127 Ore

Il film 127 Hours (127 Ore, 2010) del regista  Danny Boyle uscirà nelle sale italiane nelle prossime settimane (la data ufficiale è stata fissata per il 25 febbraio 2011). Si basa sul racconto di una storia vera, quella di Aron Ralston, alpinista americano che nel 2003, durante una delle sue missioni esplorative rimase intrappolato in un crepaccio delle montagne dello Utah e si vide costretto ad amputarsi un braccio per liberarsi da un masso che gli opprimeva l’avambraccio e non gli consentiva di liberarsene. Il film è tratto direttamente dal racconto di quelle vicende fatto da Aron Ralston e contenute nel libro Between a Rock and a Hard Place.

La storia non può non far pensare al film Into the wild (regia di Sean Penn, Paese: Usa, 2007) dove è narrata la storia di un altro esploratore, Christopher McCandless.  Fa pensare anche ad altri esploratori e documentaristi di ambienti selvaggi quali Steve Irwin (1962-2006), soprannominato Mr. Crocodile e morto alcuni anni fa a causa della puntura dell’aculeo velenoso di una razza o Bear Grylls (1974), reso noto tramite gli approfondimenti naturalistici del programma televisivo WildOltre Natura.

Il titolo del film, 127 ore, fa riferimento ai cinque giorni (e qualche ora in più) trascorsi da Aron nel crepaccio immobilizzato dal masso impigliato contro il suo braccio.

Sia Aron Ralston (127 Hours) che Christopher McCandless (In to the Wild) amano la natura estrema e intraprendono un viaggio da soli nella natura selvaggia: Aron nelle montagne americane dello Utah, Christopher attraversa il Nevada per giunge poi in Alaska. Entrambi credono di conoscere la natura, di saperla interpretare e governare. Ma la natura è a volte maligna e cela dei pericoli. Può mostrarsi ostile all’uomo. Entrambi i film sembrano mettere in scena questo concetto: la passione del trekking di Aron che lo mette a contatto direttamente con la nuda roccia madre gli gioca un brutto scherzo quando, appunto, un masso gli cade addosso impedendogli di liberarsi da esso.  Christopher invece dopo il suo lungo peregrinare per i boschi troverà la morte a seguito dell’avvelenamento causato dall’ingerimento di qualche seme velenoso (questo sembra suggerire il film). Quello che differenzia le due storie in realtà è molto evidente: Aron Ralston ha la facoltà di scegliere tra il lasciarsi morire o il continuare a vivere (pur dovendo prendere l’importante decisione di mutilarsi il braccio)[1] mentre Christopher muore senza aver la possibilità di scegliere il suo futuro. La storia di Aron vuole appunto sottolineare quanto il valore della vita, degli affetti e dei legami sia importante e come in punto di morte il pensiero del personaggio si rivolga proprio a queste cose. Aron decide di auto mutilarsi, di privarsi di una parte importante del suo corpo, per far fronte al suo desiderio di vivere. Tuttavia nella storia di Christopher viene sottolineato come la natura selvaggia ed estrema sia in grado di trasmettere al personaggio un senso di pace e di tranquillità interiore che solo rifuggendo dalla società capitalista alla quale prima apparteneva è riuscito a raggiungere. Di Aron si sottolinea invece il suo spirito giovanile, il suo attivismo e la sua grande conoscenza dei segreti del trekking.

In entrambe le storie la natura viene dipinta come ostile all’uomo. Non si può parlare di una natura benigna o di una natura maligna. La vastità e la complessità della natura spesso nasconde delle insidie (la puntura della razza per Steve Irwin, il crollo di un masso per Aron Ralston, i semi velenosi per Christopher McCandless) che per la debole natura del genere umano possono rivelarsi fatali.

Trailer italiano del film 127 Ore:


LORENZO SPURIO

17-02-2011


[1] Molti romanzi e film hanno rappresentato il tema del rapporto tra uomo e natura selvaggia. Se prendiamo in considerazione l’atto di Aron di sacrificare una parte del suo corpo per continuare a vivere dobbiamo necessariamente ricordate il film Alive (Alive – Sopravvissuti, regia di Frank Marshall, paese: Usa, 1993). Nel film un aereo passeggeri si scontra contro una cima innevata della cordigliera delle Ande; la gran parte delle persone muoiono. I pochi superstiti si vedono costretti a cibarsi delle carni delle persone morte nell’impatto, riuscendo a salvarsi prima che vengano localizzati dalle autorità.

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