L’iniziativa di “Versi d’Italia” per la Giornata Mondiale della Poesia 2020

Versi d'ItaliaIn occasione della Giornata Mondiale della Poesia 2020 e in questa singolare circostanza che tutti ci troviamo a vivere, un gruppo di poeti catanesi ha pensato di creare un grande componimento che raccolga le emozioni, i pensieri e le speranze di tutti i poeti d’Italia.

Si partecipa con un solo verso, contenente (in modo sintetico) le percezioni dell’io (e, quindi, le sue interpretazioni) relative alle odierne vicende (provenienti dall’esterno) che, ineluttabilmente, lo incidono.

La scelta metrica è libera.

I vari contributi saranno assemblati e pubblicati online alle ore 12 di Sabato 21 Marzo.

Per inviare il verso, bisogna semplicemente andare su www.versiditalia.wordpress.com e cliccare sulla voce “Partecipa”.

Per info: versiditalia@libero.it o 3270740733 (Leonardo Caltabiano)

Inchiesta sulla poesia. Forme, contaminazioni e codici linguistici, tra atrofia della critica e pressappochismo versificatorio

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[scadenza per compilazione e invio: 29/02/2020]

Sulla scorta di alcune recenti letture e approfondimenti sulla letteratura italiana contemporanea, con particolare attenzione alla poesia, mi è sembrata buona cosa, in chiusura di questo anno, proporre, mediante un format online di semplice uso (collegandosi a questo link), un sondaggio rivolto ai poeti italiani con l’idea di sentire le proprie opinioni e considerazioni su una serie di aspetti importanti della poesia odierna.

Alcune considerazioni sullo stato attuale della poesia, esposte dalla poetessa e critico letterario Rosa Giangoia, possono essere utili a evidenziare la situazione odierna: «La poesia sembra vivere un momento molto particolare, caratterizzato da contraddizioni. Da un lato, infatti, la produzione di testi poetici è molto ampia e diffusa ad opera di una miriade di autori, di cultura diversa e di orientamento di pensiero vario e diversificato, che producono testi quasi a getto continuo. Per lo più sono anche attivissimi in rete, in siti specialistici e in gruppi dedicati sui social, in cui postano con frequenza loro testi, che raramente vengono discussi con argomentazioni e valutazioni critiche, ma di solito sono fatti oggetto di elogi da parte di lettori sulla base di consonanza e spontaneismo.  […] Si assiste in molti casi a uno svilimento dell’attività poetica, sovente frutto di spontaneismo e di improvvisazione, con la conseguenza di una produzione sciatta, banale, ripetitiva, scarsamente originale, all’insegna dell’emotività e del sentimentalismo».[1]

Partendo dall’assunto che «La letteratura è dappertutto»[2], come sostenuto da Giulio Ferroni in una recente pubblicazione, nel sondaggio ci si è posti lo stratificato e mutabile universo poetico come elemento d’indagine da una serie di punti di vista differenti. Il sondaggio si costituisce di ventuno domande pensate come possibili input, tracce da poter investigare in maniera libera, senza un particolare limite di estensione in relazione ad aspetti quali la poesia civile[3], l’importanza della musicalità e della componente orale della poesia con annesse domande in relazione alla lingua e alla traduzione, ma anche al dialetto.

Ricorrendo sempre a Ferroni che sostiene che «in ogni modo non sembra più possibile delimitare la letterarietà in un campo specifico, che escluda il vario irrompere delle ibridazioni a cui la parola scritta viene sottoposta», ci si è posti, per converso, anche la questione – che reputo nevralgica – del rapporto tra poesia e altri codici espressivi, vale a dire le contaminazioni e le rappresentazioni multidisciplinari, le applicazioni che nel suo infinito contenitore di temi e approcci può abbracciare.

Vengono altresì poste domande, per fini statistici che permettano di argomentare i dati che saranno raccolti, in merito ad aspetti più personali del proprio legame con la poesia (età nella quale si è cominciato a produrre, numero di libri prodotti, numeri di libri letti al mese) che possono fornire indicazioni rilevanti per una considerazione tout court sulla poesia contemporanea. Il progetto, che non ha previsto nessuna data di scadenza quale termine per poter completare le domande del sondaggio, ha la volontà di raccogliere un congruo numero di materiali, in risposta, in riferimento ai vari quesiti che possano, in una seconda fase, essere letti, comparati e forniti in maniera esatta e dai quali poter trarre, eventualmente, delle considerazioni più circostanziate.

La rivista fiorentina L’area di Broca (ex Salvo imprevisti), diretta dalla poetessa Mariella Bettarini, ha dedicato nei mesi scorsi uno dei suoi numeri proprio a fare il punto sulla poesia contemporanea proponendo quesiti importanti sulla funzione e la rilevanza nella nostra società della poesia, di come essa sia cambiata nel corso degli ultimi decenni e ponendo particolare attenzione alle nuove forme poetiche che traggono sostentamento soprattutto dall’oralità e dalla virtualità. Un compendio molto interessante con gli interventi, tra gli altri, di Mariella Bettarini, Maria Grazia Calandrone, Maurizio Cucchi, Caterina Davinio, Roberto Deidier, Luigi Fontanella, Marco Giovenale, Giuliano Ladolfi, Mia Lecomte, Giorgio Linguaglossa, Elio Pecora, Evaristo Seghetta Andreoli, Adam Vaccaro, Luciano Valentini e il sottoscritto che è stato edito in forma sintetica sul n°106-107 (luglio 2017-giugno 2018) della rivista cartacea (disponibile anche in formato digitale, scaricabile in PDF dal relativo sito) e in forma integrale, nella completezza dei vari interventi, in un volume edito da Porto Seguro Editore di Firenze nel 2019.

L’aspetto che credo sia rilevante, o comunque che deve essere rimarcato, è che tale sondaggio, pur aperto liberamente a tutti, è stato espressamente pensato e voluto per essere rivolto direttamente ai poeti. Ha come finalità proprio quella di sentire cosano pensano i poeti – coloro che la poesia la producono e non solo la leggono – di questo genere, degli approcci e delle forme, nonché delle nuove modalità espressive, come la pratica diffusa del reading e della performance, come quella del poetry slam che sempre genera pareri molto discordanti.

Lello Voce, considerata l’anima centrale di questa espressione poetica creata da Marc Kelly Smith, sostiene che «Lo slam è un atto radicalmente politico: non solo perché riporta il poeta nella polis, ma perché rivendica il nostro diritto di essere ancora proprietari della lingua con la quale parliamo, con la quale amiamo e odiamo, con la quale gioiamo e soffriamo, con la quale accettiamo quell’altro che ci sta di fronte e occupa uno spazio che, se non ci fosse lui, potrebbe essere nostro, ma che, se lui non c’è, non avrebbe alcun senso di essere».[4] Il poeta e performer Dome Bulfaro, presidente della Lega Italiana Poetry Slam, ha raccolto una serie di scritti, opinioni di poeti e testimonianze – che danno voce a entrambi i sostenitori e i detrattori di questo fenomeno – nel ricco testo Guida liquida al poetry slam. La rivincita della poesia (2016) che dovrebbe sicuramente esser letto per avere un approfondimento su ogni aspetto di questa poesia empatica che si fa viva e prende corpo proprio nella sua forma di spoken language.[5]

In relazione alla dimensione orale della poesia è rilevante ricordare il progetto ideato e curato da Giovanna Iorio in collaborazione con Alan Bates nato un anno fa circa con la volontà di creare una grande enciclopedia di poesia vocale, la Poetry Sound Library (PSL).[6] Un’antologia della voce dove ciascun autore, che viene localizzato sulla mappa del globo e del quale si forniscono note bio-bibliografiche, dà lettura, nella sua lingua, a un componimento poetico. Il progetto, al quale da subito hanno aderito poeti da ogni parte del mondo, si è ben presto interessato anche alla poesia dialettale e dar voce anche agli autori scomparsi. L’iniziativa, che è stata presentata in un evento dedicato al Museo Macro Asilo di Roma il 14 aprile 2019 dal titolo “Riflessioni sulla voce”[7], nasce dalla volontà, strenuamente difesa dall’ideatrice Giovanna Iorio, di «preservare la voce, tornare alla purezza del suono, togliere il fruscio della carta delle parole, risvegliare i suoni primordiali del vento, restituire alla poesia la potenza della voce».[8] Essa contempla, a dicembre 2019, le voci di un totale di 1112 poeti viventi e decine di poeti del passato. Nella prefazione del volume pubblicato a seguito della presentazione ufficiale del PSL l’ideatrice Giovanna Iorio così ha annotato: «La Poetry Sound Library (abbrev. PSL) non è un altro archivio sonoro ma la prima mappa mondiale delle voci poetiche. […] è soprattutto un’utopia, un paese ideale solo per i poeti, un «luogo che non esiste», il «non» «luogo» οὐ τό̟ος di Tommaso Moro. Come ogni utopia anche la PSL aspira alla formulazione di un assetto poetico che non trova ancora riscontro nella realtà e che qui viene proposto come ideale e come modello; è utopia anche nel senso limitativo del termine, perché aspira a un modello non realizzabile, astratto, ma nel far questo sottolinea la forza critica verso situazioni esistenti e la positiva capacità di orientare forme di rinnovamento sociale. […] La PSL ha creato un pianeta silenzioso per ascoltare la voce dell’altro. Può contenere, e di fatto contiene, gli archivi di tutto il mondo e i poeti di ogni epoca e luogo. Proprio come un nuovo mondo, sogna di ospitare tutte le voci poetiche e per questo è un progetto che non verrà mai completato, può solo desiderare di essere portato a termine. Grazie agli strumenti della mappa, i poeti più importanti del passato emergono dagli archivi e tornano vivi, nella città e nei luoghi dove hanno vissuto e operato. […] Si percepisce, esplorando la mappa, che esiste una sola voce, la Voce della Poesia, polifonica e dirompente se la si ascolta in un nuovo modo e senza gerarchie, limiti spaziali o temporali. […] La PSL fa di-vertire e cambiando direzione si tracciano nuove geografie. I percorsi sonori sulla mappa invitano ad esplorare questo mare ignoto della poesia sonora. Emoziona ascoltare le voci nelle lingue di tutto il mondo, senza la rassicurante presenza di una traduzione. L’ascolto va al di là della comprensione del senso delle parole».[9]

Sui rapporti tra scienza e poesia, oggetto di analisi di uno dei quesiti, mi viene da segnalare alcuni recenti progetti che hanno parlato di questo. In una recente recensione di Rosa Elisa Giangoia dal titolo “La poesia della matematica”, apparsa sulla rivista Xenia dove, si parla del volume Duet of Formula (2016) di Laura Garavaglia e Mariko Sumikura e si legge: «Quello che le liriche raccolte vogliono evidenziare è che tanto la matematica quanto la poesia indagano gli aspetti problematici della realtà come l’inizio, la fine, la vita, la morte, avendo come obiettivo un oltre indefinito, anche perché entrambe investigano il dilemma dell’infinito, dell’incommensurabile, dentro e fuori l’uomo e la realtà».[10] Va anche segnalato il pamphlet di Roberto Maggiani, edito in formato e-book da La Recherche, ricco di citazioni e riferimenti, dal titolo Poesia e scienza: una relazione necessaria? (2019) dove il tema nevralgico delle interrelazioni e intersezioni tra i due campi vengono presi in considerazione con acume da vari punti di vista. Eugenio Nastasi nella sua “Breve riflessione” che chiude questa dissertazione osserva: «Se è vero che la fisica quantistica “cerca di spiegare quello che accade a una particella prima che entri in gioco l’osservatore”, lo stesso procedimento può essere esteso all’ologramma poetico prima di concretizzarsi, nella mente del poeta, in sintagma del poiein. In qualche modo, voglio dire, come nell’universo della fisica quantistica “la realtà esiste solo nel mondo dei numeri immaginari”, gli elementi dell’atto creativo poetico o similari, fluttuano in un “loro” mondo, complementare o speculare a quello dell’osservatore-poeta, fino a quando viene assorbito e reso accessibile dalla “cernita” che ne fa il poeta».[11] Sui rapporti tra poesia e astrofisica mi sento di fare senz’altro il nome del poeta Corrado Calabrò che con Quinta dimensione (2018) ha spalancato le porte della poesia a una dimensione altra, che s’interroga sull’uomo e ammicca alla scienza e ai suoi traguardi.[12]

Ferroni segnala che la «pluralità delle esperienze, dà luogo a una frantumazione degli spazi e dei livelli, con un’articolazione di nicchie e strati che tendono a chiudersi in se stessi, spesso tra loro impermeabili» ed è, in questa atrofia poetica e iperproduzione libraria, il rischio che maggiormente si paventa e che dovrebbe essere, se non allontanato del tutto, senz’altro reso il meno invasivo possibile tenendo a mente un aforisma di Carl Sandburg che recita: «La poesia è l’apertura e la chiusura di una porta che lascia chi vi guarda attraverso a fare congetture su ciò che ha visto per un istante».[13]

Non solo attenzione verso il poeta in quanto fautore della creazione e custode di sapienza (finanche affabulatore, quando non stratega e utilizzatore di codici avulsi dalla praticità spicciola della vita) ma anche verso il critico la cui funzione, negli ultimi anni, sembra essersi un po’ svuotata o semplicemente dissipata in questa variegata schiera di tuttologi e di informatori che fanno cronaca e spesso travalicano la critica propriamente detta, agghindata di indecorose banalità o gossip senz’altro a latere l’oggetto libro. Colui che si colloca in mezzo tra l’autore e il pubblico, una volta inteso come interprete del testo e per questo spesso associato a una sapere tecnico, accademico e pedante, quale estrattore di significati nascosti. Semmai un commentatore in grado di contestualizzare contenuti, analizzare forme, ampliando aspetti, trovando rimandi, ascoltando echi, sapendo cogliere la centralità delle immagini, le correlazioni spesso non così manifeste, ma plausibili secondo un dato tipo di avvicinamento al testo. Citando ancora Ferroni, che molto si è espresso sull’argomento, e in maniera quanto mai chiara, non ci si può non riconoscere nelle sue parole: «Tuttologia e specialismo sono spesso fuorviati dall’ostentazione di sicurezza dell’interprete, dalla pretesa di dire a tutti i costi qualcosa di nuovo e dall’ossessione dell’iperinterpretazione, dal voler far prova di saperne di più di ciò che il testo contiene».

Nel corso del sondaggio si forniscono anche domande atte a chiedere gli autori – sempre in fatto di poesia – tanto italiani che stranieri che si reputano, per ragioni proprie, i più importanti per la poesia, che vanno senz’altro letti e studiati e tenuti a mente. Questo consentirà di poter avere dati attendibili in merito alla poesia che realmente si legge (e dunque si ama) che non ha da essere valutata meramente con ciò che nelle librerie viene comprato, spesso in maniera semplicistica, sulla scorta di una suggestione avuta magari dalla semplice copertina o da un lontano consiglio di qualcuno che non di rado non ha come epilogo che quello di lasciar depositare polvere su quel libro acquistato.

Ed è per questa ragione che vengono proposte nel sondaggio anche due domande che reputo lungimiranti e necessarie al contempo, che guardano ciascuna in una direzione precisa: una al passato e l’altra al futuro. La prima di esse, infatti, ha a che vedere con quali autori, se si ritiene che ve ne siano, sembrano essere i grandi assenti, palesemente dimenticati e tralasciati a dispetto della loro importante opera letteraria (complici magari la disattenzione di critici, l’inadempienza di familiari che potrebbero meglio curare l’eredita letteraria, nel caso di autori passati a miglior vita, e soprattutto il palese disinteresse delle major editoriali che puntano altrove, verso il facile guadagno). L’altro quesito, invece, tende a chiedere quali poeti – più o meno giovani – della scena odierna meriterebbero una conoscenza, diffusione maggiore, vale a dire quali esponenti che, causa della marginalità insita della poesia e – di nuovo – del poco interesse editoriale, non godono di quella fama che, effettivamente, meriterebbero.

Si tratta, in qualche modo, di poter comprendere meglio alcuni dei tanti tracciati che la poesia nel corso del tempo, con esiti vari, ha scritto e percorso, vicoli bui e strade per lo più asfaltate, passaggi ampi e cunicoli leggermente impraticabili, a rappresentare i tanti percorsi dei poeti che, anche grazie a un sistema di rimandi, citazioni e di un universo intertestuale, sono interconnessi tra loro, che si vivificano a vicenda, colloquiando tra età e spazi diversi. Intertesto che è rimando ma anche polifonia interpretativa come osservato dalla poetessa Erika Burkart in alcuni suoi versi: «Un frammento vien letto/ da ciascuna epoca in modo diverso,/ dentro vi proiettiamo l’attualità,/ spieghiamo, aggiungiamo e combiniamo,/ scopriamo; sui bordi estremi,/ nei più profondi interstizi/ prolifera un che di vago e di sinistro,/ che fa paura e intriga».[14]

Questo sondaggio, in ultima battuta, è un mezzo per interrogare i tanti poeti sulla loro arte; anche perché, come Ferroni propone e incalza, la critica possa resistere mediante un mezzo efficace che gli consenta di «interrogare i linguaggi» dal momento che «L’impegno interpretativo non può disporre di nessuna sicurezza, ma può fare affidamento sulla continuità di un leggere e di un interrogare». Affinché si possano aggiungere tante valide pagine a quella millennium poetry che, come Magrelli ha sottotitolato, non è che un viaggio sentimentale nella poesia italiana.

 

Link diretto all’Inchiesta sulla poesia

 

 

Riferimenti

AA.VV., L’area di Broca. Poesia XXI. Il punto sulla poesia contemporanea, Porto Seguro, Firenze, 2019.

AA.VV., Poetry Sound Library. Riflessioni sulla voce, e-book n°233, La Recherche, 2019.

Bulfaro Dome, Guida liquida al poetry slam. La rivincita della poesia, Agenzia X, Milano, 2016.

Burkart Erika, Poesie, Campanotto, Paisan di Piave, 2005.

Ferroni Giulio, La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere, Salerno Editrice, Roma, 2019.

Garavaglia Laura, Sumikura Mariko, Duet of Formula, Japan Universal Poets Association, Kyoto, 2016.

Maggiani Roberto, Poesia e scienza: una relazione necessaria?, e-book, La Recherche, 2019.

Magrelli Valerio, Millennium poetry. Viaggio sentimentale nella poesia italiana, Il Mulino, Bologna, 2015.

Poesia, Crocetti, Milano, anno XXXII, novembre 2019, n°353.

Spurio Lorenzo, “La Quinta dimensione di Corrado Calabrò il poeta che strizza l’occhio alla scienza”, Blog Letteratura e Cultura, 18/08/2019, https://blogletteratura.com/2019/08/18/la-quinta-dimensione-di-corrado-calabro-il-poeta-che-strizza-locchio-alla-scienza-a-cura-di-lorenzo-spurio/

Xenia, Trimestrale di Letteratura e Cultura, AGF Edizioni, Genova, n°3, 2009.

 

 

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985), poeta, scrittore e critico letterario. Per la poesia ha pubblicato Neoplasie civili (2014), Tra gli aranci e la menta. Recitativo dell’assenza per Federico García Lorca (2016) e Pareidolia (2018). Ha curato antologie poetiche tra cui Convivio in versi. Mappatura democratica della poesia marchigiana (2016) e Sicilia: viaggio in versi (2019). Per la narrativa ha pubblicato tre raccolte di racconti brevi. Intensa la sua attività quale critico con la pubblicazione di saggi in rivista e volume, approfondimenti, prevalentemente sulla letteratura straniera, tra cui il volume Cattivi dentro: dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera (2018). Si è dedicato anche allo studio della poesia della sua regione pubblicando Scritti marchigiani (2017) e La nuova poesia marchigiana (2019). Tra i suoi principali interessi figura il poeta e drammaturgo spagnolo Federico García Lorca al quale ha dedicato un ampio saggio sulla sua opera teatrale, tutt’ora inedito e tiene incontri tematici. Presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, fondata a marzo 2016, e Presidente di Giuria in vari concorsi di poesia, tra cui il Concorso di Poesia “Città di Porto Recanati – Premio Speciale Renato Pigliacampo”, il Premio Letterario “Città di Chieti” e il Premio Letterario Internazionale “Antonia Pozzi – Per troppa vita che ho nel sangue” di Pasturo (LC); ha ideato e presiede il Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi” che ha sede a Jesi, giunto nel 2020 alla nona edizione. Su di lui si sono espressi, tra gli altri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dante Maffia, Corrado Calabrò, Ugo Piscopo, Nazario Pardini, Antonio Spagnuolo e Sandro Gros-Pietro.

 

[1] Xenia, Trimestrale di Letteratura e Cultura, AGF Edizioni, Genova, n°3, 2009, pp. 35-36.

[2] Giulio Ferroni, La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere, Salerno Editrice, Roma, 2019. Tutte le citazioni di Ferroni sono tratte dal medesimo libro.

[3] A partire dall’amara e annichilente citazione (ma anche indirettamente propositiva per un impegno serio, costante e convinto) di Theodor Adorno che ebbe a dire «Scrivere una poesia dopo Aushwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie» si legga il breve articolo di Letizia Leone dal titolo “Quale poesia dopo lo scandalo insostenibile della Storia?” apparso sulla rivista romana Il Mangiaparole, anno 1, numero 4, ottobre-dicembre 2018.

[4] Dome Bulfaro, Guida liquida al poetry slam. La rivincita della poesia, Agenzia X, Milano, 2016.

[5] In relazione all’universo dello slam vorrei segnalare due interviste da me fatte a due poeti performer che, nelle loro rispettive zone, sono stati e sono promotori di poetry slam e hanno rivestito il ruolo del Maestro di Cerimonia: “Intervista al poeta e performer Max Ponte”, in Blog Letteratura e Cultura, 07/01/2018 (https://blogletteratura.com/2018/01/07/intervista-al-poeta-e-performer-max-ponte-a-cura-di-l-spurio/ );   “La poesia orale. Intervista alla poetessa aquilana Alessandra Prospero”, in Blog Letteratura e Cultura, 19/01/2018 (https://blogletteratura.com/2018/01/19/la-poesia-orale-intervista-alla-poetessa-aquilana-alessandra-prospero-a-cura-di-l-spurio/). Va, inoltre, osservato che Max Ponte è ideatore di una formula innovativa di gara poetica che può essere considerata di derivazione della poetry slam denominata “Angelico Certame” (https://angelicocertame.org/2016/09/06/regolamento/) che si disputa a Torino. S’iscrive in questo ambito di rivisitazione anche la Gara poetica itinerante nelle antiche terre picene “Ver Sacrum” (https://associazioneeuterpe.com/regolamento-2/), ideata dal sottoscritto assieme a Michela Tombi, organizzata dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi che ha toccato i maggiori centri della regione Marche nel corso del 2019 e ha avuto la sua finale del campionato a Cupramontana (AN) lo scorso 14/12/2019.

[6] Sito internet: https://poetrysoundlibrary.weebly.com/

[7] Gli atti di questo incontro sono raccolti in un numero monografico col medesimo titolo sulle edizioni online della rivista La Recherche, e-book n°233, 2019. Nel volume, a cura di Roberto Maggiani e Giuliano Brenna, dopo l’introduzione di Giovanna Iorio e la prefazione di Stefania Di Lino, figurano, tra gli altri, gli interventi di Lucianna Argentino, Michela Zanarella, Nadia Chiaverini, Anna Maria Curci, Annamaria Ferramosca, Maria Pia Quintavalla, Eugenia Serafini, Maurizio Soldini, Giuseppe Vetromile.

[8] Al fine di una maggiore diffusione e organizzazione del progetto, la fondatrice ha istituito degli Ambasciatori, una sorta di collaboratori diretti che, in prima linea, hanno sposato il progetto e si impegneranno a condividerlo ampiamente e diffonderne le potenzialità, soprattutto nella loro zona. Tra di essi Anna Maria Curci, Michael Rothenberg, Caterina Davinio, Cinzia Marulli, Michela Zanarella, Roberto Maggiani, Paolo Saggese, Giuseppe Vetromile, il sottoscritto e vari altri.

[9] AA.VV., Poetry Sound Library. Riflessioni sulla voce, e-book n°233, La Recherche, 2019.

[10] Xenia, Trimestrale di Letteratura e Cultura, AGF Edizioni, Genova, n°3, 2009, p. 80.

[11] Roberto Maggiani, Poesia e scienza: una relazione necessaria?, e-book, La Recherche, 2019.

[12] Una mia recensione al volume è stata pubblicata su Blog Letteratura e Cultura il 18 agosto 2019 ed è disponibile qui: https://blogletteratura.com/2019/08/18/la-quinta-dimensione-di-corrado-calabro-il-poeta-che-strizza-locchio-alla-scienza-a-cura-di-lorenzo-spurio/

[13] Poesia, Crocetti, Milano, anno XXXII, novembre 2019, n°353, p. 10.

[14] Erika Burkart, Poesie, Campanotto, Paisan di Piave, 2005.

 

NOTA- Il presente articolo, a firma di Lorenzo Spurio, e´ stato pubblicato in anteprima sul blog “Alla Volta di Leucade” del prof. Nazario Pardini in data 23-12-2019. E´ severamente vietato riprodurre, in forma integrale o parziale, i contenuti dell´articolo senza il permesso scritto da parte dell´autore.

Codici d’accesso al sistema lirico contemporaneo: “Com’è la poesia” di P.V. Mengaldo – a cura di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

31i346KMvvL._SX297_BO1,204,203,200_.jpgNon definire “cos’è” la poesia, questione di natura filosofica probabilmente assai più complessa, ma illustrare “come” questa si struttura e configura in un codificato sistema di postulati e tecniche è lo scopo confesso che il filologo P.V. Mengaldo, come pochi sensibile agli esiti della lirica italiana novecentesca, si prefigge in un denso saggio che, anteponendo al discorso meramente teorico una ricchissima campionatura di riferimenti e citazioni, tenta di delinearne alcuni “aspetti nodali del funzionamento”.[1] E se di specifico, autonomo linguaggio si tratta (a percentuale variabile, ma sostanzialmente connaturata di oscurità) il discorso del critico non poteva che esordire dalle sue peculiarità fondanti, capaci di renderlo programmaticamente (ambiziosamente/suggestivamente) anomalo rispetto alla comunicazione in prosa. Che la lingua poetica costituisca uno scarto sistematico rispetto a quella comune gli appare discutibile e citando, in Lingua/lingue,[2] Coleridge ed Eliot[3] sottolinea la propensione di quest’ultima a farsi prosa nel “secolo breve”, comunque non ne accetta la coincidenza tout court con la linea analogica di Mallarmé e Valéry: questione aperta (quanti straordinari poeti della tendenza anti-novecentesca – colloquiale e discorsiva – non sarebbero ammessi, ma è pur vero che di “gloria nel non essere compresi” parlava già Baudelaire, Montale sosteneva che “nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire” e rime impervie/“petrose” risalgono a Dante), salvo poi ammettere che questo non vale proprio per la lirica italiana, connotata – per la sua nascita tardiva, frutto di una unificazione letteraria e non politica – dai toni arcaizzanti e alti di modelli quali Petrarca che le conferiscono accenti elitari decisamente alternativi all’espressività quotidiana. Che, d’altro canto, la Metrica – “anteriore com’è al verso stesso” (O. Brik) – ne costituisca la naturale partitura è assodato e dettagliatamente analizzato nel relativo capitolo in cui vengono messi in evidenza, fra l’altro, la centralità dell’endecasillabo e la sua funzionalità/interazione con la rima che – sdrucciola, ritmica o “al mezzo” (insigne succedaneo, insieme a quella interna e alle “imperfette” assonanza e consonanza, di quella perfetta esterna in Metastasio, Leopardi, Montale…sorprende l’omissione di Gozzano) – risponde ai bisogni di “monotonia, simmetria, sorpresa” (Baudelaire), del sonetto, dell’enjambement, della ritmica destrutturata e libera avviata dal Vocianesimo la quale, tuttavia (sottolineatura questa particolarmente interessante) ricorre non di rado a rime (o strofe con ugual numero di versi). In particolare Montale – il poeta più citato nelle diverse sezioni – conferma in questo senso lo stretto legame con la tradizione e se è vero che “comunque quando in un suo componimento le rime divengono parziali acquisiscono uno specifico valore di espressività e messa in rilievo concettuale”,[4] è altrettanto frequente il contrario: in uno schema rimico sequenziale montaliano può accadere che solo un termine “scarti”, assumendo proprio per questo valenza pregnante e simbolica sul piano tematico, come si verifica nella strofa finale di Meriggiare, tutta in rima perfetta –glia ad eccezione di quella irrelata di “travaglio”[5] o nella terza strofa a schema rimico incrociato (imperfetto) ABCBA dell’osso In limine, in cui il termine C che “scarta” è, non casualmente, “salva”, spia semantica della auspicata fuga di Lei attraverso “l’anello che non tiene” di una rete (forse) smagliatasi per un inatteso/miracoloso “sbaglio di natura”.

Il libro si svolge, quindi, toccando i nuclei stilistico-formali del discorso lirico, cui non possiamo che accennare: dalla Elaborazione di un testo (“bisogna guardarsi dal giudicare le stesure primitive/intermedie come semplici ponti di passaggio imperfetti verso la forma definitiva e migliore”)[6] che tanto deve agli “scartafacci” di G. Contini, particolarmente all’analisi delle varianti leopardiane sul lessema-topos del ricordo (il “sovvienti>rammenti>rimembri” che introduce felicemente un aspetto durativo e più intimo”)[7] o delle lezioni più familiari sostituite a quelle erudite (“soma>fascio” nel Canto notturno, “piagge>rive” nella Ginestra), alla Brevità/concisione, conseguite attraverso la reticenza, il non detto e il silenzio ma anche, aggiungiamo, con i puntini sospensivo-espressivi della “falsa reticenza” e l’incipit in congiunzione o domanda – giustamente vengono citati i sonetti foscoliani e il Gelsomino notturno – i quali determinano un avvio in medias res che colloca in un ideale spazio-tempo anteriore al testo l’esordio della riflessione dell’io lirico,[8] dalle Immagini (dirette o analogiche “impossibile che un testo poetico non le sprigioni, se si escludono testi brevissimi di carattere epigrammatico/aforistico”)[9] alle Traduzioni. Queste ultime, sovvertendo un diffuso luogo comune, assumono per l’autore piena autonomia estetica e possono risultare, in linea con i dettami dell’Estetica hegeliana per cui un’opera di poesia può essere tradotta in un’altra lingua senza che ne venga diminuito il valore, “belle e infedeli”, proprio per le specifiche peculiarità della traduzione italiana che mal tollera, a tutto vantaggio dell’originalità creativa, la linearità – rifiutando la ripetizione a favore della “variatio sinonimica” e, soprattutto, il verso/frase concluso con il ricorso sistematico alle forme dell’inversione e all’intoccabile, istituzionale inarcatura, – e sconta la cifra colta del suo stile che “non si fonda su modelli decisivi per quelli di altre nazioni come il dettato biblico e la poesia popolare.[10] Per arrivare, omettendo anche minimi riferimenti ad altri stimolanti capitoli, [11] all’Intertestualità: agisca “trasversalmente” senza intenzionalità (assoluta, in tal senso, la dittatura verbale/situazionale esercitata in Italia da Petrarca, certo attraverso la mediazione dei lirici del ‘500) o risulti, all’opposto, intenzionale, nelle forme della citazione – che garantisce assoluta fedeltà al citato – e dell’allusione – per cui non si comprende il testo in questione senza ricorrere alla fonte – si connette strettamente alla materia suggestiva e nodale dei Tòpoi. Puntuali e doverosi qui i rimandi alla comparazione foglie/caducità umana, diffusissima da Mimnerno sino a Leopardi, Verlaine, Ungaretti (manca, ci pare, il riferimento al “cader fragile” delle foglie pascoliane di Novembre) e al locus amoenus…o inamoenus, esemplificato già da Dante nel XIII dell’Inferno con la descrizione dell’allucinata, contorta selva dei suicidi scandita dal triplice anaforico “non” avversativo della seconda terzina. Due, in conclusione, i capitoli sui quali vogliamo soffermarci, probabilmente i più interessanti dell’intero contributo. “Posto che con Libri di poesia si intendono libri unitari, caratterizzati da coesione e coerenza interne, rapporti fra testi, ciclicità e presenza di segnali di inizio e fine”,[12] è lecito domandarsi, per Mengaldo, se tale organicità costituisca o meno un valore aggiunto: non necessariamente e, in ogni caso, si dovrebbero fare i conti con ”disomogeneità” illustri, prima fra tutte quella dei Canti leopardiani. Piuttosto risulta preziosa per il lettore la rassegna di sillogi fondamentali ispirate a tale parametro, dai Fiori del male, strutturati con un sola poesia introduttiva seguita da gruppi di testi dedicati a temi unitari e sezioni incentrate su nuclei concettuali ricorrenti,[13] alle Myricae, la cui solida unità risulta non solo contenutistica ma metrica (tutte le sezioni presentano liriche di egual metro tranne una), dalle Soledades di Machado, legate dal nesso della fuente, chiarità/frescura, agli insospettabili, rigorosi equilibri di Saba in Trieste e una donna (nella I sezione tutto si svolge non solo secondo il consueto assetto “d’epoca” passeggiata/scoperta della città ma anche rispettando un identico impianto formale tripartito),[14] per giungere al Pianissimo di Sbarbaro in cui “taci” e “talor(a)” fungono da ricorrente connettivo lessicale alle comuni tematiche dell’astenia/rassegnazione/sonnambulismo del soggetto poetante. Abbiamo avuto modo di dimostrare, con specifica attenzione all’Allegria ungarettiana, che i Titoli novecenteschi, sui quali H. Friederich ha scritto pagine illuminanti e definitive,[15] raramente sono in rapporto diretto e logico con lo svolgimento/contenuto del testo, ma divengono elementi originali ed autonomi, di fatto versi aggiunti iniziali.[16] Dopo aver esaminato quelli dotti (spesso di natura musicale come in Verlaine, Mallarmé, Guillén e nei Mottetti montaliani) e i didascalico/circostanziali, il critico sembra condividere tale ipotesi quando si sofferma sui titoli “sintatticamente e semanticamente sospesi, il cui enunciato si prosegue e compie con l’inizio del testo stesso”,[17]sostenendo poi, però, che raramente questi offrono informazioni sui relativi versi mentre ci pare che proprio tali titoli “aperti” divengano, spesso, indispensabili alla comprensione del nucleo concettuale chiave: così avviene in Soldati di Ungaretti (classificato fra le importanti eccezioni dei “didascalici”, è il titolo a chiarire come le caduche foglie autunnali siano i soldati, non genericamente l’uomo nella sua precarietà) e, clamorosamente, in Mattina: che la notissima, aforistica illuminazione d’immenso si verifichi in questo preciso, non casuale momento della giornata e assuma i toni laici e immanenti di un rigenerante inno al Sole – evitando così possibili derive interpretative metafisico-religiose – lo sappiamo esclusivamente grazie al titolo.

Com’è la poesia è un raffinato, aggiornato e indispensabile prontuario per accedere al suo codice, o tentare di farlo. Necessario più che mai oggi, in un presente drammaticamente complesso nel quale ci sembra vivissima, nonostante troppi si affrettino a negarlo…certamente non i giovani che ne avvertono, siamo convinti, un assoluto, sincero, malcelato bisogno.

 

Marco Camerini

 

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[1] P.V. MENGALDO, Com’è la poesia, Carocci, Roma 2018, p. 127.

[2] Si riportano in grassetto i capitoli del libro.

[3] “Alcune tra le parti più interessanti della poesia risulteranno scritte in una lingua corrispondente a quella della pros, quando si tratti di buona prosa” (Coleridge). “La poesia non può discostarsi troppo dalla lingua quotidiana” (Eliot). P.V. MENGALDO, op. cit., pp. 8-9.

[4] Ivi, p. 27.

[5] Cfr. in proposito M. CAMERINI, Elementi di retorica e stilistica, Graphisoft, Roma 2016, pp. 22-24.

[6] P.V. MENGALDO, Com’è la poesia, cit., p. 42.

[7] Ivi, p. 40

[8] Per la differenza fra reticenza e sospensione espressiva in Pascoli e l’incipit in medias res si rinvia a M. CAMERINI, Elementi di retorica, cit., p. 46, 54 ss. e 67 ss.

[9] P.V. MENGALDO, Com’è la poesia, cit., p. 49.

[10] Ivi, p. 89.

[11] Lirica e narrativa, Poesia e arti figurative, Poesia e musica fra tutti.

[12] P.V. MENGALDO, op. cit., p. 77.

[13] “La poesia di Baudelaire fa apparire il nuovo nel sempre uguale e il sempre uguale nel nuovo, secondo Benjamin”, Ivi, p. 77.

[14] “Strofa breve che annuncia il tema + strofa lunga che lo svolge + strofa che ne riassume, anche aforisticamente, il senso”, Ivi, p. 79.

[15] H. FRIEDERICH, Le strutture della lirica moderna, Garzanti, Milano 2002 [1971].

[16] Cfr., anche per le affermazioni seguenti, M. CAMERINI, “Il titolo come verso aggiunto nell’Allegria” in Elementi di retorica e stilistica, cit., pp. 79-80.

[17] P.V. MENGALDO, Com’è la poesia, cit., p.31

“Parole Silenzi Echi Ritorni” di Velia Balducci, recensione di Lorenzo Spurio

Recensione di Lorenzo Spurio

La mente di un poeta

somiglia a una farfalla

velia-balducci.jpgQuesta prima raccolta poetica dell’autrice anconetana Velia Balducci (Parole Silenzi Echi Ritorni, Ventura Edizioni, 2019) non lascia indifferenti per una serie di motivi che si cercherà di enucleare a continuazione e che rendono l’opera, senza alcun dubbio, pregevole nel sistema di rimandi tra contenuti ed evocazioni.

Il titolo, di per sé così troppo esplicativo per una raccolta di poesie, è un chiaro segnale che aiuta il percorso di lettura e – semmai – quello interpretativo delle tante pillole di vita personale in essa contenuto. È un volume di chiara poesia intimista e confessionale – non in termini religiosi, ma di una confessione tra sé e la propria anima – , dove gli elementi che vengono man mano centralizzati nei vari testi sono per lo più dolci memorie di un passato che non ritorna (quegli “echi” che figurano nel titolo, appunto), versatili silenzi che, come spesso accade, possono essere talmente polisemantici, alludere a mondi vasti e contrastanti, essere riempiti in maniera non sempre così intuitiva o necessaria.

Essenziali, tra le tante, le memorie relative ai giorni trascorsi con i nonni, nella casa piccola ma grande come il loro cuore, dove la poetessa era colma di carinerie, gesti di premura e di un amore incondizionato da parte di quelle che poi, col trascorso del tempo, sono divenute le sue “stelle”. C’è attenzione anche l’universo ambientale, tanto naturalistico – con le varie liriche marine o dove si richiama l’immagine-simbolo del gabbiano – che sociali dove si riflette sulla mancanza di trasparenza dell’uomo, la sua azione malvagia contro le donne, la sua incapacità di ragionamento dinanzi a determinate situazioni. Non un’indagine inclemente della condizione sociale, della razza umana d’oggi, né una poesia di impronta dichiaratamente civile, semmai una sorta di riflessioni, qua e là, come fugaci pennellate, anche della frastagliata condizione umana. C’è poi, quale riflesso utopistico di un al di là dove è soave proiettarsi, tutto l’universo celeste: il cielo visto come spazio dell’illimite ma anche come campo dove, forse, con occhio acuto, è possibile scorgere, tra i tanti geroglifici incompiuti, delle risposte. Si badi bene, non delle risposte oggettive, delle risoluzioni pratiche e materiali a esigenze della vita, ma delle confidenze interiori, quale una comunicazione medianica difficilmente spiegabile se non per mezzo di potenzialità sensoriali, di apertura mentale, di appassionante abbraccio alla vita tutta.

Ecco perché anche le poesie che, in maniera più o meno esplicita, parlano della morte come concetto o della morte tramite il ricordo di persone che hanno abbandonato il nostro Pianeta, non scendono nel più fosco appiattimento. C’è, infatti, nella poesia di Velia Balducci – e non potrebbe essere diversamente conoscendo il brio che la contraddistingue – un impeto verso il bello, una ricerca continua verso la spiegazione intima, profonda, viscerale delle cose, una lettura appassionata del vivere che rifiuta ammorbamenti, chiavi di lettura tristi e che, dopo tutto, ammicca sempre alla vita strizzando l’occhio.

Ne è testimonianza, tra gli altri, anche il breve frammento narrativo – una sorta di racconto, è vero ma dalla tecnica volutamente allusiva, dal finale aperto, dagli intenti introspettivi e di ricerca interiore che ne fa una prosa poetica – che chiude il volume nel quale si attorcigliano tra loro alcuni dei motivi che più dominano nell’intero lavoro poetico: l’amore per la lettura e la scrittura, l’amplesso solare – in questa comunione completa con l’elemento naturale che, al contempo, è fuoco e ingrediente di vita della Terra -, la voglia di raccoglimento e l’istinto mai domo verso la conoscenza, finanche la riflessione sul tempo, sulla sua inesorabilità e la senilità rappresentata dall’anziana che incrocia. C’è anche, per riflesso e al contempo come connaturato rimando, il mito dell’infanzia nel riferirsi alla favola, a un mondo di giochi e di narrazioni fiabesche dove il bello è sempre assoluto e l’amore è coronato in scene archetipiche. Che forniscono pace e completezza nei bambini, ma che assediano di terrore gli adulti, che ne incrinano le certezze rendendoli più burattini che principi e principesse, in uno spazio che non è lo sconosciuto bosco o il palazzo di corte, ma la caotica città con i suo drammi.

Il libro raccoglie, in una sezione dedicata posta in appendice, una serie di riflessioni sulla vita e finanche sulla scrittura – quasi degli aforismi – delle brevi frasi o citazioni che, pur nella loro sintesi, racchiudono un mondo di ragionamenti, di intenzioni, di problematicità, vale a dire di realtà esperite o configurate nella mente, elaborate dalla Nostra. Solo per citarne alcune delle più calzanti vale la pena riportare queste: “Quando il mondo ti toglie la voce, tu parla in disparte e fai poesia” oppure “La solitudine è quello spiraglio che si intravede dall’interno di una porta socchiusa”.

La nota di apertura del poeta laziale Roberto Colonnelli ben anticipa, senza svelare molto, quelle che saranno le tematiche-cardine della raccolta permettendo al lettore, per chi ha avuto la fortuna di conoscere l’autrice, di ritrovarla in maniera perfetta in queste pagine. Poesie che riflettono e ritrovano tempi andati, ma anche attuali, che sprofondano nel presente della realtà personale della nostra, incontri frugali, echi di discorsi, amici che nel frattempo se ne sono andati, il ricordo onnipresente dei nonni e della loro abitazione, quel desiderio di fuga e leggerezza che i gabbiani ben incarnano nel loro volteggiare superbo e planare in prossimità della riva.

Un’opera estesa – ancor più se si pensa che è l’opera d’esordio – con la quale l’autrice si confessa e testimonia se stessa: il suo vissuto, le sue fobie, i suoi desideri. Ed è piacevole per il lettore accompagnare la Velia bambina, poi donna matura – tra debolezze comuni e irrefrenabili entusiasmi – in questo percorso che è suo e, in fondo, di noi tutti. Un percorso nella memoria che passa per il tunnel del presente, per proiettarsi su un ponte aperto. Dall’altra parte si intravedono come dei contorni sfumati, non sicuri, ed è un po’ questo lo scopo della poesia che scava nella parola, fa affiorare possibilità e interagisce con un cervello che non vuol esser dominato. Così, tra un mondo domestico che profuma d’infanzia felice che riveste la Nostra come una seconda pelle, si dà spazio anche a timori e propositi per un futuro che la poetessa farà di tutto per rendere luminoso e suadente. E intanto – quale esigenza primaria della Nostra e piacere condiviso dei suoi lettori – la penna dell’anima non potrà che vibrare: “Parlo di più/ colando/ termini/ su/ fogli/ che…// Spargendo voce”.

LORENZO SPURIO

 

La riproduzione del presente testo, in forma di stralcio o integrale, non è consentita in qualsiasi forma senza il consenso scritto da parte dell’autore.  

L’eroe islandese Ingólf Arnarson a Catania: il 23 giugno la presentazione dell’omonimo dramma epico di Marcuccio

«[Q]uesto ho voluto fare scrivendo il dramma: sognare e perdermi nella meraviglia di una storia d’amore e morte, di guerra e di pace, di luce e di tenebre, di sogno e di libertà. Una terra, in una dimensione parallela e contemporanea al periodo storico, assolutamente verosimili.»

Emanuele Marcuccio, dalla nota di Introduzione, p. 23.

 

Si presenta a Catania alle 11:30 sabato 23 giugno 2018 presso Mondadori Bookstore di Piazza Roma 18 «Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti», opera poetica e teatrale di ambientazione islandese di Emanuele Marcuccio, edita per i tipi della marchigiana Le Mezzelane Casa Editrice. Il libro raccoglie un lavoro iniziato fin dal maggio 1990 e terminato nell’aprile 2016 con un totale di 2380 versi per un lavoro di diciannove anni escludendo i sette complessivi di interruzione.

Relazionerà il critico letterario, poeta e scrittore Lorenzo Spurio, Presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, nonché prefatore del libro. La presentazione si inserisce nel corso di una due giorni di Poesia tra Messina e Catania, organizzata dalla stessa associazione.

Scrive Spurio nella Prefazione: «Il dramma di Marcuccio tratta con originalità e chiarezza di linguaggio molti topos dell’epica germanica: i riferimenti ai combattimenti, al cozzar di spade, all’importanza della fama e della gloria; l’impiego di prove per testare la valorosità dell’eroe; la credenza e l’invocazione del fato, spesso personificato, il tema del tesoro e il motivo del viaggio in terra straniera. Essendomi occupato di fatalismo germanico, devo riconoscere che nell’opera di Marcuccio il destino non è un semplice concetto, un’idea, ma viene caricato di un significato proprio facendo di esso quasi un personaggio. Fato, destino, sorte, fortuna sono concetti che derivano dall’antico inglese wyrd, spesso personificato dalle Norne, che si riferisce a una cultura precristiana, pagana. A tutto ciò Marcuccio aggiunge elementi che rimandano alla conversione dell’Islanda al cristianesimo: la presenza di un monastero e di monaci, l’influenza celtica, la presenza di croci che viene, quindi, a rappresentare una fase successiva di sviluppo politico-sociale-economico della vita dell’Islanda di epoca norrena.

Tuttavia ciò che Marcuccio narra non è solo un racconto epico, è molto di più. È evidente, infatti, la potenza del lirismo, soprattutto in alcuni momenti, come nella scena d’amore tra Sigurdh e Halldóra e, allo stesso tempo, di una certa vicinanza alla cultura popolare con riscontrabili cadenze e dialettismi che rendono particolarmente significativo e vivo il testo, sottolineando quanto sia importante la componente orale nella trasmissione della cultura.» (pp. 30-31)

 

Interverranno come correlatori:

Francesca Luzzio, poetessa e critico letterario, autrice della Quarta di copertina

Giusi Contrafatto, poetessa e Presidente dell’Ass. Culturale Caffè Letterario “Convivio” di Caltagirone (CT)

Luigi Pio Carmina, poeta e scrittore, curatore del blog culturale “Cultura Comunità Conoscenza Curiosità”

Sarà presente l’autore.

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L’autore

Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974) è autore di quattro sillogi: tre di poesia – Per una strada (2009) Anima di Poesia (2014); Visione (2016) – e una di aforismi Pensieri Minimi e Massime (2012). È redattore delle rubriche di Poesia “Il respiro della parola” e di Aforismi “La parola essenziale” della rivista di letteratura Euterpe. Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti. È stato ed è membro di giuria in concorsi letterari nazionali e internazionali. È presente in L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012) (2013). È ideatore e curatore del progetto poetico “Dipthycha” di dittici “a due voci”, del quale sono editi tre volumi antologici (2013; 2015; 2016) a scopo benefico. Nel 2016 completa un dramma epico in versi liberi pubblicato nel 2017 per i tipi della marchigiana Le Mezzelane, di argomento storico-fantastico, ambientato in Islanda (IX sec. d.C.). Cura il blog “Pro Letteratura e Cultura”. Di prossima pubblicazione un quarto volume del progetto “Dipthycha”.

 

 

SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi

SOTTOTITOLO: Un Prologo e cinque atti

AUTORE: Emanuele Marcuccio

PREFAZIONE: Lorenzo Spurio

POSTFAZIONE: Lucia Bonanni

NOTA STORICA: Marcello Meli

NOTA DI QUARTA: Francesca Luzzio

OPERA IN COPERTINA: Alberta Marchi

EDITORE: Le Mezzelane

GENERE: Poesia/Teatro

PAGINE: 188

ISBN: 9788899964634

COSTO: € 10,90

 

 

Info:

Evento FB della presentazione

Short-link vendita: https://goo.gl/vr5kwB

informazioni@lemezzelane.eu – www.lemezzelane.eu

marcuccioemanuele90@gmail.com – www.emanuele-marcuccio.com

Lucia Bonanni a fondo nella poetica del palermitano E. Marcuccio

TRE POESIE DI EMANUELE MARCUCCIO

Una lettura a cura di Lucia Bonanni

Cover_front_Anima di Poesia_originale_900Le poesie di Emanuele Marcuccio “Mare della Tranquillità”, “Di seta” e “Per una strada” per il loro costrutto e i loro contenuti necessitano di una lettura accurata e di uno studio approfondito. Sintetiche ed essenziali nella forma come nella sintassi, sono dense di significati nascosti che occorre ricercare nello stile come nelle diverse possibilità di senso che si offrono all’analisi testuale. In tali componimenti si denotano continui richiami e rimandi ad altre liriche dell’autore in una circolarità espressiva che lega i versi, letti ed elaborati in maniera del tutto originale. Volendo stilare un’analisi comparata, c’è da dire che l’impalcatura di tali componimenti poggia su riferimenti culturali ben precisi, quelli della cultura classica secondo la quale lo stesso autore con destrezza e disinvoltura fa uso tanto degli aggettivi sostantivati e le licenze poetiche quanto delle figure retoriche, compresi gli spazi bianchi, che delle mappe concettuali e dei campi semantici. Come fa notare Luciano Domenighini, quelle di Marcuccio sono «liriche “cosmiche”», liriche che sanno toccare le corde dell’interiorità, che solcano l’animo e lasciano tracciati di riflessione e completo abbandono alla catarsi. Seguendo il dettato logico delle categorie grammaticali, si possono seriare verbi, sostantivi e aggettivi, disposti in ordine non casuale, come possiamo evidenziare una tassonomia di quelli che sono i vari complementi e le varie figure concettuali. Efficaci i verbi di movimento che conferiscono alla scrittura dinamismo espressivo, modalità che va a creare connessioni logiche con aggettivi e sostantivi che danno il senso dell’ampiezza e di superficie mentre altre forme portano al componimento levità, grazia e leggerezza. La matrice concettuale su cui si snodano i versi, è quella dei contrari, dell’ossimoro, della sineddoche e della metonimia in accezione quantitativa e qualitativa senza dimenticare l’apocope e le licenze poetiche. Luogo caro al poeta è la strada; la strada con le sue moltitudini e le sue solitudini, i suoi passi svelti e il suo andare silenzioso, la vucciria[1] affollata dei mercati e le voci disperse, i bordi multicolori e le fronde sfiorite. È per strada che l’autore maggiormente si sofferma ad osservare, a riflettere, a trarre ispirazione, a fermare la scintilla creativa su uno scontrino della spesa oppure in piedi su un autobus di città. “Sul selciato profondo”, “Perché la tue strade stridono luttuose”, “Per una strada d’un’alba d’autunno”, “Vecchie strade”, “Per una strada”, ma io direi anche “investe il verso” che dà quasi l’idea che il verso sia un pedone investito dalle parole in corsa, “verga/ veloce il rigo” in cui sembra vedere un passante trafelato che corre verso chissà quale meta.

Tien la luna vecchie strade

a separar gli ammassi oceani

alla superfice

mari la solcano

in prosciugata tranquillità

In “Mare della Tranquillità”[2] l’attacco verbale “tien”, scritto in apocope, rende il verso snello e leggero il cui soggetto è la luna con le sue “vecchie strade”. Quell’aggettivo “vecchie”, che potrebbe sembrare scontato e persino banale, è il perno su cui ruota l’eterna annosità del satellite. In legame covalente col primo, il secondo verso si apre con un’altra forma verbale in apocope “a separar” cui segue un’espressione eccellente, “gli ammassi oceani”. Se l’autore, come scrive nella lirica “Carpe”, avesse usato l’aggettivo ammassati, non avrebbe raggiunto né originalità espressiva e neppure sarebbe riuscito a catturare l’attenzione del lettore. Quell’aggettivo che volge in sostantivo, pone sulla carta l’idea di un qualcosa di compatto, di un qualcosa ammassato con acqua e terra. La staticità è sovrana sulla “superfice” degli oceani, qui intesi non tanto nell’accezione del termine, ma nella vastità dell’ambiente, un’area astronomica, quella della luna, dove ci sono mari che la solcano “in prosciugata tranquillità”. Il verbo solcare è proprio dei natanti che lasciano dietro di sé una scia spumeggiante, ma è proprio anche del lavoro dei campi dove si vedono gli aratri tracciare solchi nella terra. Il sostantivo mare richiama l’idea dell’acqua mentre l’aggettivo prosciugata, participio passato del verbo prosciugare, si connota nel significato di asciutto, di siccità, di secco e desertico. La contrapposizione che sorge tra i due termini, forma un ossimoro che va ad incidere sul sostantivo tranquillità, allargandone il significato anche nel senso di silenzio e quiete.

di seta

la parola

 

di poesia

l’anima mia

 

investe il verso

e para

i colpi

 

verga

veloce il rigo

leggero

 

pieno

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio

Il poeta palermitano Emanuele Marcuccio

Ad apertura della lirica “Di seta” originale e ben calibrato il complemento di materia che nel dipanarsi dei versi va a confluire in quello “di poesia” in modo che la parola sia così lieve e leggera da essere di serica essenza mentre l’anima si eleva e si libra, divenendo di poesia. Ma alla stregua di un tessuto di seta la parola sa essere forte e tenace e nella sua corsa sulla pagina bianca crea il verso e riesce a parare i colpi che giungono dall’esterno. Così, onde evitare che l’ispirazione possa svanire nella modulazione dell’attimo, riempie veloce il rigo che è al contempo “leggero e pieno”; leggero perché l’anima ne è rasserenata e pieno perché le sillabe danno corpo ad ogni singolo verso. Qui la parola rigo, parte per il tutto, sta ad indicare anche il foglio bianco che talvolta incute timore mentre il verbo vergare può essere assimilato col verbo arare ed è un’azione forte, decisa, veloce, ma ferma, quella che compie la mano nel riempire il rigo di sillabe e suoni. I due aggettivi leggero e pieno, intercalati dallo spazio bianco, sembrano formare una scia spumeggiante mentre i riverberi di luce guizzano e saltellano tra uno spazio e l’altro. Con i due distici, le due terzine, e il verso formato da una sola parola, il tutto separato dalla pausa, il componimento sembra essere un sonetto caudato, rivisitato in chiave moderna. L’uso del verso isolato e formato da una sola parola, è abilità di Marcuccio che sa forgiare neologismi assonanti fino “all’invero limite” della prassi poetica anche con l’uso sapiente della lingua latina.

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l'Arno.

La poetessa abruzzese, naturalizzata fiorentina, Lucia Bonanni con alle spalle l’Arno.

Determinante nel componimento “Per una strada”[3] è l’articolo indeterminativo “un” anteposto alla parola strada. Come ho già avuto modo di scrivere, se Marcuccio avesse usato l’articolo determinativo, l’intero componimento avrebbe perso quell’aura di mistero e indeterminatezza che lo distingue e lo rende enigmatico per cui il lettore è portato perciò a domandarsi di quale strada possa trattarsi e in quale luogo la stessa strada sia collocata. Potrebbe trattarsi di una strada cittadina come di una strada di campagna, di un tratturo di montagna o di un percorso della via Francigena. Anche le fronde, come la strada, sono elemento ricorrente nella poetica di Marcuccio e in certi casi assumono una connotazione diversa dal significato intrinseco della parola. La strada è luogo privilegiato nei versi del poeta e prende le sembianze di luogo dell’anima, di spazio interiore, di topos emotivo, di cellula di identità, un sito di memorie in cui l’inconscio si muove a passo svelto, guardingo, timoroso persino di essere scoperto. Pertanto non staziona, non si adagia, non si ferma, ma continua la propria corsa verso qualcosa di indefinito e di infinito, simile ad un Kairos fuggente che neppure Cronos riesce a fermare. Dal canto suo l’autore non può far altro che prendere coscienza di questo stato aereo che sfugge e sguscia via, lontano dalla penna che vorrebbe trattenerlo sul rigo e spesso non lascia traccia del suo passaggio e alla fine “non si sa dove mai sia”. Le rime a fine rigo, anche le più dotte e articolate, non fanno parte della poetica di Marcuccio che, pur amando la musicalità dei versi e la fluidità della scrittura, affida i suoi componimenti alle armonie imitative e alle figure di suono, facendo leva sui traslati e le altre figure di significato. Il lessico sempre molto ampio e ben ponderato, è base di ciascun dettato poetico e ne integra il valore compositivo che risulta sempre essere fresco e spontaneo. Si palesa così la continua ricerca dell’essenzialità e della sintesi in cui spesso è assente l’uso della punteggiatura metre gli “a capo” vanno a formare pause e cesure. “Ermetismo cosmico” è la formula coniata da Luciano Domenighini per descrivere il “modus poetandi” di Marcuccio: “Ermetismo” perché il nucleo poetico è al contempo sintetico e codificato, “Cosmico” perché si inoltra in una dimensione cosmica e ultraterrena. Come scrive lo stesso Marcuccio (citando Proust) in “La parola di seta”[4], rispondendo alle domande di Lorenzo Spurio, “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso” ed io nei suoi versi ho ritrovato frammenti del mio sentire, fronde della mia anima che per strada raccoglie pensieri e si spinge fino ai limiti del reale per ricercare tranquillità. La sua poesia è un qualcosa di straordinario che riesce a destare meraviglia e ad interessare alla lettura. È un respiro ampio di vita che “ci spinge a ricercar nuovi lidi, dove far approdare questo inquieto nocchiero che è il nostro cuore[5].

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 24 settembre 2015

[1] In siciliano, confusione, baccano; dal cui termine prende nome il famoso mercato palermitano.

[2] Emanuele Marcuccio, Anima di Poesia, TraccePerLaMeta Edizioni, 2014, p. 38.

[3] Emanuele Marcuccio, Per una strada, Ravenna, SBC Edizioni, 2009, p. 77.

[4] Lorenzo Spurio, La parola di seta. Interviste ai poeti dʼoggi, Sesto Fiorentino (FI), PoetiKanten Edizioni, 2015.

[5] Emanuele Marcuccio, Pensieri minimi e massime, Pozzuoli (NA), Photocity Edizioni, 2012, p. 15.

“Giravolta colorata”, poesia di Monica Fantaci

Giravolta colorata

DI MONICA FANTACI

Sull’ombra di un fiore
c’è qualche colore,
gioco di luci
in un chiaro-scuro
che disegna a matita
quel che si riflette dalla vita,
il colore si sparge…
anzi… si vuol spargere
nel bianco muro.
Allora trabocca
spinto dal suo movimento
che striscia sul pavimento,
colora il suo stesso cammino.
Chiari-scuri in riflessione
all’ombra di un giardino
che ancora…una volta..
danno spazio alla loro giravolta
per lasciarsi afferrare
dai colori di una fioritura raccolta.

Monica Fantaci

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.