“Una donna in autunno” di Sandra Carresi, recensione di Marzia Carocci

“Una donna in autunno”

di Sandra Carresi

Ilmiolibro, 2010

Recensione a di Marzia Carocci

 

 

Sandra Carresi fa della sua poesia un diario di vita, dove sensazioni, emozioni, e nostalgie convergono in un caleidoscopio immaginario dove i colori, i profumi e le rimembranze si amalgamano a quelle gioie e a quelle paure che fanno parte dell’essere umano in quanto fragile e impotente.

La poetessa, ci condurrà nella propria vita dove sarà presente l’amore per il figlio, il marito, la madre, il ricordo, ma emergeranno anche le insicurezze, i timori, le incomprensioni i tarli umani e quei graffi nell’anima…

Contrasti di rapporti che fanno parte del vissuto di ognuno, ribellioni interiori miste a voglia di carezza e comprensione soprattutto là quando la vita non sembra più nostra e vorremmo abbracciarla, sentirla, domarla, anche ella scivola via nonostante noi.

Sandra Carresi, imprime nella sua forma letteraria quella forza e decisione volta alla luce e alla speranza in ogni caso, in ogni situazione; l’amore per la vita stessa è in ogni sua parola, in ogni sua immagine in quel cantico  scritto che diventa lirica del cuore.

La poetessa ricorderà i profumi, e attraverso la sua versificazione ci rappresenterà un mare e un cielo infinito, sentiremo quel vento caldo che descrive, odoreremo l’olezzo del tiglio che ci propone, ci parlerà delle mani di sua madre, del disordine di un figlio amato, e la morte di un pino che riporta ricordi di un tempo.

Una donna che ci conduce, passo dopo passo, nella propria esistenza, tenera e tenace, sensibile e combattiva anche nelle lotte più difficili e spesso insormontabili in quei cammini irti e tortuosi che a volte la vita c’impone.

La Carresi infonde attraverso la sua forma poetica quella speranza, quella determinazione di respiro vitale che porta a continuare a credere che al di là di ogni ostacolo, vi è sempre una salita da tentare sulla quale issarsi con forza e volontà, una cima dove riprendere a volare e a sognare, dove le aspettative e i desideri possono tornare , giorno dopo giorno a regalarci qualcosa di nuovo.

 

Marzia Carocci 

(critico/recensionista)

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE E DIFFONDERE QUESTA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Quel sì e poi”, poesia di Fiorella Carcereri

Quel sì e poi

di FIORELLA CARCERERI  

 

 Cerco il tuo sguardo,

ma è sempre altrove.

  

Cerco le tue mani,

ma mi sfuggono.

 

No, non sei un amore proibito.

Tanti anni fa mi dicesti quel sì.

Fu l’unico.

 

Gli altri sì, se ci furono,

sottintesi per te,

impercepibili per me.

 

Invece, io cerco i tuoi occhi ogni giorno,

in un sorriso che non c’è mai.

 

Invece, io cerco le tue mani ogni giorno,

in una carezza che non c’è mai.

 

Una vita in attesa,

davanti ad una porta chiusa.

Aprila.

Fammi entrare.

Fammi capire.

E non mi aspetto parole.

QUESTA POESIA VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

“Acrostico” di Emanuele Marcuccio, con un commento di Cinzia Tianetti

ACROSTICO

di Emanuele Marcuccio

Elegante mi aggiro pensoso

mentre la luna in ciel compare,

avanzando per una strada,

non comprendo il mondo:

uno è il solo pensiero

e l’orizzonte mi rapisce

la mente turbando

e l’amore m’invita.

Marcando la terra

arrivo fino in fondo

riuscendo nell’impresa,

comprendo la vuota cultura

urbana imperante,

comprendo il flebile vento

che corre lungo vicoli antichi,

introducono i nostri passi

obliando i passati mali.

 

COMMENTO A CURA DI CINZIA TIANETTI

Si canta la poesia con i passi che si compiono. Essa, lunga strada del divenire, della voglia e della possibilità, nel compiersi, è lo strascico vergine di una sposa: ritma il cammino del poeta che al tramonto, seduto sull’ultimo crocicchio, saluta l’infinita eco, quale essa è, nell’esserci per qualcun altro, che ne sarà rapito.

Infinita nell’afflato votarsi ad altre vite e con esse ad altri viaggi; dal punto stesso in cui salutò con lunghi addii i predecessori ispirati autori.

Ecco le risonanze per ogni poesia di secolare poetare e sentire;

 L’incedere e la riflessione, l’amore e il turbamento. Quale crocicchio suggestivo conducente per la sola via, l’animo umano.

I sentimenti più comuni dilatano il tempo in una passeggiata intimistica quasi mistica: “e l’orizzonte mi rapisce / la mente turbando / e l’amore m’invita”, dice il poeta.

Dove si intravede attraverso la cortina dell’orizzonte la suggestione della Spes (ultima dea), il godimento di Psiche. Quando nel turbamento del poeta, che s’aggira elegante, si sostiene l’ispirazione; tra l’abbraccio di Psiche e Amore, in un bacio, come una strada (quella del poeta), che rilegge il mondo. Perché se l’amore può salvare, quell’amore che compare in cielo, come l’occhio benevolo di una primigenia madre, lo stesso amore che sembra ci colmi, può altresì rivelare, nel precipitare nel terreno del frivolo, la mancanza infelice in cui soccombiamo ogni giorno, senza la riflessione che feconda, nell’intimo percorrersi il cuore dell’uomo, nel solitario avanzare, uscendo dall’oblio per distinguersi nel mondo.

 L’inquietudine meditata di questi versi matura nella riflessione che oltre l’ondeggiare del sentire c’è l’agire; il paesaggio dell’animo è turbato dall’incomprensione che sprigiona un’interrogazione poetica del tutto naturale; ma il poeta non svela la camera in cui fermentano i dubbi, i malumori, fedele alla scena appena tratteggiata rivela il clima che ha generato nella descrizione di ciò che avviene: “marcando la terra / arrivo fino in fondo / riuscendo nell’impresa”; Marcare! L’opera più grandiosa di uomo. E come si diceva, dal sentire all’agire, in cui, il poeta, attraverso il cammino della propria vita e l’arte del suo pensiero, fattisi strumento, si impegna a comprendere. E invero  l’incomprensione diviene carne e ossa nella partecipazione viva in questa “vuota cultura / urbana imperante”, portando con sé il suo turbamento e l’atto amorevole di volere capire ma in un no imperante, del pensiero rivolto a se stesso, nel non volere esserne succube, in una tautologia che vorrebbe costruire speranze.

In un unico sguardo, vediamo l’ordinario precorrere sul vento dell’ovvietà e il poeta “marcare la terra per arrivare fino in fondo. Per quell’amore per il mondo che arriva fino in fondo, riuscendo a non lasciarlo andare, obliando i passati mali.

 Se si tengono presenti tutti i motivi intonati, in questi versi dall’alterno canto d’ogni voce (dal profilo acceso della luna, dal movimento del passo, dal volto che si può immaginare nell’espressione rivolta a sé del poeta, dalle linee sinuose, ora rigide, ora, immaginiamo, vanescenti, e infine certe, della strada, dal buio, e dalla sua compagna, ombra, in ogni cosa, dal mondo, dal vento), tutto è chiaro: un coro eloquente, nella costruzione scenica fatta di temi incarnati nell’uomo come sua essenza; tratte da inconsce primitive simbologie di ogni tempo, e di intervalli, tra un’immagine e l’altra che, chiamato spazio, traduce un dire che non è detto.

Dall’essere strumento di psiche e eros rapito tra i passi dei pensieri e lo sguardo acceso dell’amore preso nel cuore dall’orizzonte che spinge l’affanno umano all’oltre, a credere, ad avere fede, il poeta costruisce una strada, la sua, sul mondo, non in un passivo andare ma, costruttore degli eventi, egli chiede, giungendo nell’impresa, di essere qui e ora nella consapevolezza.

 E il poeta arriva ad incarnare il suo sentire poetico, incarna il suo dire in questi versi nelle iniziali del suo nome come a prendersene carico nella proiezione metafisica di quel che ognuno porta, col venire al mondo. Ecco forgiar le lettere, eccole danzare e marchiare di identità l’autore, che tutt’altro che rassegnato, forma il dettato del suo temperamento tra il pensiero costante, l’amore per l’amore e il voler vivere di questo mondo.

 Nella pacatezza di questa poesia si celano le forze incontrastate di Amore, che in questa poetica appare, nella Luna, romantico e di Speranza per un futuro, forte della memoria del nostro passato, che, come dice il poeta, annunciandosi con suono “che corre lungo vicoli antichi,  / introducono i  nostri passi”.

 

Cinzia Tianetti, 19 settembre 2012

PER LEGGERE IL COMMENTO A CURA DI LORENZO SPURIO A QUESTA STESSA POESIA, CLICCA QUI.

LA POESIA E IL COMMENTO CRITICO VENGONO PUBBLICATI PER GENTILE CONCESSIONE DEGLI AUTORI.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE O RIPRODURRE I TESTI QUI PRESENTI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DEGLI AUTORI.

 

“Fluidi pensieri”, poesia di Fiorella Carcereri

Fluidi pensieri

DI FIORELLA CARCERERI

 

Spesso nella vita

ci creiamo dei punti fermi

per non perdere l’orientamento,

per non farci inghiottire dal caos.

 

 Ma sono solo frutto

della nostra immaginazione.

  

Perché nulla è fisso,

nulla immutabile,

nulla invariabile,

nulla costante.

 

 In fondo,

non è la roccia perpetua,

bensì solo la volatilità

dei fluidi  pensieri

a salvarci

quando occorre

virare d’improvviso.

 

QUESTA POESIA VIENE PUBBLICATA IN QUESTO SPAZIO PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E PUBBLICARE LA PRESENTE POESIA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

 

 

“Porte sbattute”, racconto di Fiorella Carcereri

racconto di FIORELLA CARCERERI

 

Sbattere la porta è la cosa che ho sempre saputo fare meglio nella vita, in senso pratico, ma anche in senso metaforico. Sbattere la porta è la cosa che gli altri hanno sempre saputo fare meglio nei miei confronti, quasi esistesse una scuola di specializzazione che ne insegna tecniche e modalità e tutti coloro coi quali mi sono rapportata l’avessero frequentata con profitto.

Sono nata e cresciuta in un ambiente di porte sbattute, in faccia o dietro le spalle. E ciò si è verificato in tutti i possibili orari del giorno e della notte, in una miriade di situazioni.

La nonna paterna, già parecchio anziana quando io nacqui, odiava mia madre con tutta se stessa.

Mia zia, seguendo fedelmente le orme della nonna, non è mai riuscita ad avere con mia madre un approccio civile, un minimo di dialogo, non dico fraterno, ma almeno di reciproca tolleranza. I motivi scatenanti di questa “tragedia” familiare erano, in fondo, sempre gli stessi.

Da una parte, una madre rigida e mai disposta a scendere a compromessi con nessuno.

Dall’altra, una zia  perfida ed avida di denaro, quello che sottraeva a mio padre durante i suoi tristi e prolungati ricoveri in ospedale.

Nonna e zia paterne non hanno mai fatto mancare a mia madre dosi letali di ostilità e hanno sempre fatto del loro meglio per metterla in cattiva luce nei confronti di chiunque, per renderle la vita impossibile, soprattutto durante i primi anni di matrimonio in cui si viveva tutti sotto lo stesso tetto, com’era usanza diffusa un tempo.

E quella bimba, figlia unica, (non so se questo sia stato un vantaggio od una sfortuna) ebbe il “privilegio” di assistere a snervanti alterchi quotidiani che scaturivano anche da banalissimi pretesti e, talvolta, sfociavano nell’aggressione fisica, quando tutte le frecce verbali erano state esaurite.

Abitualmente, le liti avvenivano tra donne ma poi, immancabilmente, veniva coinvolto mio padre che aveva l’arduo compito di ergersi a giudice di quelle  controversie e poi, carico di rabbia, scaricava le sue ire sempre sul medesimo capro espiatorio: la più piccola ed indifesa, facile da redarguire, facile da sculacciare.

Ora sto scrivendo queste cose con sufficiente distacco emotivo e le osservo seduta in platea, in ultima fila,  spettatrice annoiata di una squallida rappresentazione teatrale. Ma allora era diverso. 

E, bene o male, tutto ciò che ho visto e sentito da zero a quindici anni ha lasciato profonde cicatrici e bruciature indelebili nella mente, nel cuore e nell’anima. Sono sopravvissuta, è vero, ma a quale prezzo!

Ogni giorno mi auguravo  di ricevere qualche complimento, qualche tenera carezza, e pregavo per veder sorridere e ridere i miei genitori ma, pensandoci bene, non ricordo di aver mai colto anche un solo attimo di felicità nei loro sguardi…

Il nonno materno che sbatteva la porta dopo aver cercato invano di difendere figlia e nipote…

Mia madre che, un mese sì e l’altro pure, raccoglieva i nostri abiti in una grande valigia rigida di colore marrone scuro per andare a chiedere ospitalità ai nonni…

Porte sbattute, a centinaia…

Ad un certo punto, cominciarono a non farmi più effetto e pensai: “Se per i grandi questo è l’unico modo per ottenere qualcosa o attirare l’attenzione, perché non dovrei farlo anch’io?”.

Frequentavo le scuole medie quando, per i motivi più diversi, che sono sempre e comunque di importanza esistenziale per un’adolescente,  non di rado saltavo la cena e mi chiudevo a chiave nella mia stanza per riaprire soltanto al mattino successivo. 

Quando mio padre era ancora vivente, non aprivo per non essere picchiata.

Dopo la sua morte, non aprivo per non dare soddisfazione a mia madre che mi minacciava e mi intimava di aprire da dietro la porta  in legno e vetro smerigliato.

Non riesco a ricordare con esattezza per quali motivi arrivassimo ai ferri corti. A scuola andavo molto bene, non avevo brutte compagnie, anzi, ero pressoché un’eremita.

E’ passato troppo tempo ormai e, fortunatamente, ho rimosso i particolari più dolorosi di quei momenti. I nostri caratteri erano del tutto incompatibili.  Punto e basta.

E quella santa donna della nonna materna sempre in mezzo, nel tentativo di ricucire gli strappi su due pezzi di stoffa ormai logori e lacerati e che nessun filo sarebbe mai stato in grado di riunire. Se oggi fosse ancora tra noi, avrebbe potuto ricoprire degnamente la carica di giudice di pace, mediatore od altra attività diplomatica di tutto rispetto. Povera nonna… Non smetterò mai di ringraziarla nelle mie preghiere per avermi salvato la vita in più occasioni, purtroppo non solo, e non sempre, in senso metaforico.

Quando, dopo la maturità, entrai ufficialmente nella vita “seria”, nel mondo degli adulti, ero già rodata, avendo alle spalle una ragguardevole gavetta. Gli inizi non furono esattamente da tappeto rosso ma, tutto sommato, una passeggiata rispetto a quanto avevo avuto il “privilegio” di condividere nella mia pseudo-infanzia ed adolescenza dalle tinte fosche.

Ancora oggi quando, nonostante gli sforzi, non riesco ad esprimere verbalmente ciò che sento e che vorrei,  quando ho l’impressione di essere attaccata ingiustamente o in tutte quelle situazioni in cui, mio malgrado, sono costretta a far emergere il lato peggiore di me, ricorro al vecchio metodo della porta sbattuta o della cornetta riattaccata, un classico.

Un gesto, forse, vigliacco, una modalità un po’ ferina per chiudere una controversia che so benissimo essere  momentaneamente sospesa e la cui soluzione è purtroppo solo  rimandata.

Considerando però questo comportamento da un’altra prospettiva, ritengo possa essere il “minore dei mali” nelle situazioni che stanno per sfuggire di mano, quando non è più possibile provare a ragionare, venirsi incontro, riavvolgere la bobina, quando ormai ci si è spinti troppo in là per abbassare i toni e nessuno è più disposto a cedere di un millimetro.

Sbattere la porta è la “protesta estrema” per non imboccare la via di non ritorno.

Sbattere la porta lascia tempo ai contendenti di riflettere, riordinare le idee, rimuginare sulle proprie colpe, se ve ne sono, o su quelle degli altri.

E’ una specie di intervallo tra due round di pugilato, aiuta a riprendere vigore se lo scontro è destinato a protrarsi, o a dire definitivamente “basta”.

Ogni volta che mi succede penso sempre “Questa è stata l’ultima”, anche se so perfettamente che cambiare il proprio temperamento è un’impresa disperata e comunque discutibile, qualora ciò fosse possibile. 

C’è una soglia di sopportazione, o di dolore, o di rabbia  oltre la quale scatta l’allarme. Faccio sempre del mio meglio per rallentare l’avvicinarsi di questo  momento ma poi il fiume esonda.  Le mani non obbediscono più alla ragione che vorrebbe fermarle e succede. Succede e basta. Perché siamo esseri imperfetti e qualche difetto, anche grosso, dobbiamo pur averlo.

Chi mi conosce bene non si stupisce più. Magari, ci resta male sul momento, ma sa che basta pazientare. Dopo ogni tempesta, anche la più terribile, arriva sempre la quiete. Tanto più violenta è la tempesta, tanto più nitido, luminoso e stupendo sarà l’arcobaleno.

Non so quanto c’entrino la famiglia d’origine e le circostanze della vita in questo mio modo di essere, ma sicuramente hanno dato il loro non indifferente contributo.

Non sono sicuramente un mare forza uno.

Non sono la brezza impercettibile di una tiepida giornata di aprile.

Sono spesso un osso duro, una gatta da pelare, a volte una corona di spine.

Tuttavia, a mia parziale discolpa, se di colpa si può parlare, posso dire che nessuno mi ha mai amata di meno per questo.

E sono enormemente grata a chi è riuscito a vedere ben oltre le apparenze. A chi ha avuto la volontà e la pazienza di comprendere che cosa si cela dietro quella dura corazza difensiva. A chi, dopo un po’, si fa sempre trovare sorridente dietro ogni mia porta sbattuta.

E, in cuor mio, spero di potermi un giorno riconciliare completamente con il mondo in modo tale che quel gesto non rappresenti più, per me, l’unica via possibile.

 

 

QUESTO TESTO VIENE QUI PUBBLICATO PER GENTILE CONCESSIONE DA PARTE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE QUESTO TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

E’ uscito il nuovo numero della Rivista “Segreti di Pulcinella” (n°39)

E’ uscito il nuovo numero della rivista Segreti di Pulcinella, avente come tema “La crisi”. Il numero, particolarmente corposo nella quantità dei materiali, è composto da racconti, poesie in italiano e in lingua, recensioni di film e di libri, rubriche di arti figurative e filosofia e si apre con due editoriali, uno firmato da Alessandro Rizzo, vice-direttore della rivista e l’altro firmato da Andrea Cantucci, redattore della rivista.

 

Nella rivista sono presenti testi di:  Massimo Acciai, Lorenzo Spurio, Andrea Cantucci, Alessandro Rizzo, Marco Bazzato, Giuseppe C. Budetta, Luisa Bolleri, Niccolò Maccapan, Fiorella Carcereri, Iuri Lombardi, Monica Fantaci, Alessandra Ferrari, Emanuela Ferrari, Simona Marchini, Luca Mori, Gilbert Paraschiva, Nazario Pardini, Ivan Pozzoni, Dunia Sardi, Francesco Vico, Mihela Zanarella, Pierangela Castagnetta, Aurelian Sorin Dumitrescu, Codruta Dragotescu, Lucia Dragotescu, Marius Viorel Girada, Manuela Léa Orita, Ioana Livia Stefan, Sandra Carresi, Sara Rota, Flavia Pacini, Antonella Pedicelli, Mario Gardini, Gennaro Tedesco, Paolo D’Arpini, Apostolos Apostolou, Vito Tripi.

 

Si ricorda che il prossimo anno la rivista compirà i suoi primi 10 anni di attività letteraria e che per celebrare questa ricorrenza è stato organizzato il Concorso Letterario “Segreti di Pulcinella” di cui in rivista si può leggere il bando. Per chi fosse interessato a scaricare il solo bando comprensivo di scheda di partecipazione in formato pdf, il link di riferimento è questo:http://www.segretidipulcinella.it/concorso.pdf

La prossima primavera a Firenze si organizzerà la festa dei dieci anni della rivista dove –speriamo- avremo il piacere di incontrarci (vice-direttori, redattori, collaboratori) e in quello stesso momento si premieranno i vincitori del Concorso.

 Il nuovo numero della rivista – come tutti gli arretrati- può essere letto e scaricato in formato pdf collegandosi al sito: www.segretidipulcinella.it

Il prossimo numero della rivista sarà dedicato al tema “Istruzione” e i materiali dovranno pervenire entro e non oltre il 31-12-2012.

 

LA FOTO CHE E’ LA COPERTINA DI QUESTO NUMERO DELLA RIVISTA E’ UNA PRODUZIONE DI ANDREA CANTUCCI, REDATTORE DELLA RIVISTA SDP.

 

“Non ora, non qui” di Erri De Luca, recensione di Fiorella Carcereri

Non ora, non qui

di Erri De Luca

Feltrinelli, Milano, 2003

Recensione di Fiorella Carcereri


Erri De Luca è nato a Napoli nel 1950.

Pur avendo pubblicato il suo primo libro a quarant’anni, De Luca è diventato ben presto uno degli scrittori più apprezzati, in Italia e in gran parte d’Europa. Tra le sue opere più note “Tu, mio” (1998), “Montedidio” (2001), “Il contrario di uno” (2003), “Il giorno prima della felicità” (2009). Erri De Luca è anche poeta e traduttore. Dal 1994 cura “I Classici” Feltrinelli e ha al suo attivo parecchie pubblicazioni tra cui ricordo “Vita di Sansone” (2002) e “Vita di Noè” (2004).

Ogni libro di Erri De Luca ha il suo particolare fascino.  Tuttavia, devo dire che questo suo breve romanzo autobiografico, pubblicato nel 1989, mi ha colpita in modo particolare per la straordinaria capacità dell’autore di descrivere, con realismo a volte anche crudo, scene di vita quotidiana e di scavare come pochi sanno fare nelle pieghe più profonde dell’animo umano.

La lettura risulterà “familiare” soprattutto a coloro che sono stati bambini e adolescenti a cavallo tra fine Anni ‘50 e inizio Anni ’60, a coloro che hanno vissuto con occhi disincantati le mille difficoltà economiche e sociali del Dopoguerra e hanno assistito, in silenzioso dolore e stupore, ai sacrifici fatti dai genitori per riemergere con dignità da un conflitto devastante.

La narrazione è strutturata come una lunga lettera che il De Luca ormai adulto scrive tardivamente alla madre, figura principale del romanzo, tanto amata quanto temuta, per esprimere tutto ciò che il De Luca bambino aveva sempre tenuto dentro.

 “Quand’ero solo nella stanza la palla mi saltava addosso per la gioia e giocava a non farsi acchiappare. D’improvviso mia madre gridava di smetterla e la palla finiva sotto il letto per la paura.. La sua voce governava il mio respiro e lo fermava appena alzava anche di poco il tono. Quella voce era molto del mondo che avevo. Imparai a udirla anche dietro i muri”.

“Non voglio parole, io non riuscivo a dirne tra l’apnea e la balbuzie… Si impara tardi a difendersi dalle parole… Non le tue di conforto rifiutavo, ma quelle del rimprovero, date in cambio dei colpi e che volevano marcare lo scambio di queste con quelle, la differenza. Tra madre e figli non accade il progresso, non si evolve civiltà: le parole saranno sempre poche e saranno solo parole, rare, conservate. Non sostituiscono niente, né i colpi né le carezze”.

 Dopo tanti anni, in questa lunga lettera l’autore si confessa, si mette completamente a nudo, come se la madre fosse lì accanto a lui e lo stesso ascoltando.

In alcuni passaggi, sembra volerle chiedere scusa per non essere stato all’altezza delle sue aspettative.

“Il tuo era un bambino poco adatto a farsi intendere e forse poco disposto. Una fioritura di reticenze preparava la sua identità. Ti toccò un figlio non adatto ai doveri che avevi in serbo per lui, un bambino confuso che accumulava pezzi di identità nel gioco del fraintendimento con te”.

 

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE.

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

 

 

“Tenere a bada la pantera identitaria” – Una riflessione sul concetto di identità, a cura di Lorenzo Spurio

di LORENZO SPURIO

 

 

“L’intera umanità non è fatta d’altro che di casi particolari, la vita è creatrice di differenze, e se c’è “riproduzione”, non è mai in maniera identica” (p. 26).

 

 

Questo scritto-analisi a continuazione è ispirato alla lettura dell’interessante saggio di Amin Maalouf intitolato “L’identità” che venne pubblicato per la prima volta in Italia nel 1999. L’edizione alla quale mi riferisco e dalla quale sono tratte le citazioni è Amin Maalouf, “L’identità”, Milano, Bompiani, 2009. La riflessione che di seguito viene fatta sulla centralità del tema dell’identità con le conseguenti spiegazioni di carattere storico-politico-religioso sull’animosità tra nazioni, razze o religioni, serve inoltre per affrontare tematiche importanti e di dominio pubblico nella nostra attualità quali l’internazionalismo, l’intercultura, la cooperazione e la fratellanza tra paesi stranieri, l’affratellamento, l’integrazione o al contrario, fenomeni meno positivi quali la disintegrazione, l’omofobia, la violenza, la supremazia, la segregazione e così via.

L’intera dissertazione parte dall’idea che secondo Maalouf ogni persona ha sì una sua identità, ma essa stessa è a sua volta una “identità composta” che differenzia ad esempio un italiano dall’altro[1], parafrasando potremmo chiamare in causa Pirandello che con i suoi romanzi e commedie ha messo in scena proprio la complessità e allo stesso tempo la fragilità dell’identità umana. O addirittura si potrebbe far riferimento alla nascita di una corrente filosofica, l’esistenzialismo, che fa dell’analisi ripiegata sul sé la ragione primaria. Ma senza dover necessariamente citare gli altri per esemplificare un concetto, credo che il testo di Maalouf possa dar adito a una serie di riflessioni su temi cruciali per il quieto vivere e d’interesse globale.

Amin Maalouf, scrittore e saggista di origini libanesi, nel saggio  “L’identità” traccia in maniera teorica quelle che sono le basi per l’integrazione sociale, la spiegazione del contrasto tra Occidente e Oriente, l’animosità tra culture, lingue ed etnie diverse facendo spesso riferimento a particolari e dettagliati momenti storici dell’umanità (guerre, contrasti per lo più). L’intera indagine è volta a sondare quelle che sono le “apparenti insanabili” differenze tra l’io (o il noi) e l’altro. Il bisogno di riconoscere e di manifestare un’identità nasce, infatti, proprio dalla necessità di auto-differenziarsi, di descriversi, di tipicizzarsi e questo processo porta necessariamente a una comparazione con altre “auto-differenziazioni”. Se possiamo definirci italiani ad esempio, oltre alla grande ragione dell’unità d’Italia dei vari territori, è perché esiste un qualcosa esterno che non è Italia… la Francia, la Spagna o l’America ad esempio. Sono luoghi (nazioni per la precisione) che non sono Italia perché non hanno la lingua, la cultura, le tradizioni e le problematiche italiane. Ovviamente questo discorso può essere fatto all’incontrario e da ogni angolazione venga fatto risulterà valido e sensato.

Malaaouf nel saggio dice di più: ci fa intendere che è necessario partire dalla religione (dalle grandi religioni monoteistiche) per comprendere a pieno quelle che sono le culture presenti nel mondo –presenti e passate, vive o morte, maggioritarie o minoritarie, riconosciute o segregate.

L’animosità dunque tra cattolici e islamici, che tante volte viene richiamata dalla Stampa italiana o internazionale in occasione di tragici episodi deve, forse, essere rintracciata nel pensiero stesso dei due credo. Ma come hanno osservato in tanti nel corso della storia –studiosi, critici, religiosi- nessuna delle due religioni ha in sé qualcosa di negativo o di violento e laddove questo è presente è una cattiva, erronea, personalistica e pretestuosa interpretazione delle Scritture. Se ognuno di noi ad esempio ha ben a mente gli attentati terroristici che alcune cellule fondamentaliste islamiche hanno prodotto in Occidente (l’11 Settembre 2001 a New York o l’11 Marzo 2003 a Madrid, solo per citarne un paio), non deve tuttavia dimenticare la crudeltà ad esempio della Santa Inquisizione, organo “giuridico” della Santa Sede alcuni secoli fa. Allora si potrebbe opinare che quelli erano altri tempi, che si tratta del passato e che nel corso della storia l’uomo ha dato prova di crescita morale e di raggiungimento completo dei fondamenti civici per la conservazione dell’umanità. Tuttavia e purtroppo non è così perché nel mondo esistono e persistono forme di diseguaglianza, estremizzazione e di denigrazione – con forme e modi differenti- in relazione a ciascuna identità, etnia, religione o manifestazione culturale intesa come “identità”.

Il critico ricorda, infatti, il clima di profonda tolleranza che si respirava in alcune città spagnole sotto il dominio arabo: Toledo, fra tutte. Tolleranza pura tra cristiani, ebrei e musulmani. Tuttavia la storia fa il suo corso e purtroppo la storia viene fatta dagli uomini. L’uomo è per sua natura un essere imperfetto perché creato da Dio perché è puntualmente sottoposto a errori (sbagli, peccati, vizi, crimini, abusi, a seconda di come si analizzino tali “errori”). Ed è così che l’uomo in un certo momento della storia ha cominciato a farsi guerra e capendo che in realtà non poteva esserci una ragione tanto valida che corrispondesse al valore della vita umana, ha innalzato la differenza, la distinzione, la varietà a motivo di rivolta, ribellione, disputa, conflitto o guerra. In questo modo sono nati – non sto dicendo niente di nuovo- i peggiori mali della storia: l’emarginazione, la violenza, la segregazione, lo schiavismo, l’omofobia, i totalitarismi e più in generale ogni forma di odio verso l’altro.

Verso la parte finale del saggio il critico sottolinea principalmente due aspetti quali elementi fondanti, cruciali e inalienabili del concetto di cultura: la lingua e la religione. Essi sono ambiti che possono essere legati tra loro (inglesi ed irlandesi parlano inglese, ma i due popoli non hanno la stessa religione) ma il più delle volte non è così. Il critico osserva inoltre che questi due ambiti, queste due “forze motrici” sono state la causa, il motivo scatenante, la miccia che, accesa, ha originato la lotta. Non è interesse del saggio accennare in termini storici e geopolitici a guerre di questo tipo perché ciascuna persona sarà in grado di individuarne da sé almeno tre o quattro esempi.

Maalouf affronta anche i casi di bilinguismo presenti in una sola area geografica portando l’esempio dell’Islanda dove l’islandese –lingua ufficiale- viene usata per lo più in ambiti domestici mentre l’inglese –obbligatorio nelle scuole dall’infanzia- è di fatto la lingua veicolare, del commercio, della politica etc. Ciò che è interessante è l’importanza di salvaguardare le tipicità (linguistiche e di altro tipo), poiché come si estinguono le specie animali si estinguono le lingue ed è importantissimo proteggerle, tramandarle e far in modo che non si perdano. Nel caso del bilinguismo dell’Islanda –che è possibile estendere a ragione a Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia-, il critico osserva “Ciascuna lingua sembra avere il proprio spazio, ben delimitato” (p. 125) ossia ognuna delle due lingue ha una sua finalità e un suo utilizzo e per questo entrambe si conservano e si tramandano non mancando di paventare, però, l’idea che con il trascorrere del tempo la lingua meno utilizzata finisca per esserlo sempre di meno tanto da passare da lingua a dialetto popolare.

Tuttavia non avviene nel mondo esattamente ciò che Maalouf con il suo saggio descrive egregiamente. Se uno straniero che conosce un po’ di spagnolo a Bilbao ferma un passante per chiedere delle informazioni e quest’ultimo gli risponde in basco, allora dobbiamo concludere che la lingua non è esattamente ciò che il critico definisce “fattore d’identità e strumento di comunicazione” (p. 125), ma piuttosto “il perno di ogni diversità” (p. 125) che porta chiusura, marginalità e in alcuni casi emarginazione (nel caso citato motivato da un orgoglio autonomista e patriottista). Può trattarsi di un caso singolo? Può darsi. Ma essendo i casi “singoli” che dettano le leggi del comune vivere dell’umanità allora non dovrebbe essere un qualcosa sul quale sorvolare.

Il critico osserva in più punti che la ricchezza dell’uomo risiede proprio nell’apertura all’altro, nella condivisione di idee e cultura, nell’abbattimento di frontiere, nella cooperazione e federalizzazione, tutti procedimenti che almeno in campo economico-finanziario sono stati raggiunti se si pensa all’Unione Europea o in campo politico-amministrativo se si pensa agli USA, agli Stati Uniti del Messico etc. La cooperazione culturale e l’integrazione sono, invece, aspetti di carattere sociologico e antropologico che sono stati raggiunti felicemente solo in pochi ambienti e la fragilità stesso di questo procedimento –il cui segnale sono i continui fatti di cronaca che puntualmente ci informano di storie tremende- rende il raggiungimento di questo obiettivo una sorta di chimera che ogni volta si sfuma, un sogno al quale vogliamo credere ma dal quale troppo spesso veniamo svegliati. Il critico osserva nella prefazione all’opera datata 2005: “Non basta deplorare una evoluzione così inquietante, né basta scaricare la colpa sull’Altro, chiunque egli sia. Dobbiamo cercare di domare la pantera identitaria prima che ci divori. E, per iniziare, è essenziale che la osserviamo con attenzione” (p. 8).

Il concetto di identità, come si è detto o come si è cercato di far capire, si gioca tutto in un campo di frontiera, di limbo, spesso difficilmente individuabile e sfumato ai cui apici si trovano da una parte la civilizzazione nel senso completo del termine dall’altra le barbarie o per dirla con Maalouf “armonizazzioni e dissonanze” (p. 89). In molti si adoperano per cercare di avvicinare e unire culture tra loro e farle colloquiare, o semplicemente fare ammenda in maniera coscienziosa su errori ingiustificabili fatti dai propri popoli nel corso della storia. Purtroppo sono molti anche coloro che tendono a dividere e a fare delle proprie tipicità il motivo per sopraffare o soggiogare le altre, adoperando pure il revisionismo storico in maniera poco appropriata e col solo fine di portare l’acqua al proprio mulino. Per riassumere, ricorro ancora una volta alle parole di Maalouf: “Gli uomini hanno avuto tante cose in comune, tante conoscenze in comune, tanti riferimenti in comune, tante immagini, tante parole, tanti strumenti condivisi, ma ciò che spinge gli uni e gli altri ad affermare di più la loro differenza” (p. 89).

LORENZO SPURIO

Pamplona, 10/09/2012


[1] Entrambi condividono la nazionalità-cultura-lingua italiana (e questi sono aspetti importantissimi per la determinazione di una identità), ma moltissimi altri aspetti saranno sicuramente diversi: l’italiano che ha madre italiana e padre francese avrà di certo una identità differente (maggiormente composita, se vogliamo) rispetto a quella dell’italiano che, invece, è figlio di due italiani. Ovviamente esempi di questo tipo – non solo a livello linguistico- potrebbero riempire pagine intere di manuali senza fine. Per concludere: “In ogni uomo s’incontrano molteplici appartenenze che talvolta si contrappongono fra loro e lo costringono a scelte penose” (p. 13).

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE QUESTO TESTO IN FORMA INTEGRALE O/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Cercami”, poesia di Fiorella Carcereri

 

Da una vita

mi nascondo

ai tuoi occhi,

da una vita

gioco

con la tua pazienza,

da una vita

ti mischio

le carte.

 

 

Ma tu cercami,

cercami ancora,

non smettere

di cercarmi mai.

 

 

QUESTA POESIA VIENE QUI PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E LA RIPRODUZIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

La critica su “Ritorno ad Ancona e altre storie” di Spurio/Carresi si arricchisce con la recensione di Emanuele Marcuccio, poeta palermitano

Ritorno ad Ancona e altre storie

di Lorenzo Spurio e Sandra Carresi

Lettere Animate Editore, 2012

 

Recensione di Emanuele Marcuccio

 

La silloge di racconti Ritorno ad Ancona e altre storie, scritta a quattro mani dallo jesino Lorenzo Spurio e dalla fiorentina Sandra Carresi, si apre con il primo dal titolo “Telefonate anonime”; la narrazione ha il suo esordio in medias res, con il forte rumore del tuono che “fece sobbalzare Giada dalla sedia”, una pagina avanti Giada sobbalzerà per l’arrivo dell’ennesima e sempre silenziosa telefonata anonima mentre “[…] dalla finestra opposta il glicine sembrava quasi voler entrare in casa, tanto era salito.”. Quel glicine, simbolo di amicizia secondo il linguaggio dei fiori, come a voler donare a Giada un senso di protezione nella solitudine della sua casa.

Ma presto un tragico evento sconvolgerà la sua vita: l’omicidio di un’anziana signora proprio nello stesso stabile di sua madre Clara, a Firenze.

La scrittura scorre sicura, veloce e, con abilità consumata, i nostri autori non ci annoiano mai; siamo di fronte a tre racconti, simili nella lunghezza, per esempio a quelli di Thomas Mann o di Hermann Hesse.

La descrizione fisica della protagonista, contrariamente a quello che si può immaginare, avviene alla dodicesima pagina del racconto, improvvisamente, d’acchito, quasi che sia lo specchio del bagno a volercela descrivere: “Era alta e magra, una carnagione ambrata e un bel viso ovale incorniciato da lunghi capelli lisci e neri.”

In questo primo racconto, tranne Giada, ci accorgeremo che tutto non è ciò che sembra, proprio come l’immagine che ci restituisce uno specchio, il quale ci dà solo una realtà superficiale e apparente, così ci ammoniranno i nostri autori nel corso del secondo racconto, “Ciò che trasmette la mente, che si vede attraverso uno specchio, è solo una parte della realtà, l’altra è quella che veste con gli occhi dell’anima, della sua bellezza e del suo respiro.”

Potremmo mai immaginare chi si nasconde dietro quelle silenziose telefonate anonime?

Il secondo racconto porta il titolo di “Ritorno ad Ancona”, si tratta della breve storia d’amore di una coppia non più giovanissima (Rebecca e Vincenzo) a Ischia; la prima reduce da una brutta esperienza coniugale, mentre Vincenzo è vedovo da quattro anni, entrambi però nascondono un grande e insospettato spirito giovanile. Intensamente vivono questo breve amore e, proprio il titolo “Ritorno ad Ancona” diventa metafora di un breve ritorno a una giovinezza che si credeva irrimediabilmente perduta.

Alla fine preferiranno “ritornare” alle loro abitudini, ai loro affetti, a se stessi, ognuno alla loro città che li ha visti crescere, rispettivamente Ancona e Napoli.

Proprio uno stesso spirito giovanile e nostalgico pervade il racconto, Rebecca sente le “farfalle nello stomaco” prima di incontrarsi con Vincenzo, prima che inizi il loro breve ma intenso idillio. Una mano passata sui capelli, portati sensualmente e ingenuamente dietro le orecchie e partirà un bacio.

Il terzo e ultimo racconto si intitola “Un cammino difficile”. Infatti, difficile e tortuoso è il cammino di due genitori (Eva e Alberto) per crescere i figli, ancor più difficile se quei figli sono adottivi e non in tenerissima età, bensì di quattro e cinque anni; così succede che, egoisticamente, uno dei due, il padre nel nostro caso, abbandona il tetto coniugale e lascia la sola madre ad occuparsene, nonostante sia stato lui stesso ad insistere per l’adozione.

Dal punto di vista del numero di pagine “Un cammino difficile” è il racconto più breve della silloge, solo ventuno pagine contro le quasi cinquantanove di “Telefonate anonime” e le quasi trentacinque di “Ritorno ad Ancona”; tuttavia dal punto di vista diacronico della vicenda è il più lungo (poco più di dieci anni) e il più dinamico.

Concludendo, in “Un cammino difficile” il cerchio si chiude. Anche Clara di “Telefonate anonime” era stata abbandonata, perdipiù con una bambina in grembo (Giada), che crescerà da sola e così fa Eva con i due bambini adottivi. Abbiamo quindi un elogio della donna, combattiva e madre nonostante tutto. Questo è “Ritorno ad Ancona e altre storie”, un messaggio di speranza e di felicità insperata, un ritorno a se stessi e amore di madre per i propri figli.

 

Emanuele Marcuccio

Palermo, 10 settembre 2012

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE IL PRESENTE TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Il processo” di Franz Kafka, recensione di Fiorella Carcereri

Il processo di FRANZ KAFKA

Recensione a cura di FIORELLA CARCERERI

 

  

“Il processo”, uno dei capolavori di Kafka, viene pubblicato postumo ed incompiuto dall’amico Max Brod nel 1925. La prima edizione italiana del romanzo esce con Mondadori nel 1971.

Un banchiere, il signor K.,  si accorge di essere seguito a distanza, silenziosamente, tutti i giorni, da due individui sconosciuti  ed inquietanti. Ma lui non ha colpe. Così, la sua ansia sale.  E quando finalmente chiede spiegazioni, gli viene risposto: “Le nostre autorità non cercano la colpa nella popolazione ma sono attirate dalla colpa e devono mandare noi a fare i custodi”.

Il signor K. viene a trovarsi in una situazione a dir poco singolare: arrestato e, allo stesso tempo, libero di andare a lavorare e di svolgere le sue normali azioni quotidiane.

Neppure il cappellano del carcere, nel quale il protagonista spera di trovare aiuto e sistegno, è disposto a fornirgli una spiegazione, anzi, le sue parole lo confondono ancora di più. Il sacerdote confessa infatti di appartenere lui stesso al tribunale e all’ennesima domanda del signor K. risponde nuovamente in modo enigmatico: “Il tribunale non ti chiede nulla.  Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai”.

Il sentimento dominante nelle opere di Kafka è l’angoscia. I personaggi lottano, ma poi si arrendono.

Le figure kafkiane dicono no all’esistenza, nel bene e nel male. Sono personaggi deboli, fragili, raggirati, che non si sentono mai all’altezza e provano vergogna. Sono personaggi che non hanno timore dell’ignoto, quanto piuttosto di essere ignoti, di risultare “trasparenti” al resto del mondo. 

Sono personaggi che vivono in un universo in cui incombe il caos governato da leggi quasi sempre incomprensibili. Il banchiere intuisce di essere perseguitato da un’organizzazione il cui scopo “consiste nel far arrestare persone innocenti e nell’istruire contro di esse una procedura insensata”.

Pochi come Kafka hanno saputo descrivere persone, eventi e situazioni con  precisione quasi chirurgica, con assoluta oggettività e profondo scetticismo.

Il signor K. viene prelevato a casa dai suoi aguzzini una sera, la vigilia del suo trentunesimo compleanno, senza che la visita fosse stata annunciata. “Loro dunque sono destinati a me?”, chiede con rassegnazione, già presagendo la risposta. I due uomini, cilindro nero tra le mani, annuiscono. Ed è tutto.

Il signor K. non reagisce neppure quando si rende conto di non avere più scampo: “L’unica cosa che posso fare è conservare fino alla fine il raziocinio che inquadra tutto con calma”.

Un attimo prima della fine, uno sconosciuto si affaccia di colpo alla finestra e tende le braccia: “Chi era? Un amico? Un buon diavolo? Un sostenitore? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? Dov’era il giudice? Dove il supremo tribunale?…”.

Un’ultima immagine e tante domande transitano nella sua mente, domande alle quali il signor K. non farà tempo a dare una risposta.

 

QUESTA RECENSIONE VIENE PUBBLICATA PER GENTILE CONCESSIONE DELL’AUTRICE. E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE IL TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTRICE.

 

Un sito WordPress.com.

Su ↑