“Imago” di Antonella Troisi, prefazione di Lorenzo Spurio

“Imago” di Antonella Troisi

Prefazione di Lorenzo Spurio 

imago_600Antonella Troisi con Imago ci immette direttamente nel vortice dei suoi pensieri che traggono linfa dall’inquieto momento storico nel quale ci troviamo a vivere. Il lettore troverà poesie dal gusto nuovo la cui collocazione in un genere risulta difficoltosa, ma, come si sa, nel nostro secolo non è opportuno parlare di scuole, movimenti né generazioni. La gran parte delle liriche hanno come tema centrale l’amore, vissuto in maniera tormentata e con una malcelato senso di oppressione che deriva dall’impossibilità di sapere come esso evolverà nel futuro: se si conserverà, se, invece, perirà per una qualche ragione. La poetessa elabora versi dalla sintassi asciutta e dalla terminologia che fa spesso riferimento a vari campi (quello astronomico e quello della matematica o più propriamente della geometria).

In “Volti”, la lirica che il lettore troverà all’inizio di questa raccolta poetica, si respira una certa insoddisfazione per un amore assente la cui continua ricerca sembra depistare l’io lirico tanto da portarlo a domandarsi se realmente esso esista o se, invece, sia stata una desolante illusione. La poesia che segue e che dà il titolo all’opera, Imago, intesse la sua struttura su chiari riferimenti ovidiani alla sua opera magistrale, Le Metamorfosi, dove la poetessa, descrivendo la trasformazione da bozzo a farfalla, osserva: «m’incrisalido in un bozzolo/ non di seta». La parola ‘imago’, che in latino significa “immagine”, quasi a intendere una sorta di copia, ricorda l’immagine riflessa di Narciso nell’acqua del torrente e il mito di Eco che venne trasformata da Era in imago vocis e destinata a vivere solamente sotto forma della ripetizione dei suoni prodotti in natura, l’eco appunto.

L’istante è al centro anche della lirica “Momento” dove la poetessa utilizza un termine di ampio utilizzo nella biologia naturalistica, la simbiosi, qui impiegato come forma di vita unitaria a due, l’io lirico e l’amante, in uno scambio di continua, completa e perfetta parità. La matematica viene “presa in prestito” nella sua terminologia settoriale: ‘ellissi’, ‘iperboli’, ‘fuochi’, termini che, pure, fanno riferimento ai moti dei corpi celesti che la poetessa spesso chiama in causa. E’ curioso notare, poi, l’utilizzo che la Troisi fa della punteggiatura: essa sembra claudicante o volutamente mancante, tanto che la virgola sembra essere più rara di una pepita d’oro, preferendo utilizzare barre, comunemente avulse al genere poetico sia per spezzare il verso che per istituire un’antinomia di sostantivi: «cuore/ cervello»; «emozione/ ragione», ecc.

La difficoltà nel percepire in maniera lucida e razionale quali siano i limiti estremi di un amore è al centro della silloge dove l’amore si configura a tratti come un tormento, un desiderio, un pensiero ricorrente, un’illusione,  La poetessa, però, è altamente coscienziosa nel sapere che parlare di amore immancabilmente significa parlare anche del tempo che, imperterrito scorre:

Non lasciare che tutto svanisca

e diventi pulviscolo

non lasciare che i ricordi si frantumino

e i cocci diventino un mosaico scomposto.

Il messaggio è chiaro: la via della dimenticanza deve essere per forza rigettata, perché solo definendo noi stessi attraverso il nostro passato individuale, i nostri ricordi possiamo dare un senso  alla complessità del nostro presente, conoscerci e rapportarci all’altro. Un buon rapporto con il passato, sembra dirci la Troisi, è il salvacondotto per sperare di vivere l’amore in modo pacificato.

Lorenzo Spurio

Jesi, 29 Maggio 2013

0Uno scatto della presentazione del libro “Imago” avvenuta a Salerno nel 2014. Da sinistra Luigi Crescimbene (critico letterario), Lorenzo Spurio (scrittore e critico letterario), Antonella Troisi (poetessa) e Anna Maria Folchini Stabile (Presidente Ass. Culturale TraccePerLaMeta).

“Almond. Il fiore dei mondi paralleli” di Liliana Manetti e Selina Giomarelli, prefazione di L. Spurio

Almond. Il fiore dei mondi paralleli

di Liliana Manetti e Selina Giomarelli

 

Prefazione a cura di Lorenzo Spurio

 

giomarelli-e-manetti-almond-il-fiore-dei-mondi-paralleliQuesto libro è in grado di soddisfare gusti letterari differenti perché intreccia vari generi: il fantastico e il romantico. Ci sono, inoltre, passi che fanno riferimento al gotico, al thriller e che terranno i lettori inquieti prima di giungere ai passi centrali in cui la storia letteralmente si dipana, prendendo pieghe che mai ci saremmo aspettati.

Questa esperienza di scrittura a quattro mani di Liliana Manetti, che ha pubblicato recentemente la silloge di poesie “La mia arpa” (Aletti Editore, 2012), e di Selina Giomarelli è un tentativo interessante di scrittura dove è evidente la fascinazione delle due autrici per gli scenari onirici e dichiaratamente fantastici. Non mancano, però, vicende più difficili e tormentate che sfoceranno in agnizioni, periodi di lotta, sequestri, vendette e tanto altro. La forza motrice delle varie vicende è il sentimento e la ricerca della bontà. La narrazione si gioca, infatti, su di una continua lotta tra Bene e Male, condotta da personaggi umanizzati dotati di ali. La cornice che tiene saldi i capi del romanzo è quella di un sogno che sostituisce la realtà sovvertendo come ciascun incursione nell’onirico, le normali leggi fisiche, spaziali, temporali che, invece, governano il nostro essere creature terrestri.

Gli elementi canonici della struttura favolistica descritta e categorizzata dal russo Propp sono presenti, sebbene rivisti e trasposti in questa narrazione dove niente è scontato. Il lettore si scopre coinvolto nella storia quasi da sentirsi partecipe in duelli, inseguimenti e conversazioni spietate. In tutto ciò c’è spazio per l’amore: per la nascita di una storia d’attrazione e di vero sentimento che, però, dovrà passare varie peripezie. In alcuni punti la narrazione è volutamente condensata utilizzando la tecnica della sintesi mentre in altre scene le due autrici si sono lasciate conquistare dal dettaglio, dalla descrizione attenta e meticolosa di quegli attimi.

La lotta tra il Bene e il Male non sarà semplice, come nessuna lotta lo è.

Ci saranno momenti di paura e desolazione, altri di tristezza e di speranza, per poi affondare nel dolore e nel disprezzo. Ma le tenebre esistono solo perché esiste la luce. E così la storia e i personaggi imboccheranno la strada della salvazione che li condurrà a raggiungere la felicità.

Ma siccome le autrici al termine del libro hanno riportato la dicitura “e la storia continua” con abbondanti punti sospensivi, c’è da supporre che i tormenti e i problemi non siano del tutto finiti.

Per il momento, sì. Godetevi questo romanzo, dunque.

 

Lorenzo Spurio

 

02-02-2013

“Congiunzioni divergenti”, romanzo di Giuse Iannello

“Congiunzioni divergenti”

di Giuse Iannello

congiunzioni-divergentiRacconta la vita parallela e apparentemente distante  di due ragazze della stessa età, a partire dal 2010  fino al 2013 con l’antefatto di un viaggio a Chennai, nell’agosto 2003, durante il quale una delle due ragazze si reca in India per scoprire il suo futuro attraverso la lettura delle foglie del destino.
Lucia Giorgianni,  giovane  architetto vigevanese di origini modeste,  si occupa di arredamento, ed è fidanzata con Cesare Della Rocca. La madre di lui ostacola il loro legame a causa della differenza di ceto e, soprattutto, per la malattia di Lucia, un’insufficienza renale, conseguenza di un’infezione contratta proprio in India e ormai arrivata alla  fase terminale, che la porterà presto alla dialisi.
Sarà poi la stessa Lucia a decidere di lasciare Cesare per non coinvolgerlo nelle sue difficoltà.
Victoria Castro, socia in un’azienda di pulizie, si innamora ricambiata di Patrizio Campisi, vivaista già amante di Lucrezia Della Rocca, madre di Cesare. Vive a Milano con la figlia e la  madre Roxana. Muore in uno strano incidente e le saranno espiantati gli  organi secondo la volontà espressa anni prima, attraverso le procedure previste.
Lo stesso giorno Lucia è chiamata dal Policlinico  di Pavia per essere sottoposta a trapianto. Si può dedurre, ma il narratore non lo dirà mai apertamente, che il suo rene provenga proprio da Victoria. Grazie al suo dono, Lucia potrà sperare di aprire una nuova fase della propria vita, di poter pronunciare nuovamente la parola futuro.
Alla fine della vicenda il lettore si renderà però conto che la realtà è leggermente diversa da come l’aveva pensata durante il dipanarsi della vicenda.

E’ narrato sia in prima persona, attraverso la voce del fratello di Lucia, Andrea, che ha un’irresistibile attrazione verso l’universo femminile, e parla al presente delle sue vicende di famiglia, d’amore, d’amicizia  e di lavoro (fa il gallerista), sia in terza persona attraverso una voce narrante neutrale, che racconta al passato la vicenda.
I due registri narrativi si intersecano e si completano: quello scanzonato, a volte trasgressivo, di Andrea, e quello più classico del narratore.
Grande parte hanno nel romanzo le predizioni, i presagi, i sogni,  senza mai scivolare nell’occulto e sempre facendo verificare al lettore stesso  che la presunta verità di una manifestazione paranormale ha comunque bisogno di una corretta, non facile,  interpretazione.

Titolo : CONGIUNZIONI DIVERGENTI
Autore: Giuse Iannello
Editore: Giuliano Ladolfi editore
Pagine:  240
Prezzo:  15,00 €
ISBN   : 9788866441830

“Interni” di Annalisa Soddu, prefazione di Lorenzo Spurio

Interni di Annalisa Soddu

Prefazione di Lorenzo Spurio

  

[N]on puoi richiamare quel pesante passato,

che fu reale solo quando fu presente.

interni_600Questo libro non lascerà indifferente il lettore, perché le liriche che si appresta a leggere “graffiano” il cuore di chi, con sensibilità e innocentemente, sa leggere tra i versi. Si parla di amore e ricordo e di quanto quest’ultimo possa essere un macigno doloroso, anche se non mancano momenti rivisitati con leggera nostalgia e che, pure, sembrano non volersene andare dalla mente dell’io lirico. La silloge è volutamente articolata in due parti che corrispondono a due diverse fasi di scrittura della poetessa: la prima copre un periodo di tempo abbastanza esteso che va dal 1983 al 1995 e in essa sono contenute poesie dal tono mesto e dal linguaggio essenziale che denotano sentimenti ambivalenti nei confronti di coloro che sono i principali destinatari e ispiratori delle riflessioni poetiche (Non riesco a sussurrarti all’orecchio “ti voglio bene”, p.)

È di questo periodo il colloquio ideale con la madre, modello sempre difficile da raggiungere ed eguagliare (ti ringrazio di esistere, mamma, p.) e il ritornare sul senso di rammarico profondo determinato dal confronto impotente con la malattia grave del padre che perde il suo ruolo protettivo e rassicurante (Tu che avresti dovuto essere per sempre la mia sicurezza, p.)

Questa prima parte della silloge è dominata da sensazioni contrastanti dove a dominare indiscusso è il Passato, termine che viene utilizzato dalla poetessa appositamente con la maiuscola, quasi fosse personificato.Il passato che detta e forgia la nostra vita futura, scrive il nostro presente liquido e la memoria sono per l’uomo di fondamentale importanza per poter dar senso al suo esistere e alla sua identità. Non siamo nessuno se non possiamo metterci in relazione con il nostro passato, sia ufficiale e pubblico che riservato e personale. Ma se da un punto di vista razionalista il passato non esiste, non è tangibile, non è vivibile, proprio perché è passato ed è dunque qualcosa di morto, in sé completo, autosufficiente e irrecuperabile, non per questo non è affettivamente un’ombra che ritorna, una presenza evanescente nella nostra memoria in grado di allietare il ricordo o di minacciare la tranquillità. Il Passato è, quindi, una presenza-assenza continua con la quale viviamo, un fantasma che danza non visto agli occhi degli altri e che da lontano, fastidioso, ci strizza l’occhio: Il passato/ non ha corpo,/ suoni, o luci (p. ).

Il linguaggio che Annalisa Soddu utilizza per concretizzare quel recupero di momenti del suo-passato-vita- memoria è immancabilmente velato di violenza: ‘unghiata’, ‘solco’ come si legge nella lirica d’apertura intitolata “Per i miei genitori”. Ne fuoriesce un io lirico a tratti apatico e insofferente, a tratti autocolpevolizzatosi per la mancanza di orgoglio nel farsi valere: ho sepolto la mia reale insicurezza/ sotto cumuli di orgoglio (p. ). Nella poesia, infatti, il ricordo diventa realtà, presenza, verità e non possono perciò mancare anche versi dedicati a un amore perduto che ha segnato l’anima.

Nella seconda parte della silloge vi è un cambio di registro di sensibilità e di espressività; nelle poesie recenti, scritte nel periodo 2012-2013, la poetessa smette di guardare agli “interni” della sua vita personale – per richiamare anche il titolo di chiaro impatto- spostando il suo sguardo verso “il mondo esterno”. Annalisa Soddu dedica alcune liriche di chiara ispirazione sociale ad alcuni gravi disagi che coinvolgono l’uomo nella nostra attualità. In queste composizioni sembra che la poetessa abbia ormai squarciato “il velo tra i [suoi] occhi ed il mondo” per usare parole di un testo della cantante romana Paola Turci e questo, oltre a un riappacificazione con se stessa e con tutte le sensazioni che il passato le ha dato, le consente di mostrare la sua ampia consapevolezza dei tempi in cui vive. Il mondo è fatto di povertà (La stazione è la mia casa, p. ), menefreghismo e crisi delle certezze lavorative come la poetessa traccia in “Esodato” in cui la desolazione dell’uomo e la sua degradante inutilità sociale conducono a pensare (o ad attuare) un gesto suicida.

La Soddu affonda con perizia il bisturi in una materia sociale dolorosa e si mostra sensibile alle tortuose pieghe dei comportamenti e dei pensieri umani, attenta osservatrice delle problematiche dell’uomo contemporaneo, delle sue crisi e delle sue affettività.

Il messaggio dell’opera poetica di Annalisa Soddu sta nella rivalutazione della vita, tutta, di ogni essere umano, nella ricchezza che gli affetti familiari costituiscono per la crescita della persona e nella speranza che errori, disagi e disavventure non intacchino quel bene profondo che è la vita.

Lorenzo Spurio

Jesi, 15 Maggio 2013 

“Versi in-versi. (Affilati e taglienti)” di Ciro Imperato, nota critica di Lorenzo Spurio

“Versi in-versi” di Ciro Imperato

Postfazione a cura di Lorenzo Spurio

download (1)Siccome l’occhio critico –il mio, almeno- va sempre a porre attenzione su ciò che normalmente, per sbadataggine, mancanza di una particolare considerazione o frettolosità, non si va ad analizzare con profondità, devo dire che mi sono focalizzato sul sottotitolo di questo libro che recita “Affilati e taglienti”, piuttosto che sul titolo stesso dell’opera che, pure, offre un accostamento interessante degno di poter essere analizzato e interpretato (“Versi in-versi”). In questa carta d’identità del libro è già contenuto a-priori un chiaro messaggio di matrice quasi avanguardista con un vocabolario che rimanda principalmente alla distorsione e alla de-strutturazione (i versi scomposti, “in-versi”) e alla natura pungente/aguzza di un contenuto corposo e non complesso del “far poesia” il cui emblema può essere forse visto nell’immagine-simbolo della lama che troneggia nella poesia “Echi infiniti”. Una poesia affilata, dunque acuminata, dalla conformazione quasi filiforme capace di azionare nel complesso cognitivo dell’uomo una risposta di tipo impressionante (e non impressionistica)[1] che sconvolge il lettore per la sua capacità tagliente (si osservi dunque l’altra componente di questo titolo).

Queste sono le caratteristiche preponderanti di una porzione delle liriche contenute nel presente libro (mi soffermo su quelle che condividono un allarme dichiaratamente sociale e che riguardano il senso civico perché secondo me è questo il canto più alto del far poesia, nel dar voce alle vittime di quella “terra brulla/ e brulicante di esseri immondi”) e che, chi leggerà con il cuore piuttosto che con il cervello, sarà in grado di assaporare. Sono le liriche più dure, che partono da uno sconcerto doloroso dinanzi ai drammi più ignominiosi dell’oggi dove è il concetto di diversità, abusato e mal-interpretato, a dettare episodi ingiusti, drammatici (“Uomo,/ tu che prima abbracci/ e poi uccidi”), che soffocano l’anima e danno carbonella da ardere ai soli cuori che sanno infiammarsi. Che sanno accendersi, scaldarsi ed effondere calore e umanità proprio come il Nostro mostra di fare attraverso questo fitto e mai stinto collage di diapositive che si sovrappongono, si inframezzano intersecandosi ed è proprio dall’incrocio riuscito di queste diverse trame che il libro prende forma. La sua impalcatura denota uno studio preciso e meditato del verseggiare e una volontà di dipingere il mondo personale (l’io) e sociale (la Terra) nelle sue gioie e dolori (“il tuo ultimo/ e solitario/ doloroso tramonto”) denotando un’anima che osserva e si interpella, che non giudica ma descrive con un occhio vagliato dal ricordo (“io mi rispecchiavo nei tuoi [occhi]”), dall’emozione e dalla lucidità dell’età matura.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 25.06.2014

[1] Non è un caso che la cover sia affidata a una celebre composizione di uno degli artisti più poliedrici, complessi e che rappresentarono la pittura astrattista non figurativa, il genio di Kandiskij.

“I cristalli dell’alba” di Sandra Carresi, postfazione di Lorenzo Spurio

I cristalli dell’alba

di Sandra Carresi

Postfazione a cura di Lorenzo Spurio

A quell’Italia

che va via,

ma non viaggia,

si ammazza. 

 

imagesHo sempre letto con grande piacere e curiosità le raccolte poetiche dell’amica Sandra, perché a differenza di tanti poeti o pseudo tali che si riempiono la bocca di belle parole convinti di far poesia, ho sempre trovato in Sandra –sia nella sua poetica, che nella sua grande umanità- una grande ricchezza e generosità. Qualità queste che non si sposano bene con il tempo presente e che sembrano conoscere una continua messa alla berlina, ecco perché reputo che quando una persona ancora si emoziona visibilmente nel leggere le proprie poesie, significa che quella persona non solo le poesie le ha scritte e le ha vissute, ma le rivive e le sente sulla sua pelle come sensazioni che si rinnovano. Questa, oltre ad essere una cosa meravigliosa, è anche una manifestazione di come un’anima sensibile sia in grado di rapportarsi al mondo della scrittura, perché scrivere poesie, pubblicare sillogi e presentarle non è altro che il più piccolo tassello di quel grande mare magnum del “far letteratura”. La letteratura non è carta stampata, libri messi sulla scrivania e mai aperti, smaniose frequentazioni a concorsi per rincorrere l’ambito premio, ma è una riflessione sul mondo, un’analisi sul vissuto e su cosa rappresentiamo per noi, per i nostri cari e per l’intero tessuto sociale. Credo che se viene meno questa impostazione di fondo, non si potrebbe parlare di artisti che, invece, credono nella loro arte, alla quale apportano innovazioni arricchendola.

Ciò che mi piace poter sottolineare di questa nuovissima esperienza poetica di Sandra è l’attenzione alla dimensione sociale, ossia l’impegno attivo, etico e di denuncia che è possibile circoscrivere in numerose poesie della raccolta. La Nostra non è nuova, invece, a una poetica di carattere modernista, fatta di dolcezze, colori e esuberanti osservazioni della natura e del suo funzionamento con speziati aromi che derivano dagli ecosistemi più vari: poesie di questo tipo, colorate, quasi effervescenti, di compiacimento di fronte al bello e alla semplicità e al contempo del Creato abbondavano già nella raccolta La vetrata incantata del 2011 per la quale Sandra mi aveva inorgoglito chiedendomi un commento preliminare. Se decidiamo dunque di scantonare l’analisi critica da quelle poesie dal gusto sobrio ed elegante che hanno un taglio più marcatamente personale o intimista e ci concentriamo, invece, su quelle che compongono l’ampio corpus del poetare civile, ci sarebbero senz’altro molte cose da osservare e alle quali render merito.

Sandra parla di un presente difficile dove domina il narcisismo, i personalismi e le bieche leggi di mercato, un mondo dove la politica (dal greco “governo della città”) termina per essere garante del bene sociale, della giustizia e di preservare il destino del paese. Si allude di continuo alla difficoltà del tempo in cui viviamo, difficoltà che possiamo spiegare attraverso la precaria e preoccupante situazione economica che non permette futuro e che spesso porta a gesti autolesionistici, alla burocrazia tipica delle amministrazioni pubbliche del Belpaese che infastidisce, rallenta e grava pesantemente sugli uffici di qualsiasi tipo alimentando il disconcerto della popolazione. Viviamo in tempi feroci come recita il titolo di una delle poesie, e io aggiungerei anche maledetti, perché anche le più labili speranze giorno dopo giorno sembrano venir meno e dileguarsi incrementando l’alone di insofferenza e delusione.

La poesia sociale di Sandra non è pacata, ma intrisa di rabbia: è diretta, denuncia e graffia e il lettore non può che solidarizzare con convinzione di fronte agli abusi sociali ai quali gli uomini vengono sottoposti. Ricorre spesso il tema della giustizia come quando Sandra, in riferimento a uno dei tanti omicidi, immaginiamo per ragioni sentimentali, ma che possiamo anche leggere come delitti d’onore, delitti familiari che fanno seguito a raptus omicida osserva: “Dal vortice della follia/ la testa a volte/ rimane impunita”. Si nutre insoddisfazione di fronte a un sistema di leggi che non è realmente garante e patrocinatore della legalità come i tanti casi di cronaca spesso ci mettono al corrente. Ed è per questo che le povere ed inermi vittime di mani nefande muoiono spesso due volte, assassinate prima dall’omicida e poi dallo Stato che, pur caparbio nel rispetto di una legge che è sbagliata, inefficace, insultante, contribuisce a massacrare l’esistenza di familiari e amici che non possono far altro che immergersi nella preghiera fingendo di trovarsi sollevati o attuare e incrementare forme di giustizia privata.

Il linguaggio che Sandra utilizza per richiamare i casi di assassinio è chiaramente lirico ed evocativo: le vittime non sono i perdenti, i morti, coloro che di punto in bianco per qualche ragione hanno sofferto un’aggressione, una coltellata o una sparo ma sono semplicemente “qualcuno/ [che] diventa un angelo prima del tempo” come per l’appunto la giovanissima Fabiana Luzzi di Morano Calabro (CS) che la scorsa estate venne uccisa dal suo ragazzo e poi arsa ancor prima che avesse smesso di vivere. Sandra ha scritto e dedicato un’intera poesia a questa pagina amara della cronaca, su questo caso di femminicidio annunciato di fronte al quale non si può rimanere impassibili:

 

Potrò, forse,

un giorno perdonare,

ma, Tu,

dovrai pagare

tutto,

fino in fondo.

Lo devi

Al Mondo. 

 Ritorna qui il tema della pena che spesso Sandra utilizza quale espressione di giustizia che si riconnette a quanto già detto limitatamente all’inefficacia del sistema giudiziario italiano. La poetessa è riluttante di fronte alla possibilità di considerare il perdono dinanzi all’atrocità di un simile gesto e si mostra titubante nel valutare questa ipotesi, certa invece che è necessaria una condanna –la poetessa non dice di quale tipo- per riparare a quanto commesso. Chiaramente nessuna pena potrà mai ridare indietro la vita alla povera ragazza, ma la poetessa sottolinea quanto sia necessario che a dei fatti faccia seguito l’attribuzione di responsabilità e il riconoscimento di una pena, perché un’anima dannata che compie simili gesti non possa avere accesso in maniera libera e ingiudicata alla vita. “Dovrai pagare/tutto,/ fino in fondo”, pronuncia la poetessa con ribrezzo, costernazione, partecipazione empatica e un dolore che di fronte a simili aberrazioni deve essere di tutti ecco perché chiude “Lo devi/ al mondo”.

Il tema della giustizia e la necessarietà di una pena da scontare ritorna nella poesia ispirata al generale nazista Erich Priebke scomparso nel 2013. La figura di Priebke, uno dei militari del Reich che decise la strage delle Fosse Ardeatine nel 1944, la cui morte ha aperto in Italia e in Europa anche un aspro dibattito su quale dovesse essere il luogo della sua sepoltura, non può lasciare l’uomo contemporaneo indifferente o ignaro delle sue malefatte affinché venga ricordato non solo nelle scuole nelle ore in cui si studia la seconda guerra mondiale, ma perché sia di dominio comune per non cadere in angusti scantinati che conducono alle claustrofobiche stanze del negazionismo. Ancora una volta la poetessa, che non manca di osservare il suo animo cattolico –tendenzialmente propenso al perdono- mostra difficoltà e incomprensione di fronte a un gesto riparatore di questo tipo che per lei è inaccettabile e addirittura offensivo alle memoria dei tanti caduti:

 

Vorrei perdonare

Da donna cristiana,

ma, non riesco,

non oso

non posso. 

 Il perdono, che è l’anticamera della riappacificazione, non è possibile e non deve essere consentito perché significherebbe attuare un comportamento approssimativo e lascivo nei confronti della pesantezza della storia.

downloadLa Sandra Carresi poetessa di denuncia è una donna forte, che non ha paura a parlare e a denunciare i punti di sutura tra il Bene e il Male, di documentare dov’è che s’annida il tormento e l’angoscia. La società ne fuoriesce come un’accozzaglia di gente dove domina il potente, nei confronti del quale la Nostra non può che provare “disgusto/ per il cacciatore/ di poltrone”. Un animo pacato come quello di Sandra di fronte a queste situazioni endemiche di prevaricazione s’infiamma di colpo diventando sprezzante, indignato e addirittura ribelle, perché non si deve più essere disposti ad accettare e incrementare le ingiustizie dell’oggi. Il potente e lo spregiudicato (si veda la poesia ispirata a un triste episodio di furto in casa) sono entrambi espressione di una mentalità pericolosa, depravata e che acuisce la disperazione del povero Cristo, mettendolo in stato di ansia, facendolo sentire minacciato e compromettendo la sua naturale inclinazione alla vita. Ed è per questo che Sandra addita con precisione quali sono i mali sociali, le loro origini, i portatori di queste forme d’odio che si riproducono e si alimentano di se stesse in un clima che tende alla più cupa paranoia: “Non ci sarà/ esistenza/ […]/ in assenza di onestà”.

In un’altra poesia la Nostra dà un quadretto concreto del senso di disagio economico e morale nel quale siamo immersi descrivendo forse meglio di qualsiasi cronista o editorialista il presente: “Periodo storico di menti sapienti/ creatrici di numeri pronte a partorire tasse/ che non danno speranza all’uomo/ piegato da mille difficoltà e povertà”.

Con questa silloge trovo che Sandra abbia compiuto un azzeccato e lodevole passo in avanti nella sua poetica impiegando le tematiche del disagio, della povertà e della condanna a una poetica di disprezzo, di frustrazione e improntata a uno sfilacciamento delle ultime speranze con la quale anima le coscienze di tutti noi che, immersi nella gravità del presente, dobbiamo rimboccarci le maniche e batterci affinché ogni forma di giustizia sia veramente la nutrice della Legge:

Quando indignati

urleremo il

nostro NO

ai signori della morte

e al dio quattrino? 

La potenza lirica della poesia di Sandra si unisce a un impeto di ribellione che smuove e anima le coscienze e che ha la stessa forza incendiaria di una molotov scagliata contro un edificio. A tanto grigiore dovuto alla desolazione, all’impoverimento delle menti, alla sfiducia nella Ragione e alla crisi della morale, la poetessa trova però anche spiragli di luce regalandoci immagini evocative e che ci trasmettono calore, come l’impronta onirica della visuale sulla luna con la quale la poetessa intimamente colloquia:

 

Ho pensato

che tu avessi lassù

un corteggiatore

capace di farti arrossire.

 

Sei fortunata,

Luna! 

 

 Lorenzo Spurio 

Jesi, 21.02.2014

“Petite Anthologie”: la raccolta di lirici francesi tradotti da Luciano Domenighini

Esce “Petite Anthologie”, piccola antologia di poeti classici francesi, tradotti dal poeta Luciano Domenighini 

Esce nella collana “Collana Arancione – Antologie” di TraccePer LaMeta Edizioni: «Petite Anthologie. Piccola Antologia di poesia francese: Da Villon a Jammes», sotto la cura editoriale del poeta e aforista Emanuele Marcuccio. Nel Volume, con testo a fronte in lingua originale, il critico letterario e poeta Luciano Domenighini, sceglie e traduce poeti classici della letteratura francese tra Quattrocento e inizio Novecento: François Villon, Marceline Desbordes-Valmore, Charles Baudelaire, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud, Jules Laforgue, Francis Jammes, Guillaume Apollinaire.

142petiteanthologie900L’opera si aprirà con una prefazione a cura del prof. Mario Pietro Zani e si chiuderà con una postfazione a cura dello scrittore Giordano Tedoldi. Chiuderà il libro una quarta di copertina con una nota critica a cura del poeta, scrittore e critico letterario Aldo Occhipinti.

Leggere la parola “antologia” sulla copertina di un libro, riporta immediatamente, per necessità lessicale ma anche per la consuetudine di ciò che abbiamo appreso sin dai banchi di scuola, all’immagine fredda e meccanica di una “raccolta di passi scelti di uno o più scrittori confezionata per scopi didattici”. Più forte è l’associazione quando, poi, riconosciamo all’istante i nomi degli autori, perché celeberrimi esponenti di una forte e consolidata tradizione letteraria. In realtà, quando la selezione dei testi di una “antologia” è frutto non di esigenze didattico-divulgative bensì del gusto e del percorso estetico, culturale e immaginativo del curatore, la parola “antologia” si carica di una valenza ben diversa.

Vieppiù, quando, oltre ad esserne il curatore critico, del “florilegio” di testi lo studioso è anche il traduttore – originale, appassionato e attento – il libro si carica di un valore del tutto diverso da quello solitamente attribuito alla parola “antologia”: non è più un semplice e sterile “raccoglitore”, bensì un’opera d’arte autonoma e compiuta in ogni aspetto. È il caso della presente Petite Anthologie, dove Luciano Domenighini dà la sua personalissima «testimonianza di una lettura disorganica e quasi casuale, dislocata e disseminata in un lungo arco di tempo di vita e sedimentata nella memoria come un frammentario bagaglio culturale specifico».

Villon, Desbordes-Valmore, Baudelaire, Mallarmé, Verlaine, Rimbaud, Laforgue, Jammes, Apollinaire, fulgidissimi testimoni della produzione poetica in lingua francese tra Quattrocento e Novecento, sono i maestri accolti nel volume. In appendice, poi, si aggiunge un nome che, tra tanti “puro sangue” così indiscussi e rappresentativi, può sembrare un “intrus”: è quello dell’abruzzese Gabriele d’Annunzio. Il camaleontico artista italiano, in realtà, avendo contribuito – prima, durante e dopo il suo soggiorno in Francia – alla storia letteraria d’Oltralpe con opere poetiche, narrative e teatrali vergate in francese, può e deve a buon diritto collocarsi all’interno della Répubblique littéraire française della Belle Époque. È così che, a chiusura di questa squisita Petite Anthologie, possiamo leggere – sapientemente tradotti – tre dei dodici Sonnets Cisalpins, opera quasi del tutto sconosciuta in Italia, che ha sancito l’avvio dell’esperienza letteraria in francese del d’Annunzio. (Aldo Occhipinti)

 

Luciano Domenighini (Malegno – BS, 1952) dopo il liceo classico si laurea in Medicina lavorando come medico, professione che svolge tuttora.  Come letterato ha ottenuto alcuni riconoscimenti in premi letterari nazionali di poesia. Nel 2004 pubblica la silloge poetica Liriche Esemplari. Inoltre ha svolto saltuariamente in varie sedi l’attività di critico per la musica operistica e di critico letterario. In questa veste si è occupato di alcuni poeti italiani contemporanei raccolti nell’antologia critica, La Lampada di Aladino (TraccePerLaMeta Edizioni, 2014). Fra questi si è soffermato in particolare sull’opera poetica del siciliano Emanuele Marcuccio, che Domenighini, in varie sedi, ha commentato quasi integralmente approfondendone la lettura critica e individuandone il ruolo nel panorama letterario nazionale contemporaneo. (Risvolto di quarta)

TITOLO: Petite Anthologie

SOTTOTITOLO: Piccola Antologia di poesia francese: Da Villon a Jammes

AUTORE-TRADUTTORE: Luciano Domenighini

CURATORE: Emanuele Marcuccio

PREFAZIONE: Mario Pietro Zani

POSTFAZIONE: Giordano Tedoldi

EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni

PAGINE: 182

ISBN: 978-88-98643-35-6

COSTO: 12 €

Le città parlano: l’antologia poetica sul dinamismo urbano curata da Lorenzo Spurio

L’antologia del dinamismo urbano

Un volume poetico dedicato alle città a cura di Lorenzo Spurio

 

cover agemina stesa-page-001Lo scrittore e critico letterario jesino Lorenzo Spurio ha curato per i tipi di Agemina Edizioni di Firenze un’antologia poetica dedicata alle città in cui i poeti, partecipanti da tutta Italia, hanno dedicato versi alle proprie città di nascita e residenza, o di quelle visitate o agognate quale futura meta da scoprire. Il volume, dal titolo “Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano” contempla al suo interno testi di 32 poeti sparsi in tutta Italia che hanno risposto con entusiasmo a questa iniziativa corale che dà voce al tessuto urbano dove viviamo.

In particolare tra di essi vi sono alcuni poeti jesini: Marinella Cimarelli che dedica due liriche alla città direttamente in dialetto, com’è nella sua natura di poetessa verace, Patrizia Pierandrei che, invece, porta con le sue poesie delle riflessioni importanti sul benessere della città, nonché alcune liriche di Spurio, il curatore, di cui una dedicata alla città di Ancona.

Tra gli altri marchigiani presenti figurano altri poeti e poetesse attivi da anni tra cui Elvio Angeletti (Senigallia-AN), Daniela Gregorini (Fano-PU), il prof. Renato Pigliacampo (Porto Recanati-MC) e Maria Rita Massetti (San Benedetto del Tronto-AP).

Si percorre l’Italia in lungo e in largo grazie ai trentadue poeti inseriti che dedicano altrettante liriche a varie città tra cui Napoli (Anna Scarpetta, Vincenzo Monfregola), Piacenza (Giorgina Busca Gernetti), Palermo (Francesco Paolo Catanzaro, Francesca Luzzio, Luigi Pio Carmina, Emanuele Marcuccio), Messina (Cristina Lania), Rimini (Manuela Di Caprio), Firenze (Anna Grecu, Sandra Carresi), Roma (Giuliana Montorsi), Morano Calabro (con una poesia in dialetto locale del poeta moranese Mario De Rosa), Venezia (Cristina Vascon),…

Tra gli altri presenti nel volume figurano: Franco Andreone, Bartolomeo Bellanova, Lucia Bonanni, Maria Pompea Carrabba, Osvaldo Crotti, Teresa Anna Rita De Salvatore, Elisabetta Mattioli, Maria Luisa Mazzarini, Gianluca Papa, Massimo Rozzi e Michela Zanarella.

Dalla prefazione di Lorenzo Spurio, curatore dell’opera si legge: «La città, infine, è un organismo vivente proprio come un animale o una pianta: essa cresce e muta con chi la abita, si sviluppa e si de-struttura in maniera diversa, si amplia  e si abbellisce, si dota di volta in volta di tutte quelle componenti di cui la comunità abbisogna. Il cambiamento più evidente di una città resta quello della sua architettura e del sistema di viabilità, ma essa è in continua metamorfosi anche internamente, nella sua anima e nel suo temperamento nei confronti dell’altro, tutto ciò che è al di fuori della città».

 

SCHEDA TECNICA DEL LIBRO:

Titolo: Borghi, città e periferie: l’antologia del dinamismo urbano

Autore: AA.VV.

Curatore: Lorenzo Spurio

Casa editrice: Agemina, Firenze

Anno: 2015

ISBN: 9788895555799

Pagine: 159

Costo: 10€

Un sondaggio per i lettori del mio blog letterario

downloadUna docente universitaria che per uno studio si sta interessando all’analisi del ruolo che i “nuovi” media (e in particolare i blog) possono avere nella diffusione della cultura mi ha chiesto di proporre un questionario (del quale poi mi fornirà i dati finali) a quanti seguono il mio Blog Letteratura e Cultura (www.blogletteratura.com).
Chiederei a chi lo segue se gentilmente può dedicare due minuti di tempo a leggere e rispondere le domande che trova a questo link:https://it.surveymonkey.com/s/NNZWMJQ
Grazie

Aspettando Bologna in Lettere – Terzo step – Incontro con Franco Buffoni & Marco Simonelli

L’incontro con Franco Buffoni e Marco Simonelli sabato 18 aprile a Bologna

Avatar di enzocampi61

Aspettando Bologna in Lettere – Terzo step

Incontro con Franco Buffoni & Marco Simonelli

Cura, conduzione e critica Alessandro Brusa, Fabio Michieli

Sabato 18 Aprile ore 18.00

Il Cassero – Via Don Minzoni 18 – Bologna

Franco-Buffoni

Franco Buffoni

Ha pubblicato le raccolte di poesia Suora carmelitana (Guanda 1997), Songs of Spring (Marcos y Marcos 1999), Il profilo del Rosa (Mondadori 2000), Theios (Interlinea 2001), Del Maestro in bottega (Empiria 2002), Guerra (Mondadori 2005), Noi e loro (Donzelli 2008), Roma (Guanda 2009), Jucci (Mondadori 2014). L’Oscar Poesie 1975-2012 (Mondadori 2012) raccoglie la sua opera poetica. Per Marcos y Marcos dirige il semestrale “Testo a fronte” e ha tradotto Una piccola tabaccheria. Quaderno di traduzioni, 2012. Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005). E’ autore dei pamphlet Più luce, padre (Sossella, 2006) e Laico Alfabeto (Transeuropa 2010) e dei romanzi Reperto 74 (Zona 2008), Zamel (Marcos y Marcos 2009), Il servo di…

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Il film coreano “Roaring Currents” recensito da Rita Barbieri

ROARING CURRENTS

(tit. orig. Myeong-ryang, Kim Han-Min, Corea del Sud 2014)

Recensione di Rita Barbieri

If only we could turn fear into courage, that courage will be thousand times mightier than before.”

47360502126254026272Venerdì 20 Marzo al cinema Odeon di Firenze si è aperta la XIII edizione della “Primavera del cinema orientale” evento che, tra Marzo e Giugno, presenterà al grande pubblico una selezione in lingua originale (con sottotitoli in inglese e italiano) del meglio del cinema coreano, mediorientale, cinese e giapponese.

Il film d’apertura del “Florence Korea Film Fest” (ossia la prima tranche del festival, dedicata appunto al cinema coreano contemporaneo) scelto quest’anno è stato “Roaring Currents”: pellicola record di incassi in Corea del Sud e giudicato uno dei più grandi successi della filmografia recente. La prima è avvenuta davanti a una platea gremita di spettatori invitati e del regista Kim Han-Min che, prima dell’inizio della proiezione, ha concesso una breve intervista e si è poi trattenuto per rispondere, al termine, alle domande del pubblico.

Il film, ambientato nel XVI secolo, racconta le vicende di un personaggio storico realmente esistito: l’ammiraglio Yi Sunshin che, grazie a una strategia militare vincente, riesce a sconfiggere la flotta giapponese che minacciava le acque della Corea.

La gran parte del film è stata girata nei luoghi originali della battaglia (vicini tra l’altro al luogo dove abita attualmente il regista), con attori e comparse di nazionalità prevalentemente coreana e la produzione ha avuto costi altissimi, ripagati comunque ampiamente dall’incasso ai botteghini: si calcola che solo nell’agosto del 2014 si siano venduti più di 15 milioni di biglietti.

Il motivo di questo straordinario successo è da ritrovarsi nel mix di elementi tradizionali e innovativi che si compenetrano nella regia e nella struttura artistica del film, più che nella storia in sé. La trama infatti si concentra sui preparativi e sullo svolgimento di un’unica singola battaglia che però diventa uno spunto per una riflessione più profonda e generale.

Fin da subito infatti, il regista cerca di delineare il ritratto psicologico dell’ammiraglio, facendoci entrare nella sua sfera più intima e personale. Lo vediamo prima comandante inflessibile e stoico davanti ai suoi soldati, poi padre premuroso e saggio in compagnia del figlio e infine uomo solo, vecchio e debole, torturato da incubi e pensieri che pesano come macigni sulla sua coscienza. Yi Sunshin è un uomo tutto di un pezzo, consapevole del proprio ruolo e delle proprie responsabilità davanti al re, alla nazione, ma anche al suo popolo. Nonostante le difficoltà, sembra non arrendersi mai e non cedere mai, addirittura sembra non dubitare nemmeno per un attimo della validità delle sue scelte. Può sembrare crudele e perfino spietato, totalmente sordo alle richieste e ai consigli altrui. Va per la sua strada, Yi Sunshin, qualunque essa sia e lo fa con indomito coraggio.

Il coraggio è infatti uno dei temi fondamentali del film. Durante una scena il figlio chiede al padre come sia possibile infondere il coraggio in un esercito ormai allo stremo, demotivato e spaventato fino alla resa. La risposta del padre risuonerà varie volte, proprio come un ritornello, durante tutto il film:

 “If only we could turn fear into courage, that courage will be thousand times mightier than before.”

Il figlio resta incredulo e sfiduciato ma, nondimeno, obbedisce al padre e segue letteralmente gli ordini. L’obbedienza e la lealtà verso il proprio superiore (in questo caso, a maggior ragione, verso il padre) è un altro degli aspetti evidenziati largamente in corso d’opera. Chi tradisce la fiducia viene sempre severamente punito, in modo talvolta plateale e spettacolarizzato. Chi invece rispetta il proprio dovere e la propria posizione, alla fine, ottiene sempre una ricompensa o almeno un encomio.

Si riconosce in questo, senza dubbio, uno degli elementi cardine della cinematografia coreana (o asiatica in generale): la divisione netta in ‘buoni e cattivi’ con barriere e confini che sono tanto netti quanto invalicabili. Il passaggio da una parte all’altra non è consentito e, quando avviene, questo scatenerà sicuramente e prevedibilmente un effetto molto forte nella vita del personaggio, come a ricordare che esiste una sorta di ‘retribuzione karmica’ da tenere presente: ogni azione umana genera inevitabilmente una conseguenza che spinge poi all’azione.

Si respira aria buddhista durante il film. Non soltanto nelle preghiere che si vedono recitare a fior di labbra dai monaci mentre scorrono i grani dei loro rosari, non soltanto nei riti o nelle cerimonie che si intravedono qua e là ma anche, a livello più profondo, nel sottotesto e nel messaggio finale. La serenità inflessibile dell’ammiraglio Yi sembra essere proprio il risultato di un’accettazione totale e quasi passiva del proprio destino e del proprio compito: le scelte che compie non sono vere e proprie scelte ma piuttosto un ‘adattarsi al flusso della corrente’. Anche e soprattutto quando questa sembra andare in direzione contraria a quella sperata.

La corrente è forse, simbolicamente, la vera protagonista del film. Già nel titolo il richiamo al tema delle maree e dell’acqua (metafora molto presente in tutta la cultura orientale) è ben chiaro: la corrente può essere avversa o a favore ma ha sempre una propria direzione. E, come dimostra la strategia dell’ammiraglio, è molto più sensato scegliere di seguirla e usarla a proprio vantaggio, che non cercare di dominarla o, peggio, remarci contro. La corrente ha una forza superiore, davanti alla quale non possiamo che arrenderci e allo stesso tempo affidarci, consci che prima o poi, in un senso o nell’altro, cambierà di nuovo. Questo non significa esserne completamente in balia ma, conoscerla, rispettarla e saperla affrontare. Senza paura.

In questo senso, nonostante appartenga chiaramente al genere ‘war movie’, il film è anche molto altro: una riflessione profonda e accurata su valori quali il coraggio e la lealtà, su sentimenti forti come la paura e la forza, su tematiche filosofiche quali il destino individuale e la capacità di scelta.

Un film maestoso che trattiene lo spettatore ben saldo e lo trasporta, cinematograficamente parlando, in mezzo alle correnti roboanti e tempestose della Storia, facendolo approdare generosamente a un finale ben scritto che tira somme e scrive risultati senza lasciare quozienti in sospeso.

 

Rita Barbieri

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