Un baile dominicano, el merengue

La música dominicana inicialmente se conformó mediante la fusión de influencias de España y África, a las que siguieron las de otros países, como Francia y Haití. De España obtuvieron los instrumentos de cuerda, y los adptaron a su medio y a las posibilidades de este país: la guitarra y el tiple. De África con los esclavos de raza negra llegó la tambora, que junto con  el güiro y el acordeón, completan el ritmo del merengue. La danza popular de la República Dominicana se consiguió mediante la fusión de la plena, que son canciones de trabajo de origen africano, y la décima, que es una canción española de estrofas de 10 versos del siglo XVII. La  danza que se corresponde con este tipo de música es el merengue que tiene un poco de ritmos europeos junto con afroamericanos.

El merengue de la República Dominicana  tiene su origen alrededor de 1844 y es uno de los bailes más populares de esta zona. Tiene dos partes: la primera, con líneas cantadas sobre patrones de acordes variables y la segunda que es una sección más rápida.

El merengue se baila en parejas de dos personas y en República Dominicana todos lo saben bailar (jovenes y mayores) y es bailado en muchísimas ocasiones de fiesta pero también en el ámbito domestico, en bares y discotecas. Todos los países tropicales tienen sus bailes y sus música, por ejemplo en Haití están otros tipos de bailes.

Normalmente en el baile del merengue domenicano no hay reglas cerca de la vestimenta que hay que poner pero en algunas fiestas o eventos puedes tener un particular tipo de traje.

Merengue no es el único baile de República Dominicana, son cultivados también otros estilos como la bachata y la salsa. Hoy en día hay un grupo de bachata que ha puesto el país muy alto, se llama Aventura.


FABIOLA TAVERAS ALCANTARA

Santo Domingo, 10-03-2011


Traduzione in italiano dell’articolo.

La musica dominicana inizialmente si costituì mediante la fusione di influenze spagnole e dell’Africa, alle quali seguirono quelle di altri paesi come la Francia e Haiti. Dalla musica spagnola si ripresero gli strumenti musicali a corda (chitarra e tiple) che vennero adottati e impiegati a seconda delle possibilità di questo paese. Dall’Africa degli schiavi neri venne ripreso l’uso del tamburo che assieme al guiro e alla fisarmonica completarono il panorama della musica dominicana del merengue.

La danza popolare della Repubblica Dominicana nacque grazie alla fusione della plena (un genere musicale folkloristico di Porto Rico influenzato dalla musica africana e spagnola che si basa sulle percussioni di panderetas e del guiro), canzoni di lavoro di origine africana, e la decima, una canzone spagnola di dieci versi del secolo XVII. La danza che corrisponde a questo tipo di musica è il merengue che somma dei ritmi europei a dei ritmi afro-americani-

Il merengue della Repubblica Dominicana ha la sua origine attorno al 1844. E’ il ballo più popolare di tutto il paese.

Si compone di due parti, la prima costituita da frasi cantate su accordi musicali variabili e la seconda che si caratterizza per l’andamento più rapido.

Il merengue si balla in coppia e nella Repubblica Dominicana tutti lo sanno ballare (giovani, anziani) ed è ballato in moltissime occasioni di festa ma anche all’interno dell’ambito domestico, nei bar e nelle discoteche. Tutti i paesi tropicali hanno i propri balli e la propria musica, ad esempio nel vicino Haiti ci sono degli altri tipi di balli.

Normalmente nel ballo del merengue dominicano non ci sono regole per quanto concerne il vestiario dei ballerini ma in alcune feste ed eventi può essere previsto un particolar indumento da indossare durante la danza.

Il merengue non è l’unico ballo della Repubblica Dominicana, sono coltivati anche altri stili come la baciata e la salsa. Oggigiorno, gli Aventura, un gruppo di baciata, sta avendo un grande successo nel paese.


FABIOLA TAVERAS ALCANTARA

Santo Domingo, 10-03-2011

Tradotto da LORENZO SPURIO

Jesi, 13-03-2011

Ricordando gli attentati dell’11-M

Oggi la Spagna celebra il ricordo per i sette anni trascorsi dai tragici attentati di Madrid dell’11 Marzo 2004. Ripercorriamo i tristi momenti di quella triste giornata che segnò irreversibilmente la vita di numerosi spagnoli.

Alla mattina di giovedì 11 Marzo 2004, tre giorni prima delle elezioni politiche nazionali, dieci zaini carichi di tritolo vennero fatti saltare in aria su quattro treni cercanías (breve distanza, una sorta di regionale italiano) di Madrid, in tre diverse stazioni ferroviarie. L’esplosioni avvennero nell’ora di punta, alle 7.40, nella stazione ferroviaria madrilena di Atocha dove esplosero tre bombe, alla stazione di El Pozo de Tío Raimundo dove esplosero due bombe e alla stazione di Santa Eugenia dove esplose un’altra bomba.

Negli attentati trovarono la morte 192 persone: 177 morirono sul colpo, le altre dopo i successivi ricoveri d’urgenza; i feriti furono 1800 e vennero trasportati nei vari ospedali di Madrid. Si trattò dell’attentato terroristico più grande che la Spagna democratica avesse mai conosciuto. L’Europa si strinse al cordoglio dei cugini spagnoli e subito incrementò le misure di sicurezza nei diversi paesi e nelle capitali. Dopo New York e Madrid, le capitali francese, inglese e italiana si aspettavano un imminente attacco.

Nei giorni che seguirono si diffusero varie idee circa la paternità degli attentati: secondo alcuni i mandanti delle stragi erano i capi dell’Eta mentre secondo altri gli attentati erano di origine fondamentalista islamica.

In primo luogo venne accreditata la tesi dell’Eta; il governo stesso puntò il dito contro l’organizzazione separatista basca, per varie ragioni: l’Eta aveva sempre minacciato il governo spagnolo di voler portare avanti un attentato a Madrid e il tipo degli esplosivi impiegati erano analoghi a quelli che solitamente utilizzava l’Eta. Dopo alcuni giorni la tesi dell’Eta si affievolì lentamente e venne scartata.

La seconda idea circa la paternità dell’attentato era quella del fondamentalismo islamico. Secondo la gente e l’informazione gli attentati erano il prezzo che gli spagnoli dovevano pagare per aver partecipato all’occupazione militare dell’Iraq assieme agli Usa.

Diversamente dall’Eta che è solita avvisare prima degli attentati, in questo caso non ci fu nessun messaggio d’anticipazione ne di avviso. Subito si capì che l’attentato rispondeva in maniera appropriata alle strategie terroristiche islamiche basate sullo scopo di produrre il maggior numero di vittime ponendo esplosivi in spazi aperti e particolarmente affollati. Brevemente la tesi di origine islamica degli attentati venne accreditata e si osservò che gli attentati, accaduti il 11 Marzo, cadevano perfettamente due anni e mezzo dopo degli attentati terroristici di New York. Il giorno 11 richiamava dunque un altro attentato di loro matrice.

Ben presto arrivò la rivendicazione dell’attentato per mezzo di un video in cui un uomo dall’accento marocchino proclamava la lotta di religione in Europa, riconosceva l’attentato e si proclamava portavoce di Al-Qaida in Europa.

La mobilitazione internazionale fu grande: gli Stati Uniti offrirono appoggio diretto alla lotta contro il terrorismo; Italia, Francia, Germania e Olanda issarono le bandiere nazionale a mezz’asta e l’economia soffrì un calo significativo delle borse.

In tutte le città spagnole la gente scese a manifestare, a Madrid manifestarono 2.300.000 persone stringendo tra le mani bandiere spagnole a lutto e cartelli con su scritto  “Todos íbamos en ese trén”,  “Nos estamos todos : faltan 200”, “España unida jamás será vencida”. Anche a Barcellona, Siviglia, Valencia, Valladolid e Oviedo la gente manifestò addolorata ed indignata.

Oggi Madrid ha ricordato le vittime di quegli atroci attentati.

 

11-03-2011 MADRID – Esperanza Aguirre (Presidenta de la Comunidad de Madrid), Alberto Ruiz-Gallardón  (Alcade de Madrid) e Mariano Rajoy (Presidente del PP) all’omaggio per gli attentati dell’11-M alla Puerta del Sol.

 

11-03-2011 MADRID – La celebrazione alla Puerta del Sol.

 

11-03-2011 MADRID – Manuel Cobo (vicealcade de Madrid), Mariano Rajoy (Presidente del PP), Alberto Ruiz-Gallardón (Alcade de Madrid) e Amparo Valcarce (Delegata del governo) durante la inaugurazione al monumento alla stazione di El Pozo.

 

11-03-2011 MADRID – Familiari delle vittime durante l’inaugurazione del monumento in memoria alle vittime alla stazione di El Pozo.

 

 

LORENZO SPURIO

11-03-2011

Una sconfinata giovinezza (2010)

Il film Una sconfinata giovinezza (2010) del regista Pupi Avanti affronta la storia di Lino (Fabrizio Bentivoglio) e Francesca (Francesca Neri), una coppia sentimentalmente affiatata che viene destabilizzata dall’insorgenza del morbo dell’Alzheimer che colpisce Lino.

Lino Settembre scrive articoli sportivi per il giornale Il Messaggero mentre sua moglie Francesca è professoressa  universitaria di filologia romanza. Il film non si sofferma tanto a dipingere la storia d’amore della coppia e i suoi momenti felici e spensierati ma piuttosto sottolinea come la malattia degenerativa di Lino venga a significare un chiaro elemento di rottura della coppia.

Il film si apre con Francesca che accompagnata da un taxi si reca in un posto in campagna nella provincia bolognese per cercare qualcuno. E’ inverno e la giornata è particolarmente fredda, Francesca, triste ed invecchiata, si ferma ad osservare la campagna. Non sappiamo che cosa sia successo e chi stia cercando.

La storia si sviluppa su di diversi piani temporali che comprendono il tempo presente della relazione tra Lino e Francesca che viene minata dalla malattia di Lino e il tempo passato, la rievocazione del passato e dell’infanzia di Lino.

Nel film Lino perderà progressivamente la memoria, non riuscirà più a mantenere il suo lavoro di giornalista sportivo, e diventerà aggressivo nei confronti degli altri, compreso con sua moglie che da lui viene picchiata. Il film vuol mettere in luce come una coppia un tempo felice e spensierata possa trovarsi a fare i conti con una malattia non mortale ma che porta progressivamente alla perdita della memoria e quindi del ricordo e degli affetti.

Francesca decide di rimanere vicina al marito lungo questo percorso anche se le sue condizioni vanno peggiorando di giorno in giorno. Quando la malattia porta Lino ad usare la violenza su di lei Francesca decide che è meglio lasciare la casa e va a vivere momentaneamente da sua sorella. Lino viene accudito da due badanti.

Con ampie retrospezioni veniamo a conoscenza della vita precedente di Lino, della sua infanzia. I suoi genitori morirono quando lui era ancora molto piccolo in un tragico incidente stradale dal quale si salvò solo il cane, Perché. Il fratello del padre tenne per un periodo il ragazzo, accompagnandolo poi da sua zia materna, in campagna bolognese, a Sasso Marconi. Lì visse per un periodo, stringendo amicizia con due ragazzi del luogo dopodiché venne indirizzato agli studi.

C’è un buco, una grande ellissi tra l’infanzia di Lino e la sua relazione pluridecennale con Francesca che sappiamo essere stato coperta solo dal suo lavoro giornalistico e dall’amore verso Francesca. La coppia non ha mai avuto figli.

La malattia di Lino si fa sempre più grave e, superata ormai la fase aggressiva e violenta, si ritrova a compiere azioni e comportamenti caratteristici dell’infanzia: studia le tabelline, gioca con dei tappi su di una pista disegnata sul pavimento. Quando Lino scrive una lettera a sua moglie, ricordandola vagamente, lei va a visitarlo e decide di ritornare a vivere con lui. Se prima Lino era stato violento e pericoloso anche nei suoi confronti, ora è completamente inerme e docile, come un bambino. E’ l’occasione di Francesca per considerarsi madre di quel bambino che non ha mai avuto e di prendersi cura di lui in maniera materna: lo fa giocare, lo aiuta con le tabelline. E’ proprio qui che risiede il significato del film, di quell’eterna giovinezza che caratterizza Lino il quale ha perso la sua identità, il suo presente e l’unica cosa che gli consenta di sentirsi veramente qualcuno è il passato, gli sprazzi indistinti della sua infanzia. Per questo il film parla di una sconfinata giovinezza, di un’età infantile che si protrae, a causa della malattia, a dismisura fino alla maturità ed oltre. Questo può richiamare alla mente il film Il curioso caso di Benjamin Button dove mentre le persone normali si invecchiano con il passare del tempo, Benjamin Button, nasce vecchio, con vari disturbi tipici di un’età avanzata (artrosi, sordità, etc) e con il passare del tempo diventa sempre più giovane, ripercorrendo le varie fasi di crescita ma secondo un ordine inverso.

Quando alcuni ricordi confusi dell’infanzia fanno capolino nella mente caotica di Lino, decide di ritornare sul luogo della sua infanzia, a Sasso Marconi. Affronta il viaggio da solo senza comunicarlo a nessuno; prima va in treno e, una volta alla stazione di Bologna, prende un taxi che lo accompagna fino a Sasso Marconi. Lì cerca quelli che erano stati i suoi compagni e il suo cane che aveva dovuto abbandonare quando aveva iniziato gli studi. Nessuno se lo ricorda, lui è profondamente malato. Alla fine Francesca riesce a rintracciarlo a Sasso Marconi e si mette in viaggio assieme al fratello per andarlo a cercare. In questa maniera si conclude il film, ricollegandosi con la scena d’apertura. Lino, malato di Alzheimer, si è perso e nessuno riesce a trovarlo.

Un film molto appassionato e strutturato che riesce a tenere saldi capi di matasse diverse, quella dell’amore e della sua fragilità, quella della malattia, quello della perdita di memoria, d’identità e dei ricordi e quello della mancanza di maternità. Un film che dipinge magistralmente una condizione disperata e particolarmente realistica che potrebbe svilupparsi in una qualsiasi famiglia, addirittura con lo stesso finale d’incertezza e d’inquietudine per l’amato scomparso.

 

 

LORENZO SPURIO
11-03-2011

República Dominicana

INIZIA OGGI LA COLLABORAZIONE CON FABIOLA TAVERAS ALCANTARA, RAGAZZA DOMENICANA CHE PARLERA’ DELLA CULTURA DEL SUO PAESE.

EMPIEZA HOY LA COLABORACIÓN CON FABIOLA TAVERAS ALCANTARA, CHICA DOMINICANA QUE NOS HABLARÁ DE LA CULTURA DE SU PAÍS.

República Dominicana es un país caribeño situado en la isla La Española, compartiendo isla con Haití. La Española es la segunda isla mas grande del Archipiélago de las Antillas, estando situada al Oeste de Puerto Rico y al Este de Cuba y de Jamaica. Los Dominicanos se refieren a veces a su isla como Quisqueya, un nombre para la Española usado por los indígenas Taínos que significa «madre de todas las tierras».

Si te preguntan por República Dominicana, seguro que lo primero que piensas son en playas paradisiacas y hoteles / resorts de todo incluido, pero República Dominicana es mucho más que sol y playa. Empezando por Santo Domingo de Guzmán, fundada en 1496 fue la primera ciudad del nuevo mundo, nos habré las puertas a la ruta monumental, con su zona colonial declarada Patrimonio de la Humanidad por la UNESCO.

Para los interesados en visitar República Dominicana, pueden pasar su estancia con todo tipo de lujos en uno de los exclusivos complejos turísticos de la República Dominicana, situados principalmente todos ellos en Punta Cana, pero si por el contrario te gusta más la aventura, este país posee tantas mezclas culturales, parajes naturales y personalidad que vale la pena explorarlo a fondo, siendo la región más suroeste de República Dominicana, la zona más desconocida de la isla y la menos turística, una región muy deprimida económicamente pero por su diversidad de paisajes, la hacen junto a la zona de Samaná, el lugar con mas encanto y magia del país.

FABIOLA TAVERAS ALCANTARA

Santo Domingo, 09-03-2011

Traduzione in italiano dell’articolo:

La Repubblica Dominicana è un paese dei Caraibi situato sull’isola di La Española (o Hispaniola), assieme al paese di Haiti. La Española è la seconda isola più grande dell’arcipelago delle Antille e si trova ad ovest di Porto Rico e ad est di Cuba e Giamaica. I domenicani sono soliti riferirsi alla loro isola chiamandola con il nome di Quisqueya, un nome che veniva usato dagli indigeni Taínos e che significa “madre di tutte le terre”.

Se qualcuno ti parla della repubblica Dominicana sicuramente la prima cosa che ti salta alla mente sono le spiagge paradisiache, gli hotel e i resort con tutti i confort ma la Repubblica Domenicana è molto di più di sole e spiagge. Santo Domingo de Guzmán, prima città del nuovo mondo venne fondata nel 1462 e aprì le porte alle rotte commerciali e con il vecchio continente. La città e la limitrofa zona coloniale sono state dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.

Per chi fosse interessato a visitare il paese, è possibile trascorrere il soggiorno in un hotel di lusso in uno degli esclusivi complessi turistici della Repubblica Dominicana, situati principalmente attorno a Punta Cana ma, a chi interessa l’avventura questo paese possiede tanti mix culturali, posti naturali che vale la pena esplorare a fondo, essendo la regione più a sud-ovest della Repubblica Dominicana, la zona meno conosciuta dell’isola e la meno turistica, una regione dall’economia precaria ma che per la sua eterogeneità di paesaggi la rende, assieme alla zona di Samaná, un luogo ricco di incantesimo e di magia.

FABIOLA TAVERAS ALCANTARA

Santo Domingo, 09-03-2011

Tradotto da LORENZO SPURIO

Jesi, 10-03-2011

Gli horror spagnoli lasciano (molto) a desiderare: Buried-Sepolto (2010)

Il film Buried (Buried – Sepolto, 2010) del regista spagnolo Rodrigo Cortés presenta il tema del seppellimento prematuro, ampiamente trattato nel cinema e in letteratura, un vero e proprio leitmotiv del filone gotico e thriller.

Nei primi due minuti del film lo schermo è completamente nero quasi che lo spettatore sia portato a pensare che il dvd si sia inceppato e ci sia qualcosa che non vada. Poi, sempre rimanendo completamente nero, cominciano a sentirsi dei rumori, dei respiri e dei colpi di tosse. A un certo punto viene acceso un accendino e comprendiamo che c’è un uomo rinchiuso in una bara.

L’uomo è Paul Conroy, autotrasportatore americano che è stato sequestrato da un gruppo di ribelli in Iraq. I ribelli hanno probabilmente ucciso i suoi amici autotrasportatori e lui è stato messo sepolto in una cassa. In un primo momento siamo portati a pensare che si trattino di ribelli e fondamentalisti islamici ma viene poi chiarito che sono semplicemente morti di fame che tramite la richiesta di riscatto pensano di potersi arricchire.

Per tutta la durata del film il protagonista, Paul Conroy, si trova richiuso in una bara di legno sotterrata nel deserto. Ha a disposizione solo tre oggetti nella cassa che si riveleranno importanti: un cellulare, sebbene non sia il suo, una penna e un accendino. Nel film non c’è azione e assistiamo a varie scene in cui Paul, disteso orizzontalmente e incassato, cerca di fare di tutto per salvarsi. Con l’accendino fa luce e permette a noi spettatori di vedere che cosa succede all’interno della cassa. Con il telefono riesce a mettersi in contatto con la famiglia, col governo e lì riceve le richieste del suo ricattatore. Con la penna appunta sul legno i vari numeri di telefono che le agenzie e il governo gli dicono di chiamare.

Il sequestratore telefona a Paul chiedendo un riscatto di cinquecento milioni di dollari entro un tempo di scadenza che gli fornisce e più volte si mette in contatto audio per mezzo del telefono minacciando la morte di vari membri della sua famiglia.

Lentamente la batteria del cellulare si scarica proprio mentre la cassa comincia a imbarcare la sabbia del deserto soprastante. La localizzazione della cassa nel deserto iracheno è difficoltosa per gli enti americani i quali non sembrano interessati ad aprire una trattativa con i sequestratori.

La ditta per la quale Paul lavora gli comunica che non può aiutarlo e che non è un loro dovere. Le speranze di potersi salvare sono azzerate.

La sabbia continua a filtrare fa le fessure delle varie strisce di legno che formano la cassa e lentamente ricoprono il corpo di Paul, riducendo al tempo stesso la quantità di ossigeno disponibile. Intanto il sequestratore continua a minacciarlo dicendogli di tagliarsi delle dita della mano e di filmare il tutto ed inviare il video al sequestratore, altrimenti farà del male alla sua famiglia.

Infine una telefonata di Brenner, un uomo del dipartimento di stato, gli comunica che lo hanno localizzato e che stanno per arrivare. La sabbia ha quasi occupato l’intera cassa. Tra la faccia e la cassa rimangono pochi centimetri di vuoto. Gli americani gli dicono che sono arrivati che stanno per scavare ma, una volta arrivati sul presunto posto, capiscono di essere giunti sul posto sbagliato, sul luogo in cui Brenner aveva salvato precedentemente un uomo dalla stessa sorte. Resosi conto dell’errore, al telefono Bremer gli dice con tono accorato «Mi dispiace Paul, mi dispiace Paul». La cassa si riempie di sabbia. Tutto si fa nero, come all’inizio e il film finisce.

Il film è chiaramente irreale, inverosimile se non addirittura surreale, per vari motivi che cercherò di analizzare. In primo luogo è tecnicamente impossibile che un accendino duri per una durata di novanta minuti, ossia la durata stessa del film. L’ossigeno contenuto nell’aria che si trova nella cassa, alla stessa maniera, non può essere sufficiente a Paul per un tempo pari a un’ora e mezza. A questo riguardo va inoltre tenuto presente che il fuoco della fiamma dell’accendino contribuisce a sperperare il contributo di ossigeno nell’aria. In terzo luogo i tre elementi, accendino, penna e cellulare, gli unici oggetti grazie ai quale la storia può svilupparsi sembrano essere messi nella cassa in maniera forzata ed illogica. Sono un espediente per sviluppare la storia ma sono al tempo stesso una chiara forzatura.

Altro elemento sul quale riflettere è il fatto che il cellulare ha campo anche trovandosi in un ristretto luogo chiuso, coperto e sottoterra. Anche questa sembra essere una chiara incongruenza.

Il tema del seppellimento prematuro è un tema che è stato ampiamente trattato non solo nel cinema ma anche in letteratura. Bisognerà ricordare il famoso racconto “The Premature Burial” dello scrittore americano noir Edgard Allan Poe. Il motivo è stato ampiamente usato all’interno della letteratura gotica, spesso in connessione al tema della catalessi. Lo scrittore americano era ossessionato dal tema che lo mise in scena in numerosi suoi racconti. La paura di essere sepolti vivi, la tafofobia, era una delle sue principali ossessioni.

Nel cinema un altro seppellimento prematuro in una cassa di legno è quello presente in The Vanishing[1] (The Vanishing – Scomparsa, regia di George Sluizer, paese: Usa, anno: 1993) dove pazzo di nome Barney Cousins decide di sperimentare fino a dove può spingere il suo coraggio. Rapisce una ragazza e la seppellisce viva in una cassa. Il fidanzato della ragazza, una volta che è riuscito a ritrovare il mitomane lo implora di dirgli che ne è stato della sua ragazza. Barney gli dice che per saperlo c’è solo un modo: lasciarsi fare tutto quello che ha fatto alla ragazza. Alla fine Jeff accetta e Barney lo droga, lo addormenta e infine lo rinchiude vivo in una cassa seppellendola nella terra. Alla fine, grazie alla nuova ragazza di Jeff, quest’ultimo riuscirà a salvarsi, a uccidere Barney e a trovare il corpo sepolto e ormai senza vita della prima fidanzata.

Seppure il tema del seppellimento prematuro sia trattato pressoché in maniera analoga, la trama del film è molto più elaborata, sostenuta e accattivante. Non punta sullo shock o sulle immagini inquietanti del sepolto vivo ma piuttosto è capace di mantenere una costante suspance tipica del thriller americano.

A mio modesto parere Buried è un film troppo semplice, con evidenti contraddizioni, che predilige le scelte facili, dove non accade molto e dove ci si aspetta sempre qualcosa che non arriva mai. Per chi fosse interessato a vedere un buon seppellimento prematuro posso consigliare il film The Vanishing (1993) che ha una strutturazione e una storia molto più avvincente.

LORENZO SPURIO
08-03-2011

[1] Il film The Vanishing (1993) è tratto dalla romanzo breve The Vanishing (titolo originale: Het Gouden Eì, 1984) di Tim Krabbé. Dal romanzo è stato tratto un precedente film dal titolo The Vanishing, regia di George Sluizer, paese: Usa, anno: 1988.

La Spagna frena. 110 km/h sulle autovías

 

Oggi lunedì 7 marzo 2011 in Spagna è entrato operativo il nuovo limite di velocità in autostrada, prima fissato a 120 km/h. Una mozione del governo è riuscita ad ottenere l’abbassamento della velocità massima in strade ad alto scorrimento di 10 km/h. L’attuale velocità massima consentita è pari ai 110 km/h, ben al di sotto dei corrispettivi limiti di velocità dei gli paesi europei:

 

Austria: 130  km/h

Francia: 110-130 km/h

Germania: Non esistono limiti ma la velocità massima consigliata è 130 km/h

Grecia: 120 km/h

Italia: 130 km/h

Olanda: 120 km/h

Portogallo: 120 km/h

Spagna: 110 km/h

Svizzera: 120 km/h

Regno Unito: 112 km/h

 

La decisione della rivisitazione del limite massimo è stata adottata per far fronte all’eccessivo consumo di benzina e all’aumento dell’inquinamento ma è chiaramente un segno a favore anche della probabile ed opinabile riduzione di incidenti e di morti.

I segnali stradali non sono stati sostituiti ma sono state applicati degli adesivi con il nuovo limite di velocità sulle autostrade.

Secondo molti spagnoli la nuova misura restrittiva non ha gran senso e addirittura alcuni membri del Partido Popular l’hanno definita un disparate ossia una sciocchezza.

Chi sforerà il limite anche di un solo km/h e fino a un massimo di 141 km/h sarà tenuto a corrispondere il pagamento di una multa pari a 100 Euro mentre chi sforerà addirittura i 141 km/h sarà obbligato a pagare una multa di 300 Euro. Con il superamento dei 151 km/h al guidatore verranno inoltre tolti due punti dalla patente. L’introduzione del nuovo limite dunque, se da una parte, ha come obiettivo quello di ridurre il consumo di benzina e di energia, dall’altro sembra destinato ad incrementare le casse della Guardia Civil e degli enti predisposti al controllo del rispetto dei limiti. Un caso monetario insomma, che non manca di sollevare dubbi, critiche e polemiche.  Secondo le stime questa misura farà risparmiare alla Spagna 1.400 milioni di euro all’anno. Si vedrà.

 

Fonte: http://www.elmundo.es/

 

LORENZO SPURIO

07-03-2011

E’ uscito Segreti di Pulcinella n° 33

E’ uscito oggi il nuovo numero della Rivista online Segreti di Pulcinella, diretta dal sign. Massimo Acciai.

Questo numero è dedicato al tema dell’amore. Sono presenti interessanti contributi di prosa e poesia, recensioni di film recentemente usciti, articoli legati alla storia e alle lingue, interviste, rubriche di arte e fumetti. La rivista è molto eterogenea e molto ricca.

Sono presenti tra i vari materiali, alcuni miei contributi:

– Il racconto “Mi hanno schedato” alla sezione Letteratura-Narrativa

-Il racconto “Il tema più lungo” alla sezione Letteratura-Narrativa

-Il saggio “Letteratura e Logica Fantastica in Lewis Carroll” alla sezione Articoli

-Il saggio-articolo “Las generaciones como etapas de la literatura española” alla sezione Letteratura per la storia

La rivista può essere letta online all’indirizzo: http://www.segretidipulcinella.it/

dove pure può essere scaricata in formato pdf:

http://www.segretidipulcinella.it/sdp33/images/sdp33.pdf

Con questo numero la rivista festeggia i suoi primi otto anni d’attività.

Il prossimo numero della rivista, avrà come tema L’Unità d’Italia. I materiali dovranno essere inviati entro e non oltre il 31 Maggio 2011 a uno dei seguenti indirizzi:

Massimo Acciai, Direttore della Rivista:          massimoacciai@alice.it

Redazione della Rivista:           segretidipulcinella@hotmail.it

Grazie

LORENZO SPURIO

07-03-2011

The River Wild – Il fiume della paura (1994)

Il film The River Wild (The River Wild – Il fiume della paura, 1994) è un film diretto dal regista Curtis Hanson. Si tratta di un thriller completamente ambientato nella natura selvaggia, delle montagne dell’Idaho con la costante presenza del fiume Salmon.

Gail Hartman (Meryl Streep), esperta guida di montagna e conoscitrice delle tecniche del rafting, decide di trascorrere alcuni giorni a contatto con la natura assieme al figlio Roarke (Joseph Mazzello), navigando le acque del fiume Salmon nell’Idaho. Assieme a loro portano il cane di famiglia.  La relazione di Gail con il marito, Tom (David Strathairn), sembra ormai essere in crisi. Tom, geometra, è sempre impegnato a disegnare bozzetti e pensa al suo lavoro.  Al momento della partenza con il gommone per il viaggio lungo il fiume Gail e Tom conoscono un uomo anch’egli in procinto di navigare il fiume e che si professa un conoscitore della natura e delle rapide del Canyon.

Con sorpresa di Gail e di Roarke, Tom rispettivamente marito e padre dei due, giunge sul posto, intenzionato a trascorrere quella vacanza a contatto con la natura assieme alla sua famiglia, portando rigorosamente con se i suoi bozzetti a cui lavorare.

Durante il percorso lungo il fiume, sovrastato da possenti montagne e da una natura incontaminata, la famiglia incontra Wade (Kevin Bacon), l’uomo conosciuto precedentemente assieme ad un altro uomo di nome Terry (John C. Reilly). All’apparenza sembrano entrambi persone socievoli e amichevoli ma ben presto tramuteranno l’allegra vacanza della famiglia in un vero incubo.

La famiglia verrà presa in ostaggio, malmenata e sottoposta alle volontà di Wade e Terry i quali squarciano il loro gommone, costringendo la famiglia a viaggiare con loro. Il percorso lungo il fiume, oltre ad essere minacciato dalle rapide tortuose e dai massi spioventi, è terrorizzante per la minaccia dei due sequestratori i quali hanno delle armi con loro e stanno fuggendo perché sono due latitanti. La vacanza lungo il fiume diventa uno spregevole viaggio dominato da ansie, inquietudini e paura di morire.

Il film vuole forse suggerire come anche un posto estremo e incontaminato come la natura selvaggia dell’Idaho non possa del tutto sottrarsi alla malvagità insita nel genero umano. Uno spazio edenico, la purezza della wilderness divengono, quasi in maniera paradossale, il luogo del male e del crimine (la fuga dei latitanti, il sequestro e la minaccia con le armi).

Per un attimo sembra che il destino della famiglia possa risorgere quando sulla scena arriva un ranger del parco di nome Johnny (Benjamin Bratt). La famiglia sotto minaccia delle armi non può rivelare all’uomo che sono stati sequestrati e poi Wade uccide il ranger gettandolo nelle rapide.

Wade a Terry chiedono a Gail di guidare il gommone verso un punto del fiume particolarmente pericoloso, ricco di rapide e dove anni prima una coppia ha avuto un grave incidente in cui una persona è morta e l’altra è rimasta paralizzata.

Verso la fine la situazione precipita e Tom cerca di uccidere Wade, c’è una lotta tra i due ma momentaneamente entrambi si salvano. La battaglia termina con Gail che getta un borsone nell’acqua e da esso fuoriescono le banconote che i due tizi avevano rapinato e la stessa che spara mortalmente a Wade. Il male è stato eliminato, la famiglia si scopre più unita che mai e Terry viene arrestato dalla polizia.

Il regista sembra voler suggerire che avvenimenti forti e psicologicamente destabilizzanti quali il sequestro, la minaccia sotto armi, il tentato omicidio possono essere elementi che hanno alla fine un risvolto positivo nella coesione dell’unità familiare che all’inizio della storia era profondamente compromessa. In altre parole la violenza, la minaccia e la paura della morte rendono palese ai vari personaggi quanto sia grande il valore della vita e con esso il ruolo della famiglia.

Probabilmente se niente di tutto questo non fosse accaduto la coppia Gail-Tom, rinchiusa nella solita monotonia e fissità domestica, avrebbe finito per separarsi o divorziarsi mentre l’happy ending che solitamente nel thriller non è mai garantito, qui risulta una chiave d’interpretazione buonista e conciliatoria di come le relazioni umane possano cambiare in base agli eventi che accadono o che non accadono.

Il film fu accolto dalla critica con opinioni divergenti e contrastanti. Alcuni parlarono di una trama debole ma enfatizzarono il setting naturalistico e selvaggio che fa dell’intera storia il punto di maggior forza evitando di presentare una banale thriller story ma ampliando l’interesse cinematografico anche verso l’aspetto visivo e legato all’azione. Le scene di rafting lungo il pericoloso fiume richiamano all’attenzione il tradizionale tema di sfida dell’uomo alla natura e ci immergono in uno spazio estremo e particolarmente minaccioso.  Inoltre, la presenza dell’attrice Meryl Streep nei panni di Gail arricchisce ulteriormente la pellicola.

Il critico americano Roger Ebert diede un’analisi abbastanza negativa del film sostenendo che « film come questi sono troppo prevedibili […] The River Wild fu costruito a partire da molte idee, personaggi e situazioni riciclate da altri film».[1]

Secondo il mio modesto parere si tratta di un ottimo film, ricco di elementi e chiavi di spunto per un’eventuale analisi più dettagliata. Coniuga generi diversi che vanno dal thriller, all’azione fino al film naturalistico in cui i vari aspetti sono coniugati e tessuti in un’unica trama particolarmente avvincente e innovativa. Seppur il critico Robert Ebert sostiene che i temi, i personaggi e gli elementi messi in scena non sono altro che una rivisitazione di altri film, a tutt’ora non ho trovato nessun film analogo che mi abbia trasmesso la stessa suspance e desiderio di vedere il film con coinvolgimento sino alla fine.

 

LORENZO SPURIO

03-03-2011

 


[1] La traduzione dell’estratto è mia. Il testo originale è: «movies like this are so predictable in their overall stories that they win or lose with their details…The River Wild was constructed from so many ideas, characters and situations recycled from other movies that all the way down the river I kept thinking: Been there.», in Rogert Eber, “The River Wild”, Chicago Sun Times, 30 September 1994.

Le vicende processuali di Amanda Knox diventano un film (molto criticato)

Amanda Knox: Murder on Trial in Italy (2011)

Regia di Robert Dornhelm

Paese: Italia/Usa

Il 21 febbraio scorso è stato proiettato in prima visione sul canale americano Lifetime il film Amanda Knox: Murder on Trial in Italy, basato sull’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher che analizza principalmente la figura e il ruolo ricoperto da Amanda Knox, studentessa americana che con lei condivise la stessa casa nel centro di Perugia.

Il titolo nella versione italiana è stato tradotto con Via della Rosa sebbene a Perugia non esista una via con questo nome e il delitto avvenne in una casa in Via della Pergola. Non si sa ne quando e se il film verrà tradotto in italiano e se passerà nelle sale cinematografiche dato che sta riscuotendo pesanti critiche da più fronti: dall’amministrazione comunale e dai cittadini di Perugia che si sentono macchiati dell’infamia di Perugia come città dell’orrore e della depravazione, dagli avvocati della stessa Amanda Knox che, visto il trailer, hanno annunciato sanzioni legali contro chi lo ha prodotto ma soprattutto dal fatto che il film lede la decenza, il rispetto e la memoria della  povera Meredith Kercher.

Le autorità del capoluogo umbro, congiuntamente agli avvocati dei vari imputati, non hanno permesso di girare il film a Perugia. Le scene sono state girate nel complesso del Buon Pastore un complesso edilizio vicino Roma mentre le scene che riguardano la casa e le colline umbre sono state girate a Poggio Nativo,  in provincia di Rieti. Perugia compare solo per brevi fotogrammi (l’iniziale panoramica sulla città, un fotogramma della statua in bronzo di papa Giulio III dinanzi la cattedrale di San Lorenzo, via dell’Acquedotto, la fontana maggiore). Sono immagine istantanee che servono a veicolare l’idea che la storia contenuta nel film è ambientata a Perugia, proprio come avvenne secondo la cronaca.

Di Perugia non vengono invece raffigurati spazi molto importanti per la vicenda quale il Tribunale, piazza Grimana e Palazzo Gallenga-Stuart, sede dell’università per Stranieri di Perugia.

Il film passa in rassegna le varie vicende della studentessa americana Amanda Knox a partire dalla festa che a Seattle la famiglia fece in suo onore prima che la ragazza partisse per l’Italia, alla volta di Perugia per studiare all’interno del progetto Erasmus. La scena del ritrovamento del cadavere di Meredith Kercher apre il film e poi  la storia si sviluppa seguendo gli eventi successivi, gli interrogatori, ritornando a volte a riproporre flashback.

Il film sembra attenersi fedelmente alle vicende che la cronaca ci ha consegnato in tanti mesi d’indagini: il riconoscimento della corte come principali imputati Amanda Knox e Raffaele Sollecito, l’accusa di omicidio di Amanda nei confronti del barista congolose Patrick Lumumba (decaduta e poi ritratta), la condanna del nigeriano Rudy Guede fino al processo conclusivo con la condanna carceraria pari 26 anni per Amanda Knox e 25 anni per Raffaele Sollecito.

Il film non propende per nessuna delle due parti ossia la colpevolezza o la non colpevolezza di Amanda anche se non manca di mostrare un certo ghigno di soddisfazione di Vincent Riotta che nel film ricopre il ruolo dell’avvocato Giuliano Mignini, difensore della vittima.

Il film si chiude con la condanna di primo grado di Amanda Knox e Raffaele Sollecito avvenuta il 4 dicembre 2009 ma, stando alla cronaca, i rispettivi avvocati non hanno accettato la sentenza della Corte d’Assise di Perugia e quindi è previsto un processo d’appello. La storia non è dunque finita. Rimane aperta, così come il mistero macabro legato alla morte di Meredith Kercher.

A memoria e rispetto della dignità umana, in questo caso violentemente sottratta alla vita, ci auguriamo che non ci sia un sequel del film e che si arrivi alla verità. Alla verità dei fatti. Non a quella cinematografica.

Trailer del film: http://tv.repubblica.it/copertina/usa-arriva-in-tv-il-film-su-amanda-knox/60955?video

LORENZO SPURIO

28-02-2011

L’innocenza del diavolo (The Good Son), 1993

Il film L’innocenza del diavolo (The Good Son, 1993)[1] è un film del regista Joseph Ruben la cui scenografia venne scritta da Ian McEwan, noto autore di romanzi tra i quali The Cement Garden (1978), Amsterdam (1998), Atonement (2001) e Solar (2010).

Due sono i personaggi attorno ai quali gira tutta la storia: i cugini Mark Evans e Henry Evans, entrambi di dodici anni. Nel film sono interpretati rispettivamente da un giovanissimo Elijah Wood, meglio noto nelle vesti di Frodo Baggins nella trilogia cinematografica di The Lord of the Rings, e Macaulay Culkin[2], meglio conosciuto nei panni di Kevin MacCallister in Home Alone (Mamma ho perso l’aereo, 1990) e il suo seguito Home Alone 2: Lost in New York (Mamma ho riperso l’aereo. Mi sono smarrito a New York, 1992).

Per chi conosce McEwan e la sua scrittura non sarà difficile individuare alcuni dei temi cari all’autore: l’infanzia, il lutto familiare, l’esistenza da orfani, il tema della morte, il contrasto tra personaggi, l’impostura e la personalità disturbata e morbosa.

Va ricordato che McEwan non gradì il modo con cui la sua sceneggiatura venne adattata dal regista. È evidente che la grandezza e la fama di McEwan oggigiorno non risieda nella sceneggiatura di The Good Son, che sarebbe completamente sconosciuta se non fosse stato girato il suddetto film, ma nella sua grande sperimentazione di generi (racconto, romanzo, articolo, oratorio, play, libretto) e la sua vicinanza nei confronti di tematiche sociali di particolare importanza (femminismo, lotta dei sessi, guerra, islamismo, energia rinnovabili). Sebbene il film e la sceneggiatura scritta da McEwan siano distanti tra loro – come lo stesso autore ha definito – mi sembra importante e necessario far riferimento all’autore inglese in quanto la trama del film è tratta completamente dal suo testo.

Il film si apre con il piccolo Mark Evans che, accompagnato dal padre, si reca in ospedale a visitare la madre. La donna, sofferente, è giunta agli ultimi momenti della sua battaglia contro il cancro. Dopo pochi giorni muore. Mark soffre molto mentre suo padre, Jack Evans, sembra non essere molto addolorato e, piuttosto di stare con suo figlio, preferisce partecipare a un viaggio d’affari in Giappone. Prima di partire consegna Mark alle cure di sua cognata dopo un lungo viaggio di tre giorni e l’attraversamento di undici stati[3]. Mark vivrà da loro per due settimane.

Nella nuova famiglia Mark è accolto positivamente e con affetto dalla zia Susan Evans, dallo zio Wallace Evans e dalla cuginetta più piccola Connie Evans. Inizialmente anche il cugino Henry Evans sembra essere contento della sua presenza in casa e i due giovani si abbandonano a scherzi e giochi per vari giorni.

La zia Susan reputa necessario uno psicanalista per Mark poiché è molto triste e chiuso in seguito alla morte della madre.

Susan e Wallace Evans hanno perso un figlio alcuni anni prima, Richard Evans, morto annegato nella vasca da bagno. Susan è ancora sofferente per quella perdita.

Giorno dopo giorno Mark scopre che dietro il viso d’angelo e l’aspetto premuroso del cugino Henry si cela una persona malata, un bambino psicopatico e pericoloso dagli impulsi aggressivi e dichiaratamente sadico nei confronti degli animali, delle persone ed anche dei membri della sua famiglia.

Mark assiste incredulo agli atteggiamenti del cugino che è molto violento (tira sassi nei vetri di un’azienda, fa giochi pericolosi, corre incurante del pericolo sui binari del treno). In tutto questo Mark è inconsapevolmente complice e scopre giorno dopo giorno quanto suo cugino sia imprevedibile e cattivo nei confronti degli altri.

In una scena Henry inizia Mark al fumo. La cosa è particolarmente grottesca per la giovanissima età dei due bambini e non può non far pensare al racconto di Ian McEwan “Homemade” dove Raynold, bambino depravato e spregiudicato, inizia al sesso, all’alcool e al fumo il protagonista della storia.

Due degli avvenimenti più allarmanti in Henry sono l’uccisione di un cane attraverso una balestra di sua produzione e l’innescamento di un grave incidente stradale dopo aver gettato un manichino da Henry chiamato Mr. Cavalcavia su una strada.

La zia non ha ancora superato la morte del figlio Richard e spesso si reca in prossimità dell’alta scogliera dove pensa a suo figlio.

Intanto Mark continua a sottoporsi con poca convinzione alle sedute psicanalitiche della dottoressa Alice Davenport, convinto che non sia malato e non abbia problemi. Piuttosto crede che sia suo cugino bisognoso di cure e di attenzioni mediche. Mark è ormai convinto che suo cugino oltre ad essere pericoloso sia malato per il fatto di provare piacere dal dolore altrui.

Mark cerca di avvisare gli zii dei disturbi del loro figlio e del fatto che ha cercato di uccidere sua sorella Connie ma Susan e Wallace essendo madre e padre di Henry non credono a Mark.

Intanto Henry comincia a picchiare sua sorella e ha deciso di farle del mare. Mark che ha capito i suoi piani cerca di osteggiarlo. Tra Mark e Connie s’instaura un legame di mutuo affetto: entrambi sono buoni, pacati e sembrano che siano loro i due fratelli.

Un giorno Henry porta con sé sua sorella Connie a pattinare e mentre sta pattinando molto velocemente lascia cadere Connie sulla pista di ghiaccio. La lastra di ghiaccio si rompe e Connie cade nell’acqua. Alla fine, dopo momenti di paura che sembrano anticipare una nuova morte per acqua, Connie viene salvata da due uomini.

Mark rivela tutto alla zia Susan la quale continua a non credere che suo figlio Henry sia cattivo e gli risponde «Lui è mio figlio. E io gli voglio bene.»

Mark telefona al padre e comunica cosa sta accadendo a casa degli zii, il padre non può far niente perché si trova molto lontano e dunque Mark è di nuovo solo e incompreso. Mark va dalla psicologa e ci trova suo cugino Henry il quale sta parlando male di lui. Anche la psicologa non crede a Mark.

Le certezze prima indiscusse della madre nei confronti del figlio Henry cominciano lentamente a vacillare e arriva a chiedergli se per caso abbia avuto parte nella morte di Richard, l’altro figlio. Henry non risponde chiaramente ma le fa capire che è stato lui ad annegarlo.

Mark riconosce in Susan la sua nuova madre e, parallelamente Henry disconosce Susan dal ruolo di suo madre e medita di ucciderla. Nel frattempo lo zio Wallace chiude Mark in casa come punizione per i suoi continui contrasti con Henry.

Henry, con un tranello, chiede alla madre di passeggiare con lui nel bosco. Mark sa che Henry ha intenzione di uccidere sua madre e alla fine riesce a uscire di casa e a rincorrere i due nel bosco. In prossimità di una scogliera molto alta Henry getta la madre di sotto ma questa riesce ad aggrapparsi ad un ramo e a rimanere in balia del vuoto. Poco dopo sopraggiunge Mark il quale lotta con Henry, i due si rotolano per terra e si picchiano, in prossimità del bordo della scogliera. Nel frattempo la madre riesce a mettersi in salvo e a ritornare sulla scogliera. In una scena densa di panico e suspance entrambi i cugini cadono dalla scogliera e Susan riesce a tenerli entrambi con una mano. Non riuscirà a tenere la presa di entrambi. Dovrà scegliere chi salvare. Henry implora alla madre di salvarlo ed è convinto che salverà lui. Alla fine Susan salva Mark ed Henry cade dalla scogliera sfracellandosi su una roccia. Il titolo del film vuole proprio alludere alla finale decisione di Susan di salvare «the good son», ossia Mark.

Il film si chiude con un pensiero di Mark: «Se tornasse indietro Susan farebbe la stessa scelta? Continuerò a chiedermelo per sempre ma a lei non lo chiederò mai.»

LORENZO SPURIO

25-02-2011

[1] Il film non venne accolto positivamente dalla critica al momento dell’uscita nelle sale a causa della presenza di comportamenti pericolosi e violenti di un bambino viziato e cattivo che avrebbero potuto essere emulati come ad esempio l’uccisione di un cane mediante una balestra artigianale, il tentativo di omicidio nei confronti della sorella o l’innescamento di un grave incidente stradale mediante un manichino lasciato cadere in una strada dal cavalcavia.

[2] Nel film sono presenti tra gli altri anche i fratelli di Macaulay Culkin: la sorella Quinn Macaulay ricopre il ruolo di Connie Evans (sorella di Henry Evans e cugina di Mark Evans) e il fratello Rory Culkin nel ruolo di Richard Evans, il fratello di Henry Evans e Connie Evans morto prematuramente annegato nella vasca da bagno.  Quest’ultimo non appare sulla storia dato che quando inizia la narrazione è già morto ma appare brevemente in una foto che viene mostrata nel corso del film.

[3] Nel film viene evidenziato come il viaggio sia lungo e ad esso corrisponda una diversità di ambienti geografici e di climi. Il luogo di partenza è dominato da rosse montagne rocciose ed ha un clima secco ed arido. Durante il viaggio i due, a bordo di una jeep, si imbarcano su una nave che li traghettano in un altro paese, una terra fredda e ricoperta dalla neve in prossimità di un lago. Nel film non vengono dati indicazioni di stati. L’unica cosa che sappiamo è che ci troviamo negli Stati Uniti d’America. C’è un momento in cui la città in cui Mark vive assieme agli zii viene chiamata con il suo nome, Rock Harbour. La piccola città, completamente sul mare, si trova nello stato del Massachusetts.

Todo el mundo al suelo, al grito del coronel Tejero

Sul quotidiano La Repubblica di oggi 21 febbraio 2011 è presente un breve articolo titolato “Un pensionato stanco in metrò. Il golpista Tejero, 30 anni dopo” e mostra due foto del colonnello spagnolo Antonio Tejero Molina (n. 1932). La prima lo ritrae nel 1981 quando, alla guida di una schiera di militari della Guardia Civil, tentò il golpe al Congreso, la camera alta del parlamento spagnolo mentre la seconda lo ritrae, ormai anziano e stanco (come ricorda il titolo dell’articolo) seduto su un sedile della metropolitana madrilena.

Chi è il colonnello Tejero?  Per prima cosa va ricordato che nel 1975, con la morte del dittatore Francisco Franco, il governo dittatoriale fino a quel momento in carica non decadde completamente e la transizione democratica, che traghettò la Spagna alla democrazia, si mise in atto solo nel 1976 e fu considerata ultimata nel 1978 con la nuova costituzione.

Il tentativo di colpo di stato del colonnello Tejero, nel 1981, a soli tre anni dall’instaurazione della democrazia gelò il sangue agli spagnoli che non poterono far altro di pensare alla dittatura appena lasciatesi alle spalle. Il colpo di stato guidato dal colonnello Tejero avvenne il 23 febbraio 1981 e la storiografia è solito ricordarlo come 23-F. Alla guida di duecento esponenti della Guardia Civil assaltò il Parlamento nel momento del giuramento del presidente del governo Leopoldo Calvo Sotelo (1926-2008), minacciò la sala parlamentare con una pistola, sequestrò i deputati presenti in quel momento urlando «Todo el mundo al suelo!».

Il giovane sovrano Juan Carlos I (n. 1938) apparve in un video alla nazione mostrando fermezza e risolutezza; il giorno successivo il colonnello Tejero si arrese e il golpe fu dichiarato fallito. Tejero venne arrestato e processato. Ha scontato la sua pena carceraria rimanendo detenuto sino al 1996.

Sulla vicenda del colpo di stato è stato girato un film 23-F, la película (regia di Chema de la Peña, paese: Spagna, 2011)  nella forma del thriller politico.  Il regista in un’intervista ha detto «Esiste un pubblico che visse direttamente quell’evento e lo ricorda e un pubblico ‘vergine’ e per esso sarà un film informativo di carattere documentario. […] Ci siamo attenuti alla storia reale ma allo stesso tempo abbiamo fato una forma alla storia affinché risultasse interessante per lo spettatore, la forma del thriller politico che faccia sì che il pubblico rimanga incollato alla poltrona.»[1]

Il film uscirà nelle sale spagnole il 23 febbraio 2011 in occasione del 30esimo anniversario del golpe del colonnello Tejero avvenuto il 23 febbraio 1981. Il film ritrae l’assalto al parlamento da parte dei militari, l’assedio del Congreso, la minaccia di Tejero e, congiuntamente, l’impegno del giovane re Juan Carlos I, fino alla rinuncia di Tejero e al fallimento del golpe. Tutto questo mentre l’intera nazione era collegata alla radio e alla tv per seguire gli sviluppi della vicenda, paventando il pericolo di una nuova dittatura.

Trail del film: 

La prima delle due foto che l’articolo di Elisabetta Rosaspina apparso oggi su La Repubblica propone è la foto storica del 1981, del momento del golpe. La foto che compare nei libri di storia e quella con la quale viene subito associato il colonnello Tejero. Nella seconda vediamo un uomo stanco e anziano, forse malato. Resta difficile pensare come un uomo che avrebbe potuto rovinare una nazione da poco ottenuta la democrazia, fomentare una guerra civile e instaurare una dittatura militare, oggi se ne vada tranquillo per la capitale, usufruendo della metropolitana, elemento di modernità e progresso possibile grazie al benessere spagnolo riacquisito dopo una lunga e sanguinaria dittatura. W la democrazia. W la Spagna.

 

LORENZO SPURIO

21-02-2011


[1] «Hay un público que vivió todo aquello y lo tiene en el recuerdo y otro público más ‘virgen’ que para ellos será una película informativo. […]  Nos atenemos a los acontecimientos pero también está el reto de darle una forma a la historia para que sea atractiva para el espectador, una estructura de thriller político que mantenga al público pegado a la butaca.», in Cristina San José, “El 23-F reúne todos los ingredientes para crear un buen thriller político”, El Mundo, 21 de Febrero de 2011.

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