127 Ore

Il film 127 Hours (127 Ore, 2010) del regista  Danny Boyle uscirà nelle sale italiane nelle prossime settimane (la data ufficiale è stata fissata per il 25 febbraio 2011). Si basa sul racconto di una storia vera, quella di Aron Ralston, alpinista americano che nel 2003, durante una delle sue missioni esplorative rimase intrappolato in un crepaccio delle montagne dello Utah e si vide costretto ad amputarsi un braccio per liberarsi da un masso che gli opprimeva l’avambraccio e non gli consentiva di liberarsene. Il film è tratto direttamente dal racconto di quelle vicende fatto da Aron Ralston e contenute nel libro Between a Rock and a Hard Place.

La storia non può non far pensare al film Into the wild (regia di Sean Penn, Paese: Usa, 2007) dove è narrata la storia di un altro esploratore, Christopher McCandless.  Fa pensare anche ad altri esploratori e documentaristi di ambienti selvaggi quali Steve Irwin (1962-2006), soprannominato Mr. Crocodile e morto alcuni anni fa a causa della puntura dell’aculeo velenoso di una razza o Bear Grylls (1974), reso noto tramite gli approfondimenti naturalistici del programma televisivo WildOltre Natura.

Il titolo del film, 127 ore, fa riferimento ai cinque giorni (e qualche ora in più) trascorsi da Aron nel crepaccio immobilizzato dal masso impigliato contro il suo braccio.

Sia Aron Ralston (127 Hours) che Christopher McCandless (In to the Wild) amano la natura estrema e intraprendono un viaggio da soli nella natura selvaggia: Aron nelle montagne americane dello Utah, Christopher attraversa il Nevada per giunge poi in Alaska. Entrambi credono di conoscere la natura, di saperla interpretare e governare. Ma la natura è a volte maligna e cela dei pericoli. Può mostrarsi ostile all’uomo. Entrambi i film sembrano mettere in scena questo concetto: la passione del trekking di Aron che lo mette a contatto direttamente con la nuda roccia madre gli gioca un brutto scherzo quando, appunto, un masso gli cade addosso impedendogli di liberarsi da esso.  Christopher invece dopo il suo lungo peregrinare per i boschi troverà la morte a seguito dell’avvelenamento causato dall’ingerimento di qualche seme velenoso (questo sembra suggerire il film). Quello che differenzia le due storie in realtà è molto evidente: Aron Ralston ha la facoltà di scegliere tra il lasciarsi morire o il continuare a vivere (pur dovendo prendere l’importante decisione di mutilarsi il braccio)[1] mentre Christopher muore senza aver la possibilità di scegliere il suo futuro. La storia di Aron vuole appunto sottolineare quanto il valore della vita, degli affetti e dei legami sia importante e come in punto di morte il pensiero del personaggio si rivolga proprio a queste cose. Aron decide di auto mutilarsi, di privarsi di una parte importante del suo corpo, per far fronte al suo desiderio di vivere. Tuttavia nella storia di Christopher viene sottolineato come la natura selvaggia ed estrema sia in grado di trasmettere al personaggio un senso di pace e di tranquillità interiore che solo rifuggendo dalla società capitalista alla quale prima apparteneva è riuscito a raggiungere. Di Aron si sottolinea invece il suo spirito giovanile, il suo attivismo e la sua grande conoscenza dei segreti del trekking.

In entrambe le storie la natura viene dipinta come ostile all’uomo. Non si può parlare di una natura benigna o di una natura maligna. La vastità e la complessità della natura spesso nasconde delle insidie (la puntura della razza per Steve Irwin, il crollo di un masso per Aron Ralston, i semi velenosi per Christopher McCandless) che per la debole natura del genere umano possono rivelarsi fatali.

Trailer italiano del film 127 Ore:


LORENZO SPURIO

17-02-2011


[1] Molti romanzi e film hanno rappresentato il tema del rapporto tra uomo e natura selvaggia. Se prendiamo in considerazione l’atto di Aron di sacrificare una parte del suo corpo per continuare a vivere dobbiamo necessariamente ricordate il film Alive (Alive – Sopravvissuti, regia di Frank Marshall, paese: Usa, 1993). Nel film un aereo passeggeri si scontra contro una cima innevata della cordigliera delle Ande; la gran parte delle persone muoiono. I pochi superstiti si vedono costretti a cibarsi delle carni delle persone morte nell’impatto, riuscendo a salvarsi prima che vengano localizzati dalle autorità.

Il genocidio rwandese (1994)

L’eccidio del Rwanda, avvenuto durante il 1994 nell’omonimo paese africano è una pagina nera della storia mondiale che è stata scarsamente oggetto d’interesse dell’opinione pubblica e che recentemente ha inspirato vari film a carattere documentario e cronachistico. Il Rwanda è un paese africano minuscolo che confina a ovest con la Repubblica Democratica del Congo, a nord con l’Uganda, a est con la Tanzania e a sud con il Burundi. Nel paese si parla il francese, il kinyarwanda, l’inglese e lo swahili. La capitale è Kigali. Il paese è retto da una repubblica. Colonia del regno del Belgio, ottenne l’indipendenza nel 1962. La popolazione del Rwanda è costituita da due gruppi etnici distinti, i Tutsi (19 %) e gli Hutu (80 %).  I Tutsi sono i ricchi e rappresentano quindi una sorta di classe aristocratica mentre gli Hutu sono dediti al lavoro nei campi.

Per secoli le due tribù condivisero la stessa cultura, lingua e religione ma a seguito della dominazione del Belgio si creò un forte divario tra i due gruppi etnici. Il governo accordò ai Tutsi maggiori poteri rispetto agli Hutu che furono costretti a vivere in una situazione d’inferiorità. I Tutsi hanno dominato sempre sugli Hutu ma in tempi più recenti si sono avuti periodi d’alternanza in cui al potere stavano gli Hutu o i Tutsi. Una serie di contrasti e lotte tra le due etnie portò ai tragici massacri perpetuati nel 1993; l’Onu intervenne cercando di trovare una soluzione tra le parti ma la componente Hutu si rifiutò di accettare il trattato e cominciò una serie di violenze e genocidi sul popolo Tutsi.

Dal 6 aprile fino alla metà di luglio del 1994 per una durata di cento giorni vennero massacrate un gran numero di persone con fucilazioni sommarie, colpi di machete e sistemi di inaudita violenza. Le vittime furono prevalentemente appartenenti all’etnia Tutsi, la minoranza rispetto l’etnia Hutu. Le perdite ammontano alle 800.000 persone (il 20% di etnia Hutu, il restante di etnia Tutsi). L’Occidente e la comunità internazionale in generale non prese voce ai forti conflitti in atto in Rwanda e mostrò un atteggiamento freddo ed indifferente; Francia e Belgio inviarono dei contingenti militari con il solo fine di mettere al riparo i loro connazionali.

Le ragioni dei contrasti tra le due etnie derivano dalla dominazione belga che contribuì a differenziare le due etnie, dandogli differenti poteri e ruoli nella società e favorendo i Tutsi. Sebbene si fa riferimento al genocidio del Rwanda vennero coinvolti anche i paesi ad essa limitrofi, Burundi, Uganda e Tanzania.

Solamente quattro anni dopo il genocidio, nel 1998, vennero processate ventidue persone responsabili delle violenze perpetuate e colpevoli di genocidio. Nel 2000 è stato eletto il presidente Tutsi Paul Kagame che ha siglato nel 2002 una tregua con la Repubblica Democratica del Congo.

Nel 2005 vennero processati altri responsabili del genocidio e il presidente Kagame resta in carica tutt’ora, votato da percentuali bulgare. Il presidente ha soppresso i principali partiti d’opposizione e in molti parlano di brogli elettorali; nel paese non esistono mass media indipendenti e la comunità internazionale sembra non interessarsi della vicenda da vicino. Contrasti e asti tra le due etnie non sono scomparsi sebbene le violenze si siano attenuate.

Sui tragici eventi del genocidio del Rwanda sono stati scritti vari libri di carattere storico e cronachistico e racconti di memorie di chi ha sperimentato quelle violenze. Recentemente il tema è stato oggetto di un maggiore studio e interesse; questo ha permesso di conoscere meglio una realtà tragica della nostra attualità. Questo è stato reso possibile anche ad alcuni film che sono stati prodotti basandosi su questo tema. Tra i più noti e importanti vanno ricordati Sometimes in April (regia di Raoul Peck, paese: Usa/Francia/Rwanda, 2005) tradotto in italiano con Accadde in Aprile e Hotel Rwanda (regia di Terry George, paese: Canada/Regno Unito/Sudafrica, 2004).

Il film Hotel Rwanda (regia di Terry George, paese: Canada/Gran Bretagna/Sudafrica, 2004) tratta del tragico eccidio rwandese del 1994 focalizzandosi sulla storia di Paul Rusesabagina, direttore dell’Hotel des milles collines di Kigali, capitale del Rwanda. Paul trasforma l’hotel in un rifugio per entrambe le etnie Hutu e Tutsi di tendenza moderata e non cede alle insistenze di vari signori della guerra di abbracciare le loro idee oltranziste.

Nel film, una cassa di legno che cade rompendosi a terra celando il contenuto di varie decine di machete fa capire quali saranno le armi impiegate nell’eccidio. Nel frattempo iniziano a manifestarsi casi di violenza tra le due etnie; Paul riuscirà a salvare le persone asserragliate nel suo hotel ma perderà i suoi cognati. Anche il film da voce ad una verità fastidiosa e criminale: il disinteresse del mondo, dell’Occidente e degli Usa nei confronti della tragedia. Film assolutamente da non perdere.

 

La cantante romana Paola Turci ha scritto una canzone intitolata propria “Rwanda” ed inclusa nell’album Tra i fuochi in mezzo al cielo (2005). Il ritmo incalzante e minaccioso e la voce urlata e implorante della cantante si sposano con il suo testo asciutto e diretto che ha come ritornello «Quando il silenzio esploderà, questa terra sarà già deserto.. Quando la fine arriverà la storia non salderà il conto». La Turci individua il senso opprimente e doloroso del silenzio che deriva dalla mancanza di uomini a seguito dell’eccidio e ci presenta un mondo silente, perché gli uomini sono tutti morti. Tanta violenza, tanta morte e tante offese al genere umano, per la Turci, non troveranno mai un riscatto e non potranno mai essere dimenticate.

La Turci, cantante impegnata e già autrice di canzoni sociali (“Bambini”, “Il gigante”, “Un bel sorriso in faccia”) ci apre gli occhi su questa realtà tragica, dimenticata o più precisamente non ascoltata e non conosciuta. La canzone non è passata alla radio, forse perché poco radiofonica o più probabilmente – come ha rivelato la Turci in occasione di una serata a cui ha partecipato- perché presenta una realtà difficile, sconosciuta e della quale è difficile parlare. La canzone può non piacere a chi è attratto da melodie cadenzate, canzoni commerciali o strazianti canzoni d’amore (che oggi sembrano andare per la maggiore) o semplicemente a chi non gradisce la voce e il temperamento della Turci ma va comunque ascoltata per l’impronta del suo testo, oltre che per il motivo per la quale è stata scritta: per ricordare un evento «con i riflettori spenti» come ha detto la Turci.

 

LORENZO SPURIO

16-02-2011

Cinderella theme: due storie a paragone

Elisa di Rivombrosa (2003) e Pamela (1740) hanno ben poco in comune.  La regista Cinzia T.H. Torrini ha espressamente riconosciuto che la sua serie televisiva per Mediaset intitolata Elisa di Rivombrosa e trasmessa nel 2003 era basata sul personaggio di Pamela dell’omonimo romanzo di Samuel Richardson (1689-1761). Ci sono varie comunanze tra i due personaggi femminili e tra le due storie narrate ma sono allo stesso tempo molto diverse tra loro.  Il primo elemento d’unione, il più vistoso e quello che salta all’occhio più velocemente, è che entrambe le donne sono delle serve. Entrambe appartengono ai bassi strati della società e sono impiegate come membro della servitù al servizio di un signore: il conte Fabrizio Ristori in Elisa di Rivombrosa e Mr. B. in Pamela. Entrambe le storie presentano il Cinderella theme (tema di Cenerentola) ossia un’iniziale situazione d’impostura tra un uomo potente e nobile e una donna povera o serva che passa poi alla ricompensa finale contraddistinta dall’unione amorosa dei due.

Un altro elemento di contatto tra le opere è che ci troviamo di fronte a due donne modeste, remissive ma che cercano di preservare in maniera accanita la loro virtù più grande, ossia la verginità.

In Elisa di Rivombrosa, Elisa Scalzi rinominata dalla servitù della tenuta di Rivombrosa come Elisa di Rivombrosa è al servizio dei Ristori, i nobili della tenuta. In maniera particolare Elisa si occupa dell’anziana contessa Agnese e è la sua dama di compagnia. Il figlio della contessa, il conte Fabrizio Ristori, rimane affascinato dalla sua bellezza e di tutta prima crede che sia un membro dell’aristocrazia. S’interessa a lei ma quando scopre che è una serva della sua tenuta, cerca di ottenerla non in modo romantico ma con la forza, tentando più volte di stuprarla. Secondo il conte Ristori, tutto ciò che è racchiuso dal fastoso palazzo di Rivombrosa gli appartiene: le stanze, la biblioteca, l’aria, la servitù e quindi anche lei.  Nella serie televisiva vengono presentate varie vicende tra le quali la morte della contessa Agnese, la corruzione del marchese Alvise Radicati, cognato del conte Fabrizio e la congiura dei nobili piemontesi contro il re. Nel corso di queste vicende, parallelamente, viene descritto il rapporto tra Elisa e il conte Fabrizio che, partito da un’iniziale astio e odio, si tramuta in interessamento fino ad arrivare all’amore. La serie televisiva mette in scena la storia d’amore tra Elisa e il conte Fabrizio.  Le serie televisive successive: Elisa di Rivombrosa – II stagione (2005) e La figlia di Elisa (2007) sono dei sequel della prima serie e spostano l’attenzione ad altri avvenimenti che seguono alla morte del conte Fabrizio Ristori.

 

Il romanzo di Samuel Richardson (1689-1761) Pamela, porta come sottotitolo The Virtue Rewarded ossia la virtù premiata e venne pubblicato nel 1740. Si tratta di un romanzo epistolare cioè che si basa sullo scambio di una serie di lettere, la maggior parte delle quali scritte dalla stessa Pamela Andrews.

Pamela è una ragazza molto bella che lavora come serva per Lady B. e alla morte di questa passa al servizio di suo figlio Mr. B. Similmente a Fabrizio Ristori, Mr. B. è molto attratto da Pamela e cerca di averla con la forza, cercando di stuprarla in più di un’occasione. Quando Mr. B. capisce che non l’avrà mai con la violenza, comincia a corteggiarla dolcemente e ben presto Pamela s’innamora di lui.  Mr. B. riuscirà a sposare Pamela solamente dopo due richieste di matrimonio fattole.[1]

Al termine della storia i due si sposano e vivono felici e contenti. Pressappoco come avviene in Elisa di Rivombrosa. Entrambe le spose, ex serve e di umili origini, vengono inoltre accettate dall’ambiente dell’epoca (dalla nobiltà piemontese in Elisa, dall’ambiente aristocratico anglosassone in Pamela).

Queste le due storie e i punti di contatto. Elisa di Rivombrosa sembra essere una storia molto più patinata, con la presenza di una sfarzosa e potente nobiltà[2], fastosi palazzi, congiure di palazzo contro la monarchia ed inganni. In effetti la coppia Elisa-Fabrizio Ristori godrà di un brevissimo periodo di pace dopo il loro matrimonio perché ben presto si presenteranno nuovi conflitti, odi, rancori, congiure e contrasti militari nei quale il conte Fabrizio Ristori, nobile ligio al dovere e alla monarchia e per questo scomodo a molti nobili spregiudicati e irrispettosi della Corona, sarà coinvolto e dove troverà la morte.

Va inoltre ricordato che le due storie hanno ambientazioni temporali e spaziali estremamente differenti. Elisa di Rivombrosa è ambientato in Piemonte alla fine del 1700, sotto il regno di Carlo Emanuele III mentre Pamela è ambientato in Inghilterra, nel Bedfordshire, in un periodo di tempo imprecisato ma individuabile puritanesimo del  XVIII secolo.

La regista Cinzia T.H. Torrini ha sapientemente elaborato la storia creata da Richardson nel lontano 1740 fornendoci una storia accattivante, interessante e ricca di intrighi, congiure e colpi di scena che fanno da contorno alla storia d’amore di Elisa e il conte Fabrizio Ristori.

 

LORENZO SPURIO

13-02-2011

 

 


[1] Va notato che anche Jane Eyre nell’omonimo romanzo di Charlotte Brontë (1816-1855) del 1847 acconsente a sposare Mr. Rochester solamente dopo due richieste di matrimonio. Questi romanzi mettono in risalto quanto il matrimonio fosse importante all’epoca e quanto una decisione di questo tipo necessitasse una grande fiducia nei confronti l’uomo oltre ad una completa convinzione. Non era dunque infrequente che la donna rifiutasse la prima richiesta di matrimonio. I rifiuti di matrimonio della donna, più che dei veri rifiuti, erano in effetti un modo per poter avere più tempo a disposizione per comprendere se era ciò che realmente voleva e, al tempo stesso, un modo per preservare la sua innocenza e verginità.

[2] Nell’opera la nobiltà piemontese è molte importante. Oltre alla famiglia dei Ristori, vengono presentati numerosi altri nobili (il conte Giulio Drago, il marchese Maffei, il Marchese Alvise Radicati, la marchesa Lucrezia Van Necker,..) e dei nobili si sottolineano pregi e difetti, vizi e virtù.

The King’s Speech (Il discorso del re)

 

Il film The King’s Speech (Il discorso del re), recentemente uscito nelle sale italiane (regia di Tom Hooper, paese: Regno Unito/Australia) pone al centro della sua trama un aspetto poco conosciuto o che la storiografia tende a tralasciare. Ci narra la vita di re Giorgio VI d’Inghilterra non in termini cronachistici e biografici, nel senso che non ci descrive le diverse fasi della sua vita (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) ma si focalizza su un suo difetto di pronuncia, le balbuzie, che, una volta diventato re, lo mise di fronte a problemi molto importanti: l’impossibilità di comunicare degnamente alla nazione e la conseguente cattiva immagine del regnante agli occhi del suo popolo come “re debole” o addirittura “re silente”.

Le immagini che seguono si riferiscono a scene tratte dal film.

1. Re Giorgio VI

Il principe Albert (1895-1952) era il secondogenito di Re Giorgio V d’Inghilterra (1865-1936) e della Regina Mary di Teck (1867-1953). Come secondogenito del sovrano a Giorgio (soprannominato Bertie in famiglia[1]), venne affidato il titolo di Duca di York. Suo fratello maggiore, invece, il principe Edoardo (1894-1972) in qualità di principe ereditario ottenne il titolo di Principe di Galles.

Alla morte di Re Giorgio V, nel 1936, il regno passò al suo primogenito, il principe Edoardo, che venne incoronato come Re Edoardo VIII. Tuttavia la personalità del monarca fu molto discussa: non aveva ancora una moglie e questo non era una buona garanzia per il futuro della monarchia. Oltretutto era accompagnato con una signora americana, Wallis Simpson (1895-1986)[2], la quale aveva alle spalle due divorzi. La relazione era malvista dalla corte e addirittura dal popolo inglese. Alla fine re Edoardo VII dovette fare una scelta tra amore e trono e scelse di abdicare a favore di suo fratello. Nello stesso anno, al trono salì il principe Albert che, per dare una certa linea di continuità con il padre, assunse il nome di Re Giorgio VI.

Non ci interessa far riferimento alla vita familiare del re e alle sue azioni diplomatiche, basterà ricordare che il re prese direttamente voce all’interno dello scenario della seconda guerra mondiale, dichiarando, con il discorso del 1936, l’entrata in guerra degli inglesi contro il nazifascismo. Va inoltre ricordato che Re Giorgio VI si sposò con la contessa Elizabeth Bowes-Lyon (1900-2002) che con la sua unione divenne la Regina Elisabetta. Siamo soliti ricordarla come la Queen Mum, la Regina Madre, scomparsa nel 2002 alla veneranda età di 102 anni. L’attuale regina Elisabetta II non è che la figlia di Re Giorgio VI e della Regina Madre.[3]

2. Il film

Il film si apre nel 1925 con un discorso scritto dal re padre che il principe Albert sta leggendo per la chiusura dell’Empire Exhibition al Wembley Stadium di Londra. Il principe è impacciato, affaticato e soffre di balbuzie. Non riesce a leggere in maniera sciolta il discorso, che risulta essere asfittico e intermittente. La nazione apprende della deficienza del figlio del re.

L’intero film affronta i vari tentativi del logopedista Lionel Logue[4] nel cercare di migliorare le balbuzie del principe, facendogli fare ogni sorta di esercizi linguistici e fisici. Inizialmente queste prove non sembrano dare gli esiti sperati e il principe è deluso dall’ennesima terapia. Con un lavoro molto rigoroso e continuo il dottor Logue riuscirà a far forza sui problemi del principe e, pur non riuscendo a risolverne completamente le sue balbuzie, riesce a migliorare il suo disturbo. Il film non sembra darci risposte precise alle origini del disturbo del principe ma allude a varie cause: l’atteggiamento severo del re padre e la predilezione della tata per suo fratello.

Il film si basa dunque su una serie di sedute a cui il principe si sottopone ma non manca di rappresentare anche i momenti più cari alla nazione inglese: la morte di Re Giorgio V, l’intronizzazione del fratello, il Re Edoardo VIII e la sua abdicazione, fino all’intronizzazione del principe che diviene Re Giorgio VI.

Il film si conclude con il discorso che il re fa alla nazione in occasione dell’entrata in guerra dell’Inghilterra contro la Germania hitleriana. Dopo un’iniziale titubanza verbale il nuovo re riesce a leggere il suo discorso senza intoppi. E’ il segno che il lavoro del dottore Logue è andato a buon fine.

A conclusione del film, alcune frasi esplicative ricordano che da quel momento il dottor Logue fu sempre presente con il Re nei momenti dei discorsi alla nazione, che i due divennero grandi amici e che il Re lo nominò cavaliere del regno.

3. I discorsi del re

Sebbene il titolo del film faccia riferimento al “discorso del re” in realtà nel corso della storia i discorsi del re sono molti. Il titolo sottolinea ed enfatizza l’ultimo discorso del re, quello felice, quello in cui le balbuzie sembrano averlo abbandonato, che viene fatto nel 1939, in occasione dell’entrata in guerra dell’Inghilterra. Se decidiamo di leggere il film sulla base dei vari speeches ne possiamo analizzare molteplici: il discorso iniziale del principe Albert per celebrare la chiusura dell’ Empire Exhibition, i vari discorsi (o meglio, conversazioni) che il principe, inizialmente riluttante, scambia con il dottore, i discorsi con la sua famiglia (con l’anziano re padre, con il fratello libertino e con l’amorevole moglie), il discorso della cerimonia dell’intronizzazione nella cattedrale di Westminster (che tuttavia non viene riportato nel film) sino all’ultimo discorso, quello dell’entrata in guerra dell’Inghilterra. La vita di re Giorgio VI viene mostrata in questo film attraverso una serie di discorsi, attraverso un processo di riacquisto dell’indipendenza linguistica. La riabilitazione linguistica sotto questo punto di vista viene a significare che il re ha completamente accettato e si è impossessato del ruolo che deve ricoprire.

Un film interessante, che investiga un aspetto curioso e di debolezza di un grande della storia inglese. La morale che ne possiamo trarre è che, chiaramente, anche un re può soffrire di disturbi e avere deficienze. Non gli è tollerato però mostrarle in pubblico e deve necessariamente combatterle. La concezione dei due corpi del re di Ernst Kantorowicz[5] (il corpo fisico, mortale, deperibile e comune a tutti i mortali e il corpo regale, unto dal balsamo di Dio) ci suggerisce proprio che il re è un mortale come tutti noi, che soffre debolezze e mancanze anche se l’aurea di regalità ce lo fa immaginare divino, prescelto da Dio e superiore ai comuni mortali.

 

LORENZO SPURIO

10-02-2011

 


[1] Era diffusa al tempo l’attitudine di impiegare soprannomi per i membri della famiglia reale che però venivano utilizzati solo all’interno dell’ambito familiare. La principessa Elisabetta, attuale regina, era Lillibet, mentre sua sorella, la principessa Margaret era Margot.

[2] Wallis Simpson fu un personaggio chiaramente in rotta contro la casa reale: non aristocratica, con due divorzi alle spalle, dalla condotta eccentrica e dispendiosa e addirittura vicina ai regimi nazisti.

[3] Nel film la moglie del re è una presenza costante. E’ continuamente al fianco del marito, condivide con lui il suo problema e la sua sofferenza e gioisce al termine della storia quando capisce che suo marito ha vinto la battaglia. Nel film ci sono varie scene che riguardano anche le due figlie della coppia, le principesse Elisabetta e Margaret.

[4] Il logopedista Lionel Logue (1880-1953) fu un medico di origini australiane che visse a Londra. Sebbene nel film la terapia del dottor Logue inizi in un periodo prossimo al 1936 ossia alla morte di Re Giorgio V, nella realtà, il principe Albert fu in cura da lui dal 1926. Per quanto concerne le conversazioni tra il dottore e il principe Albert, la descrizione delle loro sedute e gli esercizi che Logue faceva fare al principe, il film si basa su fonti storiche molto attendibili: il libro che Mark, nipote di Logue, scrisse assieme a Peter Conradi sul rapporto tra suo nonno e il monarca: The King’s Speech: How One Man Saved the British Monarchy.

[5] Ernest Kantorowicz, The King’s Two Bodies. A Study in Mediaeval Political Theology, Princeton, Princeton University Press, 1957.

10 Febbraio, il giorno della memoria: per non dimenticare le foibe

Oggi 10 Febbraio si celebra il ricordo per le vittime delle foibe.  Meno noti dei crimini del nazismo e del fascismo, l’internamento delle foibe fu un massacro e atto criminale d’inaudita violenza portato avanti dai comunisti fedeli al presidente jugoslavo Tito.  Non esistono stime attendibili delle reali perditi ma alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che si aggirerebbero attorno ai 30.000 morti.

L’internamento nelle foibe (delle cave di pietra particolarmente pericolose e che si aprono nel sottofondo del suolo carsico, caratteristiche dell’Istria) riguardò una considerevole fetta della popolazione italiana delle zone dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia, durante e immediatamente dopo la seconda guerra mondiale.

Le ragioni profonde dei massacri delle foibe risiedono nel nazionalismo italiano in Istria e nell’irredentismo che nacquero a seguito della perdita italiana di vari territori, a conclusione della prima guerra mondiale: l’Italia mantenne Zara e alcune isole ma perse l’intera regione della Dalmazia. La questione di Fiume venne risolta solo nel 1924 quando venne riannessa all’Italia.

Durante il ventennio fascista, il governo operò una vera e propria opera di italianizzazione dei territori balcanici nei quali convivevano varie minoranze etniche-religiose quali i croati e gli sloveni.  Nel 1941 l’Italia attaccò la Jugoslavia ed ottenne il dominio della Slovenia e della Dalmazia.

A seguito dell’armistizio italiano del’8 Settembre 1943, i comitati popolari di liberazione croati e slavi diedero vita a loro forme istituzionali, staccandosi dall’Italia prendendo vita alla Repubblica Indipendente di Croazia.

Le foibe erano dei baratri della roccia utilizzati per infossare e celare cadaveri degli oppositori politici e cittadini italiani che si opponevano alle idee politiche del partito comunista jugoslavo di Tito.

La questione delle foibe solo in tempi recenti è stata studiata con la debita attenzione. Mancano ancora delle stime accurate e precise sul reale numero delle vittime. Probabilmente non si riuscirà mai ad averlo dato che il governo jugoslavo si è sempre mostrato restio a collaborare in questo senso. Permangono atteggiamenti diversi e contrastanti ancora oggigiorno limitatamente alla questione delle foibe: sebbene l’interpretazione dominante sia quella che considera i comunisti jugoslavi e Tito i colpevoli, c’è qualcuno che tende ad adottare una tesi negazionista e, alcuni comunisti intransigenti, considerano il massacro delle foibe in maniera giustificazionista spiegandolo come conseguenza diretta dei crimini operati dai nazisti.  C’è dunque un continuo revisionismo storico su questi eventi tragici della storia europea.

Il tema è dunque di difficile trattazione, così come possono esserlo i crimini e le violenze naziste, staliniste e franchiste e ancora oggigiorno non permette di essere considerato sotto una luce unica. Che si tratti di crimini ideati e realizzati dall’ideologia comunista o che si tratti di crimini legittimati per rispondere alle violenze nazifasciste, le foibe restano una pagina nera della storia europea, che riguarda l’Italia molto da vicino.

Il giorno della memoria è stato pensato per ricordare chi soffrì, chi venne maltrattato, sfruttato, violentato, offeso nel corpo e nell’anima, minacciato, fucilato, assassinato e infoibato per la sua appartenenza geografica, religiosa e per la sua opposizione al regime. La giornata della memoria serve dunque a ricordare le vittime e non a riaprire contrasti tra ideologie opposte che non fanno altro che infamare doppiamente gli animi di chi vi trovò la morte.

 

Lorenzo Spurio

10-02-2011

In nome dell’amore di Melissa Panarello

In nome dell’amore (2006) di Melissa Panarello è un testo breve, di appena quaranta pagine, scritto sotto forma di una lunga lettera di risposta e di critica che fa all’eminente cardinale Camillo Ruini. La Panarello, principalmente nota per il suo romanzo Melissa P. – 100 colpi di spazzola prima di andare a dormire (2003), che ha dato origine a critiche molto dure ma che dall’altra parte ha avuto un grande successo[1], utilizza un linguaggio semplice, fresco, accessibile a tutti e spigliato nel confutare le tesi e le critiche mosse dal presidente della Cei.

I temi cari alla Chiesa che il cardinale Ruini rappresenta vengono qui discussi, analizzati e snocciolati in maniera molto rigorosa, secondo un punto di vista estremamente diverso da quello del porporato. La Panarello parla della necessità della liberalizzazione dei costumi sessuali, dell’aborto e di questioni che sono d’oggetto d’interesse della società, causando spesso divari ed alterchi tra coloro che si professano i difensori della vita (gli antiabortisti) e coloro che invece prediligono nuove norme nella società che diano più ampio spazio ai giovani, alla liberalizzazione dei costumi e che sottolineino la libertà di scelta.

La materia è difficile da trattare. Contrariamente a ciò la Panarello scrive in maniera lucida e di getto come se stesse descrivendo una qualsiasi scena da romanzo rosa. In ballo ci sono questioni d’attualità importanti e che la Panarello considera di promozione sociale e culturale.

La Panarello esordisce con il ricordo di due giovani adolescenti in cui una ragazza rimane incinta dopo un rapporto sessuale incauto, senza precauzioni. La ragazza capisce di aver sbagliato ma non vuole tenere il bambino, vorrebbe interrompere la gravidanza. La bigotta madre di lei, ligia alla morale, forza la ragazza a tenere il figlio, che poi si rivela essere due gemelli. Secondo la Panarello la decisione della madre della giovane (conforme all’idea della Chiesa) non è altro che egoista e presuntuosa poiché – dice la Panarello- è nella natura dei giovani, nella fase adolescenziale commettere degli errori. La Panarello vede dunque nell’aborto una via di scelta che bisogna considerare e che dovrebbe essere legalmente garantita.

La mittente della lunga missiva rigetta al cardinal Ruini e alla Chiesa in generale le accuse dei pro-abortisti di fomentare la cultura della morte, termine che lei utilizza per riferirsi a chi commissiona le varie guerre che invece vengono combattute nel mondo, legittimate dagli stati e le cui vittime la Chiesa celebra solennemente e con riconoscenza:

Le guerre e le pene disumane sono un inno alla morte, non l’aborto.[2]

Non solo. La Panarello va oltre e contesta nuovamente la Chiesa che aborre i sistemi di contraccezione. Sostiene che se questi venissero riconosciuti e permessi, si limiterebbero gli aborti oltre che si limiterebbe la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili. Non cela la sua disapprovazione e indignazione di fronte al fatto che l’Italia sia un paese prevalentemente cattolico e nel quale la Chiesa abbia un potere molto forte, addirittura al di sopra della politica. A questo riguardo scrive:

La mia indignazione va verso il governo e lo Stato italiano che hanno permesso che la Chiesa fosse quasi la sola a occuparsi di una questione che avrebbe dovuto riguardare solo gli elettori e lo Stato stesso.[3]

La Panarello sembra avere il diavolo in corpo in questa lunga lettera accorata e animosa al cardinale Ruini nella quale gli pone una serie di domande consecutive, quasi a incitare una risposta che, secondo la natura della lettera, chiaramente non c’è. Parla anche del matrimonio e si chiede se in effetti le nozze possano rappresentare la celebrazione dell’amore e dopo vari ricordi che la riguardano conclude di no. L’atea Panarello piuttosto che di matrimonio preferisce parlare di contratto o di momento di festa con i parenti nel quale quest’ultimi sono solo interessati al banchetto, ossia all’elemento ludico.

La Panarello è un fiume in piena. Non ne risparmia nessuna al cardinal Ruini e alla Chiesa. Lo fa in maniera diretta, semplice, elegante e critica. Difende il divorzio, sostiene le coppie di fatto e le coppie che preferiscono convivere e donarsi il loro amore senza dover necessariamente ufficializzare l’unione, parla della difficile questione delle adozioni e delle varie leggi che spesso la rendono irraggiungibile. Appoggia l’omosessualità: gli omosessuali –dice la Panarello- pur non potendo trasmettere la specie umana- sono in grado di amarsi e Dio dovrebbe essere contento di loro perché conoscono che cosa sia l’amore.

La Panarello parla poi a lungo della sua iniziazione al sesso, parlando dei suoi primi rapporti mossi da un desiderio di conoscenza e di curiosità e non dall’amore. Individua delle fasi successive della sua scoperta del sesso che corona nell’equazione sesso uguale amore. Le domande per il cardinale Ruini continuano ad abbondare e nell’ultima parte della lettera la Panarello affronta temi caldi per la Chiesa: la masturbazione, la pornografia e si dice chiaramente incredula di fronte al giuramento di castità dei prelati.

È facile capire che a questa lunga lettera ricca di domande il cardinale Ruini non abbia risposto in maniera diretta. Dall’altra parte le risposte, le decisioni della Chiesa sono visibili a tutti seguendo l’atteggiamento e la condotta che la stessa prescrive al clero.  La Panarello sa che forse la sua missiva non verrà letta o che, se verrà letta, non contribuirà a cambiare le sorti del nostro paese per le questioni da lei descritte. Si fa semplicemente portavoce di una grande fetta del nostro paese (sia credente che atea) che pensa le sue stesse cose e che vorrebbe che la Chiesa si modernizzasse e si mostrasse al passo coi tempi, garantendo le libertà sessuali necessarie.

Il titolo del testo a questo punto credo che voglia significare proprio questo: “In nome dell’amore”  invece della formula cattolica “In nome di Dio”; la Panarello,atea e agnostica, pone l’amore (omosessuale, eterosessuale, lesbico, autoerotismo) al vertice di tutto, rimpiazzando la posizione piramidale di Dio.

Non ci sono conclusioni o considerazioni finali su questo testo, si tratta di un ampio working in progress, che potrebbe essere incrementato da nuove esperienze o racconti. Si tratta semplicemente di un’immagine del nostro paese nel quale viviamo e che è dominato da una serie di dubbi, incomprensioni e ingiustizie che la Panarello sembra voler riassumere attraverso una delle sue numerose domande:

Perché la Chiesa si ostina, in tanti campi, a vivere in un mondo parallelo ignorando ciò che accade nel nostro?[4]

 

LORENZO SPURIO

08-02-2011

 


[1] Il grande successo di questo romanzo fu dovuto anche alla realizzazione filmica dello stesso (Melissa P., regia di Luca Guadagnino, 2005).

[2] Melissa Panarello, In nome dell’amore, Roma, Fazi, 2006.

[3] Melissa Panarello, In nome dell’amore, Roma, Fazi, 2006.

[4] Melissa Panarello, In nome dell’amore, Roma, Fazi, 2006.

Bertha Mason e Rebecca: l’ossessione della prima moglie.

Jane Eyre (1847) è uno stupendo romanzo a tappe di Charlotte Brontë in cui la protagonista, la povera e giovane Jane Eyre, deve passare attraverso vari stadi. Dopo la morte di entrambi i genitori viene affidata agli zii Mr. e Mrs. Read e va a vivere a Gateshead Hall, assieme ai cugini. Lì viene maltrattata continuamente e considerata come un essere inferiore. Ben presto Mrs. Read deciderà di mandarla in un collegio per orfane, Lowood, in cui farà amicizia con Miss Helen Burns e Miss Temple, due dei pochi personaggi positivi nel corso del romanzo e che sono dei personaggi quasi cristologici. Terminati gli studi e la formazione a Lowood, Jane è pronta per diventare istitutrice di una bambina presso Thornefield Hall, una tenuta circondata dalla brughiera, nello Yorkshire. Lì s’innamora del nobile della tenuta, Mr. Edward Rochester, con il quale decide di sposarsi.

Al momento del matrimonio un grave impedimento salta fuori e Jane, intristita dalla mancanza di serietà di Mr. Rochester, abbandona Thornefield Hall vagando da sola e indifesa per la brughiera per vari giorni. Alla fine giunge a Moor House dove viene ospitata da un curato protestante e le sue due sorelle. Alla fine, un richiamo telepatico, un urlo sovraumano che Jane riesce a sentire, le dice che deve ritornare a Thornefield, dove trova il castello distrutto dalle fiamme e teme per la vita del signor Rochester. Come si è visto l’esistenza di Jane passa attraverso una serie di fasi che sono contraddistinte da settings diversi e che segnano un progressivo avvicinamento alla natura. Il passare da una fase all’altra, connesso allo scorrere del tempo, viene a significare per Jane l’acquisizione di una vera personalità oltre che l’ottenimento di una certa indipendenza economica che le consente di considerarsi «signora di se stessa».

L’impedimento che non permette a Jane e a Mr. Rochester di sposarsi ha un nome. Si chiama Bertha Mason. Si tratta della prima moglie di Mr. Rochester, la creola di origini sudamericane che, dopo il viaggio di nozze ed essere giunta in Inghilterra, divenne pazza. Il signor Rochester decise così di rinchiuderla nella soffitta della casa e di sottoporla alle cure e alla sorveglianza di Grace Poole. Il signor Rochester aveva cosi vagabondato per l’Europa, trascorrendo la sua vita in bagordi e avendo avuto varie esperienze sentimentali, tra la quale quella con la ballerina francese Celine Varens, la quale gli aveva lasciato una figlia, la piccola Adele. Tuttavia il signor Rochester non aveva mai trovato la felicità e una certa stabilità che invece aveva avvertito nella sua possibile nuova vita con Jane Eyre.

Quando Jane ritorna a Thornefield Hall e trova il castello distrutto, un signore le narra cosa è accaduto: Bertha Mason, dopo essere riuscita ad eludere la sorveglianza di Grace Poole ed essersi introdotta in salone, aveva appiccato un incendio al castello. Poi, era stata vista camminare a piedi scalzi sul tetto ed infine gettarsi nel vuoto. Bertha Mason era morta mentre Rochester era stato in grado di salvare tutti i membri della servitù, rimanendo ferito e riportando l’amputazione di una mano oltre che la perdita della vista.

La storia di Bertha Mason mette in luce un comportamento diffuso in periodo vittoriano nei confronti di persone ritenute insane e pazze, che venivano rinchiuse in una stanza della casa o più spesso nella soffitta e venivano affidate alle cure di un domestico.

Due studiose inglesi, Susan Gubar e Sandra Gilbert nel loro testo The Madwoman in the Attic: The Woman Writer and the Ninetheen Century Literary Imagination (1979) hanno analizzato proprio questo aspetto legato alla reclusione della moglie pazza come tema della letteratura vittoriana. Nella loro analisi partono dal presupposto che un comportamento di questo tipo veniva veramente impiegato nei confronti di mogli pazze o, più in generale, di familiari che avevano perso il lume della ragione e quindi pericolosi e segno di vergogna per il signore della tenuta.

Anche il romanzo Rebecca tradotto in italiano con Rebecca, la prima moglie della scrittrice Daphne Du Maurier, pubblicato nel 1938, presenta la figura della moglie pazza. Anche qui ci troviamo di fronte ad una tenuta misteriosa e gotica, si tratta di Manderley, e un signore torvo che nasconde delle verità concernenti la sua vita passata. Si tratta del signor Maxim De Winter che, similmente a Rochester, cela alla sua donna l’esistenza di una precedente moglie pazza. Tra le due opere possono essere tesi una serie di parallelismi molto evidenti nella composizione dei personaggi.

In entrambi i casi le storie hanno un happy ending; Jane Eyre si configura come un romanzo tipicamente vittoriano, che sottolinea la storia d’amore romantica tra Jane e Rochester mentre Rebecca sembra proporre una storia più moderna, più vicina ai nostri tempi, se vogliamo.

Nel romanzo Rebecca a Menderley aleggia il mistero della prima moglie del signor Maxim De Winter. Quando il corpo della prima moglie verrà ripescato dal mare Maxim De Winter verrà considerato il principale indagato di quell’omicidio ma alla fine verrà chiarito che Rebecca era diventata pazza da quando aveva saputo di essere malata di cancro. Per tutti dunque la sua morte non fu altro che un suicidio. In entrambe le storie, dopo vari misteri, peripezie e allontanamenti il lieto fine è garantito: Rochester e Jane, cosi come Maxim De Winter e la seconda moglie possono vivere felici e contenti.

Se vogliamo, il personaggio della pazza in entrambi i romanzi non è per niente ininfluente e secondario. Sebbene venga rivelato solo a metà di entrambi i romanzi è proprio questo personaggio il responsabile di molti degli avvenimenti che accadono (ad esempio la fuga di Jane da Thornefield Hall dopo aver saputo di una precedente moglie di Mr. Rochester o l’accusa dell’omicidio di Rebecca mossa a Maxim De Winter).

La popolarità e il successo di entrambi i romanzi ha consentito la scrittura di vari prequel e sequel delle vicende in essi narrate e la realizzazione di vari adattamenti cinematografici e serial per la televisione.

Lorenzo Spurio

06-02-2011

Paese che vai, dittatura che trovi

I recenti disordini scoppiati in Egitto contro il governo del presidente Hosni Mubarak stanno mettendo in ginocchio il paese. Le masse stanno protestando contro il presidente e chiedendo le sue dimissioni ma il rais è apparso in un discorso alla televisione annunciando che non si dimetterà ma che eviterà di candidarsi alla prossime elezioni previste per Settembre. Agli egiziani non basta. La gran parte degli abitanti chiede a Mubarak di abbandonare il governo e il paese anche se, sono comparsi nutriti gruppi di persone a sostegno del presidente. La rivolta in Egitto, che rischia di assumere la piega di una vera e propria guerra civile, pone dubbi ed incertezza per il benessere di tutti i paesi arabi africani, in primo luogo i paesi africani mediterranei e, essendo l’Egitto uno dei principali paesi arabi moderati e portavoce dell’unione araba, rischia di minare anche i difficili rapporti arabo-israeliani in Palestina. Una rivolta di questo tipo ha dunque la forza di poter riscrivere non solo le nuove aree geopolitiche ma anche il riaccendersi di fiammate fondamentaliste di impronta islamista.

Se si analizza da vicino la situazione politica e l’effettivo grado di democraticità dei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo la questione è abbastanza complessa e preoccupante e, in una certa misura, ricalca le problematiche che ora stanno manifestandosi con inaudita violenza in Egitto.

TUNISIA: La rivolta egiziana è secondo molti scoppiata in seguito alla crisi tunisina causata dall’eccessivo aumento dei prezzi di beni di prima necessità che ha portato alle dimissioni e alla fuga del presidente, Zine El-Abidine Ben Ali in carica dal 1987. Dopo ventiquattro anni di dittatura il presidente è stato scacciato dal suo popolo il 14 Gennaio 2011. Il presidente è fuggito all’estero in un posto a tutt’ora misterioso.

 


ALGERIA: Il presidente Abdelaziz Bouteflika è in carica dal 1999 e nel 2004 ha inaugurato il suo secondo mandato. Il presidente, eletto con l’appoggio delle frange militari, ha spesso utilizzato le armi per contrastare le rivendicazioni della popolazione della Cabilia (dell’Algeria). Noti restano i disordini tra la popolazione e l’esercito noti come “primavera nera” del 2001.

 


LIBIA: Il colonnello Muammar Gheddafi, il leone del Mediterraneo, è in carica dal 1969, anno della rivoluzione libica da lui guidata. Nel 1969 il colonnello, assieme a un nutrito gruppo di militari, depose Re Idris; la monarchia venne abolita e Gheddafi divenne dittatore con poteri assoluti. Antioccidentale e antiamericano il rais finanziò organizzazioni criminali come l’Olp di Yasser Arafat e gruppi armati come l’Ira (Irlanda). In anni più recenti Gheddafi si è aperto all’Occidente, all’Europa e agli Usa. Tuttavia il colonnello rimane un dittatore e nel paese molte delle libertà fondamentali non sono concesse.


EGITTO: Il paese a cui si faceva riferimento all’inizio di questo articolo. Il presidente Hosni Mubarak è in carica dal 1981, cioè da trenta anni.  Divenne presidente in seguito alla morte del presidente Sadat. Mubarak ha manifestato un temperamento orgoglioso e altezzoso durante la sua lunga carriera, è stato responsabile di vari accordi di pace tra arabi e palestinesi e portavoce del mondo arabo moderato. Si è però macchiato di corruzione e ha perso sostegni durante gli ultimi anni. Tali problemi si sono aggiunti alla sua attitudine di comportamento imperiale, alla restrizione di varie libertà e al tentativo di trasmettere i poteri al figlio in modo da istaurare una sorta di dittatura familiare. Le recenti rivolte della popolazione contro la politica economica e antidemocratica di Mubarak richiedono le sue dimissioni.


MAROCCO: In Marocco è presente una monarchia  retta da re Mohammed VI che è salito al trono nel 1999. Re Mohammed VI sembra essere un’eccezione nel panorama dei paesi africani mediterranei retti da dittature. Il re infatti si è progressivamente discostato dalla politica poliziesca e antidemocratica di suo padre, Re Hassan II. Sotto il suo regno il paese si è modernizzato, ha concesso maggiori libertà e va configurandosi come il paese più avanzato dell’intera Africa, secondo solo al Sudafrica.

Ovviamente in questo articolo si è brevemente parlato solamente dei dittatori dei paesi africani mediterranei. Se si allarga un po’ il discorso bisogna ricordare anche il presidente siriano Bashar Al-Asad (in carica dal 2000 e che ha ereditato la dittatura del padre, Hafiz Al-Asad), Ali Abdullah Saleh, presidente dello Yemen dal 1978 e il sultano Qabus dell’Oman (in carica dal 1970) solo per citarne alcuni.

Una sola conclusione a questo breve ma significativo excursus delle dittature dei paesi africani settentrionali: paese che vai, dittatura che trovi.

Lorenzo Spurio

03-02-2011

Gli Indifferenti di Moravia

Ho recentemente visto il film Gli Indifferenti del 1964 (regia di Francesco Maselli), tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia (1929).[1] Devo riconoscere che questo romanzo di Moravia è uno dei miei preferiti in assoluto e lo consiglio a coloro che non l’hanno ancora letto.

Come indica il titolo, i vari personaggi della storia, che si contano sul palmo di una mano, sono caratterizzati per una mancanza di una vera identità, per essere incapaci, spesso passivi, inetti ma più propriamente indifferenti. Le varie vicende che accadono alla famiglia, vengono accettate tacitamente dai vari protagonisti in maniera remissiva, senza cercar di cambiare il corso degli eventi. Tutti i personaggi della storia sono assoggettati e regolati dall’unico personaggio ben costruito della storia, il potente e corrotto Leo Merumeci, l’ingegnere.

La storia si apre a villa Ardengo, una villa dell’alta borghesia dove vivono Mariagrazia assieme ai suoi due figli Carla e Michele. La famiglia versa in condizioni economiche difficili e sulla villa è stata messa un’ipoteca a favore del signor Merumeci.

Merumeci è un uomo interessato ai soldi e al sesso. Ha una storia con Mariagrazia, ma non è coinvolto da lei e sta con lei solo per ricattarla, come nel caso della casa. Lei, dal canto suo, si crede di essere amata da Merumeci. Quest’ultimo seduce la giovane Carla, mentre Michele ha una relazione sessuale che non gli da niente con Lisa, amica della madre. Ogni personaggio accetta il corso degli eventi per come si presenta (per come è stato regolato da Merumeci, che sembra gestire gli altri personaggi come marionette). Al termine della storia Michele sembra riattivarsi dal menefreghismo, dalla passività e dall’indifferenza che lo ha contraddistinto fino a quel momento e decide di uccidere Merumeci. Acquista una pistola e si reca a casa dell’ingegnere ma quando fa fuoco contro il nemico si rende conto che l’arma è scarica. Ancora una volta si sottolinea l’incapacità di Michele – così come degli altri personaggi – di intervenire sulla storia. Alla fine, tutto rimarrà al caso, ovvero sarà come Merumeci ha deciso: Merumeci continuerà a frequentare villa Ardengo, forse sposerà Carla, Michele continuerà la sua relazione con Lisa e Mariagrazia si rassegnerà al suo ruolo di madre.


A mio parere il film, pur rimanendo fedele al romanzo di Moravia, non è capace di trasmettere in maniera completa e vivida il senso di apatia, di stanchezza, di menefreghismo, di lassismo, di passività e d’indifferenza dei personaggi. Sono aspetti questi che possono rivelarsi difficili da rappresentare in una realizzazione filmica e più facili da trasmettere attraverso le parole. I personaggi sembrano più attivi, decisi e risoluti di quanto lo siano nel romanzo, dove sono completamente in balia degli eventi, del corso del tempo, del caso, delle decisioni di Merumeci. È lì che secondo me si cela il vero significato del romanzo, in questo comportamento rassegnato e remissivo dei personaggi che Moravia è riuscito ad etichettare magistralmente sotto il titolo di “indifferenti”. Per questo motivo consiglio di leggere il libro più che vedere il film. La lettura di Moravia, molto semplice e scorrevole è frammista da elementi che sono in grado se non di farci calare nel contesto degli Ardengo, per lo meno di capirne le motivazioni del loro comportamento rassegnato e dell’incapacità di reagire.

Lorenzo Spurio

01-02-2011


[1] Esiste un ulteriore realizzazione filmica intitolata Gli Indifferenti (1988), regia di Mauro Bolognini. Si tratta di un serial televisivo in due puntate. Non sono riuscito a reperire questa versione. La mia analisi qui presente si basa sul film in bianco e nero del 1964.

L’occultamento del corpo della madre: Ian McEwan e Peter Hedges

Leggendo attentamente The Cement Garden (1978), primo romanzo del britannico Ian McEwan, e più precisamente una delle scene che McEwan descrive con dovizia di particolari non può non saltarmi alla mente un’immagine simile presente in un film.

The Cement Garden è un romanzo breve, condensato ed essenziale che usa un linguaggio freddo, tagliente e abbastanza semplice. Ci sono varie vicende di grande suspance che spesso mettono in scena atteggiamenti deviati e pulsioni sessuali di adolescenti che si manifestano in maniera ossessiva. Il romanzo affronta il tema della morte; nel momento in cui i quattro ragazzi perdono la madre la loro unica possibilità per non distruggere il nucleo familiare è quella di occultare il corpo della madre. La scena in cui Jack e Julie decidono di seppellire il corpo della madre in una cassa di latta in cantina e di ricoprirla con del cemento viene presentata con un linguaggio freddo come se McEwan stesse descrivendo un qualsiasi quadretto idilliaco.

La malattia, la sofferenza, la morte e l’occultamento del corpo della madre sono elementi che ho ritrovato, trattati in maniera analoga nel film What’s Eating Gilbert Grape (tradotto in italiano Buon compleanno Mr. Grape). Si tratta di un film del 1993 basato sull’opera omonima dello scrittore americano Peter Hedges (noto tra l’altro per la sua sceneggiatura di About a boy – Un ragazzo, basata sull’opera omonima di Nick Hornby).

Sfortunatamente non ho ancora avuto l’occasione di poter leggere il romanzo What’s Eating Gilbert Grape ma conoscendo il film e il plot in esso contenuto penso che il parallelismo con McEwan per quanto concerne la madre sia abbastanza rilevante. In What’s Eating Gilbert Grape la storia si focalizza sul personaggio di Gilbert Grape che è sempre indaffarato a badare al fratello Arnie, ritardato mentale. La scena cardine del romanzo è quella del diciottesimo compleanno di Arnie (a questo punto è importante ricordare che anche in The Cement Garden di McEwan viene celebrato un compleanno, quello di Jack.).

Se in The Cement Garden alla malattia della madre non viene dato un nome specifico, nel caso del romanzo di Peter Hedges la madre è dichiaratamente sofferente di obesità.
A conseguenza della morte della madre il protagonista deciderà di non far trasportare la salma della madre al di fuori della casa ma, anzi, decide di dar fuoco alla casa con dentro il corpo della madre.

Sia in McEwan che in Hedges ci troviamo di fronte a un occultamento del corpo della madre, seppur con modalità diverse. L’origine dell’occultamento è però differente: in McEwan i giovani occultano il corpo della madre per mostrare alla società che la loro madre è ancora viva e che quindi controlla le loro esistenze e la loro crescita dato che se la morte della madre fosse stata dichiarata pubblica probabilmente l’assistenza sociale avrebbe preso delle misure per il loro controllo e l’affido.

Nel romanzo di Hedges invece la madre, obesa e dal corpo flaccido e burroso, che in vita ha sempre costituito un elemento di derisione e di offesa da parte di amici e conoscenti di Gilbert, una volta deceduta, viene fatta morire con la casa familiare per evitare ulteriori derisioni da parte della società.

Sebbene con dei distinguo molto marcati e che si riferiscono ai due diversi plot, il tema della morte della madre e dell’occultamento del suo corpo da parte dei suoi figli, a mio parere, può tessere questo parallelismo tra l’opera di McEwan e quella di Hedges.

Lorenzo Spurio

30-01-2011

Bruno e Michele, vittime dei padri

La prossima settimana la Mediaset trasmetterà un film particolarmente bello, Il bambino con il pigiama a righe. Si tratta di un film del 2008 il cui titolo originale è The Boy in the Striped Pyjamas, regia di Mark Herman e tratto dal romanzo omonimo dello scrittore John Boyne, pubblicato nel 2006.

Pur trattandosi di un film sulla seconda guerra mondiale, nel film non ci sono scene di bombardamenti, conflitti armati, scontri bellici, vita di trincea, sparatorie o quant’altro. E’ piuttosto una storia che mette al centro dei suoi temi l’innocenza, l’ingenuità e i buoni sentimenti di un bambino di otto anni. Tutti questi verranno pagati a caro prezzo a termine della storia.

Bruno, il bambino protagonista della storia, è il figlio di un’importante gerarca nazista. Per la sua giovane età non è in grado di capire quale siano gli incarichi che aspettano a suo padre e soprattutto come suo padre si adopera nel suo lavoro. A seguito di una promozione militare, il padre viene mandato a controllare un lager e la famiglia si trasferisce con lui in una residenza in campagna.

Annoiato dalla nuova casa, dall’assenza di amici, dalla freddezza dei genitori e dall’incapacità di comprendere ciò che sta realmente accadendo, Bruno fa una serie di esplorazioni attorno alla casa, la quale è sorvegliata da guardie naziste con cani lupi. Riuscendo a passare per una porta dietro la casa che comunica con l’esterno della proprietà Bruno prende a correre nel bosco fino ad arrivare in uno strano posto circondato da filo spinato. Si tratta di un lager. Lì fa conoscenza, attraverso il filo spinato, con Shmuel, un ragazzo ebreo rinchiuso in quel campo di concentramento. Bruno non sa cosa sia un lager, cosa siano gli ebrei e che cosa stanno facendo i nazisti e per lui, quel bambino della sua età che indossa la casacca a righe da carcerato, in realtà indossa un pigiama a righe.

Nel frattempo la sorella di Bruno, Gretel, di dodici anni, accetta in maniera entusiastica l’ideologia nazista e appende alle pareti della camera slogan nazisti, poster fascisti che inneggiano alla purezza della razza.  Nel corso della storia si capirà che il padre di Bruno è il comandante militare che si occupa di quel lager nel quale gli ebrei vengono uccisi con forni crematori o docce di gas mortali. La madre di Bruno invece nel corso della storia perde la sua forza e si scaglia più volte contro il marito per i crimini che commette.

Verso la fine della storia Shmuel è molto abbattuto perché è da vari giorni che nel lager non ritrova più suo padre e Bruno si offre di aiutarlo. Scava una buca in prossimità del filo spinato e, dopo aver indossato una casacca a righe come quella di Shumel, entra nel lager.

Intanto le operazioni naziste vanno avanti e improvvisamente un’intera area del campo di concentramento viene rinchiusa nella stanza delle docce. Tra loro c’è anche Shmuel e Bruno. Shumel, che ha sperimentato direttamente la vita del lager e conosce le nefandezze dei militari nazisti, probabilmente sa che tutta quella gente assieme a lui morirà, Bruno compreso. Bruno invece, che è sempre cresciuto al di fuori di quel contesto, che non sa che i nazisti uccidono gli ebrei e per quale motivo, rimane probabilmente inconsapevole della sua morte fino alla fine. Seppure la storia si chiude con la morte dei due ragazzi, una delle scene finali in cui sono rinchiusi nella stanza delle docce, i due si stringono la mano. Quasi a voler significare che l’amicizia, l’amore e i buoni sentimenti possono sopravvivere anche oltre la morte.

Ci sono una serie di piccoli elementi differenti tra il romanzo di Boyne e la realizzazione filmica: ad esempio nel film quando Bruno passa nel campo di concentramento è l’unico ad avere i capelli e li nasconde sotto un cappello a strisce mentre nel libro ha i capelli rasati perché aveva preso i pidocchi; il padre di Bruno nel film si chiama Ralf mentre nel libro Louis; nel film Bruno ha otto anni mentre nel libro nove e il tenente Kotler nel libro viene cacciato dalla casa perché prova simpatia verso la madre di Bruno mentre nel film perché suo padre, professore universitario di letteratura, ha rifiutato di giurare al nazismo e infine nel libro i familiari non scoprono subito la morte di Bruno.

Un film di questo tipo, in cui un bambino innocente che non conosce le macchinazioni di suo padre, i piani di sterminio degli ebrei e le crudeltà che suo padre commette in onore del nazismo, che fa amicizia con un altro bambino ebreo mi fa pensare a un altro film. Si tratta di un film italiano in cui un ragazzino anch’esso innocente e alieno dalle occupazioni criminali del padre mafioso, fa amicizia con un ragazzino che è stato rapito da suo padre per chiedere un riscatto alla famiglia.  Il film è Io non ho paura di Gabriele Salvatores (2003) tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti pubblicato nel 2001.

In questa storia non è il nazismo e la guerra a fungere da elemento di violenza e d’impostura tra diverse persone ma la mafia pugliese. Quando la polizia si stringerà attorno al cerchio di persone attorno al padre di Michele perché ha capito che sono responsabili del rapimento di Filippo, Michele non esiterà a correre dall’amico per cercare di salvarlo ma il padre di Michele nella notte cerca di sopprimere l’ostaggio. Spara, ma uccide suo figlio.  Anche in questo caso ci sono piccole differenze tra il film e il libro ma il senso profondo della storia rimane, chiaramente, inalterato.

Bruno (Il bambino con il pigiama a righe) e Michele (Io non ho paura) sono entrambi vittime del potere dei rispettivi padri, della loro corruzione e implicazione in organizzazioni criminali. Forse, solo con la morte dei rispettivi figli saranno in grado di riconsiderare le loro azioni passate sotto una nuova luce. Forse Ralf (padre di Bruno) rifletterà sui crimini che ha commesso contro gli ebrei e si convincerà delle astrusità del nazismo e forse Sergio (padre di Michele) sarà in grado di comprendere quanto la mafia sia qualcosa di deleterio per la società. Forse.

 

Lorenzo Spurio

28-01-2011

Shoah, il giorno della memoria

27 Gennaio 2011


Giorno della Shoah – Per non dimenticare


Sul sito internet del Corriere della sera è stato oggi riportata un’intervista in formato video della signora Liliana Segre che visse  i tragici eventi dell’occupazione e della violenza nazista e della deportazione in un lager tedesco. Si tratta di un frammento importante per ricordare questa giornata dedicata alla memoria e alla lotta all’oblio di intere pagine di storia europea e mondiale.

Link: http://video.corriere.it/liliana-segre-viaggio-auschwitz/81f4a1ae-2956-11e0-b732-00144f02aabc

Un sito WordPress.com.

Su ↑