“L’angelo che imparò a volare” di Anna Verlezza

LA FAVOLA “L’ANGELO CHE  IMPARO’ A VOLARE” NASCE DALLA TRISTE STORIA DI FRANCESCO PIO MARTINISI E DI SUA NONNA ENZA , MORTI IN UNA CAMERA IPERBARICA, A MIAMI , DUE ANNI FA.

Il libro, in chiave semiseria e fantasiosa ripercorre alcuni episodi della vita del piccolo. Nelle ultime pagine è presente una sezione didattica. Tutti hanno rinunciato ai diritti (dall’autrice alla casa editrice la MELAGRANA NON PROFIT)e l’intero ricavato sarà destinato al progetto” il sorriso di Frio” che attiverà laboratori per bimbi disabili. Il costo del libro è di 10 euro e l’isbn è 978-88-6335-081-4.

La presentazione ufficiale ci sarà presso il Comune di S.Felice a Cancello (ce) il 27 gennaio 2012 alle ore 17:00 alla presenza di autorità e dirigenti scolastici della zona . Altra presentazione sarà venerdì 3 febbraio presso la libreria Ubik di Napoli.

Anna Verlezza (Caserta  5/12/73) dopo la maturità classica, consegue il diploma all’istituto magistrale spostando la sua attenzione sui bambini e i loro bisogni. Consegue la laurea in giurisprudenza presso  l’università Federico II  di Napoli e termina anche , gli studi in scienze religiose con 110/110 e lode. Oggi, al suo attivo, ha due masters universitari di I’ e II’ livello sulle “ metodologie e strategie d’insegnamento …” e su “ Il profilo del D.S. management, leadership e responsabilità”. Docente alla scuola dell’infanzia, partecipa attivamente a commissioni e progetti che investono il campo della didattica di qualità”. Ha partecipato a qualche concorso letterario e sta lavorando ad una raccolta di poesie, un diario introspettivo già pronto per la pubblicazione (sulla falsariga di “lettera ad un bambino mai nato” della fallaci)e l’idea di sviluppare un libro di narrativa in più racconti tutti dedicati alle donne.


“La vita, in sottofondo”, nuova silloge di poesie di Paola Surano

La vita, in sottofondo

di Paola Surano

con presentazione a cura di Elvira Pensa

Pensa Editore, 2011

ISBN: 9788889728277

Pagine: 59

Costo: 10 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio 

La parola impiegata da Paola Surano è semplice, priva di ricerche lessicali particolari, perché la volontà della poetessa è proprio quella di richiamare la domesticità dei momenti che va fotografando e raccontando. Come conseguenza, ne scaturisce una poetica chiara, facilmente decifrabile che, però, è ricca nelle immagini e spesso impiega un metro quasi prosaico.

L’intera raccolta parte da un’idea di fondo semplice ma al tempo stesso sconvolgente: la quotidianità e la frenesia delle nostre vite di tutti i giorni, a volte, ci fanno dimenticare le cose più importanti che però esistono nel ricordo, nel pensiero, nella manifestazione di sentimenti e che, dunque, sono onnipresenti seppur invisibili, “in sottofondo” per l’appunto, come esordisce la Surano nella lirica d’apertura, che dà il titolo all’intera raccolta. La Surano ci fa viaggiare in un territorio geografico abbastanza esteso, dalle Alpi alla Sicilia, passando per la Liguria e poi in territori esotici come in “Donna araba” e in Marocco. E’ un percorso interessante ricco di colori, suoni e immagini, centrali nel processo di recupero di episodi passati.

In “Concerto al rifugio Guglielmina” la Surano si abbandona a una sorta di estasi paesaggistica alla quale contribuisce il verso melodioso di qualche uccello, all’interno di una cornice nella quale è difficile non intravedere riferimenti al cattolicesimo (la religione è spesso richiamata nel corso della raccolta, soprattutto sotto forma di preghiera). Significativi anche i pezzi poetici che riguardano un passato visto con nostalgia e a un desiderio di poter ritornar indietro nel tempo, segno evidente di una mentalità aperta capace di giocare e destreggiarsi amabilmente con sfaccettature della sua personalità che non appartengono più al “qui ed ora” poiché la clessidra (immagine ricorrente) è stata ormai girata e rigirata troppe volte. Tra questi alcune liriche intimistiche tra cui “La svolta” dedicata alla figlia e “A mio padre”.

La poesia della Surano nasce da immagini comuni, quotidiane, come il vedere una sposa che si approssima ad entrare in chiesa o un anziano musicista nel centro di una città ma la poetessa è in grado di utilizzare queste immagini per divagazioni e considerazioni, spesso filantropiche e d’interesse sociali, di notevole spessore.

Ma la silloge ingloba temi e contenuti diversissimi fra loro: dal senso di stasi in “L’attesa” al senso di mancanza in “La vita in sottofondo” per giungere poi a temi più crepuscolari come la morte in “4 settembre 2004” con il quale la Surano celebra il ricordo delle giovani vittime di Breslan o la malattia in “Alzheimer” raccontata con una metafora che impiega un linguaggio nautico. Ma anche quando i temi meno felici fanno capolino nella silloge della Surano, questi non sono mai connotati in maniera negativa. Vita e morte, suggerisce la poetessa, non sono due realtà distanti e inconciliabili. La morte si vanifica nel momento del ricordo, del pensiero, della rievocazione liquefacendosi in quel torrente continuo che è la vita, in linea con l’insegnamento cattolico. Ed è per questo motivo che la poetessa nella lirica “Visita al camposanto” ci consegna una singolare immagine di un cimitero che, al posto del tradizionale regno dei morti, diviene un luogo vivo, pulsante, ricco di voci, immagini e suoni.

In “Prendo il tempo” la Surano esplicita la sua poetica: il poeta ha l’animo attento e sensibile sempre pronto a sognare,  ricordare, recuperare segnali di un mondo che non è più e allo stesso tempo è in grado di utilizzare questi elementi preziosi come “piccoli sorrisi di luce” (pag. 19).

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

“L’evento”, poesia di Franca Berardi

L’evento

di FRANCA BERARDI

Appollaiato sta su un davanzale,
l’amore mio
e da ore e ore,
sta ad aspettare
che un evento…
lo venga a risvegliare.
Appollaiata anch’io
sto sulla mia abitudine
placida e tranquilla
sebben dispersa ed avvilita
dagli eventi avversi
che non m’han voluta
perché diversa.

 

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERO TESTO SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“Mal di luna, la figlia del licantropo bianco” di Giusy Tolve

Mal di luna, la figlia del licantropo bianco di Giusy Tolve

Albatros Editore, Roma, 2010, pp. 221

ISBN: 9788856728834

Recensione di Lorenzo Spurio

Come esplicita il titolo, il recente romanzo di Giusy Tolve racconta di lupi mannari, licantropi, singolari trasformazioni e assassini al chiaro di luna. Così il titolo individua subito due importanti temi: il male, da intendere come malattia e degenerazione, e la luna, importante nel romanzo perché si parla di licantropia, una metamorfosi animalesca che secondo la tradizione popolare avviene proprio nelle notti di luna piena. Ma il titolo richiama alla mente anche l’omonimo libro di critica culturale che porta come sottotitolo Folli, indemoniati, lumi mannari: malattie nervose e mentali nella tradizione popolare, edito dalla Newton e Compton nel 1998 e impreziosito da un saggio introduttivo dell’antropologo Alfonso Maria Di Nola.

La Tolve ci accompagna così in un territorio fantastico all’interno del quale il personaggio del licantropo ha sempre affascinato e terrorizzato l’uomo. Secondo la tradizione popolare il licantropo diffonde la sua condizione ad altri uomini una volta che questi sono stati da lui morsi, similmente a quanto spesso accade con i vampiri. Con il vampiro il licantropo condivide la stessa natura malvagia e il fatto di rappresentare un serio pericolo per l’uomo. Sempre la tradizione folklorica ci informa che per essere sopraffatto, il licantropo deve essere trafitto da una spada in argento o comunque con un altro oggetto dello stesso materiale. Questa breve nota introduttiva serve per introdurci alla caratterizzazione del licantropo, protagonista del romanzo.

Nel romanzo la licantropia viene descritta al contrario come una malattia, un morbo, una degenerazione, una mutazione. E il dottor Landi studia questa malattia, la analizza, facendo anche degli esperimenti su pazienti che ne sono affetti. Il padre della protagonista, Fara, è un pericoloso licantropo bianco latitante. Viene subito chiarito che i licantropi stanno massacrando le persone che vivono in un’abbazia. L’umanità che presenta la Tolve nel romanzo ha del fantastico ma conserva ad ogni modo una parvenza di legalità e normalità (organi di polizia, auto con assistenti virtuali, etc); in essa un quarto dell’intera popolazione è costituita da licantropi e nel corso di tutto il libro si fa riferimento a questa imminente lotta tra umani e licantropi. Curiosa e singolare l’associazione mafia-licantropismo.

La scrittrice ci fa viaggiare in un underworld dominato da malavita, violenza e morte, una sorta di spy story in piena regola nella quale viene versato molto sangue. Dita amputate, carotidi spezzate, morsi violentissimi, teste decapitate e sangue a fiumi rappresentano il substrato fantasy-horror di questo romanzo del quale è apprezzabile la costruzione del plot e l’articolazione in episodi. C’è da augurarsi che la Tolve segua la medesima strada in narrazioni d’analoga ambientazione.

GIUSY TOLVE è nata a Potenza nel 1982. Si è laureata in Filologia e Letteratura italiana presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia. Ha partecipato a diverse iniziative letterarie. Attualmente è insegnante presso un istituto paritario. Mal di luna – La figlia del licantropo bianco è il suo romanzo d’esordio.

 

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

“C’è da giurare che siamo veri…” di Vincenzo Calò

C’è da giurare che siamo veri…

di Vincenzo Calò

con prefazione di Flavia Weisghizzi

Albatros Editore, Roma, 2011

ISBN: 9788856750751

Pagg. 58

Prezzo: 11,50 Euro

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Che questo recente libro di Vincenzo Calò sia improntato a un’analisi particolareggiata dei recessi della coscienza umana l’ho capito già dalla sua gentile dedica nella prima pagina dello stesso in cui l’autore, armato di una matita solitamente estranea a uno scrittore, ha impresso un “buona esistenza” sul quale molto mi sono domandato. Infatti, non si tratta di un augurio molto comune e, inoltre, mi suona anche abbastanza anomalo o ridondante. L’esistenza, appunto, è il tema centrale di questo libro e l’esistenzialismo, l’intellettualismo mirato alla continua ricerca di cause e alla spiegazione di dubbi e quesiti più o meno ampi, è la filosofia che sottende l’intera opera.

Calò ci offre sedici testi abbastanza brevi che risultano difficilmente catalogabili in un genere preciso; l’utilizzo del verso farebbe propendere a pensare che si trattano di poesie ma in realtà il contenuto, pur avendo una componente lirica, è per lo più mirato a divagazioni ampie e di stampo filosofico. I titoli stessi sono formati da frasi incompiute alle quali Calò ha inserito dei punti sospensivi finali quasi che il lettore debba completare le frasi a seconda delle sue convinzioni. L’autore ci fornisce così dei validi spunti sui quali riflettere, senza intervenire però con un intenzione didattica né morale.

La raccolta composita di poemetti filosofico-esistenziali spazia da idee e intendimenti diversi; Calò utilizza una materia che è tutta contemporanea alludendo spesso ad oggetti o a pratiche legata alla modern way of life. Non c’è un unico modo per interpretare le poesie di Calò ma esse danno luogo a una polifonia di letture, a una molteplicità di possibilità. Qual è il percorso che Calò ci fa fare con questo libro? E’ un tragitto tortuoso, labirintico, difficilmente tracciabile su una mappa. Non c’è un inizio né una fine, o ce ne sono tanti. L’essenza della silloge sta proprio in questa ricerca esasperata della verità; si ricordi a questo riguardo il titolo del libro, C’è da giurare che siamo veri… Ma come facciamo ad essere veri se non sappiamo che cosa è la verità? Se non sappiamo come riconoscerla? Questo è uno dei grandi temi di fondo che sorreggono l’intero progetto di Calò in cui a tanta semplicità di immagini evocate si contrappongono temi e questioni profonde e filosofiche che Calò investiga a suo modo.

 

VINCENZO CALO’ è nato a Francavilla Fontana (Br) nel 1982. Dal 2003 ha pubblicato vari componenti poetici, di narrativa e saggistica su varie antologie. Ha conseguito menzioni, s segnalazioni e riconoscimenti nel campo letterario nazionale e internazionale. Scrive sul periodico di Roma “L’Attualità” trattando prevalentemente tematiche etico-sociali. Assieme ad Antonio Di Lena cura la web fanzine musicale “Suoni del Silenzio”.  C’è da giurare che siamo veri…, raccolta di poesie, è stato pubblicato nel 2011 da Albatros Editore.

 

Lorenzo Spurio

 

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA RIPRODUZIONE E LA DIFFUSIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

La madre di un mostro di Bruno Previtali

La madre di un mostro

di BRUNO PREVITALI

Editore BookSprint – 12/2011 www.booksprintedizioni.it

Pagine 120

Prezzo € 13,10

ISBN 9788865957189

http://www.booksprintedizioni.it/vbs/thumb.aspx?f=/public/libri/copertina_bruno_previtali.jpg&w=200&c=100Municipio di Squarti, 8 marzo 1953. La madre del mostro riceve dal sindaco la notizia della morte del figlio. Costanza, che ha sofferto per le atrocità commesse, rifiuta di dargli sepoltura … Venanzio è nato con la testa più grande del normale, è cresciuto in assenza di educazione e con un padre che lo abbandonerà. Il rapporto morboso con la madre sfocia nelle angherie e nelle violenze anche verso di lei. Venanzio però ha bisogno di altre prede e va in cerca di donne. Ne ucciderà tre, con le stesse modalità: prima la violenza sessuale, poi lo strangolamento e lo scempio, e infine l’asportazione del pube, che ogni volta dona come trofeo alla propria madre, la quale nasconde le prove delle atrocità. Venanzio finge di aver placato la propria bestialità. In lui emerge una doppia personalità, la seconda, “cattiva”, lo spinge a provare ad agganciare anche sua cugina. La assale, ma lei riesce a fuggire e un contadino lì vicino dà l’allarme. Venanzio si dà alla fuga. Si rifugia dal prete, sperando in una sua protezione, ma viene invitato a costituirsi. Braccato dai parenti delle vittime si arrende. Nel processo si mostra insensibile e cinico. Tutti lo vorrebbero morto, ma viene condannato al carcere duro a vita … Costanza, dunque, non vuole seppellirlo. Ma la verità è più profonda. È stata lei a uccidere indirettamente il figlio per mezzo del prete, inconsapevole, che lo visitava in carcere. Ma nessuno lo scoprirà né saprà mai. Costanza, ormai chiusa nel proprio mondo, fa sparire quelle infamanti prove (i pube delle donne) della sua connivenza alle atrocità del figlio, e si da la morte con …  

Bruno Previtali

Via Carabello Poma, 4

24040 Suisio BG

Tel. 035902497

e-mail: previtali.b@alice.it 

web: www.previtali-b.com  

La saggezza dei posteri di Cristina Lattaro

Titolo: La saggezza dei posteri
Autore: Cristina Lattaro
Editore: Nulla die

ISBN: 978-88-97364-16-0

Prezzo: 23.50 euro
Pagine: 418

Quarta di copertina:
Claudio Zeppe, come i suoi antenati, ha una particolare abilità nel trovare l’acqua, ma non è un rabdomante.  Si è arruolato e ha raggiunto l’Afghanistan nel 2003, al seguito della spedizione italiana ISAF, per scavare 500 pozzi.
Sette anni dopo, da civile, dovrà ricostruire nei dettagli cosa accadde dopo l’assalto subito dal convoglio militare italiano diretto a nord di Herat. Un attacco sferrato da un pugno di predoni, ma progettato da un essere senza morale che la sua famiglia chiama da generazioni l’uomo del pozzo.
Booktrailer:
www.youtube.com/watch?v=2iAm4Ezhxfo

 

Estratto: 

http://issuu.com/cristinalattaro/docs/lasaggezzadeiposteri_estratto

 

Sito:http://cristinalattaro.eu

Due libri di Elena Benvenuti

Segnaliamo due libri di ELENA BENVENUTI, scrittrice nata a Pesaro nel 1978 che vive a Bologna, dedicandosi all’insegnamento, alla scrittura e al teatro. 

Tra le sue precedenti pubblicazioni figurano Voci (poesie, 2010)e Giocatori di specchi (racconti, 2010).

 

“Stanze”

di Elena Benvenuti

raccolta di racconti

II Edizione, 2011, pp. 136

ISBN: 9788891005908

“Stanze”: sono gli angoli bui a osservare e riportare le storie, gli oggetti a rappresentarle, le pareti e i pavimenti a racchiuderle o gettarle fuori. L’umanità che ne emerge è fragile ed eroica al tempo stesso. Perché l’essere umano è il protagonista assoluto di questa collezione di cose: l’essere umano che sbaglia, piange, cade, si rialza, volteggia al passo di una danza che tanti chiamano “vita”.
Link alla scheda del libro (cliccando su “inizia a leggere” si apre un’anteprima grauita: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=692393

 


“Le dee della discordia”

di Elena Benvenuti

Edizioni Ilmiolibro.it

Gruppo Editoriale l’Espresso

I edizione, 2011

ISBN: 9788891004680

“Le dee della discordia” sono voci femminili di rara sensibilità e durezza. Portano al mondo una saggezza a lungo cullata tra le braccia, custodita nel buio delle case, in segreto, fingendo di non vedere e non sentire. E quando ciò che tace decide di parlare, il risultato è un tuono – o una risata, essendo la denuncia e l’ironia, in fondo, le enigmatiche facce di una stessa medaglia.

 

Anteprima gratuita su: http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=634508

 

Per contattare l’autrice dei due libri:  elee_de@yahoo.it 

 

“Parole a mezza voce nella sera” di Ilaria Celestini

Parole a mezza voce nella sera

di Ilaria Celestini

Aletti Editore, Villalba di Guidonia (Roma)

Anno: 2011

ISBN: 9788864988979

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Ilaria Celestini, poetessa bresciana il cui difficile percorso di vita che l’ha portata a una vera e propria battaglia per l’equiparazione dei diritti nella nostra società, con Parole a mezza voce nella sera, sua nuova silloge poetica edita da Aletti Editore, ci regala un testo in cui la parola viene celebrata con attenzione al fine di rivelarne il suo potenziale di espressività. La volontà di inserirsi in un filone poetico di carattere esistenzialista-intimista e in parte vittimista si evince dall’appropriata citazione in esergo, tratta dal poeta metafisico John Donne. La poetessa, dall’animo attento e filantropico, sempre aperta all’aiuto nei confronti di disagiati o di emarginati nella società, riversa in questa silloge molte delle sue idee e convinzioni di carattere intimistico e sociologico che negli ultimi anni si è andata facendo vivendo sulla propria pelle certe situazioni. E’ in questo contesto un lavoro quanto mai realistico e biografico, dal quale traspare molto non solo della vita della poetessa ma anche di come ella si vede in rapporto al mondo.

Il testo si compone di quaranta liriche di lunghezza diversa che partono da considerazioni altrettanto composite tra loro: si va da una sorta di immanentismo vegetale o di vero e proprio panismo nella lirica “Tu in tutto” (p. 9) che apre la raccolta e che ci fa pensare ai celebri versi dannunzani di “La pioggia nel pineto”, finissime liriche d’amore che impiegano un linguaggio semplice e diretto non evitando però di trasmettere un grande fascino (“Desiderio”, p. 10; “Incontro”, p. 25), e un vero e proprio desiderio di regressione all’infanzia, nel mondo dei sogni, dove poter esser cullati dolcemente (“Amore”, pag. 14).

Una nota di leggero vittimismo è riscontrabile nella raccolta; la poetessa scrive, infatti, di un desiderio fugace, inattuale, immateriale comparandolo a “ali di gabbiani/ vele disperse/ nell’eternità” (in “Vele”, pag. 11); fa riferimento alla solitudine e al senso d’indefinitezza dell’esistenza umana, evidente nel passo in cui dice “Nessuna certezza ci dà la vita/ sai? Ancora siamo vivi/ è questo che conta” (in “Parole poetiche”, pag. 18). Nella raccolta è inoltre presente un prezioso omaggio a un suo avo, combattente partigiano, nel quale la Celestini, con uno sguardo amaro ma quanto mai realistico, osserva: “O si vive pienamente/ o si è già morti” (in “Amore partigiano”, pag. 28).

In “Non siamo soli” la poetessa richiama l’attenzione su temi quali la fratellanza, la costituzione della società, l’unità tra persone e popoli, la coesione, il senso di responsabilità in una lirica in cui, forse, condensa il suo significato nei versi finali: “E noi siamo parte/ di ogni frammento di vita” (in “Non siamo soli”, pag. 33).

La poesia della Celestini è una poesia metafisica, che abbraccia il reale e il mistero; pur partendo da squarci quotidiani e comuni, se ne serve per poter indagare una realtà che è altra, superiore, non visibile ad occhi poco sensibili. C’è sempre qualcosa che sfugge nelle liriche della Celestini, un senso d’incompletezza, una sorta di folata di vento che porta via con sé parole e significati. E’ una poesia ricca ma complessa e la sua complessità sta in noi lettori nel riuscire non tanto a carpirne il significato ma a comprendere i vari percorsi tortuosi che la poetessa ha attraversato per poi giungere a scrivere ciò che nella silloge è contenuto.

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO PUBBLICARE O DIFFONDERE STRALCI O L’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE. 

“Giorni di panna – Il viaggio” di Gianluca Regondi

Giorni di panna – Il viaggio

di Gianluca Regondi

con prefazione a cura di Silvia Denti

Rupe Mutevole Edizioni, Bedonia (PR), 2010

ISBN: 9788865910030

Costo: 10,00 Euro

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

Il viaggio che Regondi ci fa fare con questa sua raccolta di poesie è interessante e al tempo stesso coinvolgente. Uno degli aspetti più caratterizzanti che esce fuori da questa silloge è sicuramente il metro allungato e quasi prosaico che l’autore utilizzata; le lunghe frasi, spesso arricchite di aggettivi e di sostantivi, in alcuni casi ci fanno pensare a una poetica che non conosce limiti né vincoli e che è così potente e vigorosa da intorbidire quelli che sono i tradizionali principi metrici.

Centrale è il tema del tempo in tutte le sue possibili manifestazioni ed accezioni: il tempo passato evocato in maniera dolce e nostalgica nelle rughe della madre nella poesia che apre la raccolta; il campanile nella piazza che segna il tempo in maniera meccanica e monotona (quasi a consentire all’uomo di ricordare che non è altro che una pedina in mano a qualcosa di universale che, lentamente, si logora e diminuisce); la domanda di una figlia di raccontare del proprio passato e del proprio padre quando il poeta, poi, finisce per capire che per ricordare ciò che suo padre è stato per lui è necessario per lui considerare il suo status di padre.

Il viaggio che Regondi ci fa fare con questa raccolta di poesie è lungo e complicato, quasi labirintico, perché percorso per vie diverse; ci sono momenti di pausa, di riposo e di ricordo, altri dominati dal sogno, un mondo irrazionale in cui tutto era ed è possibile, riferimenti biografici alle figure genitoriali viste con un po’ di nostalgia, poi i momenti d’amore, le mani intrecciate, gli attimi trascorsi insieme, sempre in piena consapevolezza dell’onnipresenza (quasi sulla scia dei Sonetti shakespeariani) di un tempo che osserva da lontano, distruggendosi lentamente. E nel dio Chronos che Regondi tratteggia di continuo come presenza costante, insopprimibile, vigilante è, forse, da intravedere direttamente il Destino, un’entità sovrannaturale indistinta, incorporea, alla quale il poeta spesso si rifà per richiamare il mistero della creazione umana, il senso di continuità della vita sempre gravato dall’inconoscibile, la storia definita come il “ripetersi del tempo” (in “Nel ripetersi del tempo”, pag. 51), il futuro imminente prevedibile o auspicabile (“mentre giocavi ai dadi/ con un futuro di domande/ infuriate nel petto”, in “Follia”, pag. 32). E’ un tempo indefinito, che ritorna come memoria, razionalmente ciclico e confuso, fortemente influenzato dal caso: “Tra poco questo giorno/ sordo e muto/ si siederà ridendo,/ sopra una qualsiasi panchina arrugginita,/ nella piazza affollata tra uomini confusi/ dall’attesa del loro destino ignaro,/ creduto,/ voluto e deciso/ solo perché sudato e sofferto” (in “Un giorno sordo e muto”, p. 27).

Altro tema fondamentale dell’intera raccolta è quello dell’amore descritto però da Regondi non come semplici ricordi stereotipati carichi di intimità né con nostalgia ma come episodi semplici di cui va rintracciando l’essenzialità e la purezza di odori, colori e sensazioni. Non mancano, però, temi più crepuscolari e cupi quali il male, la sofferenza il dolore, capaci di rovinare, annientare ogni cosa, anche il ricordo: “schiaffeggiando ogni cosa/che ti è cara e importante,/ insultando anche l’infanzia” in “Follia”, p. 32; la solitudine, la consapevolezza della nullità dell’essere,l’imbarbarimento degli animi.

Un viaggio intimista con il quale l’autore celebra in maniera dignitosa e con orgoglio la sua figura paterna, centrale nella raccolta e, credo, uno dei principali motivi da cui sorge questo progetto poetico. Regondi ci accompagna nella sua infanzia, nelle sue esperienze raccontandocele con un linguaggio sensoriale, attento ai rumori e ai suoni, che non manca di riflettere attentamente anche su atteggiamenti umani insensibili e superficiali ampiamente diffusi nell’attualità.

“Tutto passa/ finendo/ in rumore/ o in silenzio” conclude l’autore nella lirica “Tutto passa” (pag. 37); è in questa frase semplice ma al tempo stesso altamente evocativa che, forse, va ricercato il senso complesso e vivido dell’intera poetica di Regondi.

Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATA LA DIFFUSIONE E LA RIPRODUZIONE DI STRALCI O DELL’INTERA RECENSIONE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Un sito WordPress.com.

Su ↑