“Macchie”, racconto di Rita Barbieri

MACCHIE

di Rita Barbieri

Mettimi via. Nascondimi, come si fa con la polvere sotto il tappeto, come le macchie d’umidità sotto i quadri alle pareti. Depositami in un angolino, lasciami lì dove non avrò voce né consistenza alcuna. Perché se sarò così ben nascosta, allora potrà darsi che piano piano scolorisca fino a svanire o che, più semplicemente, mi succeda di essere dimenticata.

Certe macchie sono più dure di altre da mandar via: resta l’alone. Impresso sul muro, sulla stoffa, sulle pagine di un libro: una macchia lascia tracce, più o meno visibili.

Anche le persone lasciano tracce. E macchie e depositi e strati e strati di polvere che, per quanto si tenti di pulire via, si riformano sempre. La polvere è nell’aria e certe persone anche. Si respirano involontariamente, assimilando ad ogni boccata il loro personalissimo mix di ossigeno e smog.

Quelle sono le persone in cui si inciampa per caso, camminando sicuri per la propria strada, con lo sguardo alto e le difese abbassate: come buche non segnalate ci fanno vacillare, cadere, perdere l’equilibrio e, prima ancora di capire bene come sia successo, ci si trova impantanati e arresi. Ci piovono addosso,  gocce di pioggia improvvisa in una calda giornata estiva.

Inopportuna e rinfrescante insieme: ancor prima di aver trovato un ombrello o un provvidenziale portico sotto cui ripararci, ci siamo già bagnati almeno un po’ e siamo anche scocciati per l’accaduto. Una stretta di mano, una frase, uno sguardo e tutto cambia: se ne stanno lì e la loro presenza già da sola basta a interrogarti.

E di domande se ne fanno sempre troppe e sempre alla persona sbagliata: l’unica che le risposte non le sa e non le può sapere. Gli incontri sono giochi a premi: un azzardo in cui bisogna essere fortunati prima e furbi poi. E in cui bisogna anche sapere quando fermarsi in tempo prima di perdere tutto.

Perché quello è il rischio grosso, la vera posta in gioco: il problema vero non è vincere quanto PERDERE. Perdere un’occasione, perdere la credibilità, perdere la bussola, perdere il controllo. Infinite varianti e  possibilità del verbo perdere. Si può perdere tutto, praticamente. Dalle chiavi al tempo che non torna più indietro, da una partita amichevole finita a pacche sulle spalle, alle opportunità che capitano sempre una sola volta nella vita. Dai ricordi alle speranze.

“Ho paura di perderti”. Quante volte diciamo questa frase. Il gioco del fare e non fare, del dire e non dire, perché poi perdi tutto, comprese le mosche che pensavi di tenere ben strette nel pugno della mano. Anche quelle volano via, se vogliono. Non serve a niente stringere le dita per impedirlo, certe volte è più semplice aprirle.

Aprirle come si fa con una porta, una finestra, uno spiraglio. Aprire per lasciare uscire e per far entrare. Per portar fuori e per accogliere dentro. Stare un po’ sempre sulla soglia, appoggiati alla maniglia: guardare per strada e osservare chi passa. Perché tante persone passano e poche, invece, restano. E, se restano, chissà poi per quanto.

Ci sono giorni torti, difficili in cui mi rendo conto che ancora non ho cancellato proprio un bel niente. Ho accantonato, separato, fatto il cambio dell’armadio forse…ma non dimenticato. Certe cose, eventi, persone semplicemente non sono pensati per essere dimenticati. Non si può: torneranno in mente all’improvviso, attraverseranno la mente come proverbiali fulmini in un cielo apparentemente sereno, faranno sorridere o piangere. O anche tutti e due insieme. Perché se tutte le storie felici sono simili tra loro, ogni storia infelice è infelice a modo suo:  Anna Karenina insegna.

Ci sono storie che nemmeno un menestrello stonato potrebbe cantare, fiabe che non conciliano affatto il sonno ma semmai evocano la compagnia informe dei pensieri. Racconti che non finiscono con un punto ma sfumano in infiniti e inediti punti di sospensione. Aspettano che si tiri una linea, che si tirino le somme, senza scarti e senza resti.

Come certe macchie anche certe cose sono indelebili: perfino se vengono strofinate via con cura, riappaiono.

Rita Barbieri

QUESTO RACCONTO VIENE PUBBLICATO QUI PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE IL PRESENTE RACCONTO IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

“Il nascondiglio dell’anima” di Anna Maria Folchini Stabile, recensione di Anna Scarpetta

Il nascondiglio dell’anima

di Anna Maria Folchini Stabile

Libreria Editrice Urso (2012)

 

Recensione di Anna Scarpetta

 

“II nascondiglio dell’anima”, è la raccolta di poesie di Anna Maria Folchini Stabile. Una poetessa con uno stile molto raffinato, si nota subito nell’esposizione delle sue belle immagini che, dal suo profondo sentire, lei, riesce a elaborare con straordinaria razionalità e analisi, trascrivendo sulla carta versi emblematici, ricchi di pura bellezza.

Non deve trarre in inganno il titolo, anzi, tutt’altro. Ella, difatti, riesce a tirare fuori dal suo nascondiglio, appunto, l’anima, una poetica molto significativa, di notevole freschezza, con una limpidità di un’acqua cristallina, simile a un piccolo torrente. Difatti, nella poesia: II nascondiglio dell’anima, afferma: “Nascondiglio dell’anima /rifugio del cuore,/oasi nel deserto della quotidianità/bolla/ dove respiro l’ultima boccata d’aria…” (pag.7), sono presente notevoli caratteristiche.

Anna Maria, ci parla di un suo rifugio segreto, da dove attinge, si concentra, rielabora. La memoria è la tematica centrale, prevalentemente, così ricorrente, come il fluire costante dei versi scaturiti dai bei ricordi vivi e nitidi. Invero, la memoria, calda roccia, somigliante ad una fucina accesa, rappresenta, senza dubbio, il punto chiave reale, della raccolta di liriche, così dinamica, piacevole, come risultato finale.

Un vero laboratorio immaginario, aggiungerei, paragonabile, appunto, al nascondiglio dell’anima, dove la poetessa affina il suo verso duttile, arricchito della sua schiva personalità, complessa, ma ricca sempre di nuove belle idee, così straordinarie, in linea coi nostri tempi.

Versi, significativi, che sanno salire pian piano i gradini del mondo, per scalfire meglio intensi valori e riportarli alla luce con la preziosità del suo animo gentile, così attento e riverso negli occhi della magnifica luce, che generosa s’irradia nel mondo. Un mondo, che le riesce meglio a guardarlo, sotto i riflettori della realtà, con le sue dure contraddizioni, coi suoi soffusi mali, assopiti nella notte, con la sua meravigliosa bellezza, che s’apre alla vita, libera, come gentili ali di laboriose farfalle.

In verità, nella poesia “Ulivo”, dai versi molto descrittivi, traspare subito l’immediata acutezza e l’attenta osservazione nella minuziosa figura di quest’albero, mettendo in forte risalto la sua robusta crescita, di foglie che si stagliano verso il ciclo, proprio come se fossero nodose braccia. Ella, quindi, attraverso i suoi versi valorizza l’importanza del frutto dell’olivo, risaltando la grande, instancabile, fatica e sudore dell’uomo; nonché la sua reale ricchezza essenziale come vera fonte di guadagno. La poetessa rafforza meglio questi concetti, nei suoi stupendi versi, dicendo, appunto:”Braccia nodose/vestite di un sussurro verde argento/accarezzano il ciclo senza tempo./Lo stormire delle foglie/racconta/degli uomini,/della fatica, del lavoro/mentre fili di perle ondeggiano al vento,/ricca promessa/di oro verde” (pag.12).

In effetti, grazie alla fervida creatività d’immaginazione, Anna Maria, riesce a sprigionare tante vere, calde, emozioni, dai suoi pensieri, particolarmente, costruttivi nella varietà dei suoi contenuti inestimabili; riportando alla luce il grande attaccamento e il lavoro impareggiabile dell’uomo. Anticamente, già esisteva un rapporto così strettamente affettivo tra uomo-terra ai tempi dei nostri avi, direi ancora oggi questo legame è così presente in distese aree agricole del nostro paese. Una terra sempre più amata e coltivata con instancabile passione, vivo ardore e tanto sudore, per ricavarne, non solo dei sostanziosi frutti per la comunità di mercato, come lavoro reale, ma, anche, come prevalente utilità quotidiana per il sostentamento della famiglia.

Ancora più autentica, si riscopre l’anima vera, di una valida poetessa, quando si confida ai versi, dicendo, nella bella poesia: “La Storia”: “Scriverò il libro,/per raccontare la storia/di tutto ciò che mi hai dato,/della vita vissuta./Avrei iniziato oggi/mentre la sabbia leviga/i margini del tempo …” (pag.19). E’ vero, l’artista, è disposta a scrivere la storia, sa che deve farlo. Nel suo nascondiglio dell’anima c’è anche questa priorità, quella di volere scrivere un libro per raccontare, poi, la sua storia. Ella, desidera farlo, è preparata a questo e, più ci pensa e più si accorge, che la sabbia leviga i margini del tempo. Dunque, intuisce la sottile patina di precarietà che caratterizza il nostro tempo, che non da mai tregua. Anzi, continua a scandire, flemmatico, con le sue ore interminabili, quel reale senso assoluto, di forte usura, nella sua corsa inarrestabile che, poi, lascia indietro ogni cosa.

Nei versi di “L’Acero Rosso” e “L’Albero di ciliegio”, si riscopre una poetessa perdutamente amante della serenità e tranquillità, sempre alla ricerca di uno spazio davvero irrinunciabile, quanto unico e magico, però essenziale, per chi scrive poesie. Anna Maria, lo sa perfettamente, per questi motivi va in cerca dei suoi angoli preferiti, li adora, li scova, per respirarne l’essenza e immergere tutta se stessa, nel profondo della vita e della libertà, per ammirare un ciclo stellato, oppure restare muta, dinanzi ad una donna, distante non troppo per riuscire a vederla, intenta a tagliare tranquillamente il pane sulla sua tavola, con la bontà laboriosa della brava massaia.

Orbene, tutte queste belle osservazioni, sono veri spunti per un modo speciale di intendere e di esprimere una nuova poetica, vera espressione di occhi realistici di un mondo che rimane, costantemente, osservato e descritto nel suo insieme. Nei versi: “L’Albero di ciliegio”, appunto, dice: “Nel giardino/dei cuori/incantati/non entrerò./Mai./ Resterò fuori/in attesa,/spiando/chi solo d’amore/sa vibrare./Io vivo nell’orto tranquillo/dietro la casa/ col ciliegio in fiore”, (pag.27). Ecco dunque l’angolo preferito di Anna Maria Folchini Stabile, che sa descriverlo molto attentamente, con lieve sfumature di autentica, straordinaria, bellezza.

Molto più significati e concreti, direi di notevole interesse, sono invece i versi di: “Pensando a Darwin”, in cui afferma: “Dalla notte del tempo/è custodito gelosamente il segreto/degli uomini/che siamo./Niente è scontato o casuale…. /Netta si staglia la grandezza dell’uomo/che sa riconoscerla.” (pag.31). Invero, la grandezza dell’uomo oggi la si può benissimo scorgere in Darwin geologo, grande studioso, grazie all’avventuroso e coraggioso viaggio intorno al mondo.

Un lungo viaggio, che durò quasi cinque anni, sul brigantino Beagle, in veste di naturalista, toccando le isole Canarie, isole di Capo Verde, Bahia San Salvador e le isole di Galàpagos, poi, ancora, La Nuova Zelanda, Australia, Capo di Buona Speranza e isola di Sant’Elena. Durante queste tappe di viaggio raccolse un’innumerevole varietà inestimabile di campioni, per meglio rafforzare le teorie dei suoi straordinari studi. Egli ebbe modo, così, di conoscere nuova vegetazione, sparsa in distese terre umide, molto stagnanti, dove la vegetazione, unica al mondo, era allora, pressoché sconosciuta; per affermare così la teoria dell’evoluzione, detta anche “Teoria dell’evoluzionista”, come elemento comune, ovvero quel sottile filo conduttore della diversità della vita. I suoi studi e le sue teorie furono confrontati nei grandi, disparati, musei del mondo, oggi sono ancora custoditi e apprezzati, ci danno un’immagine straordinaria, davvero luminosa, di questo noto studioso naturalista.

Di notevole valenza e altrettanto fascino trovo unica la bella poesia “Sciamana”, in cui dice: Comprendere ciclo e terra,/ sospesa a mezzo tra/ aria e oceano,/vestita di colori del sogno/ponte vivo che vola/tra Uomo e Dio…” (pag. 10) .

Va comunque detto che la prima Sciamana è la sibcriana Nadia Stepanova, nata a Burjatija una regione lungo il lago Bajkal, considerato il mare sacro, oggi repubblica della federazione russa. Ci sono poi le sciamane di Tuva, un’antica terra della Siberia, centro meridionale, estesa lungo il confine con la Mongolia. Queste sciamane sono in grado di mettersi in contatto con gli spiriti dell’aldilà e sanno fornire risposte adeguate ad enigmi o sciogliere dubbi che assillano la mente umana. Esse sono dotate di particolari caratteristiche sensitive e innata sensibilità che va oltre alla normale comprensione umana. In alcuni periodi dell’anno si rispettano e si praticano riti particolari per richiamare la protezione degli dei sui raccolti annuali o per invocare pioggia, in casi di siccità. Queste credenze sciamamene, per il bene della collettività, sono tutt’oggi molto diffuse, seguite e praticate presso le comunità di molti popoli.

Orbene, nella poesia “Sciamana” della poetessa è da intendere colei, ovvero se stessa, che con vivo desiderio vorrebbe assurgere a sé tutte quelle grandezze e facoltà necessarie, per arrivare ad un preciso fine o immediato obiettivo come quello di comprendere ciclo e terra, di vestirsi di colori per volare sopra le straordinarie distese tra aria e oceano. Lei vestita di colori da sogno, planando adagio con la sua generosa anima per arrivare lassù nei cicli, oltre l’immaginario, dove risiede Dio.

A mio dire, chi desidera leggere le poesie di Anna Maria Folchini Stabile, dovrà farlo, prefiggendosi, un’attenta, vera analisi delle poesie. In quanto, una rapida o scorrevole lettura, senza soffermarsi per capire, davvero l’anima della poetessa, è sconsigliabile. Altre liriche, di notevole interesse, sono senza alcun dubbio: “L’Età delle regine”, “L’aquilone”, “Via”, “Notte stellata”, “La vita insieme”, “Eventi”, “II mondo in uno sguardo”, “Come eri”, “Pensieri gelati”, “II cuore del poeta”, “Tempi”.

Infine, in cuore marinaio si scorge l’altra faccia di un’autrice introspettiva, che si interroga pensierosa, così tanto desiderosa di scoprire meglio chi sia lei veramente, e, con altrettanta inquietudine, afferma, in “Cuore marinaio”: “L’anima mia/naviga a vista/in un limbo si silenzi/tra scogli di sicurezze/e gorghi di possibilità/ So che ci sei/mio Doppio/mio Angelo mio Altro me,/quando la certezza viene meno/quando nel dubbio/rinunciare è la scelta….” (pag.30). Ecco, un’altra particolarità di un modo di sentire, così avvincente, che risalta fortemente, dentro di sé, la figura del dualismo, che comunque fa parte, nell’insieme, della profonda percezione dell’animo di un poeta. Lei lo avverte, come soltanto veri poeti sanno percepire, intimamente, per poter donare agli altri altre magnifiche poesie, ricche di autentico amore e forte intuito per la libertà, in senso assoluto.

In conclusione, versi plasmati tutti all’insegna d’intense gioie della vita quotidiana, rinnovate altresì da tante belle speranze ancora forti e preziosi sentimenti che sanno vibrano al cuore, lentamente, nuove calde emozioni.

 

 ANNA SCARPETTA

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DELL’AUTRICE.

“Un dono dal cielo” di Ariel & Robin, recensione di Anna Maria Folchini Stabile

“Un dono dal cielo”

di Ariel & Robin 

Piero Macchione Editore – 2011

Recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile, poetessa e scrittrice

 

“ DUCUNT VOLENTEM FATA NOLENTEM TRAHUNT ”.

Questa è la frase finale che chiude il romanzo “Un dono dal cielo” che ha come autori i protagonisti della storia i quali, celandosi dietro nomi fittizi, si raccontano sviluppando l’idea che niente nella vita è dovuto al caso, ma Altri ne tira le fila, anche quando niente lo lascia supporre.

E qui inizia il mio commento a una storia che esalta l’idea che ogni essere umano ha un suo destino e può tentare di sfuggirvi, può perfino costruirsi un’esistenza adattandosi e facendo proprio ogni genere di condizionamento, ma alla fine, inspiegabilmente, il Destino rimescolerà le carte e tutto tornerà come avrebbe dovuto essere fin dall’inizio, con la pace riconquistata e il sollievo di poter pensare che la lunga battaglia è finita.

La trama è semplice.

Due giovani si incontrano, si amano e sanno di essere ciascuno per l’altro la sempre agognata metà della mela, ma per motivi imprevisti si lasciano e percorrono strade di vita differenti.

Il racconto, a due voci in controcanto, descrive le difficoltà e i dolori che ognuno di loro è costretto a vivere, vicinissimi geograficamente e senza mai incontrarsi, per un tempo lunghissimo che li vede divisi, estranei, con professioni, famiglie  e impegni propri affrontati con responsabilità e serietà.

Ma…

C’è un ma…

Nell’età della maturità, entrambi si trovano nuovamente a un bivio: rassegnarsi a una vita spenta e solitaria o ricercare e accettare l’altro creduto perduto per sempre?

“ FORTUNA AUDACES  IUVAT “

Il Fato o il coraggio e la voglia di vivere guidano le scelte e aiutano i protagonisti a ricominciare il gioco della vita.

Che senso ha scrivere e leggere una storia come questa in un’epoca come la nostra, caratterizzata dal “carpe diem” egoistico e superficiale?

Me lo sono chiesto e non ho che una risposta: la vita è misteriosamente affascinante e ogni età ha la sua bellezza.

Per chi vive con onestà, serietà e con un poco di audacia, giusto quel tanto che serve a sentirsi protagonisti senza inutili rassegnazioni e rimpianti, ogni momento nasconde sorprese.

L’amore è il filo conduttore della storia narrata, il destino ( o la Provvidenza?) guida le scelte e suggerisce le azioni grazie alle quali il premio finale è la felicità.

E per chi, come me, crede che i sogni prima o poi si realizzano, questo racconto ne è la prova.

 

Anna Maria Folchini Stabile

Angera, 27 settembre 2012

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA SU GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Il senso del nulla”, poesia di Fiorella Carcereri

Il senso del nulla

 di FIORELLA CARCERERI 

 

 

Passiamo una vita

a cercare

il senso delle cose,

ma non lo troviamo mai.

 

 

Allora,

per non impazzire,

per non morire,

inventiamo

un surrogato di senso

che attribuiamo

al nostro esistere.

 

 

Ma, in fondo,

nulla ha un senso

e  solo il nulla

ha  senso.

 

 

 QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

Intervista ad Alessandra Paoloni, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Alessandra Paoloni

Autrice di “La stirpe di Agortos”

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: E’ un piacere averti qui e poterti conoscere attraverso questa intervista. Puoi parlarci un po’ di te e di quali sono stati i tuoi studi?

AP: Il piacere è tutto mio Lorenzo e ti ringrazio molto per questa tua intervista. Su di me c’è poco in realtà da dire, tranne che sono una ragazza alla quale piace molto scrivere e che lo fa da quando è bambina. Parole che bene o male tutti gli scrittori ti avranno detto, ma che è una sacrosanta verità universale. Io ho conseguito la maturità classica ed è stato proprio dopo aver finito il liceo che ho iniziato a pubblicare poesie e racconti su giornali e riviste locali. Il “salto” come lo chiamavo, cioè quello di dare alle stampe ciò che la mia mente partoriva, è stato un bisogno che ho avvertito in modo urgente. Non potevo più tenermi dentro la fantasia e le emozioni che provavo scrivendo, ma dovevo condividerla con qualcuno. Resto tutt’oggi una ragazza sognatrice con tanti sogni nel cassetto e tante opere ancora da voler scrivere e perché no, pubblicare.

  

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AP: Nei mie libri e nei miei personaggi ci sono io. Nelle mie opere posso dire di essermi scissa, di aver cioè suddiviso le mie emozioni e i miei pensieri e di averli affidati a una certa poesia o a un certo romanzo. Sicuramente l’opera nella quale ho messo di più la mia anima sono I brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (I Morti). Quest’opera uscita nel 2008 è una raccolta di poesie monologhi, e lì ho riversato molti dei miei pensieri, e molte delle mie riflessioni personali sull’uomo e sulla realtà in cui vive. E non mi vergogno a dirlo poiché in tutto ciò che scrivo ci sono io o storie che mi sono state raccontate, vissuti di persone a me vicine nei quali sono rimasta coinvolta in prima persona. Pensiamo ad esempio alle due protagoniste del libro “La Stirpe di Agortos (Prima Generazione)”: Anika e Airen mi rispecchiano entrambe perché la prima rappresenta ciò che vorrei essere, ovvero una ragazza risoluta e sicura di sé; la seconda invece è ciò che sono, ovvero la ragazza piena di dubbi e incertezze sul da farsi. Anche qui ho preso alcune mie caratteristiche e le ho “travasate” in loro. La letteratura è un mezzo potentissimo in tal senso: attraverso di essa possiamo addirittura scoprire cose di noi che nemmeno conoscevamo. Mi è capitato spesso che alcuni lettori mi facessero notare cose nei miei libri che mi rispecchiavano, ma per le quali non avevo prestato troppa attenzione. Le storie e la Storia sopravvivono attraverso la letteratura. E’ uno dei modi che l’uomo utilizza per ingannare la morte e divenire immortale.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AP: Ti farò ora dei nomi che poco c’entrano l’uno con l’altro: Emily Bronte, Lovecraft, Tolkien, King, Wilbur Smith, Coelho, Jeanne Kalogridis, Alessandro Baricco (tralasciamo magari i poeti inglesi dell’ottocento che ho sempre adorato). Ciascuno di loro mi ha insegnato qualcosa. Da come si può evincere da alcuni di questi nomi il mio genere preferito è il fantasy o il fantasy gotico, che poi sono i generi nei quali mi cimento nella scrittura. Attraverso le cornici fantastiche che ricreo mi risulta facile descrivere alcune azioni umane e alcuni particolari comportamenti. E trovo che scrivere fantastico non sia affatto semplice come si può pensare, perché si utilizza prettamente un linguaggio metaforico che non è sempre facile da strutturare.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?
AP:
In realtà questa per me è una domanda molto semplice. Il libro che amo e del quale sarei voluta esserne addirittura l’autrice è senz’altro Cime Tempestose della Bronte. Per il linguaggio utilizzato, per i personaggi tormentati, per l’ambientazione. E per quel tocco di gotico e soprannaturale che poi mi ha spinta a imitarlo in tanti miei scritti. I protagonisti lì diventano gli antieroi di se stessi e sono vittime delle loro stesse passioni e dei loro stessi sbagli. E sono dei personaggi per questo immortali. Quando arriverò a scrivere un libro simile allora potrò dire di aver superato me stessa e di aver raggiunto i miei obiettivi.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AP: Di quelli sopra citati è difficile dire chi amo di più, ma posso dire che King mi ha fatta innamorare del gotico e dell’horror. Mentre Tolkien del fantasy. Lo stile di quest’ultimo cerco di adottarlo nei libri della Stirpe di Agortos. Adottarlo non imitarlo, in quanto sarebbe difficile e quasi impossibile. King invece suggerisce uno stile più diretto ma allo stesso tempo attento alle descrizioni, soprattutto quelle psicologiche. Ma confesso che vorrei saper scrivere racconti come quelli di Lovecraft, magari utilizzando uno stile meno pomposo ma comunque visivamente d’effetto.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?
AP:
Ho esordito nel 2008 con la raccolta poetica “Brevi monologhi in una sala da ballo di fine Ottocento (I morti)”. Oggi questa raccolta di poesie- monologhi si può trovare su lulu.com. Nel 2009 è uscito il mio romanzo “Un solo destino (Prima Generazione)” e l’anno seguente è stata la volta di “Heliaca, la pietra di luce (Seconda Generazione)”. Il 2011 è stato l’anno in cui la mia attività letteraria si è fermata, e nel 2012 sono tornata all’editoria con “La Stirpe di Agortos (Prima Generazione)” che non è altro che la revisione e la correzione di Un solo destino. Ed è con questo libro che ho utilizzato il nome Elisabeth Gravestone perché ricominciando a pubblicare i romanzi delle generazioni, cambiando quindi editore, grafica ecc ho dovuto anche adottare uno pseudonimo. Scelta della quale non mi pento. Posso annunciare che nel 2013 uscirà il mio nuovo romanzo paranormal fantasy, che sarà edito dalla Butterfly Edizioni, e del quale però non posso ancora svelare nulla.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AP: Sto scrivendo delle Fan Fiction assieme a una mia carissima amica, Elisabetta Baldan, che è anche la mia grafica ufficiale; sua infatti è la stupenda copertina de La Stirpe di Agortos.  Scrivere a quattro mani comporta un lavoro psicologico diverso, perché è qualcosa che condividi non solo con il lettore ma anche con l’altro scrittore. Vi è un approccio diverso in questo caso. Quando scrivo un romanzo mi chiudo nella mia camera e mi isolo dal mondo, sviscerando me stessa. Quando collaboro con qualcuno il lavoro è diverso, in quel caso ci si divide il compito, a volte anche le azioni e i personaggi. Lo schema di scrittura è differente, ci si raffronta di continuo sul testo. Parallelamente alla mia scrittura vorrei continuare quella delle fan fiction. Se consiglio agli scrittori di provare a scrivere un testo a quattro mani? Perché no…basta solo trovare la persona giusta e la sintonia giusta. Il resto viene da sé.

 

LS: Disponi di uno spazio internet dove possiamo leggere i tuoi lavori o aggiornati sua tua attività letteraria?

AP: Internet è uno strumento essenziale oggi per diffondere i propri scritti, e come molti altri scrittori mi sono ricreata uno spazietto tutto mio, un blog. Mi potete trovare qui: http://paolonialessandra.blogspot.it/ .

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?
AP:
A lettori che amano soprattutto spaziare con la fantasia, e che amano come me ricercare nei testi dei messaggi nascosti. Non c’è una fascia d’età alla quale le mie opere sono indirizzate. In genere i personaggi che descrivo, anche se inseriti in un contesto fantastico, mantengono la loro umanità e non sono eroi dai poteri particolari, ma persone come noi nelle quali il lettore potrà facilmente riconoscersi.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?
AP:
L’universo dell’editoria è mutato rispetto a qualche anno fa e continuerà a mutare. Basti pensare al boom degli ebook e a quello dell’auto-pubblicazione. Oggi un autore, anche se si vede rifiutato da una casa editrice, può sempre ricorrere al “fai da te”. Ci sono molti siti che lo permettono. Pubblicare adesso è molto più semplice di come si faceva un tempo. Il problema resta quello della diffusione. Internet aiuta, ma in questo caso serve anche qualcuno che ci dia una mano e per questo penso sempre che un editore, piccolo o medio- piccolo che sia ma che lavori bene, serva sempre. Un editore dovrebbe sostenere i suoi autori e aiutarli nella diffusione, cercare per loro riviste giornali blog e quanto altro. Fino ad ora ho lavorato con tre case editrici differenti, piccole e medio piccole. Con le grandi, devo essere sincera, non ho mai provato. Credo che per lavorare con nomi come Mondadori o Longanesi si debba avere un colpo di fortuna, ma da come l’esperienza mi ha insegnato in questi anni la fortuna un uomo se la crea anche da solo. Sto facendo gavetta e mi sto divertendo un mondo. C’è un gruppetto di persone che mi segue, organizzo presentazioni a modo mio e contatto blog e siti. Sono soddisfatta comunque di come stanno andando le cose.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?
AP:
Non ho mai partecipato a corsi di scrittura ma mi piacerebbe molto per confrontarmi e misurarmi non solo con gli altri ma anche con me stessa. Fino ad ora ho sempre fatto tutto da sola, scrivendo tra le quattro mura della mia stanza, senza nessun supervisore. Mi piacerebbe però apprendere delle nozioni di scrittura magari da parte di scrittori già noti e in questo modo crescere. Mentre i concorsi a mio avviso sono importanti soprattutto per mettersi alla prova. Io stessa partecipo a parecchi concorsi online di racconti e poesie, e mi cimento anche in generi diversi esclusivamente per esercitarmi. Perché poi dall’idea di un racconto breve può nascere quella di un romanzo, chissà…

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?
AP:
E’ importante raccontarsi a vicenda i propri trascorsi soprattutto in campo editoriale. Conosco molti autori emergenti ed esordienti, ma più che parlare di stile e linguaggio nei quali ciascuno lavora ancora per trovare una propria dimensione, ci confrontiamo sulle esperienze avute con le differenti case editrici. O sulla scelta di auto-pubblicarsi. Leggo anche molti autori emergenti ed esordienti perché è bene mantenersi al passo e conoscere chi come me coltiva lo stesso sogno.

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AP: E’ difficile scrivere qualcosa che non sia stata già raccontata prima. L’originalità, da me sempre ricercata, è difficile da ritrovare. Credo che lo scrittore odierno debba distinguersi per il fatto di saper riprendere un espediente, un personaggio ecc della tradizione in maniera però originale, in modo da fare sua questa materia nota e celebre. L’arguzia di un bravo narratore sta proprio qui: saper stupire utilizzando materia letteraria già nota. Mescolare le carte come se fosse la prima volta che uno scrittore affronta quel tema. E’ difficile ma non impossibile. 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 

Pamplona, 21/09/2012

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E’ uscito “Un fiorentino a Sappada” di Massimo Acciai

E’ uscito presso la casa editrice Lettere Animate il libro di racconti fantastici dal titolo “Un fiorentino a Sappada” di Massimo Acciai, poeta, scrittore e animatore culturale.

Il libro si apre con una prefazione scritta da Lorenzo Spurio. 

 

Descrizione del libro: 

FORMATO : 15X21

ISBN : 978-88-97801-34-4

PAGINE : 100

GENERE : NARRATIVA /FANTASY

DISPONIBILE ANCHE IN EBOOK : lafeltrinelli.it

I nove racconti contenuti in questo libro sono ambientati e scritti a Sappada tra il 2006 e il 2012, durante le vacanze estive dell’autore, ospite di un amico. Si tratta di storie fantastiche, in qualche caso specificatamente horror o di fantascienza: l’elemento che le accomuna è la fusione di uno scenario reale – il paese di Sappada, sulle Dolomiti bellunesi – e del fantastico, del soprannaturale, del futuribile. Il libro vuole essere un omaggio ad un luogo alpino incantato che non può non ispirare la scrittura in chi già la pratica da diversi anni: un luogo che solletica il sogno e la fantasticheria, con le sue montagne antiche e maestose, le case e la gente che sembra venire direttamente da un passato remoto che però si è bene integrata col presente. Così Sappada ospita, nella fantasia, paradossi spazio temporali, inquietanti apparizioni, e può essere addirittura trasportata su un altro pianeta sconosciuto.

 

Per acquistare l’opera clicca qui: http://www.lettereanimate.com/eshop/index.php?route=product/product&product_id=72

E’ uscito il nuovo numero della rivista Euterpe dal tema “Potere e povertà”

Buonanasera,
comunichiamo che il nuovo numero della rivista è appena uscito (entro pochissimo sarà caricato il pdf sul sito, http://www.rivista-euterpe.blogspot.com).

Nella rivista sono presenti testi di Lorenzo Spurio, Massimo Acciai, Monica Fantaci, Giuseppina Azzena, Gilbert Paraschiva, Damiano Maccarrone, Dunia Sardi, Emanuele Marcuccio, Massimo Acciai, Monica Minnucci, Sunshine Faggio, Ivan Pozzoni, Paolo Annibali, Antonio Chisari, Alessandro Dantonio, Flavio Scaloni, Monica Fantaci, Anna Alessandrino, Mauro Biancaniello, Antonella Santoro, Angela Crucitti, Gennaro Tedesco, Mario Di Nicola, Paolo D’Arpini, Patrizia Chini, Fiorella Carcereri, Cristina Lania, Mariapia Statile, Dario Ramponi, Nadia Marra, Martino Ciano, Elisabetta Polatti.
Ricordiamo, inoltre, che il prossimo numero della rivista avrà come tema “L’intercultura”. I materiali dovranno essere inviati a rivistaeuterpe@virgilio.it entro e non oltre il 10 Gennaio 2013.

Link diretto per accedere al pdf scaricabile contenente il numero della rivista: http://www.segretidipulcinella.it/euterpe5.pdf 

“Flyte & Tallis”, il nuovo saggio di critica letteraria di Lorenzo Spurio

Famiglia, religione e guerra. Un’analisi comparativa di due grandi romanzi inglesi a cura di Lorenzo Spurio

(COMUNICATO STAMPA)

 

Lorenzo Spurio non è nuovo a pubblicazioni che pongono al centro dell’interesse testi della letteratura inglese unanimamente riconosciuti come magistrali: in Jane Eyre, una rilettura contemporanea (Lulu Edizioni, 2011) analizzava la storia della povera Jane scritta da Charlotte Brontë in chiave comparativistica offrendo una serie eterogenea di vedute sulla storia che si sono raccolte nel corso del tempo per mezzo dei numerosi prequels, sequels e rivisitazioni. In La metafora del giardino in letteratura (Faligi Editore, 2011 – scritto con Massimo Acciai), l’autore rifletteva, invece, sull’immagine, sul topos e sulla metafora del giardino in una grande carrellata di testi della letteratura italiana e straniera. Con questa nuova pubblicazione, Flyte & Tallis, Spurio fornisce al lettore un ampio commento critico su due grandi romanzi della letteratura inglese: Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh ed Espiazione di Ian McEwan ponendo particolare attenzione a una gamma di tematiche che l’autore va ricercando e analizzando parallelamente tra i due romanzi.

Marzia Carocci nella sua prefazione osserva: “Lorenzo Spurio ripercorre fedelmente i vari passaggi dei due romanzi riuscendo a identificare il senso, le particolarità, i caratteri e i contorni dei personaggi e dei luoghi. Nella descrizione l’autore imprime il proprio pensiero senza mai evadere i concetti e le astrazioni che i due libri esprimono”.

L’autore fornisce, inoltre, un’adeguata spiegazione della trama dei due romanzi, una parte dedicata ai rimandi letterari ad altre opere, un apparato bio-bibliografico dei due autori e una traduzione di un saggio su Espiazione scritto da Brian Finney, docente universitario statunitense.

“Spurio quindi analizza, smembra, spiega e fa riferimenti ai fatti con una precisione che regala al lettore la sensazione di assistere in prima persona al “filmato” di parole che egli, attraverso una scrittura fluida e mai astrusa o complicata, riesce a esprimere”, annota la Carocci nella sua prefazione al libro.

 

  

SCHEDA DEL LIBRO

 

 

Titolo: Flyte & Tallis

Sottotitolo: Ritorno a Brideshead ed Espiazione: una analisi ravvicinata di due grandi romanzi della letteratura inglese

Autore: Lorenzo Spurio

Prefazione: Marzia Carocci

Genere: Critica letteraria

Editore: Photocity Edizioni, Pozzuoli (Na), 2012

ISBN: 978-88-6682-300-1

Numero di pagine: 143

Costo: 10 €

Link diretto per l’acquisto: http://ww2.photocity.it/Vetrina/DettaglioOpera.aspx?versione=19253&formato=8778

“Pensieri” di Emanuele Marcuccio, con un commento di Luciano Domenighini

PENSIERI

(poesia di Emanuele Marcuccio)

 

 

Portano poesia così

lungi il nostro dire

chioccio e impacciato così

l’ardire è vano e lontano

e requie non danno.

 

 (13/9/2012)

Commento a cura di Luciano Domenighini

Cinque versi brevi ad andamento ondulante (sequenza sillabica “8, 6, 7, 8, 6”) col soggetto ai versi di apertura e di congedo e i tre versi centrali incidentali e distrattivi a significato antitetico.

La gestione delle rime è complessa. Solo il quinto verso è svincolato. Il primo e il terzo rimano sul medesimo bisillabo avverbiale tronco “così”. L’ottonario al quarto verso presenta due rime interne: in terza sillaba “l’ardire” rima col senario del secondo “dire” e la piana bisillaba in quinta “vano” con la trisillaba “lontano” in ottava. Il tono della lirica è dimesso, sofferto, ma formalmente impeccabile.

In soli cinque versi, in un cono di luce rivelatore di un evento psichico, Marcuccio individua i termini antitetici dalla cui distanza e dal cui conflitto nasce un doloroso travaglio dal quale scaturisce, per sintesi, l’energia della poesia.

Il primo elemento dell’antitesi è un periodo bipartito (“Portano poesia così/ […] e requie non danno”) collocato agli estremi della strofa in posizione prima e quinta.

Il secondo, oppositivo, consta di tre momenti, uno per ciascuno dei versi centrali, secondo, terzo e quarto (“lungi il nostro dire/ chioccio e impacciato così/ l’ardire è vano e lontano”).

Da un lato l’esaltazione e la tensione, il languore e il tormento dell’ispirazione poetica, dall’altro la penosa coscienza di una condizione di quotidianità anonima e schiva. Due opposti, due polarità a tendere un arco.

Da un punto di vista strettamente formale sono da notare tre consonanze “interne” (“dire-l’ardire”, “chioccio e impacciato”, “vano e lontano”) che legano foneticamente il dettato, nonché l’iterazione avverbiale “così”, rimante al primo e al terzo verso, che genera un senso di irrisolutezza e di precarietà.

Luciano Domenighini

Travagliato (BS), 6 novembre 2014

Recensione di “Nuvole bianche” di Ema (Emanuela Cecconi), a cura di Anna Maria Folchini-Stabile

Nuvole bianche

di EMA (Emanuela Cecconi)

Pagnini Editore, Firenze, 2011

Recensione a cura di Anna Maria Folchini-Stabile, poetessa e scrittrice 

 

La raccolta di poesie intitolata “Nuvole bianche” della poetessa EMA, come ama farsi chiamare Emanuela Cecconi, esprime il sentire di una donna squisitamente femmina, attenta a tutto ciò che la circonda, capace di fermare sulla carta le emozioni profonde e i brividi di passione che attraversano la sua vita.

 L’opera, illustrata dalla Poetessa stessa con vedute della “sua” Toscana e di altri luoghi visitati che le sono rimasti nel cuore, è suddivisa in quattro parti:

– Uomo che fai

– Nuvole bianche

– Arcobaleno

– Chi sono

e si sviluppa su temi poetici costantemente presenti nelle liriche:

– la natura

– la donna

– la passione d’amore

– il ricordo.

EMA si sente sempre parte della Natura, da lei intesa come mater dolorosa che assiste impotente all’oltraggio dell’Uomo suo figlio: “Uomo che fai /  Di quali violenze / ti stai macchiando…/ Tutto in nome del profitto/ … Neghi ai tuoi figli/ un domani, / un domani su questa terra.” ( da “Uomo che fai, pag. 13)

Conscia di ciò ne ricerca l’abbraccio materno in ogni cosa che la rappresenta e ne riconosce e ne apprezza l’incredibile bellezza sotto ogni aspetto: “ Albero dalle gentili fronde / rigoglioso e verde / con foglie lussureggianti, / accoglienti, tu sei madre”. (da “Albero”, pag. 20)

“ Cavalli dalle nere criniere / rampanti aggrediscono l’azzurro, / talvolta minacciosi, / talora portatori ribelli / di sogni passeggeri”. (da “Nuvole bianche”, pag. 29)

Attenta a ogni cosa, si sofferma anche sul fiore più delicato e timido che sorride alla primavera: “ Così vi presentate / in violetto o giallo, / da tenui a scarlatti/ colori in petali vellutati” (da “Pansè”, pag. 22)

Nei confini naturali illimitati si muove la donna e la Poetessa innalza il suo canto che parla di fragilità e delicatezza, di un’idea di sé ricca di speranze, nonostante il dolore vissuto nel corso della vita tanto da marchiarle a fuoco l’anima: “ …Chi sono? Un fiore! / Il fiore galleggia su speranze deluse, / amori finiti, / ma è felice / del calore del sole / del vento che l’accarezza. (da “ Chi sono”, pag. 61)

EMA guarda con occhi positivi alla vita nonostante “Un vissuto pieno di ferite / che sono solo mie, / che hanno segnato la mia pelle e la mia anima” (idem, pag. 61) e non nasconde il suo amore per l’amore fatto di sentimenti e di carne: “ La mia testa è lì / in quel momento con te, / quando la tua bocca / si socchiuderà per baciarmi, / e tra la tua pelle e la mia / non ci sarà più nulla / al di fuori di noi” (da “Sarà tra poco”, pag. 70). 

Leggere queste poesie dischiude un poco la porta sull’universo femminile, fatto di slanci e di paure, di rimpianti e di ricordi felici.

EMA, infatti, riesce a rappresentare nelle sue liriche il mondo di una donna a tutto tondo forte e delicatissima

 

 Anna Maria Folchini-Stabile

 

Angera, 26 settembre 2012

  

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE ESTRATTI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Case del passato”, racconto di Fiorella Carcereri

CASE DEL PASSATO

DI FIORELLA CARCERERI

Era un appartamento al terzo piano di una vecchia palazzina stile liberty in cui trascorsi il periodo più “magico” della mia  vita, l’età compresa tra i sei e i vent’anni. L’ingresso era enorme, uno spazio vuoto ed inutilizzato, chissà, forse progettato da un geometra ubriaco od inesperto. Per contro, la cucina era incredibilmente piccola, la sala impossibilmente fredda d’inverno e calda d’estate. Si salvava soltanto la mia cameretta, riscaldata da una maestosa stufa a carbone coke sistemata nell’atrio ed impreziosita da un gigantesco tappeto di pelle bovina, in voga all’epoca,  arricchita da un allegro tendaggio giallo e marrone e tappezzata dai poster dei miei idoli canori e calcistici, il tutto davvero molto trendy.   Ma il punto di forza di quella casa era però costituito dall’enorme terrazza che offriva una generosa panoramica su tutto il quartiere. Al centro, un bizzarro progettista aveva sistemato un possente tavolo di pietra con sei sedie, il tutto decorato con sculture di angioletti ed altri strani soggetti.

D’estate, la terrazza era un naturale punto di ritrovo per grandi e piccini. D’inverno, quando nevicava, diventava una specie di trappola glaciale, dove il vento accumulava decine di centimetri di neve. E c’era Gaspare, il mio gatto, che non voleva saperne di abbandonare lo scatolone pieno di stracci di lana sistemato nel punto più riparato, sotto il tavolo di pietra. Usciva solo quando vedeva qualche timido raggio di sole per venire a grattare alla porta della cucina all’ora di pranzo. Che buffo vederlo camminare lentamente, con quelle zampette vellutate interamente sprofondate  nella neve fresca, ancora immacolata. Il gelo doveva infastidire parecchio le sue estremità. A volte, i suoi movimenti davano l’impressione che camminasse, paradossalmente, su carboni ardenti. Quei muri videro la mia gioia ad ogni bel voto portato a casa,  la serenità di tante festività natalizie attorno al presepio illuminato ed addobbato con muschio fresco e vere cascatine d’acqua, ma assistettero anche impotenti ai frequenti litigi fra i miei genitori e alla malattia di papà. Quelle pareti furono testimoni di ogni mia parola, dubbio, paura ed affidabili custodi di tutti i miei piccoli e grandi segreti. Ora però, quelle stesse pareti non sono più a colori ma in bianco e nero. Troppi affetti persi per strada, troppe parole taciute, troppa tenerezza soffocata, troppa nostalgia per quegli anni perduti e la loro magia.  

 

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“Una donna in autunno” di Sandra Carresi, recensione di Marzia Carocci

“Una donna in autunno”

di Sandra Carresi

Ilmiolibro, 2010

Recensione a di Marzia Carocci

 

 

Sandra Carresi fa della sua poesia un diario di vita, dove sensazioni, emozioni, e nostalgie convergono in un caleidoscopio immaginario dove i colori, i profumi e le rimembranze si amalgamano a quelle gioie e a quelle paure che fanno parte dell’essere umano in quanto fragile e impotente.

La poetessa, ci condurrà nella propria vita dove sarà presente l’amore per il figlio, il marito, la madre, il ricordo, ma emergeranno anche le insicurezze, i timori, le incomprensioni i tarli umani e quei graffi nell’anima…

Contrasti di rapporti che fanno parte del vissuto di ognuno, ribellioni interiori miste a voglia di carezza e comprensione soprattutto là quando la vita non sembra più nostra e vorremmo abbracciarla, sentirla, domarla, anche ella scivola via nonostante noi.

Sandra Carresi, imprime nella sua forma letteraria quella forza e decisione volta alla luce e alla speranza in ogni caso, in ogni situazione; l’amore per la vita stessa è in ogni sua parola, in ogni sua immagine in quel cantico  scritto che diventa lirica del cuore.

La poetessa ricorderà i profumi, e attraverso la sua versificazione ci rappresenterà un mare e un cielo infinito, sentiremo quel vento caldo che descrive, odoreremo l’olezzo del tiglio che ci propone, ci parlerà delle mani di sua madre, del disordine di un figlio amato, e la morte di un pino che riporta ricordi di un tempo.

Una donna che ci conduce, passo dopo passo, nella propria esistenza, tenera e tenace, sensibile e combattiva anche nelle lotte più difficili e spesso insormontabili in quei cammini irti e tortuosi che a volte la vita c’impone.

La Carresi infonde attraverso la sua forma poetica quella speranza, quella determinazione di respiro vitale che porta a continuare a credere che al di là di ogni ostacolo, vi è sempre una salita da tentare sulla quale issarsi con forza e volontà, una cima dove riprendere a volare e a sognare, dove le aspettative e i desideri possono tornare , giorno dopo giorno a regalarci qualcosa di nuovo.

 

Marzia Carocci 

(critico/recensionista)

 

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