Intervista a Martino Ciano, autore di “Le danze del tempo”, a cura di Lorenzo Spurio

Intervista a Martino Ciano

Autore di Le Danze del tempo

Roma, Arduino Sacco Editore, 2011

 

a cura di Lorenzo Spurio

 

LS: Come dobbiamo interpretare il titolo che hai scelto per la tua opera?

MC: Distruzione del tempo esterno. Dissolvimento del rapporto causa/effetto. Ritorno al tempo interno. Una sorta di inner space, un tempo che nell’anima diventa fisico, palpabile, rappresentabile solo attraverso un collage di ricordi. Un ready-made dadista, insomma, in cui simboli, esperienze, emozioni, si uniscono in un rapporto che solo concettualmente può essere compreso.

LS: Un autore negherà quasi sempre che quanto ha riportato nel suo testo ha un riferimento diretto alla sua esistenza ma, in realtà, la verità è l’opposto. C’è sempre molto di autobiografico in un testo ma, al di la di ciò, il recensionista non deve soffermarsi troppo su un’analisi di questo tipo perché risulterebbe per finire fuorviante e semplicistica. Quanto c’è di autobiografico nel tuo libro? Sei dell’idea che la letteratura sia un modo semplice ed efficace per raccontare storie degli altri e storie di sé stessi?

MC: Tutto. L’arte vera nasce dalla sofferenza, da come noi interpretiamo i nostri traumi. “Le danze del tempo” è pieno di riferimenti autobiografici. L’inquietudine che guida questo libro è del tutto personale. L’inconsapevole viaggio verso l’espiazione dell’ex tenente Karl Von Kliest, è anche la mia. Nel libro c’è una ricerca profonda che tende alla fede, come tu hai sottolineato anche nella tua recensione, ma soprattutto c’è il tentativo di scoprirsi e di risolvere i propri traumi. La scrittura, quindi, diventa uno sfogo. Le parole contenute ne “Le danze del tempo” sono state scelte con cura, come macchie di colore, che devono riempire un quadro, certamente personale ma al contempo assimilabile da tutti. Almeno, questo è stato il mio intento, spero di averlo raggiunto.

LS: Quali sono i tuoi autori preferiti? Quali sono le tendenze, le correnti italiane e straniere e i generi letterari che più ti affascinano? Perché?

MC: Philip Dick, Huxley, Orwell, Borges, Pasolini, Bukowski, D’Annunzio, Campana, Ballard, Sartre, Bernard. Sono solo alcuni degli autori che leggo. Non ho un genere preferito, ma cerco nuove letture in base alle mie esigenze. In questo periodo mi sto appassionando a Landolfi e a Burroughs. Un paio di anni fa mi sono incaponito con i futuristi, Marinetti in primis. Certo se dovessi indicare un genere e un autore, beh, senza indugio direi che il mio preferito è Thomas Bernhard e il suo stile è stato per me sempre un’ispirazione.

LS: So che rispondere a questa domanda sarà molto difficile. Qual è il libro che di più ami in assoluto? Perché? Quali sono gli aspetti che ti affascinano?

MC: Ripeto. Estinzione di Thomas Bernhard. Legge nel profondo dell’anima, caratterizza i personaggi attraverso un’analisi introspettiva che mai avevo trovato in altri libri. Cinico e aulico allo stesso momento. Tratta l’estinzione come momento di profonda polverizzazione di noi stessi. Estinguersi per rinascere, rinascere per ri – estinguersi, togliendo di volta in volta ciò che non ci appartiene più da tempo. Insomma, un capolavoro della letteratura.

LS: Quali autori hanno contribuito maggiormente a formare il tuo stile? Quali autori ami di più?

MC: Posso farti un altro nome a cui sono molto affezionato: Celine. “La morte a credito” ha ispirato molto le allucinazioni del mio Von Kliest. Ma ripeto, non saprei indicarti quali autori o generi mi hanno formato, perché io leggo tutto. Posso però dirti cosa non leggerei: i thriller scandinavi, veri massacri allo stile.

LS: Collabori o hai collaborato con qualche persona nel processo di scrittura? Che cosa ne pensi delle scritture a quattro mani?

MC: Purtroppo no, ma mi piacerebbe parecchio. Credo che la scrittura a quattro mani possa solo migliorare un’opera. E poi la collaborazione fa sempre bene. L’arte è armonia e questa può aversi solo con la concordia di più elementi. Anche nel caos c’è un’armonia, un filo conduttore, Borges ne è maestro (un’altra mia ispirazione). Insomma, lancio un messaggio, se qualcuno vuole collaborare con me, io non ho problemi.

LS: A che tipo di lettori credi sia principalmente adatta la tua opera?

MC: Non voglio essere presuntuoso ma credo che tutti possano leggere questo libro. Le danze del tempo è scritto in maniera elementare e semplice. Nasconde tanto, parla di molte cose, ma non stanca il lettore. Ho sempre pensato a questo libro come una favola nera sul tempo e sul rimorso. La favola contiene in se una morale, logicamente non voglio insegnare nulla a nessuno, voglio solo tirare le somme. Chi vuole avvicinarsi a questo libro deve solo liberarsi di una cosa, del pregiudizio. Prima di approdare alla Arduino Sacco editore, ricordo che il rappresentante di una casa editrice ha rifiutato questo libro, perché a suo avviso, c’era il sospetto di apologia al nazismo. Non aggiungo altro.

LS: Cosa pensi dell’odierno universo dell’editoria italiana? Come ti sei trovato/a con la casa editrice che ha pubblicato il tuo lavoro?

MC: La Arduino Sacco editore si è comportata benissimo. E’ una casa editrice competente e soprattutto chi vi lavora è un appassionato che sa far bene il proprio lavoro. Per quanto riguarda l’editoria italiana, beh, la situazione è terribile. Non c’è spazio per un esordiente a meno che non ci siano poteri forti che lo supportano. Per me poi il lavoro è doppio. Vivo in Calabria, cioè nel deserto. È difficile promuovere il libro, è difficile parlare di letteratura, è difficile concepire la scrittura.

LS: Pensi che i premi, concorsi letterari e corsi di scrittura creativa siano importanti per la formazione dello scrittore contemporaneo?

MC: No. Leggere, leggere, leggere. Queste sono le cose che possono aiutare lo scrittore contemporaneo, così come hanno aiutato lo scrittore del passato. Leggere con curiosità, guardare al mondo con ambizione. Tutto è stato scritto, poco però rimane nel cuore e nella mente. Perché? E posso aggiungere, perché sappiamo ma non reagiamo al fatto che i grandi concorsi sono guidati dai grandi gruppi editoriali? Perché non ridiamo di quegli scrittori che hanno fatto del libro una merce? Ben rilegato, ben impacchettato, ma con poca sostanza? La gente legge thriller, noir, gialli e crede di aver letto. Questo avviene perché la letteratura è vista come un passatempo e non come una materia che può aprire la mente. Fammelo dire senza censure, a me tutti questi assassini seriali e psico – non so cosa, hanno rotto le scatole. E proprio questi spadroneggiano in alcuni blasonati concorsi letterari, e dai quali lo scrittore contemporaneo dovrebbe trarre ispirazione.

LS: Quanto è importante il rapporto e il confronto con gli altri autori?

MC: Tanto. Sono sempre alla ricerca del confronto e grazie a “Le danze del tempo” mi sto avvicinando a nuove esperienze.

LS: Il processo di scrittura, oltre a inglobare, quasi inconsciamente, motivi autobiografici, si configura come la ripresa di temi e tecniche già utilizzate precedentemente da altri scrittori. C’è spesso, dietro certe scene o certe immagini che vengono evocate, riferimenti alla letteratura colta quasi da far pensare che l’autore abbia impiegato il pastiche riprendendo una materia nota e celebre, rivisitandola, adattandola e riscrivendola secondo la propria prospettiva e i propri intendimenti. Che cosa ne pensi di questa componente intertestuale caratteristica del testo letterario?

MC: Verissimo e aggiungo, non potrebbe essere altrimenti. Anzi, in me è ancora più palese visto che leggo tantissimo. Se guardo al mio primo libro Il canto della cecità, aveva un linguaggio simile a quello di D’Annunzio, Tolstoj e Dostoievskij perché amavo quegli scrittori. Ho cominciato a scrivere Le danze del tempo nel 2006, cioè, quando da D’Annunzio passo a Borges e poi a Marinetti e poi a Pasolini e Bernard. Il risultato? Molti si sono accorti che i primi due capitoli del libro sono scritti in un modo, dal terzo alla fine, lo stile cambia completamente.

LS: Hai in cantiere nuovi lavori e progetti per il futuro? Puoi anticiparci qualcosa?

MC: Sì. Sto scrivendo una terza opera. Dovrebbe chiamarsi Iride o Nell’ora della morte. Sarà un libro sul delirio, sul non senso, ma soprattutto svilupperà una tematica a me cara: l’immanenza. Sarà sempre una fiaba, scritta in maniera semplice e diretta. Non si spaventi chi legge queste parole, sfrutto la filosofia solo come tramite, l’argomento da me trattato viene sempre nascosto dietro la trama. Nel caso de Le danze del tempo, il filo conduttore è l’entropia. Ed in fondo credo che questo sia il compito della letteratura, rendere fruibile a tutti, anche a chi ignora certe cose, eventi che ci sembrano lontani. In poche parole: la vita nella sua molteplicità.

 

A CURA DI Lorenzo Spurio

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3 commenti

  1. . ”L’arte vera nasce dalla sofferenza, da come noi interpretiamo i nostri traumi. “Le danze del tempo” è pieno di riferimenti autobiografici. L’inquietudine che guida questo libro è del tutto personale.”Mi piace molto questo,credo anch’io che la vera arte nasca nel momento in cui una profonda sofferenza ci tocchi,è allora che siamo più veri,più pronti a raccontarci e con maggiore forza e vigore e allora nasce l’arte,l’arte di sapere raccontare le nostre sofferenze,le inquietudini che ci tormentano …complimenti all’autore del libro.

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