale dolorosa e si mostra sensibile alle tortuose pieghe dei comportamenti e dei pensieri umani, attenta osservatrice delle problematiche dell’uomo contemporaneo, delle sue crisi e delle sue affettività».

Il libro può essere ordinato ed acquistato tramite lo shop di TraccePerLaMeta Edizioni o tramite ogni altra libreria online.

 

                       

 

TITOLO: Interni

AUTORE: Annalisa Soddu

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

PAGINE: 54

ISBN: 978-88-907190-6-6

COSTO: 9 €

 

 

  

Info:

info@tracceperlameta.org

http://www.tracceperlameta.org

“A volte non parlo” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Lorenzo Spurio

A volte non parlo
di Anna Maria Folchini Stabile
con prefazione di Paola Surano
Liberia Editrice Urso, 2013
Numero di pagine: 55
ISBN: 9788898381104
Costo: 9,50 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

198La nuova silloge poetica di Anna Maria Folchini Stabile, A volte non parlo (Libreria Editrice Urso, 2013), arricchisce il suo curriculum letterario che vanta altresì di varie pubblicazioni di narrativa breve. Chi conosce la poetica di Anna Maria, o ha avuto almeno il piacere di leggere qualche sua poesia (ricordo che la poetessa pubblica con regolarità le sue liriche sul sito Racconti Oltre gestito da Luca Coletta), sa bene che le suggestioni che ci trasmette fuoriescono direttamente dalla sua considerazione nei confronti della realtà quotidiana. Le sue poesie, infatti, sia quelle che hanno come tema l’amore, sia quelle che, invece, partono dall’indagine del tormento interiore motivato spesso da una riconsiderazione del passato, condividono tutte una essenzialità di linguaggio e una purezza semantica che incontra di certo il favore del lettore. La poetessa rifugge gli orpelli retorici, i tecnicismi e addirittura sembra mostrare una certa sofferenza nei confronti della metrica stantia, del verseggiare classico e chiuso e si offre, invece, in pensieri sciolti, che giungono diretti al cuore del lettore e poi alla mente. Troveremo, dunque, la poetessa a riflettere su un amore solido ed entusiasmante, duraturo nel tempo tanto che il lettore è certo che esso non conoscerà mutamento nel suo divenire, descrizioni più cupe che partono, invece, dall’analisi a tratti inquieta a tratti dubitativa dell’essere. Ci saranno, inoltre, liriche che presentano il sottofondo scenico caro alla poetessa, quello del suo luogo di residenza con vari e continui accenni al lago come avviene in “Lacustre”, dove la vista del lago al primo mattino, come fosse un saluto rinnovato ad un amico sempre presente, si veste di imperscrutabilità del futuro: «Niente/ turba/ questo inizio di giorno.// Tutto/ è possibile» (48).

Una lirica ricca di contenuti, di tematiche e di sfaccettature; si susseguono prospettive visuali diverse: a volte è come se la poetessa colloqui con se stessa, altre volte è evidente l’intento di voler annunciare il contenuto delle sue liriche al mondo; molte poesie si arrovellano sul Tempo sia dal punto di vista tematico che dal punto di vista strutturale: intere liriche in cui Anna Maria utilizza il condizionale, quella condizione ipotetica che si sarebbe sviluppata nel passato se avesse fatto/non fatto qualcosa («Avrei cambiato il mondo/ se avessi fatto…/ Ma sono rimasta alla finestra/ e avete fatto tutto voi», 12), altre, invece, si configurano come una sequela di domande, con un tono ascendente dove, però, i quesiti non trovano risposta. Ma è un po’ tutta la silloge ad essere investita da una sensibilità nuova; nell’opera precedente, Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012), che si apriva con una mia nota di prefazione, avevo osservato che le liriche si caratterizzavano per una eclatante fascinazione per il colore, il bello, gli elementi naturali nel loro felice divenire, tanto da definire la sua poetica modernista (con riferimento al modernismo spagnolo e sud-americano). Qui, nella nuova silloge, l’atmosfera è differente, si è stemperata, le primavere e i bagliori sembrano aver lasciato il posto a crepuscoli e folate di vento gelido. I colori si sono scuriti e a tratti anche la parola –pur sempre limpida e lineare- si è ispessita, in linea con una nuova concettualizzazione delle tematiche. E questo mutamento, questa metamorfosi “decadente” si esplica nei vari riferimenti al sé-poeta dubbioso, alla continua ricerca di risposte, di soluzione a quesiti, alla difficile liberazione da inquietudini che fanno dell’io lirico un animo scisso, apparentemente debole e tormentato, anche e soprattutto dalla difficoltà dei tempi contemporanei riscontrabili nei «Giorni pesanti/ Difficoltà nuove/ […] Ogni giorno/ ha il suo fardello» (18) di “Uomini e draghi”. E se è vero che la poetessa molto ci trasmette con le sue liriche, è altrettanto vero che si respira un certo sentimento omertoso, come se ci sia nel sottofondo qualcosa che, sino alla fine, non viene mai rivelato al lettore. Tutto questo è esemplificato dal titolo stesso della raccolta, A volte non parlo, lirica che apre il testo. La poetessa Anna Scarpetta tempo fa, parlandomi della nuova silloge dell’amica Anna Maria Folchini Stabile, mi disse: «Hai visto, Lorenzo? Anna ha scritto “A volte non parlo”… e, invece, dice tanto. Dice tutto!»; ed è di certo una considerazione valida e possibile anche se a mio avviso, come già detto, nella silloge si respira una nuova aria, insomma una diversa Anna Maria. E sulla mia stessa linea è anche la poetessa varesina Paola Surano che nella prefazione al testo osserva: «balza subito all’occhio e alla mente che questa raccolta è diversa dalle altre» (5). Vediamo il perché di quanto si sta dicendo in maniera più scientifica.

E’ di certo la lirica iniziale che contiene il manifesto di questa nuova venatura poetica di Anna Maria Folchini Stabile; qui si legge, infatti, di “pensieri masticati” (pensiamo si tratti di idee difficili da gestire, che ritornano a infastidire l’animo della poetessa, dure, ingestibili e che, dunque, necessitano una masticatura più prolungata e veemente) e di “labirinto di ipotesi” che evoca nella nostra mente una situazione fastidiosa di stallo e di tomento, di ricerca di una fuga con esiti già scritti e tutti abbastanza deludenti come osserva lei stessa nei versi che seguono: «non vi è alcuna uscita tra le siepi di bosso/ che costeggiano questo cammino…» (9). Vicolo cieco? Strada sbarrata? Vie tortuose che confluiscono con altre per poi depistare? E’ una possibilità con la quale l’autrice vuol intendere quella difficoltà insita nel senso stesso dell’esistenza da lei rappresentato enigmaticamente come un «rigioco sulla scacchiera invisibile» (9) che tanto mi fa pensare al gioco a dadi della Morte nella celebre ballata di T.S. Coleridge.

E come si diceva poc’anzi il tempo è oggetto della poetica della donna: esso è onnipresente, a tratti latente, a tratti esplicitato, la poetessa non lo teme né ha necessità di affrontarlo, non ci colloquia, evitando di considerarlo un degno interlocutore, ma lo tiene in considerazione, lo osserva da distante e ne tiene conto. Il passato è visto quale momento felice dell’esperienza personale che non è morto e in sé chiuso a comparti stagni con il presente liquido, ma si configura quale fattore esperenziale che si rinnova con la rimembranza e che nel momento in cui viene “rivissuto” giunge addirittura a eternizzarsi nell’istante che funziona nell’animo come rivelazione: «E le speranze promesse/ e i desideri accennati/ e i sogni sorridenti/ per un attimo/ riprendono vita./ Solo per un attimo» (20-21). Ma quel presente che si riappropria del passato a sprazzi, per immagini o ricordi singoli, è illusorio e fugace: il momento si esaurisce velocemente e la finitezza del ricordo “rivissuto” è, forse, ulteriore causa del disagio e del senso d’apatia dell’io lirico, conseguenza dell’incapacità di sapersi destreggiare nei vari piani temporali: «Non è dolore/ questo tempo andato,/ ma sabbia di clessidra/ che vorrei rivoltare» (14) scrive in “Grigio di cielo”.

In “Occhi innamorati” la poetessa si proietta verso il futuro cercando di ipotizzare come sarebbe stato se avesse fatto/fosse successo qualcosa sviluppando uno sguardo acronico nel quale cerca di vedersi dall’alto come si sarebbe comportata in certe situazioni per concludere lapalissianamente «Non lo sapremo mai/ come sarebbe stato» (17): la storia, tanto privata quanto pubblica, infatti, non si costruisce con i ‘se’ né con i ‘ma’; le ipotesi, lecite e curiose, di ciò che sarebbe successo “se” riflettono ancora una volta quel senso di continua ricerca della donna di giungere ad una più completa analisi delle sue “gesta” passate. Solo nel sogno il tempo si ferma e sembra congelarsi: esso non scorre e sembra annullarsi, semplicemente perché anche la ragione e dunque tutte le attività umane ritrovano pace e riposo: «Attimi sospesi, idee scintillanti/ tempo fermo» (26) ed anche Peloso, il cane della poetessa, sembra divertirsi di più nel sogno/ricordo piuttosto che nel presente ed infatti «rincorre farfalle/ di un’altra primavera» (27).

In “Incapace” la poetessa esprime nel suo “scoramento” il senso di desolazione che si mostra come miscela di paura, scoraggiamento e rabbia tacita per quella falsità endemica che, purtroppo, ci circonda, contenuta nei «pensieri doppi» (10) che, più che individuare strutture polisemiche, mi sembra di intendere come sinonimo di falsità, mediocrità, opportunismo e menzogna. In questo clima ripugnante il sensibile io lirico non può far altro che chiedere aiuto («Aiutami») e far appello affinché un valido sostegno morale sopraggiunga a rinfrancare la poetessa: «Ti prego/ sostienimi» (10).

L’ambientazione cupa chiaramente intimistica si ravvisa anche nei «pensieri inespressi» (12), nel «sorriso bello/ di anni e luoghi/ sepolti/ nel passato,/ tempo di sogni/ e di incertezze certe» (23), nella solitudine dalla quale la poetessa cerca di distanziarsi in “Pausa” (30), nel desiderio di sentirsi  priva di tomenti: «Vorrei essere libera e senza pensieri» (39) e nelle «domande/ senza voce,/ sospese/ nella timidezza/ della mente» (53). A stemperare la gravità delle divagazioni esistenzialistiche che Anna Maria fa mi sento di osservare almeno due elementi: 1) il sentimento di giovinezza che la poetessa nutre e 2) la vita intesa come percorso, come un cammino a tappe e rivolto a una meta. In relazione alla giovinezza d’animo, nella lirica “Spuma di mare”, infatti, leggiamo «Mi guardo/ nello specchio della vita/ e ritrovo/ la ragazzina/ che mi sento» (43); si osservi che la poetessa non dice “la ragazzina che ero” né “la ragazzina che vorrei essere”, ma “la ragazzina che mi sento” in un verso che traspira grande carattere e forza di volontà e di certo smorza l’inquietudine che pervade l’opera. Quanto al cammino, poi, vorrei segnalare la bellissima lirica “I giorni a venire” –a mio modesto parere la migliore della silloge- dove è chiaro e continuo il riferimento all’universo itinerante: ‘incontri’, ‘strada’, ‘cammino’, ‘percorso’, ‘sosta’ che, più che delineare un componimento on the road, concretizza sulla carta il suo fervido convincimento nell’idea che il percorso formativo, culturale, morale dell’uomo nella realtà terrena sia una semplice ma non banale metafora dell’esistenza. Non è un caso che l’Associazione Culturale da lei fondata assieme a me, Sandra Carresi, Laura Dalzini e Paola Surano e della quale è Presidente, abbia come nome TraccePerLaMeta e che l’ultimo concorso organizzato abbia avuto come tema “il cammino”. In questo percorso fisico dell’uomo verso una meta, un luogo ambito o sconosciuto, da raggiungere mediante un percorso accidentato o progettato, più o meno lungo, l’uomo è continuamente minacciato, osteggiato e macchiato dall’errore che potrà porlo nell’infelice situazione di «inveire/ [o] maledire la vita» (24). La silloge rifugge il pessimismo, ma è chiaro l’intento di fondo: l’uomo deve rimboccarsi le maniche e non lasciarsi scoraggiare dalla desolazione che può investirlo e demoralizzarlo sempre più per riscoprire, invece, la ricchezza insita nella sua genuinità:

 

Usciamo
dalle nostre solitudini
riscopriamoci persone
quali siamo
in questi egoismi di realtà divise
con muri invalicabili e invisibili. (36)

 

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico letterario)

 

Jesi, 27 Maggio 2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

ANNA MARIA FOLCHINI STABILE è nata a Milano nel 1948. Attualmente vive tra la Brianza e il Lago Maggiore. Ha alle spalle una lunga carriera nel mondo dell’insegnamento. E’ poetessa, scrittrice e presidente dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta. Per la poesia ha pubblicato Spuma di mare (Lulu Edizioni, 2009), Il nascondiglio dell’anima (Libreria Editrice Urso, 2012). Per la narrativa ha pubblicato le raccolte di racconti L’estate del ’65 (Lulu Edizioni, 2008), Un topolino di nome Anna (Lulu Edizioni, 2010) e Noccioline (Lulu Edizioni, 2010). Ha curato, inoltre, per il sito Racconti Oltre dove scrive regolarmente, il manuale Come si scrive? – piccolo prontuario per l’autocorrezione dei più comuni errori ortografici, assieme a Luca Coletta. Partecipa a concorsi letterari ottenendo buone attestazioni ed è membro di giuria nei concorsi organizzati dall’Associazione di cui è Presidente.

“Il sogno e la sua infinitezza” di Ninnj Di Stefano Busà, recensione di Gabriella Pison

Il sogno e la sua infinitezza
di Ninnj Di Stefano Busà 
prefazione di Walter Mauro
Edizioni Tracce , Pescara, 2011
 
recensione a cura di Gabriella Pison

 

imagesCAY18JGQLeggendo la poetessa Ninnj Di Stefano Busà attraverso la sua ultima silloge poetica ”Il sogno e la sua infinitezza” sospetto immediatamente che il leitmotiv sia quello della solitudine, intesa come solitudine esistenziale, essenziale ed ineluttabile (“abitiamo l’addio….ognuno è muto nello slabbrato cerchio….tu solitudine  desolata, incolmabile orizzonte dei nostri desideri” e poi ancora” la fatica del viaggio ci rende corpi inospitali all’amore”)ma, come il Gabbiere di Alvaro Mutis  che” sopporta la vita quando nessuno ascolta nessuno” anche in Ninnj Di Stefano c’è una forza centrifuga che le consente di fare l’elogio della solitudine stessa(“mi fa rinascere creatura alare……”), per portare alla luce la valenza straordinaria della sua capacità di approdare all’equilibrio sereno della coscienza, dove vi è comunicazione universale con la natura e il mondo(“non sia epicedio di tenebra la malinconia del tramonto” o si leggano i versi “amiamo i silenzi rappresi nei corpi, nella pagina che lentamente accorda le creature”) .

La Poetessa, oltrepassando i confini dell’esperienza individuale, percorre i sentieri di ricerca della Luce, del superamento dell’Io, per avvicinarsi alla Verità, a ciò che ci fa essenziali: riconosco  nei suoi versi una sorta di dualismo, da un lato la donna della “desperanza”( rifacendomi a Mutis), che in alcuni momenti cerca di cogliere l’attimo (“chiedevo cattedrali, tatuaggi d’oro alle mie sere di gemme vive” ), ma se ne dissocia, epurata dai punti d’appoggio del contingente, in un ideale escatologico (“in Te solo le ferite del mattino sembrano incorruttibile luce che si propaga”), dall’altro la donna della trasformazione e della – rinascita -, la donna dell’ordine, della maturazione della fede, che, mutuando un termine al mondo della fisica, non esiterei a definire donna dell’entalpia, nel senso greco di ”portare calore dentro” e Ninnj DiStefano Busà ci sa trasmettere il fuoco della sua passione: come “regalami lo strappo dell’abbraccio” e nel contempo ci guarda con serenità dall’ appagamento della sua illuminazione: “la poesia ha parole dirompenti…in grado di mutare l’universo sensibile”.

Questa è Ninnj Di Stefano Busà, che emerge con voce ancora più limpida e potente rappresentando un punto di riferimento nel panorama della letteratura contemporanea  e con le sue parole di indubbia  forza morale sottolinea l’incertezza delle apparenze per dar corpo alla suggestione e all’abbandono di schemi terreni come siamo abituati a fare; l’autrice cerca di superare  il dolore del vivere in  complessa figurazione esistenziale, riportandoci alla mente le litografie di Odilon Redon “Dans le reve”, in cui il tempo-spazio si carica di valenze psichiche e cerca di esorcizzare l’angoscia che ne deriva: “La vanità della parola che non cede alla mestizia della carne” ma “sulla cangiante illusione riposa l’acqua dolce della tua fronte”.

Ebbene, cos’è dunque la trasformazione? È una crescita, certo, ma è anche una  Maschera?…  strumento ideale per poter giocare con l’Io, per scardinare i legami con la soggettività e per assumere una identità diversa, ne’ migliore ne’ peggiorere…credo che Ninnj Di Stefano non abbia bisogno di maschere, può prsentarsi a viso aperto, può permettersi di trasferirsi in un altro mondo, parallelo e ricchissimo di musicalità e tensione verso l’assoluto, dove diventa possibile comunicare in liberi orizzonti, senza timore di venir scoperti, senza una maschera che faccia da  cassa di risonanza per amplificare la propria voce…”la nostra gioia è arsura o che la Gerusalemme dei vinti ci indichi il sacrario del cielo?”

E il tempo, come ben dice Walter Mauro nella sua prefazione,  è tema prediletto e imprescindibile della sua  lirica,  “tempo d’inattuabile, di impenetrabile” sia inteso come nostalgia “racchiude in se ali di gioia…la vena rifiorente delle primavere d’acqua”, sia come inesorabile decadenza: “una tregua da cui escono illesi la morte e la vanità dei trapassati”, ma Ninnj Di Stefano si libera da queste paure ancestrali, dai rigidi schemi comportamentali che la ingabbiano e fa sì che la sua raffinata  arte poetica diventi un autentico atto sacro, dove la ricchezza dell’interiorità unita ad un lessico raffinato le consente di manifestare appieno il suo estro creativo prepotente e la realizzazione della sua dimensione di purezza, in un percorso salvifico del vero. Se…parafrasando Antonio Porchia, sento che potrei attribuire a Ninnj Di Stefano Busà la celebre frase ”prima di percorrere il mio cammino, ero il mio cammino”: cosi scrive la Di Stefano: “Siamo ombre alla luce della resurrezione” e nell’avvicinarmi all’altezza delle sue parole ne sono rimasta incantata e sgomenta.

Di un virtuosismo estremo, ma puntuale e fedele alle varie sensazioni: (“la vanità della parola che non cede alla mestizia della carne”), in una continua seduzione per il lettore: ( a tratti ci restituisce l’innocenza, l’amore…”ma non abbiamo ali che ci spingano in mare aperto”) ed è proprio la sua capacità di risintetizzare il disagio esistenziale e la solitudine coniugandoli con una malinconia non priva di speranza:(“cancelliamo i giorni dal calendario, ci offriamo alla dimenticanza”), che la rende una grande Autrice, dalla cui penna ogni parola che nasce è autentica arte.

 Gabriella Pison

Warmbad Villach, 6 ottobre 2012                   

 

 

pagina Literary dedicata al libro: http://www.literary.it/dati/literary/A/angelucci/il_sogno_e_la_sua_infinitezza.html

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

 

 

 

 

“Dietro lo sguardo” di Elisabetta Bagli

Dietro lo sguardo
di Elisabetta Bagli
con prefazione di Andrea Leonelli
ArteMuse Editrice, 2013

“La silloge poetica “Dietro lo sguardo” di Elisabetta Bagli si presenta come uno spaccato di momenti di vita vissuta, come un collage di istantanee scattate rubando l’attimo al tempo e messe insieme a formare un puzzle bicolore, senza sfumature né mezze tinte. Solo gli assoluti incontrovertibili di un vissuto estremo. ” ( Dalla prefazione di Andrea Leonelli )

 

COMUNICATO STAMPA

Dietro lo sguardo-04-04 (1)ArteMuse Editrice presenta l’uscita ufficiale di Dietro lo sguardo, raccolta di poesie di Elisabetta Bagli pubblicata sotto la collana Castalide.

La silloge poetica Dietro lo sguardo di Elisabetta Bagli si presenta come uno spaccato di momenti di vita vissuta, come un collage di istantanee scattate rubando l’attimo al tempo e messe insieme a formare un puzzle bicolore, senza sfumature né mezze tinte. La raccolta, per quanto omogenea nell’intensità del sentire, è divisa in due sezioni: Luce e Buio. Ognuno dei due, inevitabilmente, portatore dello stato d’animo legato al positivo e al negativo. Questa dualità, questa contrapposizione, si evince in ognuna delle composizioni: ogni scritto ha in sé l’assenza del suo opposto, ogni bianco ha dentro e attorno il nero e viceversa, ne è circondato e delimitato e nel contempo esaltato nel suo essere. (Dalla prefazione del poeta Andrea Leonelli)

Elisabetta Bagli è nata a Roma nel 1970 e vive a Madrid dal 2002. È sposata e ha due figli. È laureata in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. Attualmente lavora per il Gruppo Editoriale D and M nel quale è la direttrice della collana di poesia “Castalide” ed è autrice per la stessa casa editrice. Dopo aver lavorato come insegnante di italiano per stranieri presso l’Accademia di lingue Booklane di Madrid, ora impartisce lezioni private di italiano ed è anche traduttrice dall’italiano allo spagnolo e all’inglese. Ha iniziato a scrivere poesie e racconti brevi nel 2009 e a settembre del 2011 ha pubblicato il suo primo libro, Voce, per partecipare a un concorso di poesia. Ha poi partecipato a numerosi altri concorsi, tra cui quello indetto dal blog “Occhio della Dea” nel 2012 con la sua poesia inedita Piccola Luce con la quale è arrivata al terzo posto. Sempre nel 2012 ha vinto il concorso dello Zikkurat International Business con la poesia Amore e Psiche, presente nel libro Voce. Ad aprile 2013 ha ricevuto una targa con attestato di merito per la lirica L’addio presente in questa silloge al Premio Alda Merini di Poesia. È inoltre presente in sei antologie, Sussurri dal cuore… e dalle tenebre, Libera Espressione 2012, Le poesie che nascono dal cuore, Mille voci per Alda, I Ragunanza di POESIA del III millennio e nell’antologia bilingue Camminanti, gitani e nomadi: la cultura itinerante (Tracce per la meta) con la poesia Vago sola in lingua spagnola. Oltre ad aver partecipato come giurata a diversi concorsi di poesia di rilevanza nazionale, fa parte del Gruppo Liber@rte, dedito alla promozione di autori emergenti e a concorsi di poesia, del progetto “Poesia Viva, la tua poesia su YouTube”, e della “Prima Ragunanza di letture poetiche” che si svolgerà il 28 aprile 2013 a Villa Pamphilj a Roma. Ha un suo blog personale (www.elisabettabagli.blogspot.com.es) e collabora attivamente scrivendo recensioni e interviste per diversi blog. Da dicembre 2012 è entrata a far parte dello staff del Gruppo Editoriale D and M, per cui ha pubblicato, nella divisione Edizioni Il Villaggio Ribelle, Mina, la fatina del Lago di Cristallo. Nell’aprile 2013 pubblica con ArteMuse Editrice, sotto la collana Castalide, la silloge poetica Dietro lo sguardo.

 

http://artemuse.altervista.org/artemuse-editrice-presenta-luscita-ufficiale-di-dietro-lo-sguardo/

“Le ali del pensiero” di Sandra Carresi, recensione di Lorenzo Spurio

Le ali del pensiero

di Sandra Carresi

con prefazione di Monica Fantaci

Libreria Editrice Urso, Avola, 2013

ISBN: 978-889838100-5

Pagine: 54

Costo: 9,5€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Sono sempre stata qui.
Il tempo mi ha solo
spostata un po’,
ma non sono mai andata via.
Adesso, metto l’accento
sulla qualità di questa
avventura, che è per me
un’opera d’arte:
la Vita.
(in “Qui e ovunque”, p. 22)

 

imagesCAUFDDHTSandra Carresi, oltre che un’amica, è una poetessa di grandi qualità: la sua poetica, piana ed evocativa, trae spunto dall’ambiente attorno a lei con particolare attenzione nei confronti della natura, tanto vegetale quanto animale (tra cui è da sottolineare i vari riferimenti al cane Benny, ormai parte della famiglia, ma anche animali del sottobosco che ci immettono in un’atmosfera sognante come avviene nella bellissima “Il sentiero dei sogni”). E’ una poesia chiaramente priva di orpelli, sofisticati tecnicismi metrici, ridondanti formalismi che qualora vengano utilizzati nella nostra età contemporanea finirebbero per risultare anacronistici e altamente retorici.

Le ali del pensiero pubblicato dalla Libreria Editrice Urso di Avola all’interno del progetto concorsuale che viene promosso ogni anno “Libri Di-Versi in Diversi Libri” è una silloge ricca di profumi, colori e di riflessioni che l’autrice fa partendo dal semplice. Non sempre queste riflessioni danno manifestazione dell’animo solare ed entusiasta che appartiene a una donna come Sandra, ma talvolta incorriamo in indagini più dolorose sull’io che prendono in considerazione ad esempio la malattia descritta come “belva antica” o “il gigante/che silenziosamente da secoli,/ ruba la Vita altrui” (p. 10), ma anche qui la lirica “risorge” nell’immagine finale, emblema di vitalismo, speranza e senso di religiosità: “La morte affianca la vita,/ ma per la belva antica,/ è già tempo di sconfitta” (p. 10). Ma non c’è mai spazio per il dramma o per dar credito ai pensieri nefasti nella poesia di Sandra e questo forse è esemplificato nei versi conclusivi della poesia “Respiri” cha apre la raccolta: “Respiro forte,/ è ancora tempo/ di essere felici” (p. 7).

Le poesie di Sandra sono essenze cromatiche, grumi di tempera, acquarelli sfumati, quadri d’immagini dove è il colore a dominare su tutto: “un autunno/ dipinto di/ verde, di giallo e di arancio” (p. 26), “ho indossato/ il profumo d’ambra grigia” (p. 27), nei piacevoli e fraterni “alberi argentati” (p. 30) e anche l’immagine più semplice evoca una grande profondità d’animo e d’espressività come quando dipinge con i suoi versi: “Bellissimo il cielo di/ azzurro uniforme” (in “Primavera”, p. 36). Parlare di colori significa immancabilmente parlare di luce, sole, luna e delle varie fasi luminose: le pagine si susseguono lente come aurore inaspettate, tramonti infuocati e timide albe di giornate liete.

Ci sono poesie dal tema sociale molto interessanti come “Pensieri e Sospiri” che traccia l’affanno e il disagio sociale tra povertà, crisi lavorativa e incertezza dei giovani che motivano la poetessa e metter in luce un “pensiero di trasformazione/ per la costruzione/ di una dignità migliore” (p. 8); in “Uomo” la poetessa lancia un messaggio, una forte esortazione all’uomo d’oggi per riscoprire gli antichi valori, oramai tramontati o celati, e abbandonare invece la via del materialismo, delle logiche di mercato (“Danza frenetico il dio quattrino”, p. 12) e del suo stupido egoismo.

E quei “cattivi pensieri”, magari d’odio o di vendetta, che possono nascere a seguito di drammatici e vergognosi episodi del nostro oggi servono alla poetessa da lenitivo di quel dolore momentaneo che poi le consentirà di dimenticarseli per riaffermare la purezza del cuore.

In “Calze a rete e minigonna” la poetessa tratteggia l’endemico problema della prostituzione che trasforma la donna in oggetto e l’uomo in animale selvaggio.

Colori, profumi, animo attento e curioso nei confronti della natura quale immenso vivente e nostra compagna fidata, condensati nella lirica che a mia vista è la più affascinante dell’intero libro:

 

Sorridi fanciulla
al giardino
d’Inverno.
I rami son potati
ma, la vita
è ancora lì,
si è solo spostata
in un altro ramo,
là dove il merlo
riposa, bagnato.
 
(“Giardini”, p. 50)

 

Molte le poesie che chiamano in causa sentimenti legati all’amore, al ricordo, alla felicità viva e costante e che si rinnova con le piccole azioni di tutti i giorni: “Quelle lunghe pause/ nelle stagioni andate/ sono un gioco/ consumato nel ricordo./ Amare la notte,/ non significa/ non saper salutare/ il giorno”, in “Cuore”, p. 20.

Ad arricchire questo testo è la nota di prefazione scritta dalla poetessa palermitana Monica Fantaci che con una serie di pennellate di colori vivi e luminosi dipinge sulla tela in maniera plastica quella che è l’arte poetica di Sandra.

Leggendo le poesie di Sandra ho provato sempre una sensazione di leggerezza, di sospensione, quasi come se il lettore venisse leggermente vaporizzato nell’aria da un venticello che, metaforicamente, è un gorgo di pensieri:

 

Mi culla
questa sedia a dondolo
di giunco.
Mentre un debole vento
accarezza dolcemente
il mio volto,
il sole mi bacia la fronte.
 
(in “Respiro”, p. 7)

E non è un caso che molti dei suoi libri abbiano dei titoli significativi sotto questo punto di vista: nella raccolta di racconti per l’infanzia scritta assieme a Michele Desiderato (Battiti d’ali nel mondo delle favole, TraccePerLaMeta Edizioni, 2012) ritroviamo le ali presenti anche nell’ultima silloge poetica che evocano un mondo aereo, una volata e trasmigrazione verso le esperienze più diverse, ma anche una leggerezza che si lega alla fuggevolezza dei versi, come pure dei sentimenti. Nella silloge poetica del 2007, Dalla vetrata incantata, (Lulu Edizioni) si respira mediante altre immagini e isotopie un’aria di meraviglia e stupore, di compiacimento e benessere fuse in quell’incanto che proviene dalla visione lusingata della natura, nella sua mutevolezza, che si staglia dietro ad una vetrata.

Grazie a Sandra per permetterci di volare, di trasvolare e planare durante la lettura di queste poesie.

La vita sulla terra è a tratti cruda a tratti vergognosa, e di voli così ne abbiamo certamente bisogno.

 

C’è un vento
Che soffia di notte
E di giorno,
sussurra da sempre,
certezze del cuore.
 
(In “C’è un vento…”, p. 21)

  

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 Jesi, 16/04/2013

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

A Firenze si è presentato “Infezione” di Sunshine Faggio

Sabato scorso, 13 aprile 2013, alle ore 16:30 alla Biblioteca Villa Bandini di FIRENZE si è svolta la presentazione del libro di poesie “Infezione” di Sunshine Faggio, pubblicato dalla casa editrice Arpeggio Libero. L’evento è stato promosso dalla rivista di letteratura online “Euterpe” fondata nel 2011 da Lorenzo Spurio, Massimo Acciai e Monica Fantaci.

La presentazione è stata introdotta da Massimo Acciai, poeta, scrittore per poi lasciare la parola al relatore Lorenzo Spurio, scrittore, critico-recensionista e direttore della rivista di letteratura “Euterpe”.

Sono intevenuti Iuri Lombardi (poeta, scrittore) e la poetessa Elena Leica che ha fatto delle letture.

Presente l’autrice, SUNSHINE FAGGIO, che ha risposto alle domande del relatore e ha letto le sue poesie.

Tra il pubblico erano presenti, tra gli altri Marzia Carocci, poetessa e critico recensionista, Sandra Carresi, poetessa, scrittrice e Annamaria Pecoraro, poetessa toscana.

Di seguito  il video integrale di presentazione.

Nicolò Gianelli presenta la raccolta di racconti “Brutto Vizio Morire”

            Nicolò Gianelli presenta a Milano Brutto Vizio Morire

 

Nicolò Gianelli presenterà la sua raccolta di racconti Brutto Vizio Morire (uscita per i tipi di Round Midnight Edizioni) presso la libreria Il Mio Libro di Via Sannio 18 a Milano. La presentazione avrà luogo il 23 aprile dalle 18.00 in poi, e vedrà il giovane autore interfacciarsi con il pubblico accompagnato anche da altri scrittori e da interventi musicali.

Gianelli sta girando l’Italia per presentare questo lavoro, che è l’istantanea di uno spaccato urbano e sociale profondamente travagliato. Descrive un universo degradato e degradante, tinto da quella vena di pulp che contraddistingue i libri del catalogo di Round Midnight. Il filo conduttore unico che unisce i racconti di questa antologia è la morte, vista dal punto più fisico e concreto, ovvero quello della decadenza e dell’autodistruzione.

Brutto Vizio Morire è uscito a metà marzo, ed è il primo libro che Gianelli pubblica con Round Midnight. Dopo la data milanese, che arriva in seguito ad alcuni appuntamenti emiliani (l’autore è originario di Modena), è in programma una presentazione nell’affascinante cornice di Sestri Levante per il 28 aprile.

 

www.roundmidnightedizioni.com

“Il pentagramma di Venere” di Alessandro Moschini, recensione di Lorenzo Spurio

Il pentagramma di Venere

di Alessandro Moschini

con prefazione di Gloria Vettori

con postfazione di Carmine Valendino

LunaNera Edizioni, Milano, 2013

ISBN: 9788898052066

Pagine: 114

Costo: 10€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

$(KGrHqR,!lQFEG-(Vj-bBRJRWkhIF!~~60_35Che questo libro parli, o meglio evochi, sensazioni sonore e che faccia riferimento spesso al mondo della musica, ce ne rendiamo subito conto a partire dal titolo, Il pentagramma di Venere, che quasi ci fa pensare alla celebre divinità della Natura e della prosperità che tiene in mano un pentagramma arzigogolato mentre la natura ai suoi piedi suona le note da lei dettate. La natura e la musica sono i temi cruciali del libro, affrontati secondo le più varie angolazioni e in questo percorso è necessario ricordare che l’autore, Alessandro Moschini, si definisce bassista-poeta, una definizione congiunta della sua arte che abbraccia, appunto, l’arte di far poesia a quello di far musica. E’ notorio come musica e poesia erano agli albori unite tra di loro tanto che la recitazione delle liriche veniva fatta meticolosamente con l’accompagnamento di strumenti quali l’arpa o la lira, pratica che poi, per una serie di ragioni, si è persa, anche se la poesia ha conservato la musicalità mediante lo studio metrico o l’utilizzo di forme quali l’onomatopea, la rima e le assonanze.

Moschini fa della poesia l’elemento per accordare strumenti e il suono del basso una vaporosa pagina bianca, incontaminata, nella quale stendere i suoi versi. Versi che sono principalmente, se non esclusivamente, d’amore tanto che la sua poetica viene spesso associata all’erotismo. Si tratta di una catalogazione questa a mio modo di vedere appropriata che, però,  non deve finire per  etichettare il poeta a questa categoria; va detto, infatti, che è solo una delle tante sfumature delle sue poesie d’amore.

Le liriche parlano di amore concreto che si realizza materialmente nell’amplesso, di desideri totalizzanti e a volte ossessivi che conducono l’io lirico a non celare la sua carica di ossessività, dominio e possesso sulla donna amata. L’amore è dolcezza e baci rubati, l’amore è il semplice guardare la natura che ha in sé rimandi che nella mente del poeta fanno pensare alla sua donna, l’amore è un sogno, ma anche un desiderio, l’amore è attesa e speranza, l’amore è voglia di appagamento di desideri fisici, ma in ogni caso, in ogni sua manifestazione, esso non è che frutto di un sentimento inteso alla massima potenza.

Moschini abbatte le banalità e gli aspetti retorici che possono riguardare chi fa una poesia carica di sentimentalismo, di intimità e di sublimazione delle insaziabili voglie di congiungersi all’amata: niente è scontato né tanto meno frivolo o inopportuno. Anche le liriche che più propriamente rimandano al tema della sessualità non mancano di rispetto né al destinatario della lirica né al lettore, ma scivolano via velocemente con un cocktail di leggerezza, maestria e ricerca della giusta espressione per celebrare significati che lambiscono la metafora; interessanti questi versi: “canvas of passion and luxury” in “Portrait of my madness”, p. 32 o i più incisivi “Le impronte dei miei denti/ lasciati sulla tua pelle di ninfa”, in “Il cuore ubiquitario”, p. 57.

La struttura stessa della silloge è pensata per organizzare il materiale lirico secondo una dimensione musicale, tra note tratte da pentagrammi seguiti poi da liriche in lingua inglese di grande impatto e altamente evocative.

In questo lodevole percorso di analisi e di confidenza che Moschini fa con il lettore risulta centrale la figura della donna, dell’amata, dell’essere che motiva in un certo senso l’effluvio dei sentimenti del poeta, come pure la sua ragion d’essere e il suo scopo. La donna, che per fortuna è il più possibile lontana ad ogni forma di “angelizzazzione” e alla celebrazione melensa della sue virtù, è una donna d’oggi, contemporanea, impegnata e sbarazzina, aperta di mente, amante del romanticismo, ma anche di esperienze di trasgressione: “Lasciando il tuo rossetto/ sul mio petto,/ perverse preghiere di piacere/ tra le tue gambe/ di geisha compiacente/ piegata al mio volere” (in “Il gioco”, pp. 26-27). Così Moschini non fa altro che individuare la natura (intesa in senso ampio) nella figura della sua amata e così è rintracciata nell’aria (“Ti respiro” in “Respiro”, p. 44), nella benzina (e per la sua infiammabilità e per il suo valore: “Preso tra le tue maglie/sei benzina” in “La lima di vetro”, p. 45), in una sostanza drogante (“Solo la tua voce/ narcotizza i dubbi”, p. 47), nell’emblema della dolcezza (“Tu che sei miele/ e che nascondi al mondo/ il nettare scandito”, in “Tu che sei miele”, p. 87) e addirittura nell’elemento che più di ogni altro richiama la rinascita e la purezza, l’acqua (“Sei acqua/ che fluisce alle mie tempie”, in “Nelle tue mani”, p. 69).

L’accezione del cibo legato alla donna si ritrova nella lirica inglese “Chocolatefall” dove un curioso e coinvolgente sexual play prevede un miscuglio della quinta essenza della dolcezza: cioccolata e miele tanto da fare della donna una inusuale “cake to be eaten” (in “Chocolatefall”, p. 86).

Ma un’analisi completa deve pur sottolineare che la donna è spesso collegata anche ad altre immagini, questa volta turbinose e capaci di incutere timore: la donna è una sorta di polipo che con i suoi tentacoli afferra e stritola (“Tutto ha travolto/ risucchiandomi nel vortice/ tentatore e vorace/ delle tue gambe” in “Madida mente”, p. 94), nonché assume sembianze vampiresche (“mordendo il mio collo/ e succhiandomi il sangue/ rosso vivo come la cupidigia”, in “Madida mente”, p. 94). In ogni modo la donna fuoriesca da queste pennellate liriche, da queste armoniche vibrazioni sonore, è un essere vivido e pulsante, carico di energia e d’intraprendenza tanto da esser definita una sirena delle mie perverse fantasie “Mermaid/ of my perverse fantasies” (in “The last chorus”, p. 97). Ma è lo stesso poeta a chiarire in una lirica che la sua donna è dappertutto, in ogni dove, poiché è il pensiero di lei ad essere costantemente nella sua testa, a sottendere quasi una sorta di panteismo amoroso: “Sei in ogni millimetro” scrive in “In ogni dove”, p. 98.

L’amore a volte può manifestarsi in maniera violenta e deflagrante come ci insegna Moschini nella poesia “Erotica cuspide” (p. 15) della quale riporto i versi finali:

 

Mazzate d’amore
senza pietà
sono i baci e la pelle
che nel buio mi dono.
ed io ti amo rapito
immune
da schegge remote
in un attimo esplose
protetto
dalle taglienti minacce
sotto di te.

 

In varie liriche il poeta utilizza delle strofe contenute all’interno di parentesi tonde quasi sia una spiegazione più chiara di quanto ci sta “narrando” con i suoi versi, o come una doppia voce appartenente all’io lirico che si dispiega su piani differenti come quando in “Organigramma di un amore” non può far a meno di scrivere:

 

(Non vuole regole
la costruzione di un amore,
schemi balordi,
e false priorità).

 

Alessandro Moschini è, inoltre, molto consapevole della fruibilità al presente di quell’amore totalizzante, perché vi sono varie liriche che prendono in considerazione il tempo, il dio Chronos, che seduto su una roccia guarda da lontano quasi beffandosi delle gioie momentanee degli umani. L’eternità, ossia il tempo infinito, è un’idea che per Moschini si sposa con quella di un amore oltre ogni confine:

 

L’importante
È che le voci nostre
Rimangano attaccate alle pareti
Per il tempo che rimane.
(in “Cantami il tempo che resta”, p. 21).

 

Come si diceva all’inizio, il tutto è dolcemente aromatizzato dall’uso magnanimo, variegato e intelligente di suoni, dissolvenze, “giochi armonici”, pentagrammi, melodie, trame sonore e qualsivoglia altra “fragranza uditiva” prodotta dalla Natura vivente o dagli strumenti musicali che consentono di creare un ordito piacevole, a tratti pacato, a tratti altisonante, dove è la stessa musica a fondersi e a identificarsi essa stessa con la donna:

 

This music
Has your shape
Materialized,
Alive,
Transformed
In emotion.
(in “Joy”, p. 75).

 

 

Lorenzo Spurio

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 08-04-2013

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Percorsi Di-Versi” di Catello Di Somma, recensione di Anna Maria Folchini Stabile

Percorsi Di-Versi

DI Catello Di Somma

Ed. Vicolo del Pavone – 2012

Recensione di ANNA MARIA FOLCHINI STABILE

 
foto (3)Ho conosciuto il poeta Catello di Somma durante una trasmissione radiofonica di cui entrambi eravamo ospiti, un momento di reading ovvero un incontro in cui i poeti leggono le loro liriche e mettono a nudo la loro anima.
Considerando che potrebbe essere mio figlio –  coetaneo dei miei – mi ha da subito positivamente impressionata il fatto che è un uomo giovane e gentilissimo, schivo per quanto riguarda la sua vita professionale di cui accenna appena con compostezza e serietà, ma entusiasta della sua vita familiare e dell’affetto che lo lega a sua moglie e al suo figlio. É un giovane perbene che mi parla della sua poetica, delle sue liriche e di come la poesia sia per lui voce e occasione per testimoniare i sentimenti e le esperienze fatte, il cammino di crecita e di maturazione personale , il legame indissolubile stabilito con la Vita e con la Bellezza.
Due ore sono un tempo brevissimo per conoscere un uomo, peró, al primo impatto, quando le persone si incontrano o si piacciono o si lasciano perdere, perchè non è cosa abituale che un’anziana signora e un giovane uomo che ha l’età dei suoi figli, possano comprendersi letterariamente da subito e immediatamente su cosa sia il senso della vita, nutrendo entrambi rispetto profondo davanti al meraviglioso Mistero che conduce l’esistere di tutti noi.
“Nella poesia non si può essere tra sconosciuti, ma solo tra anime affini” mi scrive nella sua dedica e ne convengo appieno, perchè non appena mi accingo alla lettura attenta e curiosa della sua opera, mi ritrovo in un luogo “altro”, ricco di spunti di riflessione e meditazione; un cammino insolito, ma definito, in cui ogni parola ha significato univoco, forte ed esclusivo teso a definire un percorso umano e personale che abbraccia tutte le donne e tutti gli uomini che il poeta incontra sulla sua strada rivolgendo a ciascuno la sua personale attenzione e il suo verso evangelicamente rispettoso.
Catello Di Somma è proprio il contrario dei poeti maledetti che ammaliano spesso la gioventù con versi provocatori, perchè il poeta Di Somma, anche se non disconosce la verità cruda, l’amarezza profonda, il dolore e i meandri degli oscuri gironi danteschi dell’esistenza umana, riesce a illuminare il degrado con la luce della compassione – la “cum-passio”- e la pena non lo porta ad allontanare lo sguardo, ma a  comprendere, quasi come in una meditazione consapevole delle sofferenze del Cristo che tutto carica su di sè e tutti salva.
Le pagine che compongono il libro sono una successione di parole non casuali che si fanno verso prima e poesia dopo, in un ordine non casuale.
L’opera, introdotta da  Maria Carmen Matarazzo che sottolinea la capacità di Catello di Somma di “coniugare con intensa partecipazione sogni e realismo, malinconia e gioia” , si divide in tre parti :
– Percorso nel mondo
– Il percorso del poeta
– Percorso nella fede.
In ognuna di esse la domanda di fondo verte sul tema del come si ponga  l’essere umano nel suo rapporto con la vita.
Domande antiche e impegnative a cui il Poeta,  ancorato agli affetti fondamentali, disposto all’attenzione verso gli ultimi e sensibile alla chiamata a cui ogni uomo, scavando nella sua anima, a suo modo risponde, trova le risposte.
Sotto questa luce si inquadra la lirica ” Matteo”, dedicata al figlioletto in cui il poeta guarda al futuro assillato dalle domande  “Chi sarai domani? / Quale passione albergherà nel tuo cuore?/ E chi sarò io/per te domani?… ” e la soluzione pacata  e fiduciosa non può essere che una: ” Nell’attesa cresceremo insieme”.
L’uomo che ha l’arma della poesia, non resta indifferente davanti  ai  dolori del mondo e ne vede sia la disperazione  che il deserto delle anime, ma giunto al punto in cui potrebbe limitarsi alla descrizione del fatto, rifugge dalla condanna e si veste di compassione e comprensione ripartendo dalla comune umanità.
Le quattro liriche dedicate ad aspetti della femminilità violata hanno titoli forti: “Aborto” , “Stupro”, “Lucciola triste”, “Qui sotto la pioggia attendo” .
Esse esprimono drammi, ma hanno parole semplici: “…e persi la mia vita /con il figlio che non nacque.”, “Respiro / ma sono morta / quel giorno.”, “Adesso vendo l’unica cosa che possiedo. / In realtà era un tramonto conosciuto”, “Non è questo pianto / che mi può lavare…./ Anche adesso, domani, non ha smesso di piovere”.
Catello Di Somma, lo stesso uomo che si china sui mali del mondo, ha alle spalle un percoso suo di maturazione e di cambiamento che gli permette di guardare tutto con occhi differenti.
È così  che nello scorrere dei versi e  nella successione delle pagine, sentimenti e atteggiamenti cambiano: ” Siano gli altri ad emettere sentenze / poichè nessuno ti nominó giudice, / nemmeno di te stesso. ” , “Ecco / le nubi incombono / … ma lì, sul fondo, la luce già barluma.” 
Alla fine del percorso l’anima del poeta naufragando nell’abbraccio della Fede, ritrova se stessa, tanto che egli potrà dire: “Come un pellegrino / ho bussato ad ogni porta / …finchè un giono / mi sono deciso ad aprire / le porte di una grande casa / scoprendo che era da sempre casa mia”.
Leggere le poesie di Catello Di Somma è, quindi, equivalente a un cammino attraverso la mente e il cuore di un uomo che ” Centellina le parole / come l”acqua della bisaccia  / nel deserto…” e può dire con serenità che “Senza fede / avevamo mille domande irrisolte. / Nella fede una sola risposta “.
ANNA MARIA FOLCHINI STABILE
08-04-2013
QUESTA RECENSIONE VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.
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Il nuovo libro di Massimo Acciai: “La nevicata e altri racconti”

La nevicata e altri racconti

Di Massimo Acciai

Montag Editore, 2013

ISBN: 978-88-97875-62-8

Pagine: 114

Costo: 16€

 

Sinossi:

LanevicataCop copiaIl filo conduttore che unisce i tre racconti della presente raccolta è il mondo della scuola. Uno sguardo inedito ai ricordi scolastici, sognando un’altra istruzione che ancora non esiste e che forse non esisterà mai. Ma sono anche memorie di viaggio, piccole avventure vissute lontano da casa, in altri luoghi, e il viaggio è soprattutto metaforico, nei ricordi, nei sogni, nelle speranze. Il primo lungo racconto, da cui prende il titolo la raccolta, racconta di un viaggio in Calabria, in un immaginario paesino assediato dalla neve, dove si riuniscono personaggi legati in qualche modo al mondo della scuola e della letteratura, riuniti per celebrare la morte di un poeta: è lo spunto per una confessione del protagonista, che esprime liberamente le sue idee sulla pagina: quasi un racconto-saggio. Il secondo testo, “Numeri”, riprende il personaggio del primo e ne racconta l’esame di maturità. Infine “La settimana bianca”, scritto a quattro mani con lo scrittore jesino Lorenzo Spurio, mette in scena un’insolita love story tra due emarginati all’apparenza l’uno l’opposto dell’altra. Si tratta di una rara incursione nella narrativa non-fantastica da parte di un autore che ha abituato il suo pubblico ad una narrativa che si muove tra la fantascienza, il fantasy e l’horror.

 

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“Gli steccati della mente” di Fausta Genziana Le Piane, recensione di Lorenzo Spurio

Gli steccati della mente
di Fausta Genziana Le Piane
con prefazione di Italo Evangelisti
Edizioni Penna d’Autore, 2009
ISBN: 978-88-6170-060-4
Pagine: 37
Costo: 9 €
 
Recensione di Lorenzo Spurio

 

Poeta
visita con me
antiche brughiere,
per scoprire nuovi sentieri
e creare nuovi paesi.
(in “Resta, poeta”, p. 18)

 

9788861700604Una silloge di poesia che consegna al lettore immagini nitide, a tratti forti e dolorose, a tratti volutamente scarne. Fausta Genziana Le Piane raccoglie in Gli steccati della mente poesie dal gusto diverso che spaziano da un’evidente e cara fascinazione verso la tradizione pre-cristiana con vari riferimenti al folklorismo celtico e medievale (la figura del falconiere, la “pietra celtica” (p. 15), “l’isola di Saint Kilda” (p. 17), “la collina di Tara” (p. 16) e ambientazioni che possono rimandare a scenari da Camelot: “l’isola selvaggia” (p. 17), “il bosco sacro di querce” (p. 17), “il cerchio magico” (p. 19), a liriche più intimiste come quella ispirata e dedicata alla madre.

Non mancano, però, anche poesie più impegnate come “Beslan” che in versi semplici e dall’aggetivazione pacata ricorda il tragico attentato in una scuola dell’Ossezia del nord avvenuto nel 2004;ciò che è rilevante in questa poesia è come la poetessa sia capace di istituire una polarità dolorosa di prima e dopo: da una parte il “primo giorno di scuola”, introduzione alla vita sociale, rito di passaggio e concretezza del bisogno dell’uomo della cultura, dall’altra “l’ultimo viaggio”, ossia il primo giorno che paradossalmente diventa l’ultimo. Morte, dolore e puzza d’esplosivo sono idee che la lirica non fornisce direttamente, ma che è in grado di evocare con un misto di tristezza e voglia di vendetta per chi ricorda il tragico accaduto.

Nel libro si nota un certo percorso concettuale della poetessa che si realizza a partire dall’utilizzo di termini-tematiche quali la solitudine, la segretezza, la chiusura: Fausta Genziana Le Piane parla, infatti, di “barriere” e di “steccati” come il titolo dello stesso libro suggerisce. Italo Evangelisti nella ricca nota di prefazione sottolinea l’importanza della figura del labirinto, sinonimo di mistero e di perdita del sé.

In “La falce, stanotte”, la poesia che apre la silloge, la poetessa utilizza un linguaggio acuminato: “La falce, stanotte/ ha crudelmente reciso/ greggi di pensieri/ allo sbando/ nei recinti della mente” (p. 9). A sopperire nella lotta con la “falce insanguinata” è la coscienza dell’essere: i suoi pensieri, le sue idee, i suoi sogni. In altre liriche si respira un’accentuata carica materica nella figura di pietre e rocce come nelle varie liriche dedicate a Stonehenge, in “Pietra tombale”, “Un sasso” e “Conosce l’equilibrio, la pietra” dove la poetessa con una sintesi mista a un’impeccabile purezza delle immagini, osserva: “Le ere affettano la roccia:/ fu tempo di granito rosso/ poi di lichene/ fino all’erica viola”. Bellissima l’immagine della natura che si riappropria dei suoi spazi, lentamente ed inesorabilmente. E quella stessa Natura porta con sé una forza inarrestabile che è origine motrice della Dea Madre:

 
Anche un sasso è consumato
da una pioggia troppo forte.
(in “Un sasso”, p. 20).

 

LORENZO SPURIO

(scrittore, critico-recensionista)

 

Jesi, 31-03-2013

 

 

Fausta Genziana Le Piane, (Nicastro), poeta, traduttrice, vive a Roma. Laureata in Lingue, ha insegnato francese e ha vinto una borsa di studio per la Romania. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore. Già iscritta all’Ordine dei giornalisti, dopo aver scritto per il “Il Giornale d’Italia”, per la rivista “Poeti e Poesia” diretta da Elio Pecora ed essersi occupata di gastronomia francese per la rivista “Real Pizza”, ora collabora con “Rello”, “Il Giornale del Lazio”, “Calabriaonline” e “E’ tempo di cultura”. Cura una rubrica d’arte per la Consulta delle donne di Wanda Montanelli (“Parliamo d’arte”) e una pubblicazione bimestrale – Kenavò – distribuita a Roma e in Sabina, diario delle attività culturali che si svolgono in Casa Duir, a Casperia (Rieti). Si occupa di critica letteraria.

Ha diverse pubblicazioni al suo attivo: Incontri con Medusa (2000, poesia, prosa, foto, colleges), La notte per maschera (2003, poesia), La luna nel piatto (2004, poesia, prosa, collages, contiene il fascicolo Omaggio alla pittura di Pinella Imbesi), Due per tre (2005, poesia, prosa, collages, co-autore Tommaso Maria Patti), Al Quantarah bridge. Un ponte lungo tremila anni tra Scilla e Cariddi (2007, poesia, prosa, saggistica, co-autore Tommaso Maria Patti), Enrico Benaglia, il pifferaio magico (2009, strumenti interdisciplinari), Artisti calabresi a confronto (2009, strumenti interdisciplinari), Non di solo pane… ma anche di poesia! (2009, antologia), Gli steccati della mente (2009, poesia).

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