La rivista «Euterpe» celebra i primi dieci anni d’attività con un volume-archivio

Nell’occasione dei dieci anni di attività della rivista di poesia e critica letteraria «Euterpe» – fondata da Lorenzo Spurio nell’ottobre 2011 con la scelta del nome della poetessa palermitana Monica Fantaci, traendolo da una sua poesia – l’Associazione Euterpe, nata nel 2016 e che ha integrato all’interno delle sue varie attività anche la rivista, ha deciso di dare alle stampe un volume collettivo.

Il volume, in elegante veste grafica, si compone di 264 pagine e si articola in vari percorsi atti a presentare l’universo di questa rivista letteraria – esclusivamente aperiodica, digitale e gratuita – che è giunta a celebrare i primi dieci anni di presenza nello scenario culturale e che ha visto l’adesione di più di 600 autori, compresi dall’Estero.

Lo stesso Spurio, direttore della rivista, ha inteso curare questo volume che si apre con una preziosa nota critica del poeta partenopeo Antonio Spagnuolo, collaboratore instancabile della rivista con suoi contributi poetici e non solo che così annota nel suo egregio preambolo critico: «Riordinare con certosina pazienza e accorta catalogazione dieci anni di attività editoriale non credo sia lavoro da accettare con leggerezza e senza la dovuta attenzione che una tale revisione richiede. […] [Questo libro è] un vademecum di enorme spessore […] Un lavoro ineccepibile che aspira a una prospettiva ampia, capace di dare un senso alla realtà poetica e a portare luce al simbolo segmentato disincanto delle immagini, del non visibile, del non razionale, condividendo infine in processo creativo di centinaia di autori che con illuminata originalità hanno dato il via a un aperiodico preciso e unitario».

Nell’ampia introduzione di Spurio si tracciano le origini, vale a dire gli incontri fondativi che hanno permesso la costituzione della stessa, come è stata strutturata, gli avvicendamenti e le modifiche, le introduzioni e le novità che man mano, nel corso della sua attività, l’ha vista mutare per giungere sino a quello che è oggi.

In queste pagine si dà testimonianza anche di quella che è stata l’attività di promozione culturale mediante l’organizzazione di reading, presentazioni di libri, convegni e attività editoriale che gravitò attorno alla rivista «Euterpe» nei primi anni dalla sua attività.

Opportune sezioni del libro danno conto della strutturazione della redazione della rivista nel corso del tempo, della molteplicità di rubriche e settori che l’hanno riguardata sino a giungere, in termini più recenti e dopo un riammodernamento del progetto, a una rivista aperta solamente a contributi inediti afferenti ai generi della poesia (compresa quella dialettale e gli aforismi) e alla critica letteraria (con articoli, saggi e recensioni).

Vi è poi l’elencazione dei vari numeri della rivista che sono usciti, ripartiti per periodo di pubblicazione e tematica di riferimento proposta con l’indicazione, quale numero attualmente “in lavorazione” dell’uscita dedicata agli “Amori impossibili tra arte, storia, mito e letteratura”.

Seguono tutti gli editoriali che nel corso della pubblicazione dei trentadue numeri usciti sono stati diffusi (la gran parte a firma dello stesso Spurio, ma altri redatti da Monica Fantaci e Martino Ciano) e l’archivio storico con tutti i riferimenti delle opere pubblicate in base all’ordine alfabetico degli autori. Sulla rivista hanno scritto nomi di primo piano del panorama letterario nostrano tra cui Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Franco Buffoni, Elio Pecora, Lucio Zinna, Guido Zavanone, Dante Maffia, Corrado Calabrò, Paolo Ruffili, Maria Pia Quintavalla, Donatella Bisutti, Anna Santoliquido, solo per citarne alcuni.

A chiudere il volume è un commento riepilogativo del poeta e critico letterario Nazario Pardini – presenza assidua della rivista – che così annota: «Sarebbe veramente lungo ricordare tutte le manifestazioni, i nomi, e gli impegni della rivista. La sua storia. Possiamo comunque dire che con essa si copre, a livello storico, una bella fetta della vita nazionale, con tematiche di estrema attualità. Leggere «Euterpe» significa restare aggiornati, ricevere notizie calde e intricanti per noi che siamo affezionati a tutto ciò che concerne la poesia e la cultura».

Per info/contatti sul volume: rivistaeuterpe@gmail.com

Ricordando le battaglie civili di Nadia Anjuman e Susana Chávez Castillo, poetesse impegnate (e cadute) nella lotta contro la violenza di genere

Ringrazio la poetessa e promotrice culturale Felicia Buonomo che in data odierna, per la rubrica de lei curata “Di Versi in Versi” all’interno della testata The Book Advisor, ha dato pubblicazione a un mio contributo critico che presenta le sfortunate esistenze di due giovani donne e poetesse che, pur facendo loro la battaglia per i diritti civili, sono state uccise dagli uomini.

Il testo, dal titolo “La denuncia delle poetesse Nadia Herawi Anjuman e Susana Chávez Castillo” prende in esame le storie di Nadia Anjuman di Herat (Afghanistan) nata nel 1980 e morta nel 2015 e di Susana Chávez Castillo, nata nel 1974 e morta nel 2011, fondatrice del motto Ni una más (Non una di più) originaria di Ciudad Juárez (Messico). Recentemente la casa editrice marchigiana Gwynplaine ha pubblicato una raccolta poetica della messicana, con testi in originale a fronte: Primera tormenta. Non una di meno, non una in più, a cura di Chiara Cretella.

A completamento vi è la traduzione dall’inglese all’italiano eseguita da me stesso della poesia “Feminicide” della giornalista americana Demetrice Anntía Worley nella quale si riferisce al grave e mai acclarato fenomeno messicano, di Ciudad Juárez, di donne misteriosamente scomparse o trovate cadavere. La pubblicazione di questo saggio, che è un modo per parlare di poesia e impegno civile, vuole anche essere un contributo per sensibilizzare sul delicato tema della violenza sulle donne di cui il prossimo 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne istituita nel 1999.

Per leggere l’intero articolo cliccare qui.

La Grazia, la carne e il diavolo: “Il cielo è dei violenti” di Flannery O’Connor. Recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini

Breve la vita (in)felice di Flannery O’Connor (1925-1964) – georgiana discendente da una famiglia cattolica irlandese stabilitasi in America – a contatto costante e doloroso con un male invalidante e progressivo combattuto tenacemente grazie ad una fede radicata e personalissima, all’illusione di amori sognati e mai giunti, soprattutto alla devozione strenua per una letteratura che le apparve subito espressione traumatizzante e integrale di “tutto ciò che è umano”: non “emozione disincarnata”, bensì adesione convinta alla concretezza della realtà, la quale pure cela in sé, naturalmente, una valenza altra, “epifanica, anagogica” che spetta al “dono/grazia” potente della scrittura “disvelare e liberare”[1].

Flannery O’Connor

Meritoriamente e nella nuova, convincente traduzione di Gaja Cenciarelli la Minimum fax ristampa ora Il cielo è dei violenti (1960), scabroso, visionario, per certi versi sconvolgente bildungsroman incentrato su una fra le più riuscite e indimenticabili figure di adolescenti del ‘900, Francis Tarwater – “zigomi piccoli e magri come le braccia di una croce, anima appesa a testa in giù, nato da una Gezabele svergognata” – “incredibilmente vicino” allo Skyler di Sorella, mio unico amore della Oates (comune alle due autrici una tendenza al gotico-noir) e così lontano dai tanti eroici, ironici Oskar, con la c o con la k, con o senza tamburi di latta. Nei territori familiari di un profondo Sud primitivo e rurale (anno 1952, unica marca temporale citata indirettamente a p. 54) il violento Mason, “voce ghiaiosa e collo taurino”, sedicente profeta vittima, come tutti i profeti,  dei mali del mondo e anche del Signore (ingrato servirlo, fatica e tanfo della Croce, incontri con girandole di luce e bestie sconosciute dalle ali di fiamme e ben quattro teste rivolte ai quattro punti cardinali dell’universo, quattro quanti gli anni trascorsi in manicomio contro i soli quaranta giorni di Ezechiele nel pozzo), chiamato sin dalla prima gioventù, “ad arrancare all’ombra pestilenziale di Gesù” e, “dilaniato dallo sguardo di Dio”, proclamare l’esplosione del sole nel sangue e nel fuoco, rapisce il pronipote Francis Marion su ispirazione divina educandolo in un bosco, come Elia con Eliseo, per testimoniare la Redenzione, liberarlo dal contagio demoniaco della scuola e avviarlo, in purezza, a perseguire la sapienza di compagni eletti quali Abele, Enoch, Noè e il Battista, probabilmente il primo della classe. Missione in bilico tra credenze ancestrali e follia, già tentata ma fallita con lo zio di Tarwater, Rayber, figlio della sorella e fratello della madre alla cui morte il ragazzo era stato affidato: vita metodica di abitudini sincronizzate sui parametri del razionale buon senso, calviniano osservatore del mondo (“la mia porzione di felicità è in ciò che posso vedere e fare per me stesso e per i miei simili in questa vita”), anche se la tara familiare di una mistica, barbarica ebbrezza scorre nel suo sangue e il retaggio del passato trascorso con Mason si ripropone nelle forme di una temuta, irrazionale, impetuosa ed esigente “ondata d’amore” cui, risoluto e silenzioso, il maestro (la sua professione) non accetta di cedere né vuole vi ceda il nipote. Conteso da queste (tanto diverse?) personalità si consuma – scomposta, esile e toccante – l’esperienza vitale di Francis che, novello Mosè…o Giosuè, o Daniele, affronta la nemesi di una crescita senza gioia vissuta nella disperazione di una alienata, dissociata solitudine. Se non fosse che un elegante Sconosciuto, saggio e sarcastico alter ego interiore assordante e asseverativo (forse l’intuizione più geniale del libro), voce di una coscienza inquieta – voce dell’Eterno o di Satana…dove finisce il territorio del diavolo e inizia la vigna del Signore? – insinua in lui il dubbio, ne tocca  “la corda civile” e lo pone, con i toni persuasivi e raffinati dell’intrigante Monsieur des Oiseaux di Santucci, di fronte alle delicate, nodali problematiche della scelta, del rimorso, del libero arbitrio, del male nel mondo e del suo senso ultimo, del dolore, spesso intollerabile, che questo provoca quando si presenta come un destino crudele e immeritato. Così è accaduto proprio al tollerante e (come Giobbe) paziente maestro Rayber con il figlio Bishop avuto da Bernice (una sola vocale in meno e, svanito ogni mitologico fascino, il nome precipita nel “ridicolo”), struggente immagine di bimbo privo di senno dallo sguardo vuoto e perduto: difficile sublimare il tutto nella palingenesi della finale Redenzione, umano cedere allo sconforto o al gesto inconsulto.

Ci fermiamo qui. Se risulta ingeneroso riassumere il romanzo della O’Connor – percorso costantemente dal richiamo, non privo di ironia, ad una devozione oscura e potente che (come recita il titolo, versetto di Matteo tradotto dalla Bibbia) si impone con la forza atavica e spasmodica di Rebora e Jacopone contro le istanze di una ragionevolezza laica, lucida sino al più cinico egoismo – certamente leggerlo costituisce un’esperienza unica che trascina, mai innocentemente, il lettore, destinato a confrontarsi anche con uno stile sontuoso, solo apparentemente referenziale, spesso connotato da toni espressionistici e intensamente lirici. Così, ad esempio, “i boschi dietro la radura correvano in falde grigie e viola fino a toccare l’azzurra fortezza di alberi schierati contro il cielo del mattino” e “schizzi di sole, vescica bianca e furibonda vengono lanciati” sui viali di una città degli uomini e non civitas Dei, perverso inferno di “maligne teste basse e parole borbottanti”[2], mentre suggestivo risulta il ricorso alle similitudini in funzione descrittiva e la nebbia è “una striscia gibbosa che avanza come un segugio pronto ad accovacciarsi”, il sospiro “una stanca folata di sabbia sollevata e poi lasciata cadere di colpo dal vento”, gli occhi “due guizzanti pesci argentati che tentano di liberarsi da una rete di fili rossi”[3]. Proprio gli occhi – insieme agli elementi simbolicamente contrapposti dell’acqua (non consacra solo la rinascita battesimale) e del fuoco (non semplice fonte di francescano calore, come del resto conferma molta filmografia americana) – costituiscono nella scrittrice un topos ossessivamente ricorrente: “d’acciaio o d’argento, ciechi, socchiusi, dilatati, velati di conoscenza e iniettati di sangue, pieni di niente o privi di dignità, vacui, feroci o del colore di un lago al crepuscolo”[4] risultano assolutamente funzionali non solo alla definizione psicologica di tutti i personaggi, ma alla costruzione di intere situazioni narrative. Forse una coincidenza, solo lo Sconosciuto non ha sguardo…[5]

MARCO CAMERINI


[1] Le riflessioni teoriche, citate fra virgolette, sono tratte da FLANNERY O’CONNOR, Nel territorio del diavolo. Sul mistero dello scrivere, Roma, Minimum fax, 2003.

[2] Passim dal testo.

[3] Passim dal testo.

[4] 64, 66, 71, 83, 89, 99, 102, 108, 109, 114, 156, 165, 172 sono solo alcune – le più significative – delle pagine in cui, a diverso titolo, è presente il campo semantico dello sguardo.

[5] Cfr. p. 53

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Scarafaggi come me. Il critico Marco Camerini su “Lo scarafaggio” di Ian McEwan

Recensione di Marco Camerini 

 

downloadDopo il colto, perspicace, ironico feto di Nel guscio e il dolente, umanissimo androide di Macchine come me, ancora una voce narrante anomala e spiazzante nell’opera narrativa di Ian McEwan, quella dal retroterra più blasonato: Lo scarafaggio (Einaudi 2020) condivide con il protagonista della Metamorfosi il nome tronco (Jim/Gregor) e un cognome graficamente identico eccettuata la “a” finale (Sams/Samsa), ma l’incipit del libro, sino a pag. 18 – a parte, evidentemente, l’aspetto inverso della trasformazione insetto-uomo che nell’autore praghese assume valenza meramente allusiva – è una ripresa fedele del racconto kafkiano che non trova, vedremo, coerente sviluppo quando l’artropode acquisirà (troppo naturalmente, pur nel contesto surreale del plot) fattezze e atteggiamenti del Primo Ministro inglese. Entrambi si svegliano da “sogni inquieti” (in McEwan compare paradossalmente la connotazione psicologica “tipo perspicace, ma niente affatto profondo”, attribuibile comunque anche a Gregor che tale appare quantomeno sul lavoro), verificano la spropositata grandezza del proprio nuovo corpo (lo scrittore inglese sceglie, sul solco della tradizione, l’aggettivo “immane”, sinonimo dell’enorme/gigantesco con il quale quasi tutti i traduttori hanno reso ungeheueren preferendolo a “mostruoso”, che è tuttavia l’accezione di natura morale del sostantivo tedesco da cui l’attributo deriva),[1] osservano costernati e distesi sul dorso rispettivamente “le numerose zampe miserevolmente sottili” e “appena quattro arti pressoché inamovibili”. In due stanze egualmente piccole – ma della tana kafkiana, in una giornata piovosa, è descritta semplicemente una fotografia (la madre?) laddove, in un “mattino di sole”, sul luogo dello scarafaggio Jim sono presenti un tavolo, delle bottiglie, un telefono…proprio l’assenza della cornice rompe la simmetria descrittiva – mentre Samsa inizia tragicamente presto la riflessione sul suo gravoso impiego di commesso viaggiatore culminante nel “farò tardi”, omettendo di fatto quella assai più logica su di una metamorfosi assurdamente accettata, Sams continua il meticoloso scandaglio del proprio involucro (“lingua ripugnante, denti infiniti, colorito azzurrino/smorto della pelle, ridotto campo visivo”) prima di giungere, con puntuale parallelismo, al “farò tardi”, ovviamente ad una ben più gratificante riunione del Parlamento di Sua Maestà. Con la verifica complementare di ambedue circa la difficoltà nel movimento e l’impossibilità a fidarsi della propria voce – nel rispondere l’uno alla madre e al procuratore, l’altro alla premurosa assistente identico è l’elemento del “pigolio” e del lamento/dolore nella faticosa emissione – si conclude la quasi testuale, intrigante parafrasi della prima parte della Metamorfosi e il modello de Lo scarfaggio diviene quello della letteratura distopica e della satira politica di J. Swift. La blatta, i cui gusti non sono certo quelli del raffinato feto citato ma “rimasugli di pizza margherita consumata vicino a sani scarichi” (con olive, possibilmente), canaline di scolo e tracce assai poco nobili dei blasonati cavalli della Guardi Reale, vittima del timore congenito per il trapestio di piedi provocato da “masse di incivili per strada a far baccano” (non contano le finalità ideali delle rivendicazioni di massa) ma anche di temibili tacchi a spillo over 10 e micidiali aspirapolveri da moquette, affezionata frequentatrice di boiserie cariate e battiscopa in legno un po’ consumati (meglio se in ambienti a luci soffuse) si ritrova, “in piedi ad un’altezza vertiginosa” e messa di buon umore dalla toilette mattutina, nelle vesti dell’affabile, esitante, bipartisan primo uomo dell’attuale scena politica britannica: il riferimento non è affatto casuale in questo velenoso, schieratissimo pamphlet anti-Brexit per il quale, alla fine, non era forse nemmeno necessario scomodare l’autore del Processo, visto che i due piani si saldano a fatica, se si eccettua la scelta del ripugnante animale come esemplificazione simbolica del disgusto dello scrittore per la linea politica di Boris Johnson. Rimane l’attrazione per  il caffé (meglio i fondi), lo zucchero, i mosconi appena morti ma immediata risulta la destrezza dell’ex-parassita nell’adattarsi alla visione “multicolore, binoculare, non composita” di una vita pubblica deformata e avvelenata da liberatorie menzogne, intrighi, bassezze, “arsenale simbolico di trappole, frecce avvelenate, mine antiuomo” e trasformare il conciliante inquilino di 10 Dawning Street in un “moderno Pericle”, scaltro e spietato leader degli Inversionisti. Orwellianamente contrapposti ai Cronologisti filoeuropeisti, da “individui eccentrici e lupi solitari” questi ultimi sono assurti, cavalcando la stanchezza diffusa e la strisciante paura dell’ignoto di chi ha affidato loro il proprio voto, a epigoni dell’idea “semplice, bella” e patriottica che orientare il flusso monetario non in direzione dell’accumulo ma di un reimpiego frenetico dei capitali affranchi il popolo inglese da una detestabile schiavitù, lo corrobori con “il dono sacro di una esaltante autostima”, elimini le disuguaglianze, il divario Nord/Sud, la stagnazione dei salari: i backbenchers (promotori dell’Inversionismo estremo) si troveranno, alla fine, d’accordo con frange significative della “vecchia” Sinistra e questo costituisce l’ultimo, peggiore tranello. La mistificazione che la vittoria autarchica risponda al grido collettivo forte e sincero di emancipazione culturale prima che economica (quanto inquietante la somiglianza degli scarafaggi con gli esseri umani “che celano dietro le varie tonalità di grigio, verde, marrone degli occhi l’essenza cangiante della loro natura blattoidea”) è la “polvere magica” del populismo, temibile composto di irrazionalità, xenofobia, cinismo mascherato da nostalgia per certe forme di purezza nazionale[2] che il protagonista, a capo di un Gabinetto improvvisamente decisionista, sparge a piene mani chiudendo i negozi il 25 dicembre per rilanciare il PIL, favorendo il quantitative easing (aumento forzoso della moneta a debito in circolazione), incrementando assunzioni nel pubblico impiego, progetti pubblici e importazioni (favorite dal presumibile crollo della sterlina post-Brexit), sancendo addirittura la perseguibilità penale per i malcapitati risparmiatori rei di non immettere denaro nell’incessante, vorticoso flusso del circuito produttivo. E mentre vengono messi in riga gli (ex)alleati francesi e tedeschi, con l’eccezione del Presidente americano (se non altro perché “uomo tutto d’un pezzo e di solide certezze morali” ricorre spesso a Twitter, “versione primitiva dell’inconscio feromonale”: strepitoso il ritratto-macchietta di Tupper/Trump), viene scelto anche l’inno – Wolking back to happiness di Helen Shapiro (?) – per una scommessa che, entro il 2050, garantirà all’Inghilterra tutta un futuro pulito, verde, fiorente, libero dagli asfissianti cavilli anti-impresa del moloch statale e transnazionale.

Scritto in punta di penna e “tanta rabbia”, per ammissione dello stesso McEwan, durante le presentazioni di Macchine come me, Lo scarafaggio è un divertissement in bilico tra fantapolitica e caustica, a tratti godibile, disamina di un presente politicamente inaccettabile per un convinto progressista di rango che, fra le brillanti, riconosciute qualità narrative, conferma la sua non comune abilità nella costruzione dei finali: svanito rapidamente, l’ingombrante riferimento alla Metamorfosi ritorna in un epilogo prevedibile ma spettacolare, sul quale non anticipiamo veramente nulla.

MARCO CAMERINI

 

[1]    Ci riferiamo alla traduzioni storiche della Metamorfosi di E. Pocar, G. Zampa, F. Fortini e Andreina Lavagetto (Mondadori, 1991), cui facciamo riferimento per questa analisi comparata. Peraltro proprio la dimensione dell’insetto, coincidente all’apparenza inizialmente con l’intero corpo, viene costantemente smentita da Kafka nel corso della narrazione, a conferma che la mutazione è del tutto metaforica e non reale. Ma il discorso sarebbe ampio e non pertiene alla presente recensione.

[2]    Cfr. pag. 106 dell’illuminante postfazione.

 

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E’ uscita la rivista “Euterpe” n°31 dal tema “L’ “io” nella letteratura: individualità e introspezione”

Siamo felici di comunicare dell’uscita del n°31 della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe”, aperiodico tematico di letteratura online, ideato e diretto da Lorenzo Spurio e rientrante all’interno delle attività culturali promosse dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi.

Tale numero proponeva quale tematica alla quale era possibile ispirarsi e rifarsi: “L’”io” nella letteratura: individualità e introspezione”.

La prima parte è dedicata al ricordo del poeta e scrittore brasiliano Julio Monteiro Martins (1955-2014) al quale il critico Lorenzo Spurio ha dedicato un excursus della sua significativa opera letteraria centralizzata, per numerosi anni, attorno alle prolifiche e prestigiose iniziative della rivista (e laboratorio) di Sagarana sua creazione, estintasi con la sua dipartita. Sebbene l’autore fosse prevalentemente narratore si è deciso, dato il taglio della rivista, di dare pubblicazione a una serie scelta di poesie del repertorio di Monteiro Martins, compreso un testo in portoghese, sua lingua madre.

Segue un ampio articolo a firma della poetessa e scrittrice Anna Santoliquido teso a tracciare l’importante percorso letterario e umano della poetessa e promotrice culturale (anima del Festival della Poesia di Francoforte) Marcella Continanza (1940-2020) recentemente venuta a mancare.

Hanno collaborato e contribuito con proprie opere a questo numero della rivista (in ordine alfabetico) gli autori: Ariemma Angelo, Baldazzi Cinzia, Bellanca Adriana, Bello Diego, Bernardo Lorenzo, Biolcati Cristina, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Buonomo Felicia, Bussi Alfredo, Calabrò Corrado, Carli Ballola Riccardo, Camellini Sergio, Carmina Luigi Pio, Carnovale Alessandra, Cason Elisa, Cavallo Domenico, Chiarello Maria Salvatrice, Chiarello Rosa Maria, Corigliano Maddalena, Cortese Davide, De Maglie Assunta, De Rosa Mario, De Stasio Carmen, Di Salvatore Rosa Maria, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Ferreri Tiberio Tina, Fiorito Renato, Follacchio Diletta, Fusco Loretta, Gallotta Federica, Gambini Giuseppe, Giangoia Rosa Elisa, Gilioli Luca, Grasselli Denise, Izzo Lucia, Kostka Izabella Teresa, Lania Cristina, Lenti Maria, Luzzio Francesca, Mainieri Maria Francesca, Manca Sandra, Mancinelli Paola, Marcuccio Emanuele, Marrone Giuseppe, Martillotto Francesco, Marzano Roberto, Moscariello Carmen, Novelli Flavia, Paci Gabriella, Pardini Nazario, Pasero Dario, Pasqualone Massimo, Pellegrini Stefania, Pierandrei Patrizia, Piergigli Matteo, Polvani Paolo, Proia Francesca, Raggi Luciana, Riccialdelli Simona, Ridolfi Massimo, Saccomanno Mario, Santoliquido Anna, Scalabrino Marco, Seidita Antonella, Siviero Antonietta, Spagnuolo Antonio, Spurio Lorenzo, Stanzione Rita, Tarantino Mattia, Tommarello Laura, Tosetti Carlo, Vassalle Mario, Vargiu Laura, Veschi Michele, Zanarella Michela.

Il nuovo numero può essere letto e scaricato cliccando qui e, a seguire, nei vari formati:

Formato PDF

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E-book formato Mobi

E-book formato Epub

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Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

ARTICOLI        

ANTONIO SPAGNUOLO – “L’”io” in letteratura: individualità e introspezione”

CORRADO CALABRÒ – “L’”io” in letteratura: individualità e introspezione”

TINA FERRERI TIBERIO – “L’uomo tra smarrimento e ansia metafisica”

SERGIO CAMELLINI – “Io, super io (io lirico)”

MARIA LENTI – “Io-io, io-io, io-noi”

ALFREDO BUSSI – “Individuazione sessuale in D.H. Lawrence”

MASSIMO PASQUALONE – “Il primo Zeichen, tra individualità e introspezione (1974-1983)”

MICHELE VESCHI – “Se sono sogliole guazzeranno”

SAGGI

LUCIA BONANNI – “Semantica, espansività e pienezza in atteggiamenti di conformismo e uscita fuori dal sé”

MATTIA TARANTINO – “In difesa della morte”

ANGELO ARIEMMA – “L’”io” decadente”

MARIA GRAZIA FERRARIS – “L’”io” in letteratura. Individualità e introspezione”

CARMEN DE STASIO – “La semantica dell’esserci. Gli spazi introspettivi nella poesia di Sir George Gordon Byron”

DILETTA FOLLACCHIO – “«Abbiamo solo noi stesse»: l’io, la donna e la scrittura”

GRAZIELLA ENNA – “Ribellione e sgretolamento dell’io di fronte alla società moderna”

ROSA ELISA GIANGOIA – “Le origini dell’acquisizione dell’io”

MARIO VASSALLE – “L’io e il ruolo della sua individualità e introspezione nella letteratura”

NAZARIO PARDINI – “La filosofia dell’essere e l’arte dello scrivere”

DENISE GRASSELLI – “Luigi Pirandello: l’”io” e il suo “doppio”. Riflessioni sul concetto di identità nello scrittore siciliano”

CINZIA BALDAZZI – “L’itinerario del Sé attraverso i miti. Horkheimer e Adorno leggono l’Odissea

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Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà “Poeti e scrittori nascosti e dimenticati”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 25/09/2020 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html).

È possibile seguire il bando di selezione al prossimo numero anche mediante Facebook, collegandosi al link: https://www.facebook.com/events/285466152858916/

Per coloro che sono interessati, ricordiamo altresì i link per poter raggiungere:

Tutti i numeri della rivista Euterpe

Archivio storico (con la lista integrale dei contributi, disposti per ordine alfabetico degli autori)

La lista degli interventi critici per numero

I volumi monografici del progetto “Stile Euterpe” sinora pubblicati

“L’ “io” in letteratura. Individualità e introspezione”. Le proposte dovranno pervenire entro il 20 aprile

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Il prossimo numero della rivista di poesia e critica letteraria Euterpe avrà come tema: L’ “io” in letteratura. Individualità e introspezione”.

 

I materiali dovranno pervenire entro il 20 aprile 2020 alla mail rivistaeuterpe@gmail.com

Per poter partecipare alla selezione dei testi per detto numero è richiesto di seguire le “Norme redazionali”.

Per essere informati su ogni aspetto relativo alla raccolta e invio di testi si può seguire anche l‘evento FB dedicato cliccando qui.

 

Ricordo di Zavanone e inediti di Gianni Milano; esce il nuovo numero di “Euterpe” con poesie di E. Pecora, F. Pusterla, M.P. Quintavalla e haiku di M. Bettarini

Esce il n°30 (importante traguardo!) della rivista di poesia e critica letteraria “Euterpe”, aperiodico tematico di letteratura online, ideato e diretto da Lorenzo Spurio e rientrante all’interno delle attività culturali promosse dall’Ass. Culturale Euterpe di Jesi.

Tale numero proponeva quale tematica alla quale era possibile ispirarsi e rifarsi: “L’uomo di fronte alla natura: descrizioni, sublimazioni e terrore”.

La prima parte è dedicata al poeta e pedagogista piemontese Gianni Milano. Lorenzo Spurio nel lungo articolo rintraccia i momenti cruciali della vita dell’uomo e della sua intensa produzione letteraria, con una selezionata scelta di inediti da alcune sillogi scritte nel corso degli anni da Milano. Fa seguito un articolo a firma della poetessa e critico letterario Rosa Elisa Giangoia dedicato al ricordo del poeta Guido Zavanone (1927-2019) recentemente scomparso.

Hanno collaborato e contribuito con proprie opere a questo numero della rivista (in ordine alfabetico) gli autori: Abenante Carla, Argentino Lucianna, Baldazzi Cinzia, Bardi Stefano, Bello Diego, Bettarini Mariella, Bianchi Mian Valeria, Biolcati Cristina, Bonanni Lucia, Buffoni Franco, Bussi Alfredo, Calabro´ Corrado, Carmina Luigi Pio, Carrabba Maria Pompea, Cascella Luciani Anna, Casuscelli Francesco, Chiarello Maria Salvatrice, Chiarello Rosa Maria, Cimarelli Marinella, Consoli Carmelo, Corigliano Maddalena, Cortese Davide, Curzi Valtero, D´Errico Antonio G., Dante Daniela, De Maglie Assunta, De Stasio Carmen, Di Iorio Rosanna, Di Palma Claudia, Di Salvatore Rosa Maria, Di Sora Amedeo, Enna Graziella, Ferraris Maria Grazia, Ferreri Tiberio Tina, Fiorenzoni Fiorella, Fiorito Renato, Flores d´Arcais Alessandra, Follacchio Diletta, Fratini Antoine, Fusco Loretta, Gabbanelli Alessandra, Giangoia Rosa Elisa, Giorgi Simona, Kemeny Tomaso, Kostka Izabella Teresa, Langiu Antonietta, Lania Cristina, Lubrano Rossella, Luzzio Francesca, Maggio Gabriella, Malito Antonietta, Marcuccio Emanuele, Milano Gianni, Minerva Gianni, Minore Renato, Mongardi Gabriella, Pardini Nazario, Pasero Dario, Pecora Elio, Pellegrini Stefania, Pierandrei Patrizia, Polvani Paolo, Porri Alessandro, Pusterla Fabio, Quintavalla Maria Pia, Raggi Luciana, Riccialdelli Simona, Saccomanno Mario, Scalabrino Marco, Seidita Antonella, Sica Gabriella, Silvestrini Maria Pia, Siviero Antonietta, Spagnuolo Antonio, Sponticcia Andrea, Spurio Lorenzo, Stanzione Rita, Stefanini Anna Maria, Strinati Fabio, Vargiu Laura, Veschi Michele, Zanarella Michela, Zavanone Guido.

Il nuovo numero può essere letto e scaricato cliccando qui e, a seguire, nei vari formati:

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E-book: Azw3 per Kindle – Mobi – Epub

 

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Di particolare interesse è la sezione saggistica del presente volume che si compone dei seguenti contributi:

ANTOINE FRATINI – “L’importanza dei paesaggi dal punto di vista psicologico”

VALERIA BIANCHI MIAN – “Accendere la luce della coscienza nel collettivo, ovvero due parole sulla ricerca animale a partire dai macachi di Torino e Parma”

ALFREDO BUSSI – “La deriva poetica della promozione territoriale”

FRANCESCA LUZZIO – “Il roditore della natura”

RENATO MINORE – “Le immagini e la voce del calcio”

DILETTA FOLLACCHIO – “Uomo, letteratura e natura. Dalla natura sacralizzata all’«arido vero»

VALTERO CURZI – “Natura Madre nel pensiero romantico”

AMEDEO DI SORA – “Il Paese d’Anima di Tristan Corbière”

STEFANO BARDI – “Natura, magica natura. La poesia di Francesco Scarabicchi”

GRAZIELLA ENNA – “Il paradiso perduto: alcune interpretazioni e variazioni del topos dell’età dell’oro dal periodo classico al Cinquecento”

MARIA GRAZIA FERRARIS – “Il parco della “contemplazione e della riflessione”

TINA FERRERI TIBERIO – “La Natura tra Filosofia e Scienza”

LUCIA BONANNI – “Il mito del changeling come spiegazione di malattie misteriose, rapimenti e scambi di bambini anche in relazione ai fenomeni naturali”

CARMEN DE STASIO – “La distopica sublimazione. Il movimento vorticoso di Il Secondo Avvento di William Butler Yeats”

CINZIA BALDAZZI – “L’uomo e la ragione contro l’«empia natura». Riflessioni sulla Ginestra leopardiana”

 

Ricordiamo, inoltre, che il tema del prossimo numero della rivista al quale è possibile ispirarsi sarà

“L’ “io” in letteratura. Individualità e introspezione”. I materiali dovranno essere inviati alla mail rivistaeuterpe@gmail.com entro e non oltre il 20 Aprile 2020 uniformandosi alle “Norme redazionali” della rivista (http://rivista-euterpe.blogspot.it/p/norme-redazionali.html). È possibile seguire il bando di selezione al prossimo numero anche mediante Facebook, collegandosi al link: https://www.facebook.com/events/823533098100301/

 

 “Calvino, Heidegger e le bugie del tempo”, articolo di Marco Camerini

Articolo di Marco Camerini 

download.jpgAvevamo lasciato il Nobel 2003 J.M. Cotzee allo splendido, sottovalutato L’infanzia di Gesù del 2013 che aveva confermato – a distanza di tempo e nell’arco di una produzione letteraria non densissima data anche la sua intensa attività di saggista, traduttore e accademico – le qualità narrative espresse in Aspettando i barbari (1980) e Vergogna (1999), ritroviamo ora le tematiche a lui care (insieme al fantasma dell’alter ego seriale Elizabeth Costello) nelle lucide, intense, asciutte storie di Bugie e altri racconti morali (Einaudi 2019). Resoconti-riflessioni sullo scorrere ineluttabile del tempo, la condizione senile di chi, quasi disperatamente, non intende comunque rinunciare a vivere anche una residua, vitalistica, anticonformista e “scandalosa” sessualità, l’imperativo etico dell’opzione esistenziale (che significa scegliere? E alla fine non si è, forse, sempre scelti?), l’avvilente, squallida prevalenza del dovere sulla forza gioiosa dell’amore, il valore definitivo e inalienabile delle parole, di una Letteratura che salva e (se?) scrive di tutti gli esseri insignificanti altrimenti destinati a venir dimenticati: non ultimi quegli animali spesso presenti nell’opera dello scrittore (cfr. La vita degli animali, 1999) i quali – asserviti “nel loro povero, svantaggiato accesso al mondo” (Heidegger) ad un appetito di sangue – non possono “agire, ma solo comportarsi all’interno di una dimensione sensoriale che li rende tuttavia capaci di sentire il dolore” (Cartesio) esponendoli all’istinto “barbarico” di un uomo che ne perpetra sistematicamente, senza “vergogna”, il massacro (Mattatoio di vetro)[1]. Così – in uno stile che ricorre al presente di contemporaneità e al punto di vista multiplo interno per conferire immediatezza alla pagina, tra fulminei interscambi di ottica personaggio/narratore e vertiginosa ricchezza di citazioni letterarie (Čechov, Dostoevskij, l’amato Kafka) – un Cane con occhi gialli carichi di odio “puro e assoluto”, emblema zoomorfo dell’insensibilità bestiale dei suoi padroni, minaccia ossessivamente una passante abituale (come gli squilli di telefono tormentavano il protagonista del calviniano In una rete di linee che si allacciano)[2], la smarrita Vanità di una sessantacinquenne vedova “imbellettata” (“bionda, taglio alla moda, sopracciglia scure e labbra corallo”, vuole solo “tornare ad essere guardata come si guarda una donna”) non riceve alcuna umana, doverosa comprensione dalla famiglia che non le perdona lo scarto dalla norma/forma di “uno sguardo inappropriato e insolito”, la testarda, ostinata Elizabeth, scrittrice, deplora (ma che significa esattamente deplorare?) il presente, il corso della storia, le pessime maniere di un mondo tetro, disumano, antisociale. “In attesa recalcitrante della pozione fatale, come un nobile romano”, alle prese con due figli pedanti e improvvisamente (troppo) preoccupati della sua salute futura, mentre “le cellule del cervello prendono i colori dell’autunno” e i desideri sono quelli nostalgici di Quando una donna invecchia, continua tenace a credere (benedetto Keats) che solo la scrittura sia “bellezza, equilibrio, chiarezza che insegna a sentire, con la grazia della penna, i movimenti del pensiero”. E nel testo forse più felice della raccolta non manca l’intrigante esperimento metaletterario di un racconto “in fieri” dove il non detto – tra finzione e allusioni, sfacciata sincerità e ipocrisia – è quello di latenti pulsioni sentimentali.

La verità ultima – morale sottesa all’intero libro – è che si muore, si sta morendo e allora non si hanno più scelte, se ne avranno sempre meno sino a quando non ci sarà più nulla da fare. La verità vera è che giunge un momento della vita in cui non si è in condizioni di discutere, di dire no ad un figlio o al ticchettio dell’orologio, di scegliere, di mentire, di negare la realtà che non si accetta. Non rimane che dire sì e ammettere la necessità di chi vuole aiutarci, senza ricorrere alle Bugie. Anzitutto verso se stessi.

MARCO CAMERINI

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[1] Vengono riportati in grassetto i titoli dei racconti  N.d.A.

[2] Il lettore lo ricorderà, uno dei memorabili racconti-incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore.

“Cult. I film che ti hanno cambiato la vita” a cura di L. Liguri, A. Cuomo, G. Grossi. Analisi a cura di Lorenzo Spurio

Articolo di Lorenzo Spurio 

Questo volume propone una scelta oculata di centotrentacinque film, tra italiani e stranieri, che secondo i curatori, per una serie di ragioni, possono definirsi cult. La prima questione, dunque, da porsi è che cosa s’intenda con questa parola. Il cult è un qualcosa che, per la sua forza creativa, per la gran presa dei contenuti su un pubblico, per la sintonia con il dato umano e il rispecchiamento sociale, finisce per terminare nella sua forma e genere nelle quali è originariamente nato (un libro, un film, una moda per gli abiti) per divenire altro. Si evidenzia non solo nelle sue derivazioni e filiazioni, come sono ad esempio i sequel, i prequel e i mash-up per i libri, ma anche nelle contaminazioni, nelle mode e, per aver dettato un costume, coniato un modo di dire, un tipo di linguaggio, un approccio, uno stile che si è incuneato nella cultura popolare, vale a dire quella nella quale siamo inglobati. Parlare di cult significa, come ben sottolineano i curatori del volume, occuparsi non solo di quei film che hanno ottenuto pareri esaltanti da critica e pubblico, hanno vinto prestigiosi premi, sono stati sulle vetta di vendite tanto da divenire molto noti, popolari, ma anche di film che non hanno visto un successo scalpitante in termini di critica ed introito, ma che hanno comunque dettato un costume, fatto epoca, cristallizzato battute, generato caratteri distintivi, coniato espressioni divenute immortali. Film che oggi la gran parte della gente ha visto una volta nella sua vita o per lo meno ne conosce a grandi linee la trama o ne ha sentito parlare.[1]

Frasi come “La vita è come una scatola di cioccolatini” pronunciata da Tom Hanks in Forrest Gamp, per la regia di Robert Zemechis nel 1994; “E.T. Telefono casa” dalla simpatica creatura aliena in E.T. L’extraterrestre, per la regia di Steven Spielberg nel 1982; “Tessoro” di Golum ne Il signore degli anelli, trilogia per la regia di Peter Jackson di cui il primo episodio “La compagnia dell’anello” del 2001; “Capitano, mio capitano” del professor Keating (un formidabile Robbie Williams) ne L’attimo fuggente (titolo originale: Dead Poets Society) per la regia di Peter Keir nel 1999 o, ancora, “Io speriamo che me la cavo” dall’indimenticato Paolo Villaggio nel film del 1992 per la regia di Lina Wertmuller, tratto dall’omonimo romanzo dell’attore genovese, sono ben note a tutti. Sono solo alcuni esempi veloci, se ne potrebbero aggiungere numerosi altri: la battuta “Un fiorino” in Non ci resta che piangere, scritto, diretto e interpretato dalla coppia Massimo Troisi e Roberto Benigni nel 1984, il “Ne resterà soltanto uno” di frequente utilizzo nel parlare che trae origine da Highlander. L’ultimo immortale, per la regia di Russell Mulcahy del 1986; il sardonico e irriverente “Io so io, e voi non siete ‘n cazzo”, in romanesco, del Sordi-Marchese del Grillo nel film diretto da Mario Monicelli nel 1981; “Vedo la gente morta” del piccolo Cole Sear in Il sesto senso (Titolo originale: The Sixth Sense) per la regia di M. Night Shyamalan del 1999, e così via.

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Il volume, corredato da un impianto grafico-visivo di grande resa che rende molto piacevole la fruizione del libro, per ciascun film che viene analizzato fornisce una grande quantità di informazioni: dal titolo, alla regia, al cast principale degli attori, all’anno di uscita, si passa poi alla trama resa in maniera veloce e chiara, senza appesantire troppo la presentazione delle varie pellicole. Punto di forza del volume, che non è una mera catalogazione tecnica dei film tipica degli annuari, è rappresentata, invece, dalle informazioni aggiuntive – molte curiose e assolutamente inedite – in merito ad aspetti poco noti di ciò che avvenne nel backstage dei determinati film durante le riprese, oppure quali erano le intenzioni del regista sulla scelta dell’attore principale (il ragionier Fantozzi, che è una creatura letteraria di Paolo Villaggio, avrebbe dovuto essere rappresentato da Renato Pozzetto ma poi alla fine venne interpretato da lui stesso!), i tempi di produzione (a volte allungatisi a cause non dipendenti dalla realizzazione pratica del film), i luoghi dove vennero girati, e tanto altro ancora. De Il Corvo – The Crow (regia di Alex Proyas, 1994) si ricorda l’infausta morte dell’attore Brandon Lee proprio durante le riprese del film, come pure si accenna alla serie di lutti che si diffusero, tra attori e macchina di produzione del film di L’esorcista (regia di William Friedkin, 1973). Ci sono poi le frasi famose: i motti, gli intercalari rimasti noti nella lingua d’uso comune, gli aforismi, i modi di dire, le risposte sagaci o irriverenti, gli sberleffi e le minacce e poi tutto ciò che i determinati film hanno influenzato: le mode, i fumetti, la musica, la letteratura e la filmografia essa stessa.

Il rapporto cinema-letteratura è sempre stato importante e prolifico di produzioni, in entrambe le direzioni. Più spesso dalla letteratura alla cinematografia dove, nel corso degli ultimi decenni, molte opere letterarie (prevalentemente romanzi, ma anche teatrali e libretti pensati per una riproduzione in chiave essenzialmente musicale e recitativa) hanno visto adattamenti di grande successo. Mi viene da pensare a Morte a Venezia (regia di Luchino Visconti, 1971) tratto dal celebre romanzo breve di Thomas Mann (titolo originale: Der Tod in Venedig, 1912); Jane Eyre (regia di Franco Zeffirelli, 1996) dal masterpiece di Charlotte Bronte del 1847, Il mercante di Venezia (regia di Michael Radford, 2004) dalla celebre opera di Shakespeare scritta alla fine del 1500.  Si pensi, così, a tutti i grandi classici della letteratura che sono felicemente stati trasposti in versione cinematografica; tutti i grandi romanzi della storia e della nostra contemporaneità hanno avuto il proprio adattamento, qualcuno anche vari adattamenti nel corso del tempo, finanche di serie in più puntate o in cicli di narrazione. Mi prendo la libertà di citarne alcuni che, ahimè, non sono stati contemplati nel volume in oggetto: Il nome della Rosa (1980), romanzo di Umberto Eco, trasposto nel celebre film per la regia di Jean-Jacques Annaud nel 1986; Il Gattopardo (1958), romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, trasposto in film per la regia di Luchino Visconti (1963) e due tra le produzioni più note delle scrittrice Frances Hodgson Burnett ovvero Il piccolo lord (titolo originale: Little Lord Fauntleroy, 1886) e Il giardino segreto (titolo originale: The Secret Garden, 1910) portati sul piccolo schermo più volte nel corso del tempo e, in termini più recenti, rispettivamente per la regia di Jack Gold nel 1980[2] e per la regia di Agnieszka Holland nel 1993. Chiaramente il campo è molto esteso e i rimandi e i riferimenti potrebbero essere molteplici, a catena, dato che spesso un film ne richiama un altro, un’opera di un autore, per influsso, si ricollega ad altre e così via. Va però ricordato l’impegno sociale del cosiddetto cinema neorealista che con l’Italia della ricostruzione prese piede e con il quale si approfondirono i drammi intimi delle famiglie italiane dando uno specchio vivido della società, senza edulcorare nulla. Anche qui i rimandi con la letteratura sono molteplici, si pensi solo a un autore come Pier Paolo Pasolini che non solo fu poeta e scrittore ma regista e cineasta egli stesso.

Di film che hanno alle spalle una scrittura letteraria, vale a dire la cui creazione è partorita in un universo di scrittura, poi riletto, rivisto e adattato per una resa scenica e cinematografica nel volume ve ne sono molti e concernono prevalentemente la scena filmica degli ultimi trenta anni. Vale la pena citare Arancia meccanica (titolo originale: A Clockwork Orange, 1971) per la regia di Stanley Kubrick a partire dal romanzo di Anthony Burgess[3], Fight Club (1999) per la regia di David Fincher dall’omonimo romanzo di Chuch Palahniuk, la saga de Il Signore degli anelli (tre film usciti rispettivamente nel 2001, 2002 e 2003), La storia infinita (1984) per la regia di Wolfgang Peteresen, dal romanzo omonimo (titolo originale: Die unendliche Geschichte, in inglese: The Neverending story) di Michael Ende del 1979, Shining (1980), per la regia di Stanley Kubrick a partire dal romanzo del genio del brivido Stephen King datato 1977 e Trainspotting (1996) dal romanzo generazionale di Irvine Welsh del 1993.

A volte la trasposizione filmica segue fedelmente il testo letterario e questo sembra dare grande appagamento agli amanti di quel dato autore letterario, a chi si è letteralmente perso nelle pagine di quel libro e nel film ricerca, appunto, tutto quel mondo che ha vissuto viaggiando tra le pagine. Altre volte l’adattamento prevede modifiche sostanziali (tagli ingenti dell’opera, ellissi, stratificazioni temporali rese con flashback ed altro o focalizzazioni su personaggi che nell’opera letteraria risultavano non di rilievo) con l’intento del regista di darne una sua impronta più libera e personale. In alcuni casi è stato rivelato (forse nella gran parte dei casi) ma in una maniera che si potrebbe dire assai semplicistica –se non addirittura ridicola – che “il libro è molto meglio del film” mentre sporadicamente si sente dire il contrario ovvero che “il film è meglio del libro”. Si tratta, com’è semplice da comprendere, delle banalizzazioni estreme dal momento che libro e film, pur volendo proporre al proprio interno una storia univoca, sono generi diversi che adoperano stratagemmi e formule comunicative diversificate e dunque non è serio né giusto equiparare troppo due creazioni che, pur nascendo da un’idea unica, in fondo sono due cose separate. Si pensi ad esempio al diverso finale che propone, tra libro e film, Arancia meccanica e al disaccordo che spesso alcuni autori di opere letterarie hanno manifestato nei confronti di registi che, a loro vedere, hanno deturpato, svilito o calcato troppo la loro mano sulle storie di loro creazione. A volte il regista fa risaltare, dando voce alla sua creazione, aspetti che nel romanzo non erano così influenti ai fini della storia, tergiversando sulla linearità del romanzo, proponendo una riflessione più marcata su alcuni aspetti, temi, personaggi che, invece, il romanzo tratta in maniera differente. Questo è vero anche il contrario quando l’atto di scrittura avviene a posteriori dal film. Un procedimento molto diverso dove l’autore non è mai copia stantia del regista di quel film ma creatore egli stesso di una storia che, pertanto, può avere di più del film, come pure di meno.

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Per meglio comprendere questo fenomeno massmediatico e culturale del cult, si pensi anche alle immagini-simbolo – veri e propri marchi distintivi – di alcune pellicole delle quali si parla nel volume: i drughi quale simbolo della violenza cieca in Arancia Meccanica, gli esseri indicibili che si sdoppiano raddoppiando la loro cattiveria nei Gremlins (regia di Joe Dante, 1984), l’accavallamento sensuale delle gambe di Nicole Kidman in Basic Istinct (regia di Paul Verhoeven, 1992), il viso pallido e ferito di Edward in Edward mani di forbice (titolo originale Edward Scissorhands; per la regia di Tim Burton, 1990); il furgone quattro-ruote-motrici della Banda Fratelli nei Goonies (titolo originale The Goonies, regia di Richard Donner, 1985) che incute timore a dei ragazzini in cerca di emozioni, il medaglione di Atreiu ne La storia infinita (1984), la maschera inquietante di Freddy Krueger in Nightmare (titolo originale: A Nightmare on Elm Street, regia di Wes Craven, 1984) e quella ridicola ma non per questo meno paurosa di Scream (regia di Wes Craven, primo episodio 1997), le musicalità altisonanti e battenti dei Goblins che fanno da sottofondo a Profondo rosso (1975) per la regia di Dario Argento, forse l’horror italiano più noto. In termini di musiche come non ricordare il Coro dei Pompieri su musiche di Oliver Onions in Altrimenti ci arrabbiamo, commedia del 1974 con Bud Spencer e Terence Hill, i celebri brani dei Bee Gees che impreziosiscono le giovanili scorribande di Tony Manero (brillante John Travolta) in La febbre del sabato sera (titolo originale: Saturday Night Feve, per la regia di John Badham del 1977)? Eppoi, ancora, la dune buggy rossa fiammante di Bud Spencer, la piuma di Forrest Gamp, la durezza del tenente Hartman in Full Metal Jacket (diretto sempre da Stanley Kubrick nel 1987), le immaginifiche invenzioni di Kevin McCallister per cercare di allontanare due brutti ceffi che intendono invadere e derubare la sua casa in Mamma ho perso l’aereo (titolo originale: Home Alone, per la regia di Chris Columbus, 1990) e il suo avvincente seguito Mamma ho riperso l’aereo. Mi sono smarrito a New York (titolo originale: Home Alone 2. Lost in New York, per la medesima regia, 1992), il bamboccione Mimmo creazione di Carlo Verdone in Bianco, rosso e Verdone (1981), lo sguardo fisso e scavante di Clint Eastwood in Il buono, il brutto e il cattivo per la regia di Sergio Leone del 1966, la borsa contieni-tutto di Mary Poppins nel celebre musical del 1964 per la regia di Robert Stevenson, il burlone Oronzo Canà (chi meglio di Lino Banfi?) ne L’allenatore nel pallone per la regia di Sergio Martino del 1984, la giacca luminosa di Tony Manero in La febbre del sabato sera e tanto, tanto altro ancora.

Di seguito la completa elencazione dei titoli, direttamente nella nostra lingua, dei 135 film che sono inseriti in questo volume, divisi per genere e con l’indicazione dell’anno di uscita. Per il genere fantastico: 1997: fuga da New York (1981), Aliens. Scontro finale (1986), Blade Runner (1982), Brazil (1985), Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977), L’impero colpisce ancora (1980), La storia fantastica (1987), La storia infinita (1984), E.T. Extra Terrestre (1982), Ghostbusters – Gli acchiappafantasmi (1984), Gremlins (1984), Highlander. L’ultimo immortale (1986), Ritorno al futuro (1985), Strange Days (1995), Tron (1982), Labyrinth. Dove tutto è possibile (1986), Matrix (1999), Videodrome (1983), Il Signore degli anelli (2001); per il genere azione: 300 (2007), Battle Royal (2000), Die Hard (1988), Duel (1971), Il cavaliere oscuro (2008), Il corvo (1994), Karate Kid (1984), Kill Bill (2003), La tigre e il dragone (2000), Mad Max: Fury Road (2015), Point Break. Punto di rottura (1991), Predator (1987), Rambo (1982), Terminator (1984), Top Gun (1986), Watchmen (2009), Il Gladiatore (2000); per il genere animazione: Akira (1988), Chi ha incastrato Roger Rabbitt (1988), Il gigante di ferro (1999), Il mio vicino Totoro (1988), Il re leone (1994), La città incantata (2001), Toy Story. Il mondo dei giocattoli (1995), per il genere avventura: Grosso guaio a Chinatown (1986), I Goonies (1985), I predatori dell’arca perduta (1981), Jurassic Park (1993), Stand by Me. Ricordo di un’estate (1986), Thelma & Louise (1991), Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato (1971); per il genere commedia: Altrimenti ci arrabbiamo (1974), Amici miei (1975), Animal House (1978), Arma letale (1987), Bianco, rosso e Verdone (1981), Big (1988), Clerks/Commessi (1994), Fantozzi (1975), Frankenstein Junior (1974), Harry, ti presento Sally (1989), Il favoloso mondo di Amelie (2001), Il grande Lebowski (1998), Il marchese del Grillo (1981), Io e Annie (1977), L’allenatore nel pallone (1984), Mamma ho perso l’aereo (1990), Monty Python e il Sacro Graal (1975), Non ci resta che piangere (1984), Perfetti sconosciuti (2016), Pretty Woman (1990), Ricomincio da capo (1993), The Wolf of Wall Street (2013), Una poltrona per due (1983), Zoolander (2001); per il genere dramma: Arancia meccanica (1971), Bastardi senza gloria (2009), Breakfast Club (1985), Donnie Darko (2001), Easy Rider (1969), Edward mani di forbice (1990), Forrest Gamp (1994), Full Metal Jacket (1987), Il buono, il brutto e il cattivo (1966), Il laureato (1967), L’attimo fuggente (1989), Le ali della libertà (1994), Leon (1994), Lost in traslation. L’amore tradotto (2003), Prima dell’alba (1995), Pulp Fiction (1994), Requiem for a Dream (2000), Rocky (1976), Scarface (1983), Taxi driver (1976), The Elephant Man (1980),The Truman Show (1998), Titanic (1997), Trainspotting (1976); per il genere thriller: Basic Instinct (1992), Il guerriere della notte (1979), I soliti sospetti (1995), Il sesto senso (1999), Il silenzio degli innocenti (1991), Le iene (1992), Lo squalo (1975), Memento (2000), Mucholland Drive (2001), Old Boy (2003), Seven (1995); per il genere horror: Halloween. La notte delle streghe (1978), L’armata delle tenebre (1992), L’esorcista (1973), La notte dei morti viventi (1968), Nightmare. Dal profondo della notte (1984), Non aprite quella porta (1974), Poltergeist. Demoniache presenze (1982), Profondo rosso (1975), Quella casa nel bosco (2012), Ringu (1998), Scream (1996), Shining (1980), The Blair Witch Project (1999), Un lupo mannaro americano a Londra (1981); per il genere musical: Dirty Dancing (1987), Grease (1978), Flashdance (1983), La febbre del sabato sera (1977), Mary Poppins (1964), Moulin Rouge (2001), The Blues Brothers (1980), The Rocky Horror Picture Show (1975), This is Spinal Tap (1984).

Chiaramente risulta difficile racchiudere in un libro, per quanto abbia già di per sé un significativo numero di pagine, la totalità dei film che oggi, a buon ragione, possiamo considerare dei veri e propri cult. Operazioni di questo tipo – come un’antologia di poesia – presuppongono delle scelte in relazione a ciò che va selezionato e inserito e ciò che, invece, non vi rientra – un po’, dobbiamo credere anche per meri motivi logistici, vale a dire di spazio. Vorrei contribuire, a latere, di questa presentazione del recente volume dei cult cinematografici edito da Multiplayer edizioni, richiamando una serie di altri titoli che, a mio personale giudizio, meriterebbero di stare a fianco degli altri nelle preziose pagine di questo libro. Va anche detto che, sebbene il fenomeno dei cult sia una questione sociale e dunque valida per tutti, all’interno non possono non mancare anche disquisizione di diversa considerazione in merito non tanto alla qualità di un film (non si sta dando nessun giudizio di tipo estetico) ma alla sua diffusione al di là del cinema. Vale a dire film che restano impressi ma che trasmettono nella vita ordinaria anche frasi, modi di dire, atteggiamenti e che hanno, dunque una eredità diretta in altre manifestazioni. Credo di non sbagliare nel dire che per quanto concerne il genere animazione va tenuto in debita considerazione anche Jumanji, per la regia di Joe Johnston del 1995 (così attuale se si pensa che, dopo il rifacimento del 2017 dal titolo Jumanji. Benvenuti nella giunga per la regia di Jake Kasdan, proprio in questo periodo si trova al cinema il suo sequel, Jumanji. The next level, per la medesima regia), Into the Wild. Nelle terre selvagge per la regia di Sean Penn del 2007,  per quanto attiene invece al genere animazione segnalo la saga di Harry Potter, a partire dai romanzi di J.K. Rowling, che ha visto, nel periodo 2001-2011 la produzione di ben otto pellicole; la saga de Le cronache di Narnia, prodotta dalle narrazioni di C.S. Lewis che ha visto nel periodo 2005-2010 l’uscita di tre pellicole (e la quarta risulta prevista per il 2020); Lo Hobbit – sulla storia precedente a Il signore degli anelli – anch’esso basato sugli scritti di J.R.R. Tolkien, nella forma della trilogia con i film usciti nel periodo 2012-2014 per la regia di Peter Jackson; Avatar, per la regia di James Cameron del 2009. Per il genere thriller non si dovrebbero dimenticare Psycho (tanto la versione del 1960 per la regia di Alfred Hitchcock che quella del 1998 per la regia di Gus Van Sant, basati sul romanzo omonimo di Robert Bloch del 1959) ed Eyes Wide Shut per la regia di Stanley Kubrick del 1998 che trae spunto dal racconto Doppio sogno (titolo originale: Traumnovelle) di Arthur Schnitzler del 1926 e per l’horror So cosa hai fatto (titolo originale: I Know What You Did Last Summer, 1997) per la regia di Jim Gillespie tratto dal romanzo di Lois Duncan del 1973 e che ha visto almeno due sequel; il celeberrimo It nato dalla fervida penna di Stephen King (romanzo del 1986) che ha visto, oltre al recente adattamento diviso in due parti, per la regia di Andrés Muschetti, il lungometraggio omonimo (nato come miniserie) che tanto ha destato paura in giovanissimi e meno, uscito nel 1990, per la regia di Tommy Lee Wallace; The Grudge, per la regia di Takashi Shimizu del 2004 a cui sono seguiti tre episodi (esso sarebbe il remake statunitense del coreano Ju-On: Rancore (2003) diretto dallo stesso regista; per il musical anche Sweeny Todd. Il barbiere di Fleet Street (titolo originale: Sweeny Todd: The Demon Barber of Fleet Street) diretto da Tim Burton nel 2007.

Film come La vita è bella (regia di Roberto Benigni, 1997), difficilmente collocabile in un genere essendo più che di ogni cosa un film storico, risulta senz’altro uno dei grandi assenti del volume; sento la necessità di richiamarlo, non solo perché è un film italiano che ha avuto tanto meritato successo, ma anche perché cerca di presentare il dramma della guerra, della segregazione nei lager e dello sterminio degli ebrei, non in una chiave pietosa ma mediante la cornice giocosa e falsamente divertita di un padre che s’inventa ogni cosa per celare al figlio giovanissimo la brutalità dell’uomo. Cercando di salvarlo da quello stesso abominio che lo vedrà infine orfano.

Il mondo della cinematografia è immenso, si è cercato qui di indagare un po’ alcuni aspetti di questo volume ampliandone l’analisi ad altre prove di successo all’interno dell’industria filmica, tanto italiana che straniera. Non si dovrebbero neppure dimenticare tutti quei film che, pur collocabili come d’avventura, sono tesi a seguire le vicende di personaggi biblici, mitologici, storici e neppure i cosiddetti film di guerra, che rientrano in quelli d’azione, ma che hanno particolari esigenze di definizione di marcatori spazio-temporali atti a collocare le vicende reali, cronachistiche, di operazioni militari, belliche, sollevamenti, scontri civili, situazioni di guerriglia e tanto altro. Tra i film-documentario o i docu-film si è, infine, evidenziata anche grande attenzione, nel nostro contesto nazionale, a produzione filmiche (e anche di varie serie) di soggetti a tema mafioso, a partire da Il padrino (titolo originale: The Godfather), per la regia di Francis Ford Coppola (che si compone di tre parti, vale a dire tre pellicole) sino ad arrivare a film divenuti particolarmente noti, anche per questioni che esulano il film in se stesso, Gomorra per la regia di Matteo Garrone, uscito nel 2008, sull’omonimo romanzo di Roberto Saviano.

Infine, guardando l’estero, oltre alla scena anglosassone e soprattutto americana ben trattata nel volume, mi sento di osservare che la produzione filmica di un autore tanto controverso e oggi amato come Pedro Almodóvar[4], non può non essere tenuta in considerazioni. Opere come L’indiscreto fascino del peccato (titolo originale: Entre tinieblas, 1983), Il fiore del mio segreto (titolo originale: La flor de mi secreto, 1995), Carne tremula (titolo originale: Carne trémula, 1997) e soprattutto Tutto su mia madre (titolo originale: Todo sobre mi madre, 1999) e La mala educación (2004), al tempo così controcorrente, osteggiate e polemiche su varie questioni sociali (aborto, omosessualità e transessualità, trapianto di organi, eutanasia, etc.) ha senz’altro permesso di dibattere su questioni delle quali fino ad allora si era osservato una sorta di pesante tabù. Con Almodóvar si sono sdoganati pregiudizi e si è compreso che il film, proprio come ogni arte, ha il compito di occuparsi della vita dell’uomo, di tratteggiarne speranze e delusioni, di dar voce alle lotte interiori e alle esigenze di cambiamento, senza recriminazioni di nessun tipo. E possono di certo considerarsi film cult quelli di Almodóvar perché hanno anticipato tendenze e svincolato da lacci stringenti, hanno lasciato distintamente il segno, mettendo a nudo una società viva e multistratificata, restia a forme di pregiudizio e orientata alla sola ricerca e difesa del benessere emozionale. Nelle sue pellicole spesso tra i protagonisti c’è un attore che calca le scene (meta-cinema) e questo rende ancor più manifesto il sistema di rimandi a una società che è immagine di se stessa e altro da sé, proiezione di ciò che vuol essere ma che, internamente, soffre. Ed è in questo sacrificio che si compie tra brutalità del vivere e assopimento di certezze, che la vita riesce a incalzare e farsi spazio, tra le ostilità e le negazioni di chi crede di controllare anche gli altri.

LORENZO SPURIO

 

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NOTE

[1] A testimonianza della popolarità di questi film ritenuti cult è il desiderio del pubblico di poter rivivere le emozioni provate con la visione dello stesso mediante un seguito, una riproposizione degli stessi caratteri e un ampliamento della storia, che trova forma nella serialità di alcune pellicole come ad esempio (tra parentesi sono indicati i film dedicati allo stesso soggetto): Gremlins (2), Matrix (3), Il Signore degli anelli (3), Il corvo (4), Kill Bill (2), Rambo (5), Terminator (6), Toy Story (4), Jurassic Park (5), Amici miei (3), Mamma ho perso l’aereo (2), Rocky (6), Lo squalo (4), L’esorcista (4), Scream (4).

[2] Chiaramente va osservato che non si tenne della prima versione cinematografica dell’opera ma senz’altro è una di quelle che rimane maggiormente note e che continua a essere riprodotte.

[3] Un approfondimento sulla storia contenuta in questo romanzo e la sua versione cinematografica può essere letta in Lorenzo Spurio, Cattivi dentro. Dominazione, violenza e deviazione in alcune opere scelte della letteratura straniera, Helicon, Arezzo, 2018. Tra gli altri film di cui si parla nel saggio segnalo: L’Onda (titolo originale: Die Welle, 2008), per la regia di Dennis Gansel, basato sull’omonimo romanzo di Todd Strasser del 1981; Il signore delle mosche (titolo originale: Lord of the Flies, 1963) per la regia di Peter Brook dall’omonimo romanzo di William Golding del 1954; Il giardino delle vergini suicide (The Virgin Suicides, 1999) per la regia di Sofia Coppola su romanzo Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides del 1993.

[4] Segnalo, per un possibile approfondimento, due mie recensioni su film di questo regista, rispettivamente del film Tacchi a spillo (1991) disponibile qui: https://blogletteratura.com/2012/08/22/recensione-di-tacchi-a-spillo-a-cura-di-lorenzo-spurio/ e del film Carne tremula (1997) disponibile qui: https://blogletteratura.com/2011/05/02/pistole-e-tradimenti-in-carne-tremula-1997-2/?relatedposts_hit=1&relatedposts_origin=3365&relatedposts_position=1

“Quando le macchine “vedono cose che noi umani….” Il retro-futuro di Ian McEwan nel nuovo romanzo “Macchine come me”, recensione di Marco Camerini

Recensione di Marco Camerini 

317Dk9l3noL.jpgLa “letteratura ucronica” (suggestiva variante del filone fantascientifico), nella quale si prospetta un passato avveniristico alternativo al presente della realtà storica, vanta una ricca tradizione novecentesca – da La svastica sul sole di Ph. Dick al Complotto contro l’America di Roth, da IQ84 di Murakami allo splendido, dimenticato Ada di Nabokov – e ancor più consolidato è il topos dell’umanoide/cyborg[1] che annovera illustri precedenti ottocenteschi quali il Frankenstein di M. Shelley (McEwan riprende in chiave parodistica il momento dell’attivazione/risveglio della Creatura, sostituendo ad “Allora funzioni!” un significativo “Come stai?”), L’uomo della sabbia di Hoffmann e, al femminile, Eva futura di A. de L’Isle-Adam, attraversando l’intero “secolo breve” con Meyrink (Golem), Wells e ancora il Ph. Dick de Il cacciatore di androidi, spunto per il capolavoro filmico Blade runner. Senza timori reverenziali lo scrittore inglese, nel suo ultimo libro Macchine come me (Einaudi 2019) tenta – riuscendovi – di rileggere in chiave colta, attualissima, struggente ed ironica insieme il genere e la tematica, non facendo certo rimpiangere il precedente Nel guscio: in entrambi, comunque, due “entità” che paiono saperla assai più lunga dei comuni mortali.

Anni ’80: in un’Inghilterra bipolare che registra alti tassi di disoccupazione, inflazione, scioperi, diffusione della xenofobia, vertiginosa crescita di suicidi ma anche incremento dell’istruzione universitaria, quote rosa in Parlamento e casi clinici risolti con l’innesto di cellule staminali, mentre sei premi Nobel in due anni vengono assegnati a cittadini britannici, si moltiplicano speranza e disperazione, frustrazione e buone occasioni (“C’era di più in ogni cosa”). Intanto viene proclamato il lutto nazionale per i 2920 soldati morti nella guerra, perduta, delle Isole Falkland (dimissioni per la Thatcher? Le chiedono anche i “centristi non pavidi”, inaccettabile la sconfitta dell’Invincibile Armata), i giovani rappresentanti del “baby boom” votano il laburista Tony Benn, che finisce ucciso in un attentato dell’IRA, Kennedy non è morto a Dallas, gli attempati Beatles, ricostituitisi dopo dodici anni, interpretano brani dal “sentimentalismo robusto” (incisi con orchestre sinfoniche!) e Sir Alan Turing – “espressione del volto nervosa, famelica, feroce in un volto aperto e infantile” – scoppia di salute. In un retro-futuro che ha declassato a residui di modernariato interfaccia cervello-macchina, caschi di potenziamento cognitivo e frigoriferi parlanti dotati di olfatto, proprio il glorioso inventore del Codice Enigma, codificatore dell’intuito artificiale conseguente al deep learning di software complessi in possesso di reti neuronali superiori, potenzialità decisionali di tipo probabilistico e consapevolezza emotiva, acquista uno dei primi umanoidi in circolazione (12 Adam e 13 Eve) grazie ai quali “non si poteva escludere la tragedia” susseguente al loro ramificato impiego nel tessuto lavorativo (diritti tutelati?), ma certamente la noia. Un esemplare (lo sceicco di turno se ne è regalate tre per ampliare l’harem) può permetterselo, in seguito ad una eredità, anche Charlie Friend, cinico narcisista confesso, “adolescenza senza favole della buona notte, poesia, mitologia, curiosità” e “personalità in stand by”: “né appagato né mesto, pochi rimpianti, ancor meno inquietudini sul futuro, semplicemente vivo” in un presente di fallimenti professionali, interessi ondivaghi (elettronica, antropologia), atonia umorale, schizofrenia lavorativa, esercizio sistematico – questo sì riuscito – della sperpero di quanto fortunosamente guadagnato con rocambolesche transazioni on line. Per sé, certo, ma anche per conquistare definitivamente (grave errore, il lettore avrà già capito…”curiosità, frutto proibito da Dio, M.Aurelio e S.Agostino”) la misteriosa, razionale, pensosa e seducente  Miranda, amica dal nome shakespeariano, “occhi che parevano stringersi nello sforzo di mascherare l’allegria […] teorema, ipotesi, magnifico gioco di luce sull’acqua” e vittima (vittima? non per l’androide) di torbidi eventi intorno ai quali l’autore – maestro in tale meccanismo narratologico – costruisce una magnifica “storia nella storia” della quale non sveleremo nulla. Dunque, “con” e “fra” i due protagonisti, Adam, figlio/amico/ domestico-robot/altro? di ultima generazione, uno dei caratteri (a pieno titolo) più felici dell’autore di Espiazione, dopo il feto “pensante e parlante” del citato Nel guscio. Esemplare artificiale assolutamente realistico nell’aspetto fisico (ampia gamma di etnie, modello arabo poco distinguibile dall’ebreo, caratteri turchi quello di Charlie), alimentato con spina da 13 ampere, pelle morbida e tiepida al tatto, suoni prodotti da fiato, lingua, denti e palato non microfonici, corporatura solida, cedevole compattezza dei muscoli, viso affilato capace di 40 espressioni facciali, occhi celesti “pensosamente socchiusi” dotati di battito palpebrale calibrato per reagire a umori/gesti anche altrui (avrebbe superato l’infallibile test oculare di H. Ford in Blade runner, del resto vive 15 anni in più dell’evoluto modello NEXIUS 6) e riflesso cigliare per proteggersi da corpuscoli in volo (!), non ha sangue, (ma “una pulsazione regolare e placida nella parte sinistra del petto simula il ritmo giambico del cuore”) e parla con accento da inglese middle class “appena colorito di cadenze vocaliche del sud-ovest” ricorrendo – c’era da aspettarselo – ad un lessico variegato e alto. Alla fine – inseriti taluni parametri comportamentali attraverso opzioni/combinazioni suggerite dal monumentale manuale di istruzioni (livello di socialità, estroversione, apertura mentale…il rischio è creare un doppio ideale) e grazie all’elaboratissima capacità di apprendimento dati (nessuna fonte gli è preclusa) – Adam evolve, per la gioia di Turing, in sistema operativo caratterialmente autonomo e, ben presto, riflette sul concetto di trascendenza, cita Schopenauer, compone Haiku, applica la reticenza e il sarcasmo, simula emozioni (la fascinosa replicante Rachel/Sean Young ne era priva, purtroppo), scopre la riservatezza e l’autocontrollo, ha nozione della bellezza disinteressata dell’arte – il Barocco, Artemisia Gentileschi, i 37 drammi del Bardo e i relativi debiti con Montaigne non hanno segreti per lui – medita, a tempo perso, su questioni di dinamica quantistica e sui limiti della letteratura contemporanea che “sembra descrivere solo varianti di fallimenti umani a livello di buon senso  e solidarietà”. Non rinuncia ai sentimenti più intimi, a chiudere gli occhi sulle ingiustizie e gli orrori cui il genere umano pare essersi assuefatto – convertendosi nella sua scomoda coscienza – tantomeno ad innamorarsi (di Miranda, letterariamente inevitabile…corrisposto, questo è il problema: ha impostato lei, di nascosto, un amante ideale?) trasformando Charlie “nell’ultimissimo modello di cornuto”, capace com’è, fra l’altro, di trasferire nel rapporto intimo la sua infaticabilità di automa. Clamorosamente infranta la Iª legge della robotica di Asimov[2] diviene, da intrigante, esclusivo gadget, “individuo” che, con responsabile libero arbitrio, non accetta di essere “spento” (accessibile il pulsante dietro la nuca), sogna la palingenesi di un mondo rigenerato dall’altruismo e dalla solidarietà, percepisce – non programmato com’è a cogliere le contraddizioni planetarie – la sofferenza, soprattutto la sua inaccettabilità quando è causata dall’egoismo di una collettività assai poco solidale, ottusa e violenta. Al punto di…

Macchine come me, con toni anche di raffinato umorismo (memorabili la scena del tradimento, i consigli eno-gastronomici di Adam e amaramente sarcastico suona il titolo), affronta originalmente problematiche oggi nodali: la prospettiva regressiva di una società schiava dell’inazione per l’impiego su larga scala di dispositivi meccanizzati, le conseguenze etiche legate alla messa a punto di congegni sorretti/guidati da principi morali e imperativi categorici afferenti la possibilità di scelte immediate sottratte alla labilità psichica dell’uomo, i rapporti fra deontologia e personalità, i limiti del pensiero e le modalità del pensare. Una curiosità: il film di R. Scott, cui abbiamo più volte accennato, risale al 1982, anno nel quale è ambientato l’intreccio narrativo…quello dell’azione filmica era l’allora futuribile 2019. Non una coincidenza, forse, e ha ragione Antonio D’Orrico: “Accademici svedesi, che tanto avete bisogno di riscattarvi, cosa aspettate a premiare McEwan? Non creiamo un altro caso Philip Roth”.[3]

Marco Camerini

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[1] I termini non sono sinonimi perfetti e l’argomento meriterebbe ben più ampia analisi. Rimandiamo in proposito all’esaustiva, preziosa Guida alla letteratura fantascientifica di C. Bordoni, Odoya 2013.

[2] “Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danni”…inclusi quelli morali? N.d.A

[3] A. D’Orrico, Il male di vivere sbaraglia l’algoritmo, “La lettura”, 6 ottobre 2019.

Giovedì 25 luglio a Fermo una serata di poesie in ricordo di Federico Garcia Lorca e il suo viaggio americano

Giovedì 25 Luglio a Fermo presso la Biblioteca Civica “Romolo Spezioli” (Piazza del Popolo) in seno alla kermesse “Biblioteca con vista 2019” con il Patrocinio del Comune di Fermo,  si terrà la presentazione al pubblico del libro di poesia Tra gli aranci e la menta. Recitativo per l’assenza di Federico Garcia Lorca (PoetiKanten, Sesto Fiorentino, 2016) dell’autore jesino Lorenzo Spurio.  L’evento, che avrà inizio alle 21:30 e si terrà presso la Sala Fondo Locale, vedrà la presenza, oltre dell’autore del libro, del chitarrista Maestro Massimo Agostinelli che interverrà per alcuni intermezzi musicali e della poetessa Jessica Vesprini che eseguirà letture scelte dell’opera di Spurio e di brani poetici del poeta spagnolo. 

Nel corso della serata Lorenzo Spurio tratterà anche l’argomento di “Federico Garcia Lorca a New York”, a novanta anni dal suo viaggio oltre Oceano con una presentazione di immagini e documenti dell’epoca e la lettura di poesie da “Poeta a New York” eseguite dalla lettrice Jessica Vesprini.

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A Roma la presentazione di “Il mito di Giove” di Lindsey Davis

Torna in Italia Marco Didio Falco, l’irresistibile investigatore protagonista della fortunata serie di Lindsey Davis ambientata nella Roma imperiale del I secolo d.C.

Kogoi Edizioni dedica una collana all’autrice britannica, pubblicando ‘Il mito di Giove’.

Per meglio dire, come conferma l’editore, riprende il filo di una storia lasciata sospesa da Marco Tropea nel 2011. Lindsey è una scrittrice tradotta in tutto il mondo, forse è facile per lei, inglese, essere pubblicata in USA; ma il suo lavoro è pubblicato persino in Corea e Giappone. Lindsey Davis è tradotta in oltre 18 Paesi, potevamo mancare noi che siamo la Patria di Marco Didio Falco?

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Il mito di Giove, appena uscito in libreria, è l’opera con la quale Kogoi Edizioni apre la collana, proseguendo con altri sei titoli già pubblicati all’estero. “Certo, noi ci auguriamo che i lettori ci seguano in questa nuova avventura e che apprezzino il lavoro della Davis.»

Con una scrittura fluida dal ritmo avvincente, l’autrice ci porta in Britannia e ci proietta in un’avventura dai risvolti imprevedibili.

Il 3 dicembre Lindsey Davis sarà alla libreria Notebook all’Auditorium, in via Pietro De Coubertin 30, a Roma, proprio per presentare Il mito di Giove.

Sul sito e sulla pagina Facebook della Kogoi Edizioni tutte le informazioni per partecipare all’incontro e conoscere Lindsey Davis

https://www.facebook.com/Kogoi-Edizioni-559794827405107/