Intervista a Donata Porcu, autrice di “Questo foglio sottile di vita”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a Donata Porcu
Questo foglio sottile di vita
Lettere animate 2012

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

DP: Non sono solita spiegare i titoli delle mie poesie o delle mie opere, non mi piace…preferisco che chi legge interpreti da solo, ma in questo caso sento di poter dare una indicazione: in una sua bella recensione, Lorenzo Spurio ha fornito una preziosa quanto indovinata interpretazione di quanto ho desiderato dire col mio titolo ( che è poi anche il titolo di una poesia contenuta nella silloge)

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

DP: Credo di non aver mai negato il carattere autobiografico dei miei versi, perché ritengo  risulti evidente; mi chiedi quanto ci sia di autobiografico e non posso che risponderti : tutto. Scrivere è il mio modo preferenziale di esprimermi ed è stato fin da ragazzina il modo per sciogliere e liberarmi di nodi interiori troppo stretti. Penso che sia assolutamente un modo efficace (anche se non semplice) per parlare di se stessi, sempre che gli ascoltatori siano attenti; non so quanto sia efficace per parlare degli altri, io credo si finisca alla fin fine sempre per parlare di se stessi attraverso gli altri… o forse lo si può fare, ma solo se si tratta di “altri” che abbiamo avuto modo di vivere empaticamente

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

DP: ti confesso che la domanda mi fa sorridere, per il fatto che non saprei da dove cominciare nel risponderti: io sono sempre stata e sono tuttora, una lettrice vorace e molto disordinata: Mi piacciono prosa e poesia e confesso che mi piace quasi tutto! Amo molto i classici sia in poesia che in prosa, italiani e stranieri, mi entusiasmo sui nostri grandi ma non disdegno la produzione più moderna e quella minore. Mi rilassa e mi appassiona la lettura di romanzi fantasy. Tralasciando i grandi nomi della nostra letteratura, che do per scontati, il primo nome che sento di farti è Dostoeskij per quanto riguarda la prosa; la poesia è un florilegio di nomi…Ungaretti, Neruda, la nostra Merini… Per farla breve, se escludiamo gialli, polizieschi e romanzi sentimentali…leggo tutto con passione.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

DP: Non è difficile, ho subito la risposta per te: è senza dubbio L’Idiota di Dostoesskij, il motivo sta sicuramente nella tematica, nella profondità dell’interrogativo che sottende al romanzo e soprattutto nel fatto che l’ho letto e riletto e ancora non mi annoia.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

DP: temo di non saperti rispondere, aspetto ancora qualcuno che sappia darmi la risposta, ammesso che sia possibile catalogarmi in un qualche modo, questo per quanto riguarda gli autori che hanno contribuito a formare il mio stile, quanto agli autori preferiti, ho già fatto qualche nome prima: accanto ai grandi classici della poesia di tutti i tempi, mi sento molto vicina a Neruda e alla Merini.

 LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

DP: Nel 2011 è uscito il mio primo libro “Dell’amore resta solo l’amore”, una silloge di poesie a tema amoroso (inteso nel senso più ampio del termine). In questo 2012 invece ha visto la luce “Questo foglio sottile di vita”, una silloge di poesie suddivisa in tre sezioni, a tema vario. In entrambe le raccolte confluiscono i versi scritti in tutti questi anni, oltre ovviamente alle ultime produzioni.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

DP: Solitamente scrivo da sola, ma sono sempre disponibile ad ogni esperimento; da poco ho scritto a quattro mani  con Antonella Ronzulli, una poesia pubblicata sul suo ultimo libro “Attimi: il puzzle della vita” (Lettere Animate 2012). Ritengo che scrivere a quattro mani sia una bella esperienza, ma occorre farlo con le persone giuste: ci vuole stima, empatia e per quanto mi riguarda affetto.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

DP: Sicuramente non a lettori frettolosi o superficiali; non è importante quanti leggeranno i miei libri, ma è importante che coloro che lo fanno sappiano penetrare le parole e le emozioni: chi possiede un mio libro possiede un pezzetto della mia anima…chiedo che le mie parole non siano vane.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

DP: Un marasma, un bombardamento di proposte, un universo in cui si rischia pericolosamente di perdersi: occorre essere avveduti e avere anche quel pizzico di fortuna che consenta di non cascare in mani sbagliate. Io ho pubblicato la mia seconda opera con Lettere Animate, una casa editrice molto giovane ma che sta lavorando molto bene; posso dirti che mi trovo benissimo: hanno creduto in me e mi sostengono, mi hanno aiutato e mi aiutano nel farmi conoscere e sono sempre presenti. La precedente esperienza mi aveva un po’ scottata: oltre alle spesa considerevole, mi ha lascito perplessa l’abbandono in cui mi sono trovata…ma andiamo oltre.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

DP: Credo che ogni occasione di confronto, e le cose che tu citi in quanto tali, siano utili alla formazione di uno scrittore. Io personalmente confesso di essere troppo pigra per parteciparvi: segno ogni data e mi propongo assolutamente ogni volta di rientrare nei tempi … dopodiché aspetto che scada il termine!

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

DP: Come ti dicevo sopra è molto importante, ed è un confronto che può attuarsi sempre, attraverso l’amicizia e la solidarietà tra autori; io credo ancora nella possibile mancanza di invidie e giochini di potere: ognuno di noi è unico e c’è posto per tutti.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

DP: Penso che la risposta debba variare a seconda della consapevolezza o meno di questa azione; personalmente credo che in realtà le cose da dire sia sempre le stesse e ciascuno di noi si sforza di dirle come meglio gli pare. Per lo più, però, la cultura ben assimilata fa si che questo meccanismo risulti spesso assolutamente inconsapevole: ciò che leggiamo diventa talmente nostro che quando lo restituiamo al nostro lettore siamo convinti di dire cosa nuova.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 09/08/2012

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Cristiano Mocciola, autore di “Coincidenze d’inverno”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a CRISTIANO MOCCIOLA

Autore di COINCIDENZE D’INVERNO

(Edizioni Montag, Tolentino, 2012)

Isbn: 978-88-97875-14-7

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CM: Il titolo scelto fa riferimento agli eventi sincronistici che tessono la trama della vita di ognuno di noi. Se rimanesse distaccato dal risultato, l’essere umano riuscirebbe a scorgere tutte quelle coincidenze che, passo dopo passo, lo portano al raggiungimento della propria mèta. In “coincidenze d’inverno” viene evidenziato questo fenomeno (magia?) nella vita dei due protagonisti.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CM: E’ ovvio che c’è molto di autobiografico. Come è altrettanto ovvio che la fantasia ha svolto il suo compito. Credo che ogni singolo personaggio, di qualsiasi romanzo si tratti, sia parte della personalità dell’autore. E’ inutile negarlo. Sono le diverse sfaccettature di questo IO, che vengono messe in gioco e fatte danzare, a formare il romanzo. Credo che la letteratura serva essenzialmente per aiutarci a sognare, come qualsiasi altra forma d’arte. Nel suo raccontare storie ci aiuta a crescere, a migliorarci, a scorgere il futuro che realmente desideriamo. La letteratura con il solo fine di intrattenere, come potrebbe fare qualsiasi telefilm, a mio avviso, non è utile.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CM: Ogni autore è come un amico. E come nella vita capita di avere ‘’migliori amici’’ che ci accompagnano per alcuni tratti del nostro cammino, così abbiamo anche autori che leggiamo con più interesse in certi momenti della nostra esistenza. Penso sia capitato a tutti di cominciare un libro e poi lasciarlo lì perché non andava giù. E magari riprendendolo in un secondo momento, trovarlo così esaltante da divorarlo in poco tempo. Ogni libro, ogni autore, ha bisogno di essere inserito nel giusto frangente della nostra vita. Essendo noi stessi in continuo cambiamento abbiamo bisogno ogni volta di persone diverse attorno a noi (o autori). In parte ho già risposto anche al resto della domanda. Non ho mai letto noir o gialli, ma sicuramente ci sarà il momento in cui ne avrò bisogno.

 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CM: Hai ragione, è molto difficile rispondere. Tornando alla risposta di prima si capisce il perché. Comunque un libro preferito ce l’ho: “Il tuo sacro io” di Wayne Dyer. Ho perso il conto delle volte che l’ho letto e sicuramente lo leggerò ancora molte volte in futuro. Quando mi decentro, quando non ritrovo il silenzio necessario dentro me, lui mi viene in aiuto. Poche e semplici regole per vivere, pensare ed emozionarsi alla giusta maniera.

 

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CM: Idem come sopra. Se osservo come scrivevo cinque anni fa, o due, o ora, noto il cambiamento avvenuto. Cambiamento dovuto ai libri letti, alle esperienze vissute, alle persone incontrate. Quindi ritengo tutti e tutto responsabili del mio modo di narrare storie.

 

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CM: Ho pubblicato un solo romanzo breve nel 2008 dal titolo ‘Stop!’. Ho poco da dire a riguardo. Tranne che ora lo riscriverei da capo. Quando mi ci dedicai lo feci per gioco, per una scommessa fatta con me stesso. Ora lo racconterei sicuramente in maniera differente.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CM: Posso dire di essere molto fortunato. Oltre ad aver trovato una donna bellissima, una moglie premurosa e un instancabile alleato, in Rosalba De Amicis ho trovato un valido aiuto per i miei scritti. Se non ci fosse stata lei, se non l’avessi incontrata, forse non sarei neanche qua a rispondere a queste domande. L’idea di scrivere a quattro mani la trovo interessante anche se, ahimè, ancora non ne ho fatto esperienza.

 

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CM: A chiunque ne sia incuriosito.

 

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

CM: Da quel poco che ho capito c’è molta confusione nell’editoria italiana. Pochi “grandi” detengono il potere, molti e validi piccoli editori invece raccolgono altrettanti validi scrittori ai quali risulta difficile farsi notare nell’oceano di libri che ogni giorno vengono messi in stampa. Ma poco mi interesso di quel che avviene a livello burocratico ed economico attorno all’editoria. Scrivo per puro piacere. E l’editore Montag mi ha aiutato concretamente a realizzare un piccolo sogno. Oltre a essere stati gentili e professionali sono stati gli unici a offrirmi una pubblicazione senza contributo. Cosa molto importante soprattutto in questo periodo di crisi. Vuol dire che credono in quello che fanno.

 

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

 

CM: Credo che la vera passione dello scrittore nasca dal cuore. Penso che se non venga da dentro la spinta necessaria per scrivere, tutto il resto non serve a niente. Non esiste scuola che possa insegnarti a scrivere, non esiste premio che possa soddisfare le tue esigenze. Scrivere stando seduti sotto un albero, scrivere solo per il gusto di scrivere, e magari non far leggere mai a nessuno quello che hai scritto, scrivere per mettere nero su bianco quelle emozioni che altrimenti andrebbero perse, questo è il lavoro di chi narra. Lo scrittore contemporaneo, quello di ieri o quello di domani, sono scrittori. Punto.

 

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CM: E’ nel contrasto che vediamo le immagini no?!

 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

 CM: Credo che ogni scrittore si sia formato sui libri che ha letto e studiato. Ed è giusto, oltre che inevitabile, dal momento che prende come buona un’idea, che prima o poi la riproponga in ciò che scrive. Non è perché ha voluto prendere possesso dell’idea di un altro, ma perché l’altro è stato in grado di farlo maturare. E se lui ritieni importante “tramandare” quell’idea, è giusto che lo faccia.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

 

 E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Ivan Pozzoni, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a Ivan Pozzoni
Autore di “Mostri”
Limina mentis, Villasanta, 2009,
ISBN: 9788895881126

 

a cura di Lorenzo Spurio

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LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

IP: Con Mostri cerco di dare soluzione concreta alle difficoltà esistenziali dell’artista, definendone il ruolo sociale e muovendo dalla chiave narrativa della nozione ambigua (vagueness) di «mostruosità»: a] mostruosità terrorizzante (attività di creazione di dolore) da mostro/1 (attore di dolore), volta ad eternare i nessi di dominanza/ controllo esistenti, mediante discriminazione, e b] mostruosità terrorizzata (attività di sottomissione al dolore) da mostro/2 (vittima di dolore), destinata a mantenere, senza reazione, i nessi di dominanza/ controllo, mediante «marginalizzazione». Ognuno di noi, in fondo, nel senso etimologico del termine (monere) è mostro, un «[…] avvertimento della volontà degli dei […]», come registra Festo.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

IP: Non esiste niente di non auto-biografico: tutto ciò che facciamo, e scrivere è un fare (poiein), è auto-biografia. Ogni forma di atto culturale / artistico ha, tra i suoi fondamenti, il contesto auto-biografico dell’autore dell’atto. Essendo autopsia, l’arte non riesce mai ad essere anti-auto-biografica.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

IP: Ogni mio tentativo di «parossisticizzazione» della mass culture è attivato col mezzo formale, cinico, di un barocchismo decostruzionista, con un occhio rivolto a Luis de Góngora y Argote, fatto di calembour, ironie, facezie, cadute di stile, abbassamenti di registro, sulla stessa strada dell’insurrezionalismo scanzonato, mai aristocratico, di un Cecco Angiolieri, di un Burchiello, di un Villon, e dell’umorismo medioevale o novecentesco (riviste); al di là di anacronistici riferimenti a Marx e marxismi, miei riferimenti culturali, nell’ostinato tentativo di dare un senso, vivente, alla vuota nozione moderna di «democrazia», sono i francesi (Deleuze – Foucault – Lyotard – Derrida – Guattari – Artaud – Bataille – Barthes), Badiou e Debord, i sociologi (da Bauman a Sennet), oltre all’impianto metodologico della filosofia analitica americana.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

IP: Leggo moltissimo: fisiologicamente sono costretto a dimenticare quasi tutto, trattenendo in me alcune influenze inconsce. Di norma, amo ciò che, al momento, sto studiando. Poi me ne dimentico, e amo altro. L’amore non ha confini.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

IP: Non ho uno stile. Più che uno stile, ho uno stílo, con cui incido versi/frasi nelle carni e nella roccia.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

IP: La zattera della mia iniziativa artistica, intesa come «non-poesia» e come nuova forma di resistenza etica / estetica interessata a combattere vecchie e nuove forme di dominanza, naviga sulle distese marine della «liquidità» tardo-moderna, muovendosi nei limiti di una weltanschauung artistica totalmente democratica e attenta a sollecitare, nella vita di ogni uomo / artista, la fabbricazione di sistemi di valore idonei a rifondare un dialegesthai comune; l’atto stesso di scrivere versi sottende, in me, una cartografia razionale molto articolata, mai distaccata dalla ulteriore mia attività di storiografia filosofica e letteraria e basata sull’introduzione di una serie di tre cicli metodologici (poetica storiografica – poetica teoretica – poetica sociologica):

1] Poetica storiografica: a] Underground: storiografia in versi del romanticismo; b] Riserva Indiana: storiografia in versi del simbolismo; c] Versi Introversi: storiografia in versi dell’ermetismo; d] Mostri: storiografia in versi del realismo; e] Galata morente: storiografia in versi del post-modernismo.

2] Poetica teoretica: a] Lame da rasoi: teoresi della disintegrazione; b] Carmina non dant damen: teoresi della flessibilità; c] Scarti di magazzino (in uscita 2013): teoresi dell’emarginazione.

3] Poetica sociologica (antologie): a] Retroguardie: sociologia della sconfitta artistica; b] Demokratika: sociologia della democrazia lirica; c] Triumvirati: sociologia della costruzione di interazioni comunitarie;  d] Tutti tranne te!: sociologia dell’esclusione; e] Frammenti ossei: sociologia della frammentarietà; f] Labyrinthi (seriale): manuale sociografico su voci nuove e/o marginali.

La storia della filosofia, dell’etica e del diritto sono un’altra cosa, un’altra storia.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

IP: Penso che sia estremamente difficile scrivere a quattro mani. Se avessi quattro mani, in ogni caso, con due scriverei, con le altre due avrei l’opportunità di grattarmi, esplorare oggetti, fare altre cose istruttive.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

IP: Il lettore non esiste. Nessuno legge davvero «poesia», se non è costretto a farlo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

IP: Litigo, con affetto.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

IP: Odio ogni forma di concorrenza: la cultura è un processo collaborativo (coi morti), mai agonistico; detesto readings e premiazioni, mezzi consumistici costruiti ai fini di solleticare il narcisismo dell’autore tardo-moderno. L’artigiano non ha bisogno di corsi e concorsi: vive su corsi e ricorsi.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

IP: È importante, sopratutto, mantenere rapporti con le altre autrici.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

IP: Non ne ho idea. Difficilmente leggo «poesia». Mi annoia da morire.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

Intervista a Lorella Fanotti, autrice di “Racconti dietro l’angolo”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a LORELLA FANOTTI
Autore di RACCONTI DIETRO L’ANGOLO
EDITRICE DONCHISCIOTTE , SIENA, 2011
Isbn:978-88-88889-37-5

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

LF: Ho scelto il titolo Racconti dietro l’angolo per anticipare velatamente al lettore le mie intenzioni. Le storie che narro sono semplici, quotidiane; ho cercato di raccontare con l’occhio di chi osserva oltre l’apparenza, che va oltre l’angolo per capire quello che si cela dietro l’evidenza e che sfugge all’osservatore distratto.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

LF: Nel mio libro ci sono storie completamente autobiografiche e storie completamente inventate. Di sicuro in tutti i racconti ci sono io, c’è la mia sensibilità, il mio modo di rapportarmi con la  vita, con i sentimenti, con gli altri. Credo che la letteratura sia un modo non semplice ma efficace di mandare dei messaggi, raccontando quelle che possono sembrare semplici novelle hai la possibilità di far riflettere il lettore su un tema che ti sta a cuore. Spero di essere riuscita a dare ai miei lettori degli input di riflessione. Quello che spero di non aver fatto è “salire in cattedra”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

LF:Non ho fatto studi umanistici e questo credo che sia un  limite importante. Però sono curiosa e se sento parlare positivamente di un autore che non conosco cerco di rimediare. Non ho autori preferiti, mi piace leggere chi parla della gente e lo fa con il cuore. Non mi piace il fantasy, trovo che la vita di tutti i giorni abbia così tanto da raccontare che non vedo la necessità di andare “oltre”. Ho appena terminato Il piccolo naviglio di Tabucchi  e credo che riassuma quello che mi fa apprezzare un libro. Storie di gente comune dentro la Storia, un pizzico di follia e di fantasia, una scrittura particolare. Per la letteratura straniera mi sono imbattuta in alcune scrittrici albanesi contemporanee: Elvira Dones, Ornela Vorpsi, Anilda Ibrahimi che mi hanno conquistato. Scritture asciutte e dirette, storie che con l’incanto narrativo ci raccontano un mondo vicino e sconosciuto. Un’altra autrice straniera che mi piace  è Irene Nemirosky, un’ebrea russa morta molto giovane in un campo di concentramento.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

LF: Invece è facile, l’ho appena tirato fuori dallo scaffale per cercare di farlo leggere a mia figlia. La Storia di Elsa Morante.  Per tutto quello che ho detto prima.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

LF: Posso solo rispondere che ho sempre letto molto, non so dirti chi mi ha influenzato di più. Posso raccontarti che ho cominciato a scrivere per avere un pretesto per conoscere una scrittrice, Elena Gianini Belotti, di cui avevo letto da ragazzina Dalla parte delle bambine. Quando nel 2001 seppi che avrebbe tenuto un corso di scrittura creativa nel mio paese mi sono iscritta per conoscerla. Ho conosciuto Elena, ho frequentato il corso, e non ho più smesso di scrivere.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

LF: Ho pubblicato solo la raccolta Racconti dietro l’angolo. In Italia il racconto non è molto apprezzato, ma è invece un genere che si  adatta al mio modo di narrare e ai miei tempi accelerati. A volte mi capita di leggere dei romanzi che potrebbero stare benissimo in un racconto, dove le frasi vengono tirate come elastici, pur di arrivare a quel tot di battute. I miei racconti sono storie quotidiane a volte autobiografiche, a volte racconti che mi hanno fatto amici, addirittura un paio  sono nati dopo aver letto articoli di cronaca. La prima lezione del corso la Belotti ci disse che quando abbiamo vicino i nonni che potrebbero raccontarci storie incredibili, non ci interessano, siamo troppo giovani per apprezzare. Quando vorremmo  scoprire quelle storie e le nostre radici, non abbiamo più chi ci racconta.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

LF: Ho partecipato a un racconto a sei mani,  dove ogni partecipante scriveva il  punto di vista del suo personaggio. Devo dire che è stato divertente e stimolante, certamente occorre un buon feeling e capacità di accettare un confronto costruttivo.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

LF: Credo che sia adatta a tutti, anche a chi non è abituato a leggere. So che conoscenti non lettori si sono avvicinati al mio libro per curiosità e qualcuno poi mi ha detto “Sono come le ciliegie, ne leggi uno e non puoi fare a meno di leggerne un altro”.  Riuscire  a far leggere chi non ha mai comprato un libro è un bel successo no?

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

LF: Bella domanda! Penso che sia una giungla dove ti dibatti per trovare la strada più semplice e meno pericolosa.  Le grandi case editrici non ti leggono, le piccole ti chiedono soldi, e l’ingenuo esordiente non sa quasi mai se il suo libro vale la carta su cui è stampato. Quando ho deciso di pubblicare il libro non l’ho fatto  perché ero convinta di aver scritto un capolavoro, è rimasto quasi dieci anni  nel pc. L’ho fatto perché volevo che restasse qualcosa di tangibile ai miei  figli, un modo per lasciare qualcosa di me, quindi non ho pensato che una buona distribuzione fosse importante.  La casa editrice è stata estremamente onesta nel dirmi cosa avrebbe o non avrebbe fatto. Ora, con il senno del poi, punterei di più nella distribuzione.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

LF: Anche i premi sono un po’ un business, sinceramente non mi sembra molto corretto dover pagare decine di euro per partecipare a un concorso. Certo sono una maniera per misurarsi, uno stimolo anche alla scrittura, ma per ora ho preferito non entrare in questo meccanismo. Ho partecipato a un solo concorso e il risultato devo dire che è stato positivo. Lo stesso per i corsi di scrittura, ho letto di corsi  con quote di partecipazione molto elevate e che non prevedevano una selezione iniziale. Si può imparare a scrivere se non c’è una dote naturale?

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

LF: A me piace molto confrontarmi con gli altri, anche se ho notato che non è molto apprezzata la sincerità. Sovente ci si nasconde dietro manierismi e recensioni che sono riassunti.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

LF: Posso comprenderlo se si tratta di satira, se l’intenzione è palesemente dichiarata, altrimenti non credo che sia utile alla letteratura. Certamente chi scrive deve documentarsi e leggerà testi che parlano di quell’argomento. Per esempio quando ho scritto il racconto “Il professore”, dove c’era un accenno alla guerra di Russia, ho letto Il sergente nella neve di Rigoni Stern, ma il lettore non deve accorgersene, altrimenti si chiama copiatura.

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

Jesi, 16/07/2012

Intervista a Cristina Canovi, autrice di “Favole crudeli”, a cura di Lorenzo Spurio

 Intervista a CRISTINA CANOVI

Autrice di FAVOLE CRUDELI,

Limina Mentis Editore, Villasanta (MB), 2008

Isbn: 978-88-95881-03-04

 

 

a cura di Lorenzo Spurio

Blog Letteratura e Cultura

 

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

CC: Sono sempre stata affascinata dalla crudeltà implicita nelle favole. Sono cresciuta nella terra della Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, e un implacabile senso del magico, coniugato con dettagli macabri e con prepotenti minacce, hanno costituito il tessuto sul quale si è basata la mia educazione. Le fiabe dei fratelli Grimm, le favole di Fedro ed Esopo e una cronaca nera immaginaria, più che reale, mi hanno fatto buona (o forse cattiva) compagnia per molti anni. Ancora oggi continuo a stupirmi per certi metodi educativi non proprio “montessoriani” e per la spietata crudeltà presente in certa letteratura per ragazzi. Con i miei racconti, vorrei invitare a una riflessione sulla paura, lacerandone miti e contorni, per trasformare uno scomodo disagio in piacere: il piacere di avere paura. Io ci sono riuscita e vorrei condividere questa conquista e questo regalo con i miei lettori.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

CC: Molte delle storie contenute in “Favole crudeli” sono assolutamente inventate. Altre, invece, come “Colloqui di lavoro”, sono grottescamente vere. Direi che il libro è autobiografico al 50%. Anche in quelli che possono sembrare meri esercizi di stile, come i viaggi allucinatori di “Conservo la tua memoria come un’ovvia polvere di mummia” e “Mesmerismo”, traspare qualcosa di me: una traccia delle letture che mi hanno influenzata, un’eco della mia identità. Sono profondamente affascinata dalla capacità curativa della letteratura. Pur avendo più che una simpatia per la prospettiva emergentista di Eric Kandel, credo nel potere della parola, nelle “Storie che curano”, facendo riferimento al testo di James Hillman (ma qui il discorso diventerebbe estremamente lungo, fino ad arrivare ai racconti terapeutici di Milton Erickson, che hanno rappresentato per me un’importante fonte di crescita). Sono d’accordo con te quando affermi che la letteratura è un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di se stessi. Penso che scrivere sia un modo costruttivo e appagante per contattare la propria natura più profonda, per mettersi in gioco e donarsi agli altri, possibilmente regalando loro qualche momento di svago e di riflessione. Quando leggo un libro che mi piace, istintivamente mi affeziono all’autore, sento per lui un grande affetto. Sarei davvero felice se qualcuno, leggendo i miei libri, ne fosse divertito (oltre che destabilizzato: non dimentichiamo che i miei testi sono molto “neri”) e mi volesse bene”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

CC: Premesso che leggo un po’ di tutto (anche se in questi ultimi anni mi sono dedicata prevalentemente a testi di psicologia, ambito nel quale ho di recente conseguito la seconda laurea), in questi ultimi mesi sono stata piacevolmente “catturata” da Chuck Palahniuk. Lo trovo divertente, profondo, sconvolgente, appassionante. Non sono riuscita a smettere di leggere questo autore fino a quando non sono arrivata all’ultima pagina del suo ultimo libro. Adoro il suo stile: pulp, incalzante, irriverente, imprevedibile. Un altro autore che amo profondamente è Oscar Wilde: un innamoramento che ha radici nella mia adolescenza. E, tornando al pulp, mi piace moltissimo Lansdale, che propone un plot horror sempre molto sopra le righe. L’horror è il genere letterario che frequento con maggiore piacere, anche se è difficile trovare autori veramente meritevoli di essere letti. Ovviamente, la mia preferenza va a Stephen King che, nonostante le critiche feroci che lo rincorrono, ha un ritmo narrativo perfetto e una scrittura particolarmente originale (mi riferisco, nello specifico, alla saga western-fantasy della “Torre nera”, ma penso anche a “It” o “Duma Key”). Mi piacciono molto anche autori più “di nicchia”, come il Pennac “nerissimo” della saga dei Malaussène o come il Ray Bradbury della poetica e strana famiglia di “Ritornati dalla polvere”. Non seguo una vera e propria tendenza nelle mie letture. Preferisco accostarmi ad un autore e leggerne l’opera omnia. Posso dirti che non amo il fantasy, ma adoro ugualmente scrittori fantasy come Terry Pratchett e Neil Gaiman. Insomma: sono una lettrice vorace e un po’ atipica. Tra gli italiani, oltre ad autori ormai ritenuti classici, come Calvino e Buzzati, leggo con grande piacere i contemporanei Lucarelli, Ammaniti e Baldini. In tutti questi scrittori trovo sempre un brivido di fondo, una sfumatura noir che passa dal galante allo sfacciato. E adoro Stefano Benni, perché mi diverte in modo intelligente: è irresistibile!

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

CC: Questa è davvero una domanda difficilissima! C’è un libro, in effetti, che rileggo ogni anno: è la raccolta di racconti di Roal Dahl “Storie impreviste e storie ancora più impreviste”. Di questo libro amo moltissimo lo stile: perfetto, dosato con perizia quasi chirurgica. La stesura di ogni racconto ha richiesto oltre otto mesi di lavoro. Sono storie davvero imprevedibili, caratterizzate da un umorismo nero assolutamente geniale. Dahl è un autore avvincente anche nella sua produzione per ragazzi: crudele, politicamente scorretto e, in fondo in fondo, anche moralista, come piace a me. A pari merito metterei (anche se, vista la mole, non è frequente oggetto di riletture) un libro completamente diverso: “La vita, istruzioni per l’uso”, di Georges Perec. Mi piace per la sua complessità, per gli spunti di riflessione che offre, per l’umorismo, per l’originalità dello stile e perché, ogni volta che lo prendo tra le mani, mi ci perdo. Per fortuna c’è una pianta della struttura proprio all’inizio del volume!

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

CC: Per lo stile mi piace molto Dahl, con i suoi finali a sorpresa, “cattivissimi”, che lasciano spazio all’immaginazione: i racconti di “Favole crudeli” hanno tutti finali inconsueti. Devo ammettere che c’è anche un pizzico di Queneau, dal quale mi sento molto influenzata. Questi maestri mi sono rimasti nel cuore, oltre che nella penna, o meglio, nella tastiera del pc. Sono loro gli autori che amo di più. Insieme a Stephen King eccetera (dei quali ti ho già parlato) e insieme ad altri che non ho ancora ricordato, come Kundera e Poe.

LS: Quali libri hai pubblicato? Puoi parlarcene brevemente?

CC: Per quanto riguarda la saggistica, ho pubblicato un testo, da tempo fuori commercio, sul teatro del Grand Guignol (l’horror continua ad essere la mia più grande passione) e, di recente, un saggio sull’intuizione, uscito nel volume collettivo “Intuito e intuizione”, a cura di Giacomo Gatti, edito da Limina Mentis. I titoli si commentano da soli… Per la stessa casa editrice ho pubblicato un romanzo intitolato “Sangue, sapone e camicie di forza”. E’ ambientato nel manicomio di Reggio Emilia, il San Lazzaro, e parla della sofferenza e della follia di una donna di nome Ardilia, che ebbe la sfortuna di incrociare la vita di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio, una delle non infrequenti donne serial killer della storia. Mentre la cornice si attiene a fatti di cronaca realmente accaduti, ogni fatto attribuito alla protagonista è frutto della mia fantasia. Questo libro nasce da anni di ricerca e da lunghe e dolorose letture: oltre agli scritti di Alda Merini e ai volumi di medicina, ho consultato anche tanti altri testi realizzati da pazienti manicomiali. Il volume, al di là del titolo inelegante che ho voluto dargli, contiene, nelle mie intenzioni, una scrittura della sofferenza e un invito ruvido e maleducato a guardare dentro il dolore degli altri, a non dimenticarli. Anche qui ci sono spunti horror, che compaiono negli incubi e nei deliri della protagonista, ma c’è soprattutto un’introspezione profonda, anche volutamente fastidiosa a tratti, che intende mettere in luce la disperazione della follia, il dolore tremendo di un’identità che si sgretola. Nel libro ho incluso anche un’introduzione dedicata alla storia della pazzia: è molto breve e molto semplice, si tratta di una tesina che ho realizzato per l’esame di Psichiatria e che, pur essendo estremamente sintetica, contiene i punti chiave dell’argomento, senza annoiare il lettore (spero). Ovviamente, una trattazione estesa richiederebbe qualche migliaio di pagine, ma  esistono già molti testi di questo tipo. Nella post-fazione ho invece ricostruito le vicende giudiziarie della Cianciulli.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

CC: Purtroppo non ho mai avuto modo di lavorare insieme ad altri scrittori, anche se mi piacerebbe moltissimo. Credo che sarebbe un’esperienza di scambio e di condivisione insostituibile. Mi è piaciuto tantissimo collaborare al volume di Giacomo Gatti “Intuito e intuizione”: il confronto con Giacomo è stato preziosissimo e molto divertente, anche se non si è trattato, purtroppo, di una scrittura a quattro mani. Trovo che questo tipo di produzione letteraria, quando abbina menti fertili, sia straordinaria. Penso, in particolare, alla coppia Preston-Child: mi piacciono molto i loro thriller! Sono davvero originali e avvincenti.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

CC: Innanzitutto ad un pubblico di adulti. Forse il titolo “Favole crudeli” può trarre in inganno, ma il libro contiene testi difficili da “metabolizzare” per un pubblico di bambini. Credo, inoltre, che il mio lettore-tipo debba amare il noir, il brivido, l’inconsueto. Dovrebbe essere disposto ad aprire la mente, a pensare, lasciandosi coccolare e strapazzare, senza trattenere i sorrisi e le lacrime.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana?

CC: Penso che sia un mondo eccessivamente soggetto alla moda. Quando viene pubblicato un libro che mi piace lo acquisto subito, anche se non ho tempo per leggerlo al momento, perché so che può uscire presto dalla produzione e diventare irreperibile. Infatti, se per qualche motivo il successo dell’autore si esaurisce, i suoi libri divengono introvabili. Penso ai libri di Borges, prima che Adelphi li ristampasse: per anni non è stato proprio possibile reperirli. Ritengo, inoltre, che i libri in Italia siano eccessivamente costosi. Come lettrice-feticista, difficilmente prendo i libri in prestito in biblioteca, e acquistare un volume mi impegna un po’ troppo economicamente.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

CC: Sì, penso che i corsi di scrittura creativa possano essere preziosi per perfezionare la tecnica e che offrano ottimi spunti anche per inventare una trama e trovare uno stile personale. Per quanto riguarda premi e concorsi letterari, trovo che siano molto stimolanti e che siano un’eccellente vetrina per gli autori esordienti.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

CC: Il confronto con gli altri autori per me è molto importante e anche molto impegnativo, visto che i miei modelli di riferimento sono scrittori affermati, autentici geni della letteratura. Per farti un esempio, per quanto mi dedichi con passione alla scrittura, so che non diventerò mai “brava” come Carlo Lucarelli: la sua tecnica, il suo ritmo sono assolutamente inarrivabili. E’ proprio leggendo che ho provato il desiderio di scrivere. Purtroppo, al momento, non ho rapporti con scrittori in carne e ossa, quindi devo accontentarmi di amici cartacei con i quali confrontarmi.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

CC: Credo che sia inevitabile portare l’impronta di altri scrittori, essere influenzati dagli autori che abbiamo amato: entrano nella nostra memoria e nella nostra storia personale, riscrivono la nostra identità. Quando la citazione non scade nel plagio, risulta lusinghiera per il lettore più attento (pensa a Dylan Dog…). Soprattutto in certi generi letterari molto rigidi e stereotipati, come l’horror o come la fiaba, è impossibile evitare di riscrivere una trama già nota. L’originalità del testo è costituita dallo stile, dall’intreccio e dalla ricombinazione di moduli fissi. Penso anche alla chick lit, che si muove seguendo volutamente i sentieri tracciati da Jane Austen: l’esperienza della lettura può risultare piacevole proprio per l’abbinamento di un intreccio classico con temi della quotidianità, che sfociano in situazioni tragicomiche, con la promessa di un lieto fine, implicito nel genere stesso.

 

 

Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE RECENSIONE IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Edoardo Monti, autore di “Vangelo del cavolo”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Edoardo Monti

Autore di Vangelo del cavolo

I libri di Emil, 2011

 

a cura di Lorenzo Spurio

  

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

EM: C’è bisogno di fare una premessa un po’ dotta. Anche se in genere, in questo paese, si viene educati alla fede cristiana, pochi sanno che nei primi secoli del Cristianesimo il “vangelo” era una specie di genere letterario. Esistevano diversi vangeli (non parlo solo dei famosi apocrifi), ma di essi tutti conoscono soltanto i quattro testi che furono scelti dalla Chiesa, e dunque “canonizzati”. Partendo da tale presupposto, ho voluto scrivere il mio “vangelo”: il quale, essendo mio – e parlando di gente ordinaria, debole, mediocre –, non può che essere “del cavolo”.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di là di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

EM: Rispetto a chi nega una valenza autobiografica ai propri testi, io faccio esattamente il contrario. Dirò anzi che mi “duplico” in quasi tutti i miei personaggi, nel senso che in ognuno c’è un aspetto della mia personalità. Alla fine, per far questo, la scrittura non è solo un mezzo semplice ed efficace… ma direi piuttosto che è l’unico. Siamo sinceri: in quale altro ambito possiamo esprimere pensieri meschini – o magari anche spregevoli – e affermare: “Non sono io, è il personaggio che lo dice!”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

EM: Perché, esistono ancora i generi letterari? Oggi va molto la tipologia del “libro di denuncia”… Ma quando tu, per dire, scrivi un libro contro la camorra, e poi entri a far parte della grande “mafia” italiana – non meno pericolosa – di politologi e intellettuali, non sei molto credibile; o almeno, è ciò che penso io. Quanto al Noir, ci sono autori che leggo e che stimo molto: ma sarebbe anche il caso, da parte degli editori, di spaziare in altri territori, introducendo qualche novità. Questa ossessione per il “nero” inizia a essere noiosa!

Quanto agli autori che prediligo, dato che sono parecchi, mi limiterò ai nomi che in questo momento mi vengono in mente: Pirandello, Cechov, Updike, McBain, Dostoevskij, McInerney, Scerbanenco, Leopardi… Quanto agli autori italiani di oggi, ci metterei senz’altro Ammaniti, la Parrella, e anche Loriano Macchiavelli.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Ne posso dire due? Uno solo è davvero troppo! Sicuramente la Recherche di Proust e Il Principe di Machiavelli. Perché? Il primo è un capolavoro di scrittura e di profondità, il secondo è l’analisi più terribile – e veritiera – mai scritta sul genere umano.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: Sicuramente alcuni scrittori avranno avuto maggiore influenza, ma in qualche modo preferisco non esserne consapevole, lasciando semmai al lettore il compito di “scovarli”!

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: Di norma ascolto tutti i consigli di chi legge i miei manoscritti, ma una scrittura a quattro mani non l’ho ancora mai sperimentata.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: A tutti coloro cui ogni tanto, durante la giornata, viene il sospetto che la nostra vita – con i suoi riti e le sue convenzioni – sia una gigantesca presa in giro (non so se comica o drammatica). Chi mi legge, per un’oretta deve abbandonare i sentimentalismi, e in compenso saper ridere con sana cattiveria…

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Giorni fa, su un quotidiano, stavo leggendo la rubrica delle lettere tenuta da un notissimo scrittore. Rispondendo sull’argomento “piccola editoria” (di cui faccio parte anch’io), confrontandola con quella “grande”, egli affermava che per essere pubblicati dai grossi editori non c’è altra via che quella di esser “segnalati” da qualcuno; una persona, insomma, che conosca il direttore editoriale e che gli dica: “Ci sarebbe questo manoscritto…”. Ovviamente, è chiaro che il manoscritto deve poi piacergli: ma se non segue quest’itinerario, è impossibile che venga letto. Considerando che lo scrittore che tiene quella rubrica viene pubblicato da Mondadori, c’è da credergli sulla parola. Senza dubbio, il piccolo editore non ti fa seguire quell’iter. Ma in compenso, devi poi pubblicizzarti da solo, dal momento che non dispone dei mezzi che hanno i “grandi”.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Quanto ai premi, a esser sincero, ancora non l’ho capito. Per quanto riguarda i corsi di scrittura, io non ne ho mai frequentati, ma ho conosciuto – piuttosto – alcune persone che li tenevano, e devo che la loro mentalità non mi piaceva affatto. Con ciò, non voglio dire che gli insegnanti son tutti così. Ma la cosa quantomeno mi ha dato da pensare.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Lo scrittore è tendenzialmente un essere narcisista, molto geloso di ciò che scrive e sospettoso verso i “colleghi”. Anche se ciò risulta antipatico, è inutile far finta che le cose non stiano così. Non dico che tra scrittori sia impossibile confrontarsi: dico solo che è difficile bucare la loro corazza.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: C’è chi ha detto che in realtà ogni singolo scrittore dà il suo contributo alla stesura di “un unico grande libro”. Chi scrive ha la necessità principale di farsi capire, e quando un’immagine della letteratura del passato è conosciuta più o meno da tutti (ad esempio, l’insetto di Kafka), re-interpretarla – o anche parodiarla – può rivelarsi molto efficace. Specialmente se non è solo un divertissement intellettualistico, come accade nei libri di certi ‘baroni’ ormai affermati.

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O RIPRODURRE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO INTEGRALE E/O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Emanuele Marcuccio, poeta e aforista palermitano, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Emanuele Marcuccio

Autore di Per una strada

Sbc Edizioni, 2009

 

a cura di Lorenzo Spurio

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo del tuo primo libro, Per una strada?

EM: Questo titolo ha un’origine davvero curiosa, ogni volta che lo racconto, sembra un aneddoto, e invece è tutto vero. Era il novembre del 1998 quando scrissi l’omonima poesia, “Per una strada”, mi trovavo per strada, era un pomeriggio e il tempo preannunciava un temporale, d’improvviso mi raggiunge l’ispirazione e io, avendo come unico foglio di carta su cui appuntarla solo il retro di uno spiegazzato scontrino della spesa, la appunto proprio lì:

Per una strada

 

Per una strada senza fronde

si aggira furtivo e svelto

il nostro inconscio senso,

passa e non si ferma,

continua ad andar via

e non si sa dove mai sia.

Quanto mi sembrarono quasi insignificanti quei versi, la misi da parte, sfuggiva anche a me il suo significato profondo, in seguito capii che, quell’apparentemente semplice poesia nascondeva in sé l’essenza della mia stessa ispirazione, perché, la mia ispirazione è furtiva e svelta, passa e vola via e, se non l’afferro e la trattengo nel mio cuore con i versi che metto sulla carta, passa e vola via e nessuno sa più dove mai sia. Cito un passo della mia introduzione alla poesia, recentemente edita in appendice al mio secondo libro Pensieri minimi e massime: «[…] affinché la poesia sia vera e sincera deve esserci questa scintilla iniziale, dopodiché possiamo scrivere di getto, in maniera spontanea o, fare un lavoro di lima ricercando la rima più adatta o la parola, o il suono e starci tutto il tempo che ci sarà necessario. In caso contrario, diventerebbe solo qualcosa di artificioso che non è espressione del proprio sentire».

Poi, ho intitolato la mia raccolta Per una strada, proprio perché l’ispirazione, furtiva e svelta, mi ha raggiunto, la maggior parte delle volte, proprio per strada: camminando, sull’autobus, etc.

E perché proprio quell’articolo indeterminativo?

Avrei potuto toglierlo e intitolarla semplicemente “Per strada”. Quell’articolo rappresenta la semplicità, l’indeterminatezza, il poter trovare la poesia in tutto, anche nelle cose più semplici e quotidiane, poiché, a mio avviso, una sola è la strada che ci porterà alla poesia e alla sua voce più profonda, quella della spontaneità e della semplicità. Citando un mio aforisma, sempre dal succitato libro, “Ritroviamo e ricerchiamo sempre l’obliato proprio sé fanciullo, perché, solo con gli occhi dell’anima di un bambino si può davvero essere  se stessi e volare alto, anche se camminiamo per una strada spesso irta di ostacoli, problemi e preoccupazioni”. E questo vuole la poesia, uno sguardo semplice ma attento, molto attento e sempre pieno di stupore e di meraviglia.

Infine, c’è un’ultima motivazione o, forse si tratta della motivazione ultima?

Proprio per la presenza di quel “senza fronde” nella poesia “Per una strada”, che ha un significato proprio e metaforico al contempo; con quel “senza fronde” ho cercato di riassumere il sentimento di straniamento e di smarrimento dell’uomo contemporaneo, che si ritrova privo di valori e di qualcosa in cui credere, simile a un albero in autunno, spogliato delle sue foglie. Sorge quindi il bisogno di aggrapparsi a qualcosa o a Qualcuno in cui credere, prima che anche le radici vengano strappate via dalla tempesta dell’inverno.

 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

EM: Ma io non lo nego, anzi, in ogni mia poesia si può rintracciare un riferimento autobiografico, anche minimo, anche nella più insospettabile, la scrittura in fondo è trasfigurazione di quel caos del proprio vissuto. E la letteratura può essere un modo semplice ed efficace per narrare storie di se stessi e degli altri, pensiamo ad esempio al famoso racconto “La metamorfosi” di Franz Kafka, il segreto è trasfigurare bene il tutto. Scrive, infatti, Marcel Proust nella Rechérche: «Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso». E, citando anche un mio aforisma, sempre dal secondo libro, “Scriviamo di una realtà come trasfigurata e, nel contempo, cerchiamo di porgere al lettore una speciale lente d’ingrandimento, che trasfiguri e ingrandisca allo stesso tempo”.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

EM: Il mio genere letterario preferito è sicuramente la poesia, soprattutto come scrittura, gli altri generi preferisco leggerli. La poesia è la più profonda forma di comunicazione verbale mai creata dall’uomo per esprimere i più reconditi sentimenti umani, le più profonde emozioni; la poesia riesce a emozionare, etimologicamente parlando, riesce a portare allo scoperto (l’anima), parafrasando la mia poesia “Sé e gli altri” da Per una strada, riesce a portare allo scoperto “l’obliato proprio sé fanciullo”. La poesia riesce a far conoscere se stessi, riesce ad interrogarci, riesce a farci riflettere, riesce ad emozionarci, riesce a rendere l’ordinario straordinario e, in qualche maniera, anche a migliorarci, a renderci più sensibili nei confronti degli altri.

Leopardi è il mio poeta preferito, per l’infinita e meravigliosa musicalità dei suoi versi. Da lui ho appreso la musicalità e la fluidità del verso, senza fare uso della rima; su più di centotrenta sono meno di cinque le poesie che ho scritto interamente in rima. Quanto mi ha ispirato la musica dei suoi versi e, “L’infinito” è la poesia che preferisco più di tutte, non solo per i suoi versi infinitamente pieni di musicalità, ma, perché vedo questa poesia come un’oasi di speranza lungo il deserto del suo pessimismo cosmico: «Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è dolce in questo mare.».

Indubbiamente, è il romanticismo la corrente letteraria che mi ha sempre affascinato di più, per quel suo tendere all’infinito, all’assoluto e, il motivo si può ben capire dalla concezione che io ho della poesia.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

EM: Per i motivi espressi in precedenza, l’opera poetica di Leopardi, appunto, la raccolta Canti. Come prosa, I promessi sposi di Alessandro Manzoni, proprio perché ho scritto anche una poesia, ispiratami dalla figura di Lucia (scritta successivamente alla stesura di Per una strada), una poesia molto introspettiva e che non ha nulla di celebrativo, come si potrebbe immaginare. E soprattutto perché, durante la sua lettura, precisamente nel corso del capitolo XXIV, mi sono commosso fino alle lacrime, cosa mai capitatami leggendo un libro, di solito è più facile commuoversi con un film.

Un capolavoro, una delle più grandi creazioni della letteratura universale e, senza dubbio, il più grande romanzo della letteratura italiana.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

EM: Sono tanti gli autori, soprattutto i poeti, che hanno contribuito a formare il mio stile. Ho iniziato a scrivere poesie nel 1990 e, all’inizio sono stato molto influenzato principalmente da Foscolo, Leopardi e gli stilnovisti, avevo bisogno di modelli da cui partire, queste influenze sono però riconducibili ai vocaboli utilizzati, non all’imitazione del loro stile. I miei poeti preferiti sono: Leopardi, sopratutti, poi Pascoli, soprattutto per la poetica del fanciullino, il fanciullo che c’è in ognuno di noi, e Montale, perché la sua poesia mi affascina e conquista ad ogni rilettura, quasi in una vertigine per i suoi abissi di profondità. Poi, sono rimasto affascinato dalle poesie di Federico Garcia Lorca, lette soltanto nella sua traduzione italiana, a questo proposito, nel ’96, dopo averne letto un’ampia antologia, tra il ’97 e il 2000 scrissi quattro omaggi a Garcia Lorca, in cui ho cercato di imitarne in maniera personale lo stile, e si possono leggere in Per una strada.

LS: Ho visto nella tua nota bibliografica che hai recentemente pubblicato una silloge di aforismi. Quale pensi sia o dovrebbe essere la funzione di un aforisma nella società d’oggi? Perché hai impiegato questo mezzo espressivo?

EM: Sì, si tratta del mio secondo libro Pensieri minimi e massime, una raccolta di ottantotto aforismi e pensieri vari, edita con Photocity Edizioni, scritti dal 1991 al 2012 (per la precisione c’è stata un’interruzione dal 2000 al 2008 ca.). Quarantotto dei quali hanno per tema la poesia e, con un’appendice, una mia introduzione alla poesia.

Allora, perché, oltre a scrivere poesie, scrivo anche aforismi?

Ti rispondo con un aforisma scritto successivamente alla stesura di questo secondo libro: «L’aforisma è la sintetica risposta della prosa alla poesia». Ecco cos’è per me un aforisma, la prosa non è nelle mie corde di scrittura, preferisco leggerla, e l’anima dell’aforisma è la sintesi, così come lo è per la poesia ma in modi e caratteristiche differenti. L’aforisma induce alla riflessione e all’interrogarsi, ecco quale dovrebbe essere la funzione di un aforisma oggigiorno, infatti, i miei aforismi non prediligono la battuta di spirito o il semplice gusto per il calembour.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

EM: No, non ho mai scritto a quattro mani, ma non escludo a priori una mia esperienza futura di questo tipo di scrittura nel campo poetico.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

EM: Certo, non ai lettori che prediligono un certo tipo di poesia, in cui “amore” fa sempre rima con “cuore” ed altre superficialità simili, ma a chi ama la letteratura, soprattutto i classici e, citando dalla recensione curata dal poeta e critico letterario, Nazario Pardini, “[…] il Nostro affronta gli aspetti più disparati della realtà: quelli emotivo-esistenziali, quelli artistici, quelli civili. E con energia linguistica, con innovazione verbale, con l’uso anche di un lessico arcaico in particolari nessi letterari, esonda tutto se stesso”. La poesia amorosa c’è in Per una strada (in numero minore) ma non certo quella della citata rima.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

EM: Non molto bene, l’unica cosa positiva che ho notato è che il libro è abbastanza distribuito nella librerie on-line, da quest’anno e, a distanza di quasi tre anni dalla pubblicazione, Per una strada è disponibile anche su “amazon.it”.

Penso che sono ben poche le case editrici che promuovono i nuovi autori (precisamente quelli che non sono raccomandati dal politico di turno), sono perlopiù piccole case editrici e sconosciute al grande pubblico. Io dal 2010 faccio anche il curatore editoriale, non certo di SBC Edizioni, ho curato prefazioni a sillogi poetiche curando la pubblicazione di tre raccolte di poesie, la casa editrice è una di quelle medio-piccole, ma molto attenta nei confronti dei nuovi autori, dotati di talento.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

EM: Posso parlare secondo la mia esperienza di scrittura di poesie, iniziata nel 1990, penso che poeta non si diventi ma si nasca, quello del poeta non è un mestiere e non si può quindi apprendere in nessun corso di scrittura, la poesia è una passione che si scopre e si coltiva sempre più nel corso degli anni. Un corso di scrittura poetica dovrebbe avere la funzione di mettere in discussione e di confrontarsi direttamente con altri poeti, ma non potrà mai insegnare a scrivere poesie partendo da zero. I corsi di scrittura creativa devono essere considerati dei laboratori per chi già scrive e non per chi vorrebbe farlo.

I premi letterari e concorsi, se organizzati in maniera onesta, come ho avuto modo recentemente di “toccare con mano”, grazie alla mia prima esperienza di membro di giuria, possono contribuire a dare una certa fama presso i critici, ma non sono una bacchetta magica presso i lettori, in alcuni casi, neanche il Nobel per la letteratura lo è.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

EM: Per me è molto importante il confronto con altri autori, specialmente quando trovo dei punti di contatto con il mio modo di scrivere e di poetare al punto che, citando un mio aforisma, sempre da Pensieri minimi e massime, “Tra poeti, scrittori, drammaturghi, artisti in genere, è bene che si instauri un rapporto di rispetto e di stima reciproca, mai di concorrenza e senza nessuna presunzione di possedere la verità, purtroppo, oggigiorno è quasi un’utopia.”.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

EM: Come ho detto prima, all’inizio del mio percorso poetico sono stato molto influenzato dai grandi poeti del passato, avevo bisogno di modelli da cui partire. Faccio alcuni esempi da Per una strada: nella giovanile poesia “Il viandante”, del 1990, al verso “E come odo stormir le fronde,” possiamo notare una reminiscenza di un passaggio de “L’infinito” di Leopardi, precisamente, “E come il vento/ odo stormir tra queste piante,”, poi, in un’altra poesia giovanile, il titolo è proprio “Poesia”, del 1991, alla chiusa, si può notare un mio tentativo di imitazione della meravigliosa chiusa de “L’infinito”, quella meraviglia immensa di “Così tra questa/ immensità s’annega il pensier mio:/ e il naufragar m’è dolce in questo mare.”, che io maldestramente ho tentato di imitarne il suono con “Così, tra questi versi immensi/ gioisce l’animo mio,/ e l’ondeggiar/ mi molce e m’accarezza”. Andando avanti, nel 1994 scrivo “Amor”, scritta in due giorni, mentre mi preparavo agli esami di maturità classica e vocaboli danteschi frullavano impazziti nella mia testa, bisognava farli uscire, come per un bisogno fisiologico. Scritta interamente in rima libera, e non si tratta certo di rima baciata, ma di un tipo particolare di rima, la rima incatenata o terza rima, in cui il primo verso rima con il terzo della prima terzina e il secondo verso rima con il primo della seconda terzina e così di seguito, come gli anelli di una catena e il linguaggio che ho utilizzato è quello dell’italiano antico, precisamente il volgare trecentesco di ascendenza stilnovista.

Come si può immaginare, la rivisitazione classica è una componente abbastanza presente nella mia produzione poetica, specialmente fino al 1996 ca., poi, è andata sempre più scemando, fino a ripresentarsi inaspettatamente nel 2006 in “Dolcemente i suoi capelli…”, un mio modesto omaggio alla grande stagione della poesia italiana dei tempi passati, scritta interamente in rima, ispirandomi allo sfuggente viso di una ragazza che, dolcemente giocava con i suoi capelli, facendone anelli con le dita, alla fermata dell’autobus ed io ero sul bus.

LS: Ho recentemente avuto il piacere di curare la prefazione al tuo poema epico-drammatico ambientato in Islanda, un lavoro lungo e faticoso che, tuttora, non hai concluso. Puoi raccontarci come è nata l’idea di adoperarti con un genere letterario così complicato? A che tipo di lettori si rivolge questo testo?

EM: Sì, una magnifica prefazione, grazie infinite!

L’idea è nata dalla visione di una brochure ricca di meravigliosi paesaggi dell’Islanda, una brochure turistica inglese regalatami nel 1989 e che conservo gelosamente. Mi sono documentato su questo paese e ho letto l’interessante racconto ottocentesco Viaggio nell’interno dell’Islanda di Natale Nogaret. Ovviamente, c’è anche il desiderio di visitare l’Islanda, è un sogno che ancora non ho potuto realizzare ma, chi m’impedisce di farlo con un mio scritto?

Narrando una storia, servendomi dell’amata poesia, infatti, il dramma è in versi, davvero arduo e impegnativo e lungo quasi un ventennio, proprio perché c’è stata un’interruzione dal 2001 al 2005. Sono quasi al termine della scrittura del quinto e ultimo atto e un amico compositore dal 2010 sta scrivendo le musiche di scena per questo poema, musiche di scena in senso proprio, non un’opera lirica.

Ma perché proprio un dramma in versi?

La poesia fa parte del mio essere, la prosa, come ho già detto, non è nelle mie corde (preferisco leggerla), non riuscirei mai a scrivere un racconto, né un romanzo, ecco perché ho scelto il teatro e un dramma in versi per cercare di esprimere la mia vena narrativa e, al contempo, continuare a cercare di esprimere la poesia che il cuore mi detta.

Con tutto il rispetto, la narrativa e la prosa in genere preferisco leggerla e non scriverla, però, anche in questa possiamo trovare della poesia. La poesia, nella sua accezione più ampia, non è solo quella legata ai versi ma, alla prosa, alla musica e all’arte in genere. Quanta poesia possiamo scorgere ad esempio ne I promessi sposi di Manzoni o, quanta in una canzone di Battisti, come “I giardini di marzo” o, quanta in un’Opera di Puccini, o in un notturno di Chopin! O quanta poesia possiamo trovare ad esempio nella “Gioconda” di Leonardo o nella “Pietà” di Michelangelo!

Con la scrittura di questo dramma ho cercato di fondere le due cose in un tutt’uno, ho cercato di scrivere una storia servendomi dell’amata poesia e del teatro e, il teatro, si presta molto a questo genere di connubi, solo così potevo esprimere la mia vena narrativa. Non a caso ho inserito una voce narrante (fuori scena) che, ogni tanto si fa sentire nel corso del poema, questa voce fuori scena rappresenta l’io narrante del poeta, sulla scorta dei grandi poemi epici non ho potuto proprio farne a meno, infatti, il dramma è di argomento storico-fantastico, con alcuni riferimenti all’epica germanica.

Come scrivo in un mio aforisma di Pensieri minimi e massime, “Un poeta non deve mai lasciarsi condizionare dal marketing, dal consumismo o dalle mode del tempo, la sua ispirazione non sarebbe più spontanea e sincera, deve bensì lasciar parlare la propria anima, senza alcun condizionamento.”. Quindi, nessuno può dirmi di scrivere un romanzo, perché, così ci sarebbero più lettori ma, mancherebbe la cosa più importante: l’ispirazione.

In fondo, la mia risposta al genere del romanzo è questo dramma epico, certamente di gran lunga più impegnativo ma, per me l’unica possibile. E certamente i lettori di quest’opera dovranno essere dei grandi amanti della letteratura, di miti e di leggende.

 

LS: Recentemente hai pubblicato una raccolta di aforismi dove, con molto piacere, hai inserito una mia nota critica a mo’ di postfazione. Uno dei temi principali di questi aforismi è proprio la poesia, come mai? Dall’altra parte ho trovato degli aforismi a tematica sociale, “impegnati”, se vogliamo. Come possono convivere in una unica raccolta due ambiti tra loro tanto distanti: la letteratura e lo spirito lirico e la società con i suoi problemi e i suoi drammi?

EM: Come mai?

Non poteva essere altrimenti che la maggior parte di questi aforismi (quarantotto degli ottantotto) abbiano per tema la poesia, dal momento che scrivo poesie, mi sono molto interrogato sul senso della poesia e dell’essere poeta scrivendo questi aforismi. Sono stato ben felice di far inserire la tua ottima postfazione e, quanto al politematismo, non c’è da stupirsi, anche Per una strada è una raccolta politematica, non amo il monotematismo, del resto, anche la vita è politematica o, quantomeno, facciamo di tutto affinché lo sia.

Del resto, sforzandoci di fare letteratura cerchiamo di dare voce ai sogni dell’umanità, ai suoi dolori e alle sue speranze e, citando Cesare Pavese “La letteratura è una difesa contro le offese della vita”. La mia aspirazione più grande, infatti, è fare letteratura con i miei scritti, e la letteratura non è mai monotematica.

Grazie Lorenzo per aver letto e attentamente recensito il mio Per una strada e per la proposta di questa intervista!

Intervista a cura di Lorenzo Spurio

scrittore, critico-recensionista

Blog Letteratura e Cultura

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Intervista a Luigi Pio Carmina, autore di “Racconti Hunderground”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Luigi Pio Carmina

Autore di Racconti Hunderground

Zona Editrice

 

a cura di Lorenzo Spurio

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

LPC: Ciao Lorenzo, ciao a tutti i lettori. Il titolo è una scelta stilistica atta ad indicare un percorso di vita underground, sia per lo stile, sia per la scelta del protagonista di trasferirsi in una metrò sottoterra, da qui infatti il titolo. L’aggiunta della “h” , come fosse un refuso, enfatizza l’utilizzo di inglesismi nel nostro linguaggio comune.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

LPC: Il romanzo è introspettivo più che autobiografico, poiché pochi episodi narrati all’interno sono avvenuti realmente. Negli stessi però c’è riversato il mio pensiero, la mia opinione verso il mondo e l’umanità. Anche i personaggi sono lo specchio distorto di persone, a volte, incontrate da me. La letteratura è il modo migliore per esprimere emozioni e farle conoscere, infatti l’uomo ha cominciato a narrare le storie, anche precedentemente l’avvento della scrittura, sempre con il desiderio di esprimersi.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

LPC: I miei autori preferiti sono Hermann Hesse, Pirandello e Sciascia. Questi autori hanno portato avanti le loro idee, appoggiandosi allo studio della vita reale. Anche se in modo diverso attuano questa analisi del rapporto interpersonale. I generi che più mi affascinano sono il drammatico e il fantasy, ambedue per l’ambientazione decadente che arricchisce il romanzo.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

LPC: Il libro che mi è piaciuto di più in assoluto è “Narciso e Boccadoro”, poiché ho potuto leggere la voglia di fuga e di evasione di uno dei protagonisti, contrapposto alla dedizione al lavoro e alla fede nel proprio credo dell’altro. Entrambi finiranno per incontrarsi nuovamente, mossi dal desiderio di completarsi e poter finalmente dialogare, fosse anche l’ultima volta.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

LPC: A questa domanda posso rispondere semplicemente dicendo che ritengo il mio stile originale e non influenzato da altri autori, ma frutto della vita vissuta, avendo conosciuto ed essendomi scontrato con alcune realtà e con le problematiche di varie persone.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

LPC: Non ho ancora collaborato con altre persone in un percorso di scrittura, ma ritengo sia molto interessante , poiché potrebbe essere un mezzo di confronto, fondendo però in parte le idee, per poter rispettare quelle del singolo autore.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

LPC: Si adatta ad alcuni lettori pronti a leggere storie drammatiche, a volte molto vicine alla realtà in cui viviamo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

LPC: Purtroppo il periodo di crisi economica che stiamo vivendo sulla nostra pelle porta anche alcune case editrici a chiedere compensi per sopravvivere. In questo modo gli autori vedono il loro sogno trasformato in una merce di scambio, e le idee e le emozioni diventano oboli da richiedere.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

LPC: Sì, perché spingono gli autori , di poesie o romanzi, a mettersi alla prova, al continuo miglioramento.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

LPC: È fondamentale , per crescere, evolvere insieme, e cercare di evitare errori tramite le esperienze. Sempre , come dicevo prima, non dimenticando l’io personale di ciascun autore.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

LPC: Nel romanzo, il protagonista rimembra nozioni , anche letterarie, apprese in passato, prima del suo arrivo nella stazione. É questa la componente intertestuale che posso leggere nel romanzo. Nella maggior parte della stesura ho applicato la mia fantasia con un tocco interiore, a volte ermetico, sfruttando periodi brevi che puntualizzino l’angoscia vissuta dai personaggi.

Ringrazio Lorenzo, i componenti della redazione e tutti i lettori per l’attenzione e il tempo impiegato a leggere queste righe.

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

 

E’ SEVERAMENTE VIETATO DIFFONDERE E/O PUBBLICARE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMATO DI STRALCI O INTEGRALMENTE SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista a Mario Di Nicola, autore di “310307”, a cura di Lorenzo Spurio

INTERVISTA A MARIO DI NICOLA
AUTORE DI 310307
LETTERE ANIMATE EDITORE

A CURA DI LORENZO SPURIO

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?
MDN: I numeri sono da sempre razionalità, mistero, misticismo, progressione, recesso, realtà, infinito. Ho visto dare titoli più disparati ai libri, di ogni genere, senza ricorrere quasi mai ai numeri. Io ho preferito non una frase, una parola, ma una serie numerica. In realtà rappresenta per me una data molto importante, la nascita di mia figlia. C’è chi non crede a questa mia risposta, indicando in 310307, un significato più recondito, più introverso. Allora lascio credere ciò che si vuole, i numeri sono così, l’interpretazione di essi è veramente lasciata al singolo individuo. In un numero, qualunque esso sia, ognuno di noi imprime un significato. Io ho il mio, ai miei lettori lascio la voglia di scoprire in loro, il proprio karma. L’inizio della vita, aldilà dello spirito religioso, è un numero. 

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?
MDN: A differenza di altri che negano, io viceversa ribadisco la mia vita nelle mie poesie. E’ un’autobiografia vera, ermetica, nichilista, crepuscolare. In ogni poesia, c’è parte della mia esistenza, senza retorica, un’analisi della mia anima, alla luce di quanto vivo e lascio che viva dentro me. Chi scrive poesia, non attingendo al proprio divenire, per me non è un poeta vero. Il classicismo d’epoche passate, non m’interessa. Rappresentare il bello, il perfetto, il risultato di quello che si pensa che il lettore vuole, non m’appartiene. La verità del narrare, rappresenta l’inizio e la fine dei miei concetti. E spesso, si sta male nel raccontarsi. La letteratura è un ottimo modo per raccontare la propria storia e quella degli altri, ma non deve alterare i contenuti. Il lettore non deve avere la sensazione che la storia sia “aggiustata”, il lettore deve credere nel proprio autore. Oltre la letteratura, altri modi per raccontare storie, sono la musica, l’immagine, la pittura. Io ho sempre portato avanti la Néorìa (una mia creatura, intesa come nuovo movimento), dove la musica e la poesia si tengono strette, vivendo una per l’altra. Tutto ciò che può decifrare l’animo, è fonte di interesse per me. Le note e le parole, alla fine sono la stessa cosa.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?
MDN: I miei autori poetici preferiti, sono D’Annunzio, Ungaretti ( che considero “maestro”), Saba, Dino Campana. Adoro (sembrerò fuori dal tempo) l’ermetismo popolare, la scapigliatura, il decadentismo vero, lo spleen francese. Insomma il lato ombroso della luna, che non significa l’essere cupo o triste, ma esprimere il sentire della vita come essa approda nella vita di tutti i giorni. Oggi in Italia a mio avviso correnti letterarie e poetiche nuove, non ne abbiamo. E’ un susseguirsi di rimpasti e espressioni che maestri del passato hanno già descritto nelle linee guide. Certamente oggi abbiamo autori di poesia validi e coerenti con il tempo, ed è difficile inquadrare nuove tendenze e strade da percorrere. Questo logicamente è il mio punto di vista, e posso sbagliare, ma la verità sta nelle pagine del passato, che fanno ancora tremare le mani a chi scrive. I generi letterari che amo sono la narrativa, il romanzo descrittivo di una certa realtà, non prediligo il fantasy, e tanto meno il giallo. Adoro Moravia, già a dodici anni leggevo il Disprezzo, La noia, e poi più avanti la Villa del Venerdì. Moravia mi ha sempre affascinato per la sua cruda descrizione dell’animo donna-uomo, visto da angolature strettamente viscerali. Il descrivere l’assurdo delle emozioni. E questo mi ha sempre fatto riflettere, anche nelle mie composizioni. La letteratura straniera intesa come autori singoli è anche un mio punto di partenza. La poesia della Emily Dickinson, Poe, Keats, Neruda, sono i maggiori che seguo da sempre. Leggo tutto ciò che capita, per capire, carpire, sostenere. Ma la cosa importante nel leggere è comprendere perché e il come, sente la vita un autore. Infine, ma non per ultima, lascio la Merini, che credo sia l’ultima grande poetessa del nostro tempo. 

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?
MDN: Per la poesia il titolo è : Vita d’un uomo, di Ungaretti. Un libro dove l’anima del poeta s’imbastisce con la quotidianità del soffrire per avvenimenti. Il descrivere in poche righe il verso della vita, che ci opprime o ci accontenta, lo stillicidio dei vocaboli, intesi come lame che devono e possono ferire l’animo di chi legge. Per la narrativa, romanzo, ribadisco il mio acclamato amore per Moravia. Il libro la Villa del Venerdi, è secondo me, la descrizione beffarda, quasi da circo della capacità umana di amare in diversi modi. E Moravia, sapeva descrivere il girotondo di vite, in maniera egregia.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più? 
MDN: Come ho già detto, Ungaretti, Tarchetti, Luzi, e altri hanno contribuito alla stesura delle mie idee. Ma quello che considero il mio maestro è Ungaretti.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani? 
MDN: Ho collaborato a quattro mani nella stesura di alcune poesie, con una brava poetessa, Antonella Ronzulli, Direttore della collana Phoetica di Lettere Animate, per un suo lavoro editoriale. Ci siamo ritrovati in molti schemi mentali e l’amicizia ci ha portati a scrivere insieme. A lei devo la mia presenza nel mercato editoriale, e al fatto di aver ripreso a scrivere. La stesura a quattro mani è difficile da realizzare. Ma quando accade, la magia è unica.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?
MDN: Credo che non ci sia un tipo definito di lettore. La mia opera può protendere verso chiunque ne voglia far parte. Leggere e ritrovarsi nelle frasi di una lirica, per me non ha età.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?
MDN: Oggi pubblicare un libro è difficile, trovarsi di fronte agli editori non è cosa semplice L’editoria a pagamento è da escludere sempre, in ogni momento. La mia casa editrice Lettere Animate, non mi ha chiesto nulla, nessun contributo economico, ha semplicemente creduto in quello che ho scritto e che sono. A lei, e alle persone che ne fanno parte va tutto il mio ringraziamento, per aver realizzato un sogno di un semplice scrittore di poesie. Inoltre sarebbe bello se il panorama editoriale, si occupasse di più di poesia. La poesia non è roba per pochi eletti, la poesia è vita di tutti, anche quelli che fanno finta nel non considerarla come matrice educazionale.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?
MDN: I concorsi letterari e poetici servono al confronto, alla possibilità di farsi leggere. Certo è difficile farsi giudicare in una gara. Sembra assurdo come un sentimento proprio, debba avere un voto, un giudizio. Ma il ritrovarsi insieme ad altri fa crescere la propria umiltà, fa riconoscere i propri limiti, o la propria bravura. Ma non tutti i concorsi sono realmente validi. Lungi dai pseudo concorsi, che non hanno qualità e garanzia. Quelli massacrano persone e poesia.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori? 
MDN: Tanto. Il confronto comporta la presa di coscienza, la capacità di riconoscere in altri la bravura, o anche la superficialità. Ma soprattutto il confronto è un momento per non sentirsi soli, per non sentirsi elusi dalla quotidianità, serve per crescere e creare rapporti umani, così come nei vecchi cenacoli artistici di un tempo, a me cari. 

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?
MDN: Penso che la storia sia ciclica, il ripetersi del tempo, delle storie, delle rivoluzioni, dell’umanità in se stessa, è la principale caratteristica dell’esistenza umana. Anche la letteratura, la poesia deve fare i conti con questa routine, e questo non vuol dire copiare o rifarsi interamente al passato. Il rileggere le tematiche ci deve portare a scoprire sfumature ogni volta, equilibri non toccati, impressioni non focalizzate. La rielaborazione delle tematiche, nella veste della ricerca, fa solo bene al mondo della scrittura. Nessuno è immune alla ciclicità, dobbiamo solo affinarla al nuovo sentire, dettato dal tempo che cambia e che ci cambia. Finisco dicendo che spesso quello che non hai scritto tu, l’ha scritto qualcun altro, e quello che non trovi ora, lo troverai nel passato e nel futuro. Basta però indicare sempre una via dove camminare insieme, per la voglia di scrivere e che tutto rimanga impresso nelle pagine dell’esistenza personale e collettiva. Grazie per il tempo accordatomi. A Dio piacendo continuo.

a cura di LORENZO SPURIO 

 

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Intervista a Martino Ciano, autore di “Le danze del tempo”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Martino Ciano

Autore di Le Danze del tempo

Roma, Arduino Sacco Editore, 2011

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

MC: Distruzione del tempo esterno. Dissolvimento del rapporto causa/effetto. Ritorno al tempo interno. Una sorta di inner space, un tempo che nell’anima diventa fisico, palpabile, rappresentabile solo attraverso un collage di ricordi. Un ready-made dadista, insomma, in cui simboli, esperienze, emozioni, si uniscono in un rapporto che solo concettualmente può essere compreso.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

MC: Tutto. L’arte vera nasce dalla sofferenza, da come noi interpretiamo i nostri traumi. “Le danze del tempo” è pieno di riferimenti autobiografici. L’inquietudine che guida questo libro è del tutto personale. L’inconsapevole viaggio verso l’espiazione dell’ex tenente Karl Von Kliest, è anche la mia. Nel libro c’è una ricerca profonda che tende alla fede, come tu hai sottolineato anche nella tua recensione, ma soprattutto c’è il tentativo di scoprirsi e di risolvere i propri traumi. La scrittura, quindi, diventa uno sfogo. Le parole contenute ne “Le danze del tempo” sono state scelte con cura, come macchie di colore, che devono riempire un quadro, certamente personale ma al contempo assimilabile da tutti. Almeno, questo è stato il mio intento, spero di averlo raggiunto.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

MC: Philip Dick, Huxley, Orwell, Borges, Pasolini, Bukowski, D’Annunzio, Campana, Ballard, Sartre, Bernard. Sono solo alcuni degli autori che leggo. Non ho un genere preferito, ma cerco nuove letture in base alle mie esigenze. In questo periodo mi sto appassionando a Landolfi e a Burroughs. Un paio di anni fa mi sono incaponito con i futuristi, Marinetti in primis. Certo se dovessi indicare un genere e un autore, beh, senza indugio direi che il mio preferito è Thomas Bernhard e il suo stile è stato per me sempre un’ispirazione.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

MC: Ripeto. Estinzione di Thomas Bernhard. Legge nel profondo dell’anima, caratterizza i personaggi attraverso un’analisi introspettiva che mai avevo trovato in altri libri. Cinico e aulico allo stesso momento. Tratta l’estinzione come momento di profonda polverizzazione di noi stessi. Estinguersi per rinascere, rinascere per ri – estinguersi, togliendo di volta in volta ciò che non ci appartiene più da tempo. Insomma, un capolavoro della letteratura.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

MC: Posso farti un altro nome a cui sono molto affezionato: Celine. “La morte a credito” ha ispirato molto le allucinazioni del mio Von Kliest. Ma ripeto, non saprei indicarti quali autori o generi mi hanno formato, perché io leggo tutto. Posso però dirti cosa non leggerei: i thriller scandinavi, veri massacri allo stile.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

MC: Purtroppo no, ma mi piacerebbe parecchio. Credo che la scrittura a quattro mani possa solo migliorare un’opera. E poi la collaborazione fa sempre bene. L’arte è armonia e questa può aversi solo con la concordia di più elementi. Anche nel caos c’è un’armonia, un filo conduttore, Borges ne è maestro (un’altra mia ispirazione). Insomma, lancio un messaggio, se qualcuno vuole collaborare con me, io non ho problemi.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

MC: Non voglio essere presuntuoso ma credo che tutti possano leggere questo libro. Le danze del tempo è scritto in maniera elementare e semplice. Nasconde tanto, parla di molte cose, ma non stanca il lettore. Ho sempre pensato a questo libro come una favola nera sul tempo e sul rimorso. La favola contiene in se una morale, logicamente non voglio insegnare nulla a nessuno, voglio solo tirare le somme. Chi vuole avvicinarsi a questo libro deve solo liberarsi di una cosa, del pregiudizio. Prima di approdare alla Arduino Sacco editore, ricordo che il rappresentante di una casa editrice ha rifiutato questo libro, perché a suo avviso, c’era il sospetto di apologia al nazismo. Non aggiungo altro.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

MC: La Arduino Sacco editore si è comportata benissimo. E’ una casa editrice competente e soprattutto chi vi lavora è un appassionato che sa far bene il proprio lavoro. Per quanto riguarda l’editoria italiana, beh, la situazione è terribile. Non c’è spazio per un esordiente a meno che non ci siano poteri forti che lo supportano. Per me poi il lavoro è doppio. Vivo in Calabria, cioè nel deserto. È difficile promuovere il libro, è difficile parlare di letteratura, è difficile concepire la scrittura.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

MC: No. Leggere, leggere, leggere. Queste sono le cose che possono aiutare lo scrittore contemporaneo, così come hanno aiutato lo scrittore del passato. Leggere con curiosità, guardare al mondo con ambizione. Tutto è stato scritto, poco però rimane nel cuore e nella mente. Perché? E posso aggiungere, perché sappiamo ma non reagiamo al fatto che i grandi concorsi sono guidati dai grandi gruppi editoriali? Perché non ridiamo di quegli scrittori che hanno fatto del libro una merce? Ben rilegato, ben impacchettato, ma con poca sostanza? La gente legge thriller, noir, gialli e crede di aver letto. Questo avviene perché la letteratura è vista come un passatempo e non come una materia che può aprire la mente. Fammelo dire senza censure, a me tutti questi assassini seriali e psico – non so cosa, hanno rotto le scatole. E proprio questi spadroneggiano in alcuni blasonati concorsi letterari, e dai quali lo scrittore contemporaneo dovrebbe trarre ispirazione.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

MC: Tanto. Sono sempre alla ricerca del confronto e grazie a “Le danze del tempo” mi sto avvicinando a nuove esperienze.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

MC: Verissimo e aggiungo, non potrebbe essere altrimenti. Anzi, in me è ancora più palese visto che leggo tantissimo. Se guardo al mio primo libro Il canto della cecità, aveva un linguaggio simile a quello di D’Annunzio, Tolstoj e Dostoievskij perché amavo quegli scrittori. Ho cominciato a scrivere Le danze del tempo nel 2006, cioè, quando da D’Annunzio passo a Borges e poi a Marinetti e poi a Pasolini e Bernard. Il risultato? Molti si sono accorti che i primi due capitoli del libro sono scritti in un modo, dal terzo alla fine, lo stile cambia completamente.

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

MC: Sì. Sto scrivendo una terza opera. Dovrebbe chiamarsi Iride o Nell’ora della morte. Sarà un libro sul delirio, sul non senso, ma soprattutto svilupperà una tematica a me cara: l’immanenza. Sarà sempre una fiaba, scritta in maniera semplice e diretta. Non si spaventi chi legge queste parole, sfrutto la filosofia solo come tramite, l’argomento da me trattato viene sempre nascosto dietro la trama. Nel caso de Le danze del tempo, il filo conduttore è l’entropia. Ed in fondo credo che questo sia il compito della letteratura, rendere fruibile a tutti, anche a chi ignora certe cose, eventi che ci sembrano lontani. In poche parole: la vita nella sua molteplicità.

 

A CURA DI Lorenzo Spurio

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Intervista ad Antropoetico, autore di “Asimmetrico”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Antropoetico

Autore di Asimmetrico

Lettere Animate Ediotre, 2012

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

AP: Nel senso letterale di essere fuori simmetria dal punto di vista delle percezioni, non lineare in modo simile a una catasta di legno in cui qua e là fuoriescono degli spuntoni. Le emozioni della vita hanno deformato la mia anima che ha assunto, in tal modo, forme diverse nei punti dove ha incassato i colpi.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AP: Nel mio caso gli scritti poetici sono essenzialmente riferiti alla mia esistenza, alle emozioni che hanno trapassato i momenti della vita. Nella poesia esce il mio io più profondo. Raccontare sé stessi vuol dire raccontare gli altri nello specchio riflesso della vita. Se ho cominciato a scrivere poesie è stato proprio per dare sfogo a quel torrente in piena che avevo dentro, quel bisogno di comunicare il mio stato d’animo così forte e impetuoso a tal punto da non poter più smettere di scrivere.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AP: Bufalino ha sicuramente un certo fascino descrittivo, anche Pessoa per certi versi mi emoziona ma sicuramente il maestro nella descrizione dell’amore e di tutte le sue svariate sfumature è Pablo Neruda. Non ho una tendenza di riferimento, credo che la poesia debba arrivare nella mente e nel cuore al di là di schemi predefiniti. Lo scopo è generare un’emozione nell’anima di chi legge, trasmettere qualcosa che si ha dentro  che possa essere o diventare patrimonio anche dell’altro.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

AP: Sono sicuramente un’anomalia nel campo degli scrittori, in quanto, in realtà, ho letto pochissimo degli altri autori. Quello che ho nel cuore è “Todo el amor” di Pablo Neruda perché lo trovo molto umano e sincero con tutte le sfumature più intense dell’amore.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AP: Come già evidenziato in precedenza il più interessante dal mio punto di vista è Pablo Neruda, un vero talento capace di scuotere da cima a fondo l’anima di chi legge.

 

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AP: Mai provato. Potrebbe essere un’esperienza nuova, interessante a livello di sperimentazione anche se sicuramente, come in un matrimonio, possibile solo con una grande armonia espressiva e una comunione emotiva.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

AP: La poesia è sicuramente più attraente per le persone sensibili, per coloro che portano addosso i segni di vite difficili o complicate. Credo che sia il dolore la prima porta che apre al mondo della poesia. Una volta entrati però ci si accorge della complessità del mondo che essa rappresenta capace di toccare tutti gli aspetti della vita includendo quindi anche la gioia, la passione, la rabbia, la riflessione, insomma l’intero universo emozionale.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

AP: Purtroppo nel mondo editoriale attuale è facile imbattersi in faccendieri spregiudicati, in editori improvvisati che spesso speculano sugli autori emergenti e sulla loro voglia di comunicare quello che hanno dentro. Questi individui fanno soldi facendosi pagare lauti “contributi” per pubblicare le opere, a volte obbligando l’autore all’acquisto di un determinato numero di copie del suo libro. Il loro business consiste solo in quello e non danno nessun tipo d’assistenza allo sprovveduto malcapitato. Spesso tengono nascosto il numero di copie vendute per lucrare ulteriormente non corrispondendo i dovuti diritti d’autore al proprietario dell’opera. Tuttavia, a fianco di questi veri manigoldi, esistono case editrici “serie” a partire dai grandi nomi ben conosciuti fino ad arrivare a piccole realtà ( per ora almeno ) come “Lettere Animate” che pubblicano senza contributo se ritengono la pubblicazione meritevole di divulgazione e che fanno sentire la loro presenza costante all’autore mettendo in campo professionalità, diffusione  dell’opera, perfino la realizzazione di video di presentazione e eventi promozionali. Il mio giudizio su “Lettere Animate” è totalmente positivo e mi fa ben sperare per le prossime pubblicazioni.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

AP: Ho partecipato in precedenza ad alcuni concorsi letterari e sono stato inserito in un paio di  raccolte poetiche con gli altri partecipanti. Personalmente non amo la competizione dei concorsi, tuttavia la partecipazione alimenta il confronto e porta dunque inevitabilmente a cercare di migliorare. Nella giusta dose può integrare il percorso formativo di un autore.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

AP: In alcuni casi può essere decisivo per la sublimazione di un’opera, per aggiustare con gli occhi altrui quei particolari che magari sfuggono alla nostra attenzione, in altri casi il rischio concreto può essere quello, al contrario, d’importare una contaminazione di stile non auspicabile. Consiglio a chi scrive di mantenere sempre e comunque la sua originalità.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AP: Non ci trovo nulla di male. E’ naturale che parlando, ad esempio di amore, si finisca inevitabilmente in percorsi già tracciati da molti altri autori. L’abilità consiste proprio nel saper dire la stessa cosa in modo diverso. Facciamo l’esempio letterario della pioggia. Se parliamo d’essa è molto difficile creare variazioni sul tema eppure c’è sempre quel particolare in più che se colto, può fare, la differenza. Un fenomeno recente di cui ho notato la diffusione recentemente, nella esasperata ricerca di differenziarsi a qualunque costo, non sempre con risultati eccellenti, è stato quello delle immagini “non sense”; cito ad esempio una frase esemplificativa “Nell’alto dei cieli una volpe di ghiaccio volava con ali di effimero alabastro”. Personalmente preferisco rimanere quasi sempre più in contatto con la realtà che mi circonda anche se, a volte, non ho disdegnato cimentarmi in poesie di tal genere.


a cura di Lorenzo Spurio

E’ SEVERAMENTE VIETATO RIPRODURRE E/O DIFFONDERE LA PRESENTE INTERVISTA IN FORMA INTEGRALE O DI STRALCI SENZA IL PERMESSO DA PARTE DELL’AUTORE.

Intervista ad Adriana Gloria Marigo, autrice della silloge poetica “Un biancore lontano”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista ad Adriana Gloria Marigo

Autrice di Un biancore lontano

Lietocolle editore

  

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua ultima opera pubblicata?

AGM: Il titolo corrisponde esattamente al senso che vivevo nell’estate del 2009 mentre preparavo la silloge e che costituisce il mio sentimento di vita: nel profondo so che oltre la complessità del quotidiano esiste un luogo bianco, una chiarità più che altro, che lentamente risale e viene a sciogliere i cappi del reale. E’ in sostanza la fiducia, cui dobbiamo attingere per tutto il tempo che ci è concesso.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di là di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

AGM: La poesia è un aspetto molto particolare della letteratura, poiché nasce da una “occasione privilegiata”: il contatto diretto con la materia viva, pulsante della psiche che chiede di essere messa sulla carta, senza perdere tempo. Poi può intervenire un lavoro di rifinitura, di cesello, ma il lavoro primario lo fanno ragione e sentimento insieme. Per questo il poeta è stato visto come abitato da un demone e ancora, nel pensiero popolare, si guarda al poeta come a un eccentrico, a una sensibilità delicata, rarefatta. Il poeta è una fucina di creazione: tutto il fuoco, la materia per la fusione provengono dal suo mondo interiore e dal suo sguardo sul mondo.

La letteratura non è un modo semplice per raccontare storie di sé e di altri: richiede costante attenzione a sé e al mondo, una relazione biunivoca che includa  la lettura delle opere di autori di valore, in primis i classici; richiede un lavoro di affinamento continuo del lessico che, sul piano psichico, corrisponde alla conoscenza di sé, del proprio limite e possibilità di spingerlo un po’ più in là.

L’opera di uno scrittore – poeta, romanziere, saggista – è efficace quando riesce a instaurare con il lettore un rapporto di empatia il cui risultato è la trasformazione della coscienza. Compie in sostanza l’opera maieutica.

 

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

AGM: Premetto che non nutro grande interesse per la narrativa italiana e straniera attuale, mentre per la poesia ho una attenzione naturale, anche per il fatto che trovo più interessanti la capacità espressiva, i modi della poesia, più di quelli del romanzo nel nostro paese. In generale ritengo che la poesia stia procedendo fervida e producendo opere ustionanti.

Sono affezionata agli autori che raccontano imprimendo atmosfera psicologica e di sentimento: Stendhal, Yourcenar, Marai, Saramago. Adoro i libri di Zambrano, Hillman, Cheng, Pinkola Estés, Panikkar. Non posso fare  a meno di tacere che amo rileggere i Presocratici, Parmenide in particolare.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

AGM: Memorie di Adriano sopra tutto: Yourcenar dipinge perfettamente il tormento dell’uomo e dell’imperatore creando sullo sfondo storico e geografico un raro equilibrio narrativo di forma e sostanza.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

AGM: Certamente la lettura di quelli che ho citato sopra tra i narratori. I poeti che hanno avuto un ascendente su di me sono quelli verso i quali sento una “corrispondenza d’amorosi sensi”: Leopardi, Montale, Quasimodo, Jimenez, Dickinson, Cvetaeva. Ora sto scoprendo la splendida poesia di Pierluigi Cappello: Mandate a dire all’imperatore è di una bellezza che mi commuove.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

AGM: Sono una individualista. All’inizio, quando riconobbi in me la poesia, mi sosteneva la lettura di un amico che aveva visto prima di me le mie possibilità. Non correggeva quasi nulla, poiché il mio verso è così rarefatto che si deve tenere o buttare del tutto. Mi dava consigli per letture, niente di più. Rimango in sostanza la lettrice critica di me stessa.

Per ciò che concerne la scrittura  a quattro mani ritengo che sia un modo altro di esprimersi, un sodalizio molto consapevole tra due autori con il medesimo intento in cui ognuno è una sorta di specchio dell’altro con riflessi sinergici moltiplicanti la bellezza della stesura.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

AGM: La mia poesia non è lettura facile: richiede attenzione, uno sforzo più sul piano dell’intelletto che su quello del sentimento.  Per cui è più comprensibile a lettori introspettivi, sospinti da uno sguardo limpido sul loro interiore e su quello del mondo.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

AGM: L’universo editoriale italiano mi appare molto frammentato: un mosaico di tessere policrome di  richiamo fascinoso. Ci sono piccoli editori di grande qualità, particolarmente attenti alle voci emergenti e c’è un gran numero di editori che pubblica qualsiasi voce per il solo fine del danaro.

Ho avuto la fortuna di pubblicare in LietoColle: una sorta di battesimo del fuoco che mi ha permesso, lentamente, di avviare un “apprendistato” nello scambio e nel confronto poetico con altri autori. Il fatto che una piccola casa editrice non supporti le presentazioni dell’autore, che l’autore stesso debba ricercare le location, non è solo impiego di energie proprie, ma anche possibilità di ampliamento del proprio orizzonte relazionale e poetico.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

AGM: Sono solo mezzi attraverso i quali l’autore può proseguire l’opera di “formazione” di sé stesso: i concorsi e i premi danno visibilità e aiutano l’autore a prendere coscienza del punto in cui è; i corsi di scrittura creativa possono affinare la tecnica, insegnare a focalizzare il tema. Ciò che è importante e non si può apprendere è la “materia” di cui è fatto il mondo poetico dell’autore.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

AGM: E’ importantissimo ed è un invito all’umiltà dell’autore. Che spesso è vittima di se stesso, novello Narciso.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

AGM: Non c’è nulla di nuovo, ormai. I temi sono quelli universali e sono dell’avviso che i greci hanno detto tutto. Ciò che è sempre nuovo è invece l’uso della parola, i suoi accostamenti. In definitiva ciò che chiamo, in duplice senso, “creanza”.

a cura di Lorenzo Spurio

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